DIALOGO SULLA GUERRA E SULLA PACE

Le tre persone che qui conversano, Candido, Cinico, Celestina, pensano, come quasi tutti i viventi, che un conflitto armato fra popoli e nazioni sia un avvenimento eccezionale. E pensano questo malgrado nei libri di storia che hanno letti i periodi di pace vengano inquadrati come poco più che intervalli fra una guerra e l’altra. C’è una storia nera e una storia bianca. E la prima, che occupa tanti anni meno, è tanto più narrata e tanto più estesa della seconda. Anche la storia bianca è zeppa di avvenimenti significativi e determinanti, e sarebbe anche possibile ricondurre ad essi le truci vicende della storia nera. Dovendo stabilire delle dipendenze si potrebbe concludere che la nera dipende dalla bianca assai più che questa da quella. Si fanno le guerre in conseguenza della pace che c’era assai più che non si faccia la pace in base alla guerra che l’ha preceduta.

“Candido”. Delle guerre si parla tanto, nella storia come nei romanzi, perché una guerra la si deve giustificare; e la giustificazione si fa in parole, che si sentono, si vedono, e non possono restare nel privato. Le guerre non si giustificano da sole. Chi va in giro con elmo e corazza ha da dire perché, diversamente dal civile che, straccione o elegante, non è tenuto a dir niente a nessuno. E se anche è un guerriero dei tempi moderni, con le sue tute a macchia e quei bizzarri segnetti, o patacche, dovunque, ha un bel dire che servono a mimetizzarlo; lo si nota molto di più.
“Celestina”. Quei tipi alteri, quel vestire insolito, alle donne fanno impressione. C’è anche, o forse c’era, più di oggi, un’eleganza militare. Quelli alti in grado dovevano far impressione, con bandoliere, coccarde, pennacchi. Dai marescialli di Napoleone a oggi, è stato tutto un semplificare.

“Cinico”. Ma non sarà stato per far impressione alle donne che ci si vestiva in quel modo. Bisognava farsi riconoscere dai sottoposti, dai soldati, i quali in battaglia potevano sbandarsi se non vedevano il superiore. C’era sempre un problema di visibilità. Il diplomatico può anche nascondersi, ma il guerriero deve farsi vedere. Lo si vede oggi anche in certe divise di certi corpi speciali. La divisa ha sempre fatto eleganza.

“Celestina”. Se però non la usi. Se sei stato in battaglia e torni a casa tutto sporco e magari anche di sangue, magari anche non del tuo sangue, non mi direte che fa un bel vedere. Ma così conciati non si fanno vedere mai. Li vedono soltanto le crocerossine.

“Candido”. Il sangue, il sangue, è proprio questo che eccita! È il “segno rosso del coraggio”, così si è detto. Ma noi sappiamo anche che è il segno rosso della morte, del dolore, della sfortuna.
“Cinico”. Sangue, sangue, sangue! E violenze, e distruzioni, e crudeltà! Tutto questo eccita, e fa sentire al centro di quello che è successo. “Una notte di Parigi rimedierà a tutto questo”, sembra abbia detto Napoleone per un momento esitante. E anche il cinico Mussolini ebbe a dire che aveva bisogno di cinquantamila morti per contare qualcosa al tavolo della pace. Dunque i morti si rimediano, o rendono, per certi tipi!

“Celestina”. Che le guerre siano violenza e crudeltà, che distruggano e impoveriscano anche i vincitori lo sanno tutti. Ma io, donna, mi chiedo “perché non se lo dicono”, i signori maschi che fanno le guerre.

“Candido”. Non se lo dicono perché molte volte non sanno immaginarsi qualcosa di diverso. E d’altra parte, quando compare uno come Hitler, che cosa vuoi fare?

“Celestina”. Se un popolo si sente superiore non troverà qualcuno che gli spiega che questa superiorità se davvero esiste, finisce per affermarsi? Furono i Greci vinti che conquistarono i Romani! Le guerre sono una scorciatoia, uno di quei sentieri che ti fanno scivolare nel fosso. La pace, la pace, è la strada maestra. Ascoltate noi donne, che non siamo gente di guerra.

“Cinico”. In questo mi piace dire che noi italiani siamo stati maestri. Passato il medio evo, passato il quattrocento, abbiamo esportato la nostra civiltà senza farla precedere da armati. Gli italiani sanno far tante cose, ma non la guerra! Così la pensava anche Churchill!

“Celestina”. Hai ragione. Anche i nostri condottieri erano più bravi a trattare che a vincere. Andrea Doria, grande ammiraglio genovese, faceva capire che avrebbe potuto vincere, ma poi trattava. Non aveva, come Napoleone, la passione della vittoria. E quando hai ben ben vinto, che fai? Ti trovi con il vinto da mantenere!

“Candido”. A molti piace fare la faccia feroce. E dopo non son più capaci di tornare quello che erano prima.

“Cinico”. E invece proprio di aver fatto la faccia feroce dovrebbero vergognarsi. Ma c’è questo culto della cattiveria, che io non comprendo. I cattivi diventano eroi. Del troiano Ettore, eroe degli eroi, non si dice che prima di sacrificarsi al suo destino ne aveva accoppati tanti, soldati e forse anche non. Se poi è stato ucciso lui pure, sarebbe da dire che ha avuto in fondo quel che si meritava. La stessa cosa io direi per Achille.

“Celestina”. Tutti maschiacci, non son questi che piacciono a noi.

“Cinico”. Gente che la guerra, prima di farla, se la inventa. Io non sono uno che ama la violenza perché la violenza sarebbe sincera. Non esiste una violenza sincera. C’è sempre la menzogna che viaggia con lei. Ho scoperto che già i re assiri giustificavano la guerra. La presentavano come un comando di Dio. Al quale poi rendevano conto con delle lettere, che erano cosa molto simile ai bollettini ufficiali delle guerre moderne, redatti per informare il popolo. Al quale veramente quel che era davvero accaduto non si poteva dire, o andava travisato; le famose “ritirate strategiche” dei bollettini tedeschi. Bisognava figurar bene con il dio che ti aveva mandato ad uccidere, non diversamente che ai popoli, sedicenti che ti hanno mandato.

“Celestina”. Già “menteur comme un bullettin” si diceva in Francia. E anche reticente; la reticenza è menzogna?

