Quando Churchill dovette farsi magliaro

Lo statista più menzognero del secolo XX fu Stalin (“Nell’Urss il potere è del popolo”), oppure F.D. Roosevelt (“Il Giappone ha attaccato Pearl Harbour a tradimento” e “Non manderò i ragazzi a combattere oltremare”)? Per più di un motivo è difficile rispondere, e infatti chi scrive si sottrae. Invece furono dette a livello sommo numerose bugie meno mastodontiche: qui uno dei mentitori “per necessità” più sfrontati fu Winston Churchill: con tutta la maestria dello stile con cui spacciava bugie, ossia faceva il magliaro.

Sorprendentemente indegno del suo prestigio fu il falso cui si costrinse nei giorni drammatici del giugno 1940. La Wehrmacht e la Luftwaffe avevano già annientato l’esercito francese, fino a quel momento considerato il più potente del mondo. Sessanta divisioni non esistevano più. Parigi, dichiarata città aperta, era già caduta, le strade della Francia erano invase da milioni di profughi e di militari fuggiaschi che cercavano di mettersi in salvo. A Bordeaux e nei castelli e alberghi, dove il governo e l’alto comando della repubblica morente erano riparati, si tentava febbrilmente di decidere tra la resa e alcuni conati di prosecuzione della lotta -il più temerario, perché inconsistente secondo il comandante supremo Maxime Weygand e il potenziale capo dello stato e del governo Henri Philippe Pétain- era quel trasferimento generale nel Nord Africa francese, l’ultima speranza del presidente del consiglio Paul Reynaud per non accettare la sconfitta finale (infatti la Francia chiese l’armistizio il 18 giugno).

In questa situazione di catastrofe finale il premier britannico faceva coraggiosamente una spola giornaliera da Londra per tentare di dissuadere i governanti alleati dall’abbandonare la lotta, o quanto meno per cercare di ottenere che la flotta francese, ancora intatta, si consegnasse nei porti britannici: nel qual caso Londra avrebbe rinunciato a tenere impegnata la Francia al patto del 28 marzo, che le vietava una pace separata. Nell’ultima delle impossibili missioni presso i vertici dell’alleato sconfitto, il primo ministro Churchill fece ricorso prima a una proposta cervellotica e implausibile, poi alla più spudorata delle menzogne. La proposta: i governi britannico e francese avrebbero dichiarato una “unione indissolubile” tra i loro paesi e i loro imperi. “Ogni cittadino francese avrà immediatamente la cittadinanza della Gran Bretagna; ogni suddito britannico diverrà cittadino francese”. La sensazionale pensata visse poche ore. Ne fu elettrizzato solo Paul Reynaud, rimasto solo a volere la lotta ad oltranza: annunciò emozionato che l’indomani avrebbe incontrato Churchill in un porto bretone per proclamare l’Unione franco-britannica”. Non uno dei ministri del suo governo e dei generali dell’alto comando appoggiò il presidente del Consiglio. Fu concorde il giudizio che l’Albione avrebbe fatto della Francia un vassallo o “un altro Dominion”. Tra l’altro il progetto supponeva fiducia nella finale vittoria del Regno Unito, fiducia che in quel momento era condivisa da pochi. Si pensava che Hitler avrebbe trionfato anche sulla Gran Bretagna. Anni dopo Reynaud confesserà che il rifiuto unanime dell’Unione escogitata da Churchill “fu la più grande delusione della mia vita”.

La menzogna spudorata, sempre per scongiurare l’uscita della Francia dalla guerra: Churchill fece arrivare ai vertici francesi la propria ‘convinzione’ che occorresse tentare di ottenere da Roosevelt un’immediata decisione di intervento nella guerra contro il Reich. Il primo ministro britannico sapeva alla perfezione che il presidente USA non era il Re Sole, non poteva decidere alcuna guerra. Poteva deciderla il Congresso -a determinate condizioni- e sempre che la volesse l’opinione pubblica. Il presidente poteva coll’inganno plagiare il Congresso e la nazione; e infatti questo otterrà a tempo debito Roosevelt: ma gli furono necessari circa 18 mesi, laddove per “salvare” la Francia si disponeva di poche ore. In più, per realizzare l’intervento nel conflitto mondiale il guerrafondaio Roosevelt ebbe bisogno dell’attacco a Pearl Harbour, da lui sistematicamente provocato con un interminabile e finto negoziato col Giappone, consistente nel respingimento di ogni richiesta nipponica. Tokyo lanciò i propri siluranti e bombardieri a Pearl Harbour dopo che Washington aveva bloccato le forniture da cui il Giappone dipendeva quasi totalmente. Per trascinare in guerra gli Stati Uniti Roosevelt ebbe bisogno di un’esplosione di sdegno patriottico del suo popolo, e la ottenne portando all’esasperazione le spinte espansioniste del Giappone.

La frode di Churchill consisté nel tentativo di far credere a Reynaud e agli altri responsabili francesi che la salvezza potesse loro venire da Washington entro le decine di ore che restavano prima del colpo di grazia del Reich. Sembra accertato dagli storici che Reynaud indirizzò al presidente plutodemocratico l’implorazione insinuata da Churchill, pur sapendo che essa nell’immediato era assurda. Com’è noto Roosevelt rispose no, peraltro con un messaggio che non mancava di esaltare “l’eroismo” dei francesi. Reynaud dovette dimettersi e il maresciallo Pétain -nominato suo successore anche col voto del leader socialista Léon Blum- chiese l’armistizio.

A.M.Calderazzi

PARIGI: LA FIERA DELLE VELLEITA’

La manifestazione monstre -un paio di milioni di parigini, capeggiati da una cinquantina di statisti- è stato un evento storico? Sì, ove si faccia finta di non aver sentito e letto un alto numero di insulsaggini. Che la Francia, colpita  al cuore, s’é desta. Che siamo in guerra e combatteremo. Che la redazione di una testata satirica era un tempio della libertà e che questo tempio è stato profanato. Che i cinquanta statisti rappresentavano un’umanità che vuole lottare per l’ideale: come se obiettivo prioritario dei liberticidi di al Qaeda e di Boko Aram fosse dare una lezione a Diderot e a Condorcet,  non di regolare i conti con il colonialismo e con le crociate. Non è facile immaginare che i tagliagole del Califfato si curino davvero di istituire processi a tesi filosofiche affiorate quasi tre secoli fa.

Doveva accadere ed è accaduto: patrioti senza numero e senza paura hanno giurato in place de la Concorde a Marianne, graziosa deità laico-repubblicana in berretto frigio, che non arretreranno,  non tradiranno le conquiste della presa della Bastiglia. Però la Bastiglia non c’entra. In un certo senso non c’entra  la Francia.

Coll’attacco alle Twin Towers, il terrorismo dichiarò guerra all’egemonia planetaria degli USA, non alla Francia. Sono passati anni e la contrapposizione di valori e di civiltà è solo apparente. Lo sgozzamento di ostaggi e di prigionieri non è più ripugnante della noncuranza americana di fronte alla morte dei civili (collateral damages). C’è un’alleanza di plebi africane ed asiatiche che tentano di scalzare l’egemonia occidentale. Che esse lo facciano nel nome di Allah è quasi irrilevante. Quello che conta è la vastità geografica della sollevazione di genti prima sottomesse, oggi prigioniere della povertà, soprattutto quando vivono nelle banlieus francesi. G.W.Bush credette di poter rispondere all’ammutinamento coi metodi tradizionali dell’imperialismo: muovendo una guerra nell’Irak, poi in Afghanistan, entrambe perdute in un disonore  che prolunga quello delle spedizioni coloniali d’Indocina, prima francesi, poi americane. Preso atto delle sconfitte, oggi gli USA si arroccano nella Fortress America, e finora sono riusciti a scongiurare l’umiliazione di altre Twin Towers. Quanto al “socialista” che governa la Francia, egli è caduto nella trappola di credere di poter ereditare impunemente una parte dell’eredità americana: conduce spedizioni in Africa, capeggia operazioni convenzionali nel Vicino Oriente. Lo scontro di civiltà coll’Islam c’è ma è marginale.

Quando i milioni di manifestanti di place de la Concorde fanno mostra di volere affrontare i nemici della libertà, dei valori francesi, di Diderot, fanno del velleitarismo. La Francia potrà riuscire a proteggersi meglio contro gli assalti del terrorismo  ma sarà impotente ad agire fuori casa. Dunque i propositi bellicosi di quanti maledicono chi respinge le avventure militari, in realtà coprono la loro impotenza. Non saranno in grado  di compiere spedizioni importanti.

