DUE CONTRANNIVERSARI

Quest’anno abbiamo due ricorrenze meno innocue del 150.mo dell’Unità; due ricorrenze che il Colle festeggerà con meno passione. Fanno 67 anni che Napolitano entra nel Pci, diventa segretario della federazione napoletana e si identifica col togliattismo. Soprattutto fanno tre quarti di secolo che il terrore staliniano si fa estremo. Quell’anno, 1937, Palmiro Togliatti è secondo segretario del Comintern, cioè il numero Due dell’organizzazione comunista internazionale; e il capo del partito italiano identifica se stesso e i suoi seguaci con i delitti di Stalin. Quei delitti in particolare che finiscono coll’annientare fisicamente l’intera leadership espressa dalla Rivoluzione d’Ottobre e decimano i quadri direttivi del comunismo centro-europeo.

Gli storici fanno ascendere a vari milioni le vittime totali dello stalinismo. Togliatti è certo innocente della fame che sterminò i contadini e delle forzature inumane della collettivizzazione (nel 1928 le aziende collettivizzate erano l’1,7%; nel marzo 1930 erano il 58%; nel 1940, il 97%) e dell’industrializzazione accelerata. E’ innocente della schiavizzazione dei 24 milioni di russi trasferiti nelle città e delle disuguaglianze all’interno della classe operaia, superiori che in qualsiasi altro paese. Forse è innocente dell’universo dei gulag. Non è innocente delle purghe nel partito comunista tedesco e in quello polacco, quest’ultimo addirittura disciolto. E delle ferocie che seguirono fino alla morte del Hitler georgiano.

Nel giugno 1934 un decreto dispose l’arresto dell’intera famiglia nel caso uno dei suoi componenti venisse smascherato come ‘nemico del popolo’. Nel dicembre successivo, l’assassinio di Kirov, capo del partito a Leningrado, scatenò un’ondata di esecuzioni e deportazioni. Nell’agosto 1936 furono fucilati 16 nemici del popolo tra cui Zinoviev e Kamenev. Nel gennaio 1937 muoiono Radek, il maresciallo Tuchacevskij, molti generali e ventimila ufficiali. Nel 1938 l’ultimo dei grandi processi: mettendo a morte Bucharin e altri 17 dirigenti,  Stalin ha distrutto l’intero gruppo degli artefici della Rivoluzione. Un’immensa rete di gulag imprigiona milioni di persone, molte delle quali non sopravvivono. Le grandi purghe fanno morire numerosi comunisti stranieri riparati in Urss, tra i quali due-trecento italiani.

A partire dalla promozione a secondo segretario del Comintern Palmiro Togliatti è consapevole di abbastanza crimini di Stalin da risultare egli stesso un criminale. Egli non poteva non sapere, dunque era corresponsabile. Non raggiungeva gli estremi di ferocia degli Jesov e dei Manuilski: ma non rifuggiva dall’inneggiare al corso atroce dello stalinismo. L’uomo che in Occidente la cultura di sinistra ancora esalta come un raffinato intellettuale si identificava con le azioni più scellerate. Per esempio Togliatti fu presente alla riunione del Presidium che condannò Bela Kun, l’uomo della repubblica dei soviet ungheresi. Togliatti firmò col proprio nome alcune delle esaltazioni più smaccate delle atrocità staliniste. Scriveva nell’ottobre-novembre 1936: “E’ appunto perché l’Urss è il paese della democrazia più conseguente, che i partiti estremisti della reazione e della guerra  concentrano contro l’Unione Sovietica attacchi furiosi. I banditi terroristi, smascherati grazie alla vigilanza degli organi di sicurezza dello stato proletario e annientati dalla giustizia proletaria, non furono altro che lo sviluppo della lotta disperata contro l’Urss. Coloro che hanno annientato i banditi terroristi si sono resi benemeriti di fronte all’umanità intera. Il processo di Mosca è stato un atto di   difesa della democrazia, della pace, del socialismo, della rivoluzione (…) Non esiste al mondo che un solo tribunale i cui componenti e la legge cui si conforma offrano una garanzia assoluta di equità: è il tribunale proletario, opera giuridica della Rivoluzione” (Da l’Internationale Communiste , n.10-11, oct.-nov. 1936, Bureau d’Editions, Paris). La stessa crudeltà metterà il Migliore nel magnificare gli omicidi dei gappisti, specificamente quello che uccise il filosofo Giovanni Gentile.

 

Nel 1953 Palmiro Togliatti definirà Stalin “un gigante del pensiero: col suo nome sarà chiamato un secolo intero”. Fino al 1964, quando  Togliatti morì, il primo ventennio della carriera comunista di Giorgio Napolitano si svolse interamente nel quadro del togliattismo. Nel 1956 il Capo promosse il giovane deputato napoletano nel Comitato Centrale. Il 1956 fu anche l’anno in cui l'”Unità” togliattiana definì “teppisti” gli insorti ungheresi e Napolitano elogiò l’intervento dei carri sovietici (“Ha contribuito non solo a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma anche alla pace del mondo”). Pietro Ingrao testimonierà sulla “soddisfazione” di Togliatti per l’invasione dell’Ungheria. Più tardi il Migliore proverà a scusarsi: “Si sta con la propria parte anche quando sbaglia”.

Tra cinque anni si compirà un secolo dalla Rivoluzione d’Ottobre. A Napolitano auguriamo una vita abbastanza lunga e vegeta da poter sovrintendere, da presidente rieletto oppure emerito, a un ciclo di grandi celebrazioni, adeguate alla portata decisiva dei cento anni in cui campeggiarono Stalin e Togliatti,  L’Uomo del Colle garantirà senza dubbio l’obiettività dei festeggiamenti. Henry Kissinger non lo definì “my favourite Communist”? Ed Egli stesso non usa dichiarare “giusta” la guerra dei droni americani nell’Afghanistan, altrettanto utile alla pace mondiale quanto l’intervento sovietico in Ungheria?

