SULLE DUE SPONDE DEL TEVERE PARALLELISMI, AFFINITA’ E RINUNCE

Un anno di Renzi, più o meno come un biennio di Bergoglio. Ininterrotti ribadimenti; volitività senza confini; realizzazioni e opere che deviano la storia, poche. In molti ci attendevamo dal Papa una mezza rivoluzione, quella svolta per cui nulla o poco di importante restasse come prima. Nessuna montagna si è mossa. Dal Premier forse era realistico aspettarci di meno: la politica è l’arte del possibile, possibile nel quale non c’è posto per l’ideale e il top del massimalismo è aspirare al meno peggio.

I conati di riforma di Renzi sono il meno peggio, confrontati alle alternative esistenti. La prima di esse è il berlusconismo. Nel quotidiano della politica come nell’anima della nazione il berlusconismo è la dipendenza di una parte del popolo e di una masnada della Casta da un personaggio ormai insopportabilmente simile nell’aspetto fisico all’Al Capone di prima di Alcatraz, o di Sing Sing o di altro sacrosanto penitenziario. Nella sfera spirituale la dipendenza di troppi nostri compaesani è dal più lubrico dei personaggi del genere fescennino. Che avrebbe pagato, secoli dopo, il poeta Decimo Giunio Giovenale per averlo creato lui come incarnazione di corruttela, licenziosità e sostanziale negazione ad essere statista! Eppure egli Cav ancora impartisce direttive, resta fuori dalle Case Circondariali, vince battaglie giudiziarie, arricchisce smisuratamente principi del foro, cocotte e semplici olgettine, mantiene lo ‘affetto’ di plotoni di deputati.

Le altre alternative: 1) il grillismo, ossia la strumentalizzazione un po’ scervellata degli istinti giovanili di rinnovamento; si è materializzata in conati di parlamentarismo fuori tempo massimo, dunque deteriore. Ripudiata, inevitabilmente, la santa utopia della democrazia diretta; 2) Matteo Salvini o l’ingentilimento del bossismo da bar-tabacchi; 3) il nulla integrale della Gauche degli intellettuali (sort of ) da terrazza romana o da trattoria pugliese specialità orecchiette. A nome della Gauche del Nulla, Stefano Rodotà e altre prèfiche della democrazia effondono lacrime sulla deriva autoritaria rappresentata da Renzi.

E invece Renzi fa benissimo a far rigare il parlamento e le camere. L’uno e le altre meriterebbero ben altra frusta e ben altra ramazza. Le prèfiche si aggrappano alla Costituzione che vuole il parlamento bicamerale spinto. E’ uno dei molti motivi per detestare deridere cestinare la Costituzione.

In presenza delle suddette alternative, è umano che molti nella Penisola abbiano sperato in Renzi: per essere ripagati soprattutto da enunciazioni, promesse, formule. Un anno dopo il ciclone Matteo, il paesaggio italiano presenta poche devastazioni: gli sconquassi, tutti da venire. Come avesse governato un anno Giovanni Goria, il compianto politico astigiano la cui memoria resta imperitura solo grazie all’abnegazione degli storici volontari di Wikipedia.

Questo Matteo, che si era presentato come emulo di Eracle (il figlio di Zeus & Alcmena) come operatore di fatiche più che umane e come generatore di almeno 70 figli, questo Matteo non deve temere alcun impeachment come perturbatore effettivo dei costumi e degli andazzi della Cleptocrazia. E’ vero, per la dira Camussa (la quarta Erinni dopo Aletto, Tisifone e Megera), il premier ha violato l’ordine naturale di cui esse Furie sono severe e vindici protettrici. Ma Camussa esagera. La Casta è in buona salute, e così pure quel suo comparto che sono i sindacati.

Il milione di persone che vivono di sola politica, cioè di sola rapina del denaro pubblico, resteranno al loro posto, quali che siano le smanie riformatrici del Fiorentino. Se questi brandirà l’arma delle elezioni anticipate, arriverà il veto/usbergo del Colle, la vetta più alta della Casta. Se le Province saranno davvero abolite, il nostro Pubblico Impiego non perderà il suo posto, così onorevole, nella classifica dei paesi industriali più burocratizzati. Gli alti papaveri che affittano a bassa pigione appartamenti di proprietà pubblica se li compreranno a poco. Dovesse il parlamento perdere la bicameralità piena dopo la parentesi similducesca (secondo le lagne di Rodotà, beninteso) di Matteo, risulterebbe sesquicamerale (una camera e mezza), con costi invariati. Inappagata resterà l’aspirazione degli ingenui a un Paese rovesciato sottosopra.

