SCONFITTO IN SPAGNA, LO ZAPATERISMO TENTERA’ LA SORTE ALTROVE

Lo zapaterismo come stagione, come idea-forza, categoria, modalità e anche tentazione autolesionista, nasceva dieci anni fa. Pochi mesi dopo l’avvento di José Luis Zapatero alla testa del partito, il PSOE tornò al potere, sconfiggendo la destra di Aznar. Il longilineo leader, non ancora quarantaquattrenne, entrò alla Moncloa, il palazzo Chigi di Madrid.

La sostanza dello zapaterismo emerse subito: ridotti al silenzio i contenuti storici del socialismo -anticapitalismo, sforzo per il livellamento delle condizioni- si dette impulso ai “diritti”. Il PSOE di Zapatero si offriva come gestore volenteroso dell’economia di mercato, lasciando cadere le rivendicazioni sociali e dunque portando alle conseguenze finali la scelta liberista compiuta negli anni Ottanta da Felipe Gonzales. In cambio dell’abbandono del classismo, Zapatero esigé la modernizzazione accelerata del costume: anticlericalismo e avanzata delle rivendicazioni radical-giacobine e di minoranza. Il governo mosse all’attacco di varie posizioni e istituti tradizionali, promuovendo laicismo spinto, ampliamento del ricorso all’aborto, nozze tra omosessuali, diritto di adottare figli per conviventi dello stesso sesso, femminismo programmatico (metà esatta dei ministri alle donne), regolarizzazione degli immigrati clandestini e dubbie crociate analoghe. Insomma “i diritti”: sinistrismo degli atteggiamenti e delle voghe, abbandono delle rivendicazioni di sostanza. La Spagna di Zapatero si faceva spregiudicata e dissacratrice di retaggi, ma borghese.

Fin qui, era la riproposizione aggiornata del liberal-radicalismo di  Manuel Azagna, il principale tra i promotori della svolta progressista e anticlericale che nel 1931 mise fine alla monarchia e ad  alcuni assetti tradizionali. Azagna, come tre quarti di secolo dopo farà Zapatero, non combatteva bensì difendeva il capitalismo. La lotta alla proprietà era  piuttosto l’impegno degli anrchici, i quali peraltro entrarono nel potere della Repubblica solo dopo lo scoppio della Guerra Civile. Prima avevano sì mosso attacchi, senza mai riuscire ad imporre le rivendicazioni sociali richieste dalla miseria del proletariato, soprattutto quello delle campagne. In effetti la Repubblica non aveva vinto nel nome del popolo: al contrario si era rivolta ai generali, specificamente a Francisco Franco, per schiacciare coll’artiglieria i tentativi rivoluzionari degli anarchici e dei socialisti nelle Asturie e altrove.

La Repubblica non fece riforme sociali e non attaccò il potere delle destre economiche. Invece fomentò l’ostilità alla Chiesa -tollerando gli incendi degli edifici religiosi  e molte altre violenze, anche sanguinose- e praticò lo sfavore ai militari e ai nobili (non ai ceti possidenti). La Repubblica promosse l’istruzione popolare e l’aggiornamento di alcuni indirizzi e leggi. Pressocché nulla fece per i braccianti agricoli, letteralmente sottoalimentati per miseria, talché le campagne non poterono riconoscersi nel liberalradicalismo del borghese Asagna.

Dunque la Repubblica si trovò debole di fronte alla ribellione dei generali. Dopo le illusioni sorte sulla vittoriosa difesa di Madrid e su alcuni modesti successi sul campo, la Repubblica era già condannata senza speranza nella primavera del 1938, un anno prima che si spegnesse. Da quel momento Manuel Azagna, che privilegiando il progressismo illuministico dei ceti medi urbani a danno delle aspirazioni popolari, era stato il maggiore responsabile del crollo delle istituzioni, tentò di imporre ai suoi un negoziato di compromesso con Franco, ormai avviato alla vittoria. Il governo madrileno, dominato dai comunisti, volle invece la resistenza ad oltranza, coi lutti e i drammi supplementari del prolungamento della guerra: nell’illusione che il Secondo Conflitto mondiale scoppiasse in tempo per salvare la Spagna repubblicana. Invece si aprì cinque mesi dopo la fuga in Francia degli ultimi combattenti e profughi repubblicani.

