DALL’UTOPIA DI TOMMASO MORO AGLI EREWHON DI SAMUEL BUTLER E DI PORFIRIO

Quanto più i volti della realtà si fanno sgradevoli -metti i vitalizi dei Sommi Palazzi e il proliferare dei poveri assoluti- tanto più ciascuno di noi sognatori eserciti il diritto di vagheggiare mondi migliori.

Dalle grandi speranze delle prime settimane di Bergoglio siamo arretrati alle smorte perorazioni in pro della pace e della bontà, alle insignificanti rappresentazioni in questa o quella piazza o stadio. Dagli scenari che proiettavano Matteo Renzi come l’Alessandro il Macedone dell’era digitale, alle mossette per rabbonire irose befane di Sel, ferri di lancia della riscossa dei senatori sanguisughe. Così per molte altre illusioni, inevitabilmente cadute. Ecco dunque il librarci nei cieli alti dell’ideale, il farneticare Shangri-la ove si inverano le ubbie progettuali.

Dall’isola di “Utopia”, brillante e fortunata invenzione dello statista Thomas Moore (ma per esteso la sublime operetta si intitolava Libellus vere aureus nec minus salutaris quam festivus  de optimo reipublicae statu deque nova Insula Utopia– in greco ‘utopia’ vuol dire non-luogo) veniamo alla pezzentesca utopia del sottoscritto Porfirio. Passando non solo per Platone, per la Città del Sole campanelliana, per The New Atlantis di Lord Bacon of Verulam, persino per l’Erewhon di Samuel Butler, uno dei buoni nomi della letteratura inglese dell’Ottocento. “Erewhon” fu, nel 1872, il racconto della visita a un paese immaginario, dove si mettevano in satira non pochi contemporanei dell’Autore.

Il sottoscritto Porfirio non si azzarda a ispirarsi al glorioso Libellus di San Tommaso Moro. Pio XI lo canonizzò nel 1935 per avere preferito il patibolo -egli il primo ministro- a  piegarsi al sopruso teologico-cinghialesco di Enrico VIII, un re poco di buono che si inventò una Chiesa di corte onde divorziare da Caterina d’Aragona e sposare Anna Bolena, (per poi giustiziarla con altri personaggi, altra moglie compresa).  Tommaso Moro, benché amico di Erasmo da Rotterdam, era un po’ troppo papista: comunque resta un grande eroe.

Per doverosa modestia, Porfirio non scimmiotta l’Utopia, ma il più pedestre Erewhon, un non-luogo che si allunga  dalle Alpi al Lilibeo. Inviato dagli Dei beati, un Demiurgo collettivo fatto di giovani colonnelli portoghesi 1974 ha liberato Erewhon/Stivale in una notte, senza sparare, dall’abiezione demoplutocleptocratica di Galan e Benigni, sotto l’Alto Patrocinio del re in Quirinale.

L’Erewhon/Stivale è una repubblica presieduta, non da un imperioso similmonarca ma da un qualsiasi cittadino probo, sorteggiato ogni mese. E’ una repubblica che non si inorgoglisce più della Resistenza (essa uccise più ostaggi innocenti che soldati germanici, parte dei quali innocenti); che si è sbarazzata di ogni impaccio sinistrista, perciò non studia più il phonypensiero di Antonio Gramsci  inventore di un’egemonia operaia per scherzo, perfettamente campata per aria. Ciononostante Erewhon/Stivale è una società solidale spinta, antipatizzante verso il mercato, i consumi e la crescita. Qui non si è del tutto uguali e non si aspira a modi di vita collettivi, però si detestano gli alti redditi, anzi li si avocano per garantire il pane non solo a chi l’ha perso,  anche a quanti si stipano sui gommoni negrieri per tentare di venire a vivere, mendicando, del senso di colpa dell’ecumene capitalista.

Nell’Erewhon/Stivale si è smesso di agognare una crescita che difenda il benessere minimoborghese dei lavoratori; al contrario si persegue il desviluppo. Sapendo che espropriare i grandi patrimoni, cancellare il settore del lusso, mortificare l’alta  gamma e i bisogni superflui non basta a far campare 60 milioni di humans, il nuovo Erewhon  accetta il ritorno alla vita ristretta di un tempo. Si promuove il turismo e si valorizzano le città d’arte, ma mai più vacanze ai Caribi dei colletti bianchi/blu, mai più una Porsche per ogni dentista avviato. Qui non si sussidiano i giornali, i partiti, i Gay Pride, le Expo, i film semiporcini. La moda agonizza, i padroni-grandi barche si domiciliano in galera o fanno gli skipper per i ricchi cinesi che studiano il pensiero di Mao.

Nell’Erewhon strappato alle termiti e alle blatte dei partiti ladri, il Pil crolla per il brusco scemare del fatturato della corruzione. Soprattutto non si vota più se non per referendum orientativi e permanenti dalle cucine di casa. Le decisioni le prende una Polis ristretta di supercittadini sovrani, sorteggiati in presenza di meriti oggettivi e pesanti. Seppelliti per sempre la democrazia rappresentativa e i parlamenti, tornati quasi tutti alla parsimonia di un tempo, cancellati i veri ricchi, l’Erewhon/Stivale ha dimenticato l’assillo di produrre, efficientarsi, competere. Lavorare, quanto basta. Gli sport, discriminati. L’Italian Style e altre eccellenze, derisi come meritano.

Certo Porfirio non assurgerà alla gloria di San Tommaso Moro. Ma avrà dato un’idea a quattro, come minimo, gatti.

