FABIO MALAVASI – Il Provinciale va all’estero

Era un’estate calda, meteorologicamente ed anche per altri motivi. La situazione a Ferrara era alquanto instabile e la scelta di lasciare l’Arcispedale S. Anna criticata da tutti, genitori in prima linea. La situazione si sarebbe ulteriormente aggravata se avessero saputo che lo stipendio di un prestigioso Assistente Ordinario della Università nel 1978 era di ben L. 123.000 mensili, 1/5 dello stipendio degli anni d’oro all’Arcispedale. Fossero poi venuti a conoscere il fatto che il figlio aveva cominciato a vendere le moto collezionate negli anni precedenti avrebbero avviato le pratiche di dismissione della potestà famigliare.

La vita in Torino era decisamente diversa da quella di Ferrara, prevedibile e piena di consolanti conforts, ma le differenze positive venivano amplificate in modo tale da non dovere ammettere un errore così grossolano di scelta professionale. A lenire i limiti economici erano gli aspetti della vita di ricerca in un Istituto allora sulla cresta dell’onda internazionale.

La vita di laboratorio era assai soddisfacente: il complesso Carbonara/Cleide era una miscela vincente di cultura, tecnica e buon senso, nonostante lo stillicidio di tentativi di Mario di intervenire. C’erano poi Curtoni e i suoi trapianti, Patriccia e la Mariadunqueclara che lavoravano su HLA e trapianti. Ma l’anima centrale era Ruggero Ceppellini, semplicemente il Professore, il quale piombava in ogni occasione giorno e notte (preferibilmente la notte) per discutere di importantissimi esperimenti, per richiedere copie di lavori essenziali o per avere aiuto semplicemente per cambiare una lampadina.

Gli elementi chiave dell’amministrazione dell’Istituto erano la Signora Anna, anziana signora di raffinata educazione e di ottima presentazione, e la Signorina Garetti, raccolta dal Ceppellini a 15 anni dalla cassa del Caval’d Brôns. Solo la prima aveva fisico e look sufficienti per tenere testa al Professore.

E proprio quell’estate il Professore doveva andare in una località chiamata Aspen a fare un seminario ad invito per la ristrettissima mafia degli addetti ad HLA e basata sugli allora nuovissimi anticorpi monoclonali. Era strategia del Barone quella di farsi accompagnare da un servo multi-servizio, una scelta sviluppata nel corso degli anni con certo successo. Con altrettanto successo era stata escogitata una sottile tattica di rifiuti da parte dei potenziali prescelti, i quali sapendo in anticipo degli appuntamenti del Maestro si defilavano con rodata agilità.

Stavolta il Maestro optò per una soluzione molto più raffinata e ripiegò su una tattica che includeva addirittura concessioni ad una valutazione introspettiva dei potenziali bersagli. Innanzi tutto non comunicò a nessuno dell’impegno ad Aspen, fece una scelta per una persona ancora vergine nel campo, e quindi l’ultimo Assistente Ordinario entrato in servizio. L’operazione cominciò con azione diversiva basata su uno stupefacente invito a cena da Galli, il ristorante di fronte alle Molinette, dove venivano gestiti tutti gli affari accademici e ospedalieri negli anni ’70. Quando la cosa non rivestiva una qualche forma di interesse diretto, si optava per la ben più economica Cinzia, una trattoria di Via Madama Cristina, caratterizzata da mefitici odori fin dalla porta di entrata.

Ragione ufficiale della serata era quella di fare il bilancio dei primi mesi ufficiali a Torino e programmare il futuro scientifico dell’Istituto e di conseguenza del giovane ricercatore. La cena incominciò con una serie di valutazioni positive sull’operato del giovane Assistente, che solo dopo qualche anno capì che questa era la classica introduzione generale di operazioni in cui c’era solo da perderci. Il Professore continuò, ma al tempo stesso non nascose le sue critiche (si intenda, costruttive) basate sul fatto che il giovane ricercatore non aveva esperienze importanti all’estero, presentava ancora limiti culturali, scarse esperienze nel lavoro di tipo scientifico, elementi tutti vagamente scusabili per chi proveniva dall’Università di Ferrara, almeno di allora. Insomma, il Professore concluse che bisognava combattere questo provincialismo di base con operazioni programmate, ma che avrebbero sicuramente migliorato i risultati futuri.

Il Professore all’improvviso chiese (era fine Luglio 1978) quali erano i piani per il week-end del giovane Assistente. Le opzioni erano semplici da enumerare, passavano dall’andare a Ferrara oppure starsene a casa a leggere e studiare. Un silenzio carico di commiserazione da parte del Barone fu sufficiente per dire che la risposta non andava bene: ”Perché non viene con me ad Aspen?” L’Assistente era sì provinciale, ma era stato indipendentemente a Chicago e New York in anni antesignani. Scambiò Aspen come uno dei sobborghi della Grande Mela e rispose affrettatamente sì tra i complimenti del Maestro, che apprezzava risposte pronte e rapide, e la sua personale accezione di ubbidienza assoluta.

Finita la cena, l’Assistente andò a casa (viveva in quel tempo con un gruppo di studenti baresi, esperti in disegno tecnico e soprattutto di preparazione dei cibi) e alla comunicazione della prossima uscita per Aspen gli amici suggerirono di portare gli sci, ricordando i recenti campionati delle Olimpiadi. Il dato fu confermato sull’Atlante Zanichelli, che mostrò che la località era sita in Colorado, ben 22 cm lineari a ovest di New York sulla pagina grande. Il dramma personale dell’Assistente fu secondo solo a quello per la Signorina Garetti, che dovette organizzare un biglietto aereo Torino – Aspen. Naturalmente il Professore avrebbe viaggiato indipendentemente e con mezzi propri da Basilea.

Regola di allora del CNR era una rigorosa valutazione dei costi, una priorità rispetto ad eventuali ma nemmeno considerati desideri del ricercatore. Non veniva favorita la via più corta ma solo la più economica, indipendentemente da durata, scali, modi e compagnie di volo.

Dopo giorni di dure contrattazioni telefoniche (il suo mezzo di lavoro non prediletto), la Signorina Garetti si presentò con un biglietto multistrato di fogli filigranati rossi e bianchi, con l’ultimo foglietto che faceva Aspen. Il viaggio incominciò in pullman a Torino fino all’aeroporto di Malpensa, quindi economico (sconto dipendenti dello Stato) Alitalia fino a Chicago con due giorni di spazio proprio. A questo seguiva un Lockheed L-1011 diretto a Denver, lasciando l’aeroporto O’Hare di Chicago, una struttura che allora non aveva pari nel mondo. Anche l’aeroporto di Denver, la “città alta un miglio”, non scherzava per nulla, era solo molto più ordinato e pulito  e la popolazione sembrava costituita da studenti americani da film.

A questo punto c’era l’ultima tratta, operata dalla Aspen Airways. L’Assistente con sue valigie Samsonite rosse al seguito cominciò a cercare la Compagnia, passando tra le notissime allora fino alle giapponesi o asiatiche mai viste prima. In mezzo a questi padiglioni luccicanti e svettanti di hostess mancava la Aspen Airways.

La richiesta specifica ebbe una complicata descrizione, seguita da un fortunato disegno di una piccola mappa: alla fine la sede di partenza della Compagnia fu raggiunta in posizione decisamente defilata. Aspen Airways possedeva un solo aereo, forse l’ultimo DC3 ancora volante dopo aver partecipato al ponte di Berlino nel ’45, guidato da un pilota che si era fatto le ossa sui B-29 in Giappone. Il servizio di sicurezza era costituito da anziana signora che con cercamine WWII spazzolava il davanti e dietro dei passeggeri alla ricerca di eventuali armi. Precauzione in realtà quanto mai non necessaria, in quanto tutti i passeggeri si conoscevano di persona e rappresentavano abituali commuters che da Denver andavano a lavorare ad Aspen. Erano abituati da anni al mezzo di locomozione, per cui la partenza dell’aereo a pistoni fu accompagnato da paurosa sorpresa solamente da parte del ricercatore di Ferrara, cui il Dakota sembrò vibrare addirittura di più di un’automotrice sulla rampa del Secchia.

