RANTOLA L’ITALIA DELLA COSTITUENTE

Giorni di lutto vive nell’Aldilà la Trimurti usurpatrice De Gasperi/Nenni/Togliatti, cui risale il potere che domina lo Stivale. Qui, sulla Terra, i più credono si avvicini la fine di una fase: la Seconda/ Terza repubblica, il bersanismo, il centrismo, i Democrat grande forza compatta, i ponti verso destra, l’antiberlusconismo che ancora fa la fortuna del Cavaliere, altre parentesi transeunti per definizione. Invece nell’Aldilà la Trimurti sa, con la certezza spettante ad ogni onnisciente divinità, che non una fase o una stagione agonizza, ma l’intero sistema nato tra il 1945 e il ’47. Agonizza la democrazia rappresentativa, posseduta dai Partiti, dagli appaltatori delle urne, dai saccheggiatori della ricchezza nazionale.

Perché la Trimurti la chiamiamo usurpatrice? Perché gli italiani, avendo pagato caro il misfatto della guerra del ’40, speravano che almeno la sconfitta li liberasse dalle turpitudini di regime. Invece i possenti ma sprovveduti vincitori credettero di far bene a consegnare il paese ai furfanti del CLN, improvvisatisi liberatori e statisti. Sessantasei anni da allora hanno dimostrato che l’assetto congegnato dai Costituenti è altrettanto esiziale, in modi diversi, quanto quello che faceva capo a palazzo Venezia. Il Sessantaseiennio non è stato né più virtuoso né più amabile del Ventennio. Nel concreto la realtà dell’oligarchia ladra non è preferibile a quella del Littorio.

In più, i giorni dell’elezione del dodicesimo capobonzo dello Stato ci hanno fatto vivere una kermesse farsesca/grottesca, un festival del fescennino, dell’atellana, della commedia dell’arte. I momenti più esilaranti non sono stati i voti dei più sardonici tra i ‘Grandi’ Elettori a favore di Valeria Marini o di Veronica Lario. Sono state le impagabili imprecazioni bolscevizzanti dei gauchistes furibondi. La più veemente, vocalizzata da un’assaltatrice del Palazzo d’Inverno: “Volete  capirlo o no, Sinistra vuol dire Rivoluzione”. Deliziosa scemenza allorquando a) la Rivoluzione è affidata ai professori Rodotà e Zagrebelski, due pensionati alla fame, aderenti all’anarco-insurrezionalismo,  b) la Rivoluzione è una moneta fuori corso da quasi un secolo,  c) la sanculotta che urla ‘Rivoluzione!’ tacerà immediatamente appena trovato lo stipendio fisso che paghi il mutuo, le rate dell’auto e le vacanze in villaggio turistico.

La commedia dell’arte è divertente, è il nostro retaggio (infatti si prese a chiamare ‘all’italiana’); ma torniamo a noi.  Ci circondano le macerie non di questo o quello stabile crollato ma di una smisurata Cartagine o Gomorra, annichilita dallo sdegno divino. Sta rantolando l’intero sistema eretto dalla Costituente. Non si tratta più di cambiare qua e là, di riformare questa o quella istituzione. La democrazia dei partiti, delle urne e delle bande di saccheggio è un malato terminale. Questa politica non si riformerà mai. I fenomeni tipo Cinquestelle, i tumulti dei Ciompi informatici, i conati di altri Cola di Rienzo non conseguiranno successi definitivi. Probabilmente occorrerà il Grande Eversore che abbatta il parlamentarismo e rifondi la Polis: qualificata, ristretta, ininterrottamente rigenerata dal sorteggio e corroborata dal referendum informatico continuo.

Lo Spirito dei tempi nuovi impedirà la sopravvivenza del Vecchio, cominciando dalle istituzioni geriatriche più riverite. Svolte del genere accadranno anche in altri paesi: lo Stivale che oggi boccheggia aprirà la strada. Nel 1812 non fu la Spagna arretrata a lanciare da Cadice il progressismo liberale e l’ondata delle Costituzioni?

Antonio Massimo Calderazzi

LA CASTA STA TRIONFANDO: CONVINCIAMOCI A ODIARE QUESTA DEMOCRAZIA

Non poteva andare peggio a noi millenaristi imbecilli, a noi messianici ebeti che abbiamo preso sul serio gli opinionisti dei grandi media, soci in affari degli oligarchi. Per uno sforzo di umiltà avevamo anteposto al nostro il loro giudizio: più che sbagliato, truffaldino. Scrivevano sapendo di mentire. Soprattutto agli inizi del 2012 annunciavano che la partitocrazia e il malaffare nati dalla Resistenza erano spacciati, che la Seconda Repubblica moriva e con essi quasi un settantennio della nostra storia, prevalentemente dominato dalle malazioni. Fingevano di credere che la peggiore classe politica e le peggiori istituzioni del mondo occidentale fossero condannate dal disprezzo del Paese. Noi imbecilli abbiamo dato credito ed ora ci constatiamo frodati. La confederazione dei ladri impostori si è rialzata di colpo, così come un pugile al tappeto ritrova miracolosamente le forze.

