CONTRO IL TERRORISMO I SICOFANTI ESIGONO GUERRA VERA, OCCORRENDO WW3

Esistono i maestri, esistono i cattivi maestri, infine esistono i maestri sicofanti o semplicemente ‘dementati’ (quos Deus vult perdere, dementat). Dementato è termine letterario. Come docente universitario, Angelo Panebianco esercita tecnicamente un magistero, si vedrà in quale delle tre categorie. Giorni fa ha apostrofato sul Corriere della Sera la nazione americana, sotto il titolo “Per Obama arriva la scelta più difficile. L’Europa è strategica”. L’ingiunzione: “Devono capire che è nel loro interesse essere coinvolti nella protezione del Vecchio Continente. Un piano lungimirante per contrastare e prevenire le ondate di violenza che partono dal Medio Oriente”.

Gli americani rampognati si attenderanno a giorni dallo Strangelove di via Solferino la proposta di dichiarare guerra “al Medio Oriente”. Invece no, il professore sa bene che non esiste un governo del Medio Oriente cui recapitare la dichiarazione di guerra. Precisa: “Gli europei, una volta acclarata la propria incapacità/impossibilità di cavarsela da soli, devono sperare che alla Casa Bianca torni un Woodrow Wilson, oppure un F.D.Roosevelt. Devono augurarsi cioè che gli Stati Uniti tornino ad essere guidati da qualcuno che sia capace di contrastare le pulsioni isolazioniste del Paese, qualcuno che, senza bisogno di una nuova Pearl Harbor, faccia capire agli americani che è nel loro interesse (come è sempre stato) partecipare alla difesa dell’Europa”. In altre parole, il Nostro invoca il ritorno dei due inventori del bellicismo americano, così caro ai presidenti Washington e Monroe.

Tuttavia non considera, sempre il Nostro, che i due Ur-guerrafondai di cui parliamo avevano una buona ragione per schiacciare le pulsioni isolazioniste (“erano fortissime negli anni che precedettero la Prima e la Seconda guerra mondiale”). La buona ragione era: fondare (Wilson) e ingigantire (Franklin Delano) l’impero planetario dell’America. Oggi i novelli Woodrow e Franklin D. possono solo rimpicciolire e menomare detto impero. L’ultimo tentativo imperiale lo ha fatto G.W.Bush, imitato controvoglia (con i droni che George W non aveva) da Barack Obama. Bush sì pensava con le categorie di Woodrow e Franklin D!

Purtroppo, nell’additare dette categorie al successore di Barack, Panebianco non si è accorto che dalla Corea in poi gli USA hanno non-vinto, oppure perso, tutte le loro guerre e Strafexpeditionen: 65 anni di smacchi. Le imprese del Pentagono si sono rivelate così costose, per dimensioni elefantiache per efficienza lillipuziana, che l’apparato militare più bulimico del mondo non può più permettersele. Il Califfato, il Kurdistan o Israele sì possono.

Dopo l’emorragia cerebrale che il 12 aprile 1945 a Warm Springs, West Georgia, uccise Roosevelt l’innamorato della pace, nessun demiurgo ha più fatto guerrieri gli americani nella misura che riuscì al mite Franklin D. Nessuno ci è più riuscito perchè nessuno è stato altrettanto imperialista quanto il presidente delle Quattro libertà.

Incalza il prof.Panebianco: “Sostituire i soldati sul campo coll’arma aerea è una tipica e tragica furbizia delle democrazie quando troppi soldati tornano dentro le bare”. E chi potrebbe dargli torto? L’America pusillanime, anzi panciafichista, dia in appalto a Panebianco (o al suo collega Dr.Strangelove) di soffocare negli statunitensi l’avversione alle bare di ritorno; così i Dipartimenti di Stato e della Difesa potranno muovere guerra sia ‘al Medio Oriente’ , sia a scacchieri e a continenti eventualmente suoi amici. Muovere guerra, e verosimilmente perderla. Come nei due Vietnam, per esempio, dove l’insuccesso catastrofico costò solo il 50% scarso in più che tutte le bombe sganciate nella WW2 sul globo.

In proposito Panebianco si rilegga le desolate considerazioni di Arthur M.Schlesinger sulle sciagure portate agli Stati Uniti dall’universalismo guerriero di Wilson, più ancora da quello di F.D.Roosevelt, tra tutti i guerrafondai il più estremo. Nel precedente articolo, Internauta aveva pubblicato i bui presagi di Schlesinger.