Delusi resteranno coloro che, passati 72 anni dall’armistizio di Cassibile (Siracusa) dove i generali G.Castellano e W.Bedell Smith stipularono la nostra resa incondizionata, credevano che lo Stivale potesse aspirare all’indipendenza dagli USA, quindi non essere più coartato a comprare F35, sommergibili d’attacco e missili così sofisticati che se il nemico non esisterà lo creeranno by default.

Direte, ma Bergoglio è un’altra cosa. Sarà. Ciascuno a modo suo ha rinunciato all’occasione assoluta di spezzare la continuità e rifiutare le logiche istituzionali.

Porfirio

RINUNCIARE ALLA RIVOLUZIONE FORSE PERDERA’ PAPA FRANCESCO

Una doppia pagina di Repubblica sui ‘nemici di Francesco”, in particolare un articolo di Marco Ansaldo, sembrano annunciare come possibili: 1) uno scisma al vertice della Chiesa, oppure negli Stati Uniti; forse persino un antipapa; 2) una morte improvvisa e sospetta del pontefice. Cose molto gravi, sempre che Repubblica non stia eccedendo in

sensazionalismo. Il giornale capofila del laicismo ha riferito di accuse a Francesco d’essere ‘strano’; di turbamento dei fedeli di fronte a certe sue riforme; della barca di Pietro in cui parte dei vogatori remano contro; di un drappello di cardinali che sono ‘teocon’,  si oppongono a novità come il dialogo con gli atei e coi diversi; di altre obiezioni alla linea “destabilizzatrice” di Bergoglio.

Si menziona persino una posizione ‘sedevacantista’; se le parole hanno un senso, i sedevacantisti considerano questo papa illegittimo nei fatti, dunque la Sede è vacante. Insomma Francesco sarebbe circondato di lupi che cercano di azzannarlo. Forse il fatto più sintomatico di questo disagio è una tesi di Vittorio Messori: Bergoglio è ‘imprevedibile’ e con ciò stesso disorienta il cattolico medio. Antonio Socci giornalista d’attacco ha sostenuto che il papa “è l’idolo dei media, di gruppi di sinistra e, chissà perché, ‘dei membri del parlamento europeo’.

Forse questi segni di crisi sono sopravvalutati, forse no. In ogni caso non possono stupire. La storia della Chiesa conosce in abbondanza scismi, eresie, sollevazioni. Conosce, eccome, gli assassinii di papi nei secoli più tormentati: Nulla si può escludere a priori;  ma forse è presto per annunciare scismi e avvelenamenti.

Ci sono, non possono non esserci, ambienti minoritari che da Bergoglio si aspettavano altro. Non tanto l’infittimento di enunciazioni idealistiche richiamantesi all’avanguardia degli “Spirituali”, o Fraticelli, che molti secoli fa, appena morto il Santo di Assisi,  tentò invano di opporsi ai propositi di temperare la coerenza francescana, di accogliere i compromessi mondani e il temporalismo. Furono sostenuti da questo o quel principe, da questo o quell’ambiente della Chiesa ufficiale, ma risultarono sconfitti. Anche l’Ordine francescano divenne ricco e socio del potere.

Le minoranze, forse esigue, che “si aspettavano altro” constatano in Bergoglio una rinuncia ad esercitare il ruolo rivoluzionario che nelle prime settimane era apparso connaturale alla sua personalità e ad alcuni suoi atteggiamenti, così lontani da quelli convenzionali. Inarcia di liberazione dagli idoli del nostro tempo: dal materialismo capitalista al consumismo, alla dissacrazione di tutti gli slanci. Essendo l’uomo più conosciuto e più rispettato del pianeta, Francesco poteva/doveva andare oltre la leadership religiosa. Poteva/doveva mettersi alla guida di un’umanità in cerca di rigenerazione, un’umanità fatta anche di agnostici e di miscredenti: proprio in quanto banditore di una riscossa non necessariamente condotta dalle fedi tradizionali. L’Uomo più conosciuto del pianeta avrebbe fruito di un potenziale di leadership senza confronti anche in termini laici e terreni; avrebbe goduto di un ‘avviamento’ formidabile.

Sempre che conquistasse i popoli grazie ad alcune iniziative cla un tempo della modernità segnato  dallo smarrimento, dalla debolezza non solo dei credi religiosi, anche dei valori e costumi civili, degli ancoraggi etici, questo papa così difforme dallo stampo tradizionale, questo papa che disdegnava i segni della grandezza mondana, avrebbe potuto/dovuto proporsi, non solo ai credenti, come l’Innovatore totale, come il maestro e il Mosè della grande Mmorose, ad alcune    innovazioni traumatizzanti, che lo facessero conduttore delle genti e riformatore di civiltà, in termini terreni oltre che religiosi. Avrebbero dovuto essere novità dirompenti, tutt’altre cose delle solite allocuzioni, dei soliti appelli e Angelus, inutili da venti secoli.