La Terza repubblica comincia uguale alla Seconda e alla Prima. Tutto il potere torna ai partiti  delinquenziali. Più che mai i grandi media pendono dalle labbra dei segretari, portavoce e capigruppo. Niente tagli ai costi della politica, niente paletti contro i reati, niente crepuscolo degli Dei. Business as usual. Il prossimo 25 febbraio mille gaglioffi  si insedieranno e passeranno alla cassa per percepire la quota legale del bottino; per quella illegale daranno tempo al tempo. Nessuno dei vecchi ceffi sparirà, nessun ladrocinio sarà fermato, gli elettori non si ammutineranno. Al ristorante gli opinionisti delle grandi testate sghignazzeranno di soddisfazione coi segretari, portavoce, capigruppo.

Dalla sventura impariamo almeno una lezione. Il regime resiste, catafratto. I nostri connazionali sono lemmings spensierati: programmati a obbedire agli istinti, enzimi ed ormoni, non si fanno domande, accettano tutto, votano. Questo vuol dire una cosa sola: il sistema sorto nel 1945 e difeso dalla peggiore tra le Cartestracce costituzioniali non è risanabile. Un giorno un manipolo di militari giustizialisti, guidato da un uomo di fegato, dovrà abbatterlo come fecero gli ufficiali portoghesi del 1974. Imprescindibile il possesso delle armi, ma da noi basterà la minaccia delle armi. Quasi nessuno si leverà a difesa di una legalità data in appalto ai fuori legge.

Il 2012 dimostra che l’esperimento di un governo tecnico insediato anche perché ripristinasse la razionalità non ha neanche scalfito la politica delinquenziale. Nulla mai migliorerà finché le Istituzioni non saranno messe fuori gioco, visto che questa legalità difende i saccheggiatori. Anche se era prevedibile, è drammatico che un governante emergenziale come Monti abbia visto fallire o decomporsi ogni tentativo di risanamento (ma le regole d’ingaggio ricevute dal Colle -salvare la partitocrazia- non gli lasciavano scampo). Se non ci resta che sperare in un manipolo di congiurati giustizialisti è perché  verosimilmente la minaccia della forza taglierà il nodo che ci imprigiona.

La democrazia delle urne non vale niente. Chi sa immaginare una prospettiva non eversiva? Una volta che reparti d’elite, carabinieri paracadutisti eccetera, avranno fisicamente chiuso i portoni delle Camere, delle assemblee, delle istituzioni, degli uffici che erogano i fondi a centomila gerarchi, il regime non troverà seguaci e i giustizieri/demolitori avvieranno la Seconda Ricostruzione.

Il governo dell’eccezione militare sarà breve: il tempo di radere al suolo gli assetti sciagurati e di aprire una fase costituente gestita in compartecipazione con la gente: gli strumenti ora ci sono, collaudati e credibili. L’ideale, verosimile, sarebbe andare verso l’instaurazione di una delle varie formule di democrazia diretta selettiva. Ma sarebbe pur sempre una bonifica salutare se, dopo la parentesi di governo riformatore armato, si riaprissero i giochi convenzionali, però drasticamente risanati, amputati, asportati quanto basti. Il parlamento potrebbe diventare monocamerale, perdere l’ottanta per cento dei membri, essere in parte reclutato col sorteggio. Le Regioni e ogni altro organismo elettivo verrebbero risanati e ridotti a tutti i livelli. Cento altre riforme sarebbero varate dai militari. I consulenti, meglio stranieri. Esclusi tutti i politici professionisti e invece inclusi i cittadini individuati dal sorteggio. Prima di rientrare nelle caserme i reggitori giustizialisti dovrebbero almeno impostare le draconiane riforme di struttura richiedenti tempi più lunghi. Mancherebbero di sofisticazione costituzionale, ma meglio così. La più imperativa delle misure sarebbe rendere meno immorali e costose tutte le istituzioni e le funzioni pubbliche.

Questo e altro farebbe la gestione dei bonificatori militari, grazie alla minaccia delle armi di cui sono detentori unici, e grazie all’appoggio di settori sociali votati al cambiamento vero, non quello dei cartelloni elettorali. Nulla di rispettabile verrà mai dalla casta dei politici.

A.M.C.