La Francia e l’Europa (a parte l’appendice britannica degli Stati Uniti) hanno in realtà una sola grande opzione: staccarsi dall’America,  destinare ad aiuti economici ( con occhiuti controlli, perchè non finanzino i tagliagole) le risorse finora assorbite dalle spese militari, e rispettare il diritto delle società islamiche ad evolversi in autonomia dal pensiero unico occidentale. Non è scritto che la modernità arrogante debba trionfare dovunque sull’orbe terracqueo. Dove Washington ha tentato di imporla, ha fallito. Fallirebbero la Francia e l’Europa.

I propositi manifestati a Parigi sono velleitari. E più che mai velleitari sono i piani di riscossa dell’Illuminismo: si lasci perdere Voltaire. I  gridi di battaglia levati  sotto il monumento a Marianna -fermeremo, debelleremo, i nostri valori sono più forti delle loro minacce-sono esibizioni da Luna Park. Per dirla con più delicatezza, fanno pensare a Vanity Fair. Nel Pilgrim Progress, geniale allegoria seicentesca di John Bunyan (“What Shakespeare is to English dramatists, what Milton is to English epic poets, that Bunyan is to writers of English allegory” c’è una città che si chiama Vanity. Vi si tiene una fiera che non chiude mai e dove “vanity and ostentation obtain” (si veda la sfilata degli statisti quasi tutti bugiardi). Alla fiera di Vanity si compra e si vende di tutto, tutto l’anno: le cose serie e utili come i capricci della moda (infatti oggi un’importante testata di moda si chiama Vanity Fair). A Vanity si vendono anche piani strategici per il sicuro successo della riscossa illuminista. Per il Trionfo di Marianna. Per i grandi destini dei valori républicains.

Valori necessariamente superiori : sperando che pochi ricordino. L’8 maggio 1945, mentre le piazze e le balere di Francia festeggiavano perdutamente la vittoria “francese” su Hitler, i cacciabombardieri e i cannoni francesi fecero oltre 15.000 vittime, soprattutto morti, tra gli algerini di Costantina e dintorni, che cominciavano a chiedere l’indipendenza. Anche allora, da una parte sola, si inneggiò a Marianna.

A.M.C.

IL PIU’ MOMENTANEO DEGLI IMPERI

Intervistato il giorno stesso che gli Stati Uniti hanno perso l’insegna ammiraglia dell’economia planetaria, lo storico Paul Kennedy, ‘studioso della fine delle potenze mondiali’, e così una specie di Gibbon del nostro tempo, ha espresso un certo ottimismo: “L’America si ridimensionerà. Si ritirerà dall’Irak e dall’Afghanistan, non manderà più eserciti smisurati in Medio Oriente e in Asia. Manterrà i suoi impegni con la Nato e il Giappone, ma non aprirà nuovi fronti come la Libia (…) La crisi attuale conferma il declino degli USA. I loro capi dovranno gestirlo con intelligenza, in modo da renderlo il più graduale e tollerabile possibile (…) La durata degli imperi,  anche di quelli ‘benevoli’ come si dice dell’America, si riduce sempre più. L’Olanda e l’Inghilterra tramontarono dopo avere eclissato la Spagna, ma seppero evitare sia un collasso improvviso, sia un declino graduale ma catastrofico. La decadenza delle grandi potenze può durare secoli, se gestita bene:  l’impero degli Asburgo cominciò a declinare 300 anni prima della sua scomparsa”.

Nell’assieme il ragionamento è giusto. Però lo storico di Yale avrebbe fatto meglio a lasciar perdere l’esperienza degli Asburgo. L’Austria degli Asburgo era amata da molti, ammirata o rispettata da quasi tutti, nemici compresi. Saggezza diplomatica e amministrativa, moderazione, equilibrio e il senso che noblesse oblige erano caratteri precipui della sua azione internazionale: Non sono pochi coloro che nei paesi già soggetti rimpiangono (o affettano di rimpiangere, che è lo stesso) i tempi in cui Austria felix regnava. Vienna non aveva bisogno di muovere guerre incessanti, non di sterminare i civili nel nome di un delittuoso diritto di provocare collateral damages. L’America del passato lontano fu, a ragione o a torto, la fidanzata del mondo. Quella di oggi è la nemica del mondo, una nazione canagliesca.

Cominciò Franklin Delano Roosevelt a mentire in grande quando affermò che a Pearl Harbor il Giappone aveva attaccato a tradimento, laddove per tutto il 1941 egli FDR aveva fatto l’impossibile per provocare l’attacco nipponico, e così trascinare in guerra l’America isolazionista. Uno dei suoi successori, John F. Kennedy, riprese in Indocina il bellicismo rooseveltiano, giustificato (nel 1961 come nel 1941) come impresa di liberazione. Gli ultimi presidenti, dai due Bush (in modo diseguale) a Obama hanno portato avanti la logica di un espansionismo wilsoniano-rooseveltiano così esasperato da suscitare, in aggiunta all’odio e alla disistima del mondo, il parossismo dell’indebitamento USA.

Se la contrapposizione a GW Bush, se cioè il meglio di una presa di coscienza americana, è rappresentata dal Barack Obama signore dei ‘drones’, grottescamente insignito del Nobel per la pace da stralunati o rimbambiti soloni scandinavi, allora è certo che gli Stati Uniti, se mai un po’ si ravvederanno, lo faranno perché schiacciati dal debito, non per una scelta di saggezza. Di tale scelta non saranno capaci. Con tutte le vanterie circa le loro grandi università,  grandi think tanks,  grandi centrali di intelligenza e di intelligence, gli USA è come fossero caduti in una sorta  di demenza pseudo- o tardo-imperiale.

Per essere impero occorre essere all’altezza. Gli Stati Uniti non hanno compiuto opere grandi fuori dei loro confini. Hanno vinto guerre quando la loro capacità di ‘overkill’ era smisurata. Nell’Afghanistan non è smisurata (anche per scarsità di fondi), dunque non vincono. Lo storico Paul Kennedy si dichiara d’accordo con Charles Kupchan, l’autore de La fine dell’era americana, il quale sostiene che il declino dell’Occidente è anche culturale. Di suo, Kennedy aggiunge: “Non molti anni fa si pensava che il mondo intero avrebbe accettato i valori occidentali. Non è stato così. Ci sono popoli che sembrano preferire regimi autoritari, o che interpretano la democrazia in modo diverso dal nostro”.

E, diciamo noi, fanno bene a non curarsi del nostro modo. Se la democrazia è ciò che abbiamo (=cleptocrazia, partitocrazia, sopraffazione del denaro, impostura permanente, pensiero unico impostato attorno al consumismo), ottima cosa è fare diversamente da noi. E ancora più sfrontata risulta la tesi -che in pochi dissennati è onesta convinzione- che le guerre degli USA e dei loro ausiliari ed ascari vengano intraprese per esportare democrazia e libertà.

Il bellicismo statunitense cominciò nel 1846, fingendo che nel West il Messico malmenasse gli allevatori e i pionieri americani, Ne risultarono l’annessione di California e New Mexico e il vasto allargamento del Texas. Cinquantadue anni dopo, guerra alla Spagna colpevole di non dare l’indipendenza ai creoli cubani (filoamericani). Risultato, acquisto di Cuba, Puerto Rico e  Filippine, in simultanea coll’impossessamento delle Hawaii e di Samoa. Solita motivazione: la monarchia indigena non si comportava bene. Dopo frequenti spedizioni dei Marines nei conflitti intestini del Messico e dell’intero bacino dei Caribi, nel 1917 il virtuoso presidente Woodrow Wilson riuscì a realizzare l’intervento nella Grande Guerra, atto fondante dell’impero mondiale USA. Finito il conflitto l’isolazionismo che il padre della patria George Washington aveva predicato si mise di traverso: il paese non condivise il progetto di ordine mondiale congegnato da Wilson. Ci vollero la miseria della Depressione, il semifallimento del New Deal e il mendacio del Grande Guerrafondaio (FDRoosevelt) per rendere possibile la partecipazione al secondo conflitto mondiale e il trionfo imperiale del 1945.

Molto meno fortunati furono quei presidenti che più ambirono ad emulare con la strapotenza delle armi il Volpone della Carta Atlantica e di Pearl Harbor: da JFKennedy a GWBush a Barack Obama. A quest’ultimo, il più maldestro dei Diadochi di Franklin Delano, è toccato di regnare ultimo della serie della grandezza: una specie di Romolo Augustolo deposto da Odoacre. Gli imperi di un tempo duravano millenni. Un magro settantennio dopo le fandonie della Carta Atlantica, l’Impero americano porta i libri al tribunale della storia.