L’aeroporto di Aspen ha l’ampiezza di un campo da calcio, che al posto delle consuete porte ha due muri dritti costituiti dalle Rocky Mountains. La tecnica di atterraggio adottata dal DC3 fu molto semplice: il pilota si lasciò semplicemente cadere ad un lato del campo da calcio, trattenne l’aereo quando giunto a pochi metri da terra e poi incominciò una frenata per evitare il vallo roccioso che delimitava l’altro lato del campo. L’Assistente ripercorse in questi lunghissimi momenti gli istanti più belli della propria vita, proponendosi di non toccare mai più linee aeree che fossero ben note ai più.

Le valigie vennero portate in un banchetto simile a quello di una cocomeraia, ma distribuiti con gentilezza e il tipico buon umore wasp sprizzante dalle popolazioni della costa Ovest. Gli accordi con il Professore erano stati chiari fin dal principio: Lui in persona sarebbe venuto a prenderlo all’aeroporto di Aspen e – cosa più importante – avrebbe portato con sé l’anticipo in contanti che il CNR di allora forniva alle sue persone in missione.

Il Professore naturalmente non c’era, ma il fiducioso Assistente aveva l’indirizzo del suo hotel, ove contava di trovarlo e soprattutto di trovare l’aiuto finanziario in anni pre-carta di credito.

Fortunatamente la città di Aspen è molto ricettiva e fu trovato un hotel dall’aria dimessa e quindi sicuramente economica. Fu tentato un contatto telefonico con l’Italia per avere notizie del Professore, ma nessuno sapeva dove era.

Il Meeting incominciava 3 giorni dopo, per cui ci fu il tempo di visitare Aspen, simile a Cortina e che aveva tutto per colpire i ricchi turisti californiani, compreso un teatro dell’opera. I giovani poi sceglievano il rugby invece del popolare football americano.

La cassa del povero Ricercatore italiano cominciava ad assottigliarsi pericolosamente e il Barone non arrivava con i promessi sostegni finanziari. Si fece vivo solo il giorno prima dall’inizio dell’incontro, dopo avere viaggiato in prima classe (a spese Roche) assieme a Philip Levin (a spese Johnson & Johnson ) e a Ben Pernis (a spese della Columbia). La cassa dello champagne consumato nel lungo volo era stata democraticamente condivisa dai grandi Professori.

Il Professore stazionava in un lussuoso hotel, ma aveva assolutamente bisogno di un aiuto per la sua presentazione. Parlando tra i fumi dell’alcool, dai compagni di viaggio aveva avuto nuove idee e ora voleva colpire l’attenzione di una platea costituita dal meglio delle Università che andavano per la maggiore.

L’idea era quella di fare un cromosoma 6 umano, con una esplosione che raccoglieva i geni allora noti per l’HLA. Il giovane Assistente propose di disegnare un cromosoma gigante che occupasse gli 8 metri della lavagna (rigorosamente verde) della mega sala conferenze. L’idea fu subito accettata. Furono scovate numerose confezioni di gessi colorati, mentre le linee rette del cromosoma vennero ottenute usando come riga l’asta della bandiera americana, senza conoscere la sacralità dell’oggetto. Le linee curve furono invece disegnate sfruttando il fondo di cestini. Dopo oltre 5 ore di lavoro ininterrotto, apparve un cromosoma 6 e una regione HLA molto avanzata e che conteneva qualche dato inedito.

Il Professore approvò compiaciuto e decise che l’Assistente (ridotto ad una maschera multicolore dalla polvere di gesso) meritasse un premio. Fu condotto (si sperava a spese Roche) in un ristorante di classe e messo di fronte alla scelta fra abalone e giant Alaska shrimp. Il punto interrogativo che visibilmente apparve sulla fronte del provinciale visitatore denunciò la sua chiara inesperienza nel campo. Per il Professore non era altro che la conferma di quanto gli aveva anticipato nel precedente incontro da Galli, ma si limitò ad affondare il coltello solo un po’, sufficiente tuttavia a ricordare l’esattezza delle sue previsioni. Suggerì di lanciarsi sul gambero, costituito da mostri marini con chele di dimensioni industriali. Secondo punto interrogativo: come si aggredisce un “cosa” del genere. “Tutto io devo insegnarle!” sbottò al limite della pazienza il Barone, che indicò pinze ex-chirurgiche adottate allo scopo, da usare assieme ad imbarazzante bavaglino. Superato l’empasse iniziale, il resto della cena fu affrontato allegramente. Alla fine, il Professore sbottò con un candido “Malavasi, paghi lei”, scusandosi per non avere ancora avuto tempo di cambiare i travellers’ cheques. Il mattino stesso avrebbe provveduto al rimborso.

E proprio quel mattino successivo iniziava il Meeting. All’entrata il big Professor fu accolto con gli onori degni del suo rango, che in parte ricaddero anche sull’accompagnatore Assistente, orgogliosamente dotato del primo badge della sua vita, in cui veniva addirittura identificato come membro del prestigioso Basel Institute for Immunology. La restituzione dell’importo della cena e la consegna dell’anticipo fu rimandata al pomeriggio, perché si stava avvicinando il tempo del suo speech e non poteva stare a perdere tempo con banalità disturbanti la concentrazione.

La sua conferenza fu fatta sotto il mega cromosoma 6, che attirò gli applausi della platea e fu completata dai risultati che Massimo Trucco e Gianni Garotta avevano preparato in Svizzera usando gli anticorpi monoclonali, il frutto dell’intelligente piano che Ceppellini aveva disegnato con Cesar Milstein in persona.

Lo speaker successivo fu Jack L. Strominger del Dana Farber di Harvard, grandissimo biochimico che portò lo studio dei prodotti HLA ai più fini livelli della tecnologia di allora. Relazione lunga, ma molto dettagliata e contenente dati mai prima comunicati. Durante la presentazione, il Professore scivolò agilmente dal suo posto nonostante la ingessatura residuo di incidente sportivo a Cervinia. Sibilò un imperioso “Malavasi, mi segua” e si diresse verso la stanza dove troneggiava un Kodak Carousel che proiettava le diapositive. Il Professore pose l’inconsapevole bystander a fare da palo di fronte alla stanza di proiezione automatica, mentre lui estraeva dal caricatore circolare le diapositive subito dopo la loro proiezione, guardandole con cura su un mini schermo interno. L’Assistente chiese timidamente al Professore che cosa stava facendo, ma fu subito zittito. Dopo un tempo interminabile scandito da un’ansia montante nell’Assistente che non capiva la situazione, il Professore uscì con aria soddisfatta dalla stanzetta e disse che ormai non aveva più voglia di perdere tempo ad Aspen e voleva ritornare a Basilea, dove lì sì che si lavorava. Chiedeva al giovane Assistente solo di accompagnarlo in taxi all’aeroporto, in quanto aveva delle comunicazioni da fargli importanti per la sua carriera.

I 20 minuti del tragitto per l’aeroporto furono impegnati in realtà a fare progetti su quello che lui avrebbe fatto, con vaghe possibilità di partecipazione anche da parte del giovane Assistente. All’arrivo lanciò un altro autoritario “Malavasi, paghi lei!”, tranquillizzandolo però con la promessa di raddoppiare da Basilea tutti questi anticipi.

Nonostante la perdita finanziaria secca, l’Assistente tirò un sospiro di sollievo pensando a come avrebbe potuto assaporare in pace i contenuti dell’importante Meeting. Fece un ultimo investimento con il taxi di ritorno alla Aspen Summer School, pronto ad affrontare sereno la comunità scientifica con i piccoli schizzi di gloria lasciatigli dalla conferenza del grande Maestro. Madornale errore di valutazione. Strominger era persona tracagnotta e di braccio tozzo e peloso. Era sulla porta della sala dei congressi, ove attendeva l’inconsapevole con un imperioso “You!”, indicando con l’indice il badge con l’affiliazione del Basel. Il tono era tutt’altro che amichevole: le giugulari del Prof. Strominger, ancorché della fine Harvard, erano gonfie e il suo inglese non propriamente bostoniano. L’anglo-ferrarese recepiva solo frammenti della crescente e irosa parlata: si riusciva tuttavia a capire che il Prof. Ceppellini aveva non solo guardato senza permesso le diapositive dello speaker, ma apparentemente ne aveva fatto incetta.