A.M.C.

MIRACOLO ADDIO? I CONTI IN ROSSO DEL 150°

Non solo quelli economici…

Conclusioni sull’Unità d’Italia (vedi parte I, parte II, parte III, parte IV e parte V)

Il cammino compiuto in 150 anni dall’Italia unita e indipendente è stato tanto e complessivamente proficuo, come abbiamo cercato di chiarire a puntate a partire dallo scorso aprile (vedi parte I, parte II, parte III, parte IV e parte V). Lo è stato sia rispetto alle condizioni in cui versava il paese prima del 1861 sia in ciascuna fase successiva dell’intero percorso rispetto alla precedente, compreso, almeno per alcuni aspetti importanti, anche il pur relativamente breve e funesto periodo fascista. Per l’ultima (o, se si preferisce, penultima) fase, quella iniziata nel 1945, si è parlato spesso e volentieri di miracolo italiano, benché con prevalente riferimento allo sviluppo economico.

Oggi però l’insieme di ogni conquista appare per la prima volta in pericolo, inclusa al limite l’unità nazionale. Possiamo perciò renderci conto più e meglio di prima che un alcunché di portentoso debba essere intervenuto davvero, e non solo per un paio di decenni dopo la seconda guerra mondiale. Al tempo stesso, l’inedito stato di pericolo avverte che sui miracoli, ovvero su quello che una volta si chiamava lo “stellone”, non si può fare assegnamento ad oltranza. Non più, d’altronde, che sull’ineluttabilità delle “magnifiche sorti e progressive” di cui già dubitava Giacomo Leopardi.

Come non definire miracolosa, comunque, l’ascesa ai più alti livelli planetari di benessere e progresso compiuta da un paese forte sì di un patrimonio culturale con pochi e forse nessun uguale al mondo ma praticamente privo di ricchezze naturali? Da uno Stato nazionale nato sì con ambizioni persino smodate (e recidive) ma anche con radicati complessi di inferiorità, semmai via via acuiti, rispetto ad altre “potenze” ben più solide? Da un popolo, soprattutto, che non ha mai mostrato soverchia fiducia ed apprezzamento verso i propri dirigenti e che, in effetti, raramente è stato governato con perizia ed efficienza dando spesso l’impressione, anzi, di avere conseguito successi più o meno mirabolanti non grazie ai suoi reggitori ma malgrado essi?

Un’impressione, questa, che potrebbe trovare qualche conforto nell’attuale esempio del Belgio, capace di resistere alla crisi mondiale meglio di altri paesi e anzi di migliorarsi rispetto al proprio recente passato pur in assenza di un vero governo da oltre un anno. Ci siamo già soffermati, tuttavia, sul fatto che la classe dirigente italiana non viene da Marte ma è espressione più o meno genuina di un popolo certamente dotato di non poche qualità e meriti ma gravato da almeno altrettanti e ben noti difetti o, meglio, vere e proprie patologie, a cominciare da una vitalità spesso rivolta al male piuttosto che a fini costruttivi e da una reattività non meno frequentemente distorta.

Indro Montanelli sosteneva che governare gli italiani non è impossibile ma è inutile. Può darsi, ma per rendere utile il possibile occorrerebbero almeno dei tentativi improntati a sufficiente coraggio, costanza e lungimiranza. Un impegno di grande respiro, cioè, mirato in modo particolare ad estirpare o quanto meno ridimensionare le manifestazioni più macroscopiche, devastanti o paralizzanti delle suddette patologie: corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata, illegalità pluriforme e dilagante. Un simile impegno è sinora mancato, e mentre sono svanite ben presto le illusioni che lo sviluppo economico potesse bastare ad eliminarle, di fatto è avvenuto semmai il contrario: il boom ne ha favorito l’ampliamento e l’approfondimento. Per di più mascherandole, in una certa misura, fino a quando l’accentuato peggioramento dei conti nazionali non ha richiamato l’attenzione anche su queste sue cause certo non secondarie.

Alle quali, tuttavia, vanno aggiunti la cronica litigiosità della classe dirigente, l’endemico frazionismo anche all’interno dei singoli partiti, l’incapacità di mantenere lo scontro politico entro limiti ragionevoli e di accettare l’alternanza al potere come un fatto naturale in democrazia anziché una sciagura e un torto imperdonabile, quando ai voti vince l’altro. Tutto ciò spiega una ben nota e tradizionale anomalia italiana come la cronica instabilità governativa, risalente all’unificazione e interrotta soltanto dal ventennio fascista. Nonostante la camicia di forza imposta per mezzo secolo dal contesto internazionale con conseguente esclusione dal potere del grosso dell’opposizione parlamentare, essa continuò infatti a caratterizzare anche il periodo repubblicano, con una durata media dei governi rimasta inferiore a due anni, e addirittura a uno contando i più gabinetti consecutivi capeggiati dalla stessa persona.

Nel periodo monarchico, agitato da ripetute crisi, turbolenze e cambiamenti di scena, persino uno statista di vaglia come Giolitti ricorreva all’espediente di temporanei ritiri per calcolo tattico non sempre azzeccato. Dopo il 1945, a movimentare non solo superficialmente la lunga egemonia democristiana e ad ostacolare la necessaria continuità di qualsiasi azione governativa provvidero le rivalità personali e i contrasti fra le varie correnti del partito di maggioranza relativa, che coinvolgevano anche i suoi mutevoli alleati.