A.M.Calderazzi

L’AMERICA HA l’ALZHEIMER?

Lo sappiamo tutti che le nazioni non si ammalano in blocco, e poi ci sono le vaccinazioni di massa. Ma avantieri c’è stata la notizia che D.Strauss-Kahn restava in carcere un paio di giorni in più perché a Manhattan un condominio, o forse un intero rione, non lo voleva come affittuario. Preoccupazione per la virtù, anzi l’integrità, di mogli compagne e figlie? Peggio, rivolta morale contro un libertino d’ Europa?

Venendo dopo migliaia di annunci, dai media di Francoforte a quelli della Patagonia, che DSK rischiava 70 anni di carcere, lo sdegno dei manhattani evoca un quadro demenziale. Se DSK avesse sterminato gli angioletti di un kindergarten, crimine più grave delle intemperanze di un satiro su una ninfa, basterebbe il III millennio d.C. per punire l’orco del Fondo Monetario? Poi: nella fase di civiltà che ha cancellato il pudore, proibito la verginità e azzerato ogni colpa sessuale, ha senso disseppellire la salma puritana? Raggiunta l’equiparazione tra i sessi, quello femminile esige ancora la speciale protezione che Hollywood assegnava nei western alle biondine che insegnavano ai bambini dei cow boys? Infine: non occorrerà una pm femminista venuta dalla Luna per dimostrare che l’esistenza della cameriera d’albergo è stata devastata per sempre? Una galanteria grossolana, uccide?

La diagnosi di Alzheimer è resa più probante dal fatto che il vulnus, anzi i vulnera, celebrali di derivazione DSK sono sopraggiunti dopo il baccanale nazionale delle celebrazioni per l’Osamicidio. Le quali si capirebbero, eccome, se i Navy Seals avessero fisicamente eliminato Al Qaeda, anzi tutto il terrorismo antiamericano. Invece hanno fatto fuori il solo Barbablu: la nazione del Manifest Destiny celebrerebbe così orgiasticamente se non fosse già assalita dalla dementia? Legioni di kamikaze si sono fatti saltare per odio all’America: i tripudianti dei giorni scorsi sanno per certo che nell’Islam il martirio politico non ha più candidati?

Se gli USA non fossero un paese libero, anzi un palladio di libertà, l’executive order di un Goebbels sul Potomac vieterebbe almeno agli americani obesi, o parecchio sovrappeso -un cento milioni, a spanne- di farsi fotografare/teleriprendere mentre brindano a soft drink sulla morte assistita di bin Laden. Così, per non far ridere i polli del mondo.

Questo, per l’esultanza collettiva dei semplici. Ma che dire dei guru e dei columnists celebrati? A sfogliare gli ‘speciali’ della grande stampa sull’uccisione di Belzebù i sintomi dell’Alzheimer si infittiscono. Copertine ditirambiche. Peana ed inni al trionfo di un Presidente Obama che ha finalmente cancellato l’inferiorità rispetto a quel formidabile Commander in Chief che in tuta pressurizzata da top gunner proclamò ‘Mission accomplished’ (ma 8 anni dopo l’Irak resta l’Irak). Ingiunzioni a tutti gli antipatizzanti del pianeta: ‘Pagherete come ha pagato Osama’. Compiaciute descrizioni del marasma preagonico dell’antiamericanismo. Eccetera.

Leggiamo a caso i titoli di uno ‘speciale euforia’. ‘Obama’s Winning Focus. In triumph, the president’s restraint served us well’. ‘No human’s death is ever a blessing. But this comes close’ ‘bin Laden death was preferable to capture’. ‘Pride of a Nation’. ‘So long since something so good has happened’. ‘The burden of victory’. E così esultando.

A noi sembra impagabile il concetto seguente: ‘America turns out not to be in decline after all; it remains the superpower envied by the world’. Non tanto per il ritenere che un’operazione di teste di cuoio abbia restituito un rango planetario che richiese due guerre mondiali, quarantacinque anni di duello potenzialmente nucleare, l’afflosciarsi dell’antagonista sovietico e la morte per cause naturali dell’ideologia comunista. Quanto perchè non è vero che ‘il mondo’ invidi la superpotenza. Abbastanza spesso, piuttosto, la compiange. Come non essere benevoli con un popolo che, pur di potenziare mensilmente la macchina bellica più pletorica della storia, rinuncia alla sanità di cui ormai godono i calmucchi?

Andiamo avanti ad elencare sintomi infausti. ‘Pakistan: a terrorist State. This time the facts on the ground speak too loudly to be hushed up’. Nostra domanda: il premio Nobel afroamericano farà anche una guerra per soggiogare il Pakistan? Non è stato sempre chiaro che il Pakistan è solidale coll’Islam, non col Dipartimento di Stato?

Altro sintomo di vanagloria: ‘COMMANDER IN CHIEF- The daring Bin Laden raid is being billed as the New Obama (but) He’s been itching to pull this trigger all along At last, Obama has escaped the shadow of Jimmy Carterism. Beneath its softer talk of values, Obama’s speech was shot through with steel’. ‘When (America ) leaders change history’. Ancora: “The value of Boldness”.

Infine l’ebbrezza militarista: “The coolest guys in the World”. Sembra il titolo di un film di guerra hollywoodiano, nel quale un platoon di Rangers tiene a bada un’intera Panzerdivision. Invece no, è il titolo di un servizio che spiega come i Navy Seals “proved themselves America’s top soldiers”.

Teoricamente il futuro potrebbe dare agli Stati Uniti una cornucopia di glorie e di vanti dei quali la storia è normalmente avara. Ma l’America brinda e inneggia come se la cornucopia ci sia già e straripi di doni. Nei bassi napoletani il parentado di Totò o di Eduardo aspettava che l’ambo uscisse, prima di festeggiare.

Dicono che di Alzheimer non si guarisce. E invece le lezioni della realtà potranno fare miracoli. Inoltre farà miracoli, su un paziente così patriottico e così invaghito del suo Commander in Chief, se quest’ultimo, appena rieletto, farà un discorso più storico degli altri. Se spiegherà agli americani che sono sì mediamente bravi, ma non superuomini.

Altrove un comandante in capo non debellerebbe l’Alzheimer. Negli USA, forse sì.

Anthony Cobeinsy

LEZIONE DI TEDESCO PER GLI STATI UNITI

Ma c’è da imparare per tutti

Negli anni ’70 gli Stati Uniti e la Repubblica federale tedesca erano legati a filo doppio, dal comune timore dei missili sovietici e dall’esistenza di un’altra Germania, comunista e satellite dell’URSS. La posizione comunque subalterna della Germania occidentale non impediva però all’allora cancelliere Helmut Schmidt, socialdemocratico di sicura fede atlantica, di criticare vivacemente la politica economico-finanziaria del grande alleato e in particolare il mantenimento  di alti tassi di interesse per attirare negli USA, in fase critica sotto la presidenza Carter, capitali stranieri a multiforme scapito delle economie europee.

Sopravvennero poi il crollo del “campo socialista”, la riunificazione tedesca e la monopolizzazione americana del ruolo di superpotenza planetaria, per la verità esercitato spesso in modo da evidenziare piuttosto l’impotenza militare oltre che politica degli Stati Uniti, alle prese con un nuovo ordine o meglio disordine mondiale, in ultima analisi meno facilmente padroneggiabile di prima. Sue ulteriori modifiche, altrettanto epocali, sono derivate dall’ascesa di nuove potenze con in testa la Cina, dal profilarsi della minaccia probabilmente sopravvalutata ancorchè plateale dell’estremismo islamico e infine dall’esplosione della peggiore crisi economica-finanziaria del dopoguerra, soprattutto in Occidente e in ogni caso per gli stessi Stati Uniti.

Non sorprende perciò che i legami tedesco-americani si siano allentati facendo posto ad una dialettica non apertamente ostile da alcuna parte ma ugualmente spigolosa e foriera di un crescente allontanamento reciproco, benché la Germania stenti o forse persino esiti ad assumere la prevista guida dell’Unione europea o quanto meno dell’Eurozona. La sua vecchia “economia sociale di mercato” aveva comunque retto alla crisi meglio di tutte le altre (o almeno così sembrava) e ciò spiega sia il rafforzato prestigio del “modello renano”, contrapposto alle ricette anglosassoni degli ultimi decenni, sia l’inclinazione dei suoi gestori a lesinare ancor meno di prima le critiche a queste ultime e ai loro effetti.

