ABBIAMO TRADITO TUTTI, MA LA NATO NO

Oggi primo giorno d’estate, emozioni forti però salutari. Il noto Ugo Magri ha constatato, non so se alla leggera o con raccapriccio:  “Non si era mai visto -cito a memoria- un ministro che critica il capo dello Stato, il quale è anche comandante in capo delle Forze Armate”. Il bieco, of course, è Roberto Maroni. Non si è fatto ammutolire dal secco diktat dal Colle, il giorno prima: “Dalla Libia non ci ritiriamo, gli impegni si mantengono”.

Dicono si debbano rispettare tutte le opinioni perfino questa, largamente condivisa nel campo ex-Pci, che si mantengano gli impegni pessimi, originariamente antisovietici (che credete, ventenni, che l’ex-Pci parteggiasse per l’Urss?). Peraltro, come non condividere la sorpresa di Ugo Magri, che si critichi il Comandante in capo? Non siamo mica negli Stati Uniti, dove lo si critica eccome. Dove finiremo se detto comandante dovrà subire contraddittori? Non ne saranno ferite l’unità del comando, l’audacia del pensiero strategico, la fulmineità dell’azione –sbarchi, offensive, magari qualche ritirata- se semplici ministri, borghesi che non hanno mai mosso corpi d’armata, stormi e task forces navali, diranno la loro? Come si chinerà sulle mappe della battaglia, il primo guerriero della repubblica, se avvertirà alle spalle un ministro che sbircia i piani e, peggio, ne calcola i costi per l’Erario?

E’ chiaro, l’infido leghista vuole arrivare a palazzo Chigi, dunque è alla caccia di consensi elettorali. Medita di appiedare i nostri piloti, di negare il kerosene e i missili dei voli umanitari, in modo da sussidiare le piccole imprese padane. Questo è elettoralismo: legittimo in via normale, non quando contrasta i piani del Consiglio supremo di difesa adunato nel palazzo dei papi e dei re sabaudi, ora plancia comando del Mare Nostrum. La missione va rifinanziata punto e basta. Le piccole imprese portino i libri in tribunale.

Messa così, Ugo Magri si stupirà anche, forse dolorosamente, che Giuliano Ferrara, pur sempre un ex-ministro, abbia definito STOLTA l’impresa di Tripoli. Stolta, intrapresa con intenzioni misteriose, a quanto pare inconcludente, benché molto umanitaria. Magri però consideri che Ferrara ha dalla sua le titubanze sulla Libia di Obama, altro comandante in capo, quello sì contraddetto villanamente dal Congresso e da grosse masse di disfattisti.

Lo scorso 17 giugno il Corriere della Sera ha parlato in tono grave di ‘improvviso pessimismo’ dell’America “dove nessuno aveva mai vissuto una crisi economica così profonda e prolungata”. E’ cambiato il clima in materia di interventismo americano, ha constatato Massimo Gaggi. “Obama deve affrontare la fatica della guerra e del costosissimo ruolo di gendarme del mondo che Washington si è assunta dal 1945 (…) Le guerre contro il terrorismo durano da 10 anni, il doppio del Secondo conflitto mondiale. Un costo enorme, anche in termini di assorbimento delle sempre più scarse risorse pubbliche. Con le casse federali e delle città vuote (si  fanno) tagli alle scuole, ai sussidi per i poveri, alle infrastrutture essenziali. L’onere per la sicurezza appare agli americani ormai insostenibile (…) Hanno fatto sensazione le parole di Robert Gates “Il futuro della Nato è cupo, l’Alleanza rischia di diventare irrilevante”. Massimo Gaggi: “i conti pubblici di Washington non sono poi messi molto meglio di quelli di Atene (…)Quattro dei sette candidati alla Casa Bianca hanno proposto un drastico ridimensionamento dell’impegno militare americano”.

Noi di Internauta siamo troppo consapevoli della nostra pochezza  per richiamare quanto uno di noi sostenne al primo numero in settembre: dovere l’Italia semplicemente uscire dalla Nato, cestinando i relativi trattati e riducendo le forze armate ai minimi termini (=ausiliari dei Carabinieri, della Forestale etc.). Ma non siamo abbastanza avventati da insistere, dopo il Pacta Sunt Servanda quirinalizio. Anche perchè l’inflessibile senso dell’onore atlantico dei napoletani è condiviso da non pochi opinionisti di guerra alla Franco Venturini (il quale non legge Massimo Gaggi). E non sono iperatlantici due ex-Pci, uno che si trova a comandare le FF.AA., l’altro che dalla barca alla fonda a Gallipoli deplorò assieme a Prodi i vicentini che non volevano l’arcimegabase USA?

Costernato dalla desolazione delle casse statunitensi, mi attendo che il Consiglio supremo di difesa precetti manu militari Tremonti perchè, nel definire la prossima manovra correttiva, non solo rifinanzi la missione umanitaria dei Tornado (è il minimo) ma, soprattutto, prenda in carico una parte non irrisoria né simbolica delle spese del Pentagono, purtroppo un po’ superiori alla somma di tutti i bilanci bellici della Terra. Non da soli bensì insieme all’Estonia, al Kossovo, ad altri Volenterosi assumiamoci il costo planetario della sicurezza e della libertà. Altro che stabilizzare i precari.