Tutto ciò, a sua volta, contribuisce a spiegare l’altra e ancor più vistosa anomalia italiana, sempre rispetto ai paesi generalmente assunti come termine di paragone. Nessuno di questi ha subito, nella sua storia recente, tre tracolli del sistema politico nazionale attribuibili ad una sua fragilità di fondo e a sue disfunzionalità oltre che a cause esterne o piuttosto che ad esse. Non la Gran Bretagna, dove la continuità politico-istituzionale non è mai venuta meno malgrado la perdita dell’impero e il conseguente declassamento internazionale. Neppure la Francia, dove la terza repubblica è stata abbattuta dalle armate naziste lasciando però il posto ad una quarta largamente simile e dove la transizione alla quinta è avvenuta sì in circostanze drammatiche ma senza bruschi strappi.

La Germania, messa in ginocchio a breve distanza di tempo da due disastrose sconfitte militari inframezzate da una micidiale crisi economica, si è riscattata dall’onta di avere generato uno dei regimi più criminali della storia umana sfoderando quasi un modello di democrazia stabile ed efficiente, che non ha risentito scosse di rilievo per oltre sessant’anni. Anche la Spagna, dopo la tragedia della guerra civile, ha saputo uscire in modo indolore dalla susseguente dittatura franchista e adottare un sistema democratico funzionale, capace di modernizzare il paese promuovendone un rapido sviluppo e di padroneggiare poi con relativo successo, almeno sinora, l’attuale crisi economica.

Tutti questi paesi hanno dovuto affrontare come l’Italia, nella seconda metà del 20° secolo e all’inizio del 21°, sfide interne ed esterne più o meno temibili, comprese alcune forme di contestazione extraparlamentare. Le hanno però superate o almeno arginate senza gravi difficoltà, mantenendo fermi, a differenza dell’Italia, sistemi politici di tipo bipolare contrassegnati anzi, con la sola eccezione della Francia prima della svolta gollista, da una naturale, fisiologica e persino salutare alternanza al potere di due grandi partiti, uno più o meno conservatore, di destra o centro-destra, e l’altro più o meno progressista, di sinistra o centro-sinistra.

L’Italia, per contro, non ha visto solo la resa dello Stato liberale e almeno parzialmente democratico, all’assalto fascista, praticamente senza combattere e per di più non in seguito ad una sconfitta militare ma dopo una vittoria sia pure assai sudata e costosa; né soltanto, poi, il crollo della dittatura mussoliniana definibile, volendo, come un virtuale suicidio in quanto provocato dalla disfatta subita in un conflitto in cui quel regime si era lanciato nel più gratuito e irresponsabile dei modi. E’ stata altresì teatro di un terzo ribaltone, quello dei primi anni ’90, certo meno catastrofico dei precedenti ma ugualmente stravolgente nonchè classificabile come esito fallimentare di un’intera stagione o esperienza politica, di una certa gestione del sistema paese. Ad affossarla  concorsero, come si sa, un insieme di fattori: la fine della contesa planetaria tra Est e Ovest; l’usura del lungo predominio democristiano; l’offensiva della magistratura, finalmente risvegliatasi da un altrettanto lungo torpore, contro il malaffare che pervadeva i partiti, la pubblica amministrazione e il mondo economico; e, infine, la rivolta del Nord  contro il potere centrale.

Dalle macerie della cosiddetta prima repubblica ne è nata, sostengono i più, una seconda, diversa almeno in quanto gestita da formazioni politiche e protagonisti in gran parte nuovi ma soprattutto perché animata da diffuse aspettative di mutamenti in meglio. Di due, in particolare, apparentemente condivisi in larga misura: una gestione della cosa pubblica in generale meno infestata da abusi, pratiche illecite e affarismo dopo il drastico repulisti giudiziario, per un verso, e più stabile a livello governativo, per un altro, grazie all’instaurazione di un sistema bipolare e magari tendenzialmente bipartitico.

In entrambi i casi, sfortunatamente, le speranze si sono rivelate illusorie, al punto anzi da trovarsi di fronte a ulteriori e vistosi deterioramenti su tutta la linea. La corruzione e gli altri tipi di malaffare non hanno tardato a risollevarsi dai colpi ricevuti da Mani pulite, ad espandersi (come provato dal succedersi quasi quotidiano dei relativi scandali, utili peraltro, si direbbe, solo a confermare la diffusione del fenomeno) e ad aggravare la loro incidenza sui conti del paese. Il che non stupisce, e men che meno può stupire quanti denunciano a gran voce la cosiddetta supplenza della magistratura, ossia la sua pretesa invasione di un campo altrui. E’ vero infatti che, fermo restando il dovere di procuratori e giudici di perseguire ogni singolo reato, il compito di affrontare e se possibile risolvere il problema nel suo complesso toccherebbe alla politica. La quale, però, non ha mosso un dito, e semmai l’ha mosso in direzione opposta.

Quanto al bipolarismo, si è ben presto dimostrato precario, sterile e persino dannoso. Nel giro di 17 anni si è votato cinque volte per il rinnovo del parlamento di cui due per elezioni anticipate a causa della frana di una coalizione di centro-destra (1996) e di una di centro-sinistra (2008). Solo due legislature su cinque, insomma, hanno raggiunto la prevista durata quinquennale, e al momento attuale pare improbabile che possano diventare tre con l’arrivo di quella in corso alla normale scadenza del 2013.

Si parla spesso e volentieri di periodo complessivamente dominato dalla figura di Silvio Berlusconi, che ne sarà sicuramente stato il personaggio di maggiore spicco, in senso però anche, se non soprattutto, negativo. In realtà il Cavaliere è stato battuto due volte ai voti dal suo rivale Romano Prodi, sia pure solo di strettissima misura e con effetto effimero, la seconda volta (2006), e comunque al termine di un quinquennio, l’unico completato sinora dal governo di centro-destra, caratterizzato dall’inconcludenza e da un bilancio non meno deludente di quello dei governi di centro-sinistra nel quinquennio precedente, se si esclude l’ingresso in zona euro. In altri termini, il periodo diciamo pure berlusconiano si chiuderà, salvo sorprese, senza che il suo denominatore abbia ottenuto un solo rinnovo immediato dei propri tre mandati.

