Si unisca Europa come Sacro Romano Impero

Il Continente non si unirà mai in una supernazione pari agli USA, e di essi assai più illustre, se resterà fatto di paesi uguali tra loro. Uno di essi dovrà guidarlo, anzi pacificamente soggiogarlo, come facevano Roma e l’impero della nazione germanica.

Non meriterà di soggiogare l’inadeguata Francia, che dedicò oltre due secoli dalla fine di Napoleone a sognare rivincite impossibili e, in quanto implicanti massacri, autenticamente delittuose. Non meriterà la Gran Bretagna, odiatrice d’Europa: nel suo futuro c’è la condanna a saldarsi ad un’antica colonia divenuta colossale padrona. Non meriterà di soggiogare l’ex-impero sovietico, abbattuto dall’interno per aver tentato di imporre un fideismo detestato e inefficiente alla parte meno consapevole del vecchio continente. Non risulterà degna di imperare alcuna delle potenze parziali: Spagna Austria Svezia Polonia Italia.

Resta la Germania, difficile com’è da considerare congeniale, ma con la sua storia sofferta e alta degna d’essere prima. La Germania darà al continente una civiltà più valida se il suo primato sarà spirituale, come spirituale è il suo retaggio più vero. Né economico né tecnologico. L’Europa non avrà bisogno di più economia. Di più tecnologia. Di più gestione. Di più politica.

Avrà certamente bisogno di più pensiero e di più valori. La Germania cui siamo avvezzi oggi non promette di largheggiare in pensiero. Ma la Germania ancora da scoprire, nascosta, sì. Suona bislacco, ma quest’altra Germania esisteva mille anni fa, ed ebbe vita breve. Il suo momento più alto fu il travagliato regno degli svevi Hohenstaufen; poi il blocco.

Con Federico I° Barbarossa apparvero venire a fruizione le promesse degli imperatori Ottoni, una dinastia che si impegnò a sconfiggere le spinte centrifughe del feudalesimo. Barbarossa aveva dalla sua grandi armi: le idee-forza dell’impero, delle crociate, della cavalleria: però tutte destinate a soccombere. In seguito la terra tedesca espresse un imperatore, Federico II, anche più grande del nonno Barbarossa.  Il secondo Federico sarà da molti considerato il maggiore degli Hohenstaufen, anzi il massimo tra i Cesari germanici. Ma non era abbastanza tedesco. Innamorato del Mediterraneo, del Levante, della Sicilia, della Puglia, ci appare distaccato dalla sua terra, ed anche annunciatore di alienazioni a venire, di razionalismi, di secolarizzazioni; quasi un anticipo di Rinascimento.

Ma l’impero fu Medioevo, non Rinascimento. Nell’Età media l’impero diventa un orpello; si fa appannaggio degli Asburgo. Dunque il geniale costruttore di Castel del Monte, il re di Gerusalemme che non si fa crociato, il regnante che si circonda di sapienti arabi e di armati saraceni, non è tedesco se non in parte. Vedremo che il Continente ha bisogno dell’energia spirituale di ottocento anni fa: energia tedesca, come tedesco era l’impero.

Incarnò il Medioevo Federico I, il più germanico dei sovrani, possente per armi ideologiche ancor più che per quelle materiali, ancor più che per i territori, le marche, i castelli, le giurisdizioni. Il Geist dell’impero era la cultura cavalleresca e cristiana e non – come per il secondo Federico – i riferimenti classici e cosmopoliti.

 

Che attendere dal Reich dell’età spaziale

Si usa numerare come ‘secondo’ l’impero di Bismarck: ma esso non fu impero. Fu il parziale compimento dell’unità nazionale: un exploit risorgimentale. Berlino divenne una capitale pantedesca, però non si mise a capo di un continente plurale, fatto anche di paesi non tedeschi. In qualche misura erano parte del sacro romano impero anche l’Olanda, la Borgogna, la Boemia, la Polonia. Più di un dinasta straniero aspirò alla corona di Carlo Magno.

Anche il Reich di Hitler fu un non-impero. Il Führer soggiogò militarmente molti paesi, ma fu accettato pienamente solo dall’Ostmark austriaco. L’impero di Hitler fu una sfera d’occupazione, non la riduzione in unità delle nazioni subordinate. La Germania unirà il continente se le componenti di quest’ultimo risulteranno parti di un tutto ‘sacro e romano’. Se rinunceranno a sentirsi nazioni.

L’unità dell’impero futuro dovrà essere unità morale prima che operativa. Il sessantennio dell’Unione di Bruxelles ha ossificato la sopravvivenza degli Stati membri senza dare vita a una patria di tutti. La Germania dovrà anche apportare alla causa europea un ‘imperatore’ eccezionale che si faccia Mosè o Maometto, cioè il condottiero di un popolo irresistibile.

L’Europa ‘delle nazioni’ continuerà a credere d’avere diritto a non riconoscere l’egemonia della componente germanica. Quest’ultima dovrà guadagnarsi l’egemonia come se la guadagnò Atene, per la sua oggettiva superiorità.  Il Mosè tedesco sarà portatore di idealità più alte delle altre. Non i primati dell’economia, non quelli della scienza e della tecnica, bensì la superiorità dei valori darà diritto a dominare il Continente. Nessuna idea-forza dell’Europa attuale vanta l’altezza del Geist germanico: occorre dunque che la statura di quest’ultimo non sia abbassata dai compromessi e dalle ruvidezze del realismo di Otto von Bismarck e di Angela Merkel.

Passata la parentesi semi-millenaria del Sacro romano impero, la stirpe tedesca perse tutte le occasioni che fecero grandi le altre  nazioni occidentali. Perché nel prossimo secolo potrebbe andare diversamente? Risposta, perché la stirpe tedesca è intellettualmente atletica. E perché è molto popolosa. Esistono più possibilità che altrove in Europa che sorga un capo come furono Maometto e  Lutero, un maestro capace di azioni straordinarie come moltiplicare il potenziale e la creatività del suo popolo. Cos’erano le tribù arabe prima di Maometto?

Se il fatto religioso fu tanto decisivo nell’Islam, è ancora più plausibile che il futuro Reich tedesco sia “sacro” e “romano”, come un millennio fa. Ma nell’attuale era della secolarizzazione, è probabile che il ruolo svolto dalle fedi trascendenti venga sostituito da altre idee-forza, morali, culturali, artistiche. Di queste idee la civiltà e l’antropologia germaniche sono insolitamente ricche: sono le più importanti dell’Occidente.

Nessuna contrada dell’ecumene occidentale può vantarsi culturalmente superiore rispetto alla germanità. Per esempio, il futuro Reich tedesco potrebbe forse aspirare a una sorta di delega continentale nelle cose della guerra. Tuttavia il grado di militarizzazione della società germanica non raggiungerà mai quella della società americana; nemmeno quello della Francia del Front Populaire nelle varie fasi della Revanche: la quale fu protezione ossessiva dalla vendetta germanica rivolta contro le sopraffazioni del trattato di Versailles. E’ dal cataclisma del 1945 che la patria tedesca ripudia il bellicismo.

Sarà grazie alla Germania se l’Europa tornerà prima sul pianeta. Prima non militarmente: gli USA sono qui a dimostrare la miseria d’essere primi per flotte, per deterrenti nucleari, per albagie diplomatiche, per virulenze produttive. L’Europa sarà prima perché fu l’ombelico del mondo, il grembo e l’intelligenza della civiltà primigenia d’Occidente.

Noi vediamo nel nostro ‘Regno di mezzo’ la nazione che un giorno guiderà le altre perché Europa torni ombelico del mondo. Se non Germania, chi? Nessun popolo meriterà di più. Non quello britannico, che oggi si sente un’appendice. Non quello francese, che nei duecento anni seguiti al tramonto del sogno napoleonico non seppe mai liberarsi di vanaglorie e smanie belliciste. Non la Spagna e l’Austria, ridotte a periferie. Non alcuna delle nazioni che ebbero fasi importanti, come Paesi Bassi e Polonia/Lituania, ma che oggi hanno quasi niente da insegnare.

Quanto al nostro Stivale, nel Settantennio seguito alla Seconda guerra mondiale esso è stato dimentico di avere nella sua storia – più lunga e più ingente delle storie altrui – generato spesso novità gigantesche, nel bene come nel male. La Saturnia Tellus avrebbe titoli per aspirare a una ‘mission exemplaire‘. Ma ha contro di sé una legge non scritta che non ammette le risorgenze veramente grandi.

Ammiriamo la Germania non per il turgore del Pil, ma per la forza del retaggio, per quanto ha dato alla civiltà, pur nell’orrore dei crimini del dodicennio hitleriano. E’ la Germania che salverà l’Europa dalle aberrazioni di tutte le Abu Dhabi ultracapitaliste e consumiste del pianeta. Essa dovrà essere il Mosè collettivo dell’andare verso quella terra promessa che è l’Europa unita e grande.

 

Mai monolitismo

Ma la storia tedesca non deve spaventare le piccole patrie d’Europa. La storia tedesca è il contrario della troppa compattezza, di ogni eccesso di monolitismo, di centralismo soverchiante. Già dalla metà del sec. XI la Germania perdette la parziale coesione che si era affermata nella fase precedente. Divamparono le lotte sezionali, dinastiche e genericamente politiche in Sassonia, Baviera e Svevia. Vari signori e numerose città economicamente forti sfidarono gli imperatori. Non dimentichiamo che tra tutte le grandi stirpi occidentali quella germanica ha il passato meno felice dal punto di vista dell’unità nazionale.

Prima del 1871 non esistette uno Stato della Germania intera, e questa completezza si affermò solo col sorgere, a valle della disfatta del 1918, di una repubblica federale, Weimar. Prima del 1871 esistette un ambito imperiale che nominalmente sovrastava su una vasta pluralità di formazioni statali, ma che solo di rado poteva concretamente collocarsi alla testa del Reich. Il Sacro romano impero era una struttura maestosa, ma non una vera nazione e non un autentico vertice. Solo il crollo del 1918 cancellò le “potenze parziali di Germania” capeggiate da Baviera, Sassonia e Württenberg. Nel 1918 ciascuna di esse aveva una propria struttura di governo e un esercito, magari di un pugno di uomini.

Risulterà sviante credere che nell’anno 9 d.C. le legioni conquistatrici di Augusto imperatore furono fermate “dalla Germania”, impersonata da quell’Arminio che annientò l’esercito di P. Quintilio Varo. Arminio/Herrmann è giustamente onorato come il primo eroe tedesco. Ma non era che il principe dei Cherusci, l’etnia che seppe vincere nella Teutoburgerwald.  Arminio non fondò nemmeno uno Stato parziale, anzi tre anni dopo la vittoria fu ucciso dalla sua stessa gente. Passerà mezzo millennio prima che sorgesse un regno ‘teutonico’.

Si può anzi dire che i tedeschi non poterono né vollero aprirsi un futuro ampio fuori del loro Raum immediato in Europa. Non fu certo una stirpe di dominatori su terre lontane. A visitare chiese e monumenti tedeschi, specialmente in provincia, colpiscono le testimonianze che essi offrono quanto alle conquiste degli scomparsi illustri. Molta araldica, spesso al di là degli status e dei vanti autentici. Le imprese militari, non sempre all’altezza delle tradizioni guerriere. Per il resto, memorie di una società dei secoli dal quindicesimo al diciottesimo, con poche ambizioni, dunque con pochi titoli alla gloria.

In Francia la rivoluzione trasformò un popolo di sudditi in una nazione di conquistatori, momentaneamente irresistibili. All’inizio della tempesta napoleonica i tedeschi restarono passivi. Le minoranze più reattive, dapprima si galvanizzarono per le sfide poste dal fatto storico e per le stesse vittorie repubblicane e napoleoniche. Poi si imposero le realtà dure: non l’uomo universale bensì quello francese, specificamente il soldato del grande Corso, stava coprendosi di gloria. Nacque un complesso d’inferiorità dei tedeschi.

Giunse nel 1805 la battaglia “al sole di Austerlitz” dei tre imperatori, quando il genio di Napoleone ebbe la meglio sui feldmarescialli austriaci e russi. Un anno dopo i francesi conquistarono Berlino, ad umiliazione della Prussia che sotto Federico il Grande aveva trionfato sulla Polonia e sui suoi alleati. Per tutti i tedeschi una sconfitta dura: troppo debole il pur agguerrito esercito prussiano per resistere alle divisioni francesi.

Napoleone istituì in Germania una confederazione satellite che ridusse fortemente il numero dei potentati sovrani. La sconfitta di Berlino non fu la premessa del risorgimento germanico. Tuttavia ingigantì le aspirazioni di rivalsa dei tedeschi soggiogati, secondo gli incitamenti di Fichte e di von Kleist.

Segnando la fine della leggenda napoleonica, la battaglia di Lipsia incoraggiò i patrioti tedeschi a volere la liberazione dall’occupante. A Waterloo fu l’armata prussiana di Blücher a dare il colpo di grazia alla vanagloria francese.

 

Un paradosso della storia tedesca: Federico II, siciliano e pugliese

Il secondo Federico, il più famoso sovrano del Medioevo e certo il più geniale tra gli imperatori germanici, trascurò il suo regno tedesco, contribuendo molto ad indebolirne la coesione.  Questo Federico nacque e morì in Italia, visse soprattutto a Palermo. Fu proclamato re di Germania che aveva due anni. Divenne re di Sicilia due anni dopo. Fece la prima visita in terra tedesca nel 1202 (era nato a Jesi nel 1194), accolto bene in Svevia ma non altrettanto in altri ducati e margraviati. Fino al 1218 – morte dell’imperatore Ottone IV, deposto dai principi tedeschi – agivano ancora i partigiani di altri aspiranti alla corona imperiale.

Abbastanza presto il nipote di Federico Barbarossa afferma il suo potere in Italia, non così in Germania. Nel 1231 concede ai principi tedeschi il Privilegio di Worms, che li rende pressoché indipendenti. Della sovranità imperiale rimane un residuo. Il regno germanico è scosso da conflitti gravi: l’anno stesso del Privilegio di Worms il primogenito di Federico, Enrico, alza la bandiera della ribellione. Si sottomette qualche tempo dopo, la rialza nel 1234. Il padre è costretto ad amnistiare quei signori che non si riconoscono suoi vassalli.

 

Stupor mundi

Federico II fu, secondo la definizione dell’abate di San Gallo, lo ‘stupor mundi’, tanto la sua visione e le sue opere si differenziarono dai retaggi tradizionali del Medioevo. Il maggiore di tutti i sovrani di Germania, il secondo Federico risulta abbastanza estraneo alla vita del suo regno. Invece di fondere in unità i principati e le città libere che lo compongono, egli consegna il paese ai suoi sovrani parziali: in pratica opera come il presidente di una confederazione chiamata impero. Il potere imperiale non era fatto per unificare una terra tedesca che non aveva mai conosciuto un’autentica coesione.

La gloria di Federico II resta, ma è universale e non tedesca. Egli si sentiva siciliano e pugliese piuttosto che il sovrano di una nazione germanica unita. Conosceva forse sei lingue, era proteso verso le culture che venivano dal Mediterraneo e dall’Oriente. Gli storici sono quasi unanimi nell’additare nel secondo Federico l’assertore o l’anticipatore di una civiltà a venire, promessa di Rinascimento. Ma quando egli morì la terra tedesca si trovò più divisa che mai.

 

Storia remota

Solo a fatica si può affermare che i successori Ottoni di Carlo Magno dettero vita a una patria germanica. Venivano incoronati re ad Aquisgrana. Quando diventavano imperatori, essi sovrastavano gli altri principi tedeschi in rango e prestigio; assai meno per potenza. I popoli di Sassonia o di Franconia, che espressero vari imperatori, non si sentivano specialmente solidali agli altri dello spazio germanico.

Ottone I il Grande, figlio di Enrico, fece sforzi strenui per stringere all’impero i grandi ducati di Baviera, Svevia e Lotaringia, ma le relative aristocrazie riluttarono. Meglio collaborarono i vescovi e i grandi abati: infatti furono generosamente ricompensati, cominciando dalla fiscalità. Nell’assieme i re della dinastia sassone ottennero risultati unitari non esigui; perciò furono in grado di contenere ad Est l’aggressività di slavi e ungari: lo provano i castelli fioriti sulle loro terre e le dure sconfitte inferte (in particolare nel 955) ai magiari.

Gli imperatori della casa di Sassonia, pur non esercitando abbastanza potere sui territori che si collegavano per eleggere il re di Germania, conseguirono considerevole autorità. In ogni caso avviarono l’espansione della germanità nell’Europa orientale.  Morto Corrado di Franconia (918) i duchi tedeschi elessero a suo successore l’energico sassone Enrico l’Uccellatore. Diciotto anni dopo gli successe il figlio Ottone il Grande, il quale rafforzò il ruolo dell’imperatore; tra l’altro inaugurò le calate germaniche a Roma, fatte per ricevere la corona imperiale dalle mani dei pontefici, oltre che per ribadire l’autorità dei successori sassoni di Carlo Magno sui sommi detentori del potere ecclesiastico. In quella fase la Chiesa accettava il primato degli imperatori.

Questo tuttavia per non più di centocinquant’anni. Dopo emersero evidenti i limiti del potere imperiale. Risultò che in Germania non vi era un vero governo dell’imperatore. L’autorità di quest’ultimo si fondava sui possessi suoi propri e sul buon volere dei duchi e margravi suoi vassalli. Una delle imprese militari di Ottone II, una spedizione marittima contro i pirati musulmani, fallì in uno scontro navale nel Mediterraneo. Poco dopo l’imperatore morì, a ventotto anni, e così finì il breve controllo germanico su quel mare. Ottone II aveva sposato Teofano, figlia dell’imperatore di Bisanzio, che da vedova fece l’energica reggente per conto del figlio treenne Ottone III.

Nell’anno 1000 il terzo Ottone ordinò grandi onori a Carlo Magno, il fondatore del Sacro romano impero. Poco dopo morì ventiduenne, Non aveva fatto in tempo a compiere alcuna impresa. Riapparvero le fratture dovute alla parcellizzazione feudale. Numerosi baroni presero a non riconoscere gli eletti all’impero. I feudi divennero ereditari e si frazionarono a loro volta. La struttura portante del regno di Germania si indebolì a lungo termine.

Si arriva al secondo imperatore Hohenstaufen, re di Germania nel 1152. Succeduto a Corrado III, Federico I Barbarossa è un capo e un organizzatore di forte tempra. Qualcuno ha sostenuto che nel Medio Evo solo Enrico Plantageneto è pari al primo Federico. Tuttavia le coalizioni che egli suscitò furono degne di lui. Il papato innanzitutto, per la lotta delle investiture; poi i Comuni italiani, che lo sconfissero duramente a Legnano.  Federico finì col venire a patti col papa: cento anni dopo l’umiliazione di Canossa (1077), a Venezia Federico dovette tenere la staffa ad Alessandro III.  Barbarossa è inviso a molti storici, e agli italiani in generale. Conquistò e distrusse Milano. Tuttavia fu valoroso come sovrano e come uomo. Morì all’inizio della terza Crociata, annegando in un fiume di Cilicia.

Sappiamo che il secolo XII vide, insieme alla conferma della strutturale debolezza del potere imperiale, anche l’incremento dell’attivismo germanico verso Est. Contribuì l’espansione demografica di tedeschi e fiamminghi. Il tempo di Barbarossa fu l’ultimo splendore dell’impero. La sua autorità era riconosciuta in linea di principio anche dai potentati slavi.

Fu Federico che volle le nozze del figlio Enrico VI, padre del grande Federico “siciliano e pugliese”, con Costanza d’Altavilla. Con quelle nozze il vasto regno normanno andò ad aggiungersi ai territori dell’impero.