Al suo avvento al potere Zapatero fece le stesse scelte di fondo di Azagna: i “diritti” delle frange e le priorità artificiali invece del socialismo. Legalizzò le nozze omosessuali e altre  “conquiste”, compresa l’adozione di figli altrui da parte di conviventi dello stesso sesso. Abbassò l’età richiesta alle giovani per poter scegliere di abortire. Allargò la regolarizzazione degli immigrati clandestini. Mise fine alla tregua tra le fazioni sulle memorie della Guerra Civile. Rifiutò le vie della pace con una Chiesa profondamente diversa da quella che nel 1936 si era schierata con Franco. Risultato: già nell’ultima fase del suo governo Zapatero era ‘el lider insostenibile’, costretto a rinnegare la propria ideologia -giudicata lunatica o repellente dalla maggioranza del paese- per resistere alcuni mesi in più. La fine arrivò nel dicembre 2011.

J.L.Zapatero è giovane, nato nel 1960, e potrebbe provare a tornare in campo. Difficilmente riscriverà ‘i diritti’ sulla sua bandiera. Piuttosto lo zapaterismo in purezza, con le sue insipienze, tenterà la sorte da noi o altrove.

A.M.C.

LA NEMESI DI ZAPATERO: MANUEL AZAGNA

Il mondo, cui non sfuggì il significato iconoclastico/dissacratorio della traettoria nei cieli spagnoli di J.L.Rodriguez Zapatero, dovrebbe riflettere sulla concatenazione di quel governante con un suo lontano predecessore e maestro, dal quale derivò la carica scardinatrice e una ferma vocazione giacobina. Il suo maestro non fu il compagno di partito Felipe Gonzales, primo capo di governo della Spagna passata alla partitocrazia ( Felipe portò i socialisti al potere nel 1982, e il suo lungo consolato è indicato come felipismo). Gonzales fu la variante spagnola di Bettino Craxi, con l’abilità e il cinismo di quest’ultimo; ma non fu abbattuto dalle sentenze penali.

Il maestro e il riferimento di Zapatero fu Manuel Azagna, ministro della Guerra al sorgere della Seconda Repubblica di Spagna (la Prima, proclamata nel 1873, era già morta nel 1875 per la restaurazione dei Borboni); poi capo del governo in quanto vincitore delle elezioni del 1936; infine, due mesi dopo, presidente della Repubblica. Restò a capo dello Stato fino alla disfatta nella Guerra Civile. Se Zapatero si provò a forzare la Spagna ad accelerare il passo della modernità artificiale, cioè ad omogeneizzarsi con le tendenze e le derive contemporanee, Azagna tentò la stessa cosa a partire dal 1931: con una coerenza laicista e liberal-radicale e un settarismo che inizialmente gli portarono una fortuna eccezionale; alla fine lo distrussero.

L’ascesa di Manuel Azagna si può dire fenomenale: una carriera senza eguali per un uomo che non era né un capopopolo né un avventuriero; era un intellettuale di pochi lettori. Prima di trovarsi nel 1931 uno dei fondatori della Repubblica, Azagna era stato un letterato e pubblicista politico, di ferma collocazione giacobina. Nel suo primo biennio la Repubblica fu governata da una coalizione di sinistra borghese, la quale innalzò Azagna a ministro della Guerra. Era un dicastero nevralgico: si trattava di ridimensionare duramente delle forze armate ormai elefantiache rispetto alle modeste esigenze di un ex-impero, e il ministro lo fece con caratteristica intransigenza. Lo strano era che egli, nemico di un vecchio ordine in cui i militari rappresentavano, con la Chiesa, una grande forza conservatrice, non era propriamente antimilitarista. Anzi assegnava all’esercito un singolare ruolo di appoggio alla riedificazione nazionale, dopo la grave sconfitta del 1898 e i rovesci coloniali nel Marocco.

Ha scritto José Marìa Marco, con quattro opere dedicate uno dei suoi maggiori biografi, che il Nostro, avversario del retaggio militare spagnolo però ammiratore di quello francese risalente a Valmy e a Jemappes, le fulgide vittorie del 1792, era persino guerrafondaio. Per amore della Francia repubblicana e laica cercò accanitamente con altri progressisti di far entrare la Spagna nella Grande Guerra. Prevalse la superiore saggezza, amica del Paese e degli uomini individui, dei governanti conservatori del tempo: Eduardo Dato, che un anarchico assassinerà nel 1921, e Antonio Maura che, anch’egli capo del governo, aveva tentato la via delle riforme dall’alto. Vinta la Guerra Civile, Francisco Franco avrà il merito di resistere alle pressioni del Fuehrer, appena trionfatore sulla Francia, perché Madrid entri nel conflitto a fianco dell’Asse. Più tardi il Caudillo riuscirà a convertirsi in alleato dell’America. Fece morire molti spagnoli, anche di garrota, ma a tanti altri  salvò la vita.

