UNA VOLTA ALLA CASA BIANCA IL GRANDE GRANT LA DETTE VINTA AL MALAFFARE

Riflettendo sui due mandati compiuti da presidente degli Stati Uniti (1868-76) Ulysses S. Grant, supremo comandante di quell’esercito nordista che vinse la Guerra di Secessione, confessò che agli inizi ignorava tutto del mestiere di governare. Immaginò che gli elettori lo avessero votato in quanto uno che aveva trionfato in un conflitto così aspro (620 mila caduti) era affidabile come gestore della cosa pubblica. E invece Ulysses S. Grant non risultò molto meritevole del pregiudizio benigno.
Per cominciare, gli storici Ernest R.May di Harvard e John W. Caughey di UCLA scrissero che alla Casa Bianca il generale si fece catturare dalla mala logica dello ‘spoils system’: “Si circondò di amici, parenti e professionisti della bassa politica (a parte Hamilton Fish, un segretario di Stato di prim’ordine). Gli bastò che i collaboratori lo ubbidissero alla lettera come facevano gli ufficiali durante la guerra, mentre era chiaro che non pochi della sua Amministrazione agivano male”.

A sette mesi dall’insediamento, un suo cognato aiutò due finanzieri senza scrupoli, Jay Gould e James Fiske, a fare insider trading in grande. Quando se ne rese conto il presidente reagì, ma il male era fatto e un Black Friday restò come una macchia. Anche perchè in quei giorni un’inchiesta del New York Times mise a nudo la corruzione nelle autorità di New York City: con altri malfattori di Tammany Hall il boss William Marcy Tweed “sifonò 200 milioni di dollari dal Tesoro municipale” (a quell’epoca la terra nel West si poteva comprare a 1,5 dollari l’acro- n.d.r.). Qualche tempo dopo (1870) i magnati del business ricorsero a Grant perché scongiurasse un verdetto della Corte Suprema pregiudizievole per certe loro operazioni; il generale presidente li accontentò nominando due nuovi giudici supremi, due grossi avvocati delle onnipotenti ferrovie. ‘Packing the Court’ si chiama così la dubbia consuetudine della Casa Bianca di fare infornate di amici nel sommo palladio della democrazia. Nei suoi quattro mandati il patrizio Franklin Delano Roosevelt si avvalse largamente della singolare prerogativa di ‘equipaggiare’ la massima magistratura.
Non ci fosse stata la prerogativa, il New Deal avrebbe fatto ben poca strada.

Grant non esitò a tentare di annettere la Repubblica Dominicana utilizzando per il negoziato un suo emissario, dunque ignorando il prestigioso segretario di Stato. Invece Hamilton Fish riuscì a trattenere il marziale presidente dall’anticipare di vari anni la guerra con la Spagna (la quale verrà nel 1898). Gli spagnoli avevano catturato la nave corsara ‘Virginius’ fucilando 53 pirati, alcuni dei quali americani di cittadinanza.
Il signorile Hamilton Fish si contentò di un indennizzo ( 80 mila dollari) a favore di vedove e orfani dei fucilati. Invece il generale presidente ce la fece ad ottenere una specie di diritto d’opzione sulle isole Hawaii: non sarebbero mai state cedute ad altra potenza.
Altri scandali: personaggi dell’Esecutivo e del Congresso si compromisero col Crédit Mobilier, chief contractor per la Union Pacific Railroad, nonché con distillatori clandestini di whiskey che avevano frodato il Fisco per milioni di dollari. E nel 1876 il Segretario alla Guerra accettò tangenti per assegnare un ‘trading post’ in territorio indiano controllato dal’Esercito. Nel giudizio degli storici succitati, l’unico merito della tarda presidenza Grant fu che ridusse le prepotenze dell’occupazione militare nel Sud sconfitto: soprusi ai danni dei bianchi umiliati.

Messa così, va detto che un secolo fa l’istituzione monarchica salvò forse lo Stivale da una presidenza del maresciallo Cadorna che magari sarebbe piaciuta al parlamentarismo repubblicano. E’ vero che le vittorie di Luigi Cadorna e di Pietro Badoglio furono meno smaglianti di quelle di Ulysses S.Grant. In realtà probabilmente nessuno dei detti marescialli avrebbe abbagliato le menti e i voti degli italiani.
Oggi poi non rischiamo un capo con molte stelle: come condottieri non abbiamo che un Armani, un Carlo DeBenedetti e un supermanager calcistico di cui ignoro il nome.

Antonio Massimo Calderazzi