MAI PIU’ SALVATAGGI DI INDUSTRIE FINTE

L’11 settembre, sui problemi di Alcoa e simili, ‘La Stampa’ ha pubblicato un articolo di pure verità, ‘la Repubblica’ un articolo di pure falsità. Il primo ha un titolo che dice tutto: “Perché da noi il salvataggio è impossibile”. Ha scritto l’autore, Luca Ricolfi: “Che cosa si può fare? Mi spiace essere crudo, ma la sola risposta è: niente. O meglio: molto di assistenziale, poco di industriale. Siamo in Europa e gli operai che perdono il lavoro hanno diritto a qualche forma di sostegno del reddito. Ma non raccontiamo la fiaba che spingere un’azienda straniera a produrre in perdita sul nostro suolo sia ‘politica industriale’, o sia una scelta razionale. La realtà è che produrre in Europa è sempre meno conveniente”.

Da quando Internauta esiste, alcuni di noi non fanno che dire queste cose, dire che dobbiamo accettare il ritorno alla povertà e riprogettare una vita con poco reddito, niente mutuo casa e bassi consumi. Dirlo dalla sponda opposta a quella del ‘Wall Street Journal’ e del ‘Liberista’; dirle dalla sponda del “New Collectivism”, del “Guild Socialism” e de ‘Il Confronto’, la testata milanese di cui Internauta è figlio e che tra il 1965 e il ’70 invocò -anche con la voce di Roger Garaudy, allora il maggiore teorico del PCF, e di alcuni altri grandi della sinistra umanista- un comunismo che si ribellasse a Mosca e al togliattismo, un comunismo che scegliesse la libertà. Da quando esiste Internauta  rifiuta, tra le categorie del sinistrismo tradizionale e insincero, la solidarietà meccanica alle lotte sindacal-politiche.

L’articolo di ‘Repubblica’ ha un titolo che dice ‘tutto’ e, per un altro verso, meno che niente: “I doveri di un governo”. Ecco alcuni concetti dell’autrice, Chiara Saraceno: “Nessuno, tanto meno chi governa, può permettersi di dire che non c’è nulla da fare. Il governo non può tirarsi fuori dalle proprie responsabilità di fronte a migliaia di lavoratori e lavoratrici e delle loro famiglie. Occorre, per questi operai, preparare occasioni di lavoro sostenibili. Invece di ripeterci che il lavoro non è un diritto esigibile e che il governo non può garantire il lavoro a tutti, il governo dovrebbe ricordare l’art.4 della Costituzione. Meglio se contestualmente investe e fa investire nella produzione di beni collettivi. Se non ora, quando?”

Non una di queste parole è degna di rispetto. Al contrario: la mano pubblica non dovrà fare più nulla, dopo l’orgia di elargizioni  a colpi di indebitamento, a favore di alcuna impresa rifiutata dai mercati.  Quell’impresa chiuda, qualunque il numero dei licenziamenti. La legge della caccia ai voti non consente tanta nettezza, ma è una legge putrida. Un giorno le urne elettorali andranno chiuse for good e i decisori saranno scelti dal sorteggio tra persone competenti. Tutte le vittime dei licenziamenti, anche dell’indotto, meritano un assegno di (pura) sopravvivenza, uguale per tutti; e questo è l’unico serio tra ‘i doveri del governo’ enunciati dalla Saraceno.

La più stolta delle cui asserzioni è “occorre preparare occasioni di lavoro sostenibili”. Che vuol dire ‘preparare’ se non trovare miliardi ora inesistenti per la resurrezione, vietata dall’Europa, di imprese artificiali, produttrici di merci invendibili, oppure per lavori pubblici superflui? Se trovati, non sarebbero miliardi a carico dei contribuenti, maestranze sarde comprese? E’ capace, la prof.Saraceno, di far pagare il solo ‘One per Cent’, come dicono negli USA? La Nostra deplora il governo perché ripete che il lavoro non è un diritto esigibile, e che non può garantire il  lavoro a tutti;  addita l’art.4 della Costituzione. Orbene quest’ultimo è, di una Carta lardellata di gassosità e di menzogne, uno dei precetti più vuoti, bugiardi e perfettamente ignorati. Infatti per “promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro” la Repubblica può solo finanziare imprese senza senso, cioè non-imprese. Invece questo non deve farlo più. Può distribuire pane e latte, non stipendi, e meno che mai quanto serve per il mutuo e le altre voci della condizione sotto-borghese. Impagabile il botto finale della pirotecnia di ‘Repubblica’: “Meglio se contestualmente (il governo) investe e fa investire nella produzione di beni collettivi. Se non ora quando?”. A questa domanda, che in realtà è uno sciocco slogan delle lotte femministe, va risposto ‘Mai’.