 

Per gli interventisti come Azagna i massacri della Grande Guerra avrebbero aperto un’era rigeneratrice. In ogni caso, nota il biografo  J.M.Marco, “quienes, como Azagna, se complacìan en pintar con las tintas mas negras el presente de Espagna, parecen pensar che sus compagtriotas estàn dispuestos a morir por la causa de la modernidad (…) De paso, Azagna desvela hasta (fino a) què altìsimo punto llega (arriva) su aprecio del espìritu militar. En defensa de la naciòn los ciudadanos han da estar dispuestos a dar sino su vida si es necessario. Ese es el sacrificio que Azagna, que no habìa hecho (fatto) el servicio militar, solicitaba de sus compatriotas (…) En la jerarquia de la vida social establecida por Azagna el militar ocupa tan alto lugar (posto); solo lo supera el politico, que acepta sacrificar todo a la colectividad” (nostra sottolineatura). Letta con gli occhi di oggi, quest’ultima frase dà la misura del farneticare dell’intellettuale Azagna. Il conato interventista del 1914 nel nome di un’immaginaria virtù delle stragi nelle trincee, virtù grazie alla quale la Spagna si sarebbe rigenerata, basta da solo a condannare l’Azagna non ancora uomo di governo.

Alla fine del 1933 la coalizione radical-progressista perse le elezioni. Invece nel febbraio 1936 il Frente Popular, alleanza di tutte le sinistre incoraggiata dall’avvento in Francia del Front Populaire, trionfò nelle urne. Manuel Azagna, che nei grandi comizi elettorali si era rivelato oratore efficace, viene portato dalla vittoria al vertice del governo. Dopo poco più di due mesi convince il parlamento a destituire il presidente della Repubblica, Alcalà Zamora, e si fa eleggere al suo posto. Negli annali della politica europea una carriera così brillante resta eccezionale, soprattutto per un uomo che non aveva un partito importante dietro di sé, era simpatico a pochi e presentava un volto fisico non attraente.

Nei cinque mesi che governò la Spagna intera Azagna volle quasi esclusivamente svecchiare, laicizzare e consolidare il potere della sua fazione. I terribili problemi della povertà di massa sembrarono non coinvolgerlo. Fece poco per il proletariato urbano, pressocché nulla per i braccianti senza terra, sottoalimentati per miseria. Conseguenze, scontri sociali quotidiani e crescenti, con un’esasperazione della controviolenza reazionaria. La fazione militare certamente si risolse a scatenare la Guerra civile: però due anni prima Francisco Franco aveva schiacciato nel sangue la rivolta dei minatori delle Asturie nell’interesse della Repubblica, che egli serviva. Se Azagna si fosse impegnato sul fronte della giustizia sociale invece che su quello della laicità e del rimodellamento delle istituzioni, il ribellismo classista degli anarchici e dei socialisti rivoluzionari non sarebbe esploso; non sarebbe esplosa nemmeno la reazione dei generali.

Dal primo all’ultimo giorno della Guerra fratricida il presidente Azagna fu come immobile. Governarono altri, specialmente i primi ministri Largo Caballero e Negrin. Il capo dello Stato faceva rare apparizioni e allocuzioni, scriveva (anche narrativa), mandava emissari nelle cancellerie e nei salotti internazionali a perorare la causa repubblicana, coltivava le rose nei giardini ex-reali, ritoccava le uniformi della Guardia presidenziale. Sapeva che la guerra volgeva al peggio, ma non tentò seriamente di imporsi su Negrin e sui comunisti, secondo i quali “resistir es vencer”. Arrivò la disfatta finale -primavera 1939- e il Capo dello Stato riparò in Francia a piedi, assieme a una moltitudine di profughi e di militari fuggiaschi. Morì esule l’anno dopo, fu sepolto nel cimitero di Montauban. Aveva puntato tutto sul laicismo e sull’ammodernamento delle strutture, trascurando i poveri che chiedevano pane.