MARIO MONTI COME LUIGI FACTA

Nel passato lontano la letteratura e l’iconografia tedesche amavano l’allegoria della Narrenschiff, la nave dei dementi: nocchieri, marinai e passeggeri senza il bene della ragione. E che altro è, se non Narrenschiff,  la vicenda politica italiana vent’anni dopo la fine della Terzultima Repubblica? Le nostre istituzioni, i nostri costumi civili stanno per essere denunciati dall’Onu come canaglieschi e immondi; molte fabbriche vanno chiudendo; l’area della povertà estrema, che non ha di che pagare la bolletta della luce, si allarga rapidamente; si riducono le pensioni di guerra e gli assegni di accompagnamento ai ciechi e agli storpi, ma non le spese militari e quelle delinquenziali; e su che si arrovellano i pensatori del regime? Primarie, furbizie elettorali, passi indietro o di lato di Tizio o di Caio, faide  giostre e tornei nei partiti.

Nella Nave dei Dementi, disalberata e senza timone, nessuno è consapevole del naufragio che verrà. Nelle anticamere e nei WC del potere si cavilla sui teoremi dei costituzionalisti, quando diventa sempre meno implausibile che la Costituzione venga cestinata, le sue istituzioni abbattute, i bonzi gli accoliti e gli inservienti del Tempio demoplutodemocratico mandati a spietrare i monti. Ormai si è accertato che il sacrosanto golpe che depose un Premier da pochade è stato un  respiratore d’ossigeno per un malato terminale; che Mario Monti è un Luigi Facta, non un Giolitti di prima della Grande Guerra, quando innovava; che mai i partiti usurpatori e ladri smetteranno di saccheggiare e  insozzare; che le prove future dell’economia e della socialità saranno troppo ardue per gli attuali gruppi dirigenti; e che non esistono gruppi migliori. Ormai dimostratosi tutto questo, l’imperativo è  concepire l’alternativa assoluta e la svolta di civiltà. Invece si attende la salvezza dai fondi salvaStati, dalla crescita dei fatturati, da nuove pensate dei vecchi marpioni, dalle conversioni e pentimenti dei pregiudicati di Montecitorio e di venti paraparlamenti, dalle virtù terapeutiche dell’astensione dal voto e del sorgere di altri partiti; dallo spontaneo prosciugamento del pus civile.

E’ sicuro che non ci saranno né svolte né redenzioni. Nella migliore delle ipotesi lo spread si contrarrà; ingrossando il debito pubblico si salveranno a breve un tot di salari, consulenze e tangenti; si comprerà l’acquiescenza dei sindacati; si scongiurerà il sangue nelle strade; si riprenderà come prima sotto nuova gestione: dei figli e nipoti dei Proci. Nella migliore delle ipotesi.

Ci aspettano tempi nuovi ed aspri: tempi senza crescita, tempi di solidarietà obbligatoria, senza ripresa, senza liberismo e divinizzazione dell’impresa, senza diritti acquisiti, senza conquiste irreversibili del lavoro, con meno certezze della proprietà e della libertà egoista. Ci aspetta la disciplina egualitaria di un’economia di guerra. Si annuncia una qualche forma di Kibbutzsozialismus, giovanile e libero ma senza trasgressioni. Saranno tempi rivoluzionari senza le rivoluzioni tradizionali. Tutto ciò non sarà compatibile con ciò che abbiamo: una destra e una sinistra entrambe addicted al mercato, al Catasto, ai codici, ai capoversi di una Costituzione perniciosa; un centinaio tra partiti, correnti, lobbies, cosche e altri grumi di potere. Risultato, l’immobilismo.

Il contrario di tutto ciò non sarà né il potere vero alle sinistre (buone a niente, perché insincere: la gente non si fida) né la sollevazione popolare. Sarà un Decisore di ferro, che rovesci tutti i tavoli, chiuda i consessi, sciolga le bande, compia opere di salvezza e di giustizia. Sarà un Decisore amico dei poveri, come non pochi furono, chi più chi meno, nel passato: Miguel Primo de Rivera, Kemal Ataturk, Nasser, Castro. L’opera finale del Decisore sarà di restituire il potere, come liberamente fece Primo de Rivera. Consegnarlo alla democrazia diretta selettiva, un po’ ateniese un po’ elvetica, che avrà urne solo per referendum veramente sovrani e vari gradi di sorteggio per reclutare tra i qualificati -i portatori di meriti oggettivabili- i deliberatori e i reggitori della Nuova Polis. Mai più politici di professione. Lo Stivale, che fu abitato da un popolo dotato, ha diritto al non plus ultra dei ribaltamenti di sistema.