Porfirio

GLI AMARI PRESAGI DI A.M.SCHLESINGER JR SUI DESTINI DELL’AMERICA

“Prima che il mio mandato alla Casa Bianca finisca, dovremo fare nuove prove per dimostrare se una nazione organizzata e governata come la nostra potrà durare. Il risultato non è affatto certo”.

John Fitzgerald Kennedy disse queste parole piene di fato nel 1961; e Arthur M. Schlesinger Jr le mise a epigrafe della propria intensa opera “The crisis of confidence -Ideas, power and violence in America” (1967). Questo Schlesinger, figlio di un altro Arthur M. che insegnava storia a Harvard, fu uno dei grandi nomi dell’Amministrazione Kennedy, astro del ‘circolo degli Scipioni’ che attorniava il presidente. Successore nella cattedra del padre a Harvard, consigliere speciale del presidente Kennedy, influenzò la temperie culturale della Nuova Frontiera più o meno come Paolo Diacono monaco longobardo segnò un po’ il regno di Carlo Magno. Qui vogliamo evocare alcuni pensieri di Schlesinger Jr, tratti dall’ edizione italiana (Rizzoli), per mostrare come un intellettuale di vertice presentiva mezzo secolo fa il degenerare delle prospettive anche spirituali dell’America, l’antica ‘fidanzata del mondo’.

“Siamo molto meno ottimisti riguardo a noi e al nostro futuro. Sembra che ormai gli eventi sfuggano al nostro controllo, che non possiamo più difenderci dal corso ineluttabile della storia. Cè motivo di credere che il pessimismo sia radicato come non mai. Le nostre città sono travagliate e in rivolta, c’è una crescente sfiducia e amarezza da parte delle minoranze, c’è un disfacimento dei legami di urbanità sociale, c’è una violenza contagiosa, c’è un moltiplicarsi del fanatismo di destra e di sinistra, c’è la generale tendenza, specie tra gli intellettuali, i giovani e i neri, a ripudiare l’assetto del paese. In cinque anni abbiamo avuto l’assassinio di tre uomini (John e Robert Kennedy, M.Luther King) che con la forza trascinante dei loro ideali avrebbero potuto tenere unita la nazione.

“All’estero l’America suscita sempre maggiore scetticismo e antipatia, i suoi intenti sono fraintesi e calunniati, i suoi sforzi inutili. Il fatto che mezzo milione di soldati americani, coadiuvati da un milione di soldati alleati, impiegando i mezzi della più moderna tecnologia militare, non sono riusciti a sconfiggere poche migliaia di guerriglieri in pigiama nero ha scosso la nostra fiducia nella potenza dell’America. E le devastazioni che abbiamo compiuto nel perseguire fini da noi ritenuti nobili ha scosso la nostra fiducia nella rettitudine americana. E’ giunto il momento di riesaminare le istituzioni e i valori del nostro paese. I Padri Fondatori concepivano gli Stati Uniti non come un risultato compiuto, ma come un esperimento. Sarà il popolo a rispondere all’interrogativo che si poneva John F.Kennedy quando si chiedeva se una nazione come la nostra potrà durare.

“Alla maggioranza dell’umanità dobbiamo sembrare un popolo orribile, visto che non abbiamo fatto nulla per impedire che l’omicidio divenisse un’importante tecnica di politica interna. Visto che abbiamo assalito un piccolo paese all’altro capo del mondo con una guerra assolutamente sproporzionata ai fini della sicurezza e dell’interesse nazionali. Ma soprattutto visto che le atrocità che commettiamo non hanno scalfito la nostra prosopopea ufficiale, la nostra sicumera di infallibilità morale. Lo zelo con cui ci siamo lanciati in una guerra irrazionale fa pensare che profonde spinte di odio e di violenza improntino tutta la nostra politica estera.

“Non c’è niente di più scoraggiante del vedere che alcuni intellettuali rifiutano gli strumenti della ragione, anzi cominciano essi stessi ad aggredirla. Stanno intensificando l’assalto alla civiltà, affrettano la disgregazione in atto nella società americana. Cosa ha spinto gli intellettuali a rivoltarsi contro la ragione? Buona parte della colpa è da attribuirsi alla guerra nel Vietnam, una guerra che ha indotto il nostro governo a seguire una linea di spaventosa e insensata distruzione. Ma la causa va oltre il Vietnam. Fa presentire una più vasta assurdità, persino una vera malvagità della nostra società ufficiale. Ad alcuni appare addirittura come il risultato fatale di un’irrimediabile corruzione del sistema americano.