L’Italia unita tradì tutti i potenti cui si era legata -il nipote di Napoleone, le Potenze Centrali, il Terzo Reich. Questa volta vuole riabilitarsi agli occhi di Robert Gates e del mite Rasmussen. Maroni e Tremonti non facciano storie.

Anthony Cobeinsy

VERGOGNA, LA PAROLA E LA COSA

Per capirci meglio

Ugo Magri, assennato e simpatico giornalista della “Stampa”, spezza una lancia su “Prima pagina” contro l’abuso del termine “vergogna” negli scambi di improperie che costellano il dibattito politico nazionale, in campagna elettorale e non. La sua confessata preccupazione è di natura lessicale ovvero cultural-patriottica. Perché i nostri politici, egli si domanda, non si sforzano di aggraziare le loro filippiche utilizzando più spesso i tanti sinonimi o vocaboli comunque alternativi disponibili in lingua italiana? Una lingua, come lo stesso Magri giustamente denuncia, già abbastanza sofferente per la concorrenza dell’inglese (“italiano moderno”, secondo Beppe Severgnini) combinata con la deprivazione culturale dei suoi utenti, tra i quali i rappresentanti del popolo sovrano non dovrebbero essere i peggiori bensì dare il buon esempio.

La preoccupazione di Magri è nobile e senz’altro condivisibile, e colgo anzi l’occasione per supportarla (…) con la mia indignazione per il fatto che, proprio mentre scrivo, infuria nel paesotto in cui abito un’esibizione della pattuglia acrobatica segnalata dalle indicazioni stradali come Air show, col rischio che, essendo l’inglese molto più sfoggiato che conosciuto, qualcuno la scambi per un Hair shave appena comprato o qualcosa del genere. Ne approfitto però anche per segnalare a mia volta un curioso (per prenderla sportivamente) fenomeno: il termine vergogna sarà anche abusato, ma almeno da noi è ormai privo di contenuto ovvero di riferimenti alla realtà, perché di fatto nessuno si vergogna più di nulla e le rumorose sollecitazioni a farlo sembrano, purtroppo, del tutto vane.

Intendiamoci, non è il caso di rimpiangere il buon tempo antico, quando i debitori insolventi oltre a subire il carcere spesso si suicidavano per la vergogna, le ragazze cadute in fallo venivano chiuse in convento per il resto della vita per lo stesso motivo, i genitori tenevano nascosti i figli con gravi difetti fisici, e così via. Sotto molti aspetti il tempo non è passato invano bensì proficuamente per quanto riguarda (entro certi limiti) costumi e moralità, tolleranza e senso di umanità. Perciò non sembra neppure il caso di pretendere senz’altro quelle dimissioni che un tempo erano così frequenti, immediate e automatiche da parte di statisti, uomini politici e amministratori di ogni livello per pecche, infortuni e passi falsi anche di poco conto, mentre oggi, quanto meno in Italia, sono diventate rarissime e quasi sempre imposte dagli altri. Altrove, e specie in paesi presi solitamente a modello come quelli anglosassoni o la Germania, non è così e il loro esempio non andrebbe quindi ignorato.

Basterebbe però che, anche senza necessariamente dimettersi alla prima botta, i nostri governanti e rappresentanti dimostrassero una maggiore sensibilità per quelle esigenze di decenza e dignità che non si vede perché debbano considerarsi abrogate. O dobbiamo invece limitarci a ridere quando un capo del governo per di più attempato e già praticamente denunciato dalla moglie come maniaco sessuale viene bollato da un’amichetta un po’ arrabbiata con l’appellativo di “culo flaccido” e, anziché andare per un po’ a nascondersi, reagisce proclamandosi “professionista dell’amore”?

Oppure a scuotere la testa quando un ex ministro, già noto per essersi assicurato una linea aerea di collegamento tra Roma e il proprio collegio elettorale praticamente ad uso personale, ma a spese della disastrata compagnia di bandiera, e costretto poi a dimettersi per una frase infelice su una vittima importante del terrorismo rosso, pretende di tornare in primo piano con tutti gli onori dopo essersi coperto persino di ridicolo dichiarando di avere ricevuto in regalo a propria insaputa da un uomo d’affari un lussuoso appartamento prospiciente al Colosseo? O a sospirare quando il sindaco di lungo corso di una grande metropoli affogata nei rifiuti e il suo predecessore nonché cosiddetto governatore ugualmente ultra collaudato della relativa regione assistono all’interminabile sconcio senza fare una piega, aspettando di venire inevitabilmente bocciati dagli elettori, anzichè dimettersi, se del caso, denunciando apertamente responsabilità altrui, comprese eventualmente anche quelle di compagni di partito o loro alleati?

Oltre alla renitenza a mostrare vergogna, esiste infatti anche quella a svergognare se necessario gli altri, per motivi di convenienza, complicità o malintesa solidarietà, magari in attesa di un’eventuale condanna passata in giudicato, ossia delle calende greche.

Nemesio Morlacchi