“Cinico”. Io direi di sì, se taci qualcosa che avresti il dovere di dire. Chi ha deciso una guerra non lo può certo dire. Deve presentarsi come uno che fa qualcosa che non potrebbe non fare. Ma poiché son decisioni che non si possono tenere nascoste, perché una guerra segreta non è possibile, una ragione ci vuole. I re, forse, non ne avevano bisogno, come quel Federico II di Prussia: “quando muovo i miei eserciti, il popolo non se ne deve accorgere”. Già, ma ne avrà pur subito le conseguenze! Perché la prima menzogna è quella sui costi, e quelli li pagano tutti.

“Celestina”. Si racconta della prima guerra mondiale italiana la presa di Gorizia, sottratta agli austriaci dopo lunghi e sanguinosi combattimenti. Ma non si racconta di quell’ufficiale italiano che vide un’anziana donna piangente e si prese l’iniziativa di redarguirla:

– Ma come, lei non partecipa al generale contento?
– Vede quel mucchio di mattoni e di pietre? Era la mia casa.
– Ma signora, ne faremo una di più nuova e più bella.
– E’ che sotto a quei mattoni, a quelle pietre, c’è sepolto mio figlio; e io dovrei gioire che siete arrivati voi?

Non si sa che cosa abbia risposto l’ufficiale, ma c’è da augurarsi abbia avuto la dignità di non farsi più vedere.

“Candido”. Il punto è che di una guerra non si dice mai tutto.

“Cinico”. Reticenza e menzogna. Reticenza su quello che accade, menzogna sui propositi che l’hanno fatto accadere. E tanta censura, per noi e sugli altri. La censura segue la menzogna, naturalmente, perché poi bisogna essere coerenti. Oppure è la menzogna che rende necessaria la censura.

“Candido”. L’una cosa e anche l’altra. E’ a cominciare dalle intenzioni che bisogna mentire. C’è sempre qualcuno che tira il primo colpo. Ma non vorrà mai dire che è stato lui. Fu l’artiglieria austriaca, tirando su Belgrado, che diede inizio alla prima guerra mondiale. Ma a quell’iniziativa ci si disse costretti, per difendere la dignità dell’impero dalle provocazioni di un piccolo popolo. Provocazioni che non furono mai dimostrate, come si dovette riconoscere che di armi non riconosciute non ne furono trovate in Iraq.

“Cinico”. Si inventa qualcosa che ha preceduto la tua decisione.

“Candido”. Bisogna rispondere alla domanda “perché”? Le risposte son di due tipi: Uno: “è successo qualcosa che mi ha ‘costretto’ a sparare”. Due: “se l’ho fatto avevo le mie buone ragioni”. Cause e ragioni si alternano, ma sono diverse, molto diverse l’una dall’altra.

“Cinico e Celestina”. ??? spiegati meglio.

“Candido”. Quando invoca una causa , uno si presenta come passivo. Se proprio non è come il lampo, che succede al tuono perché sono la stessa cosa, è un poco come bagnarsi quando piove e non si ha l’ombrello. La pioggia è la causa e tu con i tuoi vestiti bagnati siete l’effetto. L’azione compiuta diventa un fatto naturale, necessario.

“Cinico e Celestina”. Continua.

“Candido”. Quando presentarsi come determinati non è possibile, allora si invoca una ragione: “perdevo la faccia, non sarei più stato io se non avessi deciso di sparare”.

“Cinico e Celestina”. Che cosa significa “non sono più io”?

“Candido”. Significa che io mi sono fatto corrispondere a talune regole, o valori, non rispettando i quali non esisto nemmeno più; non sono più riconoscibile, non sono più io; io stesso non mi riconosco più. E ognuno ha bisogno di riconoscersi.

“Cinico”. Ma qui bisogna stare attenti, perché uno queste cose se le può anche inventare.

“Candido”. Ma poi se ne dimentica, e ci rimane attaccato come fossero sempre esistite prima di lui.

“Celestina”. Ma ci sarà ben qualcosa.

“Cinico”. Il guaio è che non lo sappiamo. Il sacro si traveste, è sempre un’altra cosa che ti viene incontro. E’ sempre un’altra cosa che si presenta al tuo animo.

“Celestina”. Proprio sempre sempre? Io non dispero.

“Cinico”. C’è anche una violenza individuale, fra persone singole, e questa riesce a nascondersi. Ma quando diventa pubblica, collettiva, la violenza non si può nascondere. Allora si deve giustificare. O anche, e questa è la situazione più difficile, travestire. Per esempio si traveste da eroismo, che è già qualcosa di cui ci si può vantare. Ma io vorrei sapere che eroismo c’è a montare su di un aereo carico di bombe e lasciarle cadere su di un villaggio pieno di supposti guerriglieri; semmai son quelli gli eroi. Dopo che è venuta fuori l’artiglieria era questa che faceva più danni; ma gli artiglieri eran quelli che rischiavano di meno, perché restavano indietro. Un altro bel travestimento è il sacrificio, altra parola positiva. Poi c’è il rischio. Chi rischia e si sacrifica diventa un eroe, a spese di altri, quasi sempre. Avevano ragione i fantaccini della prima guerra mondiale, che non amavano quelli che gli arrivava la medaglia; loro morivano e il capitano si prendeva la medaglia. Aggiungiamoci anche il dovere, la solidarietà e altre cose. Tutti travestimenti.

“Celestina”. Queste belle cose, e altre ancora, son fatte per quelli che non combattono, per le donne ad esempio. E se quelli che combattono avessero il coraggio di disertare farebbero un servizio a tutti. Potrà sembrare una provocazione, ma io darei un premio ai disertori. O comunque li lascerei in pace, come accade a quelli che si chiamano “obiettori”.

“Candido”. Questa sì che è un’idea brillante. Ma come la si concilia con tutto il discorso “la Patria chiama”, “il dovere impone” e cose simili?

“Cinico”. E’ appunto sul clima guerrafondaio, così penso si possa dire, che vorrei soffermarmi. A tutti quelli che in guerra non andavano, ma si chiedeva che fossero d’accordo, si rendeva più omaggio qualche guerra fa, che non nelle recentissime. Sono spariti i bollettini di guerra. Perché non ci vien detto niente di ufficiale su ciò che accade in Afghanistan, in Libia e in tanti altri luoghi?