Un gesto di impatto straordinario, un sisma duro, avrebbe potuto essere l’abbandonare Roma, ossia un retaggio di misfatti. Come asserzione di guida totale sarebbe stato ben più eloquente e alta che questo o quel provvedimento sugli organici e le procedure della Curia. Avrebbe anche fatto bene a liberare la Cristianità, non solo la sua Chiesa, di una parte dei beni materiali e commerciabili, cominciando dalle opere d’arte. Avrebbe  dovuto far risultare con atti concreti, non con definizioni e formule oratorie, la volontà di aprire un’altra era. Un trauma grave nella cristianità avrebbe annunciato l’avvento di tempi scandalosamente nuovi.

Nulla di evangelicamente scandaloso è avvenuto, e diffilmente avverrà sotto Bergoglio. Non impressionano gli atti finora compiuti e i propositi annunciati.  Non può emozionare la nomina di porporati di provenienze diverse da quelle consuete. E nemmeno possono avvincere le innovazioni retoriche quali lo psicologismo di elencare tra i morbi ecclesiastici lo “Alzheimer spirituale”. Oppure l’esortazione, sempre del papa, a non far uscire dalle chiese i bambini che piangono. Pianti e schiamazzi dei bambini trovano solidali, persino compiaciuti, solo genitori e congiunti perfettamente ignari dello spasimo di cercare di parlare con Dio, e di farlo in chiesa. Tale spasimo è una tragedia esistenziale: nulla da mettere sul bonario. Il papa cui spetterebbe d’essere Mosè ha doveri assai più gravi che voltare le chiese a kindergarten e i preti a babysitter.

I nemici di Francesco gioiscono di certe ingenuità. Vedono più facile azzannarlo: tanto più in quanto, non facendo la rivoluzione, egli non ha i popoli dalla sua.

l’Ussita

NON BERGOGLIO MA UN DISCEPOLO RIPUDIERA’ ROMA PER LIBERARCI DAL NICHILISMO

Emile Ollivier primo ministro di Napoleone III, il regista dell‘Empire libéral,  giudicò che l’Italia da poco unita aveva sbagliato a mettere la capitale a Roma. Analogamente possiamo giudicare che la Chiesa di Bergoglio sbaglia a restare a Roma.

Se non questo pontefice, ancora tradizionale malgrado le apparenze, ma un suo successore abbandonasse la metropoli  sconciata  dai misfatti di gran parte dei secoli del papato, provocherebbe un sisma forte da deviare la storia. Diverrebbe un nuovo Maometto  creatore di civiltà, il  Mosè condottiero dell’ Esodo dalla cattività del denaro e del nichilismo. Intanto, ripudiando la continuità romana, toglierebbe ragion d’essere alla separazione voluta mezzo millennio fa da Lutero; forse anche la contrapposizione con le Chiese orientali.  Ma soprattutto il papa della Grande Abiura, guida e rigeneratore della Cristianità intera, risulterebbe il maestro che l’Occidente non ha. Più che mai sarebbe  la figura più importante del nostro tempo, capace di proporre svolte a un mondo povero di valori, sostanzialmente senz’anima.

Perchè un papa rivoluzionario, quale Bergoglio forse non ha provato a essere, si catapulterebbe a leader di tutti i leader? Risposta, la rinuncia a una stanca conformità romana attesterebbe in lui un coraggio che non è alla portata di alcuno dei personaggi di statura mondiale. Chi si attenderebbe qualcosa di ideale dai Grandi che conosciamo?

Dopo il tempo santo delle catacombe e dei martiri Roma è stata il luogo delle colpe gravi e dei veri e propri delitti della Chiesa di vertice: nepotismo, simonia, idolatria del potere, della ricchezza e del fasto, molti altri tradimenti del Vangelo e dei poveri (v. in “Internauta”, novembre 2014, il breve e-book “Dieci secoli turpi del papato”).

Ripudiare Roma a favore di un altro angolo della Terra -ideale, anche se inaccessibile, un monastero tra i monti- avrebbe il senso di una rinascita, di una nuova aurora. Né la  basilica di Pietro onusta di peccati, né i palazzi apostolici sono congeniali alla svolta valoriale  che il mondo attende: anche se è disilluso da un Francesco che, passate le dolci promesse delle prime settimane, si è assestato sui canoni della tradizione. Allocuzioni, appelli, Angelus, confidenze rassicuranti. Ha proclamato  un tot di Santi. Nella Curia ha deciso destituzioni e promozioni che ai columnists specializzati sono apparse audaci. Ancora nessuno degli atti rivoluzionari che alcuni mesi fa sembravano incombere.