Le reazioni degli individui sono spesso poco prevedibili, tanto più in situazioni mai prima affrontate. L’Assistente fece ricorso al meglio dell’inglese di cui disponeva, spiegò che il Professore era partito, era già all’aeroporto. La salvezza venne nel ritrovare nel proprio archivio mnemonico il termine “paging”, un artificio che consente di lanciare messaggi negli altoparlanti di luoghi pubblici per contattare persone. Strominger fu lievemente placato da questa possibilità e il partente Prof. Ceppellini rintracciato ormai a Denver. La conversazione tra i due colleghi fu un esempio di mielosa accademia, con i vari “dear Jack” e “dear Ruggiero” intercalati da spiegazioni. Il Prof. Ceppellini si congratulò per la qualità dei risultati dell’illustre collega bostoniano e ammise di non avere saputo resistere alla tentazione (peraltro tipica dello scienziato) di guardare i dettagli di quanto aveva visto proiettare. Non escluse che l’eccitazione di fronte ai risultati da una parte e la ristrettezza della buia sala di proiezione avessero potuto fare cadere  qualche diapositiva. Qualche slide poteva essere addirittura scivolata nella briefcase, ma purtroppo aveva già checked il bagaglio per la Svizzera e avrebbe spedito da lì non appena arrivato. Strominger tentò di ribadire il concetto che le diapositive mancanti all’appello erano 52, ma sfortuna volle che fossero nella borsa già in cammino per Basilea con il suo aereo.

In realtà il Professore aveva fatto una scelta ulteriormente depistante: decise all’istante che sarebbe andato dal suo grande amico Luigi Luca Cavalli-Sforza a Stanford. I due si conoscevano dal 1945, quando erano neolaureati in Medicina. Includendo Umberto Veronesi, avevano formato un trio ed aperto un ambulatorio medico. Con i soldi ottenuti dalle famiglie, avevano fatto un investimento comune fu l’acquisizione di una bicicletta, assegnata a chi aveva il caso più urgente e grave.

Il Professore chiamò l’Assistente all’hotel e gli diede istruzioni per modificare totalmente il suo viaggio di ritorno: non si doveva tornare banalmente a casa, ma sfruttare il fatto di essere al centro del mondo per conoscere il mondo. Prima tappa sarebbe stata Denver, dove doveva visitare un suo importante amico che stava producendo anticorpi monoclonali anti-HLA. Istruzioni più precise sarebbero seguite in quanto il Professore doveva fare cose importanti all’Università di Stanford, costituite da un seminario, in cui le 52 diapositive furono ampiamente sfruttate e la loro paternità solo fumosamente attribuita.

L’Istituto del National Health Center era notissimo già da allora per le sue ricerche avanzate in immunologia e in istocompatibilità. L’Assistente giunse all’Istituto con le sue Samsonite rosse, senza conoscere nessuno e soprattutto sapere che cosa fare. Il Prof. Beck lo accolse con calore (la telefonata del Professore apriva allora tutte le porte) e fu subito inviato in Laboratorio per parlare con le persone che si occupavano del progetto di anticorpi monoclonali. Annaspò non poco ad interagire in lingue estere con i post-doc più aggressivi e preparati sul campo, ma trovò qualche forma di compromesso accettabile. Venne posteggiato nella Student House: non c’erano problemi di costi, in quanto da Basilea sarebbero giunti finanziamenti per affrontare le nuove ed impreviste spese sufficienti per il periodo da trascorrere in Colorado.

Tre giorni dopo il Professore chiamò nuovamente, si informò distrattamente dei progressi del lavoro e decise che probabilmente il Laboratorio di Denver non era la miglior scelta, di gran lunga superiore sarebbe stata quella di muoversi su New York. Lì c’era un Laboratorio all’avanguardia che stava validando una ipotesi di lavoro tanto cara al Professore, cioè che i geni di istocompatibilità fossero sullo stesso cromosoma e vicini a quelli delle immunoglobuline.

L’Assistente trasmise con grande imbarazzo al Direttore del Laboratorio l’ordine del Professore, di cui peraltro non si sapeva più dove fosse. Dr. Beck sorrise con comprensione paterna, data la grande familiarità che aveva con Ceppellini.

Le istruzioni ricevute erano chiare: dirigersi subito a New York e contattare Marcello Siniscalco allo Sloan-Kettering, il quale si sarebbe occupato di tutto. Oggi tutto ciò è parte delle abitudini del jet set scientifico, mentre allora ogni spostamento era sorgente di ansia, in particolare quando non c’era certezza su dove andavi e chi incontravi. L’origine provinciale era una ulteriore aggravante.

L’arrivo a New York fu semplice, compreso raggiungere lo Sloan-Kettering posta al centro di Manhattan. Lì fu accolto con grande calore partenopeo dal Prof. Siniscalco, stella della genetica internazionale, esperienza a Napoli, poi in Olanda ed infine a New York. In più, il Prof. Siniscalco era persona di grande charme personale, aveva moglie tedesca di bell’aspetto, già assistente del Direttore d’Orchestra Zubin Mehta.La loro casa era un punto di riferimento per la comunità scientifica italiana della grande metropoli.

La seconda sorpresa fu quella di trovare in quella sede il Prof. Ceppellini. Il Professore disse che forse New York era più adatta per le esigenze educazionali per un provinciale e cominciò subito ad anticipargli il suo desiderio che Torino partecipasse alla ricerca condotta al Mount Sinai Hospital, in cui si cercava la tanto vagheggiata associazione HLA ed immunoglobuline.

E l’istruzione cominciò subito. Fu presentato al Prof. Kurt Hirschhorn che dirigeva la Genetica Umana ed era persona altamente stimata assieme alla moglie Rochelle, altra importante genetista medica. L’incontro si svolse alla Cornell University, struttura diversa dallo Sloan-Kettering ma distante solo un centinaio di metri.

Giovane allieva di Rochelle Hirschhorn era allora Maria New, che con Ceppellini avrebbe trovato la prima malattia, il cui gene responsabile era posto all’interno della regione HLA.

L’incontro con i Siniscalco fu piacevole e rincuorante, in quanto Marcello aveva una affettività del tutto normale, anzi superiore. Questo significò invito a cene gradevoli (e soprattutto gratuite), piccoli anticipi finanziari in attesa che arrivassero i soldi dalla Svizzera e un incontro con la comunità scientifica che si trovava nella Grande Mela.

In quei giorni l’Assistente fu ospitato nella casa dei figli dei Siniscalco, temporaneamente in Europa per le vacanze estive. Il Professore alloggiava nella Guest House della Rockefeller University, elitaria università posta a 200 metri dal blocco che conteneva Sloan-Kettering e Cornell. A cena il Professore decise che importante tappa dell’educazione sarebbe stato l’incontro con il Prof. Henry Kunkel, il megaricercatore che aveva scoperto la struttura delle immunoglobuline. Il Prof. Ceppellini ammise benevolmente che ben comprendeva il desiderio del giovane Assistente di Torino di tirare fiato e di fare mezza giornata di relax: per questo aveva insistito per il privilegio di un incontro col Maestro in ore civili, in questo caso le 5:30 del mattino.

Il mattino successivo alle 5, l’insonne Prof. Ceppellini e il semi-addormentato Assistente si recarono all’incontro col Maestro, che peraltro aveva già avuto un incontro di lavoro: l’esperienza fu quella di una persona eccezionale, al di sopra di tutti gli standard prima affrontati e con una grande lucidità nella visione della ricerca medica. Alla fine del colloquio, rapido spostamento alla Cornell ed incontro con Maria New, già al lavoro. Decisamente un mondo diverso dai ritmi confortevoli di Ferrara e quelli sonnacchiosi di Torino.

Ormai il Professore aveva deciso: c’era un bellissimo progetto portato avanti da una giovane ricercatrice della Mount Sinai Medical School, che sosteneva l’ipotesi che i geni della istocompatibilità e quelli delle immunoglobuline erano localizzati in posizioni vicine sul cromosoma 6. Avrebbe trovato lui personalmente una sistemazione ove stare con tutti i conforts e provveduto ad una compensazione extra per pagare le spese nella grande città. Il giorno successivo, il Professore guidò l’inesperto provinciale all’Annenberg Building della Mount Sinai Medical School, una costruzione nuovissima posta tra la 5 Strada e Medison Avenue, top della ricerca e nel posto più di moda per gli occhi di un provinciale. Il giovane ricercatore era in realtà una ricercatrice sudafricana, Moira Smith, già avanti con gli anni, e che aveva dati che andavano contro le osservazioni di Carlo Croce, allora bambino prodigio di Hilary Koprowski del Wistar Institute di Philadelphia. Moira Smith non era certo una che facesse vibrare per carica di entusiasmo: tuttavia il Professore disse che si trattava di uno dei più avanzati progetti, il Laboratorio era oggettivamente molto bello e quindi la proposta fu accettata. Inoltre ci sarebbe stato il rimborso di tutte le spese anticipate per la missione in Colorado.