“Celestina”. Ah! Questa sarebbe bella!

“Candido”. Le guerre di oggi son camuffate da operazioni di polizia. E la polizia non dà bollettini, semmai riferisce alla magistratura, secondo certe regole; perlopiù a cose fatte. Ma il poliziotto che insegue un malfattore non può accopparlo lui direttamente; è soltanto autorizzato ad acciuffarlo. Ma queste di oggi son guerre senza prigionieri! Si ammazza e basta.

“Cinico”. Fra le spiegazioni-giustificazioni delle quali abbiamo detto mi viene alla mente un caso particolare, che conseguenze gravissime. E’ quando si invoca una causa che non è accaduta ma si dà per certo, per scontato, che accadrà. E’ una causa possibile, data per necessaria e inevitabile. Questo atteggiamento è all’origine delle “corse al riarmo”, come vengono chiamate. Il mio vicino costruisce navi corazzate, si arricchisce di mitragliatrici e cannoni. Finirà con l’usarle, e contro di me. Allora devo essere pronto, con più corazzate, più canoni ecc. Così si è arrivati a primo conflitto mondiale, fra Germania e Inghilterra. Invece con la “guerra fredda” fra URSS e Stati Uniti uno dei due ha mollato. E così siamo tornati alla guerre locali.

“Candido”. Ma questa mania del riarmo alcune guerre, guerre locali, le ha fatte succedere. Dove si provano queste armi? Non possiamo con il grosso? Proviamo sul piccolo, vedi Vietnam, Corea, Etiopia e tante altre. Così si fanno anche soldi, perché naturalmente ai minori, ai poveri, le armi si vendono.

“Cinico”. E’ così che nascono le cosiddette “guerre legali”. Son quelle guerre che si dice di fare a vantaggio di coloro che le subiscono. Ad esempio la repressione del brigantaggio dopo l’unità d’Italia, che fu più sanguinosa delle guerre che l’avevano preceduta; ma era sangue “impuro”, sangue di fuorilegge.

“Celestina”. Le armi, gli aerei da combattimento e simili invecchiano, più rapidamente di ogni altro prodotto industriale. Però non si possono buttare, sono costati molto. E allora contro chi usarli, se non chi ne ha altri ancora più vecchi? I fucili dei briganti sparavano male, al confronto con quelli dell’esercito regolare.

“Candido”. E’ certa una cosa, che se questa storia della corsa alle armi venisse a cessare si risparmierebbero tanti soldi, da usare per l’umanità. Ci deve essere qualcosa di sbagliato in queste guerre di polizia. A proposito, il famigerato Pol Pot l’ha acchiappato qualcuno?

“Cinico”. Più che acchiapparli, isolarli si dovrebbe, fargli il vuoto attorno. Far capire alla gente che nessuna causa, anche buona, può servirsi di mezzi cattivi. Un’umanità civile è quella che sostiene le proprie cause con mezzi che consentono il rifiuto, che sono la parola, il denaro, il confronto, la persuasione. La violenza è una scorciatoia che squalifica e fa danni subito, rimandando i risultati; quando hanno capito questo anche le Chiese sono diventate non violente; non è bruciando gli eretici che si combattono le eresie.

“Candido”. La corsa agli armamenti è micidiale perché fa sentire costretti quando invece si ha scelto. L’altro ha un cannone più di te? Lascia che sua lui a tenerselo pulito. A che cosa ha servito la famosa Grosse Berte (il cannone tedesco che arrivava fino a Parigi nella prima guerra mondiale)?

Che cosa c’era nel suo passato? E’ spesso così, nelle cose germaniche; non si sa mai che passato abbiano. Non basta l’artiglieria a vincere le guerre; ci vuole la volontà degli artiglieri. A Caporetto i cannoni italiani c’erano, ma non hanno sparato; e la spiegazione c’è, ma si dovrebbe avere il coraggio di andare a cercarla nel posto giusto, nell’animo dei comandanti e degli artiglieri.

“Celestina”. Avere più armi può essere utile a far ammazzare più gente. Ma quando la mattanza è finita, restano le baionette; e su queste non ti puoi sedere. E alla fine il vincitore è quello che ti ha messo un cuscino sotto il sedere.

“Cinico”. E’ così che nascono le cosiddette “guerre contro l’altro, ma ad uso interno”. Servono a militarizzare la nazione, e la nuova disciplina militare si rimangia tutti i diritti civili faticosamente conquistati e dolorosamente concessi. L’operaio in divisa non sciopera più. Il soldato deve soltanto “krepieren”, come fa dire il soldato Sc’veik al maresciallo austriaco Conrad. Ecco un bel tema per la prossima volta.

Paolo Facchi

DALLA PRIMA ALLA SECONDA REPUBBLICA

A rischio il consuntivo dei 150 anni

Dei 150 anni finora trascorsi dall’unificazione dell’Italia in uno Stato nazionale indipendente la prima metà abbondante sfociò nella catastrofe materiale e morale del secondo conflitto mondiale, la cui responsabilità ricade sul regime fascista generato dalla precedente “grande guerra” (vedi in proposito l’Internauta di luglio-agosto). Altri conflitti pur meno immani, partecipati o ingaggiati dal giovane Stato, già avevano contribuito non poco a turbarne più o meno gravemente la vita. Si può ben dire quindi che dalla cessazione di impegni bellici per di più prevalentemente fallimentari sul piano militare potevano derivare solo vantaggi, anche se i fallimenti erano a loro volta attribuibili almeno in parte a carenze di quello che oggi si chiama sistema-paese.

Non sembra comunque un caso che i progressi maggiori, veri e propri salti di qualità e conquiste storiche, come il raggiungimento di un relativo benessere e l’eliminazione dell’analfabetismo, siano stati compiuti nel periodo posteriore al 1945, caratterizzato da una lunga pace sul fronte esterno benché resa precaria e persino “calda” dalla cosiddetta guerra fredda tra Est e Ovest con annessa e costante minaccia di un apocalittico conflitto termonucleare. Questo stesso contesto internazionale, come sappiamo, era così fortemente condizionante da scoraggiare qualsiasi iniziativa e tentazione bellica anche a carattere locale o comunque limitato, che tornarono infatti ad agitare la scena europea (altrove non vi fu stasi) solo dopo la fine di quell’epocale confronto.