E’ impressionante l’analogia  con la vicenda e le grandi scelte di J.L.Rodriguez Zapatero. Pervenne giovane al vertice di una Spagna assai prospera a confronto con quella di Azagna. Investì il suo capitale politico e la sua energia nella ripresa dell’anticlericalismo e nel contrasto alle tradizioni. Ai grandi problemi del Paese e dell’economia antepose i diritti delle minoranze e dei diversi. I bisogni essenziali del popolo restarono trascurati, finché arrivò la dura crisi. Zapatero è finito sconfitto e profugo come Manuel Azagna.

A M Calderazzi

COME CHIAMEREMO IL NEOCOLLETTIVISMO CHE DOVREMO DARCI

Morto nel disonore il comunismo, e assodata al di là di ogni dubbio l’irrilevanza delle varie famiglie del sinistrismo gauchiste, resta che l’avvenire è di una variante migliore del collettivismo. Dovrà essere opposta a quelle leninista e maoista, dovrà ispirarsi all’egualitarismo fraterno del convento, della gilda o del kibbuz. Senza la svolta neocollettivista non è concepibile alcuna delle bonifiche e delle opere di giustizia che la società attende, in Occidente come nell’Islam e altrove: ridurre a poca cosa i divari tra i redditi e le condizioni, cioè cancellare i miserabili come i veri e propri ricchi; attaccare i privilegi della proprietà, l’idolatria della crescita, la divinizzazione dell’impresa; azzerare gli abusi dell’alto mandarinato (manager pubblici e privati, top burocrati, generali) e delle professioni indecenti (politici, sindacalisti scervellati, campioni sportivi, stilisti di moda e simili). Solo la disciplina, e anche la coercizione, di un neocollettivismo ancora da progettare realizzeranno le bonifiche e le opere di giustizia. Non farà le une e le altre la sinistra convenzionale a ‘la Repubblica’: è insincera e buona a niente.

Il problema è non solo configurare questo neocollettivismo del futuro, ma anche come chiamarlo. La categoria di comunismo è definitivamente fuori gioco. Il comunismo realizzato  e quello fantasticato dagli ultimi mohicani (intellettuali con arteriosclerosi, cineasti male aggiornati, energumeni antagonisti, etc.) darebbero la certezza assoluta che mai la giustizia trionferà (e mai si spegnerà l’odio dei popoli che provarono lo stalinismo). La parola ‘socialismo’ è usurata all’estremo e in più, specialmente in Italia, Spagna e persino Francia, è sconcia. Per poterla pronunciare a tavola o in presenza dei bambini essa va accompagnata da un altro termine, p.es. socialismo del kibbuz o del convento, guild-socialism e simili.

Al suo inizio ‘Internauta’ richiamò gli apporti di Rodolfo Mondolfo al concetto di socialismo non leninista, cioè umanistico, e quelli di Ramiro de Maeztu al Guild Socialism (sorto in Gran Bretagna quale alternativa al fabianesimo; quest’ultimo si evolse nel Labour, presto ministeriale, liberista e satellite degli USA).  Qui, un anno dopo, segnaliamo con rispetto il ‘socialismo humanista’ di Fernando De los Rìos. Egli fu personaggio storico parecchio più di Rodolfo Mondolfo, che anch’egli voleva il socialismo, anzi il comunismo, libero e amico dell’uomo. Luogotenente di Pablo Iglesias  (fondatore nel 1879 del movimento socialista spagnolo,  incarcerato otto volte, Iglesias fu socialista di una razza opposta a quella dei Craxi, Felipe Gonzales, Blair, Schroeder, Zapatero), De los Rìos fu cofondatore e ministro importante della Repubblica del 1931. Durante la Guerra civile operò quale ambasciatore a Parigi e a Washington a favore della causa repubblicana. Cattedratico di filosofia politica in vari atenei, anche americani, resse brevemente quale rettore l’università di Madrid. Con Juliàn Besteiro, fu il maggiore esponente della tendenza riformista nel partito socialista e nel governo repubblicano. Nel suo nome si riassume il ‘Socialismo Humanista’.

Come vent’anni fa scriveva Elias Diaz, cattedratico a Madrid, “nulla fu più distante dal pensiero ‘humanista’ di De los Rìos dell’economicismo e del meccanicismo derivati dalle interpretazioni positiviste del marxismo”. Rifiutava di prendere la lotta di classe -quale era  nel suo tempo, violenta e persino armata- come valore e centro dell’etica socialista. E mai ammise una proprietà sociale/statale senza libertà. Lo spirito e l’esempio di De los Rios siano, anche sul piano teorico, un modello per l’oggi”.