Tra gli emuli di Schmidt si distingue oggi una sorta di suo erede, l’ex ministro delle Finanze nella “grande coalizione” berlinese Peer Steinbrueck, uscito personalmente con onore dal recente tracollo elettorale della SPD (che peraltro dà già qualche segno di riscossa) grazie ai meriti acquisiti, un po’ come Giulio Tremonti, nel tenere a bada la crisi e in particolare salvando numerose banche tedesche dall’insolvenza. Forse piccato da certi inviti americani, non solo di parte ultraliberista, agli europei a rivedere il loro “welfare state troppo generoso” (così Joe Klein su “Time” del 10/1/2011) e dalle sollecitazioni di Washington alla Germania a stimolare i consumi interni per aiutare le altre economie sofferenti, Steinbrueck ha replicato con una serie di bordate tali da colpire nel cuore posizioni e orientamenti d’oltre oceano.

Nella sua rubrica fissa sul settimanale “Die Zeit” l’ex ministro ha cominciato, in gennaio, col demolire il mantra americano, in auge dai tempi di Reagan, delle tasse da ridurre per principio contando su un loro preteso effetto di autofinanziamento: secondo lui, una pura chimera priva di basi scientifiche, smentita dalle esperienze concrete ed esiziale per un paese altamente indebitato come gli USA, anche a causa di un’applicazione discriminatoria a favore dei redditi più alti. Un esempio, insomma, che la Germania dovrebbe, a suo avviso, guardarsi bene dall’imitare come vorrebbero alcuni ambienti tedeschi invocanti imposte dirette più basse.

In marzo Steinbrueck ha poi rincarato la dose bollando come suicida l’insistenza americana a combattere l’indebitamento contraendo sempre nuovi debiti invece di sottoporsi ad una pur dolorosa terapia di disintossicazione da una simile droga, mettendo a repentaglio la propria affidabilità finanziaria e rischiando di aggravare la già “enorme dipendenza finanziaria dagli investitori stranieri e in particolare dalla Cina”, che “minaccia di tradursi prima o poi in dipendenza politica”. Miope sarebbe inoltre la Federal Riserve che continua a inondare il paese di liquidità per rianimare un’economia che avrebbe piuttosto bisogno di profonde modifiche strutturali a cominciare dal risollevamento dell’apparato industriale, deperito anche in rapporto al gonfiato settore finanziario, con conseguente perdita di competitività e squilibrio della bilancia commerciale.

Agli USA Steinbrueck raccomanda altresì, oltre che un aumentato anzichè ridotto prelievo fiscale, un’adeguata contrazione della spesa pubblica che, se fosse indispensabile estendere agli impegni sociali, dovrebbe incidere preliminarmente sulla voce armamenti e altre spese militari. E non esclude neppure che un duraturo risanamento possa richiedere drastiche revisioni dell’American way of life con tutti gli sprechi e i danni ambientali che essa comporta. Per non parlare, infine, degli ulteriori danni che il rinvio di terapie efficaci e l’immutato ricorso a rimedi fallaci, come la politica del denaro facile (che l’osservatore tedesco non esita ad affiancare ad un fattore perturbante quale gli attentati dell’11 settembre), arrecherebbero anche al resto del mondo, sotto forma di nuove bolle sui mercati delle materie prime, spinte inflazionistiche e svalutazioni competitive in campo monetario.

L’ex numero tre del primo governo Merkel non manca di tributare l’omaggio di rito a qualità che si attribuiscono agli americani in dose maggiore rispetto agli europei: fiducia in se stessi e capacità di battere nuove strade. A questo motivo quasi residuale di speranza affianca però un non celato pessimismo circa la probabilità che indicazioni come le sue vengano accolte e seguite sia nel breve periodo, dominato dallo scontro fra i partiti e dentro i partiti in vista delle prossime elezioni presidenziali, sia a più lungo termine, specie nell’eventualità tutt’altro che remota di una bocciatura di Obama e di una rivincita repubblicana sotto la prevalente spinta oltranzistica del Tea Party. Il fatto che nel frattempo l’apparente maggioranza del paese bocci ad ogni buon conto una riforma sanitaria sacrosanta ma già annacquata rispetto al progetto originario la dice lunga in proposito.

All’inizio di marzo, prima che Steinbrueck scrivesse quanto sopra, “Time” pubblicava un peana al nuovo miracolo economico di una Germania definita “Cina d’Europa” e “tigre del vecchio mondo”, illustrandone con chiarezza i vari aspetti. Alla domanda di che cosa il suo esempio possa insegnare agli USA rispondeva tuttavia evidenziando un solo punto: l’appoggio statale a quel complesso di imprese piccole o medio-piccole spesso di proprietà familiare che costituirebbero tuttora la spina dorsale dell’industria tedesca e alla cui vitalità, efficienza e immutata specializzazione nelle produzioni manifatturiere tradizionali piuttosto che nelle nuove tecnologie si dovrebbero l’attuale primato di competitività nel mondo sviluppato e il conseguente boom  delle esportazioni.

Un aspetto importante, senza dubbio, oltre che familiare ad orecchie italiane, ma che certo non esaurisce la materia di confronto tra due diversi modelli o meglio esperienze storiche e visioni d’insieme della problematica economica e non solo economica. Le rispettive esperienze, per la verità, sono poi diverse solo in parte, ricordando quella americana del New Deal rooseveltiano, il cui ripudio ideologico risalente agli anni di Reagan sembra tuttavia destinato a sopravvivere anche alla plateale dimostrazione recente che senza il massiccio intervento statale di salvataggio il sistema economico-finanziario USA, lasciato in balìa del liberismo e della deregulation più sfrenati con conseguenti degenerazioni, sarebbe oggi ridotto in macerie.

Stupirsi che sulla sponda repubblicana, quanto meno, si arrivi persino a sostenere che per i singoli Stati dell’Unione, oggi in gran parte a rischio di insolvenza, non vada esclusa una salutare bancarotta, non significa naturalmente auspicare che da questa e dall’altra parte dell’oceano si instauri o rinasca la moda dello Stato imprenditore a tutto campo o impiccione oltre misura. Significa invece, innanzitutto, che sembra doverosa, anzi vitale, la conservazione da parte dei pubblici poteri di una funzione normativa e di controllo adeguata, ossia semmai rafforzata, per prevenire e reprimere pratiche e comportamenti irresponsabili, al limite criminosi e comunque rovinosi per tutti come quelli cui si è assistito o, meglio, che sono stati improvvisamente rivelati negli ultimi anni anche a chi avrebbe dovuto saperne ex officio.

A questo riguardo, sfortunatamente, non si direbbe che il consenso necessario per un’azione risoluta da parte degli Stati, a livello individuale e collettivo, sia facilmente ottenibile. Gli interessi di categoria con relative connivenze si fanno verosimilmente sentire non meno dei pregiudizi ideologici. Desta qualche sospetto anche il fatto che Steinbrueck non tocchi questo argomento nelle sue critiche e sollecitazioni agli Stati Uniti, mentre sta emergendo che le banche tedesche sono state sì meno spensierate di quelle americane nel gestire i propri affari ma avrebbero potuto mostrarsi ancor più avvedute anche dopo l’esplosione della crisi e dovrebbero perciò astenersi oggi dal premere sul governo di Berlino per una difesa ad oltranza dei loro interessi a spese dei soci dell’Eurozona messi in ginocchio dalla crisi stessa.

C’è chi dei micidiali effetti della finanza allegra è più responsabile di altri, e farebbe bene a riconoscerlo apertamente, a pentirsi e a trarne le debite conseguenze. Ma tocca a tutti fare la propria parte a quest’ultimo riguardo per evitare che eventuali ricadute (peraltro già denunciate qua e là) nei peggiori vizi e tentazioni provochino nuovi cataclismi tali da annullare qualsiasi beneficio derivante dalla diffusione di un modello pur rivelatosi per il resto preferibile ad un altro.  

Licio Serafini

Dalla miseria alla prosperità…e ritorno

Quando Mazzini fonda a Berna la “Giovine Europa” nel 1834 le sorti del mondo sono nelle mani delle potenze europee, eppure i popoli delle nazioni più potenti d’Europa sono caratterizzati dalla miseria più nera:

Dickens pubblica “Oliver Twist” nel 1837-38, Marx attinge a documenti ufficiali del Parlamento inglese e ai numerosi studi sul pauperismo per documentarla nel Libro Primo de “Il Capitale”. La sia pur parziale presa di coscienza di questa intollerabile miseria porta alla nascita dello stato sociale moderno nella Germania di Bismarck nel 1883-89. Le idee socialiste, il successo dei bolscevichi e la loro presa del potere in Russia spingono i governi socialdemocratici sulla stessa strada. Ma le condizioni di vita rimangono cattive in Europa (come testimonia George Orwell in “Down and Out in Paris and London = Senza un soldo a Parigi e a Londra” 1933 e in “Fiorirà l’aspidistra” 1936) e non sono affatto buone anche negli Stati Uniti, il paese idealizzato come il più ricco e felice del mondo, e peggiorano dopo la crisi del 1929 come mostra magistralmente Steinbeck in “The Grapes of Wrath = Furore” 1939.