“Non posso condividere la convinzione che ci fosse qualcosa di ineluttabile nella guerra nel Vietnam, che la natura della società americana avrebbe costretto qualunque governante a seguire la stessa linea folle. Si capisce però come le contraddizioni della nostra società possano pesare tanto sulle persone sensibili. Hanno prodotto un’ondata di disperazione sulla democrazia. Da quando abbiamo cominciato a bombardare il Nord Vietnam (febbraio 1965) il nostro governo è stato insensibile alle critiche più ponderate. Ha cominciato a farsi strada l’opinione che il sistema stesso della democrazia sia impotente nel nuovo assetto segnato dall’industrialismo economico, militare e intellettuale.

Cresce la convinzione che le politiche di partito siano solo una facciata e una finzione, si rafforza il cinismo nei riguardi delle istituzioni democratiche. Alla fine il senso d’impotenza della democrazia ha dato vita a un credo che si oppone in modo sistematico e violento alla democrazia stessa.

“Con il discorso al paese sul Vietnam, il 31 marzo 1968, il presidente Johnson ha fatto qualcosa di più che fermare l’escalation militare, intensificare i tentativi di negoziato e rinunciare alla rielezione. Ha annunciato il fallimento di una politica, forse anche la fine di un’epoca. La follia del Vietnam, se adeguatamente compresa, forse può salvarci da follie future. Con l’universalismo che ci ha portati nel Vietnam si è andato formando un gruppo di potere insolito per la società americana: una classe di militari interessati a termini di legge a istituzionalizzare e ampliare indefinitamente le politiche di interventi nel mondo intero. Con questa classe guerriera sono nate nuove forme di imperialismo. E’ qui certamente che va cercato uno dei moventi principali della nostra tendenza imperiale: l’incessante pressione dei militari di professione. Il blocco guerriero domanda costantemente più denaro, armamenti sempre più avanzati, sempre più impegni e interventi bellici. “La storia e le nostre conquiste -disse il presidente Johnson il 12 febbraio 1965- hanno imposto a noi la principale responsabilità di proteggere la libertà su tutta la terra”.

“Questo messianismo ci ha fatto perdere il senso dei rapporti tra mezzi e fini. Non penso che il nostro impegno originario nel Vietnam fosse di per sé immorale. Immorale è stato l’impiego di mezzi distruttivi assolutamente sproporzionati a fini razionali.

Il peso totale delle bombe sganciate sui due Vietnam era nell’ottobre 1968 di 2.948.O57 tonnellate. Il peso totale delle bombe sganciate durante la seconda guerra mondiale, sia nel teatro europeo sia in quello del Pacifico è stato di 2.057.244 tonnellate.

“Liberandoci dalle pastoie militariste della nostra politica estera, possiamo cominciare ad opporci. Solo riducendo la nostra presenza militare nel mondo potremo restaurare la nostra influenza. L’esperienza del Vietnam ha mostrato anche che non possiamo condurre due crociate simultanee: gestire una guerra anche piccola contro un paese sottosviluppato e contemporaneamente far fronte ai problemi interni degli USA. La politica di impegno totale nel mondo è incompatibile con la ricostruzione sociale in patria. In futuro il mondo terrà conto dell’America non per la sua forza militare, quanto per la capacità di sanare le divisioni interne e di realizzare le possibilità della società elettronica.

“Quanto alla Vecchia Politica, essa è un mito tenuto in vita dai politici professionisti che sono personalmente interessati a preservarla, e dai giornalisti che passano la maggior parte del loro tempo a intervistare i politici professionisti”.

Profirio

UNA PIETRA SULL’AGENTE ORANGE?

Il Vietnam tra Stati Uniti e Cina

Agosto è mese di molteplici anniversari, per lo più riguardanti misfatti e catastrofi del “socialismo realizzato”, ovvero del defunto mondo comunista. Siamo arrivati al cinquantenario del Muro di Berlino, innalzato per troncare le fughe in massa dalla Repubblica democratica tedesca e perciò oggetto di facili irrisioni da parte dei vignettisti, tipo “stiamo edificando il socialismo, mattone dopo mattone”. Sono appena trascorsi, poi, 43 anni dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia, colpevole di tentata transizione ad un “socialismo dal volto umano”. E 23 anni più tardi quello dal volto non umanizzato scontava i suoi peccati con il crollo dell’URSS in seguito ad un altro tentativo riformista avviato da Michail Gorbaciov.

