UNA FERROVIA DELLA BASSA COME CONTRADA DELL’ANIMA

Scacciati con le brusche, i venditori di colombi e gli altri mercanti rientrarono nel Tempio appena Gesù si fu allontanato. Figuriamoci se poteva andare meglio a Mario Monti, così lontano dalla potenza e dalla virtù del figlio di Dio. Per qualche mese estromise dal potere centrale la gentaglia dei politici professionisti, ora la gentaglia è di nuovo in business, più agguerrita e turpe di prima. Anzi, di una frazione dei venditori rientrati a insozzare il Tempio egli Monti si è fatto addirittura maestro e condottiero. Il Male, com’era da attendersi, è invincibile. Con tutta la loro autostima, i ministri tecnici si sono ridotti ad aspiranti carpetbaggers.

Ancor più risalta ciò che si contrappone al Male: il Bene. Nel concreto, i primi che vengono alla mente quali operatori del bene sono coloro che fanno volontariato, coloro che sono l’esatto contrario dei parlamentari, degli uomini d’apparato, dei consigliori (=dignitari della Mafia)  istituzionali. Chi volesse progettare un sistema di democrazia diretta selettiva, una Polis di supercittadini estratti a sorte per turni brevi a deliberare e a governare, non esiterebbe a riservare a quelli del volontariato vero -quello faticoso e persino costoso, quello che esige sacrificio- le maggiori chances d’essere sorteggiati a deliberare e a governare. Gli uomini e le donne del volontariato praticano una sommessa santità terra terra.

Ma il volontariato non è solo sfacchinare nelle mense dei poveri e negli ospizi, visitare gli ammalati, soccorrere gli homeless. E’ volontariato anche, laico o no non importa, spendersi (e spendere) per il bene comune, soccorrere le menti e le anime invece che la sola carne. Sono caritatevoli anche quei quarantenni con figli e più d’una laurea che dedicano sforzo a provare e riprovare nel coro la cantata  di Bach invece di frequentare al Rotary o al golf la gente utile alla carriera; e in più si quotano per pagare il maestro del coro, l’affitto della sala e ogni altra spesa. E’ grazie alla loro filantropia che la cantata sacra bachiana vive ed è a joy forever.

Altrettanto caritatevole è la gente come Fabio. Fabio Malavasi, ordinario di genetica medica all’università di Torino, che con la sua scienza, tra l’altro scienza di tumori, potrebbe farsi ricco, tiene da molti anni accesa una lampada di sentimenti. Nato in un casello ferroviario della linea Suzzara-Ferrara, figlio di casellanti, non si è limitato a comprare e ad abitare il casello dove vide la luce -lo faremmo in molti- ma dedica opera e soldi, oltre che a iniziative altruistiche nella sua piccola patria, a strappare alla rottamazione locomotive e vagoni della Suzzara-Ferrara. Con lui si prodigano (e pagano), con un’abnegazione che è silenzioso eroismo, un pugno di santi matti. Hanno restaurato una superba macchina che un secolo fa trascinava convogli a 100 all’ora. Ne fanno di tutti i colori per riportare in vita -chissà quando sarà- una locomotiva del 1887, umile giumenta da lavoro su una linea che faceva viaggiare soprattutto povera gente. Quella di Fabio e dei suoi amici è il contrario che una passione antiquaria/collezionistica: é dedizione filiale a una terra, la Bassa ferrarese, che idealmente è patria di ciascuno di noi, perché è una contrada dell’anima.

Nella nera officina ‘rialzo’ della ferrovia Torino-Ceres, mi onoro di avere parlato con Claudio Di Maria, sodale di quel Fabio che coltiva i valori della Bassa anche attraverso i passaggi a livello della Suzzara-Ferrara. Claudio è un incontro emozionante. Responsabile, ovviamente volontario,  dell’officina meccanica del Museo ferroviario torinese, nelle ore libere dalle incombenze che gli danno il pane, ore che altri dedicano all’edonismo, al riposo, alla famiglia e, peggio, allo sport, lavora anche manualmente tra le viscere, le bielle e i ruotismi ferroviari, e poco alla volta, assieme agli altri, risuscita la ferraglia -ma certe componenti d’un sol pezzo pesano tonnellate- di nobili veicoli che ‘devono’ tornare a funzionare. Su un piccolo locomotore da manovra i volontari hanno adattato il motore di un ‘Leoncino’, autocarro leggero OM. Alcune veloci  littorine hanno ricevuto i propulsori dei carri armati Sherman o Grant residuati di guerra. E’ straordinario come Claudio e i suoi compagni  riescano a farsi ingegneri meccanici oltre che saldatori e fresatori, lavorando gratis in un tempo assetato di denaro. Solo il volontariato fa questo ed è slancio religioso, slancio anche di atei.