 

Minnesänger e Meistersänger

Il secolo dodicesimo, l’età di Federico Barbarossa, vide il fiorire dei Minnesänger (o Minnesinger), i raffinati poeti e suonatori di piccola arpa che fecero grande la letteratura cortese in terra tedesca. Cantavano soprattutto l’amore platonico, ma il loro era uno slancio che esaltava anche la natura, la fede, gli altri sentimenti della cultura cavalleresca, pervenuta sotto il Barbarossa ai conseguimenti più alti. Rispetto all’arte dei trovatori provenzali, la Minne germanica aveva accenti più profondi ed etici, oltre che più colti. Il genere ebbe diffusione molto larga, anche fuori dei castelli feudali. Walther von der Vogelweide fu probabilmente il massimo dei Minnesänger.

Col tempo (oltre un secolo) l’arte dei Minnesänger evolvette nel movimento dei Maestri Cantori (Meistersänger o Meistersinger). I primi erano trovatori di classe nobile; lo dicono i loro nomi aristocratici: Enrico di Veldeke, Federico von Hausen, Enrico von Morungen, Neidhart von Revental, Enrico di Meissen.

L’evento più celebrato dell’attività culturale pubblica in Germania era la ‘sfida poetica’ nella Wartburg, il maniero dove l’elettore di Sassonia ospiterà e proteggerà Martin Lutero impegnato nella traduzione tedesca della Bibbia, scaturigine della lingua nazionale colta. La biblioteca dell’università di Heidelberg possiede il famoso codice di Manesse; tra l’altro include una tavola raffigurante una sfida alla Wartburg tra sette Minnesänger attorno al famoso Klingsor von Ungerlant.

Ricordiamo altri nomi di spicco della Minne: Kristan von Hamle, Walther von Klingen, Ulrich von Liechtenstein. Anche Wolfram von Eschenbach fu un celebre ‘trovatore’ alla tedesca.  Forse era superiore a tutti Walther von der Vogelweide, nato nella pseudoitaliana  Bolzano.

Richard Wagner dedicò a Tannhauser un’intera e famosa opera, nella quale questo Minnesinger
appare un eroe romantico che vive esperienze mistiche. La sua biografia si prestò alle leggende. Andò alla crociata del 1228.  Protetto dai signori di Baviera, ebbe feudi in Austria ma li perse e vagò per le corti d’Europa conducendo vita da artista gaudente; e da molto di più, se due secoli dopo Hermann von Sachsenheim lo esaltò in un poema. Secondo la leggenda, Tannhäuser viveva sul Venusberg, il monte fatato di Venere. Lo abbandonò per andare pellegrino a Roma, dove papa Urbano II subordinò l’assoluzione dei suoi peccati alla fioritura di un ramo secco che il poeta teneva in mano: allora Tannhäuser tornò al monte della Dea.

Ancora più  significativa in termini realistici fu l’esistenza del maestro cantore Hans Sachs,  calzolaio ma anche brillante intellettuale, cui Wagner dedicò ‘I maestri cantori di Norimberga’; Sachs nacque e morì  (1576) nella ricca Norimberga. Scrisse pagine infiammate a esaltazione della Riforma luterana. Celebri i suoi libelli antipapisti, che Lutero elogiò senza riserve ma che inizialmente i maggiorenti della sua città condannarono. Hans Sachs fu così attivo nel campo delle produzioni sceniche – sempre ambientate nel proprio tempo, e sempre a Norimberga – che fu considerato l’iniziatore del teatro tedesco. Scrisse anche un poema allegorico dall’eloquente titolo ‘Die wittembergisch Nachtigall’ (Nachtigall=usignolo).

Se i Minnesänger erano membri dell’aristocrazia, i Maestri Cantori erano essenzialmente borghesi, in particolare artigiani molto coltivati.  Dovevano obbedire a regole tecniche molto rigorose, dovevano possedere una buona cultura musicale e letteraria, avere un’alta coscienza della loro arte nonché della funzione sociale del loro impegno. I moventi personali non erano ammessi: la loro era un’arte civile; oggi forse la chiameremmo ‘impegnata’. Le regole e gli stili venivano insegnati in apposite scuole, le quali selezionavano e premiavano i migliori. Poiché prevalevano le finalità di edificazione spirituale, la Bibbia forniva i temi e gli spunti più impegnativi.

Insomma Minnesänger e Meistersänger dettero testimonianza all’eticità dell’impegno culturale tedesco. Tra l’altro il fenomeno dei Maestri Cantori aiuta a meglio apprezzare la straordinaria importanza nella spiritualità della Riforma della musica sacra e corale. Le cantate da chiesa, i mottetti, gli oratori, le Passioni sono al cuore della creazione musicale e della coscienza tedesche. E’ un apologo che, vocata all’impegno etico, l’anima germanica si sia espressa nella musica sacra (nella connotazione ‘pietistica’ di J.S.Bach) piuttosto, per esempio, che nel melodramma, così frequentemente retorico e fatuo.

 

Gli Svevi in lotta col destino

I grandiosi piani di Enrico VI, il figlio di Barbarossa, furono spenti dalla morte. L’orfano suo figlio, il futuro Federico II, non aveva due anni. Insorsero la Renania, la Vestfalia, la Toscana, persino la Sicilia. Filippo di Hohenstaufen, fratello dell’imperatore scomparso, tentò di succedere, ma si trovò contro potenti avversari tedeschi. La contesa civile durò un decennio. Cominciò, sia pure contrastata, l’eclissi della Germania.

La grande parentesi degli Ottoni, pur non realizzando l’unificazione dell’Occidente cristiano, vide l’allargamento della sfera germanica in Europa e nel Mediterraneo. Però essa si tradusse in effettiva autorità sui governi (sia feudali, sia cittadini) solo in Germania e in Italia. Al di sotto del livello dell’impero le autonomie territoriali, ed anche quelle ecclesiastiche, si rafforzarono incessantemente.

I processi di unificazione nazionale e di centralizzazione del potere furono senza confronti più efficaci in Francia e in Inghilterra che in Germania. In terra tedesca si fece sentire a lungo la rivalità, per esempio, tra il Barbarossa ed Enrico il Leone, duca di Sassonia. L’imperatore riuscì ad assestare un duro colpo al suo avversario quando, in seguito al ricorso alla giustizia di alcuni vassalli sassoni Federico dichiarò il loro duca decaduto dai suoi possessi.  Dopo un periodo di esilio, il potente duca riebbe i propri beni allodiali (=liberi da soggezioni), ma le dominazioni che teneva in feudo dall’impero furono assegnate ad altri principi. Si noti che Federico non riuscì a ingrandire il dominio diretto del re rispetto all’alta nobiltà.

L’impero sacro e romano era, per i tempi, uno stato di diritto. Si affermò il principio che nessun territorio tedesco devoluto feudalmente all’impero potesse restare nelle mani del re. La monarchia non potè imporre una propria effettiva coordinazione. Pesò l’antica rivalità tra le casate protagoniste, specialmente tra la sveva e la guelfa. Pesarono il principio della monarchia elettiva e le crescenti interferenze dei papi nella successione regia. In altre parole, non sorse una vera monarchia nazionale. Al contrario crebbe nei secoli il potere dei sovrani parziali. L’impero germanico non fu mai sopraffattore: non lo sarà, se risorgerà come Europa unificata.

Il trionfo dei prìncipi parziali non fu completo se non dopo la rovina degli Svevi, passata la metà del Duecento. Ma già all’aprirsi del regno di Federico II era risultato che l’autorità del sovrano dipendeva dalla consistenza del suo territorio, cioè dal patrimonio della casata imperiale, nonché dal continuo patteggiamento con i prìncipi sovrani. Quando Enrico, primogenito di Federico II, si ribellò al padre, l’autorità imperiale cominciò a sfaldarsi, mentre i prìncipi sia laici, sia ecclesiastici si rafforzarono. L’elezione del re di Germania si confermò prerogativa di sette Elettori: gli arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia, il re di Boemia, il margravio di Brandeburgo, il duca di Sassonia, il conte-palatino sul Reno. I possessi degli Elettori divennero Stati nei quali si rafforzarono i concetti di ‘nazione parziale’, a detrimento dell’entità nazionale.

Alla metà del secolo XIII la dinastia sveva finì e si ebbe un ‘Lungo interregno’: andò dalla morte di Federico II al 1273 (elezione imperiale di Rodolfo d’Asburgo e potenziamento delle grandi casate: i Lussemburgo divennero re di Boemia). Il regno tedesco si configurò come una cangiante federazione di prìncipi di cui l’imperatore era il capo simbolico. L’aristocrazia minore e le municipalità più prospere si collegarono in leghe per resistere ai prìncipi non amici e per aggregarsi in nuclei più consistenti. Persistettero i contrasti tra le varie componenti, le quali erano alleanze non sempre armoniche e durature.

Le dimensioni territoriali delle varie aree politiche variavano molto: piccole quelle della Germania centrale, ampie quelle dell’Est e del Sud. La Germania della seconda metà del sec. XV è un assieme che comprende anche l’Austria, la Borgogna, la Boemia, ancora per poco parti della Svizzera, e varie centinaia di signorie feudali, cittadine, ecclesiastiche e degli ordini militari.

La dinastia degli Staufen terminò con la morte del secondo Federico e dei successori Corrado IV re di Germania 1254; Manfredi, nato da Federico II e da Bianca Lancia, 1266; Corradino, figlio di Corrado IV, fatto decapitare a Napoli da Carlo d’Angiò (1268).

Il sec. XIII vide la ripresa dell’espansione germanica nelle terre slave. Espansione, sappiamo, che fu condotta non dal potere imperiale, bensì dai grandi vassalli tedeschi dell’Est, in particolare dai margravi di Brandeburgo e dai duchi di Sassonia. Non si trattò solo di conquiste politico-militari, anche di un’autentica colonizzazione. Gruppi compatti di tedeschi, più evoluti e più scolarizzati delle popolazioni tra le quali si insediavano, dettero vita ad autentiche cittadelle di germanesimo. Tutto ciò fu efficacemente aiutato dagli 0rdini militari tedeschi. Per esempio in Ungheria i coloni tedeschi furono chiamati da re Bela IV quando il paese richiese d’essere ripopolato dopo le devastazioni mongole. Ancora più incisivo fu l’arrivo dei tedeschi in Boemia, incorporata nell’ecumene imperiale germanico sin dall’impero carolingio. Qui i tedeschi non facevano solo gli agricoltori: formarono il ceto che prese a dominare il regno.

A partire dagli inizi del XIII secolo le città portuali di Lubecca e di Brema-Amburgo allargarono i traffici e l’influenza tra le etnie pagane del Baltico, cominciando dalla Livonia. Nel 1202 nacque l’Ordine militare dei Cavalieri Portaspada, successivamente fuso con i cavalieri Teutonici. Le etnie locali si opposero violentemente, ma furono sgominate. Ne risultò la germanizzazione della regione del Baltico.

La corona imperiale passò alla casa di Lussemburgo-Boemia tra il 1378 e il 1437; gli imperatori furono Venceslao e Sigismondo. Dopo i principi elettori vollero un terzo imperatore Asburgo. Sia egli, sia il successore Federico di Stiria (un Asburgo) furono sovrani deboli e di poche risorse. Risultato, sorse la confederazione dei Cantoni elvetici e la ritirata della germanizzazione dell’Est.

Massimiliano d’Asburgo fu un sovrano più energico: da lui il titolo imperiale restò stabilmente alla sua famiglia. Sposando Maria di Borgogna, Massimiliano pose la premessa della dilatazione della casa d’Austria.

Quando, nel 1378, l’imperatore Carlo IV di Lussemburgo morì e gli succedette il figlio diciassettenne Venceslao, fu la prima volta in quasi due secoli che l’accesso al trono imperiale avveniva senza contrasti. Venceslao era già re di Boemia e vicario del padre al vertice dell’impero. Ma, scrive lo storico Laffan di Cambridge, “le difficoltà che incombevano su un monarca di Germania si dimostrarono superiori alle sue capacità, pur notevoli. Coll’avanzare degli anni Venceslao divenne squilibrato e violento; rinunciò a governare; più volte fu minacciato di deposizione da suoi vassalli. L’anarchia fu aggravata dal contrasto tra pretendenti alla tiara pontificia. Nel 1394 Venceslao fu catturato e tenuto in custodia.  Nel 1400 gli elettori del Reno lo deposero ed elessero Roberto III del Palatinato, il cui regno fu un fallimento. Per le divisioni tra i principi elettori, nell’autunno 1410 la Germania ebbe tre re, finché il 21 luglio 1411 fu eletto Sigismondo, il più dotato tra gli imperatori che precedettero Massimiliano I.  Sigismondo era anche crudele; in ogni caso era costretto ad essere amico di  chiunque gli fornisse le risorse che non possedeva. Non mancarono nei secoli di mezzo le parentesi di guerra guerreggiata. Per ventisette anni Federico III evitò di visitare la Germania meridionale, nell’assenza quasi costante di un potere  centrale.

Uno Stato nazionale moderno nacque propriamente in Germania solo con la sventurata repubblica federale di Weimar, nel 1919. Le componenti della federazione non erano più sovrane, laddove lo erano entro certi limiti gli Stati e le monarchie che Bismarck aveva federato strettamente in quello che chiamò Secondo Reich. Gli oltre millecento anni che trascorsero tra l’elevazione imperiale di Carlo Magno e la repubblica di Weimar dimostrarono ad abundantiam la vocazione dei paesi germanici a non accettare un’unità monolitica, e persino l’inclinazione a combattersi. Solo nel 1938 il Reich hitleriano fu in grado di inglobare l’Austria e le terre boemo-morave che erano state “sempre” parte del Raum germanico.

La sconfitta assoluta del 1945 ha dato alla Germania una unità etnica che non era mai esistita. Il rimpatrio coatto dei tedeschi dalla Polonia, dalla Prussia orientale, dai Sudeti, dalla Transilvania e dall’Ungheria ingrossò la popolazione del 1945.

 

Al cuore del problema

A quale delle Germanie storiche spetterà di capeggiare l’Europa? Non a quella millenaria e parzialmente gerarchica del Primo Reich fondato da Carlo Magno. Dominò per secoli, ma fu un campione sconfitto, sconfitto dai suoi rivali esterni come dalle sue componenti ribelli. Non la Germania solo letteraria, la Germania dei pensatori, dei musicisti e dei poeti. Goethe dette il suo nome a un’età intera, e il XXII secolo avrà certamente bisogno di più pensiero. La Germania è stata terra di pensatori. Tuttavia i presagi sono che le antologie letterarie potranno essere accantonate senza danno quando i confini del mondo si allargheranno allo spazio.

Meno che mai sarà Weimar a determinare il futuro d’Europa. Weimar fu al tempo stesso intellettualismo borghese, trasgressione e un conato fallito di conciliare spiriti plutocratici e legalitari con sperimentalismi e avanguardie. Tra l’altro la repubblica di Weimar fu il tentativo di aderire agli aspetti più futili del wilsonismo antitedesco, aspetti che avevano trionfato a Versailles.

Va resistita la tentazione di disseppellire dalle librerie una premonizione di grandezza germanica.

Troppo facile  e in ultima analisi inutile ragionare: Hitler è stato il nefando assoluto, il futuro spetterà ai grandi idealismi, all’eroismo del bene e del bello. I poeti e i sapienti tedeschi cominciarono nove secoli fa a definire il bene, quando Hartmann von Aue, il primo cantore dell’età della cavalleria, offrì lo slancio della lirica al coevo impegno del grande Federico I, sovrano detestato dagli italiani, per rialzare la signoria imperiale, lo ‘honor imperii’.

L’impulso di una regina benefica dei nostri giorni quale Angela Merkel, di accogliere nelle sue terre ‘tutti i profughi’ sembrò trovare una profezia quando Hartmann von Aue scrisse “der Arme Heinrich”, poema della carità cristiana. La trama: malato di lebbra, il cavaliere Heinrich va in pellegrinaggio a Salerno, la più celebrata scuola medica dell’alto medioevo, nello spasimo  di guarire. Si sente dire che l’avrebbe salvato solo la volontaria offerta di tutto il sangue da parte di una fanciulla. Una contadinella si offre di immolarsi per amore. Heinrich rifiuta una salvezza che è indegna di un cavaliere; per questo guarisce e sposa la umile e dolce popolana.

Agli anni di von Aue, scaturigine prima del bell’ideale, risale anche il “Parzival” di Wolfram von Eschenbach. Niente è più sublime della leggenda di Parsifal, così cara agli aneliti cristiani e germanici. Mai come in questo romanzo ‘di formazione’ si perseguì più compiutamente la fusione di fede e di orgoglio cavalleresco. Tale fusione era al cuore della ‘ideologia’,  dell’aspirazione ideale del Sacro  romano impero al tempo del nonno di Federico II.

Richard Wagner fu il bardo di una tradizione poetica che è doveroso non considerare uccisa dal bestiale paganesimo nazista. Wagner si spinse oltre la pietas di Parsifal e di Lohengrin, eroi cristiani oggi più che mai apportatori di salvezza; più che mai protettori contro i feroci démoni dei lager di sterminio (ma anche contro quelli inumani del mercato, delle borse e dell’edonismo). Chi non voglia farsi abbagliare dalla luce della fede cavalleresca del medioevo tedesco incontrerà nei Lieder di Walther von der Vogelweide (nato a Bolzano verso il 1170) il lirico della condizione umana senza frontiere e senza tempo, in qualche misura senza cavalleria.

 

Una mistica più silenziosa delle altre

Presto si aprirà la struggente età della mistica tedesca. Essa anticipò di tre secoli il drammatico ripensamento luterano della fede germanica. Facciamo i nomi di due donne che soprattutto oggi ci sfidano a respingere un sozzo materialismo che ci appare il nostro dominatore: Mechthild von Magdeburg e Hildegard von Bingen. Quando ci interroghiamo perché le grandi menti e i grandi cuori di terra tedesca meriterebbero di condurci verso un mondo di idealità, ricordiamoci in particolare di Ildegarda, la quale dal suo monastero sommessamente rinfacciava al possente imperatore Barbarossa i tradimenti degli ideali. E i cronisti raccontano che Federico era impressionato.

Siamo arrivati alla poco conosciuta età dei mistici tedeschi, la quale include l’intera vita del domenicano Meister Eckhart, massimo del mistici suoi connazionali. Uno dei suoi seguaci, Johannes Tauler, morto verso il 1361, in primavera si copriva gli occhi col cappuccio perchè il dolce rigoglio della natura non lo distogliesse da Dio. Il misticismo di Ildegarda e di Meister Eckhart anticipa le conquiste più pure della Riforma.  Anticipa, come vedremo, gli aneliti  del Pietismo, che in terra tedesca motiverà la grande sintesi tra la fede cristiana e le istanze di progresso dell’Illuminismo nazionale.

Abbiamo visto in ‘Der Arme Heinrich’ il quasi paradisiaco poema cristiano di Hartmann von Aue,  remoto manifesto della spiritualità germanica, cioè del lineamento più nobile della Anschauung del Sacro romano impero. La tempesta rivoluzionaria dell’ideale cristiano verrà con Lutero più di tre secoli dopo. La cristianità intera, anzi l’intera civiltà  dell’uomo, devono quasi tutto alla risorgenza cristiana invocata da Martino, agostiniano di Wittenberga.

Si usa evidenziare che il trionfo della Riforma fu asserzione forte della germanità. E’ certamente vero che Lutero fu vittorioso condottiero della sua stirpe contro le turpitudini, anche antiche, della Chiesa romana. Tuttavia il luteranesimo obbedì anche a una coerenza religiosa e di utopia che aveva più volte agito, per secoli, nei movimenti ereticali fuori del contesto tedesco. Il successo di Martino asserì un sentimento nazionale che nei secoli sappiamo debole e contrastato. Ribellione germanica contro il cattolicesimo degenerato, dunque.

Peraltro la Baviera, l’Austria e altri principati dell’impero respinsero il messaggio della Riforma, e questo non contribuì a unire la nazione. In aggiunta ai ducati storici che vollero restare nella fedeltà a Roma, ci furono regioni -Palatinato, Assia, Brandeburgo- in cui si diffuse il calvinismo, confessione distinta dal luteranesimo.

