LA SELF-DEGRADAZIONE DI SERGIO ROMANO

Spieghiamo più avanti perché Dante Alighieri prenderà male la risposta di Sergio Romano alla lettrice Nucci Ferrari. Aveva scritto, la signora: “Fa specie leggere dove e come ha scelto di vivere papa Francesco. Il nostro presidente, al confronto, vive come e più di un nababbo tra tappeti, arazzi, broccati. Ma perché? E quanto ci costa? Non potrebbe andare a stare in un alloggio meno sfarzoso, sia pure di rappresentanza? Così il Quirinale, invece di costare, renderebbe se fosse tutto visitabile da turisti a pagamento e senza le restrizioni per la sicurezza”.

L’ex ambasciatore S.R. ha aperto la sua replica con un’altera, severa riprovazione sia del grido di dolore della signora, sia del fatto che non pochi gli stanno scrivendo nello stesso senso (“abbiamo ricevuto lettere molto  somiglianti: fenomeno spesso dovuto ai virus mediatici che circolano sempre più frequentemente sulla rete”). Romano scandisce così l’assioma ‘è bene che il Quirinale resti il palazzo della Nazione’: è il luogo in cui il presidente dovrà svolgere le sue funzioni. “Lì sono gli uffici del segretariato generale. Lì riceve il presidente del Consiglio, i ministri, i parlamentari, gli ambasciatori, i capi di Stato e di governo stranieri, le associazioni, le scolaresche, le persone che gli permettono di restare quotidianamente in contatto coll’intero paese. Qui soprattutto tiene le consultazioni e conferisce l’incarico per la formazione del governo”.

E’ evidente, riconosciamo noi, che la vita si fermerebbe se i ricevimenti e i conferimenti si svolgessero in un luogo meno fastoso. Inoltre, ricorda Romano, “dovrebbe renderci orgogliosi il fatto che pochi altri palazzi contengono tra le loro mura pezzi così importanti di storia italiana. Che sia tuttora usato per fini istituzionali mi sembra uno straordinario simbolo di unità nazionale.” In effetti, chi potrebbe negare il debito che l’unità nazionale deve a papa Gregorio XIII, che nel 1574 ordinò di costruire il Quirinale? E’ a lui che si ispirò Pio IX quando, il 20 settembre 1870, offrì spontaneamente Roma al nostro Regno.

Tutto ciò premesso, non è facile trovare tante odiosità compresse nel piccolo spazio della risposta a Nucci. Sergio Romano era un’icona, il Primus tra i commentatori italiani. Lo era per essere stato storico di valore, benché ambasciatore. Con questo articoletto buttato giù distrattamente egli ha fatto la ‘gran  rinuncia’, come Celestino V. Da  papa degli opinionisti si è ridotto a poco più che  quirinalista, per di più diplomatico in pensione. Cos’altro pensare della sua pretesa che una Repubblica nata quasi partigiana mantenga in uso la reggia forse più costosa al mondo, perché l’Inquilino possa ricevere? Che obbligo ha un Paese di media categoria di dedicare ai ricevimenti 230 milioni l’anno, pagando tanti ciambellani, corazzieri, palafrenieri e lacché?

Nicola Petrovic-Niegos faceva il re del Montenegro in una villetta a Cettigne che disgusterebbe uno dei molti maggiordomi del Quirinale. Re Nicola, scarpa grossa e cervello fino, si intendeva di grande mondanità: sposò una figlia a un sovrano sabaudo di antica stirpe, un’altra al più importante dei granduchi di tutte le Russie. La reggia montenegrina era modesta perché il regno era modesto. Perché ospitare i nostri presidenti, non di rado mezze calzette, a livelli tanto superiori a quelli della Casa Bianca? La Bundesrepublik non avrebbe i mezzi per ‘Guardie del Presidente’ vestite come nei film? Una delle categorie festeggiate al Quirinale -gli ambasciatori, spesso autentiche nullità, avanzi di quando non esistevano i telefoni e gli SMS- meritano così pochi riguardi che un salone di prefettura basterebbe. Anche uno spazio da eventi promozionali.

Abbiamo visto che Romano ha tirato in ballo la storia: abitarono la reggia i papi e i Savoia; che lo facciano i Primi Cittadini “mi sembra uno straordinario simbolo di continuità nazionale”. In effetti, chi si sogna di negare il debito che l’Unità deve a papa Gregorio XIII, che nel 1574 ordinò la costruzione della Reggia? A Gregorio si ispirò Pio IX il 20 settembre 1870, quando donò spontaneamente Roma al Regno che unificava la Penisola.