Altri risvolti favorevoli di un simile contesto si ritrovano nell’interesse degli Stati Uniti, leader dello schieramento occidentale, a rafforzare sotto ogni aspetto i paesi alleati, compresi quelli appena vinti in guerra, per meglio fronteggiare insieme la sfida del mondo comunista, e nell’interesse degli stessi alleati a stringere i loro legami al medesimo scopo. L’Italia potè così fruire prima degli aiuti economici e finanziari americani dispensati nel quadro del Piano Marshall ai fini della ricostruzione post-bellica e del decollo del proprio sviluppo, e poi dei molteplici vantaggi ricavati dalla partecipazione al processo di integrazione economica dell’Europa occidentale.

Non va inoltre dimenticato che in Italia, come in tutto l’Occidente, la suddetta sfida giocò un ruolo tutt’altro che secondario nel rafforzare la spinta a promuovere, insieme allo sviluppo economico, anche adeguate soluzioni dei problemi spesso gravi di giustizia sociale per non lasciare fianchi troppo scoperti alla contestazione e agli allettamenti del grande avversario politico e ideologico, reso tanto più temibile dalla potenza militare dell’Unione Sovietica almeno fino a quando le molteplici pecche del “primo Stato socialista del mondo” non divennero sempre più evidenti anche agli occhi di chi soggiaceva più ciecamente al suo fascino.

In Italia, anzi, questo fattore fece sentire il suo peso più che altrove data la complessiva, maggiore arretratezza e fragilità rispetto ai paesi con i quali essa generalmente si confrontava e si confronta, con conseguente e imponente presenza di quello che diventò e rimase per decenni il maggiore partito comunista del mondo occidentale. Naturalmente, e per contro, ciò conferiva una particolare asprezza alla dialettica politica interna, che rischiò infatti a più riprese, soprattutto nella fase iniziale del dopoguerra, di sconfinare in scontro aperto, al limite in una nuova guerra civile.

Se questo pericolo, tuttavia, fu scongiurato, lo si dovette non soltanto agli oggettivi condizionamenti di cui sopra ma anche alla capacità dimostrata dai capi degli opposti schieramenti di padroneggiare una problematica così ardua con senso di responsabilità, reciproca moderazione al di là delle violenze polemiche e una disponibilità al compromesso anche costruttivo, quando necessario, come nel caso della Costituzione democratica e repubblicana del 1947-48. La lezione di De Gasperi e Togliatti, in qualche modo emuli, nella fase più difficile, di Giolitti e Turati mezzo secolo prima, non venne dimenticata e fu semmai ulteriormente sviluppata dai rispettivi successori, però in forme e con percorsi più tortuosi ed ambigui, anche a causa della comparsa di un’aspirante terza forza rappresentata dal partito socialista di Craxi.

Il grande compromesso storico preconizzato da Gramsci e rilanciato in qualche modo da Berlinguer verso la fine degli anni ’70 non giunse comunque mai in porto anche perché se ne sentiva sempre meno il bisogno, in un contesto internazionale ormai avviato a cambiare radicalmente. Il tracollo finale del blocco orientale ebbe il duplice effetto di minare sia le fondamenta quanto meno storiche dell’egemonia democristiana sul vittorioso schieramento anticomunista sia la consistenza e il credito di un’alternativa comunista quantunque riveduta e corretta. La susseguente crociata anticorruzione di Mani pulite spazzò via il PSI e mise in ginocchio la DC fino a frantumarla ma non bastò a consegnare il potere alla sinistra, vecchia o nuova che fosse.

Nata dunque da una duplice scossa tellurica e mai riuscita poi a liberarsi da una cronica instabilità e sostanziale inconcludenza, la cosiddetta seconda repubblica doveva in realtà scontare l’eredità per molti aspetti pesante della prima oltre alle svariate asperità del nuovo ordine internazionale e, naturalmente, alle proprie carenze congenite o sopravvenute in aggiunta a tradizionali difetti o vere e proprie tare nazionali.

Difficile dire se nel bilancio consuntivo della classe politica che gestì la prima repubblica prevalsero i meriti oppure i demeriti. In testa ai primi campeggia quello di aver saputo guidare il paese in un processo di crescita senza precedenti in ogni settore malgrado la profonda spaccatura politico-ideologica della sua anima. Ma non meno meritorie furono la conduzione di una politica estera tendenzialmente equilibrata ed aperta pur nel quadro dell’appartenenza all’alleanza atlantica, la graduale benché a tratti estremamente contrastata acquisizione al gioco democratico anche della rappresentanza solo inizialmente modesta dei nostalgici del fascismo e, a cura delle intere maggioranze governative, la preservazione della laicità dello Stato malgrado la professione cattolica del partito dominante.

In campo economico, tuttavia, la crescita procedette con slancio solo finchè propiziata, insieme agli altri fattori esterni già menzionati, dal basso prezzo di una fonte energetica essenziale come il petrolio. Tenuto conto delle ingenti accise imposte sulla sua commercializzazione, non si mancò di ironizzare sulla repubblica fondata su di esso, anziché sul lavoro come voleva la Costituzione. Non a caso i dolori cominciarono negli anni ’70, quando il mondo dovette subire due crisi consecutive provocate da bruschi rincari dell’”oro nero”.

L’Italia, in particolare, le scontò con un sensibile rallentamento della crescita e il divampare di un’inflazione che giunse a superare il 20%. A smorzarla concorsero in seguito soprattutto ulteriori mutamenti esterni, che non bastarono però ad impedire un nuovo e più duraturo sbandamento, mai veramente combattuto e perciò via via aggravatosi: l’accumulazione di un gigantesco indebitamento pubblico, senza uguali tra i grandi paesi più avanzati con la sola eccezione del Giappone. Sulla scia di una crisi planetaria di cui ancora non si intravede l’esaurimento, esso fa incombere addirittura lo spettro della bancarotta di Stato.

L’aumento delle difficoltà economiche frenò, comprensibilmente ma forse non del tutto inevitabilmente, la riduzione del divario tra Nord e Sud, inizialmente agevolata dalla massiccia emigrazione interna dalle terre meridionali in concomitanza con l’imponente attività della Cassa del Mezzogiorno, uno strumento concettualmente appropriato per promuovere lo sviluppo ma usato con criteri e finalità specifiche (come l’industrializzazione indiscriminata) per lo meno discutibili quando non inficiati dal clientelismo sistematico, dalla corruzione e dai compromessi con la criminalità organizzata.