Fabio, Claudio e gli altri sono la polarità perfettamente opposta ai malfattori che, lo dicevamo nell’incipit, si sono riappropriati della repubblica ma meriterebbero lo sdegno e lo scudiscio del Nazzareno a Gerusalemme. Tutto il potere andrebbe dato agli operatori del volontariato: compresi quanti si sentono figli e fratelli dei manovali della Bassa ferrarese. ‘Servo di Dio servo dei poveri’  hanno scritto sulla tomba di un misericordioso. Troveranno misericordia, è scritto nel Discorso delle Beatitudini, molti altri che avranno amato gli umili più che se stessi.

l’Ussita

VOLONTARIATO, LA SCOPERTA DI TERRE E CIELI NUOVI

Il volontariato caritatevole dei grandi numeri, non solo delle élites, è per consenso generale il fenomeno dell’ultimo cinquantennio: al di là delle apparenze, una novità dirompente come e più che l’avvento del computer, dei voli low cost e delle energie rinnovabili. Io conosco da vicino un angolo di volontariato a Milano, una mensa di francescani, periferia Sud. Anni fa essa era in due stanzoni del convento di S.Angelo. Ma si trovava in uno dei quartieri più costosi della metropoli; gli stanzoni e i suoi avventori distavano pochi passi da uno dei massimi palazzi dello Stato Maggiore bancario, coi suoi generali e colonnelli della finanza. I condomini di gamma alta che incombevano sulla mensa avevano lottato decenni per liberarsi dei pezzenti che la mensa sfamava. I pezzenti erano brutti, vociavano, rissavano, disseminavano cartacce oleose prima e dopo i pasti, urinavano e peggio. Alla fine la mensa traslocò lontano, nell’ex-edificio scolastico che un volitivo ed efficiente padre Clemente aveva saputo ottenere e ristrutturare.

Oggi la mensa serve due-trecento poveri per pasto, due volte al giorno, tutti i giorni dell’anno. Gli ambienti sono accoglienti, pieni di luce. Al piano superiore dormono giovani, immigrati o no, e persone che la risacca della vita deposita ai margini della grande città: quasi sapendo, la risacca, che ci sono i frati e ci sono i volontari ad accogliere, ad aiutare come possono.

Lo spirito samaritano soffia dovunque sulla cristianità e su tutte le religioni. Fuori di questo ecumene di persone che credono, o si struggono per non riuscire a credere, non risulta un granché di filantropia, né atea né agnostica. Soprattutto non sembra esistere un volontariato operoso, di pane indumenti e piccole cose, tra i teorici e i militanti del sinistrismo sia rispettabile sia antagonista, essi che si vantano compagni di lotta degli ultimi e dei reietti (invece sono a fianco dei sindacalizzati iperprotetti o degli aspiranti alla protezione).

Essi, i militanti e i teorici, vanno a cortei convegni girotondi e sit-in, troppo protagonisti e troppo attivisti per pulire i tavoli alle mense e prodigarsi ai dormitori, alle stazioni ferroviarie, ai marciapiedi dove dormono i barboni. La fraternità delle cose umili, cioè vere, non si addice ai rigorosamente laici e ai commissari ideologici delle lotte. La carità, anzi, la stigmatizzano. Vogliono ben altro, vogliono capovolgere il mondo pur essendo certi d’esserne incapaci. In attesa di capovolgere, o meglio di analizzare e denunciare, si alzano tardi la mattina e nei bar e ristoranti non fanno rinuncie. Il cilicio e i fioretti non sono per loro, rivoluzionari di abitudini ceto medio. Nel preparare l’apoteosi proletaria non si avvicinano troppo ai proletari senza bidet e senza dopobarba.