Venendo da un ciambellano, da una guida  turistica o da un insegnante precario di educazione civica, il richiamo all’unità nazionale potrebbe passare. Invece uno storico non dovrebbe sorvolare sulle indegnità che furono la realtà del Papato quando eresse il Palazzo sui giardini dell’ascetico cardinale Ippolito d’Este, figlio di Lucrezia Borgia, ancora più ascetica.  Se la Reggia è così sproporzionata all’odierna nazione italiana è in quanto nacque per le estati di sovrani planetari, i quali pagavano il fasto col denaro ‘di Cristo’, cioè rubato ai poveri. Uno storico non ha il diritto di tacere sul disonore fatto marmi, broccati, arazzi e saloni da pontefici tra i peggiori in assoluto.  La continuità di cui Romano si compiace è continuità di vergogna. Il primo ad aborrire il fasto pontificio è certo papa Francesco, fortunatamente impedito dai bersaglieri di Porta Pia di villeggiare al Quirinale.

Come non concludere che il maggiore tra i commentatori ha deciso di autodegradarsi come Pietro da Morrone, quindi di meritare, oltre che il biasimo di Dante, quello dei lettori? Sergio Romano era il più prestigioso tra i commentatori italiani. Col sullodato articoletto ha fatto la gran rinuncia come Celestino V (questo spiega il biasimo dantesco). Da essere il principe degli opinionisti si è ridotto a poco più che un quirinalista. Cos’altro pensare della sua arringa, dovere una repubblica nata quasi partigiana mantenere in esercizio una reggia forse la più costosa al mondo, perché l’Inquilino possa ricevere in spocchia? Che obbligo ha un Paese di categoria intermedia di dedicare ai ricevimenti 230 milioni l’anno, pagando qualche migliaia di dipendenti?

P.S.-Romano sa che errare humanum, perseverare autem diabolicum (a proposito del Diavolo, il Nostro potrebbe non sapere che “Testiculo del Anticristo” fu uno degli epiteti in castigliano del dibattito teologico tra Elipando arcivescovo di Toledo (+ 805) e Beato de Liébana, abate e consigliere della regina (visigota?) Adosinda. Eppure Romano persevera. Un Fabrizio Perrone Capano gli aveva scritto che se non si comprano gli F35 “tanto vale chiedere la soppressione delle Forze Armate”. A noi il suggerimento sembra utile. Ma l’ambasciatore non cade nella trappola retorica. Risponde che “uno Stato debole e inerme corre il rischio di essere aggredito e ricattato. Le armi restano l’ultima ratio regum .L’influenza di uno Stato dipende ancora dalla sua capacità di buttare sul tavolo la propria forza militare. Ne abbiamo avuto la prova in Somalia, Kosovo, Afghanistan, Libano. L’invio di un corpo militare è il biglietto d’ingresso che l’Italia ha pagato per sedersi al tavolo della diplomazia” (per la verità aggiunge che i risultati raggiunti sono stati modesti ” se non addirittura insignificanti”. Conclude con involontaria, irresistibile comicità: nessun paese che abbia un benché minimo orgoglio può restare indifferente “di fronte alla possibilità che una soluzione politica venga presa a sua insaputa“.

Se aggiungiamo un ultimo pensiero di Romano (“Le cravatte italiane sono le più belle del mondo. Dovremo distruggere noi stessi (per imitare i trasandati Grandi senza cravatta del vertice nell’Ulster) questo primato della moda italiana?”) .abbiamo gli elementi a) per riconoscere in lui un diplomatico di razza b) per ipotizzare la rinuncia  alla diplomazia, punto e basta.

Porfirio

REO SUBITO chi non chiuderà e non venderà la Reggia

“Un giorno sarà reato da impeachment non chiudere e non vendere il Quirinale” intitolavamo giorni fa. Sbagliavamo. Non ‘un giorno’ bensì ‘oggi’ è il reato, persino più grave di quel che credevamo. Abbiamo appena appreso che il numero delle sale e saloni della Reggia è controverso: “c’è chi ne calcola 800 e chi quasi 2000, considerando le adiacenze e dipendenze e trascurando una chiesa e qualche cappella”.