“El humanismo -puntualizzava il professore Elìas Diaz, se vincula a una doble participaciòn: en las decisiones y en los resultados (…) Junta al Renacimiento, y sin confusiòn con el, la Reforma religiosa del cristianismo serà otra fuente inspiradora del humanismo di De los Rìos. En alguna ocasiòn se autoconfesò ‘cristiano erasmista’ (…) Pero Fernando De los Rìos se declara, sin mas, ‘no marxista’: no acepta, en principio, a Marx, por considerarlo (via Kautsky)  positivista”.  Da ministro della Repubblica come da teorico accademico, De los Rìos avversò il massimalismo della sinistra socialista (poi passata al comunismo) e invece caldeggiò la collaborazione con le forze centriste. Mai rinunciò alla coerenza socialista: “Capitalismo e umanismo sono antitetici”.

Ecco dunque una possibilità in più per chi voglia dare un nome al corso neocollettivista che l’avvenire ci promette, e che le malazioni passate e presenti ci vietano di chiamare socialista. Alle opzioni “kibbuzsocialismo”, “guild socialism” e “socialismo del convento” si aggiunge -nel nome di Rodolfo Mondolfo e di Fernando De los Rìos- “socialismo umanista” o “social-umanismo”.

A.M.C.

SPAGNA: PRIMO TRENTENNIO DI PARTITOCRAZIA

Madrid cadde veramente ai partiti, ladri un po’ meno dei nostri e meno voraci di emolumenti, rimborsi e ricche pensioni, trent’anni fa, il 28 ottobre 1982. Quel giorno il Partito socialista (Psoe), capeggiato dall’affascinante avvocato andaluso Felipe Gonzales, stravinse le elezioni generali: oltre 10 milioni di voti, 205 seggi alle Cortes contro 106 della malaugurata Alianza Popular di Manuel Fraga Iribarne. Il Partito comunista di Santiago Carrillo -successore ragionevole del fazioso parossismo  della ‘Pasionaria’ Dolores Ibarruri (parossismo temperato dalla volpina abilità di Palmiro Togliatti)- fu sul punto di spirare: 4 seggi.

Nei sette anni trascorsi dalla morte di Franco la Transiciòn si era compiuta sotto i governi di Carlos Arias Navarro, Adolfo Suarez e Leopoldo Calvo Sotelo. Quest’ultimo, predecessore immediato di Felipe Gonzales, era nipote di José Calvo Sotelo, importante ex-ministro delle Finanze il cui assassinio nel giugno 1936, ad opera di un ufficiale di sinistra, fece scattare l’Alzamiento dei generali contro la Repubblica. Fu logico che ai socialisti andassero i voti, dato l’errore di Fraga Iribarne di creare il partito ‘grande destra’ dei banchieri e delle marchese, invece di capeggiare una forza antimarxista amica del popolo. Tale era stata, per sei anni a partire dal 1923, la (fortunata) ‘Dictadura’ filosocialista di Miguel Primo de Rivera, e tale era stato in qualche misura persino il primo franchismo, quando era ancora alquanto ispirato al falangismo sociale di José Antonio (figlio di Miguel) fucilato nel 1936 dai repubblicani.

Col 1982 cominciò il partitismo all’italiana, inevitabilmente destinato ad evolvere nella corruzione delle tangenti; infatti la prima lunga parentesi di potere socialista finì (1996) per scandali di tangenti. Ma la corruzione pervase l’intero sistema partitico: politici ed amministratori pubblici vollero incassare la percentuale sul tumultuoso sviluppo dell’economia: cominciando dall’edilizia, dove le licenze e le variazioni urbanistiche fruttavano e fruttano tangenti pronta cassa. Rinvii a giudizio e condanne sono abbastanza frequenti, ma gli scandali non accennano a ridursi. Dopo Felipe Gonzales fu la volta del governo di José Maria Aznar, brillante capo del partito creato da Fraga Iribarne; poi venne la riscossa socialista con José Luis Zapatero. Ora gestiscono i conservatori di Mariano Rajoy.