La mensa che conosco, a via Saponaro, è fatta essenzialmente di un frate, sostenuto dal suo convento, e di un drappello di volontari. Prevalgono i pensionati, modesti o di qualche livello, che rinunciano alla bocciofila o alle passeggiate in collina; e prevalgono le casalinghe con laurea, o che hanno viaggiato e sanno rivolgersi in inglese agli immigrati; qualcuna potrebbe servire minestre con la chevalière ma signorilmente non lo fa; qualcuna ha un marito ex-manager che non fa fatica a passare 100 euro al  frate. All’occorrenza, quando gli telefonano che un volontario ha il dentista, l’altra deve gestire i nipotini, l’altra ancora coll’influenza, il marito ex-manager indossa il grembiale e dà una mano al banco della mensa. Un tempo i samaritani lavavano i piatti oltre a riempirli di pasta; ora che ci sono le grosse lavatrici allestiscono bicchieri, posate e stoviglie di plastica, servono risotti e frutta, nettano vassoi e tavoli degli avanzi sgradevoli dei pasti.

I volontari mettono anche da vent’anni ininterrotti l’abnegazione ostinata, due o tre volte alla settimana; fanno chilometri di città e di periferia perché la mensa non chiuda. Ci sono quelli che rispondono immancabilmente sì ad ogni richiesta di accorrere fuori turno.  Il frate assilla le autorità e i benefattori. Un suo fiduciario organizza tutto come il nostromo di una nave. Un immigrato ventennale dal Maghreb batte ogni giorno supermercati panifici fabbrichette di buondì per raccogliere partite piccole o grosse di alimentari e qualsiasi altro donativo. Uno che ha espiato duramente in carcere si incarica di imporre disciplina ai riottosi.

Non sembrerebbe, ma il volontariato non è fatto solo di idealisti e di dame di carità. E’ fatto anche di poco sentimentali esercenti, dirigenti e professionisti che hanno compassione dei poveri e stima per chi si adopera gratis. Perciò, per esempio, quei negozianti e manager donano a furgoni interi viveri, magari prossimi a scadere di validità legale e peraltro perfettamente commestibili. Medici e avvocati aiutano in altri modi.

Il volontariato è questo, un intenso convergere di bontà, chiamiamole col loro nome deamicisiano. Bontà non solo di settantenni con l’artrite, di donne che antepongono gli altri a mariti e a nipoti, di gente valida che lavora per aiutare non per guadagnare. Altruisti cui non basta la sola mensa ma aggiungono questa o quella charity. Bontà anche di non pochi giovani i quali trascurano le occasioni e le piacevolezze di un’età che, come l’acqua del fiume, passa e non torna più. Il volontariato, insomma, è tutta la generosità di cui noi, i più, non siamo capaci.

‘I too have a dream’: che un giorno le nostre società trarranno le conseguenze di questa immensa scoperta del volontariato, scoperta che tanti sono migliori di quel che credevamo, per stanchezza o per sfiducia. Esiste un’umanità che non conoscevamo buona. E’ una scoperta che dovrebbe cambiarci la vita. Un giorno forse prenderemo decisioni ardite. Per dirne una, affideremo a quelli del volontariato di amministrare loro, direttamente, buona parte della cosa pubblica. La cosa pubblica va tolta ai politici, dei quali sappiamo con certezza assoluta che rubano, frodano, malversano, nella più benevola delle ipotesi agiscono in funzione della carriera propria e dei parenti. Degli uomini e delle donne del volontariato sappiamo, con ancora più certezza, che vivono per dare, non per prendere.

Un giorno andrà creato un elenco di chi avrà fatto volontariato per, diciamo, due-tre anni. E da quell’elenco estrarremo a sorte un ruolo più ristretto di Benemeriti dal quale trarre, secondo le capacità e disponibilità, i più tra gli amministratori e i rappresentanti. Per un mandato breve, non a vita come accade attraverso il congegno della truffa elettorale. Da come sono fatti quelli del volontariato, potremo non pagarli. Oppure pagarli francescanamente. Quanti piccioni prenderemo con una sola fava!

JJJ