Le cose affermate dalla Saraceno sono sufficientemente fallaci. Ancora più colpevoli sono le omissioni: Non ha scritto che il lavoro sarebbe un diritto se la nostra fosse una società collettivista e protesa al bene (alcuni di Internauta la amerebbero), invece che edonista-consumista? Perché Saraceno con convince il suo editore miliardario a propugnare il passaggio al collettivismo idealista del kibbuz? Né ha scritto che per  tassare i soli ricchi, compresi gli intellettuali di Capalbio, occorrerebbe quel maremoto politico che terrorizzerebbe il miliardario editore e lei stessa. E’ pronta a sborsare a favore di Sulcis Alcoa Fincantieri Irisbus Termini Imerese?

A.M.Calderazzi

IL CORO DEI PAROLIBERI

Le ‘parole in libertà’ furono una delle conquiste del Futurismo (=giustapporre sostantivi aggettivi avverbi secondo principi extra-sintattici). ‘Paroliberi’ furono gli scrittori e i poeti che utilizzarono la libertà conseguita dal Movimento. E paroliberi, ma insinceri, sono coloro -dalle casalinghe democratiche che inviano sms solidali ai marciatori su Roma con gli striscioni del Sulcis, all’Uomo del Colle che si è detto tutto dalla parte degli elmetti minerari: senza menzionare le circostanze che vietano di tenere in esercizio una miniera che aveva senso ai tempi dell’autarchia. E senza menzionare che la collettività ha sopportato per decenni l’onere di una produzione antieconomica. La Regione Sardegna, proprietaria al 100% dell’impianto, non ce la fa più; lo Stato ha altri obblighi verso 60 milioni di persone. Paroliberi sono quanti argomentano a favore del carbone e dell’alluminio sardo, delle auto di Pomigliano e di Torino, dell’acciaio di Taranto, di ogni altra attività in perdita o  produttrice di patologie. La collettività ha l’obbligo di dare del pane a tutti i bisognosi, non quello di difendere il benessere e il consumismo.

Le parole in libertà preferite sono ‘diritto al lavoro’, ‘dignità’, ‘non molleremo’, ‘il governo si assuma  le sue responsabilità’, ‘salvare il know how e le eccellenze’, ‘adottare una politica industriale’. Dietro tutte è il concetto più parolibero di tutti: il contribuente paghi più tasse per garantire i nostri stipendi. Belluini lottatori sindacali fanno asserzioni ancora più irragionevoli, tipo “Ciò che abbiamo lo dobbiamo alle lotte, perciò lottiamo ad oltranza”. Naturalmente i paroliberi dimenticano che in Gran Bretagna, madre della rivoluzione industriale che andava a carbone, i minatori sono scesi dal mezzo milione di prima della Thatcher ai diecimila di oggi. Che l’alluminio si produce dove l’energia costa poco. Che se l’Enel volesse dire sì al Sulcis dovrebbe dire no a un altro territorio italiano. Che le regole dell’Europa vietano gli aiuti di Stato (acquisti di favore, prezzi politici): infatti Bruxelles ha mosso contro Roma numerose procedure d’infrazione, una parte delle quali ci sono costate pesantemente.

In realtà un paese come il nostro deve convincersi d’essersi industrializzato troppo e in parte artificialmente, per i congegni dell’elettoralismo e dell’indebitamento parossistico. Un paese come il nostro deve accettare una misura di deindustrializzazione. I grandi impianti produttivi sorti nel Sud, in Sardegna e altrove hanno fatto danni gravi, sono falliti o sono in pericolo. Meglio sarebbe stato puntare sul turismo, soprattutto quello culturale, sull’agricoltura, sulle ricche risorse eolica e solare, sull’economia verde. La U.S. Navy prevede di ricavare entro il 2020 il 50% dell’energia che consuma da fonti rinnovabili.

Così come stanno le cose, sono pochi gli investimenti concepibili col denaro pubblico: in primis a) un assegno di sopravvivenza a tutte le famiglie senza reddito, quindi anche ai minatori ; b) la demolizione di una parte dei capannoni che hanno assassinato il paesaggio; c) la ristrutturazione di edifici industriali e commerciali per farne abitazioni ipereconomiche e parzialmente comunitarie per i senza lavoro; d) qualche sostegno alle piccole iniziative associate dei disoccupati che intraprendano. Di difendere veri e propri salari, veri e propri stipendi, benefits e ottime pensioni si parlerà sempre meno.

Deindustrializzazione vuol dire meno job: infatti occorre accettare, non solo in Italia, la parziale regressione negli stenti che erano la norma ancora due generazioni fa. La globalizzazione non ci consente alternative. Ricordiamo che molte crisi industriali non sono nuove -in qualche caso hanno decenni- e sono crisi di sovracapacità produttiva. In qualche misura chi promette la crescita, oggi, mente. Le parole in libertà del Futurismo erano estrose e creative. Quelle dei supporter di Sulcis Ilva Alcoa Irisbus Termini Imerese sono tristi, incapaci non solo di convincere, anche di illudere.

Antonio Massimo Calderazzi