La Città Leonina e i palazzi apostolici non sono congeniali agli annunci densi di destino che attendono il pontefice esploratore del futuro, rigeneratore dell’Occidente (atei compresi). Quando verrà, intraprenderà cammini drasticamente nuovi. Proporrà persino nuovi modi di pensare Dio. I modi vecchi, ha osservato il teologo Vito Mancuso, facilitano il passaggio all’ateismo. Dovranno essere lasciati cadere assiomi quali l’immenso amore del Padre; la sua diretta creazione di ogni vita umana (compresa quella degli storpi, dei ciechi nati, di tanti altri condannati senza pietà); la concezione che ogni singolo incremento demografico è un dono. E molto altro.

La modernità in apparenza trionfa. In realtà è desolatamente povera di modelli alti. E’ orfana della speranza. Sarà stordita dal sorgere del Condottiero dei pensieri e delle azioni quale un giorno un papa potrà rivelarsi, il capo di una superpotenza no. Rifiutare le nequizie  della Babilonia meretrix sarà un’epifania fiammeggiante, il compimento di promesse profetiche.

l’Ussita

RATZINGER LASCIA ENTRARE IL FUTURO

Le forze fisiche del Papa scemavano, ma non fermiamoci alle giustificazioni mediche della Rinuncia. Essa è anche, non può non essere, 1) l’enunciazione di una crisi epocale della Chiesa e della fede; 2) l’ammissione di una sconfitta; 3) la formulazione dolorosa della prospettiva di un futuro incompatibile con la coerenza del papato all’antica. Un pensatore, diciamo pure un uomo superiore, come il Papa non poteva ingannarsi sull’impotenza della Chiesa di fronte alle sfide sempre più aggressive della modernità. Non sfide cui qualsiasi pontefice possa sottrarsi al riparo del retaggio; tanto più in quanto sia un retaggio da ripudiare. Questo papa è stato soprattutto custode della tradizione, ma in quanto maestro di teologia, cioè in quanto ideologo e filosofo della fede, era consapevole come nessun altro della minaccia mortale che incombe su tutti i credi trascendenti, non solo sul cattolicesimo.

Un’ammissione di sconfitta, ipotizzavamo, perché otto anni di pontificato non hanno né risolto problemi, né allestito basi di partenza verso il futuro. Un po’ è andata come a Flavio Claudio Giuliano imperatore, l’Apostata, che tentò di riaprire i templi degli  Dei pagani. Benedetto XVI provò a far risorgere l’inconcussa fede antica, ma quello che chiamava relativismo è stato più forte.

Infine Ratzinger sa che scelte rivoluzionarie attendono la Chiesa: non solo per respingere gli assalti dell’ateismo, anche per cogliere le possibilità di forte rilancio religioso le quali apparivano scomparse per sempre, e invece si alzano: rilancio riferito non tanto alla Rivelazione quanto all’insopprimibile bisogno del divino anche negli uomini del Terzo Millennio. Quando Dio muore, gli uomini ne vogliono un altro, altrettanto Luce del mondo.

Ratzinger sa che se la Chiesa si rifondasse temerariamente, forse ritroverebbe sul piano spirituale il ruolo superbo dei tempi, foschi ma immensamente vitali in termini terreni, di Indebrando da Soana (Gregorio VII) e di Lotario di Segni (Innocenzo III), protagonisti superiori a tutti i sovrani della Terra. Un papa sovvertitore che con le azioni, non con le parole, dichiarasse chiuso il ciclo bimillenario e il paradigma romano, si proporrebbe come maestro del mondo: tanto è ancora il potenziale del senso religioso dell’esistenza (v. in questo Internauta “Da papa a parroco del mondo”). E Ratzinger sapeva di non poter essere il Sovvertitore/Rifondatore.

Messa così, la Rinuncia dell’11 febbraio 2013 acquista un significato epico, come profetica  fu, sette secoli fa, quella dell’eroico eremita da Morrone. Fu una scelta molto più drammatica di questa. Ma Benedetto XVI è stato certamente sconfitto nel conato di aggiungere idealità alla Chiesa istituzionale, senza prima diroccarla. Per quello che si sa, Benedetto voleva nobilitare, arricchire di spirito, non riformare né deviare il corso del cattolicesimo. Era missione impossibile, anche perché egli è stato colpito da autentiche sciagure, quali lo scandalo della pedofilia o l’allargata repulsione verso i beni materiali della Chiesa. Anche le lotte di fazione in Vaticano sono state una sciagura, però non grave come le turpitudini del decimo secolo, le infamie del papato quattrocentesco  e il non breve durare del nepotismo. Le divisioni della Curia sono normale dialettica tra concezioni e interessi al vertice di un grande organismo temporale, e non sono vituperevoli come i peccati negli oratori e nei seminari.