Nulla di paragonabile, quindi, alla durata in carica e alle pur sempre discutibili realizzazioni di altri mattatori della scena politica europea negli ultimi decenni, quali ad esempio Margaret Thatcher e Tony Blair in Gran Bretagna, Kohl e Schroeder in Germania, Mitterrand in Francia e lo stesso Zapatero ora dimissionario in Spagna. Tutti sostenuti, costoro ed altri, da maggioranze relativamente solide ed omogenee, che sono invece mancate a Berlusconi, al di là delle vantate apparenze numeriche, per non parlare di Prodi, prima sloggiato da un complottino paratrasversale D’Alema-Bertinotti-Cossiga e poi vanamente cimentatosi nel compito proibitivo di rendere operante e tenere insieme una coalizione superaffollata di gente di ogni colore. Il suo rivale, invece, poco dopo avere smentito le previsioni sbaragliando la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto praticamente all’indomani della propria “discesa in campo”, incassò l‘abbandono da parte della Lega Nord, che in seguito ripristinò l’alleanza iniziale avendo già dato però un primo segnale della difficoltà di contemperare il proprio particolarismo regionale con le istanze e le esigenze di un grande partito nazionale come Forza Italia.

Per alcuni anni sembrò peraltro che a questo riguardo le cose si potessero in qualche modo aggiustare, ma il peggio per il centro-destra doveva arrivare proprio col tentativo di entrambi gli opposti schieramenti di rafforzare il bipolarismo. Il buon esempio venne dal centro-sinistra con la fusione tra DS e Margherita dopo la caduta del secondo governo Prodi, ma alla pur onorevole sconfitta del neonato Partito democratico nelle elezioni del 2008 seguì la sua progressiva perdita di consensi e di credibilità a causa della manifesta e crescente disarmonia tra la componente post-comunista e quella di ispirazione cattolica.

Berlusconi si era affrettato a replicare con l’unificazione tra Forza Italia e la post-neofascista Alleanza nazionale nel Popolo della libertà, la cui prima ripercussione fu il distacco dal blocco di centro-destra dell’UDC di Casini. Due anni più tardi è stata la volta di Gianfranco Fini, presidente del Senato e già leader di AN, a rompere con il premier e a fondare un suo partitino, simmetrico a quello cui aveva appena dato vita, uscendo a sua volta dal PD, Francesco Rutelli, già candidato premier del centro-sinistra sconfitto da Berlusconi nel 2001. Nel frattempo il PD subiva una certa emorragia anche sul versante opposto a vantaggio della più forte formazione, capeggiata dal “governatore” della Puglia Nichi Vendola, emersa dall’ennesimo rimescolamento dell’estrema sinistra dopo la disfatta nelle elezioni del 2008 con conseguente esclusione dal parlamento.

La confluenza di Casini, Fini e Rutelli in un terzo polo quanto meno embrionale ridimensionava già di per sé i due maggiori, il cui concomitante indebolimento veniva messo in ulteriore risalto dal succedersi dei sondaggi d’opinione che confermavano l’avvento di un nuovissimo partito di maggioranza relativa: quello idealmente formato dalla parte più delusa dell’elettorato che si rifiutava di esprimere qualsiasi preferenza. Un’altra bocciatura, dunque, del bipolarismo, la cui crisi coincideva con quella della coalizione governativa, che la sola defezione finiana bastava a far barcollare malgrado la decantata maggioranza “bulgara” di cui godeva in parlamento. 

Berlusconi si è salvato, sinora, recuperando una parte dei seguaci di Fini e prezzolando in vario modo un certo numero di disertori di altri partiti e di deputati indipendenti, a dispetto delle promesse ed aspettative di una politica più pulita e trasparente che avevano accompagnato la discesa in campo di un imprenditore straricco anche contro i politici di professione. Aspettative analoghe sono state inoltre frustrate dalla sempre più copiosa divulgazione dei costi della politica, ossia degli spesso smisurati emolumenti e privilegi  accumulati dalla “casta” di gestori eletti e non eletti della cosa pubblica, al centro come in periferia e senza distinzioni di colore. Costi, naturalmente, tanto più ingiustificabili in una fase in cui la crisi economica impone pesanti sacrifici al comune cittadino, già colpito dal continuo aumento della pressione fiscale (anche qui, contrariamente ad enfatiche e ribadite promesse), e in particolare al contribuente onesto o senza via di scampo, vittima indiretta della massa impunita degli evasori.

Berlusconi è stato messo altresì alle strette dalla lamentata persecuzione giudiziaria, forse davvero tale in qualche misura ma pur sempre da rapportare all’eccezionalità del personaggio, con il suo plateale conflitto di interessi, impensabile in qualsiasi altro paese democratico, il suo disinvolto approccio allo Stato di diritto e i suoi comportamenti pubblici e privati. Dannosi fra l’altro, questi ultimi, per l’immagine del paese soprattutto oggi che esiste un particolare bisogno dell’altrui solidarietà e comprensione.

L’Italia politica, in verità, non ha mai goduto di molta considerazione all’estero; i suoi sforzi per farsi accettare da inglesi, francesi e tedeschi come partner paritario nella guida dell’Europa più o meno unita, ad esempio, si sono sempre scontrati con un malcelato fastidio risultando spesso patetici oltre che vani. Ma ormai si è arrivati all’emarginazione pressocchè totale, e per di più con modi bruschi, cosicchè un premier crociato dell’anticomunismo deve accontentarsi dell’amicizia del russo Putin, campione della democrazia “guidata” e un po’ nostalgico dell’URSS.