Col passare del tempo il processo si arrestò e addirittura si invertì, mentre crebbero parallelamente i traffici delle mafie, il loro controllo sul territorio e la protervia della loro sfida ad uno Stato troppo spesso, come minimo, tollerante, assente o imbelle. Da ultimo, il complessivo aggravamento della questione meridionale contribuì alla comparsa di una questione settentrionale, sollevata da una Lega nord ondeggiante tra autonomismo e separatismo ma comunque lanciata a colmare in qualche misura il vuoto lasciato dalla DC.

Un altro antico male nazionale, l’evasione fiscale, dilagata anch’essa di pari passo con la crescita economica e mai programmaticamente combattuta come del resto la corruzione, è ovviamente divenuto tanto più deleterio quando si è dovuti passare a difendere dalle successive crisi i progressi compiuti negli anni ’50 e ’60 e a parare la minaccia di ricadute all’indietro. E qui, per la verità, la classe politica, con tutte le sue manchevolezze, ha dovuto fare i conti con un paese forse complessivamente migliore di lei ma per certi aspetti o in certi momenti peggiore, al di là del fatto lapalissiano di averla espressa, ormai da molti decenni, libero da presenze e imposizioni straniere.

Quasi esplicitamente approvata dall’attuale presidente del Consiglio, l’evasione fiscale non suscita particolare scandalo presso l’italiano medio anche quando si lamentano sperequazioni tra le diverse categorie di contribuenti. Certo ne suscita meno che altrove, dove sarebbe difficile trovare equivalenti del vecchio adagio nazionale “piove, governo ladro”. Lo stesso vale, anzi vale ancor più per la corruzione, che vede l’Italia ai primissimi posti nell’Europa occidentale e che sembra attirare scarsa o nessuna attenzione anche da parte dell’opinione pubblica più o meno qualificata e dei media che denunciano quotidianamente gli inverosimili privilegi e l’insaziabilità della “casta”. E ciò mentre un paese come l’India, a proposito di caste, contro la corruzione inscena oggi una sollevazione popolare.

Si tratta di abiti ovvero storture mentali per le quali si possono trovare le più diverse spiegazioni più o meno persuasive, compresi un atavico fatalismo, la rassegnazione, il cinismo, ecc. Esistono però anche altre singolarità nazionali, ugualmente negative ma di tipo diverso se non opposto. Come spiegarsi il terrorismo di estrema sinistra scatenatosi negli anni ’70, sulla scia della contestazione giovanile del ’68, e protrattosi molto più a lungo ma soprattutto con dimensioni molto più ampie e con un bilancio di sangue molto superiore rispetto ad altri paesi occidentali? I suoi capi incitavano, invano, alla rivoluzione proletaria, proprio mentre il vituperato regime reazionario adottava uno Statuto dei lavoratori che innalzava la tutela dei loro diritti a livelli senza uguali, si scioperava sempre più senza freni, si voleva rendere il salario variabile indipendente e si discettava spesso su quello del tempo libero come un problema prioritario.

Non stupisce perciò la ricerca, peraltro vana, di ispirazioni e finalità del fenomeno diverse da quelle dichiarate, di mandanti nascosti e più o meno insospettabili; lo sforzo, insomma, di smascherare quelle “trame oscure” e quei complotti che in qualche altro caso, in effetti, furono anche appurati, ma quasi mai in misura del tutto esauriente e senza mai uscire da un clima morboso al limite della paranoia. La grande maggioranza del paese, in compenso, conservò nonostante tutto, come si usa dire, i nervi saldi, continuando anzi a dare ulteriori prove di multiforme e costruttiva vitalità e mostrandosi impermeabile alle suggestioni estremistiche di qualsiasi colore. Facilitò così la resistenza praticamente compatta e alla fine, se si vuole, vittoriosa che la classe politica riuscì ad opporre all’offensiva terroristica, pur con qualche dissenso al vertice in alcuni momenti culminanti come l’assassinio di Aldo Moro e malgrado il troppo tempo occorso per stroncarla.

Ancor più tempo dovette trascorrere, invece, affinché il governo potesse vantare successi di qualche rilievo nella repressione della criminalità organizzata. Una lotta, in verità, mai sembrata abbastanza risoluta e limpida in ogni sua fase ed aspetto (basti ricordare le ombre addensatesi sull’assassinio del generale Dalla Chiesa e dei giudici Falcone e Borsellino), e successi che mai sono parsi definitivi o anche solo tali da avvicinare la soluzione del problema. Il quale, già reso più complesso dall’apparente conversione delle mafie a pratiche più sfuggenti e sofisticate, più di recente si è semmai ampliato geograficamente, all’insegna dell’affarismo, con il loro insediamento in varie aree del Settentrione.

Confrontata anch’essa con questo autentico flagello nazionale come con gli altri, la seconda repubblica presenta un bilancio complessivo ancora provvisorio la cui voce più positiva è una pace interna pur sempre relativa ma comunque migliorata rispetto al passato ed anche in confronto ad altri paesi. Una pace, tuttavia, accompagnata da perduranti o nuove turbolenze e sulla quale soprattutto incombono una serie di minacce anche esterne. Nel ventennio a cavallo del cambio di secolo il successo più vistoso, del paese e dei suoi governanti, è stato il laborioso ingresso nella zona euro, benché vecchi vizi nazionali abbiano fatto sì che se ne sia largamente e impunemente approfittato per raddoppiare i prezzi.

L’adozione della moneta unica doveva aiutare a far quadrare i conti statali malgrado l’onere del debito pubblico ed in effetti ha assolto questa funzione ma, in modo rassicurante, solo fino a quando la bufera finanziaria ed economica scatenatasi in tutto il mondo occidentale ha finito con l’investire la moneta stessa. Il superamento della crisi tuttora in corso richiede non solo la sua tenuta, a sua volta condizionata dalla coesione dell’eurogruppo, ma anche un adeguato sforzo individuale di risanamento da parte di un paese in oggettiva difficoltà come l’Italia. Una sfida, questa, che l’attuale coalizione governativa ha affrontato sinora con determinazione e razionalità quanto meno dubbie.