Come diversamente sarebbero andate le cose se una personalità eccezionalmente forte -in Spagna e nel mondo Fraga era apparso possibile successore di Franco- si fosse rivolto alla maggioranza sociologica invece che alle destre. L’uomo che aveva convinto il Caudillo a liberalizzare il regime fece male a non mantenere la promessa, fatta persino al carneade qui sottoscritto, di mettere il popolo, la gente, al cuore del suo manifesto politico. Disse, testualmente: “Calderazzi le prometto: nel Programma di Alleanza leggerà molto di ciò che propone”. Non andò così. Fraga mancò al suo destino.

L’avvio del partitismo integrale non fu aiutato dalla congiuntura economica. Quest’ultima era stata più favorevole all’ultima fase franchista. Nel 1970 i disoccupati non arrivavano a 200 mila; nel 1980 superavano 1,5 milioni; nel 1985 tre milioni. Tra la gente si fece frequente l’espressione “con Franco se vivìa mejor”. Se nel 1970 c’era il pieno impiego era anche in quanto un milione di spagnoli erano emigrati all’estero, e tra l’altro con le loro rimesse miglioravano la bilancia dei pagamenti. Soprattutto il lavoro c’era grazie al boom. Invece nel 1980 l’indice della borsa era sotto il 50% del valore di dieci anni prima. Come nel resto dell’Occidente si dovettero riconvertire interi comparti industriali, quali la costruzione navale e la siderurgia. A posteriori Felipe Gonzales dovette ammettere che aveva sbagliato a promettere 800 mila nuovi posti di lavoro in quattro anni. Fu il primo presidente del Governo a non farsi insignire di un grosso titolo nobiliare all’uscire di carica. Adolfo Suarez era stato fatto duca, Arias Navarro e Leopoldo Calvo Sotelo marchesi, e tutti e tre Grandi di Spagna. Franco, avendo rinunciato a diventare re, era rimasto generale.

Ma non fu il declino della congiuntura, bensì quello dell’etica pubblica a chiudere il quattordicennio di Felipe. Nel 1996 Josè Maria Aznar, brillante successore di Fraga alla testa del partito ‘popular’ (conservatore), sconfisse alle elezioni generali un governo Gonzales indebolito dagli scandali. Investito di una maggioranza larghissima il Partito socialista, erede di una tradizione onorevole, era degenerato nel felipismo, versione nazionale del craxismo, apoteosi delle tangenti. Ma la logica della democrazia partitica voleva che di corruzione si ammalassero anche gli avversari. Il sospetto cadde anche sui conservatori di Aznar, poi di nuovo sui socialisti di Zapatero. Oggi non si può dire che il malcostume macchi un partito spagnolo in particolare. Come in Italia, macchia tutti.

Hanno contribuito le autonomie regionali: la moltiplicazione dei centri di potere ha avvicinato ai decisori pubblici i detentori del denaro. Imboccata la via del partitismo amico degli affari, la Spagna ha perso la sua secolare specificità, di anteporre alla ricchezza l’onore orgoglioso. Angel Ganivet, tormentato diplomatico-scrittore, aveva definito disgustoso qualsiasi spagnolo ricco. E invece la Spagna ha imparato dall’Italia, maestra di malapolitica imbellettata di democrazia, erede di un millenario retaggio di corruttela, materna genitrice di Machiavelli e di Togliatti. Madrid e le Comunidades Autonomicas non sono arrivate al degrado di Roma e dei covi decentrati della nostra corruzione. Ma, grazie alle preclari virtù del processo democratico, sono sulla buona strada.

A.M.C.

ZAPATERO E AZANA: LA STORIA SI É RIPETUTA

Non so quale delle sue scelte strategiche ha rovinato di più Zapatero. So che sono state le stesse scelte di Manuel Azana: la storia si è ripetuta in modo impressionante. F.D.Roosevelt applicò lo stesso metodo di Woodrow Wilson per fondare l’impero planetario degli Stati Uniti: una guerra mondiale. L’Allievo incassò risultati migliori del Maestro; quasi certamente Zapatero sarà meno sventurato di Azana. L’errore capitale dello statista spagnolo degli anni Trenta fu l’ossessione liberal-radicale e l’anticlericalismo, con la conseguente cecità alla questione sociale: cioè alla miseria dei proletari, grave ma tollerabile nelle città, disperata nelle campagne.