Il giovane ricercatore fu posto provvisoriamente nella casa della Young Men Hebrew Association (YMHA), la controparte della wasp e cristiana YMCA. La struttura era nota per avere una delle più belle sale da concerto per musica classica, una piscina al 7 piano, ma le stanze facevano apparire lo Spielberg una suite e tutto era guidato dalle regole della religione dominante.

Il ricercatore sistemò le proprie Samsonite e gli abiti, tra cui una bella collezione di Lacoste, residuo di antiche floridità economiche ferraresi. La parte finanziaria era drammatica, ma papà Antenore provvide con un piccolo sostegno dall’Italia.

Si trattava ora di fare un piano dettagliato di sopravvivenza, basato anche su un’attenta valutazione dei costi: il cibo era la prima istanza, ma ciò che si trovava nella YMHA aveva nomi oscuri e presentazioni di modestissimo appeal. Optò allora per gli enormi supermercati, dove potevi trovare di tutto ed anche imitazioni di cibo italiano, fatte per la robusta comunità italo-americana con altrettanto robusti stomaci. Si limitò ad acquistare una buona scorta di cibi consumabili nel loculo, che non necessitassero di cottura e che avessero anche un po’ di sapori di casa. Le baguettes formato USA furono l’accompagnamento per preparazioni di panini a base di salame, coppa e prosciutto, buoni succedanei di odori/sapori familiari.

L’inesperto ricercatore aveva trascurato una serie di piccoli ma vitali dettagli. Uno era la Security, termine allora non di moda in Europa, indicante che quelle strutture che avevano uno o più poliziotti privati che controllavano le ID, un surrogato in plastica che faceva testo più di un documento di identità. Il passaporto non aveva alcun valore. I signori della Security dellaYMHC avevano in testa un berretto da poliziotto ma sotto portavano un curioso zuccotto, indicante che appartenevano alla Comunità ebraica di New York, allora la più forte anche in termini numerici.

La Security aveva un compito di assicurare che gli entranti avessero il diritto di entrare (vedi ID) e che venissero rispettate le regole della Comunità Ebraica. Una delle più importanti era che il cibo doveva essere approvato e certificato dal rabbino. La Security con zuccotto lanciò una sospettosa occhiata ai sacchettoni di cibo, che lanciavano messaggi olfattori ben precisi sul loro contenuto. “Is this stuff kosher?” chiese con fare burbero, accento di Brooklyn e sospetto dipinto in volto, l’addetto alla sicurezza. L’inglese era quello che era, il provinciale pensò si trattasse del nome di un cibo locale e tenne a precisare con regionale orgoglio che invece si trattava di salame, coppa e prosciutto. Erano anni che in una struttura della Comunità non si vedeva un affronto del genere e il Security man chiese aiuto al suo collega, travolto dalla ripugnanza e dalla sorpresa.

Ancora una volta, l’inesperto visitatore non capì bene cosa stava accadendo ma la prudenza campagnola suggerì una poco dignitosa ritirata con il sacco degli affettati, consumati nel Central Park. Decisamente la YMHA presentava difficoltà adattative per gente della Bassa.

Intanto, il Prof. Siniscalco cominciava a presentargli tutti i giovani ricercatori italiani presenti nella città e che costituivano una rete solida di mutuo soccorso in un ambiente poco incline a sfumature mediterranee. Uno dei primi ad essere conosciuto fu Roberto Sitia, che con la moglie Iaia formavano la coppia più bella e raffinata della comunità. Ottimo inglese, esperienze precedenti, sicurezze familiari formavano il cocktail vincente per un ricercatore all’estero. In più, Sitia aveva un ottimo background fornito dall’Università di Genova.

Bob (Sitia era per tutti Bob) capì che era di fronte a un caso un po’ difficile e prese a sua volta il subappalto della educazione del nuovo visitatore. La prima tappa fu l’uso della “cafeteria”, il punto nodale dello Sloan-Kettering, ove i post-doc e gli junior scientist si scambiavano (poco) i risultati ed impressioni e cercavano invece di strappare confidenze e dati degli altri. L’elemento più difficile erano le interazioni con gli addetti alla mensa. L’addetto tipo era in genere costituito da persona dell’altra robusta comunità, quella nera, molto spesso coinvolta in lavori più umili, oltre a questo non è che brillasse per la qualità dell’inglese, decisamente poco comprensibile anche ai locali. Sitia era già passato attraverso queste, per lui, sciocchezze e ordinò un qualche cosa totalmente incomprensibile al visitatore. Questo fu preso da piccolo attacco di panico per la coda premente e per la incapacità di individuare qualcosa di civile. Abbozzò un timido “the same” che gli garantì un “hamburger, rare, to go”. Nessuno a Ferrara o in altre scuole di inglese aveva mai accennato a questi tre minacciosi termini indicanti, un hamburger al dente da portare via. Il tutto fornito da adeguato lancio da professionista di baseball, con conseguente colata di schifosi succhi e accompagnato da Coca Cola (localmente ed esclusivamente Coke) con quantità industriali di ghiacci di dubbie origine e pulizia. Nulla poteva fare una differenza maggiormente percepibile dagli incontri allo “Spuntino Campagnolo”, salame affettato in obliquo, copia di pane all’olio e vinello bianco spumante e adeguatamente ghiacciato.

Altra conoscenza fu Patrizia Ammirati, ricercatrice romana del gruppo Aiuti, giunta con una bella collezione di foulard di Hermes e sete europee. Era giunta nel Laboratorio di Bob Evans, gemmato da Boston de Schlossman e che guidava l’unità di Cell Sorter allora la chicca tecnologicamente più avanzata dello Sloan-Kettering. Persona molto demanding, aveva iniziato un duro trattamento con Patrizia, che dopo qualche mese ebbe qualche sbandamento reattivo. La situazione si agrravò quando la povera a una nuova richiesta di lavorò sbottò con un “basta!”, scambiato dal bizzoso Evans come “bastard”. Solo il potenziale di mediazione di  Siniscalco riuscì a sanare la lacerazione, che avrebbe significato ritorno immediato a Roma.

Altra persona di interesse fu Paolo Antonelli, che lavorava da Dupont, ricercatore danese della prima generazione HLA. La caratteristica più interessante dell’Antonelli era in realtà quella di essere fidanzato con Giny Dymbort, allora tecnica del Laboratorio di Evans e che costituiva uno dei primi ponti con la comunità americana reale. Inoltre Giny era carina di per sé, dotata di grande humour ebraico alla Woody Allen e viveva nel building dello Sloan-Kettering alla 78° Est, subito acquisito come centro di cene civili preparate in casa. Il giovane Assistente cominciò a sentirsi circondato da un ambiente amichevole e cominciò ad aprirsi, raccontando anche le sue vicissitudini di inizio carriera. Il racconto “Malavasi, paghi lei!” divenne un must relazionale e l’interpretazione si ampliava ogni volta. E ogni volta cresceva la comunità ascoltante, nessuno si stupiva in quanto alcuni avevano storie di gran lunga più pesanti e complesse ed altri addirittura dolorose. A questi gruppi partecipava anche il giovane Augusto Cosulich, delle omonime linee Cosulich, grande famiglia di armatori triestino-genovesi, che avevano in New York una base molto importante di trasporti. Augusto e la bellissima moglie e il più piccolo abitavano non i loculi tipo YMHA, nemmeno gli studio degli altri giovani ricercatori, ma vivevano in un appartamento vero e ricco di conforts. Lo stesso facevano gli appartenenti all’altra comunità di Manhattan, costituita da gente che lavorava nelle banche italiane. Questi vivevano in appartamenti veri, avevano stipendi significativi e prestavano attenzione anche a quello che avveniva nella città. L’inesperto Ricercatore aveva notato che esistevano delle differenze logaritmiche fra quartieri posti a Est, le Avenues centrali. Altre aree erano invece drammaticamente degradate e addirittura era difficile e pericoloso entrarci. Ed esempio, andare a trovare Paolo Tonda alla Columbia Medica era avventura da ricordare andandoci con la metro, appena più facile ma non certo confortevole arrivare alla Columbia di Lettere, posta alla 116 Ovest.