Per aprire tempi nuovi non servirà un papa liberal, ne servirà uno rivoluzionario. Dovrà rigenerare non solo la Curia -sia in quanto alta burocrazia, sia in quanto governo collegiale della cattolicità- ma la Chiesa intera. Non riuscirà senza chiudere fisicamente e vendere i palazzi romani, cioè senza sconfessare il retaggio che essi tramandano. Ogni volta che sul soglio di Pietro salirà un papa di alto sentire, il mondo si attenderà che ingaggi una lotta frontale con la Curia. Non potrà vincere senza troncare la continuità. La Chiesa della continuità non ha futuro. Quella della palingenesi si trasfigurerà e, per così dire, ‘erediterà la terra’ in quanto unica religione/ideologia sopravvissuta alla moria delle dottrine che hanno guidato gli ultimi secoli. Questa palingenesi stordirebbe e coinvolgerebbe il mondo. Ma il cristianesimo dovrà essere se stesso e il suo contrario. Finita nel disonore l’idea marxista, oggi si contrappone al messaggio evangelico  solo il miserabile materialismo capitalista/consumista, con i suoi vari satelliti.

Il futuro cristianesimo sommovitore avrà la forza dirompente dell’Islam delle origini, se troverà un Maometto.

l’Ussita

CATTOLICI, ALLA LARGA DEI FEDERATORI

C’è chi dice che da noi il mondo cattolico è in fibrillazione, dopo essersi estraniato dalla politica “per più di quindici anni dai rantoli finali della Repubblica dei Partiti” (Andrea Riccardi). A parte che la Repubblica dei Partiti, dopo avere rantolato, appare in ottima salute (semmai la sua funzione naturale -rubare- opera oggi più a favore di questo o quel maggiorente che delle tesorerie dei partiti stessi, le quali rubano ex lege), è giusto capire se la fibrillazione è reale. “Non meraviglia, osserva Riccardi, che i cattolici riscoprano oggi un patrimonio di pensiero” (in effetti il pseudo-grandioso retaggio comunista è defunto, la destra ha un momentaneo leader ma non un retaggio onorevole). Il patrimonio cattolico “non è deperito in questi anni, malgrado la secolarizzazione, perché è connesso a una rete sociale e religiosa prossima alla gente. Nel mondo dei cattolici ‘ci sono riserve importanti di senso, energie e socialità’.

Tutto questo è vero. Ma Riccardi sbaglia quando conclude “manca però un federatore: non si vedono all’orizzonte né un De Gasperi né un mons. Montini (che agì dal Vaticano con la benedizione di Pio XII), capaci di far germinare un partito come negli anni Quaranta”. Quest’altro ci mancherebbe, un altro politicante e un ulteriore alto prelato che facciano resuscitare la DC! Se abbiamo la pessima tra le repubbliche, oggi in piena attività di malaffare dopo avere ‘rantolato’, è colpa, eccome, anche di De Gasperi e di Montini, coloro che conferirono la cultura cattolica alla cleptoplutodemocrazia, nata dalla Resistenza e ben presto degenerata in Occupazione indegna di alcun rispetto.

Ad ogni modo Riccardi sostiene:”La DC non rinasce perché rappresenta un partito e un modo di fare politica di ieri (…) Non ci sono federatori tra i cattolici, ma ci si chiede quanto ancora questo mondo possa stare ai margini di quel che dovrebbe avvenire: un processo rigenerativo della politica e della guida del paese”. Se le parole hanno un senso, questo vuol dire: se individuiamo un federatore rifacciamo una DC più aggiornata alle circostanze e alle voghe. Un mons.Fisichella o un similFisichella potrebbe funzionare da cappellano massimo al posto di Montini. Un politico che abbia qualcosa di Alcide lo si trova.

Sarebbe una sventura, diciamo noi, ma non accadrà. La secolarizzazione ha fatto più strada di quel che Andrea Riccardi creda. I cattolici sono assai meno -non è detto sia un bene- ma, quanti che siano, chiedono ben altro che un nuovo prelato di palazzo e intrigo, indistinguibile dagli innumerevoli prelati che in 2000 anni hanno estenuato il messaggio cristiano. Inoltre chiedono ben altro che un Casini meno peso piuma o un Franceschini meno stridulo/comico.

Ben altro, che vuol dire? Non un partito in più, capace di propalare menzogne abbastanza efficaci da sostituirsi ad altri partiti in un ruolo di minoranza associata al potere. Vuol dire una svolta epocale della Chiesa in prima persona. quale testa di un cristianesimo rigenerato, capace d’essere popolo nuovo, movimento potenzialmente vincitore. Tutte le ideologie che conosciamo sono morte o languono. Una Chiesa drasticamente diversa da come è sarebbe invincibile.

Un altro partito cattolico sarebbe una banda secessionista di Proci usurpatori e ladri: però non grossa come la DC ma, al meglio, un ingranaggio in più, magari revisionato cioè riciclato, del peggiore congegno politico d’Occidente. Nell’immediato, un altro partito cattolico sposterrebbe un x per cento di voti. Sulla distanza, sarebbe il nulla di nuovo. Invece una Chiesa opposta a come è sarebbe invincibile.