Nel 1931, al nascere della Repubblica di Spagna -era la Seconda, ma la Prima (1873-75) abortì subito- Azana fu l’astro della politica nazionale, un prodigio di bravura: un paio di discorsi e passò da letterato con pochi lettori a leader del primo rango. Restò un prodigio fin quando credette di trasfigurarsi da capo del governo a presidente della repubblica (al suo posto mise un carneade). Qualche mese dopo scoppiò la Guerra civile e da quel momento Azana non contò più niente; fu un Re Travicello. Al crollo della Repubblica finì rifugiato in Francia, confuso nella massa dei fuggiaschi e degli sconfitti. Al posto di frontiera dovette presentarsi a piedi e non nella Hispano-Suiza presidenziale. Il più fallito tra gli statisti.

Azana sapeva, non per essersi impegnato sul problema ma perché tutti sapevano, che in Andalusia, in Estremadura, nella Castiglia-La Mancia le famiglie dei braccianti non mangiavano tutto l’anno, solo un numero più o meno alto di mesi. Per il resto digiunavano. La terra appartenendo quasi tutta ai latifondisti – e il solo Welfare essendo quello che era riuscito a varare negli anni Venti il dittatore filosocialista Miguel Primo de Rivera (odiato e poi abbattuto dai reazionari)- la condizione dei contadini poveri era disumana. Ma Azana, padre azionista cioè liberal-radicale della Repubblica, era solo proteso ad ammodernare il vecchio ordine, a far trionfare il laicismo, a gratificare una borghesia urbana rafforzata rispetto ai notabili liberali e monarchici. Non aprì mai la lotta contro l’ingiustizia sociale.

Di conseguenza, prima della congiura dei generali (luglio 1936), le contestazioni contro l’ordine repubblicano vennero soprattutto da sinistra: dalle lotte anarchiche nelle campagne e dai minatori delle Asturie. A Casas Viejas lo scontro a fuoco tra una famiglia di miserabili e la Guardia Civil fece 20 morti. Per schiacciare la rivoluzione asturiana (5-18 ottobre 1934) Madrid mandò il generale Francisco Franco con 20 mila uomini, e Franco utilizzò l’artiglieria. Decine di migliaia di rivoltosi furono processati dai tribunali militari, migliaia furono condannati. Nei primi giorni del conato asturiano 34 sacerdoti furono assassinati e 58 chiese incendiate. 1100 rivoltosi caddero o furono passati per le armi. Le truppe persero 300 uomini.

La Repubblica tentò di fare una riforma agraria, ma non seppe vincere la resistenza dei latifondisti (come non aveva saputo Primo de Rivera, membro dissidente dell’alta nobiltà agraria e amico del popolo). Nel 1932, quando fu combattuta la battaglia parlamentare su una legge che attenuasse la ferocia nei confronti dei braccianti (“la màs esperada de todas las reformas”), Manuel Azana non vi prese alcuna parte. Leggiamo in proposito il racconto di uno degli storici più accreditati del periodo, Juliàn Casanova cattedratico a Saragozza:

Dos anos y medio después de la proclamaciòn de la Repùblica, solamente habian cambiado de manos 45.000 hectàreas, en beneficio de unos 6.000 o 7.000 campesinos. Manuel Azana no partecipò en la elaboraciòn del proyecto, no intervino en los debates en las Cortes y nunca prestò a ese tema, ni a la situaciòn del campesinado sin terra, la atenciòn que dedicò a otros temas. Esa falta de interés profundo por la reforma agraria, que se extendia a casi todos los (politicos) republicanos, incluido el Ministro de Agricoltura, dificultò la aplicaciòn de la ley de septiembre 1932. Se temia la resistencia de los proprietarios y los efectos de una autentica transformaciòn social en el campo (J.Casanova, Repùblica y guerra civil, Critica/Marcial Pons, 2007, pp.32 e successive).

Al principale artefice della Repubblica il dramma dei senza terra, nonché quello alquanto meno terribile dei sottoproletari urbani, non interessava. Le priorità erano abbattere la Chiesa (quando cominciarono gli incendi di chiese e conventi Azana spiegò così l’ordine alle forze di polizia di non reprimere: “Preferisco che le chiese brucino piuttosto che si rompa la testa a un repubblicano”); espellere la religione e i religiosi dall’insegnamento; ‘triturar’ l’ambiente militare tradizionale; laicizzare le istituzioni e crearne di nuove che fossero poli di laicità; improntare il sistema a modelli liberal-radicali e repubblicani. Il tutto nel pieno rispetto dei diritti della proprietà e del denaro, giudicati ben più assoluti del diritto a mangiare dei poveri.