Va d’altronde annotato che il conseguente trionfo paneuropeo della controparte democratica e più o meno capitalista stenta a produrre frutti incondizionatamente apprezzabili nelle vaste terre già dominate direttamente o indirettamente dal Cremlino. Persino nell’ex RDT, ricongiuntasi all’altra Germania per condividere libertà e prosperità, non pochi tuttora rimpiangono (sarebbe la cosiddetta Ostalgie) il regime che si proteggeva sparando su quanti cercavano di scavalcare il Muro. E che, per la verità, si consolidò via via anche con opere più creative, trasformando la Germania-est in una sorta di vetrina del “campo socialista”.

Le suddette ricorrenze di piena estate non devono comunque indurre ad dimenticarne o ignorarne altre riguardanti invece le magagne dei trionfatori del 1989-1991. Un trionfo che, come si sa, avvenne soprattutto se non esclusivamente in Europa. Quanto all’Asia, oggi si parla spesso del Vietnam, che si riunificò ben prima della Germania e ben diversamente da essa, ossia con l’annessione della sua parte meridionale a quella settentrionale sotto regime comunista, al termine di una lunga guerra, diciamo pure di popolo, con gli Stati Uniti, uscitine perdenti nonostante la dovizia di mezzi di ogni genere impiegati per vincerla.

Tuttora ufficialmente comunista come la Cina, il Vietnam vanta una crescita economica poco meno strabiliante di quella del grande vicino e difesa efficacemente, sinora, dai contraccolpi della crisi planetaria degli ultimi anni. Il paese è ancora relativamente povero, ma la sua popolazione, un po’ più numerosa e molto più giovane di quella tedesca, sembra dotata anche in tempo di pace di energie e risorse non inferiori a quelle esibite in tempo di guerra, che consentirono tra l’altro di respingere con successo anche un violento attacco cinese dopo le vittorie militari sulla Francia e sugli Stati Uniti. Il regime non disdegna periodiche repressioni del dissenso e tende a scansare riforme troppo audaci, ma ha largamente aperto al mercato e all’iniziativa privata, al turismo e agli investimenti stranieri e, in politica estera, fa della pace e dell’amicizia con tutti, o quasi, una propria bandiera.

Anche nel cuore della vecchia Indocina francese si registra però un infausto cinquantenario. L’11 agosto 1961, infatti, l’aviazione americana cominciò ad inondare le campagne del Vietnam meridionale con l’agente Orange, un composto tossico destinato a sfoltire le foreste in cui si muovevano a loro agio i guerriglieri vietcong, tenendo in scacco anche i marines meglio addestrati, e a distruggere i raccolti che alimentavano combattenti e popolazione civile. L’Orange contiene diossina, di una varietà una cui dose di soli 80 grammi, dispersa nell’acqua potabile, basterebbe a rendere disabitata New York. Secondo dati del Pentagono, su di un’area di 2,6 milioni di ettari, pari ad un decimo del territorio sud-vietnamita, sono stati riversati a più riprese, tra il 1961 e il 1971, 170 chili di diossina; addirittura 400, invece, secondo un gruppo di ricercatori privati sempre americani.

Vittime potenziali dell’operazione (inutile, come si è visto, ai fini militari perseguiti) sono stati 4,8 milioni di abitanti di 20 mila villaggi. Di fatto, sarebbero state colpite direttamente o indirettamente, secondo la Croce rossa vietnamita, almeno un milione di persone, tra decessi, patologie di elevata gravità e malformazioni alla nascita (handicap fisici e mentali, carenza o eccesso di organi, lesioni irreversibili al sistema nervoso, ecc.). Il tutto protratto nel tempo e tuttora in corso, in quanto la diossina in questione, sostanza a lentissima degradazione, una volta inquinato l’ambiente fino ad integrarsi nella catena alimentare e a penetrare nel latte materno, continua a produrre i suoi effetti per decenni. Ammontano a circa 150 mila, oggi, i bambini e adolescenti vietnamiti gravemente menomati che sopravvivono grazie ad una costosa assistenza; e la cifra non sembra destinata a calare.