Gli Stati Uniti, con una popolazione inferiore ai 4 milioni nel 1790, di 31 milioni di abitanti nel 1860 che diventano 91 nel 1910, totalmente dipendenti dall’Europa per scienza e tecnologia, sono dalla fine dell’Ottocento il maggior produttore agricolo e manifatturiero del mondo. Ma ciò non poteva sorprendere: la terra non costava nulla perché era stata sottratta agli abitanti originari sterminati o confinati nelle riserve, buona parte della manodopera era stata allevata nei paesi poveri dai quali proveniva e si era trasferita in America nel fiore degli anni. Le condizioni miserevoli di molti non faceva notizia, anche perché il governo era espressione del mondo degli affari e tendeva a porre l’accento sulle grandi possibilità offerte ai più intraprendenti e capaci indipendentemente dalla loro origine sociale.

Gli USA sono quindi un unicum per quanto riguarda le loro origini e la loro storia intrisa di ipocrisia (si predica il libero scambio e si pratica il protezionismo fin dagli albori, si fa la guerra civile 1861-65 per abolire la schiavitù ma non si fanno diventare cittadini gli ex-schiavi se non un secolo dopo) e di sopraffazione (ci si espande territorialmente sottraendo territori al Messico e si asserviscono agli interessi yankees le ex-colonie di Spagna e Portogallo). I loro stili di vita sono fondati su abitazioni di legno vaste ma precarie e poco durature, su una cucina che ha ben poche attrattive, sul bigottismo e il fondamentalismo religioso, sull’isolamento superabile in modo costoso con mezzi di trasporto soprattutto privati. Non dovrebbero quindi poter essere un modello per nessun paese, e soprattutto per i paesi europei, ma in qualche modo invece lo diventano.

Persino la diffusione di massa dell’automobile (dal 1909), mezzo utile per superare l’isolamento nel quale vivono le comunità urbane e rurali americane, spinge nel corso del Novecento alla motorizzazione privata nche i paesi europei densamente popolati e caratterizzati da città di origine antica inadatte a un pesante traffico automobilistico.

Per contrastare la miseria che caratterizza l’Europa nasce la previdenza sociale e il /welfare state/ farà sentire i suoi benefici dopo la seconda guerra mondiale. Ma negli S.U. non si sente il bisogno di queste misure: la domanda mondiale di qualsiasi prodotto cresce e gli USA sono pronti a fornirli.

Nel 1967 l’economista americano E. F. Denison pubblica “Why Growth Rates Differ. Postwar Experience in Nine Western Countries” nel quale analizza le ragioni che hanno portato i paesi europei considerati (si noti che l’Italia non è tra questi) ad avere dei tassi medi di crescita dell’economia superiori a quelli degli Stati Uniti. Denison parte dal presupposto che le condizioni di vita prevalenti negli SU del 1925 siano sostanzialmente le stesse, dal punto di vista del benessere materiale, di quelle del 1960 nei paesi europei più sviluppati ivi considerati: un divario di ben 35 anni che tuttavia verrà presto colmato. I livelli medi di benessere dell’Europa economicamente sviluppata (Italia compresa!) entro il 1990 sono infatti paragonabili, e per alcuni aspetti sono persino superiori, a quelli che caratterizzano l’America, come testimonia anche la prima edizione dello Human Development Report (UNDP 1991) che irrita non poco le autorità degli Stati Uniti.

Non bastano il maggior reddito spendibile e il più elevato consumo di energia a far ritenere che il benessere materiale sia maggiore negli SU. Là le automobili sono più grandi, più voraci di carburante, coprono mediamente distanze maggiori. Le abitazioni e gli uffici sono non soltanto riscaldati d’inverno, ma anche rinfrescati d’estate facendo uso di energia in ogni stagione. Le spese per l’abitazione (fatta di materiali poco duraturi) riguardano tutti nel corso della loro vita, mentre da noi è sufficiente che una generazione ne faccia l’acquisto per passarla poi a quelle successive che dovranno soltanto provvedere alle eventuali riparazioni. Le spese per l’istruzione dei figli, con il degrado che caratterizza la scuola pubblica americana di ogni ordine e grado, è divenuta una delle voci imprescindibili di ogni bilancio familiare. Questa tendenza comincia a verificarsi anche da noi, ma la tradizione di eccellenza della scuola pubblica italiana resiste ancora, e in misura maggiore di quanto i mezzi di disinformazione di massa non facciano credere. Ma intanto anche da noi, senza che lo giustifichino né condizioni climatiche né temperature, si seguono da tempo modelli costruttivi che implicano persino edifici con finestre che non si possono aprire, mentre nella maggior parte del territorio italiano potremmo godere dell’aria “incondizionata” fornita da madre Natura per quasi tutti i mesi dell’anno.

In America, come in Europa, le condizioni generali di vita dei meno abbienti sono andate peggiorando negli ultimi due decenni e la crisi finanziaria scatenata nel 2007 dall’avidità di gestori e risparmiatori soprattutto anglosassoni ha peggiorato la situazione colpendo tutti, e forse in maggior misura proprio chi non aveva alcuna responsabilità nel generarla.

Anche in America ci sarebbe quindi più che mai un gran bisogno di alcune istituzioni dello stato sociale. Ma da un lato le reali condizioni di vita prevalenti in Europa sono completamente ignote agli americani (che
non conoscono le lingue straniere, che non vanno all’estero e che quando viaggiano lo fanno in un modo che non favorisce la conoscenza della vita delle persone che abitano i luoghi visitati o che sono la destinazione di soggiorni anche prolungati come accade alla famiglie dei militari di stanza nelle basi o ai militari in missione nei teatri di guerra) per non parlare del fatto che l’Europa tende a disfarsi di queste istituzioni per assomigliare sempre di più all’America. Per esempio l’abolizione in Italia della cosiddetta “scala mobile” – attuata nel 1992 – ha privato il Paese di uno strumento che consentiva ai lavoratori di mantenere (quasi) inalterato il potere d’acquisto dei propri salari e alle imprese di godere di una domanda di beni e servizi costante.

Così stando le cose è impensabile che l’America voglia dotarsi di quelle istituzioni dello stato sociale di cui l’Europa è sul punto di disfarsi, senza una vera ragione se non quella di favorire il settore bancario-assicurativo che propone varie formule di risparmio gestito, ma che non potrà mai assicurare dei redditi sufficienti a mantenere uno standard di vita come quello derivante dal salario e, ancora oggi (ma fino a quando?), dalla successiva pensione maturata.

Gli Stati Uniti, stampando il dollaro americano, la moneta usata nelle quotazioni dei beni transati internazionalmente e quale strumento di riserva, possono permettersi di pagare i dipendenti pubblici e i materiali bellici e civili prodotti dalle imprese americane per alimentare le loro guerre in giro per il mondo e fare tutti (o quasi) felici senza costi per il contribuente americano il quale, spinto dal sistema a fare acquisti contando sul reddito futuro, si trova a mal partito quando questo reddito si rivela inadeguato o comunque al di sotto di quello atteso.

E veniamo a Mirafiori e ai superbonus …

La FIAT non cessa di deludere. Collusa con il potere politico fin dalla sua nascita, ha goduto di posizioni sostanzialmente monopolistiche che non ha utilizzato per innovare ma soltanto per incamerare i profitti a beneficio della proprietà. Divenuta – così si dice, ma la realtà è più complessa – un’impresa privata come le altre, dichiara di non poter produrre in Italia senza far scomparire ogni traccia di diritto per i lavoratori coinvolti: i costi connessi al lavoro sarebbero troppo alti.

Come mai allora, dovremmo chiederci, la produzione automobilistica continua in paesi ad alto reddito come Germania, Giappone e Stati Uniti?