Il risanamento dei conti, tra l’altro, presuppone (a quanto generalmente si sostiene e ammonisce, benchè la cosa non sia del tutto pacifica) la ripresa della crescita, che in Italia langue ormai da tempo più che altrove e per rilanciare la quale urgerebbero riforme tuttora latenti. Una prospettiva tutt’altro che implausibile resta perciò, semmai, quella di una inarrestabile decrescita, già minacciata, prima ancora dell’attuale crisi, dalla perdita di competitività del paese sull’arena internazionale.

Sarà possibile scongiurarla con una classe politica renitente a combattere la corruzione perché troppo facile essa stessa ad incapparvi? Chiaramente restìa a ridimensionare i proventi di deputati a Roma e al Lussemburgo, senatori e consiglieri regionali ecc., ingiustificabilmente superiori a quelli di quasi tutti i loro omologhi europei (per di più molto meno assenteisti di loro); a tagliare spese sontuarie come le ambasciate regionali all’estero e a sfoltire il personale spesso pletorico delle amministrazioni locali specie nel Meridione (Napoli con più dipendenti di New York ecc.)? Clamorosamente incapace di porre fine ad emergenze già di per sé inconcepibili come quella dei rifiuti a Napoli e di utilizzare i fondi per le aree più depresse stanziati dall’Unione europea? Messa in grave e multiforme difficoltà da un’immigrazione di gran lunga inferiore a quella accolta dalla Svizzera?

Qui il dubbio, ovviamente, è tanto più di rigore. Resta solo da rilevare che una larga parte delle pecche e macchie appena menzionate chiamano in causa le responsabilità sia dell’attuale maggioranza di centro-destra sia dell’opposizione di centro-sinistra. Entrambe, tra l’altro, hanno concorso a vanificare il vantaggio minimale promesso al paese dalla seconda repubblica rispetto alla prima (e anche al passato prefascista): una maggiore stabilità governativa in virtù di un bipolarismo non anomalo, ossia zoppo, come il precedente e, nelle aspettative, più funzionale di esso.

Un po’ di maggiore stabilità in effetti vi è stata (due sole elezioni anticipate in meno di un ventennio…) ma il bipolarismo non ha tardato a dimostrarsi fasullo, prima da una parte e poi dall’altra, e comunque inefficace e inconcludente. Ha persino consentito, anzi, se non favorito, il profilarsi, per la prima volta dal 1861, di un rischio di disintegrazione del paese, con l’avanzata a lungo impetuosa della Lega almeno potenzialmente e a tratti apertamente secessionista, al nord e la comparsa di speculari tentazioni al sud. Un rischio accresciuto piuttosto che allontanato, si direbbe, da quel tanto di cosiddetto federalismo sinora introdotto o messo in cantiere, anche con la collaborazione del centro-sinistra.

Franco Soglian

UNITA’ NAZIONALE NELLA STORIA E OGGI

Un’altra riflessione sul 150°

“Ahi serva Italia di dolore ostello
Nave senza nocchiero in gran tempesta
Non donna di provincia ma bordello”

Colgo al volo l’invito di Gianni Fodella (Internauta di marzo) a riflettere ancora per un momento sul 150° dell’unità d’Italia prendendo spunto proprio dalle sue stimolanti “note a margine”. Delle quali mi suona senz’altro condivisibile l’affermazione che una nazione italiana esiste almeno da un paio di millenni e non certo dalla nascita appena commemorata del relativo Stato. Fodella si spinge però ben oltre, sostenendo che questa nascita non sarebbe stata affatto un lieto evento bensì una iattura, perché gravida di conseguenze soltanto (pare di capire) negative che tuttora si scontano e alle quali urge rimediare con drastiche misure. 

Alla sua citazione iniziale di un celebre verso di Francesco Petrarca comincio a replicare premettendo a mia volta tre versi un tempo celeberrimi di Dante e chissà da quanti conosciuti ancora oggi. Essi non esprimono solo un comune sentire di appartenenza ad un’entità nazionale fondata su basi storiche, culturali, linguistiche (nonostante il prevalente uso di dialetti spesso assai diversi fino a tempi relativamente recenti) ed anche religiose, come molti adesso sottolineano, fino ad un certo punto giustamente. Sono, anzi, soprattutto un’accorata denuncia della soggezione del paese a potenze straniere e della carenza di una guida capace di unificarlo ed emanciparlo (anche da una condizione postribolare forse ancora più difficile da sradicare; ma non è il caso di approfondire qui questo aspetto).

Lo stesso Petrarca, che oltre a poetare faceva l’ambasciatore, dunque almeno un po’ il politico, non è facilmente riconoscibile nell’immagine riduttiva attribuitagli da Sergio Romano (Corriere della sera del 17 marzo) in quanto portavoce di un’Italia “unita soprattutto dalla sua fede, dalla presenza del pontefice, dall’orgoglioso ricordo del suo ruolo centrale nell’Impero romano”. In quella che è viene generalmente annoverata come la sua canzone politica per eccellenza (“Italia mia, ben che ‘l parlar sia indarno”) egli lancia infatti ai principi connazionali un vibrante appello a desistere dalle loro risse fratricide e a rivolgere piuttosto le armi un tempo invincibili contro i barbari invasori  e in particolare la “tedesca rabbia”.

All’epoca di Dante e Petrarca, peraltro, la già ingombrante presenza straniera era controbilanciata dalla vitalità anche politica dei comuni, principali artefici di un primato nazionale in vari campi destinato poi ad offuscarsi se non a svanire del tutto.  Tanto più si comprende, quindi, come i loro accenti sdegnati quanto dolenti abbiano potuto ispirare a distanza di secoli i cantori sette-ottocenteschi del risorgimento nazionale in chiave non puramente culturale e morale bensì anche politico-istituzionale.  Tra i successivi precursori di Alfieri e Foscolo, Leopardi e  Manzoni, ecc. spicca Niccolò Machiavelli, statista fiorentino e padre fondatore della moderna scienza politica, non poeta, che sollecitava uno dei Medici a farsi redentore della patria confidando che nessun italiano si sarebbe rifiutato di seguirlo perché “a ognuno puzza questo barbaro dominio”.  