Non è il caso di parlare di genocidio? Se la parola può suonare grossa, negli ultimi tempi è stata spesa, sempre più spesso, anche per misfatti di dimensioni assai minori e di molto minore durata. Che si tratti quanto meno di crimine contro l’umanità, categoria cui gli esperti assegnano una gravità inferiore, pare difficile negare. Come tale, tuttavia, l’operazione Orange non è stata ancora classificata nelle sedi competenti a tutti i possibili effetti. Il governo americano non la smentisce e anzi fornisce dati già di per sé eloquenti benché forse riduttivi. La linea ufficiale di Washington, inalterata anche quando vittime di sostanze che dovrebbero essere bandite sono stati, secondo ogni apparenza, militari americani (nello stesso Vietnam come più di recente in Irak, Afghanistan ed ex-Jugoslavia), è però che il rapporto di causa ed effetto tra il contatto con diossina o uranio impoverito o altro ancora e certi decessi o danni fisici e mentali non sia sufficientemente provato.

Neppure da Obama, verosimilmente, ci si potrà aspettare almeno la presentazione di scuse ancorché tardive. Può invece sorprendere, piuttosto, che un gesto del genere non sia stato preteso da parte vietnamita, né al tempo dei negoziati di pace con Nixon e Kissinger né in questi ultimi anni, che hanno visto uno straordinario sviluppo dei rapporti tra i due paesi in tutti i campi; si è parlato persino di idillio e luna di miele. Sta di fatto che dopo la normalizzazione diplomatica proclamata da Bill Clinton nel 1995 Hanoi ha calorosamente accolto anche il suo successore Bush alla fine del 2006 e adesso i due ex nemici hanno effettuato manovre militari congiunte. Gli Stati Uniti sono al primo posto nelle esportazioni vietnamite (con oltre un quinto del totale) e negli investimenti diretti, e un recente accordo prevede che collaborino alla costruzione di 13 centrali nucleari.

Nel 2009 il Vietnam è stato visitato da 400 mila americani, compresi moltissimi veterani non privi di nostalgia, in un clima di amicizia turbato a tratti da qualche screzio in materia di diritti umani. Non però, a quanto sembra, dai tentativi sinora vani di un associazione di famiglie vietnamite di ottenere indennizzi per i guasti provocati dall’”erba americana” chiamando in causa una trentina di aziende USA produttrici dei relativi veleni con in testa due colossi come Monsanto e Dow Chemical. Queste hanno declinato ogni responsabilità sostenendo che per loro l’Orange era soltanto un defogliante, e due successive sentenze di tribunali americani hanno respinto la citazione in giudizio.

Il governo di Hanoi, per quanto si sappia, si è tenuto al di fuori della questione non meno di quello di Washington, dando l’impressione di voler mettere una pietra sul passato in nome di preminenti interessi economico-finanziari e, probabilmente ancor più, strategici. Il Vietnam, infatti, risente sempre più la crescente potenza di una Cina già minacciosa e aggressiva quando la comunanza politico-ideologica era molto più marcata e rilevante di adesso, tanto più che non mancano contese territoriali tra i due paesi. Con Pechino Hanoi si sforza di mantenere rapporti amichevoli, ma ad ogni buon conto si cautela coltivando alacremente anche quelli con l’altra grande vicina, l’India, oltre agli Stati Uniti.

Tutto normale, se vogliamo, e ben comprensibile. E’ altrettanto chiaro, però, che in un’era come l’attuale, ormai costellata da pesanti interventi armati in ogni parte del globo ufficialmente giustificati da finalità umanitarie, diventa inconcepibile passare sotto silenzio, e così in qualche modo legittimare, operazioni qualificabili come crimini contro l’umanità, da chiunque commessi, quanto meno allo scopo di scongiurarne il ripetersi in futuro.

Può darsi che un ulteriore indebolimento della cosiddetta superpotenza americana favorisca qualche soluzione del caso specifico di Orange. Oppure, che l’indebolimento complessivo dell’Occidente, principale se non esclusivo paladino di vere o presunte cause umanitarie, risolva il problema in generale nel senso di spazzare via solo ogni ipocrisia. Ci si deve invece augurare qualcosa di più e di meglio: che la comunità internazionale cresca davvero in quanto tale e riesca ad organizzarsi per perseguire in modo sistematico finalità indiscutibilmente nobili in linea di principio senza discriminazioni e senza guardare in faccia a nessuno. Sarà un’utopia, ma l’unica alternativa è quella minimalista della legge della giungla.