Porfirio

I RICCHI PIANGERANNO, MA SPENDING REVIEW ANCHE PER CIPPUTI

Se a uno, due, tre successori di Mario Monti seguisse, con poteri pieni pienissimi, Licurgo leggendario legislatore spartano; o Tommaso Moro il progettista di Utopia; oppure San Benedetto da Norcia fondatore di quasi tutti gli ordini monastici della storia; oppure infine Ho Chi-Minh trionfatore sui francesi: quante ne farebbe più di Bersani uno qualsiasi dei sullodati! Per cominciare, con apposite spoliazioni  e avocazioni abolirebbe i molto ricchi (e raddoppierebbe il prelievo fiscale su quanti deplorassero l’invidia sociale). Annichilirebbe i consumi d’alta gamma, partendo dalla moda eccellenza italiastra. Però farebbe la spending review anche sui bilanci e gli stili di vita della classe operaia. Avrebbe grasso da tagliare anche sotto la sacra soglia dei 1200€, raggiunta grazie alla combinazione tra lotte dei lavoratori con fischietti, mantelline rosse e tamburi di latta, e astute concessioni dell’economia di mercato.

Una volta decimate le varie articolazioni dell’agiatezza da media in su, il Diadoco dei diadochi di Monti non si farebbe scrupoli: colpirebbe i costumi di spreco di quel proletariato industriale che negli States si considera -chissà perché- middle class; da noi no, un po’ per questo o quel complesso e più ancora per un senso critico più sviluppato. Riflettete, peraltro: al metalmeccanico, né disoccupato né esodato, che gli manca -se in famiglia c’è un secondo reddito, rispetto all’impiegato di fascia bassa? Quasi niente gli manca: più o meno lo stesso trilocale col mutuo, la stessa figlia studiosa all’università sotto casa per una laurea triennale, gli stessi 8 giorni mezza pensione low cost a Marbella, gli stessi elettrodomestici  quasi sempre esagerati di pollici, di litri e di altri parametri sostitutivi di quelli del passato. Il Giustiziere del futuro non indulgerà sui microlussi cretini. Non perché il metalmeccanico meriti meno del competitor impiegatizio: merita spesso un po più.

Il quarto successore di Monti non si accanirà nella spending review per sadismo, né per amore di santa povertà. Questo paese entrerà in frangenti amari: declino complessivo, montare della disoccupazione, popolazione che invecchia e vuole terapie sempre più costose. L’Italia si chiamava la Grande Proletaria; forse lo ritornerà, passata la lunga sbornia da Pil, che ci aveva catapultati verso l’alto della classifica. Più la gente si alfabetizza e più si impongono opere di razionalizzazione e  giustizia: dall’espropriare i redditi degli alti mandarini, e non solo dei politici, a costruire carceri  e ostelli per i senza dimora, a cento altre misure che esigono ripartizione dei sacrifici. Licurgo, Tommaso Moro, San Benedetto, Ho Chi-Minh, nessuno di loro riuscirà a colpire solo i ricchi. Avrà bisogno di prendersela anche con Cipputi. E dove dovrà tagliare Cipputi, sotto la benevola minaccia di Equitalia, quando tot milioni di famiglie dovranno farcela con €700 al mese, congratulandosi eccome di averli conquistati i 700, in cambio di zero lavoro?

Cominciando dalle cose minime, Cipputi dovrà rinunciare all’abbonamento allo stadio, alle sigarette (suo nonno fumava mozziconi), all’abbigliamento high speed quando fa il ciclocampione della domenica, alle spese venatorie, al televisore grande come un mobile, a decine di altre spese insulse. Cipputi si faccia raccontare come campavano padre e nonno, i quali risparmiavano sul biglietto del tram e credevano che Marbella fosse un asteroide. I lunghi passi indietro toccheranno ai soci del Golf molto più che a lui; però toccheranno. L’auto individuale costa troppo, ed è inverecondo anche il mini-autoparco di casa, quando ogni figlia commessa e ogni figlio precario ha bisogno della 4ruote, è più comoda per andare in palestra o all’ happy hour. La finanza pubblica diventerà spietata quando dovrà mantenere sempre più disoccupati di lungo corso. Piangeranno soprattutto i proprietari di barche, ma per la legge dei numeri i Cipputi non rideranno.

Infine il lusso d’ultima generazione, che fa sbigottire i nonni: la casa col mutuo. Nè Cipputi né i suoi giovanotti al primo impiego saranno più in grado di ragionare “il mutuo mi costa come l’affitto”. Mutuo e affitto non sono la stessa  cosa, lo si sapeva bene un tempo.  Neanche il lavoratore di concetto si consentirà la casa individuale come quando le vacche erano grasse. Il “co-housing” sarà strada obbligata per molti. Alla fine del 2012 si calcolano 900 mila mutui in sofferenza: ecco un primo grosso contingente di obbligati al co-housing. I trilocali e servizi con posto macchina e/o cantinetta, specie se da finire di pagare, andranno venduti. Nel co-housing, cooperativo o no, gli alloggi individuali avranno meno della metà dei metri quadrati tradizionali; altri spazi e funzioni saranno in comune e saranno poco onerosi. Per i senzalavoro stabili sarà una scelta obbligata: i traguardi del benessere si faranno umili.

Ma non sarà espiazione dura. Il co-housing e la decimazione delle auto saranno un vivere civile, e in più ci libereranno da angosce antiche e moderne. Il pane sarà assicurato a tutti perché la collettività solidale metterà in comune non tutte le risorse, ma parecchie.

l’Ussita