l’Ussita 

I TRIUMVIRI DEL LEGITTIMISMO E LA CRIPTA DEI CAPPUCCINI

E’ più in crisi l’economia o la politica nella Repubblica delle tangenti? Risposta, la seconda. L’economia troverà modo di acconciarsi. La politica no, se non verrà un fatto tellurico di grado alto. Tra un certo numero di mesi torneranno le elezioni e i soliti ceffi. Per impressionanti che siano i segni dello scontento, la stagione venatoria dei partiti si riaprirà, le doppiette dei cleptocrati faranno strage, persino un clamoroso successo della protesta -Cinque Stelle e il resto- sarà frustrato senza un colpo di stato che sospenda le istituzioni e la Carta. Mario Monti avrebbe potuto farsi bonificatore, avendo quasi i numeri di Charles De Gaulle nel 1958. Il generale vinse perché era il più illustre dei francesi e perché aveva un progetto eversore della Quarta (esecrabile) Repubblica.

Mario Monti nel novembre 2012 appariva il più illustre degli italiani, ma non aveva il progetto eversore contro una repubblica peggiore della Quatrième. Monti si contentava di metter fine alla  pochade berlusconiana. Riacquistare il rispetto dei partner europei era essenziale ma non sufficiente. I primi  sette mesi del montismo hanno mostrato che Mario Monti intende razionalizzare, non amputare come necessario. Simbolo e metafora del non-impegno di Mario Monti per entrare nella storia fu, il 2 giugno dei terremoti e della Parata, Mario Monti che per inerzia batteva mani annoiate nella tribuna di Napolitano. Tutto, anche le codse stupide, fuorché liquidare il peggiore regime d’Occidente.

Per ora vince il legittimismo. Vince la Santa Alleanza di Metternich, di Clemente Solaro della Margarita e dell’uomo del Colle. Il quale ultimo è l’antica ordinanza dei similbolscevichi Togliatti e  Longo, diventata incarnazione della continuità patriottica e liberal-liberista. La reggia pontificia e sabauda difende la classe politica allorquando gli italiani non sopportano più i politici.

Sappiamo chi oggi incarna Solaro della Margarita, nel nome del principe Metternich. Ma se ci sono legittimisti di osservanza carlista invece che asburgica, chi hanno come Sire se non D’Alema? Da sempre il machiavelli velista non perde occasione per martellare sull’insostituibilità dei partiti e sull’intoccabilità del professionismo politico (è anche la predicazione del Colle). All’occorrenza D’Alema si farebbe don Carlos Maria Isidro di Borbone: rifiutò un ruolo eccelso alla corte della nipote Isabella, regina a Madrid per l’arbitrio del di lei padre Ferdinando VII, ed aprì  tre guerre ‘carliste’ che dilaniarono la Spagna, pur di non rinunciare al principio della legittimità dinastica.

Preparatevi a vedere il don Carlos da Gallipoli salire con nobile fermezza gli scalini del patibolo, piuttosto che permettere alcun pregiudizio ai diritti della Casta nata dalla Resistenza. Però, se invece di difendere la coerenza con una morte gloriosa don Carlos D’Alema rafforzasse il suo carisma, guai a Matteo Renzi e alle migliaia di sventati che vorrebbero rottamare i settantenni; guai a Beppe Grillo; guai ai milioni di illusi che vagheggiano di demolire il Palazzo tarlato e bieco.

Il Misoneismo ha un terzo ferro di lancia: Giovanni Sartori. La più abominevole delle novità è per lui la democrazia diretta, che schernisce come “direttismo” e che peraltro riconosce come soluzione unica per quando la delega elettorale finirà. L’irascibile professore ha un tale orrore della modernità che invia i suoi  editoriali al quotidiano “Potere Forte”, di via Solferino, dalla cripta dei Cappuccini a Palermo. Lì ha prenotato uno spazio perché, grazie a Dio, le salme indossano abiti secondo la moda del Congresso di Vienna (moda che ama anche in quanto Vienna vanta una Kapuzinergruft gemella). Nella cripta palermitana vorrà congenialmente risiedere per sempre, tra coetanei di due secoli fa. Dalla cripta leverà muto ed intenso il rimprovero ai tanti che bestemmiano all’indirizzo del parlamento.

Dietro i triumviri del legittimismo procedono in processione alcune centinaia di giornalisti e di politologi, più alcuni milioni – decrescenti, però- di idolatri delle urne e  fanatici della Costituzione. Però i triumviri non si fidino troppo dell’esercito misoneista. I giornalisti e i politologi cambieranno prontamente padrone quando il vento girerà. Più ancora si adegueranno i feticisti delle urne, quando saranno una buona volta chiuse.

Porfirio