 

Dopo la Riforma, il Pietismo

Quando venne la volta del Pietismo, l’anima germanica espresse un altro contributo universale. Quei grandi spiriti che furono gli uomini del Pietismo portarono più avanti l’opera risanatrice della Riforma. In un commosso impegno etico essi difesero il retaggio protestante in un’epoca già attraversata dalle incredulità illuministe/razionaliste. Il Pietismo sorse come movimento di correzione del protestantesimo, anche per reazione alle tre ossificazioni dogmatiche seguite alla Riforma: il settarismo delle controversie teologiche, le chiese territoriali e la mondanizzazione prodotta dalla fusione tra magistero religioso e autorità del principe. Il Pietismo invocò un cristianesimo fatto di sincero fervore. Più interiorizzazione, più devozione, più commozione.

Fu un raddrizzamento della Riforma, uno che acquistò un’intensa caratterizzazione tedesca. In altri ambiti nazionali (culturali e religiosi) il movimento di fatto ‘pietista’ assunse altri nomi: parliamo specialmente del puritanesimo e del metodismo. I pietisti erano sorretti dalla consapevolezza del valore ultra-confessionale del misticismo medioevale tedesco, apparentemente così sommesso. Il misticismo-pietismo manterrà una funzione creativa ancora agli inizi della “età di Goethe: del grande Settecento tedesco.

 

I secoli inerti

Lo storico Golo Mann, figlio dell’osannato Thomas (che quando fu il tempo giusto si fece civis americanus, poeta cesareo delle Potenze vincitrici e araldo di liberalismo) Golo dicevamo lamenta nella sua “Storia della Germania moderna” che all’eruzione vulcanica della Riforma seguì, inerte per la Germania, il secolo diciassettesimo e le fasi buie del diciottesimo. Eppure in queste fasi cominciò a nascere il sentimento nazionale. Lutero non era stato solo il teologo dell’incontro individuale con Dio: anche la guida dell’insurrezione germanica.

La guerra dei Trent’anni infierì nelle terre tedesche senza suscitare slanci vitali. Mentre le grandi stirpi dell’Europa -inglesi, iberici, francesi, olandesi, russi- si lanciarono alla conquista dei continenti e all’espansione dei traffici oceanici, la società dei paesi germanici si ridusse alla gestione di territori e posizioni guadagnate nel passato. “Non partirono spedizioni nei continenti – annota Golo Mann- non imprese dei navigatori; non dinamismi mercantili”. I traffici e le esplorazioni avevano fatto grandi i portoghesi, gli olandesi, i francesi, gli spagnoli. Per non parlare delle lontane stagioni degli italiani, culminate nella scoperta dell’America. Golo Mann sottolinea che i tedeschi furono assenti dalle esplorazioni e dalle conquiste fino alle esigue acquisizioni coloniali e navali della fase guglielmina, a cavallo tra Ottocento e Novecento: allora Bismarck, che non sentiva l’imperialismo oceanico, valutò di dover fare concessioni alle spinte espansive generate dall’impetuosa crescita delle industrie germaniche.

Il tardivo colonialismo tedesco fu un’esperienza senza futuro, proprio per il fatto di non avere spessore storico. Gli acquisti tedeschi in Africa e nel Pacifico andarono tutti perduti, in quanto la Germania non si era protesa verso il mondo tra i secoli XVI e XVII. Insomma per Golo Mann l’espansionismo germanico fu condizionato dall’ossessione della spinta verso Est: verso l’acquisizione di terre sul Baltico (Lega Anseatica, Ordini militari), in Polonia, in altre aree slave. La Germania restò ferma quando i paesi europei si lanciarono verso i continenti, I programmi navali dell’ammiraglio Tirpitz vennero tardi e suscitarono la reazione implacabile degli interessi britannici. Prima del tardo Ottocento la Germania parcellizzata in troppi piccoli Stati non aveva agito come una nazione.

Trionfando su Napoleone III il cancelliere Bismarck sembrò fondare il Secondo Reich: ma esso durò quarantotto anni, pochi per la vita di un impero. Fu ancora più breve il Reich di Adolf Hitler. Come quello di Bismarck, cominciò anch’esso a Sedan, dunque ancora con una vittoria militare sulla Francia, antagonista dimostratasi velleitaria sia quando retta da un sovrano napoleonide, sia quando appaltata a un’oligarchia di notabili repubblicani, con Poincaré, Daladier e Reynaud. Invece, osserviamo noi, andrebbe detto che non nacquero mai nè il Secondo, né il Terzo Reich. Se sorgerà una Germania davvero egemone in Europa, quello sarà il Secondo autentico Impero dopo il tempo degli Svevi. Sarà il conduttore sovranazionale del Continente.

Se il Sacro romano impero rinascerà, quale realtà plasmata dal XXII secolo, non avrà altri precedenti che le grandi dinastie medievali degli Ottoni e degli Svevi. I dinasti che cinsero la corona imperiale dopo Federico II Hohenstaufen mancarono di ispirazione germanica: Carlo V era un fiammingo, distaccato dalle cose tedesche, all’incirca come distaccati furono i Cesari asburgici che gli seguirono. L’età barocca non conobbe un vero impero, anche quando coloro che regnarono a Vienna cingevano una corona imperiale.

Si usa sottolineare che il trionfo della riforma luterana fu affermazione forte della germanità. E’ certamente vero che l’agostiniano di Wittenberg fu condottiero della sua stirpe contro le turpitudini anche antiche della Chiesa romana. Tuttavia il luteranesimo obbedì anche a una coerenza di fede e di utopia che aveva più volte agito nei movimenti ereticali, fuori del contesto tedesco. La vittoria di Martino asserì un sentimento nazionale che nei secoli sappiamo debole e contrastato. Ribellione germanica contro il cattolicesimo degenerato, dunque.

 

Il magistero di Melantone

Morto Lutero nel 1546, il movimento della Riforma ebbe per alcuni anni una guida vigorosa e al tempo stesso temperata in Filippo Melantone, poco conosciuto ai più, ma talmente saggio che al successore di Martino andò l’appellativo onorifico di ‘Praeceptor Germaniae’. Philipp Melanchthon, nato nel Baden nel 1497, si chiamava in realtà Schwarzerd ed era figlio di un armaiolo. Grecizzò il suo nome in Melancton e, conseguito giovanissimo il dottorato in filosofia, pubblicò a ventiquattro anni in latino il primo importante lavoro di teologia dogmatica protestante, un testo che in quattro anni ebbe già 17 edizioni. All’università di Wittenberg ottenne la cattedra di ebraico e di greco. Nel 1530 fu autore della ‘Confessione di Augusta’ quasi intera. Presto la sua fama di teologo si fece grande a livello europeo: lo richiesero di insegnare, oltre all’università di Tubinga, anche il re di Francia e il re d’Inghilterra. Egli declinò per dedicarsi interamente all’edificazione teologica riformata. Redasse una ‘Confessio saxonica’ da presentare al Concilio di Trento, ma la guerra glielo impedì. Alla scomparsa di Lutero si trovò alla testa del  movimento protestante. Gli indirizzi che egli tracciò per le facoltà umanistiche tedesche tedesche fecero di lui il ‘Praeceptor’ nazionale.

Non tutti i luterani seguirono compatti Melantone. Rispetto a Lutero, egli mirò a posizioni equilibrate che non escludessero l’incontro con i cattolici, e invece attenuassero le divergenze teoriche. I propri seguaci dichiarati furono chiamati ‘filippisti’. Sarà giusto che in futuro Melantone rappresenti, nel retaggio offerto dalla Germania all’Europa, il superamento delle spinte rigoriste e dello spirito di contrapposizione.

Il Pietismo fu l’altro contributo universale dell’anima tedesca. Quei grandi spiriti della germanità che furono gli uomini del Pietismo portarono più avanti l’opera risanatrice della Riforma. In un commosso impegno etico essi difesero il retaggio protestante in una fase già attraversata dalle incredulità illuministe e razionaliste. Il Pietismo sorse come correzione del protestantesimo, anche per reazione a tre ossificazioni dogmatiche del luteranesimo realizzato: il settarismo delle controversie teologiche; i mali delle chiese territoriali e la mondanizzazione prodotta dalla coincidenza tra magistero religioso e autorità del principe sovrano. Il Pietismo invocò un cristianesimo fatto di sincero fervore di fede. Più interiorità, più devozione, più commozione.

Fu una riforma nella Riforma, una che acquistò un’intensa caratterizzazione tedesca. In altri ambiti nazionali, culturali e religiosi il movimento “pietista” assunse nomi diversi: puritanesimo, metodismo, presbiterismo etc. In Germania i pietisti erano sorretti dalla consapevolezza del valore ultraconfessionale del misticismo medievale, apparentemente così sommesso. Il misticismo-pietismo manterrà una funzione creativa ancora agli inizi dell’età di Goethe, cioè del grande Settecento tedesco.

Si usa indicare come il pietista cronologicamente primo l’alsaziano Ph. J. Spener, autore di un’opera di edificazione, “Pia desideria”. Predicò alla corte di Sassonia a Dresda, influenzò l’università di Lipsia. Il discepolo. H. Francke convertì la religiosità pietistica in un’azione pedagogica. La quale non mancò di antagonizzare gli avversari: essi combatterono i pietisti quando eccedettero nell’esibire il loro émpito di fede.

Un ispirato organizzatore di cultura e di pratica pietistica fu il conte Nikolaus Ludwig von Zinzendorf. Nel 1722 ospitò nel suo possedimento di Herrnhut una prima congregazione di pietisti: protestanti cechi che si organizzarono in Fratelli Moravi. Essi espressero una corposa letteratura e sperimentazione della ricerca interiore. Qualcuno ritiene che ebbero qualche influenza sull’esperienza goethiana. La comunità degli ‘Herrnhuter’ costituì un movimento a sè nell’ambito del Pietismo.

Mentre in Francia e altrove avanzava la cultura dei lumi, in Germania le prime espressioni dell’Illuminismo trovarono premesse e apporti nel Pietismo. Anche le conquiste filosofiche di G.W. Leibnitz devono qualcosa ai contenuti e alle esperienze missionarie del Pietismo. Il cui pensiero e la cui azione, soprattutto in quanto contrapposti ai precetti del razionalismo illuminista, furono protagonisti del Settecento tedesco.

L’ultimo Settecento fu il momento più alto della cultura germanica. Si giovò dell’avvampare della lingua tedesca, in precedenza ancora discriminata a favore del francese e, ai livelli più accademici, del latino. L’ambiente culturale del Settecento tedesco, intriso sì di Illuminismo ma anche modellato dalle esperienze pietistiche, fu come la placenta del Romanticismo, insuperata espressione del’anima germanica.

 

Gotthold Ephraim Lessing

Anche di Lessing, il maggiore degli illuministi tedeschi, occorre segnalare che partecipò alle conquiste morali e intellettuali del Pietismo. Egli fu l’opposto dell’intellettuale accademico. Non concluse il percorso scolastico e rifiutò la teologia. La lettera scritta al padre, pastore protestante, per motivare tale rifiuto, asserì le ragioni della cultura laica, non clericale, senza peraltro negare il valore della tradizione germanica, così imbevuta di moventi religiosi. Per sostentarsi fece il segretario di un generale prussiano durante la guerra dei Sette anni. A Wolfenbüttel fece il bibliotecario del feudatario.

I primi lavori teatrali di Lessing affrontarono direttamente temi quali il pietismo e gli ebrei, con la piena (e nuova) consapevolezza apportata dall’Illuminismo: egli razionalista additò il fervore e l’onestà del Pietismo; si schierò con decisione a fianco degli esponenti della cultura ebraica (fu amico del filosofo Moses Mendelssohn). Aderì alla Massoneria, allora lievito di tolleranza e di favore alle nuove vie dell’esperienza religiosa. Il suo lavoro teatrale ‘Miss Sara Sampson’ (1755) pose fine alla fase ‘libertina’ dell’Illuminismo. E’ stato notato, autorevolmente (Marino Freschi) che in Germania l’Illuminismo “è impegnato più che altrove, attraverso lo strenuo rapporto dialettico col Pietismo, ad attingere una nuova coscienza rigorosamente morale”.

Va segnalato che al di fuori del Pietismo agirono individui e piccole comunità che risalivano alla tradizione dei mistici: pensatori che offrirono testimonianze di ricerca interiore e di tolleranza. Gottfried Arnold, morto nel 1714, fu autore di scritti di spiritualità cristiana “letti ancora ai tempi di Goethe”. Abbiamo già ricordato il conte Zinzendorf, che ospitò a Herrnhut la prima congregazione di pietisti esuli dai territori austriaci.

Lessing scrisse per il teatro “Nathan der Weise” che è un capolavoro dell’Illuminismo tedesco e, secondo alcuni, uno dei migliori prodotti della drammaturgia nazionale. L’azione si svolge in una Gerusalemme ideale dove si confrontano le menti delle tre grandi religioni monoteiste. In Lessing il filosemitismo e la critica al fondamentalismo cristiano si uniscono ad altre componenti essenziali dell’Illuminismo germanico, così aperto all’interiorità e all’utopia del Pietismo. Un altro autore razionalista “con una nostalgia pietistica” è Christan F. Gellert. Anche in Christoph M. Wieland si ritrovano appigli e riferimenti al Pietismo. Insomma in Germania il propagarsi dell’Illuminismo si può dire coevo e congeniale all’esperienza pietista.

Arrivò il largo svecchiamento filosofico che fu il grande apporto di Gottfried Wilhelm Leibniz e del suo discepolo Christian Thomasius. Di questi due il Freschi, studioso del Settecento tedesco, ha sostenuto che ebbero il merito di un’autentica rifondazione della cultura nazionale più impegnata: “Non si deve mai disgiungere il peculiare rapporto di attrazione e repulsione che intercorre tra i due grandi protagonisti del secolo: Pietismo e Illuminismo”.

Nulla si può aggiungere sulla grandezza di Goethe. Invece è giusto segnalare gli apporti che gli vennero dal passato vicino, cioè dalla religione luterana e pietistica. A Weimar Goethe lanciò quasi una nuova civiltà, all’interno della quale si staglia grandioso anche il lavoro di Friedrich Schiller. Alcuni riferimenti al Pietismo si ritrovano nell’opera di Klopstock. Con la prima delle sue ‘Oden’, composta a 23 anni, Klopstock interpretò gli slanci della lirica tedesca verso una natura, anzi una ‘Mutter Natur’ divinizzata. Si annunciano le estasi e il panteismo del sacro che saranno il nerbo dello Sturm und Drang e l’aurora del Romanticismo.

L’ispirazione religiosa pervade il poema ‘Der Messias. Ein Heldengedicht’ di Klopstock. Sulle prime tre intense cantiche del poema sorse forse l’empito sentimentale che divenne aurora di Romanticismo. Cominciò a finire l’Illuminismo scettico.

Johann  Gottfried Herder, pastore luterano, a  Königsberg scolaro di Kant e filosofo della storia,  condusse la cultura del suo tempo a superare le astratte proposizionì dell’Illuminismo e a riscoprire le matrici popolari della tradizione.  Herder segnò la liquidazione del conformismo illuministico. Alle generazioni giovani propose l’arte medievale, dunque il genio germanico testimoniato da quell’arte. In sostanza intraprese a rigenerare la cultura tedesca, liberandola dai condizionamenti francesi.  In questo fu per il giovane Goethe un entusiasmante Virgilio.

Il maggiore poeta tedesco di tutti i tempi ricevette da Herder il senso più vero della missione.  Nulla si può aggiungere alla grandezza di Goethe; invece è giusto segnalare gli apporti che gli vennero dal passato vicino, cioè dalla religione nazionale, luterana e pietistica. A Weimar Goethe e Schiller alzarono quasi i muri di una nuova civiltà.

 

Lirismo e profezia in Hölderlin

Hölderlin (1770-1843) è uno degli astri più splendenti del firmamento poetico tedesco. Anch’egli, come Schiller, figlio della declinazione pietistica del protestantesimo. In lui un cristianesimo messianico si compenetra in una intensa, emozionante rivisitazione della classicità greca.  In Hölderlin fede ed ellenismo si fondono in un Geist sublime, utopico-mistico, vivificato dagli impulsi della modernità romantica. A Tubinga egli ebbe come compagni di studio Hegel e Schelling.

Assunto un incarico di precettore a Bordeaux, nel 1802 fece a piedi il viaggio del ritorno in Germania. La prova lo menomò e fino alla morte visse da eroico e vivido recluso.

Nelle esemplari parole di Marino Freschi, il Nostro “autore di grandi inni classici e cristiani, Hölderlin tenta di intuire i presagi della prossima epifania degli antichi Dei. Forte delle due tradizioni dell’Occidente, il poeta si proponeva di pronunciare un nuovo messaggio spirituale per la Germania e per il mondo intero. Hölderlin istituiva un intenso dialogo tra il mito della Grecia e la sua visione della Germania che, terra della sera, d’Occidente, diventa la terra fecondata dall’antico spirito che risorge nell’utopia aurorale e nella visione del ritorno degli Dei. Anche nel frammento del romanzo “Hyperion oder der Eremit in Griechenland (Iperion o l’eremita in Grecia), del 1797-99, il grande poeta lega Grecia e Germania in una strabiliante operazione di attualizzazione”.

Marino Freschi aggiunge che nel dramma “Tod des Empedokles” (Morte di Empedocle) l’atto del filosofo che vuole morire nel cratere dell’Etna rinnova l’idea dell’immolazione cristica, dell’eroe-filosofo che si innalza alla santità. “E’ il canto supremo della palingenesi e della rinascita. Nell’intensità profetica e utopica della sua poesia Hölderlin assume una posizione  autonoma tra Classicismo e Romanticismo”. Per Freschi, ciò è vero anche per altri due scrittori del periodo che i critici chiamano ‘l’età di Goethe’: Jean Paul Richter e Heinrich von Kleist.

 

Terra del Romanticismo

Alla fine del Settecento la Germania si impone come patria del movimento romantico. L’università di Jena, dove insegnarono Schiller, Fichte, Schelling e Hegel, vide le prime smaglianti prove del Romanticismo. Quel periodo lo sentiamo come un’età eroicamente giovanile: Novalis, il più ispirato dei poeti romantici (si chiamava in realtà Friedrich von Hardenberg), morì a ventinove anni. Karl Philipp Moritz a 37, Heinrich von Kleist a 34, Georg Büchner a 24.

Von Kleist era nato in una famiglia di generali prussiani; un discendente, feldmaresciallo, morirà in un campo di prigionia sovietico. Fu specificamente tedesca la vicenda dello scrittore, uno degli intellettuali più impegnati  nella mobilitazione delle coscienze contro l’invasore napoleonico. Una delle opere esasperatamente patriottiche di Kleist fu ‘Die Hermannschlact’, che esaltò la vittoria di Arminio sulle legioni romane. Ora i nemici da scacciare erano i reggimenti di Napoleone.

Si usa ritenere Richard Wagner il massimo cantore del nazionalismo germanico. Certamente fu il principale tra i mitografi nordici, il maggiore esponente della nuova asserzione del paese che Bismarck aveva trasformato in un moderno impero industriale. E’ stato sostenuto che le opere di Wagner sono fra le conquiste più significative dell’Ottocento tedesco, alla pari con le intuizioni filosofiche di Arthur Schopenhauer e di Friedrich Nietzsche.

Il Novecento si annunciò in Germania con i drammi di Gerhart Hauptmann: “Vor Sonnenaufgang” (Prima dell’alba) e “Die Weber (I tessitori), nei quali campeggiano i temi sociali e le aspre esistenze dei proletari della natia Slesia. Affrontò frontalmente la proposta del Naturalismo il poeta simbolista Stefan George, sacerdote dell’arte per l’arte e della poesia pura. Il suo cenacolo animò la Monaco di fine secolo, assieme all’opera dei fratelli Thomas e Heinrich Mann. Il primo, insignito del premio Nobel, scrisse nella Grande Guerra un saggio (“Considerazioni di un impolitico”) in cui sembrò anticipare un avvicinamento alle operazioni di Nietzsche e di Oswald Spengler (“il tramonto dell’Occidente”). Il fratello Heinrich esordì come raffinato decadentista ma approdò a posizioni radicalmente democratiche e antiguglielmine.