La resistenza di Berlusconi alle multiformi pressioni per un suo “passo indietro” è d’altronde agevolata dalla persistente pochezza dell’alternativa offerta dal centro-sinistra, sempre incerto innanzitutto se identificarsi più come centro oppure come sinistra. Ma anche se quelle pressioni avranno comunque successo e se, ad esempio, un eventuale governo tecnico riuscisse a sventare le minacce contingenti che incombono sul futuro del paese in campo economico-finanziario, nessuno dovrebbe illudersi e men che meno cantare vittoria: i problemi nazionali di fondo che si trascinano da un secolo e mezzo o che sono sorti più di recente resterebbero tutti sul tappeto.

Franco Soglian

L’ITALIA DALL’UNITA’ ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Ancora sul bilancio del 150°

Un mese fa (vedi Internauta di aprile) ho cercato di dimostrare che la nascita dello Stato nazionale in un’Italia indipendente e unificata fu, contrariamente a quanto alcuni o molti e forse sempre più numerosi pensano, un evento positivo, legittimato a tutti gli effetti dalla storia, dalle condizioni e dalle prospettive del paese, e che quindi la celebrazione del centocinquantenario era ed è pienamente giustificata. Mi ero però affrettato a precisare che il Risorgimento così coronato fu, e rimane in retrospettiva, uno dei pochi se non l’unico momento di grazia degli ultimi quattro-cinque secoli di storia nazionale, il che già implica che ben diversa è la valutazione che si può dare dei suoi seguiti, ovvero del bilancio di questi centocinquant’anni, anche senza cedere alle tentazioni, dalle nostre parti fin troppo facili, del pessimismo e del disfattismo. Forse neppure il grande Benedetto Croce, se fosse ancora vivo, riuscirebbe a conservare in proposito l’ottimismo che continuava ad animarlo in piena era fascista.

Secondo molti gli insuccessi e le delusioni, i fallimenti e i veri e propri disastri di un secolo e mezzo erano già scritti nei vari aspetti tortuosi, rocamboleschi e fortuiti che contraddistinsero l’epopea risorgimentale, nei contrasti spesso aspri e mai del tutto sopiti tra i suoi maggiori protagonisti, nei molteplici errori commessi al raggiungimento di un obiettivo fondamentalmente comune e all’indomani di esso. Tra gli errori oggi soprattutto si indica la mancata scelta di uno Stato federale anziché unitario, in realtà dovuta, probabilmente, non tanto ad un inflessibile centralismo sabaudo o alla scarsa grinta con cui Marco Minghetti difese il suo progetto di sei grandi regioni autonome, quanto al venir meno di adeguate istanze pluralistiche e rappresentanze territoriali dopo l’effimera convergenza tra i vecchi Stati nel 1848 e al perdurante prestigio del modello francese coniato dal primo Napoleone e rinverdito dal terzo.

Prima che dallo statista bolognese, del resto, una soluzione federale o confederale era stata inizialmente vagheggiata dallo stesso Cavour suo predecessore, e qui va semmai messa naturalmente nel conto generale la sfortuna che ebbe il nuovo Stato nazionale di perdere sul nascere la capacità di visione e il talento politico del suo principale artefice. Il peso delle singole personalità nei percorsi della storia non va mai sopravvalutato; un altro grande Stato ancor più giovane, la Germania guglielmina, incappò nel suo primo disastro nazionale, la sconfitta del 1918 e il crollo dell’impero, parecchi anni dopo la giubilazione del suo fondatore, Bismarck, che però era rimasto al potere molto più a lungo di Cavour. E tuttavia, se l’unificazione italiana fu davvero un evento pressocchè miracoloso, la sua duratura fruttificazione avrebbe richiesto, in alternativa ad ulteriori miracoli, l’impegno altrettanto illuminato e lungimirante degli altri suoi artefici e dei loro eredi, accompagnato da circostanze anche esterne sufficientemente propizie. Due requisiti, questi, che non sempre, anzi di rado, vennero soddisfatti.

In realtà sulla brutta piega che presero ben presto le vicende italiane pesarono soprattutto, e non è un paradosso, quelle stesse ragioni oggettive che avevano reso necessarie l’unificazione e l’indipendenza nazionali. A cominciare, ovviamente, dalla relativa e generale arretratezza e debolezza economica al di là delle differenze regionali, rivelatesi peraltro solo dopo il 1861, e anzi non subito, in tutta la loro entità. In una breve storia dell’economia italiana coordinata da uno studioso autorevole come Carlo M. Cipolla si legge che “i protagonisti del Risorgimento erano ben consapevoli del fatto che il nuovo paese sarebbe stato poco omogeneo sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista sociale”. Risulta invece che non lo fossero per nulla, per quanto incredibile ciò possa sembrare ai giorni nostri, pur ricordando che Cavour non si spinse mai più a sud di Firenze (come del resto il ben più longevo Alessandro Manzoni, cui peraltro premeva solo sciacquare i panni nell’Arno a fini linguistici) e persino Giolitti, morto nel 1928, conosceva il Mezzogiorno quasi solo attraverso i rapporti dei prefetti.

Quintino Sella, il ministro piemontese che conseguì il pareggio del bilancio mediante la famigerata imposta sul macinato, definiva infatti “eccezionalmente cospicuo” quel Meridione che per il lombardo Agostino Depretis, a lungo capo del governo e uomo di sinistra, era “il più bello, il più fertile paese d’Europa”, mentre Minghetti esaltava le “inesauribili occulte miniere delle nostre fortune nelle campagne dell’Italia meridionale”. Aveva forse ragione il rivoluzionario e storico napoletano Vincenzo Cuoco quando, esule a Milano, scriveva molti decenni prima che “niente di più comune hanno gl’ Italiani quanto la tendenza ad ignorare se stessi e le cose proprie”? In questo caso, comunque, i politici sembravano in perfetta sintonia con i poeti, primi a decantare in generale un’immaginaria magna parens frugum e quindi ad alimentare il diffuso pregiudizio che l’Italia unita, in quanto grande potenza agricola, potesse anche fare a meno di uno sviluppo industriale.