E’ una Chiesa ‘opposta a come è’ che dovrebbe metterci la faccia, farsi protagonista, non politica ma ideologica, di civiltà e di costume. Occorrerebbe naturalmente un Papa di rottura, rivoluzionario, con discepoli/compagni di lotta da sostituire a quasi tutti i prelati di Curia e di Diocesi gestionale. Un Papa che abbandonasse il Vaticano per ripudiarne il retaggio peccatore all’estremo. Un Papa sovvertitore, coi suoi compagnons, avrebbe ascolto, anzi creerebbe entusiasmo anche tra i non credenti. Molti tra essi si farebbero, da atei da dozzina, cristiani del nostro tempo.

Un federatore che fosse un politico come gli altri servirebbe al più da segretario amministrativo, sacrestano a part time.

l’Ussita

BEATI I PURI DI CUORE PERCHE’ VEDRANNO B.

«Purché questa libertà non divenga pretesto per vivere secondo la carne»

San Paolo, Lettera ai Galati 5,13

Vorremmo qui provare ad affrontare il caso Ruby in maniera strettamente morale. E per farlo adotteremo la morale cattolica, cui Comunione e Liberazione non può dirsi esente, o peggio, superiore. Lo spunto di riflessione parte dalle argomentazioni in difesa del premier che oggi molti appartenenti al movimento carismatico di don Luigi Giussani – cui bisogna aggiungere anche molti cattolici – avanzano con quantità di ragionamenti.

UN ARTICOLO DI “FEDE” Leggiamo l’articolo di Oscar Pini Non sarà mai il moralismo a renderci migliori, ricevuto e subito pubblicato sul portale Sussidiario.net, il principale sito d’informazione di Comunione e Liberazione. Pini sostiene che l’intervento del Cardinal Bagnasco in merito alla questione morale della politica italiana metta in luce la vera necessità del Paese: quella di perdonare e comprendere la debolezza dell’uomo (dicasi Berlusconi), in favore del conseguimento di un più impellente bene comune. Pini separa così la moralità privata, sempre fallibile e colma di peccato, da una più fulgida moralità pubblica, unica cartina di tornasole attraverso cui giudicare l’operato di un ufficiale dello Stato. Secondo Pini – e con lui gran parte di un certo mondo cattolico – il presidente del Consiglio non dovrebbe essere tacciato di immoralità, pena la fine della democrazia sotto la scorta di «una società che faccia di alcuni valori morali preventivamente selezionati e adeguatamente enfatizzati uno strumento di lotta politica per l’eliminazione degli avversari».

Ma la dottrina morale cattolica non è esattamente una di queste società? Quella cioè in cui alcuni valori morali preventivamente selezionati ed enfatizzati diventano uno strumento, se non di lotta (quale governo democristiano non li ha utilizzati per le proprie lotte?), di indirizzo della politica? In realtà, la dottrina morale cattolica non si esprime in questi termini. E lo sa anche Pini. Nella sua Veritatis Splendor – summa della morale cattolica romana – Papa Giovanni Paolo II parla di morale come chiamata della propria coscienza alla legge di Dio, che rappresenta sempre e comunque il bene dell’uomo. Di più. Giovanni Paolo II spiega come «l’autonomia della ragione non può significare la creazione, da parte della stessa ragione, dei valori e delle norme morali». Esiste dunque una morale fondativa ed edenica dell’uomo verso il bene che precede quella razionale: cioè la morale consolidata dalle abitudini e formalizzata  – razionalmente – dalla legge umana. La Veritatis Splendor giunge ad affermare che la vera libertà sia soltanto quella che, in ottemperanza alla legge di Dio, è liberata dal male: perché porsi sotto la legge divina non è schiavitù, ma pienezza dell’umanità.

LA MORALE E L’AMORALE (CATTOLICO) Partendo da questo presupposto, che cosa ci suggerisce la morale cattolica circa gli scandali sessuali del premier? Con San Paolo potremmo dire: «Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà». Il passaggio dalla morale privata («rinnovamento della mente») a quella pubblica («perfetta volontà») è qui più che mai chiaro. San Paolo chiarisce come la propria conversione – e dunque la propria fede personale – siano il presupposto per l’agire libero («volontà») sotto la guida di Dio. Che è il bene dell’uomo e l’espressione più autentica dell’umanità. La morale privata – privatissima in quanto concerne la propria scelta di conversione – emana le linee guida per l’agire in società e costruire quel bene comune che Oscar Pini e il cardinal Bagnasco tanto invocano.