I bancari invece guardavano con occhio interessato proprio queste aree più degradate dove comprovarono numerosi appartamenti a due (duplex) o tre (triplex) piani per qualche migliaio di dollari, rivenduti negli anni successivi per molti milioni di dollari.

Il lavoro Mount Sinai iniziò subito: infatti, il Professore partito improvvisamente per l’Italia e Basilea spingeva moltissimo perché la competizione nel campo era alta. Il Laboratorio di Moira Smith era bello e ricco, inserito nell’Unità di Medical Genetics al 16° piano, da cui si godeva una vista mozzafiato sul water reservoir del Central Park. Certo, la visione era un po’ più aulica che non il semplice Po su cui si affacciava l’Istituto di Genetica Medica e la divisione di Medical Genetics era al centro di interazioni con tutti. Robert J. Desnick era assatanato cultore di una visione metabolica della genetica e della possibilità di correggere terapeuticamente difetti con trattamenti di enzimi purificati. (continua…)

Fabio Malavasi

FABIO MALAVASI – Un Provinciale alla corte del Barone di Torino

Era stata una svolta epocale avere ottenuto un posto di Assistente Ordinario presso il Servizio di Medicina Nucleare dell’Arcispedale S. Anna, il primo in assoluto a Ferrara data la novità della materia. Il periodo iniziale all’Ospedale di Ferrara era stato uno di più gradevoli e formativi in assoluto, mettendo a frutto quanto imparato da studente negli Stati Uniti nel 1972. In più l’ambiente era altamente piacevole, ricco di humour creativo, di sottile ironia e soprattutto di dileggio generalizzato.

Il servizio militare e l’Istituto di Genetica Medica a Torino erano stati un’altra cosa: ambiente diverso, persone cresciute con storie del tutto differenti e speculari a Ferrara e su tutto aleggiava l’ombra del Maestro, presente anche quando assente, forse ancora più allora.

Il Prof. Carbonara aveva mantenuto contatti con l’Assistente Ospedaliero, ritornato nel 1976 a Ferrara al termine del militare: alla fine si era giunti ad una qualche forma di accordo per un ritorno. Il mitico Prof. Ceppellini controllava tutto a distanza e aveva suggerito che la prima posizione da occupare fosse quella di Tecnico Laureato. L’Assistente, che aveva già raggiunto un alto livello all’Arcispedale S. Anna, storse il naso a sentire una posizione tecnica: l’ipnotico Maestro tuttavia lo convinse che quella era la strada più rapida e sicura per entrare, non mancando di ricordargli che lui non aveva fatto la necessaria gavetta universitaria.

Rimuovendo questo dettaglio minore, il 14 Marzo 1977 l’Assistente in aspettativa dall’Ospedale caricò la sua 2CV 403 cm3 di salami, prosciutti e cappelletti e partì a moderata (scelta obbligata) velocità per Torino, ove era atteso dai primi amici torinesi per cena in Via Vittorio Emanuele 100.

Arrivato in città verso le 18, cercò questa Via con insuccesso, ottenendo indicazioni vaghe e contrastanti. La gente sembrava non capire o non collaborare. Scese allora dall’auto e chiese deciso ad un signore alla fermata del tram dove si trovasse questa malefica Via Vittorio Emanuele. L’uomo rispose sicuro che a Torino non esisteva alcuna Via Vittorio Emanuele. Stupore dell’Assistente seguito da frenetica ricerca del foglio, che confermava esattamente Via Vittorio Emanuele 100. Con accento piemontese, la persona ipotizzò tollerante che forse potevasi trattare di Corso Vittorio Emanuele, quello sì esistente in Torino. L’Assistente capì che si stava aprendo un capitolo non facile di vita sabauda.

Grazie alle seguenti e stavolta precise indicazioni (e alla acquisizione concettuale di Corso), l’Assistente Ospedaliero raggiunse verso le 19:15 l’indirizzo desiderato, parcheggiò la sua 2 CV nel parcheggio del controviale (altra novità) e si avvicinò baldanzoso verso il numero 100. Porta robusta, di bel legno, maniglie di ottone splendente, ma decisamente chiuso. Cercò allora la fila di campanelli, ma questi non c’erano o non erano visibili. La stanchezza del viaggio (5 ore con massaggio prostatico prolungato causato dal vibrante bicilindrico della Çitroen) cominciava a fare sentire i suoi effetti, il desiderio di una cena in ambiente amichevole avrebbe aggiustato tutto. C’era solo questo piccolo problema dei campanelli, ovviamente in tempi pre-telefonino.

Cominciò a ispezionare con cura superiore le varie porzioni della porta, ipotizzando un mascheramento ligneo o altri abbellimenti cittadini, ma senza successo. L’ispezione della porta non passò inosservata all’immancabile passante piemontese, scosso dalla novità di quello che si presentava nel portone. Il passante si fermò, chiese gentilmente, ebbe una gentile quanto imbarazzata risposta di persona che semplicemente chiedeva di entrare nell’appartamento (subito corretto in alloggio), ove era atteso per cena. Erano ormai giunte le 19:30-45, l’ora in cui a Ferrara c’era l’ineludibile impegno della vasca con aperitivo finale al Bar Europa.

Stupito, il passante piemontese borbottò che trattavasi di richiesta ben strana, in quanto generalmente non si andava  a casa della gente dopo cena e, in questi casi fuori dall’ordinario, ci si andava accompagnati dall’ospite. Segno ulteriore che confermava che la vita a Torino nasceva sotto cattivi auspici, confermato poi dal fatto che gli ospitanti erano già nel più avanzato dopo cena.

Il mattino successivo una corroborante doccia fresca fece arrivare l’Assistente in Istituto assai sveglio per il primo giorno di lavoro ufficiale. Non certo una novità, ma una piccola emozione per un cambio epocale di lavoro in tempi pre-Fornero, in cui chi ne aveva uno (e ben pagato) se lo teneva altrettanto stretto. L’ansia giocò un brutto scherzo già quel mattino, in cui dimenticò di avvitare il rotore alla centrifuga Sorvall americana (dono di Ceppellini), che giunta attorno ai 3-400 giri fece un balzo di un paio di metri. Sopravvivendo alla prima settimana, fu fatto un concorso per il posto di Tecnico Laureato, dovendo peraltro lottare con un interno, una fenocopia (non ben venuta) di Vittorio Emanuele II. Superato anche questo l’esame, passarono 6 mesi di lunga formazione e alla fine giunse il tempo del concorso per Assistenti Ordinari all’Università. Era un posto riservato per coloro che occupavano la posizione di Tecnico Laureato (astuzia ceppelliniana) e quindi uno poteva pensare di andare sul sicuro. In realtà, numerosi futuri colleghi non mancarono di ricordare concorsi facili in partenza, ma andati male a causa del volubile umore del Maestro. Il Concorso era bandito dal Prof. Ceppellini, il quale coordinava la Commissione, composta dai Prof. Carbonara e Negro-Ponzi di Microbiologia. Il Concorso era bandito per il primo Lunedì di Dicembre alle ore 8 presso l’Istituto di Genetica Medica.

La giacca blu fresca di sarto Guiorci, il pantalone di vigogna con piega al laser di mamma Dina, camicia fatta dalla camiciaia Pulga erano la componente base di come uno si presentava allora ai concorsi, almeno nella zona di Ferrara. Completava il tutto cravatta di Schostal di Bologna e loden fatto venire da Innsbruck. L’arrivo alle 7:30 in Istituto era preceduto dal maschio afrore del dopobarba Noxzema, utile a Ferrara ma del tutto irrilevante nell’algido ambiente piemontese.

L’Istituto appariva già in movimento, la Signorina Garetti al suo posto di conteggio, mentre l’ufficio del Maestro chiuso, ma non era ancora l’ora fissata. Il Professore si era fatto fare al secondo piano un grande studio vetrato, un lato protrudente sul Po e l’altro sulle Molinette. Nonostante queste caratteristiche uniche, il Maestro non ci stette un solo momento, preferendo la stanzetta ora dedicata al caffè del personale ospedaliero, da lui usata in realtà come sistema di controllo fiscale delle entrate e delle uscite. La stanzetta era minuscola, ma subito ri-usata a scopi nobili e soprattutto per telefonate transoceaniche marcate da un eccesso di decibel.