Ma anche questo appello era destinato a restare vano, dopo il fallimento, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, del tentativo di Lorenzo il magnifico di costruire un’unità politica sulla base di momentanee sintonie tra le signorie di Firenze, Milano, Venezia, Roma e Napoli e quello della Lega santa creata da papa Giulio II all’insegna del motto “Fuori i barbari”. Già la precedente calata in Italia di Carlo VIII, atto iniziale del rapido processo di instaurazione della dominazione straniera, aveva fatto registrare il prevalere delle voci italiane esultanti per l’arrivo del sovrano francese rispetto alle nuove grida di dolore per la sorte della patria. Quella, ad esempio, del poeta emiliano Matteo Maria Boiardo, che insieme al napoletano Jacopo Sannazzaro era stato uno dei primi ad adottare il toscano come lingua italiana. A causa di quell’evento funesto, vedendo “Italia tutta a fiamma e a foco”, l’autore dell’ “Orlando innamorato” non riuscì più a riprendere la penna e morì poco dopo.

Degli Stati italiani sostanzialmente indipendenti sarebbero ben presto sopravvissuti, senza contare il caso peculiare di quello pontificio, soltanto il Piemonte e la Repubblica veneta. Ma mentre la Serenissima, dopo secoli di multiforme gloria, si avviava verso un declino pur lento e ancora punteggiato da residui fasti, e lo smalto ritrovato dalla signorìa medicea sotto Cosimo I si rivelava effimero, il ducato di Savoia riusciva (talvolta miracolosamente) a non farsi schiacciare dalla morsa prima franco-spagnola e poi franco-austriaca, anzi a rafforzarsi e ad espandersi diventando un attore via via più importante sulla scena nazionale.

Il casato sabaudo era di origine francese, ma il suo esponente che pose le basi per la crescita di un ducato destinato a trasformarsi in regno, Emanuele Filiberto, si proclamava principe italiano, chiamava il Piemonte bastione d’Italia e cercò di stringere alleanza proprio con Venezia per salvare quanto rimaneva dell’ indipendenza nazionale. Di lui un ambasciatore veneto scrisse: “Gli Spagnoli sel credono Spagnolo; i Francesi francese; ma tutti s’ingannano, perché egli è nato italiano, e tale vuole la ragione e vuole lui che sia tenuto”. Semianalfabeta pur parlando quattro lingue, promotore di cultura, scienze e arti, volle che atti giudiziari e notarili e i nuovi statuti del ducato fossero scritti in italiano. Capo militare di grande talento, ebbe tra i suoi discendenti un condottiero ancora più illustre, che conseguì vittorie epocali al servizio degli Asburgo ma si firmava Eugenio von Savoie, in quanto principe di nazionalità italiana, cittadinanza austriaca e cultura francese.

Fatte salve queste eccezioni, la deriva della nazione politica coincise, certo non casualmente, non solo con la decadenza economica e civile della penisola nel suo insieme ma anche con la perdita del suo primato culturale. Parlare qui di declino in assoluto sarebbe forse inesatto, tenuto conto che in alcuni campi (musica, arti figurative, filosofia) la creatività italiana continuò a brillare e in quello scientifico persino crebbe come aveva vaticinato Galileo nella prefazione al suo capolavoro: “Spero che da queste considerazioni il mondo conoscerà che se le altre Nazioni hanno navigato di più, noi non abbiamo speculato meno”. Secondo il recente commento di Giulio Giorello ad uno scritto del genio di Arcetri, se nel Seicento anche a causa di una crisi morale il paese “era davvero poco più di un’espressione geografica”, sarebbe stata “la scienza a plasmare la nuova fisionomia dell’Italia non meno che le lettere e le arti”.   

Quella che nonostante la frammentazione politica e l’invadenza straniera può essere vista come la seconda età dell’oro nazionale dopo l’epoca romana era comunque giunta a termine. I poli di sviluppo e progresso su scala generale si erano ormai trasferiti o stavano crescendo altrove, di pari passo con il consolidamento dei grandi Stati nazionali o multinazionali. Come immaginare, sul piano logico innanzitutto, che l’Italia potesse risollevarsi senza imboccare la stessa strada e senza quindi che l’obiettivo dell’emancipazione e dell’unificazione statale venisse prima o poi rilanciato come scelta obbligata nel contesto entro il quale il paese si trovava?

La domanda sembra consentire una sola risposta, pur mettendo nel conto che le dominazioni straniere non meritano di essere denigrate oltre misura. Persino la gestione spagnola del ducato di Milano, a lungo simboleggiata dalle grida manzoniane, è stata alquanto rivalutata da studi recenti. Non vi è dubbio che quella austriaca del Lombardo-Veneto, come del resto della Toscana, sia stata illuminata e costruttiva sotto vari aspetti prima ancora che il vento in Europa cambiasse per impulso dei filosofi francesi e che l’epopea napoleonica minasse le fondamenta dei vecchi regimi. Ritorcendosi, poi, contro lo stesso potere di Vienna, se è vero, come è stato autorevolmente suggerito, che le Cinque giornate di Milano e le Dieci di Brescia videro una partecipazione popolare spiegabile anche con l’introduzione dell’istruzione elementare obbligatoria nel 1818, una primizia nel paese. La risposta resta tuttavia quella implicita nell’affermazione dello storico inglese Mack Smith che il “relativo torpore” in cui l’Italia era scivolata nel 16° secolo, perdendo il suo primato commerciale e culturale, “fu dovuto almeno in parte alla sua incapacità di costituirsi in Stato nazionale come la Francia e la Spagna”.

E’ sicuramente vero, d’altro canto, che il successo della causa risorgimentale non possa essere ascritto alla consapevole adesione ad essa di una maggioranza numerica delle popolazioni coinvolte. Molti furono, come si sa, i picciotti siculi che accorsero ad ingrossare le file dei Mille, ma la rapida conquista garibaldina della Trinacria e dell’intero regno meridionale, grande solo per le sue dimensioni e la pompa della sua corte, fu evidentemente agevolata soprattutto dalla fragilità e dalle molteplici carenze dello Stato borbonico; con un contributo popolare, quindi, semmai di tipo passivo. Anche altrove le masse rimasero per lo più spettatrici del rivolgimento in corso, spesso attonite come quel pastore dell’Appennino che Garibaldi cercava di smuovere dalla sua atavica diffidenza nel 1849: “Di che hai paura? Parliamo forse tedesco? Noi combattiamo per te; siamo del tuo paese!”