F.S.

BELLICISMO U.S.A. FA BUON SANGUE

Con tutta la serietà d’approccio imposta dall’argomento guerra, come non trovare comico lo sdegno degli americani bellicosi di fronte ai tentativi di mitigare il parossismo della loro spesa militare, la più mastodontica e bassa di rendimento della storia? Ha cominciato il segretario uscente della Difesa, Robert Gates, con una confessione elegiaca,  struggente di nostalgia: “Tutta la mia vita adulta l’ho vissuta quando gli Stati Uniti erano la superpotenza che non badava a spese per restare superpotenza. Non aveva bisogno di contare i soldi, l’economia era così forte. Una delle ragioni per cui mi ritiro da capo del Pentagono è che non ammetto di appartenere a una nazione, a un governo che è costretto a ridurre l’impegno verso il resto del mondo”.

Il mondo non tenti di rassicurare Robert Gates bisbigliandogli che non metterà alla gogna gli USA, né li trascinerà in tribunale, se ridurranno alquanto il bilancio del Pentagono. Gates è inconsolabile: “Nel Congresso non c’è consenso sul nostro ruolo planetario.  L’America sta mollando la presa”.

Alcune settimane fa il grado massimo delle forze armate, Mullen, ammiraglio salvo errore. aveva ammonito che l’America, con tutta la sua onnipotenza militare, rischia la rovina se la Cina esigesse da essa la restituzione sull’unghia dei prestiti. Che visione da pezzenti, ha replicato con un articolo Lawrence F. Kaplan, falco tra i falchi per i quali non bisogna parlare di soldi: “Tutto si può discutere circa il da farsi in Afghanistan; non se ci sono i fondi. Il problema non è la minaccia alla prosperità, ma la minaccia alla sicurezza. Non è la guerra che sta facendo affondare il bilancio di Washington. E’ veramente strana la domanda ‘quanto arriveremo a spendere?’,  domanda che dopo il Vietnam sembrava bandita dal nostro lessico strategico-militare”.

Kaplan trova assurdo che si pensi di risolvere la crisi debitoria nazionale tagliando dal bilancio del Pentagono i 107 miliardi previsti per l’Afghanistan l’anno prossimo. Assurdo perchè l’Afghanistan, al limite, potrebbe provocare la bancarotta strategica, non quella finanziaria.  Che sono 1O7 miliardi di dollari  rispetto a una spesa federale totale di 3.7 trilioni? “.

Già, che sono? Kaplan non ha peli sulla lingua: “Mentre si spendono 100 o 107 miliardi  per  gli uomini  e le donne che combattono nell’Afghanistan, si destina il ventuplo a favore dei citizen-spectators , gli americani che stanno a guardare”. Che  schifo, trecento e più milioni di panepersi che competono con i soldati e le soldatesse: e per cosa competono? Kaplan fa l’elenco delle destinazioni indebite: “Medicare, Social Security, Medicaid and other varieties of  domestic spending”.  S’era mai vista un’aberrazione simile, anteporre il domestic spending? Per Kaplan, gli americani non meritano la parentela con Marte, dio della guerra.

Peccato che la maggior parte del pianeta pensi l’opposto di L.F.Kaplan in materia di destinazione della ricchezza. Ha scritto il quotidiano talebano ‘Corriere della Sera’: “Nell’America degli ultimi si vive meno a lungo di ieri. Prima della classe in armamenti, progressi scientifici e libertà individuali;  ultima, tra le democrazie occidentali, nel campo della salute. In una vasta area degli Stati Uniti l’aspettativa di vita è diminuita: soprattutto tra le donne, che fumano di più e tendono all’obesità. 46 milioni di americani non hanno assicurazione medica”.

Niente storie, taglia corto Kaplan: “Si vuole fare la guerra risparmiando, ma questo va a detrimento dell’efficacia strategica. Tutti vogliono il dividendo della pace. Ma non siamo in pace. Chi vuole tagliare il costo della guerra rischia di disfare tutto ciò che le operazioni belliche hanno conseguito”.