Hermann Hesse, che risultò lo scrittore più letto del sec. XIX, nacque in una famiglia pietista e nella Grande Guerra si fece svizzero. Bertolt Brecht, che si collocò su un terreno opposto alla ricerca intimistica e alle rivisitazioni romantiche, scrisse le pagine tedesche più importanti per il teatro, soprattutto negli anni Venti del Novecento. Egli cominciò come espressionista – l’Espressionismo è stato la più importante delle avanguardie tedesche – ma col tempo si allontanò dalle esasperazioni di quel movimento per collocarsi su posizioni modernamente dissacratorie. Restano dirompenti le espressioni brechtiane contro la guerra.

Ernst Jünger fu tra i pensatori più visionari del Novecento. Nella Grande Guerra fu eroe come pochi. L’altro massimo testimone contro l’immanità di quel conflitto fu Erich Maria Remarque (“Nulla di nuovo sul fronte occidentale”). L’ascesa di Hitler nel 1933 aprì una tragedia smisurata -il trauma assoluto- nella comunità intellettuale tedesca. Si suicidarono Walter Benjamin, Kurt Tucholsky, Ernst Weiss, Stefan Zweig, Ernst Toller. Klaus Mann, figlio di Thomas, trattò con la maestria connaturale alla famiglia il dramma dell’emigrazione politica.

Il maggiore poeta tedesco del Novecento, vertice assoluto della lirica occidentale, nasce a Praga in una famiglia germanica: Rainer Maria Rilke.

 

Bach, il più grande dei Pietisti

Agli albori della piena germanizzazione del Sacro romano impero campeggiano l’esperienza della mistica tedesca e, assai più, il Pietismo. Quest’ultimo dette forma alla letteratura germanica fino agli esordi della ‘Età di Goethe’.  Ma le espressioni assolute del Pietismo non vennero in letteratura, bensì nella musica sacra. Qui il dominatore fu Johann Sebastian Bach, preceduto da pochi precursori e seguito da meno ancora continuatori, certo di rilievo ben minore. I documenti insuperati della spiritualità germanica di tutti i tempi sono di J.S. Bach: le Cantate sacre, le Passioni, i Corali, i Mottetti, le  Messe, i Magnificat, gli Oratori, pinnacoli non solo del repertorio sacro, ma dell’intera civiltà musicale del pianeta.

Bach non ebbe precursori, eredi o continuatori alla sua altezza, malgrado la schiera degli organisti di area germanica -nella quale si può includere Dietrich Buxtehude, fiorito a Lubecca, che risulterebbe oriundo danese, o addirittura svedese- sia folta e degna.  Anche G.F. Händel, F. Mendelssohn e, per i suoi insuperati ‘leader’ romantici, Franz Schubert, hanno confermato la primazia musicale tedesca sorta nel Settecento con J.S. Bach.

La solitudine di Bach è un esito inquietante. La spiegazione va cercata, in ambito musicale, nell’esaurimento del pensiero creatore come pellegrinaggio dello spirito; ma anche nella stanchezza della motivazione religiosa. Non poteva andare diversamente, visto che ai lancinanti dilemmi e alle invocazioni del Pietismo seguirono, persino in Germania, i tralignamenti musicali della scuola italiana/francese e dello ‘stile galante’.

Progressivamente insidiata dal razionalismo e dalla secolarizzazione -quest’ultima l’opposto del sentimento pietistico- nemmeno la Germania seppe prolungare la stupefacente creatività e l’intensità delle conquiste bachiane. Gli epigoni veri, anzi i compagni d’avventura di Johann Sebastian, sono stati i grandi dell’Ottocento romantico, o classico-romantico: Mendelssohn, K.M. von Weber, Beethoven, Schumann, Brahms hanno dominato soli l’universo della musica europea fino all’apparizione dell’Impressionismo di Claude Debussy e della vivida pattuglia spagnola de Falla, Granados, Albéniz.

E’ tedesco il massimo giacimento musicale del mondo moderno,  da Gluck  e da Gustav Mahler ai classici moderni quali Richard Strauss e Arnold Schönberg.

Non sono stati gli iniziatori riconosciuti del Pietismo coloro  che hanno spinto ai livelli più alti  l’ispirazione religiosa in Germania. Non sono stati i poeti, i prosatori, i drammaturghi del Settecento, nonché i grandi organisti dell’area germanica. E’ stato soprattutto Johann Sebastian Bach, senza confronti superiore ai predecessori e ai successori che portavano il suo cognome. Delle due dozzine di musicisti Bach, quelli decorosamente rispettabili sono soprattutto quelli venuti prima. I meno meritevoli sono i quattro figli del Nostro, tutti passati al conformismo della scuola italiana.

Nessuno potrà risarcire la musica germanica del lungo oscuramento che colpì Johann Sebastian. In un concorso si arrivò, lui vivo, a preferire a J.S. un compositore della modestia di Georg Philipp Telemann. Johann Sebastian è il massimo dei musicisti religiosi di tutti i tempi e di tutti i luoghi. E, insistiamo noi, è il massimo dei pensatori germanici ispirati dal Pietismo. Non poteva essere che così. Il Pietismo fu la risposta del Geist nazionale all’involuzione del cristianesimo tedesco dopo le straordinarie conquiste di Lutero, di Melantone, di Ulrico di Hutten. L’ispirazione religiosa del pensiero tedesco pagò il prezzo della vittoria sul papismo su almeno due piani: 1) l’ipertrofia dello spirito di controversia teologica; 2) l’ufficializzazione della fede in religione di Stato e dunque la sua mondanizzazione. Ciascuno degli innumerevoli ‘sovrani parziali’ di Germania sentì di potere signoreggiare sulle coscienze dei sudditi. Anche queste storture volle sanare il Pietismo.

 

I primati del futuro

La Germania si ingigantirà prima in Europa. Prima sui piani più nobili, non per dimensioni. Riscattata dalle infamie di un passato recente, però brevissimo, sarà eticamente inattaccabile. Si aggiungerà una qualità nuova: allargherà il distacco spirituale rispetto alle altre grandi componenti d’Europa. Constaterà d’essere passata in testa alla colonna della storia. Si parlerà di nuovo primato dello spirito tedesco. La Germania del futuro non lontano sarà davvero il Secondo Reich, la resurrezione dell’Impero sacro e romano.

Quale delle Germanie del passato sarà all’altezza del retaggio imperiale?  Condizionati dai secoli non possiamo che rispondere: ai tempi della grandezza l’Impero era degli Ottoni e degli Staufen, specialmente Federico I.  Sotto il Barbarossa il pensiero fu ancora pienamente cristiano, cavalleresco, medioevale; l’imperatore morì alla Crociata. Alcuni dei suoi valori erano i più alti fino allora concepiti. Dopo, l’ispirazione religiosa si smorzò, la modernità e il razionalismo si allargarono assieme all’assertività borghese.

Il grande revival germanico non potrà che differenziarsi, forse contrapporsi, ai precetti della modernità quale la conosciamo. Il razionalismo ha ‘fatto’ la modernità e la modernità ha tralignato, soffrendo la caduta di Lucifero. La salvezza non potrà che venire dal recupero dei valori -nel Medioevo specificamente germanici- che l’Illuminismo e il Rinascimento  internazionali avevano ripudiato.

 

Il corteggio dei Grandi Spiriti

Chi guiderà la Germania al momento di rigenerare l’Europa, facendone il Secondo vero impero sacro e romano, si proporrà al Continente affiancato da un manipolo dei massimi tedeschi. Garantiranno per l’eticità della stirpe due imperatori Hohenstaufen, Martin Lutero, Filippo Melantone, Ulrich di Hutten cavaliere umanista della Riforma, e poi Johann Sebastian Bach, Goethe, Hölderlin che presagì il ritorno degli Dei ellenici, Rainer Maria Rilke e la schiera degli insuperati classici del Romanticismo. Assieme ad altre  grandi anime, che Dante avrebbe messo in Paradiso, questi Paladini rassicureranno gli europei: quello germanico sarà il più spirituale dei retaggi.

La gloria falsa di Churchill e quella vera di Caillaux pioniere dell’asse franco-tedesco

Farabutti e carnefici, macellai di popoli, furono senza eccezioni i governanti che centoquattro anni fa vollero la Grande Guerra; guerra che riprese nel 1939 dopo una tregua ventennale. Parliamo innanzitutto di Raymond Poincaré, presidente della repubblica francese nel 1914, nonché dei tanti suoi modesti imitatori e seguaci: per esempio gli italiani Antonio Salandra, presidente del Consiglio (nelle Memorie  lamenterà che la guerra non gli aveva fruttato un titolo nobiliare); per esempio Sidney Sonnino, negoziatore del patto di Londra; più ancora Vittorio Emanuele III, accanito custode delle tradizioni militaresche dei Savoia (i quali, bisogna ammetterlo, erano stati bravi a farsi, da Medii feudatari alpini, sovrani di rango). Di Gabriele d’Annunzio tacciamo. Invocò la mattanza, contribuì a renderla inevitabile ma fece questo in quanto poeta epico-lirico, sfortunatamente preso in parola da tanti aspiranti cadaveri del Carso.

Ma addirittura pazzi furono coloro che, invasati di autodistruzione, vollero l’immane carneficina sapendo o intuendo che essa, oltre a cancellare i loro troni, avrebbe spento se stessi nonché le loro famiglie. Tra le teste coronate il perfetto suicida fu perciò lo zar Nicola II. Le cronache dicono che nel firmare l’ordine di mobilitazione generale contro Austria-Ungheria e Germania scandì parole che attestavano presentimenti luttuosi. Ma firmò, plagiato in particolare da un ministro degli Esteri, Sergjei Dmitrovic Sazonov, che lo dominava.

Lo aveva convinto che l’impero russo non poteva rinunziare a quell’ineguagliabile occasione di raggiungere le estreme mete occidentali: l’egemonia nei Balcani e nell’Est Europa, la leadership panslava, la tradizionale aspirazione al mare caldo. Sazonov – spalleggiato da uno Stato Maggiore umiliato sì di recente dal Giappone ma singolarmente fiducioso di vincere un confronto bellico con gli Imperi Centrali – era un mestatore nel torbido, scellerato in cilindro come i suoi pari del tempo, rotto a qualsiasi canagliata sulle vite di milioni di sudditi, pur di conseguire le spregevoli glorie del mestiere diplomatico. La Russia era talmente immensa da non avere necessità di conseguimenti geopolitici. Nicola firmò, con la mobilitazione, la propria condanna a morte. In piena coerenza i trionfatori bolscevichi passarono per le armi l’intera famiglia dello Zar. L’eccidio fu, con la cancellazione dell’impero, l’esito obbligato della più folle delle imprese belliche dei Romanov. La guerra di Sazonov portò una rivoluzione incapace di misericordia.

Nel 1914 solo la Spagna tra le grandi nazioni europee ebbe la saggezza di rifiutarsi al conflitto mondiale. Presiedeva il governo il conservatore Eduardo Dato, ed egli riuscì a far fallire i conati di alcuni circoli radicaleggianti -includenti il futuro padre della fallita repubblica Manuel Azagna- : invocavano che la Spagna si unisse alla crociata  dell’Intesa in quanto più progressista di quella di Berlino e Vienna. Non era tanto più progressista, e in ogni caso la nazione spagnola non aveva alcun motivo per combattere. La sconfitta nella guerra con gli Stati Uniti aveva cancellato nel 1898 le ultime ragioni perché la Spagna cercasse di conservare qualcosa dell’antico ruolo planetario.

A Madrid prevalse il senso comune: la neutralità consentì al regno borbonico di fare eccellenti affari vendendo a tutti i belligeranti, e in più di avviare la sua prima industrializzazione. Se oggi la Spagna è nel gruppo di testa delle società moderne, lo deve a non essersi dissanguata nella Grande Guerra.

Assai più sventurato fu l’altro regno iberico, il Portogallo, che partecipò al conflitto dalla parte degli Alleati, degli inglesi in particolare. Fu succube per la sola ragione che le sue vicende politiche non gli consentivano una politica estera autonoma. Nel 1917 il governo che aveva voluto la guerra fu rovesciato, ma il contingente portoghese non fu ritirato dal fronte. Invece nel secondo conflitto mondiale Lisbona riuscì a sottrarsi al destino di fornire carne da cannone.

Pagarono carissimo per i mercanteggiamenti di morte dei loro governanti i paesi minori che non sfuggirono alla sventura di guerreggiare. Ma almeno la Romania conseguì quella volta cospicui vantaggi territoriali (al prezzo di oltre trecentomila morti). I lutti del secondo conflitto mondiale furono nell’assieme ancora più gravi. Comprendendo i vari olocausti si arriva a parlare di cinquanta milioni di morti.

L’aspetto più drammatico fu che la terribile esperienza 1914-18 (ma si continuò a morire per qualche anno, magari di malattie) insegnò quasi niente ai popoli come ai governi. Non erano passati sedici anni da quando gli europei avevano fermato il massacro quando si ebbe la prova che niente era cambiato nel pensiero sulla guerra e sulla pace.

La Germania umiliata da Versailles si era data un dittatore per la vendetta, e nel 1935 il dittatore aveva sfidato il trattato di pace ordinando alle sue truppe di attestarsi in Renania, territorio germanico. Questo scatenò nei circoli nazionalistici francesi, e non solo francesi, un autentico parossismo antigermanico: in pratica si esigeva che i vincitori del 1918 riprendessero subito le armi per stroncare sul nascere il revanscismo tedesco. I vertici francesi e britannici dovevano imporre ai loro popoli un immediato ‘casus belli’. Come se un’intenzione di vendetta, da parte germanica, fosse la stessa cosa di una vendetta effettiva, talmente grave da giustificare una ripresa della strage. Col senno di poi, forse sarebbe stato meglio tentare di soffocare al primo vagito l’espansionismo hitleriano. Ma tanta prontezza nel riaprire una lotta armata straordinariamente atroce, era ragionevole?  Non era piuttosto assurdo dare per scontata la riduzione a zero dell’orgoglio tedesco?

In Francia, i politici che sbraitarono di più nel pretendere risposta fulminea alla rimilitarizzazione della Renania furono Paul Reynaud e Georges Mandel. Oggi quasi nessuno li conosce. Ma Mandel divenne presto ministro ed esponente dei più accaniti tra i fautori dello scontro (finirà assassinato). Quanto a Reynaud, nel 1940 ascese a capo del governo allorquando l’esercito francese, allora considerato il più potente al mondo, fu sbaragliato in poco più di una settimana dalla Wehrmacht e dalla Luftwaffe. Reynaud avrebbe dovuto riflettere prima di assumere le posizioni estreme. Per qualche giorno egli tentò di fare il Churchill francese: annunciò che avrebbe trasferito il governo in Africa per continuare la guerra dall’impero coloniale. Nessuno lo prese sul serio, dovette dimettersi; il maresciallo Petain ottenne i pieni poteri, chiese l’armistizio al vincitore e cancellò la Terza Repubblica. Gli irriducibili parigini mancarono di realismo.

 

Winston Churchill è stato consegnato alla storia come il più glorioso dei lottatori. In effetti nessuno è stato più combattivo di lui, che non aveva mai rinunciato a sperare che il presidente F.D. Roosevelt costringesse il popolo degli Stati Uniti -in maggioranza isolazionista- a entrare nel conflitto per salvare la Gran Bretagna (e per passare l’impero mondiale agli USA). Churchill credette di dover perseguire la vittoria finale senza curarsi dei costi. Costi che furono terribili.

I fatti sono quelli che sono. Churchill fu l’inglese che più di ogni altro volle e condusse il secondo conflitto mondiale. Però nel 1939 il Regno Unito era la maggiore potenza imperiale al mondo. Nel 1945, a guerra vinta, la leadership era sparita -anche dagli oceani-, l’economia era dissanguata, la struttura industriale in pericolo;  la Germania, il Giappone, persino l’Italia si sarebbero rialzati prima e meglio che la superba ex superpotenza. In più si apriva il rapido smantellamento dell’Impero. La fine della grandezza non avrebbe potuto essere più brutale. Si può sostenere che la patria britannica sarebbe stata sommamente fortunata se non fosse stata guidata dal belluino Winston Churchill, assetato di grandi spedizioni aeronavali. Nel 1915 volle quella disastrosa dei Dardanelli, da lui ideata contro il parere degli ammiragli suoi dipendenti. Tentò anche di organizzare una spedizione contro i sovietici, ma questa non gliela permisero, tanto sangue erano costati i gloriosi Dardanelli. Era tale la sua voluttà guerriera che provò a partecipare in persona allo sbarco in Normandia, in divisa di tenente colonnello. Volle comunque, non sappiamo dove, sparare personalmente alcuni colpi di cannone.

Questo vuol dire che non l’epico duello col Reich, bensì una transazione semi-amichevole avrebbe salvato la grandezza britannica. Si è accertato che Hitler non voleva lo scontro frontale con la Gran Bretagna. Nei giorni della trionfale conquista della Francia il Führer spiegò così ai suoi generali la propria decisione di non annientare l’armata britannica a Dunkerque: “Ammiro l’Impero britannico. La sua esistenza è utile al mondo tanto quanto la sua opera di civiltà. Io domanderò alla Gran Bretagna di riconoscere la preminenza della Germania in Europa.  La restituzione delle nostre colonie sarebbe desiderabile, non essenziale…Sono pronto ad offrire all’Inghilterra, se si trovasse in difficoltà, il sostegno del mio esercito. Desidero una pace con la Gran Bretagna su basi compatibili col suo onore”.

Dunque il Führer non mirava ad umiliare il Regno Unito. Voleva mano libera nell’Europa orientale e, senza insistere troppo, voleva una grossa colonia. Da come sono andate le cose, è oggettivo che a Londra sarebbe convenuto addomesticare o placare la belva germanica e quella nipponica, piuttosto che affrontare una guerra disastrosa, piuttosto che accettare la perdita del primato mondiale e del più grande degli imperi.

Anche la Francia del 1939 possedeva un grande impero: e anche alla Francia sarebbe ampiamente convenuto cedere parte di un dominio intercontinentale inutilmente vasto, che Parigi non aveva saputo valorizzare, piuttosto che subire dal Terzo Reich la più grave disfatta militare della storia. Oltre a tutto Parigi si fece imporre la seconda guerra mondiale da un fatto artificioso all’estremo quale un dubbio trattato diplomatico con Varsavia. Versailles aveva innalzato una Polonia gigantesca perchè molestasse da est la Germania. Negli Anni Venti Parigi aveva scopertamente gestito, con un generale francese, il sorgere di un apparato militare satellite polacco, sempre in odio alla Germania. Però la garanzia militare che Francia e Gran Bretagna vollero dare a questa Polonia intesa come ausiliare e sicaria antigermanica era irrealistica. Infatti la Polonia fu annientata in pochi giorni, in totale assenza di soccorsi occidentali; il suo mandante parigino avrebbe avuto un destino terribile pochi mesi dopo. Quasi nessun francese e nessun inglese fu disposto a “morire per Danzica”.

Meglio avrebbe fatto Parigi, già nel momento che Berlino si sottometteva (novembre 1918) a moderare il proprio trionfo, a non infierire sull’avversario sconfitto. Meglio avrebbe fatto Parigi a imboccare la strada dell’intesa duratura con la Germania. La Francia aveva avuto nel 1911 un primo ministro, Joseph Caillaux, che incarnava quella strada. Quell’anno Caillaux aveva scongiurato un conflitto con Berlino a proposito del Marocco (crisi di Agadir); la formula trovata era consistita in uno scambio territoriale nel Congo francese inteso a normalizzare possibilmente per sempre il rapporto col “nemico ereditario”. Ma quello stesso anno un capriccio del catastrofico parlamentarismo Terza Repubblica scalzò dal potere Caillaux e insediò il suo perfetto contrario: Raymond Poincaré, massimo esponente del revanscismo francese, presto elevato a capo dello Stato e a sommo tra i guerrafondai del 1914.