Proprio il Meridione, invece, era il punto più debole dell’agricoltura oltre che dell’economia nazionale nel suo complesso, a causa sia di condizioni naturali sfavorevoli alle colture più importanti sia di un’arretratezza strutturale e infrastrutturale (il predominio del latifondo, in primo luogo) perdurante da secoli. Ne testimoniava ad esempio il fatto che nel Regno delle due Sicilie, nel 1860 (quando la sola Lombardia contava oltre la metà delle strade pubbliche italiane), quasi il 90% dei villaggi erano privi di collegamenti stradali. Quanto poi a quelli più moderni, è vero che lo Stato borbonico era stato il primo in Italia a costruire una ferrovia, la famosa Napoli-Portici (1839), che, però, sembra servisse più che altro per le escursioni della corte. Una ventina d’anni più tardi, comunque, le strade ferrate del regno non arrivavano al centinaio di chilometri, contro gli oltre 900 del Piemonte su un totale italiano intorno ai duemila. In campo industriale, non mancava nel Sud qualche eccellenza, come si dice oggi, ma le poche manifatture maggiori vivevano di sovvenzioni statali.

Nei primi due decenni della storia unitaria anche il Mezzogiorno trasse vantaggio dalla scomparsa delle frontiere e dalla liberalizzazione dei traffici. Lo sviluppo della sua agricoltura fu rigoglioso e le infrastrutture crebbero, benchè non così rapidamente da rimediare subito a quella carenza di vie di comunicazione e trasporto che, d’altronde, consentì ad una parte dell’industria meridionale di sopravvivere alla concorrenza del Nord. Progressi rilevanti fece altresì l’istruzione di base, mentre una metropoli europea come Napoli, tanto ricca di fasto e tesori culturali quanto afflitta da plurisecolare degrado e indigenza di massa, si avviava verso una modernizzazione che l’avrebbe resa irriconoscibile, alla fine degli anni ’80, agli occhi di William Gladstone, lo stesso uomo politico inglese che ne aveva denunciato lo stato deplorevole sotto il regime borbonico, confermando il quadro tracciato in precedenza da un altro illustre viaggiatore, letterato ma anche lui uomo di governo, quale il tedesco Goethe.

Ma c’era anche l’altra faccia della medaglia: lo sconvolgimento e deterioramento sotto vari aspetti della situazione economico-sociale non solo nel Sud del paese, la delusione di più o meno mirabolanti aspettative (Garibaldi in Sicilia era stato osannato come un santo dalle anime semplici), il malcontento provocato dallo spietato rigore fiscale imposto indiscriminatamente per risanare il bilancio statale e più in generale dagli errori e incomprensioni di un’amministrazione centralizzata, culminati nella drastica e spesso feroce repressione militare di ogni protesta e disordine e in particolare del vero o presunto brigantaggio inscenato o fomentato da nostalgici del vecchio regime. Sta di fatto che nella Palermo invasa e quasi conquistata da rivoltosi di ogni tipo nel 1866 echeggiarono grida inneggianti a Francesco II, alla religione e (in odio alla nuova monarchia) alla repubblica nonché invettive contro la “banda di ladri che ha governato l’Italia per sei anni”, mentre in Emilia e Romagna, insieme all’“abbasso il macinato”, risuonarono gli evviva all’Austria e al papa-re.

Nel frattempo il completamento o quasi dell’unità nazionale con l’annessione del Veneto e poi di Roma rappresentava ovviamente un ambito successo del giovane Stato mettendone però a nudo la debolezza militare. Nel primo caso l’alleanza con la Prussia vittoriosa sull’Austria consentiva ciò che sarebbe stato altrimenti precluso dalle pesanti sconfitte sul campo a Custoza, ancora una volta, e a Lissa sul mare, subite per vistose manchevolezze organizzative e di comando. Le doti che condottieri di nazionalità italiana (da Piccolomini a Montecuccoli, da Eugenio di Savoia allo stesso Bonaparte, prima di Garibaldi) avevano esibito anche nei secoli della decadenza al servizio di potenze straniere cominciavano così a latitare proprio nella fase risorgimentale, e se ne sarebbe avuta presto la conferma nel corso delle guerre coloniali.

Anche per l’incorporazione della Città eterna decisiva fu la vittoria prussiana sulla Francia che privò il pontefice del vitale sostegno di Napoleone III. E qui invece la pur fortunata conclusione della vicenda mise in luce la goffaggine della sua conduzione politico-diplomatica da parte del governo Rattazzi e di Vittorio Emanuele II. Il tutto preceduto dai penosi contrasti interni che avevano accompagnato l’intervento dell’esercito regio per bloccare all’Aspromonte il primo tentativo di Garibaldi di marciare per conto suo sulla futura capitale, cosicché re e governo furono poi ben contenti che a sventare il suo secondo tentativo provvedessero, a Mentana, le truppe francesi. Il seguito più rilevante dell’evento fu comunque l’inasprimento del conflitto già in atto tra Stato e Chiesa, destinato a durare almeno finchè visse l’irriducibile Pio IX contribuendo non poco a complicare la problematica interna del paese malgrado gli sforzi distensivi del governo ormai definitivamente traslocato a Roma.

Tra i problemi più scottanti spiccava naturalmente quello della crescita economica, ad arrestare bruscamente la quale sopravvenne al termine degli anni ’70 un’ondata protezionistica che investì l’intera Europa sfociando tra l’altro in una guerra commerciale tra Italia e Francia. Se ne fu avvantaggiata l’industria del nord, subì duri colpi l’agricoltura e in particolare quella meridionale. Ne conseguì una massiccia emigrazione, diretta soprattutto verso le Americhe, che proseguì del resto anche quando, verso la fine del secolo, vari mutamenti sul piano internazionale consentirono una ripresa di cui beneficiarono un po’ tutti i settori economici. La produzione industriale praticamente raddoppiò nel giro di un decennio (1899-1910) e il valore di quella agricola (compresa la quota del sud grazie anche alla realizzazione dell’acquedotto pugliese e ad altre migliorie) aumentò da 3 a 8 miliardi di lire nel quarto di secolo che precedette la grande guerra.

