SVEZIA DOCET: l’INTEGRAZIONE E’ UNA CHIMERA

Doveva accadere, e comincia ad accadere. Le devastazioni nelle periferie di Stoccolma sono più impressionanti delle ribellioni nelle banlieues  nordafricane di Francia, della decapitazione di un guerriero britannico a Woolwich, degli assassinii di un ghanaese a Milano. Stoccolma è il posto del mondo dove nulla di tutto ciò ‘poteva’ accadere. E’ il polo planetario del progressismo generoso, invaghito dei non bianchi e delle loro ragioni contro i colonialisti. La Svezia non ha mai avuto sudditi coloniali: tali non erano le genti sottomesse nel lontano passato sulle rive del Baltico. Stoccolma era la polarità perfettamente opposta alle capitali  del colonialismo.

E adesso? Adesso risulta crudele la falsità/vacuità degli assiomi che imperversano da tempo: che non spalancare le porte è razzismo; che le società industrializzate hanno bisogno di immigrati da ogni continente; che questi ultimi, anche se clandestini, nullatenenti e sconosciuti al fisco, finanziano le pensioni ai locali e salvano l”Occidente dall’anemia demografica; che senza importazioni di manovali, badanti e portinai si rimane  senza forze e la vita si spegne; che integrando gli immigrati si consegue un arricchimento culturale; più ancora, che l’integrazione è possibile; che infine nelle banlieues francesi e negli slums americani, britannici ed europei nasce una società migliore perché multietnica.

Dicono i propalatori di ubbie bugiarde che l’errore è segregare gli immigrati, anche se clandestini. Come se la segregazione la facessero solo gli uomini (cattivi) e non le cose. Gli immigrati  dal sud arrivano miserabili e fuorilegge. Quando trovano un lavoro, dove possono insediarsi se non nei quartieri straccioni? Non possono fare scelte più amabili, e intanto là dove arrivano, gli abitanti  locali, se appena possono, scappano; ciò che abbandonano diventa slum di miserabili.

Perfettamente assurdo è sostenere, come un paio d’anni fa fece enfaticamente alla radio un giornalista rinomato quale G.A.Stella- che il segreto per scongiurare la concentrazione degli immigrati di colore è “sparpagliarli, sparpagliarli!” nelle metropoli. Sparpagliarli, cioè toglierli dai contesti sottoproletari e degradati, insediarli in quelli rispettabili e gradevoli. Stella non accennava a chi avrebbe pagato. Beninteso non pretendeva per i nuovi venuti i Parioli, la Collina torinese o il Quadrilatero della moda milanese. Intendeva i rioni rispettabili abitati dalla piccola borghesia e dagli operai di fascia alta. Sorvolava che qui i valori immobiliari e gli affitti sono multipli di quelli delle zone povere. Forse intimava alla collettività di pagare per promuovere alcuni milioni dallo status di pezzenti a quello di condomini o inquilini degli stabili che costano un multiplo delle quotazioni delle banlieues. Inoltre né un primo ministro, né il più autorevole dei sindaci avrebbe il potere, i fondi o la voglia per ingiungere ai quartieri buoni di accogliere i più poveri e i più ignoranti di tutti, siano essi appena sbarcati dall’Africa oppure cittadini da due generazioni. Un’integrazione così non è mai avvenuta, in nessun luogo del pianeta e in nessun tempo della storia. I più miserabili hanno sempre abitato i tuguri delle suburre di tutte le città del mondo. Per traslocare nelle aree decent occorre che il sottoproletariato si faccia almeno piccolo ceto medio.

La verità è un’altra. Integrare gli immigrati poveri è impossibile. E’ quasi impossibile persino migliorarne alquanto la condizione. La Svezia aperta, tollerante e radical ha fatto in quest’ultimo senso più di ogni altro paese. E’ stato osservato che gli immigrati delle banlieues scandinave “vivono quasi tutti di sussidi”. Eppure i quartieri poveri scandinavi (anche la Norvegia pullula di immigrati) esplodono. Dove più dove meno i rivoltosi non distruggono solo le vetrine dei negozi e le automobili di chi non ha il garage, ma anche le cose date loro per migliorargli la vita:  gli autobus e le scuole per cominciare. E’ bastata una crisi occupazionale, in Svezia non catastrofica, per far insorgere i disagiati. In casi del genere si usa parlare di ‘rabbia’. Ma la rabbia presuppone l’appartenenza e le aspettative che ne derivano. Gli immigrati, mancando di appartenenza, non hanno diritto alla rabbia. Possono solo sperare nel buon cuore altrui. Hanno sì il ‘diritto’ di esercitare la violenza: se riescono. Le minoranze povere sono discriminate e infelici anche negli Stati Uniti, dove un mezzo superuomo nero siede alla Casa Bianca.