La linea Caillaux -l’intesa di fondo con la Germania guglielmina- fu stroncata duramente. Venne la Grande Guerra. Verso la fine del 1917, col grosso della strage già consumato, con varie divisioni francesi e con alcune unità germaniche prossime all’ammutinamento, e con le Potenze Centrali disposte a cercare con qualche anticipo le vie della pace, l’ex-presidente del Consiglio Caillaux fece qualche passo in Germania in vista di un negoziato che avvicinasse la fine del massacro. Lo scoprì il capo del governo Georges Clemenceau, il “Tigre”, divenuto il terribile demiurgo della guerra ad oltranza. Caillaux fu arrestato coll’accusa d’alto tradimento.

Tenuto in carcere, benché ex-presidente del Consiglio e figlio di un ministro particolarmente autorevole, Caillaux rischiò seriamente la condanna capitale: tale era l’accanimento di Clemenceau contro i “disfattisti” cioè tutti coloro che invocavano o suggerivano la fine dell’eccidio. Nel 1920 l’Alta Corte condannò l’ex primo ministro per  ‘corrispondenza col nemico’  ma non per alto tradimento. Cinque anni dopo il Nostro fu amnistiato. Ma aveva rasentato la fucilazione, o magari la ghigliottina. Fu dunque il martire di una causa -l’amicizia con la Germania- che trionferà quando     Charles De Gaulle e Konrad Adenauer decideranno di capovolgere la storia.

 

In conclusione. Winston Churchill figura ancora ammantato di gloria guerriera. Ma è una gloria non solo sinistra, anche oggettivamente falsa: la guerra di Churchill distrusse la grandezza britannica. Non andò molto meglio dell’impresa dei Dardanelli.  Una gloria ben più vera, voluta dal futuro, spetta a Joseph Caillaux, che anticipò nel concreto l’asse franco-tedesco e, come tale, fu premessa di Europa.

Antonio Massimo Calderazzi

Arpad Goencz come Havel: padri mancati di un’Europa più grande

 

“Non fosse mai giunta la nave da Argo

nella Colchide e uomini gagliardi

non avessero mai recato con essa

il Vello d’oro…La mia principessa,

Medea, navigando lungo la costa non sarebbe giunta

mai nella città turrita di Colchide, con il cuore infiammato, seguendo Giasone”

 

Il coro apre così, come nelle tragedie greche, uno dei lavori teatrali di Arpàd Goencz, “Magyar Médea”, prima rappresentazione avvenuta a Budapest nel 1976. Seguirono nel 1980 altre due tragedie, dai titoli evocatori della perennità delle vicende umane dai tempi mitici ai nostri giorni. Si chiamavano ‘Pesszimista Komédia’  e ‘Perszephoné’.  La Medea ungherese era ambientata nella Budapest del 1975.

Goencz fu il primo presidente della Repubblica magiara dopo la caduta del comunismo. Il comunismo lo aveva condannato all’ergastolo, poi tenuto sei anni in carcere fino a un’amnistia del 1963.  Il suo reato, aver fatto trapelare fuori del paese un progetto di mitigazione del regime imposto di nuovo nel 1956 dai mezzi corazzati sovietici.

Anni prima (1948) il dissidente Goencz era stato estromesso da ogni incarico pubblico. Rimasto senza lavoro aveva fatto l’aiuto manovale. Imparato in carcere l’inglese , aveva intrapreso l’attività di traduttore letterario: nel venticinquennio che precedette l’elezione a capo dello Stato tradusse un centinaio di lavori soprattutto  americani: Truman Capote, James Baldwin, Faulkner, Hemingway, Salinger, Updike, Wolfe.  Vari i premi letterari, a partire dal ‘Jozsef Attila’ del 1976.

Io, AMC che scrivo, ebbi l’occasione di intervistarlo a due nel 1993, non nella presidenza della Repubblica ma in un angolo appartato dell’Associazione degli Scrittori al 18 di Baiza utca, a pochi passi dall’ambasciata del Vietnam. Nessun capo di Stato aveva indossato panni più dimessi dell’ex-ergastolano ed ex-aiuto-manovale. Nessun capo di stato forse aveva trattato con più gentilezza l’oscuro intervistatore italiano: “Per parlare le va bene se ci sediamo in queste poltroncine?”

In quella poltroncina sedetti soprattutto per capire perché vari paesi dell’ex campo socialista avevano affidato cariche somme a uomini che non venivano dalla carriera politica. Il commediografo Vaclav Havel, capo dello Stato a Praga, era più noto di Goencz, suo confratello in quanto scrittore per il teatro. Il filosofo Zhelyn Zhelev era stato fatto presidente della Bulgaria. Almeno un presidente baltico era venuto dalla milizia culturale. Per non parlare di Ignaz Paderewski, il grande pianista messo a capo della neonata repubblica di Polonia.

Anche Tomas Masaryk era un importante intellettuale. Fu artefice di una nazione cecoslovacca, fin troppo fortunato divulgatore della sua invenzione: guadagnò l’appoggio di Parigi e di Washington per il sorgere di uno Stato cuscinetto talmente improbabile da perdere  presto la componente slovacca.  Però, più che strappato dalla Storia agli studi, Masaryk era stato brillante macchinatore del proprio successo. Aveva fatto nascere, non una Heimat nazionale, secondo lo spirito “wilsoniano” dei suoi tempi, ma una piccola potenza prevaricatrice di altre nazionalità, cominciando dai Sudeti e dagli Slovacchi.

Su Havel e sul suo carisma sappiamo molto. Claudio Magris esaltò l’inclinazione del presidente ceco per le birrerie e le ‘vinarne’, locali di popolo dove si beve il vino, in danno dei castelli maestosi, delle cancellerie, dei picchetti d’onore. Sottolineò che il suo Havel era anche immune dal narcisismo e dalla carica contestativa dei poeti- governanti, spesso inclini a proclamare l’immaginazione al potere. Accettava gli impegni prosaici della carica.

Arpàd Goencz, morto nel 2015,  era per molti aspetti l’omologo di Havel: stessa qualità creativa, stessa dedizione al teatro, stesso prestigio e fascino. Come Havel, il Nostro si impegnò nella fatica di raddrizzare un governo e una società snaturati dall’oppressione, nello sforzo di comporre interessi e conflitti, nel suo caso rinunciando agli agi psicologici d’essere ‘super partes’.  Il presidente ungherese si gettò più volte nella mischia. Le sue posizioni erano quelle di una sinistra liberale. Contrastò le decisioni esecutive che non condivideva. Respinse un decreto che metteva sotto processo i capi del regime crollato. Non si rinchiuse nell’innocenza dell’artista. Nella primavera del 1992 rischiò l’impeachment: l’organo ufficiale del Forum democratico lo accusò di volersi impossessare di potere a beneficio della sinistra. Accusa fuori tempo massimo: chi si appassionava più ai manicheismi destra-sinistra?

La carriera del presidente ungherese è stata tutta una testimonianza, toccando i livelli dell’eroismo. Noi che siamo abituati a governanti di tutt’altra pasta -alcuni solo contigui al malaffare, altri ad esso associati in pieno, tutti ugualmente espressi dall’oligarchia ladra-  non possiamo sognare di farci guidare da un poeta. Noi, un popolo di soli machiavelli, abbiamo acclamato condottieri di nome Togliatti, Berlusconi o Craxi. Perché noi idolatriamo il realismo. I poeti in trono e i re-filosofi li compiangiamo: non lasciano nemmeno una fortuna a parenti e a compari. Ingenui, i re-filosofi.

Arpàd Goencz fu, con poco esito, alla testa di qualche iniziativa mitteleuropea volta a far avanzare l’unità del Vecchio Continente, cominciando appunto dalla vocazione continentale della Zwischeneuropa, le terre poste tra i due imperi storici, germanico e russo. Al Presidente avevo chiesto cos’era veramente Mitteleuropa: dove cominciava, dove finiva, a cosa si contrapponeva. Rispose: ”Ci facciamo questa domanda da secoli, e continueremo a interrogarci chissà fino a quando. L’importante è fare qualcosa, non limitiamoci a passarci il dubbio. Siano le opere a rispondere a domande come questa. Se vivremo nel concreto la realtà centro-europea, magari le definizioni sull’identità risulteranno meno difficili”.

Io insistetti: perché Goencz, perché Havel, perché Paderewski, perché i poeti-presidenti in quel momento dell’Europa di mezzo? Osservò che i professionisti della politica suscitavano antagonismi e sospetti che in una fase di passaggio, di caduta degli assetti -il crollo del comunismo- trovarono una forza eccezionale. In quel momento nemmeno l’autore di “Pesszimista Komédia” e di “Magyar Médea” arrivò a vedere le involuzioni, le cadute e le bassezze che sarebbero seguite al crollo delle illusioni, al sopravvento dei carrieristi dell’impostura che si appaltarono la transizione alla (dubbia) democrazia all’occidentale. “Quando il professionismo delle urne minacciava troppo, quando la politica era inerme, ci si rivolse ai poeti, ai tempi di Paderewski, come oggi. In più nella parte ex-comunista dell’Europa occorre parlare di un ruolo particolare della letteratura. Essa  ha parlato assieme al popolo, ha avvicinato la società alla politica. Al vertice dello Stato bulgaro c’è Zhelev, un filosofo”.

Io: e Goencz è alla testa degli ungheresi? “Mah, sono uno scrittore che ha combattuto sia il fascismo, sia il regime imposto dall’Armata rossa. In una situazione d’eccezione acquistare un ruolo speciale è stato comprensibile. Ma attenzione: nell’Europa di mezzo il capo dello Stato ha una funzione di testimonianza che non si addice ai politici di carriera”.

Né Lui, né ovviamente l’improvvisato intervistatore furono capaci, ventiquattro anni fa, di scorgere i mostri e i veleni che nei paesi ex-comunisti avrebbero sopraffatto i propositi virtuosi, gli idealismi, gli aneliti europei. Invece di volere l’unità e la grandezza del Continente, i conduttori di Zwischeneuropa si sono consegnati agli USA come vassalli. Con ben meno dignità di Trieste che fece la ‘Dedizione’ all’Impero asburgico. Le aspirazioni e gli scenari sorti nel Continente dopo la Brexit e dopo l’avvento di Trump devono prescindere dai partner ex-comunisti. La prospettiva di un’Europa più degna della sua storia di ombelico del mondo non include Zwischeneuropa. Forse non è solo colpa dei popoli che ancora consideriamo fratelli. E’ colpa dell’oppressione stalinista che ha durevolmente deformato le coscienze: un altro dei misfatti del socialismo realizzato.

E’ anche colpa della scomparsa nel nulla dei re-filosofi. Morto nel 2015, Arpàd Goencz non poté fuggire all’angoscia per la sconfitta dei sogni a sud del Baltico e della Vistola.

Antonio Massimo Calderazzi

LE MACERIE DELL’EUROPA

Nell’ormai lontano 1941, quando il secondo conflitto mondiale era in pieno svolgimento e la Germania hitleriana sembrava vicina alla vittoria, Altiero Spinelli (1907-1986) ed Ernesto Rossi (1897-1967), all’epoca confinati nell’isola di Ventotène, dopo una lunga detenzione in carcere per la loro attività antifascista, scrissero un breve opuscolo dal titolo Per un’Europa libera ed unita. Progetto d’un Manifesto. Lo scritto circolò dapprima clandestinamente in ciclostilato e venne infine pubblicato a Roma nel gennaio 1944, su iniziativa di un altro noto antifascista, Eugenio Colorni (1909-1944)*, il quale redasse una breve ed incisiva prefazione†. Colorni, che viveva nascosto nella capitale sotto falso nome, morì pochi mesi dopo ad opera di alcuni militi della banda Koch.

Il volumetto, oggi comunemente noto come Manifesto di Ventotène, partiva dalla constatazione dei guasti prodotti in Europa dalle idee di nazione (“un’entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possano risentirne. La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio di ciascuno di essi […]. Questa volontà di dominio non potrebbe acquetarsi che nella egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti”) e di razza (“Quantunque nessuno sappia che cosa sia una razza, e le più elementari nozioni storiche ne facciano risultare l’assurdità, si esige dai fisiologi di credere, dimostrare e convincere che si appartiene ad una razza eletta, solo perché l’imperialismo ha bisogno di questo mito per esaltare nelle masse l’odio e l’orgoglio.”). Le devastazioni generate da queste ideologie aberranti erano sotto gli occhi di tutti e avrebbero continuato a produrre i loro nefandi effetti ancora per diversi anni, provocando la morte di decine di milioni di persone.

L’unico modo per evitare che anche in futuro in Europa si potessero ripetere simili tragedie era di giungere finalmente all’unione degli Stati europei in una federazione: “Il problema che in primo luogo va risolto e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani”. Dalle macerie del secondo conflitto mondiale avrebbe dovuto sorgere una nuova entità politica, “un saldo stato federale”, i cui principi basilari avrebbero dovuto essere un “esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli stati appartenenti alla Federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica” (così scriveva Colorni nella Prefazione).

Ma di primaria importanza era anche che nella nuova federazione venisse assicurato il benessere dei futuri cittadini europei. Per i due autori, infatti, “le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma — come avviene per forze naturali — essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime”. La realizzazione di condizioni di vita più umane avrebbe creato “intorno al nuovo ordine un larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento, […] per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale. Su queste basi, le libertà politiche potranno veramente avere un contenuto concreto, e non solo formale.”
Questa premessa era necessaria per capire in quale direzione sta veramente andando l’Europa oggi. Indubbiamente dalla fondazione della CECA nel 1957 con i Trattati di Roma sono stati fatti progressi incredibili nel processo di integrazione europea, ma a partire dai primi anni ’90 e in particolar modo dall’istituzione della moneta unica, gli avvenimenti hanno preso una piega che non va nel senso prefigurato da Spinelli e Rossi.

Si è infatti completamente perso di vista quale deve essere lo scopo principale della progressiva unificazione europea, ossia assicurare la libertà dei cittadini europei e il rispetto dei loro diritti inalienabili, allontanando per sempre lo spettro della guerra, e offrire loro condizioni di vita rispettose della dignità umana. L’Unione europea avrebbe dovuto promuovere e diffondere questi valori sia al suo interno sia nel resto del continente, tra gli Stati che non ne erano ancora parte.

Di fatto questi obiettivi sono stati accantonati e lo dimostrano l’incapacità dell’Unione di arginare il rigurgito di odio razziale e nazionalistico sfociato nella guerra jugoslava, che tra il 1991 e il 1995 provocò, nel cuore della “pacifica” Europa, circa 100.000 vittime (bilancio ancora non definitivo), e le assurde regole di politica economica improntate ad un rigore cieco, che hanno impedito di affrontare in modo appropriato la grave crisi finanziaria iniziata nel 2007/08 e di cui ancora oggi subiamo gli effetti negativi. Le tristi vicende della Grecia ne sono la prova evidente.

E le cose non sembrano cambiare nel presente. Mentre gli inglesi, grazie ai loro inetti governanti, si apprestano a lasciare la barca che affonda, le istituzioni europee sono allo sbando di fronte agli imponenti flussi migratori provenienti dalle sponde dell’Africa e del Medio Oriente; si ergono muri dalla Manica ai Balcani, in un quadro di crescente intolleranza, favorendo così ulteriormente il terrorismo; e in alcuni paesi (Ungheria e Polonia) si riaffacciano tendenze illiberali, tollerate in spregio ai principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Di fronte a tutto ciò, nei consessi di Bruxelles non si fa altro che parlare di rapporto debito/PIL o di pareggio di bilancio. Ma il pareggio di bilancio non salverà l’Unione dal naufragio.

Nell’Europa attuale si ripropone lo scontro che già anticipavano Spinelli e Rossi nel Manifesto tra le forze “che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale — e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie lasciando solidificare la lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo, e risorgere le vecchie assurdità — e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopreranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”.

Occorre ritornare allo slancio ideale di Spinelli e Rossi, fatto proprio in passato da altri “padri fondatori” dell’Europa come Alcide De Gasperi, Robert Schuman, Jean Monnet, Konrad Adenauer, per rilanciare il progetto di progressiva unificazione dell’Europa. Bisogna riportare l’uomo e la sua dignità al centro dell’azione politica europea. Non può l’economia dominare e sopprimere l’uomo, non si può in nome del rigore nei conti pubblici far morire di fame un intero paese come è accaduto con la Grecia.

Continuare su questa strada porterà alla fine dell’Unione, favorirà quelle forze, già presenti in Europa in molti paesi, che ripropongono i vecchi temi del nazionalismo e dell’intolleranza. Nonostante coloro che vogliono farci credere ancora oggi all’esistenza di popoli europei divisi e addirittura in contrapposizione tra loro, bisogna riaffermare la profonda unità che è alla base della cultura e della civiltà europea, che ha saputo conciliare e intrecciare nel corso dei secoli tradizioni di pensiero, modi di vita, religioni, arti e letterature di popoli diversi ponendo le basi per una convivenza pacifica tra comunità assai eterogenee. Un patrimonio culturale in molti casi comune anche con le sponde dell’Africa e del Medio Oriente che si affacciano sul Mediterraneo e che dovrebbe costituire la base di partenza per l’integrazione di quanti lasciano i loro paesi a causa della fame, della guerra o delle persecuzioni politiche, cercando un porto sicuro in Europa, e per combattere i germi del terrorismo, che nascono in gran parte dal risentimento e dall’odio per essere stati rifiutati e discriminati.

Dall’attuale crisi delle istituzioni europee, dalle macerie di quest’Europa di oggi, bisogna ripartire per dare un nuovo senso alla costruzione dell’Unione europea. Si deve ripensare ai motivi fondanti di questo progetto, recuperare l’idealità che ne fu all’origine. Come scrivevano Spinelli e Rossi alla fine del loro Manifesto “Oggi è il momento in cui bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge, così diverso da tutto quello che si era immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie fra i giovani. Oggi si cercano e si incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno scorto i motivi dell’attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono l’eredità di tutti i movimenti di elevazione dell’umanità, naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo.
La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà!”.

Giuseppe Prestia

*Anche Colorni era stato confinato a Ventotène dal 1939 al 1941. Trasferito poi a Melfi, riuscì a fuggire nel maggio 1943 e a raggiungere Roma.

†Il volume venne pubblicato clandestinamente dalle Edizioni del Movimento Italiano per la Federazione Europea (ne furono stampate 500 copie numerate) con le sole iniziali degli autori, A. S. e E. R., e il titolo Problemi della Federazione Europea, in quanto comprendeva altri due saggi di Spinelli (Gli Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche, scritto nella seconda metà del 1942, e Politica marxista e politica federalista, scritto tra il 1942 e il 1943).