La superficie coperta è dichiarata di 180.000 metri quadrati: ci vivrebbero 2000 famiglie medie (in realtà il quintuplo, o più, se si soppalcasse). I giardini papali/reali misurano 4 ettari “dai quali si domina la città eterna, ornati di statue antiche, piante rare e arricchiti perfino da una fontana musicale”. Insomma, uno dei misfatti più grossi del papato cinquecentesco, operati da pontefici praticamente tutti finiti all’Inferno.

Il giornalista di corte Marzio Breda, nell’introdurre con orgoglio due intere paginate del ‘Corriere’ sulla nostra Versailles, segnala con signorile distacco che “al Quirinale c’è troppo poca intimità; troppo affollata la corte di persone che ti si muove intorno, ricorda Mario Segni, che ci veniva a trovare il padre Antonio, capo dello Stato”.

La Reggia dei papi nemici di Cristo richiede 1720 dipendenti: personale militare e forze di polizia distaccate, 819; personale comandato e a contratto, 102. Personale di ruolo,799. I costi, sempre secondo le due pagine apoteotiche del ‘Corriere’, 243,6 milioni (bilancio di previsione 2013), di cui: per il personale in servizio 53,8%, per pensioni 37,1%, per beni e servizi 9,1%.

Inorgogliamoci un po’ di più: il Reggimento dei Corazzieri -così utili anzi imprescindibili- esige altezza minima 1,90 e la perfezione nel cavalcare i destrieri, “nonché le moto Guzzi California”. Infine, ora sappiamo che Enrico De Nicola, primo inquilino della Reggia, era insignito di 2 onorificenze, Antonio Segni di 10, Cossiga di 35, Napolitano di 13. E’ evidente che sulla distanza l’istituzione quirinalizia va rafforzandosi, al contempo virando verso rinunce spiccatamente penitenziali.

Dunque 180.000 mq. L’intero Campidoglio di Washington, sede delle due Camere del Congresso, non va oltre 56.000 mq,: roba da edilizia proletaria rispetto al palazzo dei 30 papi, 4 re sabaudi e 12 presidenti della repubblica più di tutte le altre voluta e presieduta da compagni di lotta dei lavoratori. Peggio: “in confronto al Quirinale, la Casa Bianca è una casetta di campagna” (Francesco Merlo, di ‘Repubblica’. Comincia a guadagnarsi meriti, F.Merlo). Sulla facciata della Casa Bianca si contano due dozzine di finestre; quante centinaia su quella della reggia dei papi, che per costruirla affamarono i poveri?

Parliamo fuori dei denti. C’è qualcuno che, con metà dei giovani senza lavoro, un milione di persone che nel 2012 non ha ricevuto alcun  reddito e il dramma dei suicidii, non veda l’infamia di tenere aperta per vanagloria una Versailles che costa oltre dieci volte il giusto e dove papa Francesco si vergognerebbe di entrare? Per una sede più piccola, più consonA ai tempi che viviamo, dovrebbero bastare 150 ciambellani e lacché, non 1720. Gli stipendi e i vitalizi di questi pochi risulterebbero, come sono, spregevolmente alti. Andrebbero miniaturizzati, previa cancellazione generale dei ‘diritti acquisiti’ che valgano più di duemila euro al mese.

Papa Bergoglio ha tolto 25 mila euro annui a ciascuno dei cardinali preposti allo IOR. Noi invece paramarxisti e simili ci teniamo la Versailles del colle più alto. Luigi XVI e Maria Antonietta che si ostinavano col loro Ancien Régime finirono di ghigliottina. L’intera famiglia allargata dello Zar del 1918 fu sterminata. Noi virtuosamente indulgiamo: e sì che il nostro Buckingham Palace non attira abbastanza turisti.

E’ innegabile la ferocia di destinare un quarto di miliardo l’anno  allo sfarzo pretenzioso anzi comico, allorquando i programmi collettivi vengono tagliati incessantemente. Martellano ogni giorno le notizie sull’aggravarsi della povertà degli umili, sulla chiusura di imprese, sui gesti di disperazione mortale: tragedie che sarebbero alleviate, persino scongiurate, se ripudiassimo le categorie e le spese della rappresentanza, i precetti del cerimoniale, le prassi del protocollo e della diplomazia: imperativi e obblighi tutti deteriori, ripudiati sempre più largamente dai tempi che viviamo. Se le cancellerie e le ambasciate si offendono, facciamone a meno.