Ma come poteva essere altrimenti? L’Italia a metà dell’Ottocento era un paese a schiacciante maggioranza contadina, e tale sarebbe rimasta ancora a lungo. Gli abitanti delle campagne costituivano da sempre, non solo in Italia, una categoria sociale emarginata e sfruttata, vessata e comunque più o meno deliberatamente mantenuta in condizioni di inferiorità anche dopo l’emancipazione dallo stato servile. Ridotta, quindi, a oggetto anziché soggetto della storia, fatta eccezione per le sue periodiche rivolte, spesso assai violente quanto vane, contro un potere estraneo se non fondamentalmente nemico.

Un’evoluzione era in atto anche a questo riguardo, nell’orientamento delle classi dirigenti e soprattutto delle élites intellettuali, sotto la spinta sia del pensiero illuminista sia delle ideologie nazionaliste. In concreto, tuttavia, ancora poco stava cambiando rispetto a quando il cardinale Richelieu, uomo di Chiesa prima  che di Stato, paragonava i contadini a muli che “essendo avvezzi a portare fardelli, sono più danneggiati da un lungo riposo che dal lavoro”, e gli faceva eco Giuseppe Maria Galanti, economista partenopeo suo contemporaneo, definendoli “bestie da soma”, mentre in Polonia si discuteva se fossero da considerare parte della nazione, ferma restando di fatto la loro esclusione dalla “nazione politica”, tradizionale monopolio dei nobili e solo moderatamente aperta alla borghesia cittadina. Con la conseguenza, secondo alcuni, che l’insurrezione polacca del 1830 forse non sarebbe stata sconfitta dalle truppe zariste se i suoi capi avessero abolito la servitù della gleba.                                            

Malgrado la progressiva introduzione dell’obbligo scolastico, l’analfabetismo in Italia era ancora superiore al 70% nel 1861, vicino al 90% nelle regioni meridionali e pressocchè totale nelle campagne. Culturalmente sprovveduta, la popolazione rurale era altresì soggetta ad un’influenza particolarmente forte da parte della Chiesa che alimentava ulteriormente il suo istintivo conservatorismo, ispirato per secolare esperienza da sfiducia nel nuovo e timore di un peggio sempre possibile. Non diversamente, appunto, dalla Chiesa, per quanto storicamente più duttile nel sapersi adeguare sia pure con ritardi più o meno ampi ai mutamenti inizialmente osteggiati pur di mantenere le sue posizioni di potere ovvero, a seconda dei punti di vista, di poter continuare la propria missione pastorale.

Parliamo, nella fattispecie ma non solo, soprattutto della Chiesa al suo vertice, perché nel basso clero non mancarono come si sa gli appoggi alla causa risorgimentale e cattolici di grande statura e di sicura fede, benché talvolta un po’ in odore di eresia come Alessandro Manzoni e Vincenzo Gioberti, in un modo o nell’altro la sostennero. La stessa Chiesa ufficiale, d’altronde, finì col beneficiare dell’unificazione italiana in quanto premessa indispensabile del processo evolutivo che portò al graduale inserimento nella “nazione politica” di masse popolari esposte a suggestioni di segno opposto alle prescrizioni religiose. E portò altresì, ancor prima, alla liquidazione del potere temporale dei papi, fieramente combattuta e condannata da Pio IX ma riconosciuta vantaggiosa per il papato e la Chiesa in generale da Paolo VI un secolo più tardi.

Oggi la Santa Sede ribadisce tale riconoscimento e partecipa quasi ostentatamente alle celebrazioni del centocinquantenario. Il suo esempio sembra però ignorato da vari studiosi e politici anche cattolici che insistono a denunciare o addirittura riscoprono per l’occasione l’asserito carattere non democratico dell’unificazione, contestandole una legittimità certo non conferitale dai famigerati plebisciti ma  derivante dalla storia nazionale; dall’impegno o dal consenso dell’unica parte della popolazione culturalmente attrezzata e politicamente rilevante, ancorché minoritaria quanto si voglia; e, infine, dalla sua portata oggettivamente progressista, agli effetti sia della problematica nazionale sia di quella europea e mondiale, indipendentemente dai successivi sbandamenti, inadempienze e misfatti della nuova compagine statale.

Una contestazione incomprensibile, dunque, se non rispondesse, quanto meno nella maggioranza dei casi, al trasparente bisogno di strumentalizzare una certa versione della storia per promuovere interessi particolaristici attuali e al limite assecondare disegni o comportamenti disintegrativi della formazione statale nata nel 1861. La storia, insomma, politicizzata all’estremo e, diciamolo pure, irresponsabilmente, perché disfare è sempre più pericoloso che costruire e il salto nel buio sarebbe tanto più insensato in quanto si tratterebbe di operazioni in stridente contrasto con la spinta all’integrazione sovranazionale tuttora in atto nel continente europeo malgrado periodiche crisi o battute d’arresto e apparenti inversioni di tendenza.

Il che non significa, naturalmente, ostracizzare il cosiddetto federalismo come tale ovvero la causa di un decentramento equo e solidale e di autonomie regionali anche molto ampie, e neppure negare pregiudizialmente che se l’Italia fosse nata federale o confederale anziché unitaria le cose sarebbero forse andate meglio. Giova peraltro ricordare, in proposito, che l’illustre federalista Carlo Cattaneo era un patriota italiano almeno quanto devoto alla piccola patria lombarda. La storia, comunque, si può anche disfare ma non rifare, mentre tutto questo discorso riguarda soltanto la genesi e le ragioni dell’unificazione nazionale, la cui ineluttabilità, multiforme legittimità e sostanziale positività sono proclamabili senza minimamente pregiudicare un altro discorso sul dopo, ossia sul bilancio di un secolo e mezzo di vita nazionale unitaria che può anche risultare di tutt’altro segno.

Qui Fodella (che ad ogni buon conto mi guardo bene dall’accusare di voler contribuire al disfacimento dell’Italia) ha gioco fin troppo facile ad indicare alcune voci ed aspetti fra i più negativi, riconducibili o meno che siano all’evento  celebrato il mese scorso. E fa altresì benissimo a proporre drastici rimedi per le conseguenze che tuttora se ne soffrono. Ma sarà il caso di riparlarne.

Franco Soglian