Per la Repubblica la miseria delle plebi era problema non prioritario, anche perché le plebi di mezzo mondo soffrivano degli strascichi della Grande Depressione. Come risultato, il quinquennio repubblicano fu una successione di violenze, conati insurrezionali, scontri a fuoco tra sottoproletari e forze dell’ordine repubblicano.

Conosciamo la fine miserevole dello statista e dell’uomo Azana. Le circostanze saranno senza confronto più benigne con José Luis Rodriguez Zapatero. A fine maggio è sempre presidente del governo. Se la Repubblica non fosse stata uccisa, anche da Azana, Zapatero ne diverrebbe forse capo di Stato, come il suo malaugurato modello. Ma è certo che Zapatero, ottant’anni dopo, ha agito quasi esattamente come Azana: laicità e anticlericalismo; diritti dei ‘diversi’ invece che delle maggioranze e del nuovo proletariato (precari, immigrati, ceti non protetti); quasi nessun avanzamento della socialità sostanziale; quasi nessun contrasto agli eccessi ipercapitalistici.

A. M. Calderazzi

SPAGNA: Piazze antisistema

E’ presto, forse, per vedere la madrilena Puerta del Sol, nera di giovani, altrettanto insurrezionale quanto le piazze della rivoluzione araba. Anche se Felipe Gonzales, il padre nobile della partitocrazia all’italiana, a lungo capo del governo e dunque massimo bersaglio dell’antipolitica, ha commentato che il fenomeno “sigue la estela” delle rivolte del mondo arabo (così come i Re Magi seguirono la Stella per raggiungere Betlemme). Nel capire e persino elogiare l’ammutinamento cominciato il 15 maggio Felipe fa l’elder statesman. Legittima, o mostra di legittimare, l’ammutinamento: “Dicono che votare non vale niente” “Reclamano una cittadinanza permanente e non solo ‘de voto’. E’ sensazionale che i politici importanti hanno accuratamente evitato di attaccare i manifestanti (a parte Mariano Rajoy. capo dell’opposizione conservatrice, il quale ha borbottato: ”lo facil es criticar a los politicos”). Il presidente Zapatero è stato pieno di rispetto per gli Indignati. Esperanza Aguirre ha additato il significato antisistema degli avvenimenti nelle piazze delle grandi città. Inaki Gubilondo ha deplorato il ‘narcisismo dei partiti” e affermato che dovranno rifondarsi.

E’ presto, dicevamo, per presagire grosse svolte. Non è presto, invece, per constatare che gli Indignati spagnoli hanno precorso in inventiva i coetanei italiani, i quali finora hanno solo trasferito voti dai partiti tradizionali a un partito potenziale, restando ostaggi della malapolitica. I gridi di battaglia spagnoli sono più netti: NO LES VOTES, Un politico vale l’altro, La democrazia deve essere reale e non consistere nelle elezioni.

Finito il franchismo, la Spagna imboccò in spirito d’imitazione la via della combutta all’italiana, vituperevole all’estremo soprattutto in quanto fatta per degenerare in corruzione sistemica. Oggi Puerta del Sol è una rettifica, un inizio di redenzione.

Gli italiani, che nei millenni inventarono tante formule di civiltà, non sono stati all’altezza del loro passato. I nostri giovani non si sono ancora spinti oltre posizioni vagamente trasgressive, mai eticamente superiori alle trasgressioni di Arcore e Montecarlo. Invece i giovani spagnoli sembrano avventurarsi in territori inesplorati, col coraggio che fece grandi gli avventurieri delle conquiste, partiti soprattutto dall’Estremadura. Il territorio della nuova Conquista è, a lume di logica (ma lo affermano implicitamente i rivoltosi), quello della democrazia diretta e non delegata; della politica senza politici di professione e senza partiti e massonerie di potere.

Non è affatto da escludere che il movimento perda slancio, tanto potente è la forza d’inerzia e tanto trepida non può non essere la vocazione rivoluzionaria in un paese che combattè la più aspra e la più nobile delle guerre civili.  E’ acquisita ad ogni modo l’audacia concettuale di rifiutare finalmente l’impostura elettorale. Forse i giovani di Puerta del Sol inventeranno o almeno cercheranno un congegno di democrazia diretta che abbia senso nel XXI  secolo. Forse sarà affine al congegno neo-ateniese e randomcratico che alcuni di noi di “Internauta” proponiamo con convinzione assoluta. Più appare un’ubbia, più futuro ha.

A:M:Calderazzi