Non chiudere il Quirinale -nonostante il suo mostruoso valore immobiliare- è l’espressione estrema di uno spirito reazionario, anzi folle (Bufalino, lo scrittore, chiama mascalzoni coloro che non vogliono cambiare niente). Investire tante risorse nel trattamento di un sommo dignitario aveva un senso, sia pure odioso, quando il capo dello Stato, il sovrano, era l’Unto dal Signore.

Non in un futuro indeterminato, bensì a breve, entro il secondo mandato di Napolitano, occorrerà metter fine al fasto monarchico attorno al Primo Cittadino. Se volesse cancellare il misfatto dei fondatori della repubblica/traditori dello spirito repubblicano, nonchè delle undici presidenze che hanno preceduto l’attuale nata ieri, Napolitano dovrebbe motu proprio cancellare quasi tutti i riti quirinalizi, obsoleti e colpevoli, anzi dolosi.

Altrimenti dovranno essere i segmenti di punta del paese, in testa i giovani e le schiere sempre più folte dei disgustati, a mobilitarsi, a denunciare, ad esigere. Lo sfarzo è malazione e scandalo, è negazione sfrontata dei principi di una collettività responsabile, è insulto al millenario ideale della semplicità repubblicana. Statisti e governanti che recidiveranno nell’affronto andranno processati e impeached.

Antonio Massimo Calderazzi

UN GIORNO SARA’ REATO DA IMPEACHMENT NON CHIUDERE E VENDERE IL QUIRINALE

Se è vero che due eventi grossi -l’insurrezione in Italia di un quarto degli elettori, più altrettanti astenuti; l’avvento di un Papa che predica e forse praticherà la povertà- hanno aperto prospettive inattese, forse cominciano tempi nuovi. Improvvisamente la moralità e la parsimonia, finora non-valori, si impongono come obblighi. I vertici della partitocrazia parlano come se volessero tagliare i costi dello Stato e della politica. Non vanno creduti, però è insolito il fatto che almeno alludano al bene. Se le regole del gioco vanno mutando, se di colpo il Palazzo sente di dovere accettare obblighi finora inconcepibili, allora il personaggio cui spetta di cambiare strada per primo è il prossimo Presidente della repubblica.

L’Uscente avrebbe dovuto prendere decisioni clamorose almeno un lustro fa, quando si aprì la crisi economica. Per non averle prese risponderà agli storici; non è azzardato prevedere che condanneranno. Nei prossimi giorni l’uomo del Colle potrebbe ancora compiere in extremis un gesto rivoluzionario: chiedere scusa per non avere ingiunto di chiudere e vendere il più grosso dei gioielli inutili della Repubblica. I poteri li aveva.

La dotazione della Presidenza assorbe da sola un 230 milioni; ulteriori oneri sono su altri bilanci. Se essa Presidenza prendesse atto dei tempi nuovi e gravi; se si trasferisse in una palazzina senza fasto, oppure si restringesse in una modesta sezione della reggia (la Repubblica non ha necessità di una reggia intera); se si liberasse di un migliaio di dipendenti, necessari solo al fasto e mangiapane a tradimento; se  chiudesse le residenze estive, alla sede del capo dello Stato basterebbero 30 milioni. I 200 milioni risparmiati darebbero 10 mila euro/anno a 20 mila famiglie di disoccupati con figli. E se il valore di mercato del Quirinale più dipendenze, con le relative opere d’arte, arazzi, arredi, cavalli e giardini , fosse di almeno 20 miliardi, ci sarebbero 10 mila euro una tantum per 200 mila famiglie di disoccupati con figli.

Più ancora di  altri beni importanti della Nazione, il Quirinale potrebbe, nelle more della vendita a condizioni di mercato, essere offerto in garanzia alla finanza internazionale contro prestiti  non tiranneggiati dallo spread. Sull’esempio trascinatore del Capo dello Stato, tutti gli altri organismi pubblici dovrebbero alleggerirsi di beni non essenziali. Questi ultimi andrebbero trasferiti per la vendita a un organismo centrale ad hoc, modellato sull’istituzione germanica che commercializzò il patrimonio della DDR, Repubblica democratica tedesca. L’alienazione della parte non essenziale del nostro patrimonio pubblico abbatterebbe in misura importante il debito dello Stato, e questo sì darebbe respiro alle famiglie e alle imprese.