PER CHI LAVORA IL TESORO DEL NOSTRO PAESE

PER CHI LAVORA IL TESORO DEL NOSTRO PAESE?
di Gianni Fodella

A giudicare da quanto è accaduto nella composizione del debito pubblico italiano nella prima metà dell’ottobre 2016, sarebbe lecito chiedersi ancora una volta nell’interesse di chi operi il Tesoro del Paese chiamato Italia.
Nel mercato secondario dei 72 Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) oggi in essere se ne trova uno di durata cinquantennale, il BTP 1 marzo 2067 al 2,80% emesso a 99,194 all’inizio di ottobre e che nel mercato secondario era quotato 96,9 il 14 ottobre, 95 tondo il 17 ottobre e 90,9 il 28 ottobre 2016.
L’importo dell’emissione annunciata in settembre è stato di 5 miliardi di euro, e non è bastato a soddisfare le prenotazioni che ammontavano a ben 18,5 miliardi. Per collocare questo BTP il Tesoro ha affidato l’operazione a un gruppo di istituzioni finanziarie soprattutto internazionali tra le quali figurano in posizione preminente Goldman Sachs e JpMorgan.
Il primo quesito che dobbiamo porci riguarda quindi la ratio, la ragionevolezza, l’opportunità di questo modo di agire, che può indicare come il Tesoro non sia in grado di collocare questo BTP tramite le istituzioni italiane, e come non pensi ai cittadini italiani quali naturali sottoscrittori del debito pubblico del proprio Paese. Invece dovrebbe, se non altro per risparmiare sul servizio del debito, dato che incamerando l’erario il 12,50% di imposta cedolare secca, l’esborso per interessi diventa del 2,45% e non del 2,80%, come accadrebbe nel caso l’acquirente cadesse sotto una differente giurisdizione tributaria. A questo notevole beneficio per il Paese se ne aggiungerebbe un altro non trascurabile: gli interessi pagati agli italiani si tradurrebbero in una accresciuta domanda aggregata per beni e servizi e in risparmio che potrebbe essere destinato all’acquisto di nuovi BTP.
Tenendo conto dei fatti si può poi osservare che in generale le istituzioni straniere comprano questi titoli per usarli in modo speculativo (anche se non sono le sole), provocando una alta “volatilità” di questi titoli che a sua volta genera – circa il sistema economico italiano e la gestione del suo debito pubblico – un’impressione di intrinseca instabilità in realtà provocata dall’esterno, alla quale contribuiscono pesantemente i giudizi delle Rating Agencies. Queste agenzie di valutazione emettono quasi sempre dei verdetti superficiali, spesso infondati e talvolta espressi per motivi dettati dagli interessi delle grandi società finanziarie loro azioniste. A ciò si aggiunga l’atteggiamento poco benevolo nei confronti degli italiani da parte della stampa internazionale, soprattutto anglosassone, generalmente considerata “autorevole e neutrale” ma che in realtà si adegua alle direttive della proprietà o dei loro fiancheggiatori per ragioni di puro interesse di parte.
Alla diffusa opinione negativa sull’Italia (infondata quando si consideri l’insieme della sua popolazione, distinta quindi dai Governi che solitamente la meritano), fa da contraltare l’aura luminosa che circonda la Germania, un Paese che gode di una grande reputazione di serietà e determinazione nel rispettare le regole, nel tener fede alla parola data e agli obblighi sottoscritti. Questa benevola e positiva opinione sulla Germania non tiene tuttavia minimamente conto della realtà e di alcuni accadimenti concreti del passato e del presente che stanno sotto gli occhi di tutti coloro che volessero aprirli, anche per ricordare ciò che non si può dimenticare.
Ora che è la prima potenza economica d’Europa, la Germania ci sta nuovamente trascinando nel baratro, anche grazie all’operato della Commissione Europea sempre più incline a proporre ai governi dei Paesi membri dell’UE linee di condotta assurdamente rigide ma tese a realizzare le politiche economiche e sociali volute dai potentati economici e accettate da governi disattenti o complici.
Tradotte in “riforme” queste linee di condotta hanno finito per impoverirci. Inaridendo la nostra enorme capacità di risparmio (tradizionalmente seconda soltanto al Giappone), causando con le politiche dettate dalla Germania la disoccupazione della nostra forza lavoro e facendo così diminuire la domanda aggregata che danneggia anche sé stessa, dato che finirà per avere un effetto negativo sulla nostra domanda di prodotti tedeschi. I titoli del debito pubblico tedesco (Bund) comprati in abbondanza dagli italiani ignari e creduloni permettono alla Germania di finanziare la mano pubblica a costo zero e di pavoneggiarsi per l’aiuto dato alla Grecia in verità con i frutti del nostro risparmio.
Ma entriamo ora nei dettagli. Se passiamo in rassegna i titoli emessi dal Tesoro di vari Paesi che ci sono vicini per condizioni economiche, non possiamo fare a meno di notare delle discrepanze che si risolvono sempre in un vero e proprio danno per i nostri concittadini e per il Tesoro italiano.
Esaminiamo alcuni buoni del Tesoro trentennali a tasso fisso dai rendimenti compresi tra il 2% e il 3,75% e che verranno rimborsati tra il 2042 e il 2047 (in parentesi indichiamo la quotazione di borsa al 21 ottobre 2016 e la valutazione della rating agency Standard & Poor’s sull’affidabilità del Paese debitore) emessi in questi ultimi anni dai governi di:
Irlanda 2045 al 2% (115 A+)
Germania 2044 al 2,50% (150 AAA)
Germania 2046 al 2,50% (152 AAA)
Italia 2047 al 2,70% (105 BBB-)
Paesi Bassi 2047 al 2,75% (157 AAA)
Austria 2012-2044 al 3,15% (156 AA+)
Germania 2012-2042 al 3,25% (165 AAA)
Francia 2045 al 3,25% (151 AA)
Italia 2046 al 3,25% (117 BBB-)
Regno Unito 2044 al 3,25% (132 AA)
Belgio 2013-2045 al 3,75% (165 AA).
Salta subito all’occhio che, pur essendo durata e tassi analoghi, i valori più bassi per quelli che rendono tra il 2 e il 3% sono quelli italiani: il BTP 2047 al 2,70% costa 105; quelli della Germania 2044 e 2046 entrambi al 2,50% sono quotati rispettivamente 150 e 152; quello dei Paesi Bassi al 2,75% costa 157 e persino quello al 2% dell’Irlanda 2045 quota 115. Analogamente per i titoli che rendono il 3,25%: il corso più basso è quello del BTP italiano (117) seguito da Regno Unito (132), Francia (151) e Germania (165). Davvero sorprendente è il fatto che a parità di rendimento vi sia una differenza di prezzo così enorme. Evidentemente conta molto – o forse soltanto – il giudizio di una società privata (S&P) della quale sono azionisti le maggiori società finanziarie americane e che guida il mercato secondo i desideri di chi detta i comportamenti e ha un considerevole potere che può esercitare senza esporsi a sgradevoli sorprese.
Negli ambienti finanziari si afferma che la durata, essendo direttamente correlata al rischio, abbia una forte influenza sulle quotazioni nel mercato secondario dei titoli del debito pubblico. Sarà vero? A giudicare dal caso tedesco indicato sopra accade il contrario: il titolo tedesco al 2044 costa 150 e quello al 2046 costa 152. Se poi consideriamo il caso di quei titoli del debito pubblico con scadenza a cinquanta e più anni vediamo che vi sono in circolazione da qualche tempo (nell’area euro e non), titoli della durata di mezzo secolo (e anche di più) che hanno avuto un’ottima accoglienza e che godono di quotazioni estremamente interessanti. Ecco alcuni esempi di titoli pubblici con scadenze comprese tra il 2055 e il 2068, indicando in ordine alfabetico i sei Paesi emittenti considerati:
AUSTRIA emesso nel 2012 al 3,80% scadenza 2062, venduto all’asta a 204, 09 e quotato 190,1 l’11 ottobre 2016;
BELGIO 2016-2066 al 2,15% venduto all’asta a 130,90 l’1 agosto 2016 e quotato 120,65 l’11 ottobre 2016;
FRANCIA 2055 al 4% emesso a 95,632 e quotato 192;
FRANCIA 2060 al 4% emesso a 96,34 e quotato 187,86 il 6-X-2016;
ITALIA 2067 al 2,80% emesso a 99,194 e quotato 90,90 il 28-X-2016;
REGNO UNITO (UK TREASURY) denominati in sterline
2013-2068 al 3,50% emesso a 96,426 quotato 164,78;
al 4% scadenza 22-1-2060 emesso a 96,258 quotato 174,36;
2005-2055 al 4,25% quotato 175,23;
SPAGNA al 4% scadenza 31-X-2064 emesso a 99,602 quotato 133,38.
Anche per questi titoli, che vanno oltre la speranza di vita della maggioranza di coloro che sono ora adulti, il Buono del Tesoro Poliennale 2067 al 2,80% ha la quotazione di quasi 9 punti sotto la pari, ma è uno dei più interessanti sotto il profilo dell’investimento, come si vede nell’elenco e nei rendimenti dei 72 BTP in essere che si trova in http://www.rendimentibtp.it/quotazione-btp. Eppure questo BTP è preceduto nella quotazione dal Belgio il cui titolo al 2066 – sebbene renda soltanto il 2,15% – era quotato 14 punti sopra la pari il 28 ottobre. Si può infine osservare che tra i titoli cinquantennali al 4% la quotazione più bassa è quella della Spagna, penalizzata dal giudizio di S&P con BBB+, comunque più benevolo di quello riservato all’Italia: BBB-.
Per chi governa la finanza mondiale a proprio beneficio col manipolare i giudizi per poi agire di conseguenza e facendo credere ciò che più conviene, è evidente che i tanto decantati “fondamentali” (fundamentals) che dovrebbero essere alla base dei giudizi sul sistema macro economico di un Paese, sono irrilevanti frottole ad uso degli incompetenti (che siamo noi cittadini it’s the economy, stupid) e dei collusi con il vero potere finanziario, quello in grado di mettere i suoi uomini chiave nelle maggiori istituzioni politiche ed economiche internazionali, e in quelle di qualsiasi Paese.
V’è dunque da chiedersi in nome di cosa il Tesoro italiano compri a caro prezzo da Standard & Poor’s giudizi di affidabilità sul nostro Paese che si rivelano sempre ingiustamente lesivi. Conferendo questo incarico il governo italiano appoggia di fatto chi contribuisce indirettamente alla speculazione finanziaria su scala mondiale che ha sovente per oggetto i nostri BTP. A ciò si aggiunga, per le imprese finanziarie coinvolte, il beneficio di godere di una buona remunerazione per l’onere di “piazzare” i nostri titoli pubblici. Emblematico è il caso già citato concernente il BTP 2067 al 2,80% che non è stato venduto all’asta, ma gestito su mandato del Tesoro italiano da una cordata di istituzioni capeggiata da Goldman Sachs e JpMorgan.
Standard & Poor’s è nata nel 1941 e quasi nessuno al di fuori degli Stati Uniti si era mai accorto della sua esistenza prima che la finanza mondiale cominciasse ad avvantaggiarsi della libera circolazione dei capitali, e che gli istituti di credito cessassero di dividersi in banche di credito ordinario (commercial banks) e banche d’affari (investment banks) come era accaduto in seguito agli eventi finanziari sfociati nella Grande crisi (Great Crash) del 1929 e che negli Stati Uniti diedero origine al Glass-Steagall Act (1933) e in Italia alla Legge bancaria (1936). Grazie alle modifiche apportate alla normativa durante la presidenza Clinton (1993-2001) – su pressione delle lobby finanziarie – le istituzioni creditizie tornarono ad essere banche miste, quindi con le stesse caratteristiche che avevano portato alle sofferenze e privazioni di milioni di individui rimasti senza lavoro a causa del disastro generato da Wall Street e tradottosi poi nella Grande depressione. Sui costi umani di questo immane disastro varrebbe la pena rileggere The Grapes of Wreath (in italiano Furore) del 1939, scritto da John Steinbeck. Dalla Great Depression gli Stati Uniti uscirono soltanto grazie ai “benefici effetti” della seconda guerra mondiale.
Così, invece di dedicarsi come prima della guerra alla loro funzione tradizionale di raccolta del risparmio e della sua erogazione mediante il credito a famiglie e imprese per le loro esigenze, le banche ricominciarono a spingere i depositanti loro clienti verso il mercato finanziario convincendoli a comprare azioni e obbligazioni di ogni tipo, incluse le proprie.
Questa situazione “nuova” dal sapore antico, poteva apparire più conveniente in termini di profitti aziendali ma le banche, trasformate in rivendite al dettaglio di carta finanziaria e inaridito in buona parte il flusso dei depositi, non furono più in grado di svolgere bene le funzioni per le quali erano nate. Così il danno per l’economia reale divenne sempre più grande. Si veda in proposito il magistrale saggio Il colpo di Stato di banchieri e governi (Einaudi, Torino 2013) di Luciano Gallino.
Esaminiamo ora alcuni fatti concreti relativi alla solidità economica del sistema che poggia sulle imprese italiane e sulla loro competitività. Circa la fragilità del sistema economico italiano si può osservare che l’Italia come Paese industriale manifatturiero si colloca in Europa, in base ai dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale (FMI o IMF), subito dopo il sistema economico tedesco e ben prima di quelli di Francia, Regno Unito e Russia.
Negli anni tra il 2012 e il 2015 la bilancia commerciale dell’Italia è sempre stata attiva, così come quelle di Cina, Corea, Germania, Paesi Bassi, Russia, Svizzera, Taiwan; a differenza di quanto è accaduto per Canada, Giappone, India, Messico, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Turchia le bilance commerciali dei quali hanno sempre segnato un disavanzo.
I primi dieci Paesi esportatori del mondo sono stati nel 2015 (qui ordinati secondo l’ammontare delle esportazioni): Cina, Stati Uniti, Germania, Giappone, Corea, Francia, Paesi Bassi, Hong Kong, Italia, Regno Unito; insieme essi hanno rappresentato il 52,43% delle esportazioni mondiali.
Circa la competitività a livello mondiale delle imprese manifatturiere italiane potrebbero bastare alcuni dati che i governi italiani succedutisi nel tempo non sembrano avere pienamente compreso, e che non sono comunque mai stati in grado di far conoscere. Forse perché i politici leggono soltanto i giornali (scritti dalle agenzie di stampa e da giornalisti quasi mai competenti in materia, oppure collusi con chi intende denigrare il sistema produttivo italiano) che consapevolmente o meno fanno il gioco della stampa anglosassone, ritenuta “seria” ma a sua volta guidata dalle imprese multinazionali e dalla finanza internazionale che hanno in mano i governi di Stati Uniti e Inghilterra (che sono sempre stati soltanto dei comitati d’affari), nonché dei loro satelliti, e tra questi – forse il più obbediente e soggetto – il governo italiano.
Come ci ricorda Marco Fortis (Marco Fortis e Alberto Quadrio Curzio L’Europa tra ripresa e squilibri il Mulino, Bologna 2014) la manifattura italiana è la seconda d’Europa e la quinta del mondo per valore aggiunto, preceduta soltanto da Cina, Germania, Giappone e Stati Uniti, anche se, con l’impetuosa ascesa della Corea, siamo di recente retrocessi al sesto posto come Paese manifatturiero. Quello che più ha sofferto – a causa della crisi innescata nell’autunno 2006 dai mutui subprime negli Stati Uniti e proseguita con effetti devastanti sull’economia reale a partire dall’autunno del 2008 (si veda in proposito I padroni del mondo. Come la cupola della finanza mondiale decide il destino dei governi e delle popolazioni di Luca Ciarrocca, Chiarelettere, Milano 2013) – è il mercato interno italiano dove la domanda di manufatti è precipitata a causa delle prospettive sempre più incerte per le imprese italiane costrette a licenziare. La crescente disoccupazione ha fatto ristagnare e poi diminuire la domanda aggregata all’interno del Paese con gravi conseguenze per le imprese di ogni tipo e, riflettendosi anche sul gettito fiscale che è andato diminuendo, ha impedito di ridurre il debito pubblico come sarebbe stato possibile fare senza incidere sulla spesa sociale.
Anche se al debito pubblico italiano contribuiscono pesantemente gli errori di politica economica dei governi nazionali e locali che lo sprecano in vari modi per incompetenza o lo sperperano per ragioni clientelari – oltre che a causa della corruzione/concussione dei funzionari preposti alla spesa e ai loro interlocutori che ne beneficiano – non vi è dubbio che al concetto di debito pubblico dovrebbe accompagnarsi un atteggiamento fortemente positivo, e ciò per ragioni di grande importanza non soltanto economica.
Infatti, le esigenze di spesa della mano pubblica per migliorare le condizioni economico-sociali dei cittadini, possono essere coperte soltanto in due modi: aumentando la pressione fiscale oppure ricorrendo all’indebitamento. Contribuendo volontariamente alle esigenze di spesa, l’acquirente dei titoli pubblici contribuisce ad evitare che la pressione fiscale per famiglie ed imprese aumenti, arrecando così un beneficio diretto alla collettività. Inoltre, i titoli acquistati divengono parte del patrimonio di individui e istituzioni. Se i titoli sono tutti sottoscritti dai soggetti residenti nel Paese vi è una perfetta identità quantitativa tra il debito pubblico nazionale e la ricchezza privata dei cittadini. Tenendo presente questi fatti concreti diviene insensato e privo di ogni significato logico il lamento che secondo molti (per ignoranza o dolo) dovrebbe levarsi dai “giovani” che saranno costretti a ripagare il debito pubblico che non hanno contribuito a creare.
Perché allora un sistema economico come quello italiano che ha dei solidissimi fondamenti non riscuote la fiducia che meriterebbe? Non siamo veramente in grado di dirlo, ma nelle poche righe che precedono ci abbiamo provato.

Gianni Fodella

UNA CONGIURA DI TEMERARI CONTRO LE ISTITUZIONI PER PROCLAMARE L’EUROPA NAZIONE

I sogni del passato su un’Europa migliore e unita in un solo Stato stanno morendo. Oppure no, oppure nelle coscienze sta maturando una ribellione che un giorno eromperà, e porterà a grandi cose.

Finora gli europei, ombelico del mondo, per cento ragioni si sono dimostrati ben inferiori ai nordamericani: i quali due secoli e mezzo fa decisero di volere una patria non solo indipendente, ma fusa in una nazione. Erano, è vero, soprattutto inglesi, stessa lingua, stessa cultura e storia, stesso potenziale di rivoluzione. Tuttavia se fossero stati prigionieri delle nostre abitudini e fissazioni, i coloni del Nord America avrebbero dato vita a una congerie di patrie insignificanti, ciascuna aggregata attorno a questo o quel leader, a questa o quella tribù o fascio d’interessi.

Invece nei coloni americani agirono sentimenti e volontà audacemente nuovi, dirompenti. Agì un progetto, una visione del futuro, non l’affezione al passato e alle sue glorie velenose. Oggi la patria americana è un Moloch sinistro, operatore di male. Ma due secoli e mezzo fa dette al mondo una lezione insuperata. I popoli d’Europa sono ancora un’accozzaglia informe, e solo ci sorregge la speranza misteriosa che un giorno si rivoltino contro se stessi. Che si abbandonino all’istinto di diventare stirpe e domina d’Europa.

Proponiamo di imboccare un’altra strada. Di scegliere un approccio diverso, empirico,  fattivo e al tempo stesso temerario, invece che tristemente loico e legalitario come finora.

Le istituzioni di Bruxelles e Strasburgo hanno messo sessant’anni per convincerci della loro pochezza. Intanto l’Europa ha bisogno di un’altra capitale, in un luogo diverso. Un luogo diverso: inevitabilmente più orientale delle contrade carolinge, ormai tossiche di sconfitte e di tradimenti. Lì restino -ridimensionati- gli elefanti burocratici. L’Europa si trasferisca  in Austria, a Cracovia, Praga, Bratislava, Budapest. Non in un paese baltico: troppo periferico e, nel passato, troppo sottoposto a dominatori tedeschi, scandinavi o russi.

In questo luogo, scelto per fonderci, si riunisca una Costituente illegale, malintenzionata nei confronti di Istituzioni e di trattati, la quale proclami l’abbassamento degli Stati membri a super-Laender d’Europa, e proclami la nascita della patria continentale unita.  Se la Gran Bretagna e qualche altra gamba storta non aderirà, tanto meglio. Rimpiangeranno solo gli invasati della finanza.

La Costituente si dichiari da sé, senza l’avallo delle Istituzioni destinate a morire. Disobbedisca e faccia come l’avanguardia dei francesi nel 1789. Il 4 maggio re Luigi XVI aveva convocato gli Stati Generali, tripartiti in clero, nobiltà e Terzo Stato, per  un tentativo di rito all’antica. Invece ben presto, il 17 giugno, il Terzo Stato constatò di rappresentare il 96% dei francesi e si costituì unilateralmente in Assemblea nazionale, impegnandosi a non separarsi senza aver dato una Costituzione alla Francia. Il 9 luglio il clero e la nobiltà si unirono al Terzo Stato e l’Assemblea prese il nome di Costituente. Senza il permesso delle Istituzioni.