Alle 8.30 arrivò la Signora Anna, aprì il suo ufficio ed iniziò la girandola di telefonate per il Professore. La Signora confermò sì che quel Lunedì il Maestro sapeva, un attimo di pazienza e sarebbe arrivato. Intanto lei pre-allertava i Prof. Carbonara e Negro-Ponzi. Tranquillizzato, l’aspirante Assistente Universitario (in breve, l’aspirante) si ritirò da Cleide (tranquillo, tanto arriva, lo conosci, no?) e Carlo, nel suo costruttivo riserbo (bisogno di niente?). La camicia iniziava a perdere della iniziale freschezza.

Verso le 11, l’aspirante osò bussare nuovamente alla porta della Signora per sapere se aveva notizie fresche del Professore. Sì, il Professore stava finendo un importante lavoro, aveva una scadenza ferrea, ma nessuna preoccupazione, sarebbe arrivato a breve, per cui il concorso è ri-fissato alle 14. Nuovo calo di tensione, fauci secche, non lo stesso delle ascelle, sotto controllo di meccanismi di difficile gestione. Rapido cappuccino e quindi alle 13.30 nuova ricarica delle batterie per arrivare ben tarato allo scritto, la prima parte dell’esame.

Le ore 14 scorsero delicatamente, seguite come atteso dalle 15 e poi dalle 16, in non rapida né tranquilla sequenza. Alle 15 la Signora Anna staccava: uscì chiudendo a chiave l’ufficio alle sue spalle (lì era situato il telefono del Professore, che non aveva restrizioni e quindi oggetto di interessate attenzioni in tempi pre-internet). Il Professore aveva chiamato, si scusava, stava arrivando, l’aspirante stesse vicino al telefono in attesa di una chiamata che sarebbe arrivata a breve.

Cominciò allora un servizio di guardia del telefono, interrotta dalla uscita di tutti. L’ultima fu Eleonora Olivetti, che lavorando sul P6060 Olivetti di casa metteva in piedi i primi programmi su supporto magnetico. Signora dentro e fuori, lasciò un buffetto di incoraggiamento all’aspirante fissamente saldato al telefono, che data l’ora non riceveva nemmeno le chiamate di lavoro.

Alle 19.45 il Maestro in linea, sì era in ritardo, ma il lavoro era venuto benissimo ed andato oltre le più rosee aspettative. Per questo pensava di tirare avanti ancora: fare il concorso a quell’ora pareva ormai fuori luogo. Forse era meglio spostare il tutto alle 8 di Martedì mattina, dove a mente fresca tutto veniva meglio.

L’abbigliamento del primo giorno era ridotto a massa informe e di freschezza utile solo per i wet T-shirt test di Psicologia. Mamma Dina aveva previdentemente incluso un secondo set di tutto.

Mattino successivo, rinfrescato da sonno e doccia era rientrato la mezz’ora di ordinanza prima dell’appuntamento delle 8. In piedi accanto alla porta dello studio (e quindi accanto alla porta dell’Istituto), ebbe modo di vedere il risveglio dell’Istituto e del Centro CNR, Carlo borbottando in rapido saluto sotto il baffo rigoglioso. Seguiva una pimpante signorina Garetti, di buon umore per la notizia di una prossima crociera. A ruota arrivavano gli altri ed infine la Signora Anna tra tessuti speciali e colli di pelliccia (stavolta ci siamo), lo studio aperto, ci siamo proprio.

Tuttavia né alle 8 e nemmeno alle 9 il Professore fece la sua solita roboante entrata. Alle 10 un certo nervosismo era palpabile, ma nessuno, professori e aspiranti, diceva nulla in quanto erano genati.

L’aspirante osò verso le 13 e stavolta anche la Principessa Anna convenne che il Professore era decisamente in ritardo. Optò per chiamarlo ed evidentemente sapeva dove era. Stavolta flautato era il Professore, che confessò di avere pianificato un importante esperimento, che voleva seguire di persona, perché non si fidava di Trucco e Garotta. Nomi noti, che riconducevano al Basel Institute for Immunology di Basilea. Nella bella sostanza, il Professore era in Svizzera, sa la ricerca per me ha la priorità su tutto ma capisco le sue ragioni, per questo mi metto subito in macchina, a tavoletta con la mia “125” sono lì al massimo fra 4 ore. Quindi alle 5 (ore 17 sul fuso di Torino) ci vediamo.

Un coro all’unisono sai è fatto così tappò un certo bollore proveniente dalla Bassa, ma allora i Baroni erano tali. La Signora Anna gli affidò il telefono prima mangi un panino la vedo un po’ alterato, sa è meglio seguirlo, telefona sempre appena in Italia. Rapida puntata al Tio Pepe, ritorno altrettanto rapido al telefono e ripasso generale per coprire i buchi di una preparazione basata sulla medicina nucleare, ma anche inframmezzata da significative porzioni di easy going life.

L’attesa accanto al telefono consentì anche più piacevoli ripassi degli ultimi mesi in Torino, un cambio significativo rispetto a comodi standard di vita.

La 2CV fu protagonista della scuola di apprendimento semantico della città. Una volta superato lo scoglio di Corso/Via, saltò fuori un’altra inquietante novità. Eleonora Olivetti invitò per cena alcuni amici, e il biglietto terminava con un vi aspetto alle 20.30 in Strada XX 4F. Dapprima lo  shock dell’ora (dopo cena pieno, si arriva mangiati o no?) e poi la novità della Strada. Si deve sapere che il piemontese non ha mai accettato l’arrivo di gente dalla Bassa Italia: lasciò quindi la città per ritirarsi nelle cittadine vicine o sulla collina, più discreta agli occhi e poi militarmente proteggibile.

Il Po rappresenta a Torino uno spartiacque tra piemontesi (ricchi) e non. La collina era marcata dall’esistenza di vie note come Strade, irraggiungibili quanto disagevoli ma facenti la differenza sociale. E parte della differenza era costituita dalle macchine necessarie per affrontare le pendenze delle Strade in condizioni normali: gli attuali SUV sono probabilmente nati per dare risposte chiare alle esigenze di mobilità dei collinari.

Una volta indovinata la Strada in oggetto, la 2CV affrontò con decrescente baldanza la salita, fino a giungere ad un numero civico apparentemente nel mezzo del nulla. In realtà, dietro il numero civico era la fortezza Bastiani, un muro di cinta mimetizzato nel verde. Macchina ancorata al terreno a causa della dolomitica pendenza, l’aspirante venne confortato nel vedere nella porta fortezza una fila di campanelli, stavolta con la novità dell’assenza di nomi, sostituiti da numeri o vezzose sigle di richiamo. Appariva ora chiaro il significato dell’oscuro 4F dell’invito, scambiato per un banale fourth floor.

La scampanellata al 4F fu seguita dalla apertura rapidissima del portone: assai meno rapida fu la manovra di convincimento della 2CV a mollare le ancore e ripartire in salita. Una volta che l’infaticabile ma piccola 403 Çitroen era entrata in coppia, con piglio gigliottinesco il portone si richiuse con rapidità lasciando fuori il malcapitato. Nuova suonata, simile risultato. Fu necessario ripetere l’esperimento tenendo il motore imballato, lavorando di punta/tacco e premendo il campanello attraverso il finestrino della macchina. L’interno della fortezza era inaspettatamente vuoto e buio, con rare ville isolate sparse qua e là. Ad altezza uomo c’erano luci fioche, abbinate e mobili. Quanto scambiato per piccole luci pensile poste ad indicare la strada erano in realtà occhi fosforescenti montati su alani, apparentemente lasciati liberi dalla Sicurezza all’interno della fortezza. Fuga precipitosa all’interno dell’auto, le cui lamiere erano di non rassicurante spessore. La casa fu raggiunta al seguito di un macchinone di altro ospite, ben avvezzo ai modi della città. Il week end a Ferrara fu impegnato in un racconto di fronte ad una audience incredulissima.

Attendere una telefonata di fronte ad un telefono muto che trasmette irrilevanti messaggi mette ansia, incide su certezze, toglie sicurezza. Però anche questo era parte dell’esame, o forse la maggior parte.