E voi cretini pensavate che gli Achilli e gli Aiaci yankee avessero conseguito quasi niente, per quello che hanno distrutto e ucciso, magari a titolo di collateral damage ! Che la macchina bellica statunitense si sia confermata una delle meno efficienti della storia, per quello che esige! Che mai il Pentagono saprebbe conquistare l’Etiopia, anzi l’Albania, come bene o male riuscì a Quello lì da Predappio!

Porfirio

NON DAR DISPIACERI AL DOTT. VENTURINI

Accanirsi a difendere l’impresa nell’Afghanistan (=contro gli afghani) lo fanno in parecchi; ma solo l’argomentazione di Franco Venturini de “Il Corriere” è esilarante. L’ultima volta che un militare con le stellette è saltato su un ordigno esplosivo, il Nostro ha spiegato perché dobbiamo restare: “ Ancora una volta suona per noi l’ora del cordoglio, ma l’Italia non deve anticipare per conto proprio la exit strategy”. Perché non deve? “Se vuole tutelare i suoi interessi”.

Ulteriore spiegazione: “Il consenso popolare non è stato concesso a chi combatte i talebani. La guerra sembra avviata verso un’afghanizzazione della sicurezza sul terreno che fa certo comodo ai governi occidentali ma che, anche senza evocare il Vietnam, suona come una previsione di sconfitta con annesso meccanismo salva-faccia. Allora, cosa ci facciamo laggiù? Ecco: La guerra, proprio perché va male, è diventata un test per disegnare le gerarchie internazionali. Un ritiro unilaterale ci declasserebbe nel mondo, e avrebbe anche conseguenze sulla nostra economia”.

Da chi saremmo declassati, se non dai bellicisti che ragionano come Venturini, ossia come ragionavano Salandra e Sonnino nel 1915, Benito Mussolini nel 1940: tutti bisognosi di un tot di morti da contabilizzare nei negoziati della vittoria? Venturini ci vuole ai piani alti della ‘gerarchia internazionale’; in pratica, ci vuole azionisti (purtroppo di minoranza) dell’egemonia sul pianeta. Forse traballa il ‘rapporto speciale’ Londra-Washington, l’Urbe si tenga pronta.

Non altrettanto chiaro è quali conseguenze teme il Nostro sull’economia nazionale, a parte le commesse militari che Dick Cheney riuscirebbe a far togliere alle nostre industrie belliche. Senza dubbio la fine dell’impresa afghana deprimerebbe il Pil. Ma che altra disdetta? Scemerebbe il pret-à-porter? Rimini perderebbe pedalò? La vendetta di Petreus estrometterebbe Sergio Marchionne dalla Chrysler? Dr.Venturini non ci tenga in ansia!

Poi, il 2 agosto, i Paesi Bassi confermano il ritiro delle loro forze. E Venturini: .

Chissà quanto saliremmo nella gerarchia se, richiamando venti classi di leva, mandassimo a Petreus alcuni milioni di baionette! Ma Venturini non chiede tanto. Basta restare lì quanti siamo che al vertice di Yalta saremo invitati.

Riassumendo.

1) L’Olanda fa come fa perché non è una potenza come la Repubblica bipartisan di Parisi e La Russa. Ma, avesse l’orgoglio e l’ambizione di carriera della detta Repubblica, che le prometterebbe Venturini? Il recupero dell’impero indonesiano? Il ritorno a quando l’ammiraglio Marteen Harpetszoon Tromp sconfiggeva la Royal Navy? Il primato seicentesco nelle nature morte?

2) Se con noi la Nato “si facesse sentire”, quale sarebbe la nostra espiazione? L’Isaf, scornata in Afghanistan, piomberebbe tremenda sulle nostre città d’arte, così belle e fragili? Faremmo la fine dei corpi d’armata di Tblisi, o saremmo solo asserviti come l’Inguscezia? Il rating di Moody’s scenderebbe a tripla Z?

3) Infine. Cedessero Berlusconi e Frattini alla tentazione di fare come la nanopotenza batava, è chiaro che per Venturini l’ultima trincea del rango gerarchico sarebbe difesa dai finiani, dall’Udc, più ancora da D’Alema, Rosy Bindi e Vendola. Gli ultimi tre hanno saputo coniugare gli ideali di sinistra e il rimpianto di quando Roma ‘debellava superbos’. Basta piagnistei pacifisti, sosteniamo i bilanci dell’Alenia.

A.M.C.