Tutto ciò non bastò ad impedire che i problemi sociali rimanessero acuti o addirittura conoscessero periodiche esasperazioni come i moti operai di Milano sanguinosamente stroncati dalle cannonate del generale Bava Beccaris. Della necessità di affrontare con adeguato impegno tali problemi si era però presa largamente coscienza prima ancora che a sollevarli in termini di energica contestazione politico-ideologica intervenisse un movimento socialista. Forze ed ambienti conservatori ne furono inevitabilmente allarmati, ma prevalse in definitiva, grazie anche alle divisioni che ben presto si produssero all’interno di questo movimento, un incontro tendenzialmente costruttivo tra le sue componenti moderate e quelle più aperte del vecchio liberalismo. Queste trovarono il loro maggiore esponente in Giovanni Giolitti, la cui strategia, dando spazio anche al movimento cattolico formatosi per rispondere alla sfida socialista in chiave progressista facendo uscire dall’isolamento ampie masse popolari rimaste fedeli alla Chiesa, riuscì a portare avanti un processo di democratizzazione già avviato dalla vecchia sinistra promuovendo i primi passi in direzione di un suffragio universale ancora lontano ma non più chimerico.

Il nuovo secolo iniziava quindi con prospettive apparentemente promettenti su almeno due punti fondamentali, crescita economica e progresso politico-sociale, nonostante le periodiche crisi, altri punti invece oscuri e molti aspetti senz’altro negativi del quadro generale. Dei quali dovremo comunque riparlare perché si tratta delle stesse cause che provocarono dopo pochi anni il tracollo di una certa Italia nata dal Risorgimento e perdutasi nel ciclone scatenato dalla prima guerra mondiale.

Franco Soglian

1848 – Un racconto di famiglia

Un racconto di famiglia sulle Cinque Giornate

Quando si festeggiano importanti ricorrenze, il rischio è che, tra la pompa delle celebrazioni e le ricostruzioni degli storici, si perda la consapevolezza di quanto l’evento ricordato abbia influito nella vita delle persone comuni. Se l’evento poi non è sepolto sotto secoli di Storia, ma è relativamente recente, quelle persone normali possiamo identificarle come nostri ascendenti non troppo lontani.

Quest’anno il 17 marzo si celebra il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Ma a Milano, quando si parla di Risorgimento, le date più care sono quelle dal 18 al 22 marzo, le Cinque Giornate. Di quei giorni molte famiglie milanesi conservano qualche ricordo. Anche nella mia si è mantenuta la memoria di un evento pubblico/privato, sfrondato dei dettagli, forse alterato. Un evento che raccontato oggi ha qualche tratto comico, ma che, se fosse andato diversamente, avrebbe impedito la mia nascita.

Cominciamo dal nome di mio padre, Giovanni Anacleto Carlo Maria. Al netto dei nomi più comuni spicca Anacleto (per me bambino era solo il gufo de La Spada nella Roccia), ereditato da suo nonno. Il nonno di Anacleto, di nuovo Giovanni (la fantasia non doveva essere il pezzo forte dei miei avi), era proprietario di una grossa drogheria in corso San Gottardo, poco fuori dalle mura spagnole. Come normale nelle case padronali milanesi ottocentesche, al piano terra stava il negozio e i magazzini, al piano di sopra l’abitazione. Qui viveva Giovanni con moglie, dodici figli e la servitù.

Ai primi di marzo del 1848 Giovanni dovette partire per un lungo viaggio e affidò tutto al suo factotum (di cui, nei racconti di famiglia, si è perso il nome), nel quale riponeva assoluta fiducia.

Il 18 marzo, come noto dai libri di Storia, cominciarono i moti. A scatenare un evento enorme fu un caso molto piccolo. Gli Austriaci avevano imposto una nuova tassa sul tabacco (e non per tutelare la salute dei sudditi) e i milanesi, per reazione, avevano cominciato uno “sciopero del fumo” (anche questo è un ricorso storico che ritorna in altri Paesi, come ad esempio l’Iran). Il generale del contingente austriaco, Radetzky, aveva allora mandato i soldati a fumare provocatoriamente sigari per strada. Un popolano, sentitosi provocato da un militare che gli soffiava in faccia il fumo, aveva preso il sigaro e lo aveva gettato per terra. Al tentativo di arresto avevano reagito i presenti, mettendo in fuga anche i rinforzi che stavano accorrendo. A quel punto la rivolta aveva dilagato per le strade della città, anche in corso San Gottardo.

La drogheria di Giovanni, non ancora tornato, venne chiusa, porte e finestre sprangate e la famiglia al completo si barricò al piano di sopra. Il magazzino era pieno di generi alimentari e i fortunati abitanti della casa avrebbero potuto assistere alle Cinque Giornate da un rifugio sicuro. Ma gli eventi epocali spesso fanno dimenticare il buon senso ed eccitano lo spirito.

Così al passaggio di uno squadrone austriaco, proprio sotto le finestre della casa di Giovanni, il factotum sentì che al richiamo della Storia non poteva non rispondere. Pur essendo una persona normale e affatto coinvolta nella causa indipendentista, senza pensare alle conseguenze del suo gesto imbracciò lo schioppo e da una finestra sparò all’ufficiale che comandava il drappello. La reazione fu immediata. I soldati circondarono la casa, cominciarono a sparare e appiccarono fuoco all’edificio.