La Germania continua ad essere il quarto produttore di autoveicoli del mondo: 5,2 milioni nel 2009 e 6,2 nel 2007. La sua produzione è diminuita in termini assoluti (anche perché la produzione mondiale è passata da 73 milioni di autoveicoli nel 2007 a 61,7 nel 2009) ma è rimasta quasi inalterata come percentuale della produzione mondiale (dall’8,49% all’8,43%), un dato importante che rivela stabilità ove si pensi che nello stesso arco temporale il Giappone è passato dal 15,88% al 12,86% e gli Stati Uniti dal 14,73% al 9,25%. Naturalmente questi dati risentono della presenza ormai esorbitante e travolgente della Cina che è passata dal 12,17% al 22,35% della produzione mondiale e della Corea del Sud, ormai quinto produttore mondiale passato dal 5,60% al 6,84%. Si noti che questi soli tre paesi dell’Estasia coprivano nel 2007 il 33,65% della produzione automobilistica mondiale divenuto il 42,05% nel 2009. In quel breve spazio temporale l’Italia è passata dal 14-esimo (1,284 milioni) al 18-esimo posto (843.239 auto). Eppure i nostri managers rivendicano il diritto ad essere pagati in un modo semplicemente scandaloso per l’entità degli emolumenti, per tacere dei risultati deludenti. Proprio come accade in America .…

Il direttore cinese della fabbrica di calze che mostra con orgoglio il suo impianto che dalla Cina esporta in 153 paesi e che è attrezzato con le più moderne macchine (comprate dalla fabbrica italiana che le produce in provincia di Brescia) dovrebbe farci riflettere sui luoghi comuni che circolano intorno alla delocalizzazione e all’importanza cruciale del costo del lavoro. In questa fabbrica, situata in Cina, il personale addetto alla produzione è ridotto al minimo, dato che si tratta di un processo produttivo che fa uso di macchine altamente automatizzate.

Se i cinesi fossero davvero molto più bravi di noi non comprerebbero i nostri macchinari ma se li fabbricherebbero da soli. Perché un imprenditore cinese ha successo facendo uso delle nostre macchine? Non per via del minor costo del lavoro che non può incidere sensibilmente in una produzione a intensità di capitale relativamente alta.

Il fatto che chi si occupa di finanza abbia un successo economico maggiore di chi produce beni e servizi, non incoraggia i veri imprenditori. Un vero imprenditore – e in Italia ce ne sono davvero tanti, che reggono sulle loro spalle il Paese – non pensa continuamente a dove andrà a localizzare i suoi impianti per ottenere un risparmio che potrà anche rivelarsi controproducente, ma cercherà di migliorare il suo prodotto per accrescere il numero dei suoi clienti e ottenere così la soddisfazione che i veri imprenditori hanno perseguito da sempre, per l’autostima e con la consapevolezza di essere grandi come membri della società.

L’elemento generazionale non va trascurato. I figli di molti imprenditori sono inadatti a esercitare il mestiere paterno, dato che imprenditori si nasce, o possono essere convinti dalle mode dominanti a seguire e non a precedere come fa l’imprenditore che vede più lontano e prima degli altri. Per esempio l’Ing. De Benedetti, esercitando l’ingegneria finanziaria, ha distrutto un’impresa unica al mondo come la Olivetti. Così alle prime difficoltà si chiude o si accettano offerte che finiscono per distruggere l’impresa. Le maestranze esperte vengono disperse e il sistema economico ne soffre.

Ciascuna di queste piccole cose ci spinge alla resa, la nostra visione del mondo non ci fa guardare al futuro con ottimismo. La fiducia dei giovani, senza prospettive di un lavoro stabile e che dia soddisfazioni, non ha appigli per sopravvivere. Ci si adagia, si leggono i giornali, si ascoltano i politici e la sensazione di trovarsi in un deserto di valori si fa certezza. Nessuno storico e nessun sociologo potrà mai spiegare quei fenomeni che hanno inizio come invisibili movimenti orogenetici che si rivelano alla lunga più sconvolgenti dei terremoti. Per capirci qualcosa bisogna leggere la grande letteratura e guardare i quadri dipinti dai grandi maestri …

Gli Stati Uniti ci hanno dato il parafulmine e l’alfabeto Morse, ma anche la macchina della verità e l’IQ insieme ai test per misurare l’intelligenza delle “razze” umane. Non dovremmo quindi prenderli troppo sul serio e prestar loro fede come modelli; men che meno imitare i loro vizi. Ma lo stiamo facendo e condividere nientemeno che con la grande America il declino non lo renderà meno duro per i nostri figli.

Gianni Fodella

THE RIGHT WING, SIN, AND THE DEMISE OF AMERICA

David Brooks, a NY Times columnist, Right-Wing ideologue, and irrepressible apologist for big corporations and America’s plutocratic 1%, in an opinion reflecting on the shooting tragedy in Tucson, Az., called Obama’s speech “wonderful”, in part because “He didn’t try to explain the rampage that occurred there.” (As an inflamer of intolerance, prejudice, and hatred, Brooks must have taken great solace in that.) Brooks then goes on to reflect (among other things) on “civility.” “Speeches about civility,” he writes, “will be taken to heart most by those people whose good character renders them unnecessary. Meanwhile, those who are inclined to intellectual thuggery and partisan one-sidedness will temporarily resolve to do better but then slip back to old habits the next time their pride feels threatened…Civility,” he goes on to say, “is a tree with deep roots,” which are “failure, sin, weakness, and ignorance.” (His thesis, by the way, which he then goes on to propound, is totally unconvincing, if not absurd.) He ends his opinion piece with a quote from the famous Protestant theologian Reinhold Niebuhr, in which Niebuhr reflects, “Therefore we are saved by the final form of love, which is forgiveness.”

What is amazing about Brooks’ fantastic piece of sophistry, equaling some of the sophistry that Socrates and Plato also had to deal with, is that Brooks is really criticizing those politicians and citizens who disagree with his extremist Right-Wing rhetoric (when he refers to “intellectual thuggery and partisan one-sidedness”) which has so polarized our nation, and which has led, if only indirectly, to fanning the nihilism of a deluded and mentally unstable young man. (Let us also remember: mentally unstable people, of which our nation has its fair share, are never moved to social acts of self-giving love and forgiveness but to acts of violence either against themselves or against others—acts encouraged by ignorance, intolerance, and hate speech, not to mention our sinfully easy access to dangerous weapons.)

Brooks himself, however, takes no personal responsibility for our present climate of intolerance, hatred, and violence. Instead, he tries to cover his sins, and by implication Palin’s, with high-sounding phrases and biblical language while pointing his finger at others, and incredibly, even concluding his remarks by talking about love and forgiveness! It is a virtuoso performance of supreme narcissism, self-righteousness, indifference to human suffering, culpable blindness, and unrepentant sinfulness. His only recommendation for healing the political divide—or starting the process—(and this unmasks his real motives!) is to have a bipartisan “comprehensive tax reform” as a way “to get people [of different political parties] conversing again.” His real agenda is thus unmasked at last: more tax cuts for the wealthy 1% who already own 42.7% of America! Evidently even this incredibly high percentage is not yet sufficient for Brooks and the plutocrats ruling America. They don’t want the majority of the wealth of America—they want all of it!

Krugman, of the NY Times, rightly says that, Obama’s beautiful speech notwithstanding, our politics are and will remain polarized. He is right. And he is right for a reason Brooks (ironically) mentions: sin. It is the pervasive sin of the Right Wingers that has permeated our nation and is now destroying it. The Right-Wing, quite simply, in the most profound biblical sense, is unrepentantly sinful—it worships mammon and not God; it treats the powerless and the poor with outright contempt, forgetting (or ignoring) what Christ says, “What you do unto the least of these you do unto me.”; and ignores blithely Christ’s call to “love and to serve one another,” instead caring only about themselves and their rich friends. So when Brooks mentions “sin,” he isn’t really talking about sin in its biblical sense. For Brooks, “sinners” are all those who disagree with his anti-democratic, plutocratic, and pro-Big Corporation politics.

This is what is so dangerous about the Right Wing: they are morally and spiritually blind and corrupt, blithely and self-righteously subverting every great principle of the Bible, and are implacably anti-Christian. Of course, they pretend to be moral and biblical, as when Brooks facilely quotes a great Protestant theologian, without however ever having understood a single word that he is quoting.

For those who love America’s founding ideals, have deep faith, and selflessly desire to transform our divided and diseased nation into a healthy nation of caring and tolerant individuals, with opportunity for all, knowing all this is brings no consolation, for our nation before our very eyes is self-destructing, with more craziness and violence sure to follow. Being powerless in the face of such pervasive evil now gripping our nation (the theme in the rise and fall of nations), one can only address these issues spiritually. What remains for those who do care about biblical morality, about love of neighbor and about caring for every citizen, are the words—and the warning— of Christ: the axe is now laid to the roots of the tree; and those trees which do not bear good fruit (that is, those who oppose God’s law of selfless love and the caring and helping of others) will be cut down and thrown into unquenchable fire. This, after all is said and done, is the final lesson, and judgment, of history. God will judge us by our acts of love—and condemn those who work merely selfishly. And that is as it should be.

Len Sive Jr.