È lo stesso Vangelo a pronunciarsi senza alcuna ombra di dubbio sulla necessità di una integrità della propria morale, della mancanza di ambiguità. Qualsiasi sia la posizione che si ricopre. Ogni volta che Gesù avvicina i Farisei, questo incontro diventa lo spunto per una condanna netta ed inequivocabile della loro doppiezza: quell’atteggiamento per cui la legge (la morale pubblica e codificata), diventa più importante di quella privata. Il cristiano autentico non è quello che agisce soltanto perché la Legge lo impone, bensì come colui che secondo le parole del Beato Angelico: «Evita il male perché è male, costui è libero».

LA VERITA’ VI RERNDERA’ PRESCRITTI Silvo Berlusconi, da un punto di vista strettamente cattolico, non sarebbe un uomo libero, in quanto le sue azioni pubbliche – pur lodate dalla Chiesa – risulterebbero inficiate proprio dalla condotta morale privata dissoluta e peccaminosa. Il discorso delle beatitudini di Gesù è ancora più esplicito: «Beati i puri di cuore». Dove la «purezza», con le parole della teologa Isabelle Chareire dell’Università Cattolica di Lione, è quel «dinamismo interiore che a partire dalla verità personale incontra la legge». Legge che addirittura, per un cristiano, viene dopo la scelta del proprio comportamento: «La legge non viene per prima, ma per ultima, dal momento che si pone come istanza di verifica del desiderio o del progetto etico; la legge è la realizzazione e non il requisito della filtrazione di senso della nostra azione».

Il comportamento di Berlusconi nel suo privato rompe proprio questo schema. E così agisce nel senso opposto a quello millantato da Pini. Se la legge è il risultato di una scelta intima di adeguamento alla fede, allora Berlusconi scegliendo una morale privata diversa da quella ufficiale, intacca quella ufficiale, addirittura “ufficializzando” ciò che per un cristiano è inammissibile. Che la legge degli uomini – quella razionale – sia sempre e comunque più importante di quella divina, che si esprime, in principio, nel privato. Ed è lo stesso Pini ad affermare qualcosa che va contro la sua fede: «il fatto che nell’attuale contingenza tutta l’attenzione si sposti sulla moralità intesa come capacità di coerenza nei comportamenti privati non lascia tranquilli, poiché mantiene aperto il varco a pericolose strumentalizzazioni, indebolendo la stabilità del Paese e distogliendo dalle urgenze che occorrerebbe affrontare e a partire dalle quali anzitutto giudicare le decisioni di chi si assume una responsabilità nella sfera politica». Per il cristianissimo Pini dunque, la ragion di Stato prevarrebbe su qualsiasi discorso morale. Ma, lo ripetiamo, secondo la Veritatis Splendor: la ragione da sola non è sufficiente alla creazione di valori e leggi. A meno che la Chiesa giunga a sostenere che il comportamento privato di Berlusconi appartiene al suo dinamismo interiore di adeguamento alla legge divina che lo ispira quando, in pubblico, difende la libertas ecclesiae. Ma così dicendo, dovrebbero affidare a Pini almeno la riscrittura del catechismo.

Gabriele Pieroni
Giornalista
Phone: (+39) 338 77 18 402
Mail: pieroni.gabriele@gmail.com

La stampella vaticana a Berlusconi

Per chi ha giustificato genocidi, torture, guerre e roghi, cosa volete che sia chiudere un occhio su una bestemmia, due matrimoni e qualche camionata di puttane?

Le alte gerarchie della chiesa italiana complottano all’ombra dei palazzi romani, e questa non è certo una novità. Il governo traballa, la sinistra è vista come inaffidabile, anzi come nemica. Anche il nascente terzo polo è guardato con sospetto. L’esilarante racconto di Berlusconi sulle confidenze del Segretario di Stato Vaticano, Tarcisio Bertone, è esemplare: “Quando gli ho chiesto cosa ne pensasse del terzo polo, il cardinale mi ha risposto che non celebra matrimoni fra uomini, soprattutto se si tratta di Casini e di Fini”.

Troppo laico Fini per essere bilanciato da un pur devotissimo Casini. Imperdonabili certe sue scelte sul referendum per la procreazione assistita o sui casi Welby ed Englaro. Il terzo polo no, si dice in Vaticano e alla Cei. E la sinistra men che meno. Cosa ci resta eminenza?

Ovviamente Lui, sorridente, malleabile, ragionevole, gommoso. In cambio di una legislazione gradita al Vaticano, su embrioni, coppie di fatto e testamento biologico, la Santa (e meretrice) Chiesa di Roma chiuderà un occhio sui vizi privati del Presidente del Consiglio. E allora vai di constestualizzazione! Se poi il governo maltratta gli ultimi, quelli dalla cui parte ci si aspetterebbe di trovare i seguaci di Cristo, che problema c’è…nella prossima vita saranno i primi.

Ci sono parroci coraggiosi che alzano la voce contro questo scempio, e c’è anche qualche vescovo che stropiccia i piedi imbarazzato, ma è il bello della gerarchia, alla fine la voce che esce e copre tutte le altre è una sola.