Fortunatamente la famiglia al completo riuscì a salvarsi scappando per i tetti, probabilmente avendo l’occasione di ammirare dall’alto la città in rivolta, e nessuno rimase ucciso. Giovanni però, tornato a Milano preoccupato per le notizie che gli giungevano sull’insurrezione, trovò la casa bruciata e nessuno che sapesse dargli notizie della famiglia. Il dolore fu tale che si temette per la sua vita. Alla fine si ricongiunse con la famiglia e riavviò l’attività commerciale, anche se non si riprese mai del tutto dal colpo subìto e morì piuttosto giovane.

In famiglia questo ricordo è sempre stato raccontato (in dialetto) con tono ironico, della serie “guarda te se il bis bis doveva fidarsi di un cripto-repubblicano insurrezionalista che ha mandato a ramengo il patrimonio di famiglia!”. Ma se soffiamo via la patina del tempo dalla storia, in quel racconto c’è un’umanità straordinaria: la preoccupazione di una famiglia numerosa e senza pater familias, l’eroismo di una persona assolutamente comune (ed in fondo è grazie alle migliaia di persone normali che a Milano usarono letti e divani per costruire le barricate che quel 22 marzo entrò nella Storia), l’angoscia e il dolore di un padre che torna nella sua città e trova la casa bruciata. Quante volte vediamo storie del genere in televisione, ambientate in nazioni diverse, e non ci ricordiamo del nostro passato?

T. C.

UNA FESTA (ANCHE) DA FESTEGGIARE

Per capirci meglio

Imparare dagli svizzeri? Certo, si può anche in materia di feste. La vicina confederazione è un paese diverso dal nostro e dalla maggior parte degli altri, in quanto formato da tre o quattro gruppi etnici ben distinti. Possiede ciò nonostante un robusto spirito nazionale sostenuto dalla fierezza per un’indipendenza statale che dura da otto secoli e per una prosperità che non ha quasi uguali nel mondo. Soffre anch’esso, come si conviene ad un paese molto progredito, di periodiche turbe psichiche, generalmente superate senza danni; succederà probabilmente anche con il dibattito attualmente in corso su una più o meno cervellotica crisi di identità.

Fino al 2007, comunque, la Svizzera aveva regolarmente celebrato il 1° agosto di ogni anno, sul grande prato del Ruetly presso il lago dei Quattro cantoni, la ricorrenza del patto (secondo qualcuno fantomatico) del 1291 tra Uri, Schwyz e Unterwald che generò la confederazione. Nel 2007, per la prima volta a memoria d’uomo, la solenne e pittoresca cerimonia rischiò di venire soppressa a causa del rifiuto del governo centrale di addossarsi la consueta sua parte delle relative spese, lievitate per esigenze di sicurezza a causa del ripetersi di rumorose contestazioni da parte di giovani neonazisti. Le reazioni furono vivaci, ma la minaccia venne sventata grazie alla risolutezza della presidentessa socialista della confederazione e soprattutto al gesto, patriottico quanto interessato, di due grandi industriali, che elargirono i fondi necessari a far quadrare i conti.
Non solo da noi la Svizzera viene spesso dipinta come una terra di gretti bottegai e cinici banchieri. Ma ecco che Emma Marcegaglia, duce della Confindustria e presumibilmente ignara del precedente elvetico, sfodera per prima la brillante idea di festeggiare sì, il 14 marzo, il 150° dell’unità d’Italia, però continuando a lavorare per non perdere un tot di Pil; cioè, in pratica di non festeggiarlo affatto. La proposta, come sappiamo, ha suscitato l’immancabile parapiglia, con un prevalere, si direbbe, di voci favorevoli su quelle contrarie, benché in Italia l’unità nazionale sembri alquanto in sofferenza diversamente dalla nostra vicina settentrionale.

Da noi, per la verità, il solo a dichiararsi apertamente contrario alla festa tout court è stato il presidente provinciale dell’Alto Adige Durnwalder, e lo si può anche capire. Meno si capisce, invece, il rimprovero rivoltogli da Giorgio Napolitano; come negare che quella terra sia stata annessa all’Italia prefascista obtorto collo e praticamente riannessa a quella postfascista contro la volontà dell’ancora grande maggioranza tedesca della sua popolazione? E’ vero che per tenere quieta quest’ultima Roma finanzia lautamente una provincia larghissimamente autonoma, ma la voglia di festeggiare una realtà subita non sembra poter essere compresa nel prezzo. Semmai, la sovvenzione ad una provincia tutt’altro che indigente andrebbe revocata o almeno ridotta, oggi che il problema del sacro confine è decisamente anacronistico.

Quanto all’improvvisa esplosione della voglia di lavorare sia pure festeggiando o fingendo di festeggiare, diciamo innanzitutto che vi sarebbero cento, mille altri modi di economizzare piuttosto che privare il paese di un’occasione unica e una tantum di riflettere anche criticamente sulla propria storia e quindi anche sul proprio futuro. Un nobile proposito, quello di rinunciare alla popolarità derivante dalla concessione di un giorno di vacanza in più in un anno che ne ha così pochi? Diciamo che aleggia più che altro un sospetto: quello che si miri a compiacere, sulla base di più o meno intuibili calcoli di politica politicante, le forze politiche del nord o del sud più ostili all’unificazione se non all’unità nazionale e potenzialmente secessioniste.

Tanto più se così fosse, non ci resterebbe che tifare senza risparmio per il prode ministro La Russa, unico membro del governo visibilmente espostosi, finora, in antitesi all’ineffabile collega Gelmini la quale, non contenta di sostenere che nelle scuole lasciate aperte il 14 marzo gli insegnanti potrebbero utilmente parlare della storica ricorrenza, ha poi aggiunto con clericale ipocrisia che così, almeno, la festa non festeggiata si distinguerebbe da altre festività qualsiasi. Dopodiché, intendiamoci, l’unità nazionale non va certo difesa soltanto festeggiandola.

Nemesio Morlacchi