La nostra Costituente sia fatta di un’alleanza tra protagonisti animosi, detentori di qualche potere, giovani e spicci alla Renzi o alla Tsipras, più pattuglie di uomini di pensiero e di esperti  di realismo, Un’alleanza soprattutto  con un bel po’ di cittadini che, con proposte non bislacche ma creative si offrano ad essere sorteggiati quali Costituenti e futuri governanti. Le loro deliberazioni vengano sottoposte a referendum e a sondaggi telematici, senza troppe formalità. La Costituente si appelli al popolo del continente perchè forzi le autorità costituite ad accettare la nascita di un vero governo europeo, nonché il ridimensionamento delle attuali istituzioni comunitarie a meri ingranaggi esecutivi.

Questo processo costituente vedrà contrasti seri e momentanee sconfitte. Gli egoismi nazionali sembreranno invincibili. Però sarà un movimento senza ritorno. Mancando il quale la patria europea deperirà fino a spegnersi.

A.M.C.

UNIONE EUROPEA, ITALIA E GERMANIA PRONTE AL GRANDE BALZO?

Sabato 10 marzo sul Corriere della Sera e su Die Welt è apparso un appello, firmato da grandi personalità italiane e tedesche, per rilanciare l’integrazione europea. Più unione politica e maggior federalismo sono i cardini della richiesta, e in particolare si chiede che venga lasciato spazio di azione all’Unione in tema di sviluppo sostenibile, immigrazione, politica energetica, dimensione sociale, politica industriale, cooperazione giudiziaria in campo penale, la politica estera e di sicurezza. Insomma, un passo deciso nella creazione di quel soggetto politico europeo che ancora oggi stenta a decollare.

La cosa più interessante nel documento arriva nelle ultime righe, quando i firmatari (tra cui Amato, Prodi, Beck, Bonino, Pottering, Frattini, Brok e molti altri) provano a delineare in modo molto concreto le prossime tappe del percorso da loro immaginato. In particolare, giunti ad avere una Convenzione costituente che adotti un nuovo trattato per andare oltre quello di Lisbona, si chiede che sia iscritta “una clausola di integrazione differenziata, dando tempo sufficiente ai Paesi recalcitranti o di unirsi ai Paesi decisi o di recedere dall’Unione usando il diritto previsto dall’articolo 50  del Trattato di Lisbona”.

Cosa significa, al di là dei linguaggio giuridico?

Significa che, secondo l’intento dei firmatari italiani e tedeschi, la dinamica europea delle “diverse velocità” (o dei “cerchi concentrici”) è solo momentanea e destinata a morire. Non sarà più possibile che ci siano Stati molto integrati, medio integrati e poco integrati, tutti dentro l’Unione europea. Già la moneta unica crea una doppia velocità (chi ce l’ha e chi no) che è difficile gestire ora, figuriamoci quando le politiche economiche e fiscali saranno ancor più interconnesse. Altri sfasamenti in ambiti quali la giustizia penale o la politica estera non sarebbero ammissibili oltre un certo limite di tempo.

Insomma, dopo aver predisposto il nuovo trattato si darà tempo per riflettere a chi nutre dei dubbi sulla propria appartenenza all’Unione europea, e magari verranno indetti dei referendum a tal proposito per consultare le opinioni pubbliche (che sarebbe il caso di informare su costi/benefici della Ue, non di imbottirle di propaganda e populismi). Poi chi vorrà unirsi all’avanguardia di Stati che avrà iniziato ad adottare le nuove regole più stringenti di integrazione lo potrà fare, ma senza mezze misure e balbettii. Chi invece preferirà starsene fuori – sembrano dire i promotori dell’appello – non verrà ostacolato. L’articolo 50 del TUE, “Recesso dall’Unione”, è stato pensato proprio per questo.

Se l’appello dovesse cominciare ad avere i suoi primi effetti, e Germania e Italia iniziassero a promuovere questa revisione dei trattati, a Inglesi e Cechi dovrebbero cominciare a fischiare le orecchie. E non solo a loro.

Tommaso Canetta

Ps. Chi volesse aderire all’appello può farlo inviando una mail all’indirizzo

DEFICIT DEMOCRATICO UE: SE NON FOSSE UN PROBLEMA?

Merkel e Sarkozy vogliono un nuovo trattato europeo. Non è ancora chiaro il metodo con cui apporteranno le modifiche, nè il numero di Stati che verranno coinvolti (17 o 27? o 2?). Quello che emerge dalle indiscrezioni circa i contenuti è comunque spunto di riflessione.

In particolare si vorrebbe limitare l’autonomia fiscale degli Stati membri, inserendo parametri più stringenti e sanzioni efficaci a loro presidio, dando in cambio più libertà di agire alla Banca centrale europea. Un’ulteriore riduzione di sovranità nazionale degli Stati in favore dell’Unione europea.

A questo punto viene da chiedersi dove siano gli strenui difensori della democrazia, quelli che hanno lamentato per anni “il deficit democratico” dell’Europa. Almeno nella nostra patria, possibile che si siano resi conto che tanta più intermediazione c’è tra la base e i centri decisionali, meglio è? Perchè mai come con l’ultimo governo italiano si è dimostrato l’assunto, che da mesi Internauta prova a diffondere, per cui quando sceglie la popolazione in base alle proprie idee si ottengono risultati peggiori rispetto a quando le scelte vengono calate dall’alto da un elite competente e (il più possibile) disinteressata.

Tommaso Canetta

GIOVANI: CON LA BCE, NON COI SINDACATI

Se essere di sinistra da sempre significa stare dalla parte dei deboli, chi oggi voglia dirsi tale non può che stare dalla parte dei giovani. Un tasso di disoccupazione più che triplo rispetto alla media della popolazione, prospettive scarse per il futuro, situazioni paradossali in cui chi è più qualificato meno facilmente trova lavoro rendono le persone con meno di 30 anni il quarto stato di oggi. E dunque, che fare?

In Italia la situazione è come sempre ingarbugliata. I ragazzi che scendono in strada “Indignati”, marciano al fianco di No Tav, antagonisti assortiti, partiti di estrema “sinistra” e sindacati di varia natura. Come se le pecore andassero a manifestare contro la macellazione al fianco degli amanti della costoletta.

Seguire chi bercia nel megafono che si devono difendere le pensioni da qualsiasi riforma, proteggere gli impiegati pubblici da un qualsiasi vaglio di merito, preservare la legislazione sui rapporti di lavoro da qualsiasi innovazione e, allo stesso tempo, dare spazio ai giovani, nella migliore delle ipotesi è ingenuità. Ma come faccio, io azienda, ad assumere 30 giovani qualificati senza mandare a spasso i 30 peggiori dipendenti anziani? Che poi nessuno chiede che vengano gettati dal Monte Taigeto, sarebbe sufficiente licenziarli dandogli un onesto preavviso e un’onesta liquidazione. Basta dire una cosa del genere perchè si invochi il fascismo di Stato. Ma allora per cosa si manifesta? Per la pietra filosofale?

Se i giovani vogliono trovare spazio e avere prospettive non è la linea della Cgil, ma quella della Banca Centrale Europea che dovrebbero sostenere. Basta coi veti delle corporazioni (ordini professionali, sindacati, mestieri e compagnia danzante) e si permetta all’aria fresca di circolare. Non si può continuare a tenere compressa sotto un tappo la potenzialità delle nuove generazioni, perchè altrimenti le vecchie vedrebbero compromessi i loro privilegi. Ci spiace, ma non fare un cazzo e avere un tenore di vita medio non devono essere due cose compatibili.

Allora anche i ragazzi la smettano di inseguire i pifferai magici di turno che promettono l’impossibile. E’ arrivato il momento di scegliere se continuare a ipertutelare i vecchi o aprire ai giovani: millantare di voler fare ambo le cose è solo una scusa per non cambiare nulla. I ragazzi abbiano l’intelligenza di stare dalla parte di chi li potrebbe favorire.

Specialmente nel pubblico impiego, nelle professioni, nell’accademia è necessaria una rivoluzione più che una riforma. Servono soldi, vanno trovati subito (quindi va bene la lotta all’evasione fiscale, ma non può essere una voce del bilancio dell’anno prossimo) e in modo credibile (quindi va bene tagliare i costi della politica, va bene ridurre le spese militari, ma ricordiamoci che “la ciccia” sta altrove). Stare dalla parte di chi, di fatto, difende l’esistente e impedisce ogni razionalizzazione delle risorse è puro suicidio. Se poi scendere in piazza per dire che “siamo incazzati” è legittimo e forse anche utile, allora si usi più attenzione nello scegliersi i compagni di strada.

Tommaso Canetta

FALLISCE IL SUFFRAGIO UNIVERSALE, SI CHIEDE IL CONTO ALL’EUROPA

Con un picco di onestà (e patetismo) da record, il nostro presidente del Consiglio a Bruxelles ha chiesto al presidente europeo Van Rompuy che sia l’Europa a imporre ai governi l’innalzamento dell’età pensionabile. Con quale motivazione? Una necessaria uniformità nei Paesi che condividono la stessa moneta? Certo che no. “Ogni governo che provasse a farlo perderebbe voti”, spiega Berlusconi. Alla faccia del “miglior sistema di governo possibile”. Se le democrazie fondate sul suffragio universale non sono in grado strutturalmente di prendere decisioni non dico giuste, ma addirittura necessarie, perchè si basano su un consenso irresponsabile, non sarà il caso di riconsiderare il nostro sistema?

Troppo facile chiedere che ad addossarsi l’impopolarità delle decisioni inderogabili sia l’Unione europea. Già da anni sconta continui attacchi da parte del populismo (sia di destra che di sinistra), già da anni i cittadini europei sono sempre meno entusiasti della propria appartenenza comune. Le spinte nazionaliste sono in costante aumento, i partiti antieuropei crescono ovunque, c’è già chi parla di abbandonare l’Unione. In un contesto del genere è accettabile che i governi nazionali chiedano di poter addossare all’Unione la responsabilità di quello che sarebbe loro dovere fare? Alla lunga il giocattolo rischia di rompersi.

Cari governi nazionali, se il sistema politico in vigore vi impedisce di attuare le politiche necessarie alla nostra stessa sopravvivenza, non invocate un capro espiatorio, un santo martire che si immoli per voi. Cominciate ad immaginare come cambiare quel sistema.

Tommaso Canetta

Sono gli Stati nazionali i colpevoli del silenzio della UE

Secondo una legge non scritta della politica internazionale, all’aumentare del numero dei negoziatori, aumenta il tempo necessario per prendere una decisione, e diminuisce la forza della decisione stessa.
Di fronte al deprimente balbettio dell’Unione europea riguardo all’onda rivoluzionaria che attraversa il Nord Africa, c’è da chiedersi se ventisette Stati membri di un unico soggetto di politica estera non siano troppi.

Come ovvio gli Stati dell’Unione si dividono tra chi ha interessi in un senso, chi nell’altro e chi non ne ha. Già sarebbe arduo mettere d’accordo, almeno in tempi utili, tre Stati collocati su queste diverse posizioni. Pensare di farlo con ventisette è utopia.

Allora non ha senso prendersela con l’Unione europea e con la baronessa Ashton, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune e, di fatto, poco più che nullafacente. I veri colpevoli di questa situazione sono gli Stati nazionali, in particolare i grandi Stati nazionali d’Europa: Germania, Francia, Inghilterra e Italia.

Dipende dalla loro volontà politica e dalla loro iniziativa l’attuazione di quella che è già stata chiamata “Europa a diverse velocità” o “Europa a cerchi concentrici”. Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il primo dicembre 2009, consente la frammentazione del gruppo di Stati membri in avanguardie e retroguardie, su singole materie. In particolare nella materia della politica estera agli Stati membri è data facoltà di creare una Cooperazione Strutturata Permanente, con una procedura ancor più snella di quella normalmente prescritta per le Cooperazioni Rafforzate, con il compito di agire unitariamente sullo scenario internazionale.

A fronte degli straordinari cambiamenti che stanno avvenendo ai confini dell’Europa, è oggi più che mai necessario che i grandi Stati nazionali europei prendano l’iniziativa di costruire una forza comune che parli con una sola voce e agisca con un solo corpo nell’ambito della politica estera. Pensare di procedere tutti e ventisette affiancati è irrealistico. Deve essere una avanguardia di pochi Stati, in grado di prendere decisioni velocemente ed efficacemente, a guidare il processo. Se poi si vorranno aggiungere altri soggetti tanto meglio, ma senza che questo possa mai compromettere la rapidità di intervento dell’Europa.

Nuove speranze per la democrazia dal basso vengono in queste settimane da popoli lungamente sottoposti a dittatura e ladrocinio, ma quegli stessi popoli potrebbero domani diventare fonte di gravi problemi per il mondo. Si pensi, per fare un esempio di un problema non particolarmente grave, alla recente ripresa degli sbarchi in Sicilia. Un’Europa che parli ai suoi interlocutori con una sola posizione, e che stanzi l’intera propria forza politica ed economica, potrebbe avere sicuramente risultati migliori che non gli Stati membri che agiscono in ordine sparso.

Insomma, un Europa che guardi e non favelli, e tanto meno intervenga, non può essere utile né ai Paesi arabi né a se stessa.

Tommaso Canetta

Quale Rivoluzione per l’Europa?

“La verità è sempre rivoluzionaria”. Sono giorni di scandali e rivelazioni sconvolgenti (Berlusconi va a puttane, Sarkozy è un tappetto permaloso e Putin un leader autoritario? Speravamo di meglio…), e la frase di Antonio Gramsci sembra calzare perfettamente sul piedino di Assange. L’australiano si trasforma, da enigmatico soggetto (Hacker? Stupratore? Utile idiota in una triangolazione dei servizi? Magari pensata per far cadere qualche testa? Magari nera?) a paladino della libertà, efebico Prometeo che porta fuoco e verità agli uomini.
Ma questo non è un altro articolo su Wikileaks. Non è alla verità di Assange che pieghiamo le parole di Gramsci. Nel nostro modesto giardino di casa qualcuno ha detto qualcosa di onesto, di vero e, chissà, un domani di utile.
Angelo Panebianco, nel suo editoriale “Crisi dell’euro: diciamo la verità”, scrive:

“non è difficile scoprire quale sia oggi il vero nemico dell’euro, quello che ne minaccia la sopravvivenza: questo nemico è rappresentato dalla perdurante vitalità della democrazia. Intendendo per tale l’unica democrazia che c’è (…). Sono le democrazie europee, necessariamente condizionate dagli orientamenti dei loro elettorati, a minacciare oggi la moneta unica”.

Segue una dotta spiegazione di come l’Europa sia in fondo non diversa da qualsiasi condominio, e l’auspicio finale è che si spieghi ai cittadini dei singoli Stati che devono fare sacrifici non perché siamo tutti europei, e volemose bene, ma perché gli conviene.
La tesi sembra corretta, peccato che sia inapplicabile in un sistema democratico. Non è pensabile che alcuni partiti possano spiegare agli elettori quanto sia conveniente stare nell’Unione europea, senza che altri sostengano l’esatto contrario. In una simile situazione, perché l’elettore dovrebbe credere ai primi piuttosto che ai secondi? Se consideriamo su quali criteri il cittadino medio forma la propria opinione, c’è di che essere sconfortati. Perché impegnarsi a capire nozioni macroeconomiche quando posso dare la colpa delle mie sofferenze agli euroburocrati o ai greci che giocano a fanta-economia col proprio pil?
Insomma, sembra sinceramente improbabile che in un sistema democratico-rappresentativo prevalga la spiegazione più complessa. Non fosse altro che sono percentualmente poche le persone che sarebbero in grado di comprenderla per come questa verrebbe spiegata dai partiti.
Pensiamo al caso italiano. Tutti ci ricordiamo le posizioni di Tremonti e Berlusconi sull’euro, quando fu Prodi a far sì che l’Italia ne facesse parte. Quando la speculazione di alcuni grandi gruppi rese il luogo comune “un euro ormai sono mille lire” drammaticamente vero, a chi diedero la colpa i cittadini? Al governo che non aveva vigilato dopo l’entrata in vigore della moneta unica, o al governo che aveva portato l’Italia nell’euro?
Il punto è che l’informazione è un valore prezioso, e non è mai un bene quando la verità viene contraffatta per il proprio tornaconto politico o economico. Ma stando all’esperienza, questo è quasi inevitabile in una democrazia rappresentativa.

Allora avanziamo una proposta: che l’atteggiamento dei singoli Stati nei confronti dell’Unione europea sia determinato non da governi eletti, fatti di rappresentanti di partiti che hanno mistificato la realtà per questo o per quell’interesse, ma da cittadini, in possesso di una pur basilare competenza ed estratti a sorte. Come alcuni esperimenti dimostrano (v. Klein: e se decidesse la gente? Internauta, Ottobre) i cittadini sono in grado di prendere scelte razionali, quando vengono correttamente informati. Creando macrogiurie, mettendole in grado di discutere su dati e nozioni certe, si otterrebbero probabilmente risultati migliori di quelli attuali.
I cittadini tedeschi stanno in questo periodo influenzando le politiche della Cancelliera Angela Merkel. Se venissero posti in condizione di essere pienamente informati sui benefici che traggono dal mercato unico, e sui rischi che correrebbero se prevalessero le spinte nazionaliste, voterebbero sicuramente con maggior lungimiranza dei propri rappresentanti eletti.
Certo, con un tale metodo si porrebbe il problema di come gestire l’informazione delle macrogiurie. Ma un sistema migliore di quello che possono essere i tabloid o la tv generalista (le fonti che creano la maggioranza delle opinioni politiche in un Paese), non deve essere troppo difficile da immaginare. In tal caso sì che la verità, finalmente chiarita ai popoli europei, potrebbe diventare rivoluzionaria.

Tommaso Canetta

LE SORPRESE DELLA POLONIA

Quello attuale brilla come uno dei rari momenti di grazia della moderna storia polacca. L’ultimo potrebbe risalire addirittura ad oltre tre secoli fa, quando il re Jan Sobieski salvò, si dice, l’Europa cristiana dall’invasione turca sbaragliando l’esercito del sultano sotto le mura di Vienna assediata. Poco dopo iniziò la spartizione del paese tra i grandi imperi circostanti, largamente agevolata da discordie e fragilità intestine. La riconquista dell’indipendenza alla fine della prima guerra mondiale fu un evento solo brevemente fausto. Il sogno di ripristinare l’antica potenza riannettendo vaste terre ucraine e bielorusse si infranse contro la resistenza, a sua volta aggressiva, della neonata Russia bolscevica. Poteva essere una lezione salutare, ma quando il vecchio Pilsudski, amato “padre della patria”, lasciò il posto a generali e colonnelli più avventatamente baldanzosi di lui, le responsabilità anche polacche contribuirono a provocare la multiforme catastrofe nazionale nel secondo conflitto mondiale.

L’imposizione di un regime comunista ligio all’Unione Sovietica fu in Polonia ancora più forzata che negli altri paesi dell’Est europeo. La controprova venne dalle ben quattro crisi che lo scossero nel giro di una trentina d’anni. Che non solo confermarono, però, l’insofferenza di fondo per l’egemonia sovietica ma evidenziarono altresì una reiterata reazione popolare alla cronica inefficienza della gestione economica, ancor meno capace che negli altri “paesi fratelli” di assicurare sviluppo e benessere. Non per nulla protagonista crescente di un simile rigetto fu la classe operaia, in nome della quale i vari Bierut, Gomulka, Gierek ecc. governavano il paese. Un’insolvenza, questa, che segnava in verità una certa continuità con il periodo precomunista e la differenza, ad esempio, dalla vicina Cecoslovacchia, già marcata nel periodo tra le due guerre mondiali. Le rivolte del 1956, 1970 e 1975 sembravano destinate a ricalcare le orme di quelle del XIX secolo contro il giogo zarista, tanto emblematicamente eroiche (ricordando anche Chopin, del quale si celebra quest’anno il bicentenario) quanto vane. Ma l’ultima, esplosa nel 1979-80, aprì la strada al crollo del “socialismo reale” in tutto l’Est europeo, sia pure con il favore della svolta gorbacioviana al Cremlino.