PRESIDENT ROOSEVELT CONCEALED STALIN’S CRIMES

The world now knows a good portion of what’s worth knowing on the ferocious deeds of the Soviet dictator. The consensus of the historians is that Lenin’s successor put to death or imprisoned several million people. That his victims were more numerous than Hitler’s. In this column we shall deal only with a comparatively minor (on Stalin’s scale) delict: the Katyn extermination of Polish officers, many thousands of them. After Russian president Eltsin handed to Lech Walesa the original order, dated 5 March 1940, to kill all the Polish officers and opposers of communism who were in Soviet hands, no historian nor politician can deny the terrible truth that found in Andrzej Wayda, the director, a tragic witness with his film Katyn.

However many facts are emerging that public opinion still ignores, or is only slowly becoming aware of. For instance, that the British and American governments were informed of the extermination of rightists in Poland since 1942, if not before. Two years later a group of British diplomats signed a secret declaration to the effect that their conscience forbade them to cover said crime for the sake of the war alliance with Moscow. But of course the official position of Washington and London remained unchanged during WW2- the USSR was a brave and noble ally, a stalwart of the glorious crusade against Hitler. President Roosevelt firmly prohibited the divulgation of any news on Stalin’s ‘purges’ and other atrocities, begun in 1923 and become paroxysmal after 1936. The Allied intelligence was perfectly informed of said crimes.

Consequently, after reconquering Smolensk in September 1943, Moscow felt permitted by Washington and London to announce that “the German aggressors had exterminated thousands of Polish officers at Katyn”. No US or British objection was advanced to the Soviet chief prosecutor of the Nurnberg process including the Katyn massacre in the indictment of the German defendants.

But the Machiavellian sheltering ordered by Roosevelt started to end with the president’s death, on April 12, 1945. His successor Harry Truman, whom Roosevelt had handpicked a few months earlier, narrated in his memories that he first thought of reversing the entire filoSoviet policy of the late president while he stood in the Union Station of the capital, waiting for the arrival of the funeral train with the coffin of FDR. Ten days later Truman was recording in his diary “our deteriorating relations with the Soviets”. He instructed Harry Hopkins, the intimate advisor of Roosevelt and Moscow’s best friend in Washington, “to make clear to Uncle Joe Stalin that I knew what I wanted”.

The truth was that the man of the New Deal mistrusted the western coalition’s chances to really prevail on Germany and Japan that deemed it mandatory to save from defeat and reinforce stalinist USSR. President Truman judged that the Soviet Union would have collapsed in 1942 without the immense supplies sent by Roosevelt.

In other words, immediately after the Commander in chief died, the government and the people of the U.S. totally repudiated the war alliance with Russia. Roosevelt had lied to America and to the world on Katyn and on all other Soviet crimes, in order to please Stalin. The FDR’s judgment and policy were suddenly turned upside-down. Stalin became the arch-enemy and a cruel monster, a murderer no less ferocious than Hitler. The USSR appeared as hostile to the West as Carthage was to the imperial republic of Rome. FDR and Churchill had better not suffocated the truth on Katyn and on the Stalinist regime.

However the British war premier was swift in changing his mind on the Russian tyrant: it was he who proclaimed with his Fulton, Missouri, speech the start of the Cold War. For many years on, a third planetary conflict was a terrible menace on humanity- contrary to FDR’s delusions.

Anthony Cobeinsy

America’s Education Failure

The Necessity of Reappropriating Our Cultural Heritage

Thomas Friedman, in his article “U.S.G. and P.T.A.”, highlighted the failure of America’s educational system, and said help was needed from both sides: “top down” from the government (U.S.G.), and “bottom up” from parents and teachers (P.T.A.). He is correct. But we need more than that: We also need to reappropriate our Western culture, which is our national heritage, and without which we can not exist as a country, since all of our ideals, ethics, and mores come from it. Indeed, an important part of our current problems stems from our “cultural amnesia” regarding this irreplaceable intellectual and cultural inheritance—which loss can be seen most graphically in the cynicism, ignorance, selfishness, and mean-spiritedness now running, and ruining, our nation whole and entire.

The Tea Party is the culmination of a degenerate politics since the multiple assassinations in the 1960’s of Martin Luther King, Jr, John F. Kennedy, and his brother, Robert F. Kennedy. These killings, we now know, were political assassinations carried out by the US government through the initiative, knowledge, and support of the wealthy one percent, in order to stifle in America the basic values inherent in Western culture and Christianity, i.e., economic assistance to minorities, the poor, the elderly, and the sick—along with other initiatives to make society as a whole fairer and more equitable; and on the other hand, not to allow large corporations to run roughshod over Americans or America, which, under JFK, meant concretely, among other things, not to get dragged into the Viet Nam war, for which Corporate America and the military lobbied so insistently. In hindsight we can now see what have been the tragic consequences of the deaths of these three great Americans: numerous, costly, and debilitating wars; an absolutist Corporate State; economic decline and hardship for 84% of Americans; a degenerating, and increasingly malfunctioning infrastructure; an inadequate and expensive health care system (now, under Obama, finally about to be improved, unless stopped again by Republicans); a grossly inferior, and deteriorating, public school system; no relief from our dependence on fossil fuels (and therefore our continuing engagement in the Middle East); environmental catastrophes one after another; little progress in trying to stop global warming; the loss of America’s prestige, honor, and influence through unjust wars and the mistreatment and torture of prisoners; and a new “banana republic” status due to an unbelievably high income disparity. These are both the intended and unintended effects of the assassinations—the intended effects welcomed by Tea Party people and Conservatives (Republicans mostly, but also some Democrats).

But mere “structural changes” won’t effect ini themselves a change in America or how it is governed. We need to probe deeper. We need to return to our cultural, intellectual, and spiritual heritage, to the Greeks and Romans, and also, in an informed and spiritual manner, to our Bible, to reappropriate the history and foundational ideas of Western culture—to enflame our hearts once more with the highest ideals, from Moses and Homer on down, which have inspired men to strive for wisdom, goodness, truth, and beauty, no matter the cost. From these historic Western ideals have sprung new ideas of governance, of how citizens ought to behave towards one another, and of how the state ought to act. Just compare, for example, a Saudi Arabia or China or Russia—their governments, and how they treat their citizens—with any modern Western state, and we see how profoundly important our Western cultural heritage really is.

In part, this renewing of the Western mind and soul will need, as an aid, a return to the classical languages of Hebrew, Greek, and Latin; for a full and profound appropriation cannot be accomplished without a knowledge of the sources speaking in their original tongues. A classical and liberal arts education is, I know, hardly a fashionable prescription, though a necessary one. For language is more than a cultural artifact: it is the only means by which a culture can be effectively appropriated. For our nation, in these troubled times, it would be a decided boon: instead of a distorted, false, and propagandistic Fox News, for example, we could read for instruction our Genesis, Isaiah, or John; instead of the empty and mindless entertainment offered on TV, computers, and cell phones, we could be enriched, deepened, and delighted by Herodotus, Sophocles, or Shakespeare; and instead of listening to the empty and twisted sophistry of a Palin or Beck, we could hear the wise and sonorous counsels of a Plato, a St. Paul, or a Cicero. In this educational reform hearkening back to our cultural roots, then, there would be much to be gained and nothing lost—except our cynicism, our ignorance, our empty pride, and our (Republican) uncharitable hearts.

America is at an historic crossroads. We can embrace fanatics and lunatics, like the Tea Party, and go down to destruction—or we can be renourished and sustained by the historic wisdom of our Western culture, and thrive both individually and collectively. But we cannot do both.

Len Sive, Daily Babel

THE BANE OF AMERICAN HAPPINESS

As politicians go, former Italian prime minister Romano Prodi is unusually familiar with the economics of the international scene. He also headed the Brussels Commission, governing body of the European Union. Beforehand he was the czar of IRI, the giant conglomerate of the largest State-owned Italian industries, from steelworks to banks to shipbuilding and much more. He is a full economics professor in the prestigious Bologna university. He is a member of an exceptionally gifted family of eight or nine tenured academics. He is presently a top consultant of the Peking government.

A few days ago I listened professor Prodi explaining why the USA has inevitably lost the absolute hegemony on the planet: . If Prodi is right, the exhorbitant investment in wars and armaments in the last 93 years, beginning with president Wilson forcing America into WW1, has actually weakened the United States. The present cost accepted in Afghanistan only is $100 billion a year, to the obvious detriment of civilian programs that would almost certainly cut the 10% American unemployment to the physiological level of 3 to 6 per cent. Of course, should Uncle Sam wind up the adventure in Afghanistan, the American war industries would suffer. But the civilian programs would in all probability determine a positive algebraic sum. It’s not sure that president Obama would have lost the midterm elections so badly, had he announced Tennessee Valley-type programs to the tune of $100 billion a year.