Rimane un interrogativo: scomparso Berlusconi la Chiesa a chi si rivolgerà? Chi sarà il vincitore non si può sapere ora, di sicuro ci sarà una lunga fila di contendenti. Ma chissà che durante le selezioni non si riesca a far passare qualche legge di civiltà in Parlamento.

T.C.

IL PAPA DEMOLITORE CHE RIFONDERÁ IL CATTOLICESIMO

Straordinaria l’importanza, nella luce come nelle ombre, dell’articolo “L’immutabile destino della Chiesa: trionfante e sofferente insieme” di Vittorio Messori (Corriere della Sera, 7 luglio 2010). Messori è intimo di Benedetto XVI (“Quando mi descriveva la situazione”; “Una volta, a tavola, gli sentii sfuggire una confidenza”).

Le sue enunciazioni sono, questa volta in ogni caso, ammirevolmente oneste: “Il Dio di Gesù sembra eclissarsi”. “La Chiesa sarà sempre viva e feconda e, al contempo, come agonizzante”. “Clero indegno, tra abusi sessuali e affarismi? Nessuna sorpresa, essendo (la Chiesa) sia casta che meretrix”. “Decadenza numerica? Il suo destino, come prevede il Vangelo, è di essere piccolo gregge, lievito, sale, granello di senape”. E soprattutto:”Nulla può turbare il Pastore se regge la fiducia nell’esistenza di Dio. Nulla può stare in piedi, invece, se ci si convince che ci sono Caso, Materia, Evoluzione cieca al posto di Dio (…), che la Chiesa è una multinazionale affaristica o, a essere benevoli, la maggiore delle Ong”. “Per due volte, negli ultimi mesi, Benedetto XVI ha ripetuto: “La fede rischia di autoestinguersi, come una fiamma che non trova più alimento” e “Oggi, in Occidente, chi mi stupisce non è l’ incredulo, è il credente”.

Grandezza di riconoscere la verità, in Ratzinger come in Messori. Ma sorprendentemente angusta, anzi cieca, nel secondo la visione dell’avvenire immediato. La salvezza, per Messori, verrà dall’istituzione del nuovo Pontificio Consiglio per la la rievangelizzazione dell’Occidente secolarizzato, “affidato a un arcivescovo come Rino Fisichella, cardinale se farà bene”. Verrà soprattutto dalla riscoperta di quel “lavoro di ricerca della credibilità della fede, quell’accordo tra il credere e il ragionare che è sempre esistito nella Chiesa, e che dopo il Concilio era stato abbandonato (…) E’ tempo insomma di ritorno all’apologetica (oggi si preferisce chiamarla (…)Ci vorranno nuovi apologeti, rispettosi di tutti e al contempo coriacei”.

Dunque, secondo Messori, nessuna esplorazione in terre nuove. Invece ritorno a ciò “che è sempre esistito nella Chiesa” e rifiuto di “molta teologia infida che insinua il dubbio e mina le certezze”, di “tanta esegesi biblica che disseziona la Scrittura con un metodo creato nel Novecento da atei o da protestanti secolarizzati”. Rifiuto, infine, “di tanta pastorale che nega le basi dell’etica cattolica”.

Se questo è il pensiero, oltre che di Messori, anche di Ratzinger, la Chiesa non ha speranza. Un cattolico praticante come chi scrive sente che la Chiesa dovrà fare l’esatto contrario che il ritorno a Bellarmino. Questo esatto contrario lo farà un papa non riformista, ma rivoluzionario. In nulla espresso dalla Curia, dal management e dalla diplomazia (persino Roncalli, un nunzio, era sbagliato), e invece “fatto” nelle parrocchie, nelle cappelle delle carceri e degli ospedali, nelle clausure dei cenobi. Un papa santo-estremista, più deciso di Lutero, che demolisca quasi tutto, abolisca i cardinali e i prelati burocrati, sciolga la Città del Vaticano, ripudi non i soli crimini del Medioevo e del Rinascimento ma tutti gli errori e i misfatti di 17 secoli di glorie, fasti e ricchezze temporali.

Una Chiesa che lasci Roma e venda, oltre a San Pietro e ai Sacri Palazzi, le banche, le holding finanziarie, gli imperi immobiliari e universitari, si scoprirà nella sua cruda povertà -il ricavato, ai poveri del mondo- l’unica superpotenza spirituale e ideologica del pianeta. Sulle macerie e i cadaveri del marxismo, del capitalismo liberale, del laicismo progressista/trasgressivo, oltre che del cattolicesimo alla romana, la Chiesa della rivoluzione si ergerà come vera vincitrice. Il più alto dei fari. La più possente delle centrali del pensiero religioso, e non solo.

l’Ussita