L’obiezione passatista, secondo cui lo Stato e le entità pubbliche hanno irrinunciabili esigenze di rappresentanza e prestigio, disonora chi l’avanza. In tempi nuovi in cui un cardinale può volare low cost e usare la bicicletta per recarsi in conclave, al limite per diventare papa; in cui il neoeletto pontefice può lasciare in garage la limousine ammiraglia targata SCV1 e andare a dir messa fuori Vaticano in una qualsiasi quattroporte da ceto medio inferiore; in cui vari governanti non portano più la cravatta, i discorsi sulla rappresentanza, sul prestigio e sul protocollo sono tali da marchiare da parvenu e da incolto chi li fa. Il fasto tradizionale, l’ostentazione di ricchezza spesso celante povertà, sono un fatto del passato e del demi-monde. Corre voce che papa Francesco, nel declinare dopo l’elezione la mantellina rossa bordata di ermellino, abbia spiegato allo sbigottito monsignore del cerimoniale: “E’ finito il Carnevale. La mantellina la metta lei”. Se la voce è fondata, Francesco non poteva emettere uno statement  più severo e più gravido di futuro. Il Carnevale non è finito solo per il vertice della Chiesa. Molto più, naturalmente, per vertici assai più modesti quale quello della repubblica.

Qualsiasi museo di carrozze esibisce cocchi di gala di ambasciatori, vescovi, ciambellani e principi, ciascuno dei quali cocchi costava nel Settecento quanto un piccolo ospedale di allora. Ma i tempi sono cambiati e condannano senza appello lo sfarzo del Quirinale. Per le villeggiature del capo dello Stato ci sono gli agriturismi, e paghi di tasca sua.. Per la sua sicurezza i corazzieri sono superflui, oltre che ridicoli. Alla fine di quest’anno i poveri assoluti supereranno in Italia i quattro milioni; poi ce ne sono innumerevoli milioni oltremare. I poveri assoluti di casa nostra apprezzeranno un sussidio assai più, p.es., dell’orgoglio che il loro Stato mantenga ambasciate tra le più eleganti del pianeta. La Gran Bretagna, fino all’anteguerra massima tra le potenze coloniali e navali, per economizzare ha ormai una Royal Navy minuscola,  più nessuna colonia vera e non poche sedi diplomatiche in meno.

Se l’Italia figlia della Resistenza (nelle intenzioni semibolscevica) volesse imitarla, come dovrebbe, dimezzerebbe le ambasciate, i diplomatici, le flotte, gli stormi, le brigate corazzate altrettanto inutili e facili da sbaragliare quanto le ambasciate, le flotte e gli stormi. Con un Comandante supremo come l’Uscente, le Forze Superflue, i diplomatici boriosi e altri parassiti sono stati protetti. Forse il Successore dell’Uscente giudicherà l’interesse e la dignità del Paese con mente più moderna, con cuore più fraterno, anche con la prudenza di non rischiare l’impeachment.

A.M.Calderazzi

DISMISSIONI DI CUI NON SI PARLA

Che altro dovrebbe vendere il governo Monti in aggiunta a caserme, a edifici sfarzosi di funzione obsoleta -cominciando dal Quirinale-, a caseggiati residenziali che, pagata la manutenzione, non fruttano niente (= affittati a parenti di politici da cacciare e di alti burocrati, ammiragli compresi, da decimare senza sangue)? Risposta: dovrebbe vendere tutti gli asset del Bel Paese che trovino un mercato.

Per cominciare, i cacciabombardieri più ogni altro aereo da guerra. Quanto ai primi, dovremmo sbarazzarci non solo di quelli criminalmente comprati pochi mesi fa, anche gli altri coperti da indulto. Il globo terracqueo conta abbastanza governi spiantati che volentieri compreranno l’usato come nuovo. Per non parlare di governi invece ricchissimi da petrolio etc. che nell’espandere i loro fetidi apparati militari non dimentichino del tutto il dovere di risparmiare per aiutare i poveri.

Faremmo bene a cedere la portaerei “Garibaldi” o la “Cavour”, pallido ricordo di quando la Monarchia, prima ancora del bellicismo mussoliniano, si compiaceva di possedere parecchie corazzate che mai servirono. Per la verità sembra che gli esperti chiamino la Garibaldi o la Cavour “incrociatori tuttoponte”, qualcosa parecchio più modesto delle maestose aircraft carriers che secondo Hollywood dettero  al Giappone la punizione per Pearl Harbor. Povera ‘Garibaldi’ resa ridicola dall’unica missione che ha compiuto, attraversare oceani per portare aiuto ad Haiti allorquando i noli marittimi erano a buon mercato, perciò mandare per soccorsi un mercantile o anche una nave da crociera sarebbe stato un affare, e il vessillo avrebbe garrito lo stesso.