Neppure l’epopea di Solidarnosc e l’avvento della democrazia bastarono tuttavia a propiziare la ricomparsa di qualcosa che ricordasse i fasti del Medioevo e del Rinascimento. La stella di Lech Walesa si oscurò irreparabilmente ancor prima che il voto popolare, nel 1995, detronizzasse l’eroe di Danzica elevando alla presidenza della Repubblica il post-comunista Kwasniewski, già ministro nel vecchio regime e capace poi di guadagnarsi anche un secondo mandato malgrado l’ostilità di un’estrema destra sempre più agguerrita. Ciò avveniva nel quadro di un’instabilità e conflittualità politica che sfociarono in una nuova svolta nel 2005 con l’ascesa al potere dei gemelli Kaczynski, alla testa di uno schieramento nazional-populista le cui impennate mettevano a dura prova i rapporti con l’Unione europea, nella quale la Polonia era entrata nel 2002 (tre anni dopo l’adesione alla NATO), e quelli già spinosi con la Germania e soprattutto con la Russia.

La transizione all’economia di mercato, già di per sé penosa, diventava così ancor più ardua e caotica. Dopo l’inevitabile crollo iniziale la crescita produttiva prendeva slancio e, sia pure con qualche pausa, si manteneva sostenuta, grazie anche ai copiosi investimenti stranieri e, naturalmente, ai multiformi vantaggi derivanti dall’appartenenza alla UE. Stentava invece a ridursi, ciò nonostante, la disoccupazione, alleviata unicamente da un’altrettanto massiccia emigrazione (circa 2 milioni in totale) soprattutto nell’Europa occidentale. Solo nella piccola Irlanda, ad esempio, trovavano di che vivere 150 mila polacchi. Ugualmente deficitarie erano le finanze pubbliche, sofferenti per la cattiva amministrazione e la diffusa corruzione. In due classifiche elaborate dalla Banca mondiale negli ultimi anni la Polonia figura al 74° posto, dietro persino Romania e Bulgaria, per la qualità della sua burocrazia, e addirittura al 151° su 183 paesi per quanto riguarda il sistema fiscale. Per far tornare i conti si continua a confidare, tra l’altro, sulla privatizzazione dell’apparato produttivo e del patrimonio statale, tuttora lontana dal completamento.

Ora però le cose stanno cambiando o per lo meno promettono di cambiare, e non solo in campo economico. Dall’autunno del 2007 la Polonia “possiede qualcosa di raro nella UE e assolutamente unico nell’Est ex comunista: un governo assennato (sensible) di centro-destra con una maggioranza in parlamento” (Economist, 30 gennaio 2010). E’ il governo capeggiato Donald Tusk, che grazie alla vittoria elettorale della Piattaforma civica (destra liberale) ha soppiantato la coalizione guidata dai gemelli Kaczynski. Prevedere la durata di questa nuova svolta non è facile, con un elettorato finora così volubile come quello polacco. Il quale mostra per ora di gradire la linea più conciliante adottata verso UE e Russia, tendenzialmente contraccambiata da Mosca e agevolata dall’avvento di Obama a Washington, dopo il totale allineamento dei precedenti governi di Varsavia con le politiche di Bush Jr e il corrispondente disaccordo con Berlino e Parigi. E di apprezzare, inoltre, il clima più disteso profilatosi anche all’interno con il freno alle crociate contro il laicismo sui temi etici e all’accanimento contro i residui umani e simbolici di un comunismo ormai sepolto. Kwasniewski, per dire, dopo aver condotto il paese nell’alleanza atlantica confessa oggi che non gli dispiacerebbe fare il segretario generale della NATO.

E’ in campo economico, tuttavia, che si registrano gli sviluppi più rimarchevoli. Contrariamente alle aspettative, l’Europa ex comunista nel suo complesso ha sofferto in misura tollerabile per i riverberi della crisi planetaria. Ma quello che nessuno avrebbe potuto prevedere è che proprio la Polonia sarebbe stato l’unico paese dell’Unione europea ad uscirne indenne e anzi con un nuovo, benché modesto, passo avanti. Mentre tutti gli altri, infatti, hanno subito nel 2009 cali produttivi più o meno pesanti (-4% la media UE), nel suo caso spicca un aumento dell’1,7%, sufficiente ad innalzare il Pil pro capite dal 50% al 56% della media europea e a consentire di fronteggiare con adeguati finanziamenti esteri un deficit di bilancio sempre elevato (7%) ma certo non esorbitante nell’attuale panorama continentale. Un exploit, insomma, che ha sorpreso per primi gli stessi polacchi; “Incredibile: siamo i migliori in Europa”, intitolava già nella scorsa estate il quotidiano Dziennik.

Qualche osservatore attribuisce questo nuovo miracolo europeo anche, se non soprattutto, alla fortuna, dimenticando forse che per un po’ di buona sorte la Polonia avrebbe accumulato storicamente un certo credito. Avranno certo pesato fattori secondari o effimeri quale, ad esempio, il profitto che le filiali polacche della Opel e della Fiat hanno tratto dagli incentivi alla rottamazione in Germania. Idem dicasi per il fatto che banche e assicurazioni, largamente in mano straniera, si erano astenute dal fare incetta di titoli tossici. Per contro, la minore dipendenza dai mercati esterni e le dimensioni relativamente ampie di quello interno costituiscono un oggettivo vantaggio di base. Il Pil nazionale deriva solo per un quarto dalle esportazioni e per circa il 60% dai consumi interni, in continua espansione negli ultimi anni grazie all’aumento, pur controllato benchè costante, delle retribuzioni, che insieme alla riduzione delle imposte ha cominciato a richiamare in patria un numero crescente di emigrati. D’altro canto, se la disoccupazione non è più a due cifre, metà dei senza lavoro lo sono a lungo termine, e il livello di occupazione (55%) rimane il più basso in Europa. Un quarto dell’apparato produttivo, inoltre, lavora in nero. Sono solo alcuni dei problemi che i dirigenti di Varsavia dovranno affrontare nei prossimo futuro, insieme a vari altri quali la riforma delle pensioni e della sanità, il miglioramento delle infrastrutture, l’eventuale rilancio delle privatizzazioni, ecc., per far sì che il miracolo non rimanga episodico e illusorio.

Una sfida non da poco, insomma, che richiederà, ancora e innanzitutto, stabilità politica. E qui va registrata un’altra sorpresa. Si temeva che in un paese alquanto emotivo come la Polonia la tragedia di Smolensk, l’incidente aereo in terra russa nel quale hanno perso la vita nello scorso aprile il presidente della Repubblica Lech Kaczynski e un centinaio di altri politici e dignitari, potesse provocare gravi contraccolpi sia sulla scena interna sia nei rapporti esterni, anche per effetto di facili strumentalizzazioni. Così però non è stato. Mosca e Varsavia si sono comportate, nella circostanza, in modo tale da aggiungere semmai del calore al reciproco avvicinamento diplomatico. Per rimpiazzare il defunto, che aveva ostacolato con i suoi veti l’operato del governo Tusk e il cui mandato era del resto prossimo alla scadenza, è sceso poi in lizza il fratello Jaroslaw, ex premier e numero uno del partito denominato Legge e giustizia. Le sue chances di successo venivano considerate esigue, e in effetti il Kaczynski superstite è stato battuto dal candidato di Piattaforma civica, Bronislaw Komorowski, la cui investitura ha così posto fine in luglio ad una scomoda coabitazione al vertice del potere.

L’ex premier ha tuttavia raccolto parecchi più voti popolari del previsto, grazie non solo alla commozione suscitata nel paese dal suo personale lutto ma anche alla moderazione che ha caratterizzato la sua campagna elettorale a dispetto di una collaudata durezza di stile e di sostanza. Non invece, si direbbe, ad un incipiente, ennesimo cambiamento di vento nel paese. Lo si può dedurre, e vi è qui una terza sorpresa da annotare, dal fatto che sempre in luglio ha potuto svolgersi a Varsavia, inaspettatamente indisturbata, la prima parata del gay pride nell’Europa ex comunista, già vietata in anni precedenti in un clima dominato dalla convergenza tra governo di allora e Chiesa cattolica. Che la tradizionale influenza dell’episcopato fosse in calo e il laicismo invece in ascesa lo aveva già indicato nello scorso dicembre un sondaggio d’opinione secondo cui oltre il 60% dei polacchi accetterebbero un premier omosessuale.

Tutto ciò non significa peraltro che una riscossa dello schieramento nazional-populista sia da escludere. All’ultima prova elettorale Kaczynski si è presentato con un programma imperniato sul mantenimento di uno Stato forte e la difesa dei ceti deboli a spese di quelli privilegiati; è stato calcolato che la sua attuazione costerebbe 15 miliardi di euro, il doppio rispetto al programma di Komorowski. Pura demagogia, facile per chi sta all’opposizione? In attesa del verdetto delle elezioni parlamentari del prossimo anno, va rilevato che anche il candidato post-comunista ha ottenuto nelle presidenziali un risultato migliore del previsto. Un’ulteriore spinta, questa, a maggioranza e governo attuali per cercare il modo di tradurre almeno in parte i recenti successi economici in tangibili benefici sociali, oltre a muoversi con equilibrio e destrezza sul terreno sempre delicato e potenzialmente esplosivo delle libertà e dei diritti civili.

Qualcuno mostra di non dubitare, frattanto, che la Polonia delle sorprese sia in grado di mantenere quanto adesso promette. Secondo il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble, ad esempio, la Polonia diventerà un grande paese, non solo in termini demografici, più presto di quanto non si creda. Formulato oggi da un tedesco competente non meno che autorevole (molti vedono in Schäuble il vero uomo forte dietro Angela Merkel), il pronostico non sembra necessariamente tradire sensi di colpa per il passato o per le non rare manifestazioni, nel suo paese, di scarsa considerazione per le capacità in generale dei vicini orientali e persino di timore per le conseguenze della loro inclusione nella comune casa europea.

F.S.

EVOLUZIONE, NON RIVOLUZIONE, PER UN SISTEMA NEO-ATENIESE

Leggendo il documento “Il Pericle elettronico” [dossier sulla tecnodemocrazia selettiva, materiali anglo-americani sulla superfluità delle elezioni e dei politici. La soluzione randomcratica: una nuova polis sovrana di super-cittadini scelti dal sorteggio] appare condivisibile il concetto di ritorno ad una democrazia in un certo senso “diretta”, l’utilizzo della tecnologia per consentire tale ritorno, l’impiego del metodo dell’estrazione e, soprattutto, l’idea di selezionare i più competenti e degni per ricoprire gli incarichi, attraverso una scrematura via via più ardua.

Sorgono tuttavia delle domande in ordine a certi aspetti problematici delle idee proposte.

Come evitare, in primo luogo, derive populiste, estremismi, degenerazioni dittatoriali, come garantire la salvaguardia di taluni principi liberali storicamente invisi al popolo (il divieto della pena di morte, di pene esemplari o umilianti, o il concetto di pena rieducativa e non punitiva etc), come tutelare le minoranze, come evitare, in materie quali la politica economica o la politica estera, decisioni prese con la “pancia” dalla gente, e non con la “testa”?

Pare subito una buona risposta la suddetta selezione delle persone che andrebbero a ricoprire gli incarichi. Se chiunque può, in teoria, accedere a qualsiasi funzione di governo grazie all’estrazione, in pratica va garantito che vi acceda solo chi ha competenze e conoscenza sufficienti, indipendentemente poi dalle opinioni personali, per poter decidere con cognizione di causa. L’idea di “macrogiurie”, avanzata ne “Il Pericle elettronico”, pare estremamente interessante da questo punto di vista. Evitare poi che le decisioni vengano prese in modo immediato, ma che, anzi, sia garantita una ampia discussione preliminare, è un altrettanto valido deterrente contro scelte emotive e non razionali.

In secondo luogo, è problematica la gestione dell’informazione in un sistema di democrazia elettronica diretta. Come evitare che chi gestisce il quarto e il quinto potere possa godere di un’influenza determinante sulle decisioni prese dal popolo?

La pluralità dei mezzi di informazione è, in fondo, solo un’opportunità, non una garanzia di risultato. Se il 90% della popolazione si forma un’opinione basandosi su 3 telegiornali di proprietà della stessa persona (ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente voluto), la presenza di altre centinaia di media è pressoché irrilevante.

Una buona soluzione potrebbe essere richiedere, a coloro che vengono estratti per esercitare funzioni di governo, di dimostrare di essere a conoscenza della realtà dei fatti, dei dati oggettivi coinvolti nell’argomento, e non solo delle opinioni trasmesse da alcuni media. Se la pluralità dei mezzi di informazione, come detto, è un’opportunità, deve poter governare solo chi la coglie.

Da queste prime due grandi aree problematiche, ne discende quasi automaticamente una terza: come predisporre la selezione dei governanti?
Le recenti innovazioni tecnologiche aprono le prospettive più interessanti. Internet permette una diffusione gratuita, ampia ed immediata della conoscenza, e quindi non c’è più motivo per ritenere che al povero sia concesso un accesso all’informazione inferiore al ricco. I computer, poi, permettono la predisposizione di test, il più possibile oggettivi, che saggino le conoscenze dell’esaminato. Non è poi così futuribile, dunque, pensare di sottoporre gli estratti a sorte ad una selezione via computer, per poterne valutare le competenze (oltre ad un’analisi tramite dati e titoli, circa esperienze ed assenza di precedenti) su temi specifici o generali, a seconda dei casi.

L’obiettivo di questa nuova forma di democrazia dovrebbe essere salvaguardare, ed anzi implementare, la competenza dei governanti, recuperare la partecipazione alla gestione dello Stato, e, soprattutto, innovare il metodo di governo portando il disinteresse personale, garantito dalla mancanza di elezioni e dall’estrazione a sorte, al centro del sistema.

Sarebbe poi, a tal proposito, utile ragionare in termini di “evoluzione” e non di “rivoluzione”. Il sistema della “democrazia neo-ateniese”, se la vogliamo chiamare così, può infiltrarsi in modo progressivo nel corpo malato della democrazia rappresentativa, semplicemente grazie alla spinta di un’opinione pubblica che ama essere coinvolta, ma detesta doversi impegnare a fondo nel coinvolgimento. In un sistema rapido, gratuito e semplice, come quello possibile grazie alla tecnologia di Internet, il desiderio di partecipazione sarebbe facilmente canalizzabile. La creazione di proposte semplici e fattibili, su cui convogliare il consenso popolare, per poi imporle ai soggetti istituzionali dell’attuale sistema potrebbe essere un primo passo. La sperimentazione del sistema neo-ateniese dovrebbe cominciare in ambiti ristretti, per poi allargarsi sfruttando l’eco mediatica di simili tentativi. Gli stessi partiti potrebbero essere interlocutori, in quanto contenitori di persone potenzialmente interessate, nella fase iniziale.

Il dibattito può essere utilmente portato anche a livello di Unione Europea che, per la sua attuale struttura ancora ibrida ed indefinita, e per la sua prospettiva di diventare il futuro governo dei cittadini europei, appare l’ambito ideale per tale riflessione.

Quale democrazia manca all’Unione europea?

A seguito della crisi greca si sono levate molte voci che indicavano come la migliore delle soluzioni possibili una più profonda integrazione nell’ambito dell’Unione europea.

Tuttavia, non appena viene proposto il rafforzamento del metodo comunitario, subito si leva un coro di voci contrarie. I vari governi nazionali, da ultimo quello di Angela Merkel, si affrettano a dichiarare che le prerogative dei parlamenti nazionali non possono essere compromesse. L’argomento principe per contrastare il trasferimento di poteri a Bruxelles è il cosiddetto “deficit democratico dell’Ue”.

Si può notare come tale argomento non venga quasi mai usato per lamentare gli abusi di un potere centrale fautore di interessi propri a discapito di quelli dei cittadini, o gli sprechi dissennati che, grazie a un più diretto controllo dei governati sui governanti, sarebbero evitabili. Al contrario, la mancanza di democraticità dell’Unione è fatta oggetto di attenzione quando vengono prese decisioni impopolari ma fondamentalmente giuste, e quello che sembra più spaventare nel procedimento decisionale europeo, è la minore possibilità di ricattare il legislatore da parte di minoranze consistenti e portatrici di forti interessi.

Nelle democrazie rappresentative occidentali è difficile per i governi prendere decisioni se ledono interessi particolari sufficientemente diffusi o tutelati. E’ parimenti difficile ignorare certi moti di opinione pubblica, spesso figli di episodi di cronaca o comunque dell’emozione del momento.

Ma è di questa democrazia che l’Unione europea ha bisogno?

Sembra doversi constatare che il concetto di democrazia di cui l’Unione europea sarebbe carente, è il sunto degli aspetti peggiori della democrazia stessa: incapacità di superamento degli interessi particolari, ricattabilità del legislatore ad opera di gruppi di interessi, adeguamento acritico alle pulsioni dell’opinione pubblica, frustrazione del bene comune.

Un aumento dei poteri dell’Unione europea è inevitabile, e quindi un problema di controllo su chi esercita tali poteri esiste sicuramente. Invece di trasferire a Bruxelles i peggiori frutti del nostro sistema democratico-rappresentativo, perché non pensare a strade alternative?

Se le persone che hanno le competenze e le capacità per far parte, ad esempio, di un’autorità di controllo sulla gestione dell’economia europea non sono più che poche decine per Stato, invece di prevedere che esse vengano elette, o nominate da eletti, perché non azzardare che siano sorteggiate? Una volta selezionati i cento migliori esperti europei, estraendone a sorte dieci nominativi, si avrebbe al contempo la garanzia della competenza, e l’assenza della ricattabilità, dei favori e dei favoritismi.

Nessuno nega che un tale sistema di “random-crazia” porrebbe dei problemi, ma è altrettanto innegabile che molti dei problemi attuali sarebbero risolti, e il costante deterioramento dei regimi democratico-rappresentativi impone una riflessione sistematica.

Iniziativa legislativa popolare: il nuovo ruolo della telematica

A seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (1° dicembre 2009) è stato introdotto nell’ordinamento dell’Unione europea l’istituto dell’iniziativa legislativa popolare. E’ ora possibile per un milione di cittadini europei, appartenenti ad un significativo numero di Stati membri, invitare la Commissione a presentare una proposta legislativa.

Perché i cittadini europei possano esercitare concretamente questo diritto, tuttavia, è necessario che Parlamento europeo e Consiglio adottino un regolamento. Una prima proposta in proposito è stata presentata dalla Commissione il 31 marzo. Si prevede che il milione di cittadini necessari debba provenire da almeno un terzo degli Stati membri (attualmente quindi nove), e che sia necessario un numero di firme minimo per ogni Stato. La parte più interessante della proposta di regolamento riguarda le procedure per la raccolta delle firme (o “dichiarazioni di sostegno”), in cui si prevede che queste possano essere raccolte su carta o per via elettronica.

Vale la pena sottolineare l’importanza sostanziale del nuovo metodo di raccolta on-line delle adesioni. In una società in cui ampie fasce della popolazione (i giovani, specialmente) trovano più semplice, e più normale, sottoscrivere una petizione on-line, o partecipare ad una catena di mail, o iscriversi ad un gruppo su facebook, che non firmare per un referendum, legare un diritto di pre-iniziativa legislativa ad uno strumento come internet può essere utile ed innovativo. Se l’esperimento dovesse avere successo, si potrebbero ipotizzare infinite applicazioni del medesimo metodo, non solo in sede europea, ma anche nazionale e locale.

Altrettanto incoraggiante è poi la posizione della Commissione, ad ora non intenzionata a cedere alle perplessità degli Stati membri sulla raccolta firme on-line. Se ai dubbi ed ai problemi, legittimamente sollevati dagli Stati, si sarà in grado di dare risposte efficaci da un punto di vista tecnico e operativo, non si consentirà alle inconfessabili perplessità di alcuni Stati membri, riguardo qualsiasi innovazione nel senso di una “democrazia elettronica”, di nascondersi dietro a critiche di buonsenso o a spauracchi da complotto-hacker. Come già spesso in passato, così anche oggi l’Unione europea potrebbe trovarsi a svolgere un ruolo di avanguardia rispetto ai suoi Stati membri.

Tommaso Canetta