Il problema dell’integrazione non sarà risolto mai. Per restare all’Europa,

essa dovrà chiudere le frontiere e le coste, al tempo stesso facilitando con indennizzi (tali da non poter essere rifiutati) le espulsioni dei clandestini e i rimpatri volontari dei regolari. Più ancora, l’Europa dovrà aprire un proprio piano Marshall: aiuti importanti (in patria) ai poveri di quella parte del Terzo Mondo che manda le masse umane più ingenti.  Saranno necessarie risorse tali da configurarsi come vera e propria condivisione della ricchezza europea. A differenza del primo piano Marshall, le risorse non dovranno essere assegnate ai governi locali: le dilapiderebbero criminosamente. Dovranno essere distribuite fisicamente ai bisognosi, sotto la protezione di contingenti armati dell’Europa. Ritorno del colonialismo? Sì, se si vuole il bene delle popolazioni. Molti governi locali si opporranno nel nome della loro indipendenza sovrana: ma una vasta offensiva di informazione multimediale farà consapevoli le popolazioni dell’egoismo dei loro gruppi di potere e malaffare. Inoltre si informeranno gli aspiranti immigrati che  la loro sorte quali clandestini in Europa -di regolari dovranno essercene sempre meno- sarà peggiore che in patria. Al meglio saranno schiavi senza catene.

Per gli immigrati regolari più colpiti dalla crisi e dalla discriminazione occorreranno modalità collettive tipo villaggi e campi di raccolta che assicurino vitto, alloggio, sanità di base e scuola in cambio di qualche prestazione lavorativa parzialmente retribuita. Chi non accetterà, sia aiutato a rimpatriare.

Per gli immigrati clandestini si imporranno campi di lavoro coatto nei quali il trattamento sia il più umano possibile ma fermo. Tutto ciò avrà per noi costi molto alti: pagheremo l’errore di avere importato miserabili fingendo fratellanza, in realtà per disporre di badanti, persone di servizio e manovali a basso prezzo (persone tutte di cui pochi anni fa ci eravamo abituati a non disporre). Ciò non piacerà alle anime belle che proclamano ‘nessuno è straniero’. Ma la prospettiva dell’integrazione è una fata Morgana: Svezia docet.

Antonio Massimo Calderazzi

SIAMO I PIU’ RICCHI, MA ALLORA…

Per capirci meglio

Non so se qualche economista abbia commentato ed eventualmente confutato la notizia apparsa sul “Corriere della sera” il 12 febbraio scorso sotto il sensazionale titolo “Il Nord? Più ricco della Svezia”. Si tratterebbe del Norditalia, o meglio dell’Italia senza il Meridione il cui PIL pro capite in parità di potere d’acquisto (PIL-PPA) sarebbe di pochissimo inferiore a quello del maggiore paese scandinavo e addirittura superiore ad esso, non si capisce bene in virtù di quale magìa statistica, per il Nord-Ovest e il Nord-Est presi singolarmente. Ancor più indietro rispetto all’insospettato Bengodi si troverebbero naturalmente Gran Bretagna, Germania e Francia, il cui distacco aumenterebbe ulteriormente conteggiando il PIL pro capite tout court.

E’ il caso di brindare a questo ennesimo miracolo nazionale benché stavolta solo regionale? Non proprio, perché, appunto, viene confermato il divario tra Nord e Sud, anche se nonostante l’handicap di quest’ultimo il PIL-PPA dell’Italia nel suo complesso (25. 800 euro) risulterebbe non troppo lontano da quello della Francia (27 mila euro). C’è comunque di che sobbalzare e sgranare gli occhi, i nostri occhi abituati a vedere realtà diverse da ciò che dicono le suddette cifre così come le orecchie sentono da sempre ben altra musica.

Come credere, oltre a tutto, che ci avvantaggi in modo particolare il PIL-PPA quando si sa (lo si ripete continuamente) che le nostre retribuzioni sono tra le più basse in Europa ovvero la metà di quelle tedesche mentre in Germania le abitazioni costano parecchio di meno e in Francia si mangia più a buon mercato? E come si spiegherebbe, se le suddette cifre dicessero la pura verità, che gli italiani sia pure in generale risultano tra i meno soddisfatti del proprio paese? Secondo un sondaggio pubblicato sempre dal “Corriere” in dicembre, infatti, lo sarebbe solo il 16% della popolazione, oltre la metà meno dei tedeschi e nettamente meno di francesi e spagnoli.

Eppure, sembrerebbe garantita l’attendibilità di cifre Eurostat (l’Ufficio statistico della Commissione europea) analizzate da Marco Fortis della Fondazione Edison e assunte come base del piano di crescita che il ministro Tremonti presenterà alla UE in aprile. Cifre che, semmai, potrebbero essere persino inferiori al vero se si tiene conto della larga parte nera o comunque sommersa dell’economia nazionale, della conseguente, massiccia evasione fiscale e della scarsissima attendibilità, questa sì, delle dichiarazioni dei redditi di numerose categorie di contribuenti prese per buone dal fisco e dalle statistiche ufficiali.

Tanto più allora, la conclusione potrebbe essere una sola, tenendo altresì conto che la ricca Lombardia, ad esempio, presenta svariati aspetti (trasporti pubblici, nettezza urbana, condizioni delle strade e delle scuole, stato di certe periferie, ecc.) più facilmente rintracciabili nel terzo mondo che in Svezia, Svizzera o Ile de France. La ricchezza, assoluta o relativa, cioè, sarà anche grande, ma viene malissimo utilizzata quanto meno a livello pubblico (senza dimenticare peraltro le responsabilità anche private) per colpa di una classe dirigente e di apparati amministrativi inetti e/o corrotti. Si rimedierà col “federalismo”? Tocchiamo ferro.

Nemesio Morlacchi