Quasi tutta la flotta andrebbe venduta, visto che dovremmo farla finita con la tradizione della marina da guerra (alle maestranze degli arsenali, agli equipaggi, agli ufficiali così eleganti nelle divise sartoriali, un assegno di disoccupazione uguale per tutti). Dovremmo  conservare solo naviglio leggero, con navi comando non oltre il dislocamento della corvetta. Alla nostra flotta dovrebbe restare la sola missione di pattugliare le coste e salvare naufraghi. Sempre più ci mancheranno i fondi per scortare le navi civili che solcano mari infestati di pirati, figuriamoci poi se dovremmo mantenere una forza sottomarina!

Se il concetto è “piuttosto che finire accattoni meglio vendere i gioielli di famiglia”, non sono ‘eccellenze’, cioè cose da mettere sul mercato, anche la moda, il design, il calcio stadi compresi? Non sono i prodotti del nostro estro, specializzato sì nel superfluo ma fortunatamente scarso nei coreani, che poveretti primeggiano solo nel costruire cose serie, veicoli e navi? Se fossimo in guerra non azzereremmo il Milan, il Chievo e altre 500 società più o meno quotate in borsa? Non nazionalizzeremmo le Case del fashion, che nei paesi dell’Opec andrebbero a ruba? Siamo in guerra, dobbiamo duemila miliardi, allora accontentiamo i Nuovi Ricchi -Cina India Brasile e Paradisi fiscali delle Antille- che scalpitano per investire in Dolce&Gabbana, Miou Miou, e più ancora Emporio Armani?  Dicono che il vezzoso Giorgio abbia fatto molto per Milano. In effetti giorni fa vi ha aperto un altro albergo di lusso, e ama Milano così selvaggiamente da emettere la seguente storica dichiarazione: “Milano deve vivere anche di notte”. Lucrezio, Jacques-Bénigne Bossuet, Albert Schweitzer e svariati grandi moralisti non avrebbero saputo dire un pensiero così spirituale. Perché negare a Seul l’occasione d’essere adorata e beneficata dal famoso stilista dal volto di bambolo vizioso?

Obietterete: le fabbriche del glamour e gli opifici del palleggio non appartengono al Demanio come le caserme, bensì ai loro azionisti e impresari, come potrebbe Super Mario venderle? Replichiamo: non demmo in un’altra occasione l’oro alla Patria? Vogliamo farLa soccombere nel 151° genetliaco? Dunque il provvidenziale Mario espropri l’Italian Excellence insieme ad altri patrimoni nazionali, e faccia cassa.

Un altro Bene Nazionale da collocare è Giuliano Ferrara, pila atomica di vis polemica e roboanza. Con le sceneggiate romane contro Sarko e, più ancora, coi suoi esilaranti annunci che la controffensiva di primavera farà il Cav più mattatore e vincitore di prima, il pazzo di Silvio ha dilatato da par suo la propria quotazione di aedo, imbonitore e rodomonte. Volete che non troviamo un Lukashenko o un presidente africano bisognoso di un cantore della propria grandezza? Chi meglio di Giuliano il quale, peggio vanno le cose, più grosse le spara a gloria del suo Idolo e Re?

Tornando al Quirinale con le sue dépendances Villa Rosebery, Castelporziano etc., è evidente che il ricavato salirebbe alle stelle se lo vendessimo  ‘a cancelli chiusi’, cioè con tutto quanto contiene, arazzi lacché corazzieri ciambellani giuridici compresi. Coi progressi della telematica Lukashenko o il presidente africano regnerebbe benissimo dal palazzo dei Papi, mariuoli quanto e più di loro. Pensate al prestigio che Bielorussia/Nigeria acquisterebbe se  insediasse il Primo Cittadino sul più alto dei Sette  Colli! Sommità che, assieme all’area limitrofa e alle residenze estive, potremmo pure cedere in piena sovranità ed extraterritorialità. L’Urbe è già capitale di due Stati. Perché non Tre (o più, se altre Potenze  si  comprassero Montecitorio, Madama (palazzo e villa), Giustiniani, Consulta,  etc.)?

JJJ