Alle 20 chiamò. Si scusava ancora, ma i risultati erano buoni, avevano impiegato la notte a definire un nuovo sistema di nomenclatura per gli anticorpi anti-HLA, molto divertente e glielo facciamo vedere noi a quei Bodmer lì. A proposito, lei capisce bene (traduzione, anche se così provinciale) che non potevo venire per il concorso parto però subito e domani sono lì bello fresco sa che dormo poco, io. Altro poco consolante borbottio di Carlo nell’Istituto ormai deserto. Nuovo ritorno a casa, nuova procedura di relax e nuovo risveglio.

Idem per l’Istituto: la Signora che arriva, stavolta proprio è quella buona, lei si prepari in aula così recuperiamo tempo. Verso le 11, nell’aula vuota scesero scoramento ed anche rammarico per avere lasciato una struttura ove era stimato e circondato da sana ironia, mai nessuno avrebbe osato pacchi del genere con nessuno. Stavolta il Professore chiamò lui, dicendo che aveva  passato la notte a buttare giù le bozze di un lavoro, di cui era molto soddisfatto: però capiva le esigenze dei giovani, per cui si metteva subito in macchina invece di andare a riposarsi come meritato, sarebbe arrivato verso le 18, giusto in tempo per fare lo scritto.

L’aspirante Assistente si augurò che non arrivasse, era Martedì e la piccola superstizione della tradizione contadina era piuttosto attiva su questo punto. In realtà, non c’era nessuna necessità di pregare il Professore: semplicemente non venne, né telefonò.

La manfrina continuò anche il Mercoledì mattina, no show-up, neppure telefonate. Persino la olimpica calma della Signora Anna cominciava a cedere, prese la situazione in mano e chiamò il Professore al centralino del Basel. Si rendeva conto di essere un po’in ritardo, ma non aveva saputo resistere alla tentazione di uno scoop con Strominger, peraltro andato benissimo. Malavasi si preparasse per il primo pomeriggio per lo scritto. Solita azione pomeridiana di presidio del telefono, le note di ironia erano così facili che erano ormai cessate. La placida Pamela, nei suoi colori canadesi e floridità mediterranea, passò per un saluto, sufficiente a ricordare le uscite con i giovani dell’Istituto. Una sera si era deciso di andare oltre Valle Ceppi (dopo Via, Corso, Strada, anche Valle!) per una cena all’aperto a festeggiare qualcosa di irrilevante. Al gruppo si era aggiunta Eleonora, con una delle sue improbabili automobili (una delle 3 Duna vendute a Torino) ma avvolta in chilometriche sete extrapure. Il posto scelto era noto per la sua carne alla brace, servita in spiedoni di legno. Eleonora era rigorosamente vegetariana, si evitò il problema ordinando una mega porzione di verdure ai ferri. Il tutto era innaffiato da un modestissimo rouge de la maison, servito in brocche. Rosso potente, tutti cominciarono a brandeggiale gli spiedi e questo ebbe come effetto indesiderato una pioggia di oli e succhi di cottura sulle vesti dei bersagli. La più danneggiata, Eleonora e le sue sete, non mosse il signorile ciglio.

Tutti ricordi piacevoli e divertenti, ma di moderato effetto per convincere l’aspirante che le sue aspirazioni valevano la pena di una attesa talmente stressante ed anche umiliante. Le esperienze professionali all’Arcispedale gli avevano mostrato che le posizioni universitarie sembravano avere qualcosa in più. E ovviamente il figlio di modesta famiglia della campagna più povera era caduto in trappole pensate invece per rampolli di ben altri lombi.

Il Giovedì passò come gli altri giorni della settimana, attesa, telefonata di spostamento al pomeriggio, guardia al telefono, nulla, ritorno a casa. Il pomeriggio era stato motivo di qualche depressione, le scelte sbriciolate di fronte alla indifferenza dell’uomo, che tutto poteva decidere. Scorse il film della prima gaffe importante in Istituto, che aveva portato ad effetti mai più risolti. In genere l’aspirante andava a casa nei week-end, lunghi viaggi in treno ma ambiente e calore delle case aiutavano a scordare le ristrettezze della vita a Torino. Aveva cominciato a vendere le moto, relitti del precedente periodo di agiatezza ospedaliera, per non mostrare alle famiglie di essere alla frutta, anzi al digestivo.

Il Venerdì è notoriamente giorno dedicato alla penitenza, l’aspirante aveva penato per una settimana ed era ridotto a straccio, nemmeno bagnato. Quando tutto era considerato perduto, mancava la faccia per tornare a casa e confessare il tutto, il telefono squillò, il Professore in persona chiamò per informare che stava superando le Alpi, l’aspirante si tenesse pronto. Si fermava un attimo per un boccone in una trattoria che conosceva prima di Aosta ed era subito in Istituto.

La notizia portò animazione nell’intero Istituto. Quando il Maestro arrivava, amava essere accolto con gli onori dovuti, e soprattutto gradiva avere una corte con cui lamentarsi di tutto ciò che accadeva in Italia e a Torino, con ovvi confronti con la virtuosa Svizzera. Il prediletto era il Prof. Carbonara, seguivano la Signora Anna ed infine la Signora Garetti, che arrivava con i conti del CNR.

Nonostante lo schieramento di forze, il Maestro non apparve alle 3, alle 4, alle 5. Alle 18 cominciò un silenzioso sgretolamento della guardia d’onore. Alle 19 anche le ultime illusioni dell’aspirante erano sottoterra: tuttavia, ad un certo punto una voce tuonò dall’entrata chiedendo come mai non ci fosse più nessuno. Note di colore sul lassismo imperante nel Paese, l’Istituto non è più quello che ho creato, e così lamentando.

Un’ombra lieve di complimento dell’aspirante per essere rimasto: per premiarlo, avrebbe fatto lo scritto ora. Scrisse il tema, consegnò i fogli preparati dalla Signora Anna con i timbri della Repubblica Italiana. Andarono nella grande aula, lesse alla cattedra il titolo ed assegnò 3 ore per la consegna. Lo scritto doveva essere finito per le 22.45, si dovevano consegnare anche i fogli di “brutta”. Lei inizi ed io intanto vado a vedere i conti che mi ha lasciato Adriana.

Tornò dopo 10 minuti dicendo che ormai tutto era avviato, lui pensava di andare a cena da Galli, in fondo se lo meritava proprio per una settimana così produttiva. Lei Malavasi vada avanti con l’elaborato e mi raccomando non copi e si consegni il lavoro alle 22.54, non un minuto di più.

L’aspirante fu pervaso da un’onda di depressione e malinconia, quasi da piangere per delusione e solitudine in cui tutto avveniva. Tutto era lontano da quanto aveva atteso e si era figurato.

Verso le 21, la porta dell’aula si aprì, entrò silenzioso come sempre Carlo con 2 panini + bibita. Tieni napuli, voi che siete nati sotto il Po siete abituati a tenervi su. Quando finisci, andiamo insieme verso casa.

Il mattino successivo della settimana di passione, il Professore alle 8 aveva già letto il lavoro, molte critiche, si nota proprio che non ha fatto la mia scuola, ma in fondo è promettente, può migliorare a patto che si impegni ed abbandoni il lassismo e gli agi cui è abituato.

Seguì una prova orale, formale e discreta. Il Professore assieme a Carbonara e Negro-Ponzi lo nominò Assistente Ordinario, naturalmente da confermare dopo 6 mesi.

Il primo passo era stato fatto. Il ritorno a Ferrara significò 5 ore di sonno in treno, un recupero parziale per non farsi beccare dalle famiglie. Nulla di nuovo confessò girando altrove lo sguardo, ieri ho fatto il concorso, che è andato bene. Citò anche l’aumento di stipendio, senza entrare in poco signorili dettagli quantitativi.

Tuttavia a mamma Dina non passò inosservato l’enorme consumo di pantaloni, camicie e giacche, ridotte peraltro in condizioni miserevoli. Ma la donna tenne tutto nel suo cuore, nulla doveva turbare la carriera di suo figlio, un cretino che aveva lasciato il nostro Ospedale ma sai, Teni, è fatto così. Avesse almeno avuto i tuoi occhi chiari…

Fabio Malavasi

LA BORSA DI STUDIO COMPORTERA’ QUELLA DI SOPRAVVIVENZA

Image courtesy of liberareggio.com

L’esplosione demografica degli atenei dovrebbe terrorizzare quanto quella delle bidonvilles africane. Attorno alle nostre università le strade e le piazze formicolano di studenti, i più visibilmente venuti dalle periferie proletarie. Lezioni, per esempio di diritto, che richiedono non aule, ma grossi cine-teatri, con impianti d’amplificazione acustica di tutto rispetto.

Mi viene in mente quella volta, in un tempo lontano, che m’ero seduto per fatti miei nel banco più basso di un anfiteatro universitario perfettamente vuoto. Invece arriva il cattedratico, mi prende per un suo uditore e avvia la lezione solo per me. Che gli studenti fossero pochi era normale. La lezione dovetti sentirla tutta: il cattedratico tenne entrambe le mani sulle mie spalle: un po’ per bonarietà, un po’ perché l’uditore non sparisse.

Quell’anfiteatro contenente solo me accidentale è l’opposto metafisico dei maxi cine-teatri d’oggi, straripanti di moltitudini. Bene così. Giusto sia finita l’iniquità degli atenei per i piccoli numeri espressi dai licei, ehm, elitari. Oggi pochi proletari rinunciano ai figli universitari. Ma poi viene il vuoto. Chi ha fatto la fatica di prendere una laurea, magari triennale e persino on-line, cercherà di non lavorare in fonderia. Aborrirà la zappa. Al massimo dell’umiltà guiderà un taxi o farà il concorso per vigile urbano. Ma i vigili saranno pochi, forse diminuiranno. La competizione tra leve incalzanti di candidati alle professioni liberali e ai posti da tavolino o da tuta bianca si farà più feroce. Ciascun candidato sarà tentato di farsi caino di un altro. Gli studi e le posizioni esistenti, quelli che spettano ai figli e ai nipoti dei professionisti affermati, o appena sbarcanti il lunario, si terranno tutti i clienti e gli stipendi. Di che camperanno le turbe laureate?

Veniamo così alla conseguenza ineluttabile. Saremo costretti ad essere coerenti con la filosofia egualitaria che ha voluto il trasloco delle lezioni nei cine-teatri. Dovremo fare il passo successivo, quello che sarà accettato solo da una società parasocialista. Il conferimento di una laurea comporterà l’assegnazione di una borsa pluriennale, non più di studio ma di (magra) sussistenza. I dottori in possesso dei requisiti x e y saranno mantenuti (come Dio vuole) se dimostreranno d’essere disoccupati con figli o madri vedove a carico.

Il costo di questa coerenza essendo proibitivo, si abbasserà la saracinesca su varie botteghe della società organizzata sui beni, sul mercato, sulla libera iniziativa, sulla sacertà del diritto, sulla competizione, sulla vittoria dei più forti, persino sul dovere di lavorare. Dovrà vivere anche chi non lavorerà. Andranno distrutte le vecchie icone: produttività, progresso, pensioni generose agli anziani, visibilio d’ammirazione per gli operai-padroncini che in Veneto domano le esondazioni, per i finanzieri di piazzetta Cuccia e per le ‘grida’ della Borsa, cuore, polmone e cistifelia della modernità.

I conati di sinistrismo sono meritatamente falliti ovunque, ma ovunque occorrerà tornare agli sforzi di un secolo fa per umanizzare il vivere collettivo. Scopriremo di avere sbagliato a ripudiare gli ideali sociali solo perché gli esperimenti di socialismo hanno premiato i peggiori e incanaglito il costume pubblico. Guidati dai puri di cuore e non dai politici ed intellettuali ‘democratici’, ci convinceremo che sempre più le nostre società saranno contesti di senza lavoro e di precari. L’ultimo numero di Newsweek afferma che Obama entrerà nella storia solo se dirà all’America “la catastrofe economica che la attende”.

Solo la scelta di programmi parasocialisti di solidarietà austera mitigherà la sofferenza degli svantaggiati. Le tasse saliranno, il Pil scenderà, gli investitori e i redditieri fuggiranno, il benessere degli Ottanta resterà un ricordo. Ricordo non bello: i laureati senza lavoro sono una delle battaglie perse, una delle brutture da cancellare.

L’Ussita

America’s Education Failure

The Necessity of Reappropriating Our Cultural Heritage

Thomas Friedman, in his article “U.S.G. and P.T.A.”, highlighted the failure of America’s educational system, and said help was needed from both sides: “top down” from the government (U.S.G.), and “bottom up” from parents and teachers (P.T.A.). He is correct. But we need more than that: We also need to reappropriate our Western culture, which is our national heritage, and without which we can not exist as a country, since all of our ideals, ethics, and mores come from it. Indeed, an important part of our current problems stems from our “cultural amnesia” regarding this irreplaceable intellectual and cultural inheritance—which loss can be seen most graphically in the cynicism, ignorance, selfishness, and mean-spiritedness now running, and ruining, our nation whole and entire.

The Tea Party is the culmination of a degenerate politics since the multiple assassinations in the 1960’s of Martin Luther King, Jr, John F. Kennedy, and his brother, Robert F. Kennedy. These killings, we now know, were political assassinations carried out by the US government through the initiative, knowledge, and support of the wealthy one percent, in order to stifle in America the basic values inherent in Western culture and Christianity, i.e., economic assistance to minorities, the poor, the elderly, and the sick—along with other initiatives to make society as a whole fairer and more equitable; and on the other hand, not to allow large corporations to run roughshod over Americans or America, which, under JFK, meant concretely, among other things, not to get dragged into the Viet Nam war, for which Corporate America and the military lobbied so insistently. In hindsight we can now see what have been the tragic consequences of the deaths of these three great Americans: numerous, costly, and debilitating wars; an absolutist Corporate State; economic decline and hardship for 84% of Americans; a degenerating, and increasingly malfunctioning infrastructure; an inadequate and expensive health care system (now, under Obama, finally about to be improved, unless stopped again by Republicans); a grossly inferior, and deteriorating, public school system; no relief from our dependence on fossil fuels (and therefore our continuing engagement in the Middle East); environmental catastrophes one after another; little progress in trying to stop global warming; the loss of America’s prestige, honor, and influence through unjust wars and the mistreatment and torture of prisoners; and a new “banana republic” status due to an unbelievably high income disparity. These are both the intended and unintended effects of the assassinations—the intended effects welcomed by Tea Party people and Conservatives (Republicans mostly, but also some Democrats).

But mere “structural changes” won’t effect ini themselves a change in America or how it is governed. We need to probe deeper. We need to return to our cultural, intellectual, and spiritual heritage, to the Greeks and Romans, and also, in an informed and spiritual manner, to our Bible, to reappropriate the history and foundational ideas of Western culture—to enflame our hearts once more with the highest ideals, from Moses and Homer on down, which have inspired men to strive for wisdom, goodness, truth, and beauty, no matter the cost. From these historic Western ideals have sprung new ideas of governance, of how citizens ought to behave towards one another, and of how the state ought to act. Just compare, for example, a Saudi Arabia or China or Russia—their governments, and how they treat their citizens—with any modern Western state, and we see how profoundly important our Western cultural heritage really is.

In part, this renewing of the Western mind and soul will need, as an aid, a return to the classical languages of Hebrew, Greek, and Latin; for a full and profound appropriation cannot be accomplished without a knowledge of the sources speaking in their original tongues. A classical and liberal arts education is, I know, hardly a fashionable prescription, though a necessary one. For language is more than a cultural artifact: it is the only means by which a culture can be effectively appropriated. For our nation, in these troubled times, it would be a decided boon: instead of a distorted, false, and propagandistic Fox News, for example, we could read for instruction our Genesis, Isaiah, or John; instead of the empty and mindless entertainment offered on TV, computers, and cell phones, we could be enriched, deepened, and delighted by Herodotus, Sophocles, or Shakespeare; and instead of listening to the empty and twisted sophistry of a Palin or Beck, we could hear the wise and sonorous counsels of a Plato, a St. Paul, or a Cicero. In this educational reform hearkening back to our cultural roots, then, there would be much to be gained and nothing lost—except our cynicism, our ignorance, our empty pride, and our (Republican) uncharitable hearts.

America is at an historic crossroads. We can embrace fanatics and lunatics, like the Tea Party, and go down to destruction—or we can be renourished and sustained by the historic wisdom of our Western culture, and thrive both individually and collectively. But we cannot do both.

Len Sive, Daily Babel