The abovementioned ‘law’ that Prodi the economist enunciated should probably be enlarged with a plain corollary, or additional inference: a government spends too much on arms when it is too rich. This probably means that the wondrous economic success of last three centuries is really the bane of the American happiness, while happiness loomed large in the inspiration and doctrines of the Founding Fathers. So converting to no-growth is theoretically a prerequisite to a comeback of sanity in America and elsewhere. Saudi Arabia’s recently announced buying American weapons for a volume which would be high even to the Pentagon is the very opposite of sanity. Shall Uncle Sam one day be the recipient of international aid programs of the kind of the Marshall Plan?

The mark of absolute, fashinating youth was the American newborn Republic being penniless. The US Treasury had debts rather than funds. No immediate receipt was available. A number of months elapsed before the first money came in (a custom duty levied by a law of Congress). At that point the federal bureaucracy numbered a few dozen persons. The permanent Army of the US reckoned 700 men. The nation’s richest gentleman was a farmer, president George Washington, the owner of Mount Vernon. His property was large, 8,000 tillable acres plus bush, but the product was lilliputian when seen with today’s eyes.

Adolescent America soon became the sweetheart of the world. Slimming and discarding armor is mandatory to present obese America should she try to reclaim part of her beauty and loveliness.

Anthony Cobeinsy
da Daily Babel

FROM SECOND CITY TO WHITE HOUSE

The editors of l’Histoire, the Parisian specialized monthly, are much impressed, possibly mesmerized, by a single outline of the Obama phenomenon, his rather unusual relationship with Chicago. According to them, the American president owes a lot to the Second City, at the same time not being indebted to her, as he succeeded in embodying the whole nation, at least momentarily. So the line of thought of l’Histoire is that while Chicago was a major scene of the racial drama of America, Barack Obama, who triumphed there, did not offer himself as a Moses or a warrior of the black emancipation, but as a leader of the nation.

On the other hand, his rise cannot be understood without his bond with the South Side, i.e. with the ghettos on lake Michigan. Obama and the Windy City are seen in Paris as two success-stories of the same mushroomlike sort -a very quick growth, although not necessarily followed by a sudden decay.

Of course Americans know well that in less than fifty years Chicago rose from a fur- and cattle trading village to a large metropolis, a one prominently involved in the events, both political and social, of the 19th century. The place soon attracted several ethnic groups, who often had to fight for recognition. In Europe not many know that in 1886 four anarchists sentenced to be executed, died in Chicago while chanting a revolutionary song. Later the Blacks arrived and beginning from the Nineties the South and West Sides of Chicago became a, or the, capital of Black America. After the Depression and in the New Deal the Democratic party became the party of the Blacks, and locally the latter came near to dominate said party.

When Obama entered politics in Chicago, in 1985, he did not have special connections there. Rapidly he acquired them and succeeded in becoming the heir of the four or five historic leaders of the Chicago Blacks. But was also able to not identify himself as an ethnic ‘Libertador’. As he resolved not to try to become Mayor, the powerful incumbent mayor Richard J Daley was the very willing promoter of the rise of Obama. The young politician who came from Hawaii, Indonesia and Harvard accepted the help of persons and groups that controlled the not very ethical democratic machine of Illinois, but did not lose his personal reputation of honesty.

So the Obama’s masterpiece was conquering Chicago as an outsider, then projecting himself as the national leader from the Second City.

Anthony Cobeinsy
da Daily Babel

SE OBAMA SI RASSEGNERÁ A UN PASHTUNISTAN SOVRANO E TALEBANO

Un numero di luglio di Newsweek è, con una storia di copertina più un articolo , un De Profundis clamavi ad te, Domine (salmo CXXIX, sesto dei sette Salmi penitenziali; si canta negli uffici funebri). Un De profundis in morte delle convinzioni belliciste non tanto di Obama, quanto degli zelatori antifondamentalisti e iperlaici di casa nostra, sia conservatori sia progressisti.

Sono dieci anni che i pundit ‘democratici’, dagli editoriali della grande stampa ai pensosi oracoli di Prodi e D’Alema, ripetono “l’Afghanistan non è l’Irak, non è l’unilateralismo di Bush&Cheney americani prepotenti. E’ una battaglia di civiltà. E’ un banco di prova per l’Occidente. O sgomina o no il terrorismo. O spegne o no il focolaio di oppressione sulle donne e sui diritti. Eccetera>.

Sono dieci anni, e giusto nell’imminenza degli attesi successi del surge di Petreus l’Irakeno, Newsweek spiega ai suoi milioni di lettori “Why the U.S. should draw down in Afghanistan. We’re not winning. It’s not worth it”. Dove andranno a nascondersi i tanti predicatori della santa crociata contro i nemici del progresso, cioè della laicità? Dove andranno a parare non solo i furibondi dell’Unità, anche i posati analisti de La Stampa e del Corriere? Di quanti ‘speciali’ di Time avranno bisogno per virare dal bellicismo “siamo lì per affermare i valori dell’Occidente, dobbiamo vincere” all’auspicio che si ritiri il nostro corpo di missionari e giustizieri? A che punto ometteranno di dichiarare ‘eroi’ i nostri caporalmaggiori che lì si pagano la villetta a schiera, ma qualche volta gli va storta e costringono lo Statista del Colle a presiedere esequie e accarezzare gli orfani?

La sentenza di Newsweek l’ha firmata Richard N.Haass, presidente del Council on Foreign Relations e, nel 2001, “the U.S. Government coordinator for the future of Afghanistan”. . Ora, ha scritto Haass, forse la maggiore autorità statunitense nella materia, Obama ha scelto di fare dell’impresa afghana la sua guerra. Ma <non la stiamo vincendo e non vale la pena di vincerla. A dicembre il Presidente dovrà rivedere ancora una volta la sua politica (…) Continuarla invariata costa agli Stati Uniti 100 miliardi di dollari l’anno, per non parlare delle vite umane”.

Haass propone alternative articolate, come tali difficili da riassumere. Implicano da parte statunitense varie formule di parziale accettazione della sconfitta: non esclusa -secondo una proposta di Robert Blackwill, già ambasciatore di Washington in India, la spartizione del paese, con la nascita nel Sud di un Pashtunistan ufficialmente talebano. Altro che trionfo dei valori dell’Occidente.

Non abbiamo la competenza per analizzare le proposte di Haass e di altri. Invece segnaliamo l’articolo di supporto che Newsweek ha aggiunto alla requisitoria del presidente del Council on Foreign Relations: “Afghan about-face:an emerging GOP schism”. Si dice che i repubblicani, finora falchi, minacciano di rivoltarsi contro questa guerra. Michael Steele, chairman del partito, ha dichiarato che la guerra “of Obama’s choosing” sarà persa dagli Stati Uniti “così come hanno perso varie altre potenze”.” L’America è stanca”, ha constatato un parlamentare dello Utah. “Quasi dieci anni e nessuna fine in vista”.

Noi ci fermiamo. Aspetteremo di vedere come la metteranno, dalle loro poltrone redazionali e televisive, i Pietri gli Eremiti (quasi tutti i politici e i giornalisti) che predicarono la Crociata contro l’Islam oscurantista. Se Obama ascolterà gli Haass e i Blackwill, se farà sorgere il Pashtunistan talebano, loderanno i nostri atlantisti lo sforzo del Nobel domiciliato alla Casa Bianca per meritarsi il bizzarro premio che lo incoronò uomo di pace, oppure ne condanneranno la defezione dalla Crociata in pro dei diritti e delle afghane? Oppure ancora esigeranno che i ‘drones’ continuino a sterminare i villaggi, bambine e donne comprese?

A.M.C.

DEAR YOUNG ITALIANS ABROAD

I’m writing you a letter because nowadays the epistolary form seems to be the most appropriate when it comes to expressing moral outrage.

Just like you, I’ve read Pier Luigi Celli’s letter in La Repubblica, encouraging his son to emigrate, to wander off into the horizon in search for a better future. Just like you, I’ve read the Time magazine article informing its readers (and anyone willing to listen) about the troubles a young Italian with a university degree encounters when searching for a job. And just like you, I’ve seen a variety of Facebook friends tag that YouTube video playing the scene from La Meglio Gioventu’ in which a professor exhorts his young(ish) student to leave Italy because ‘dinosaurs’ like him are running the country into the ground. But, perhaps, unlike you, I am not willing to resign myself to the doomsday analyses and pessimist outlooks and continual laments many find convenient when times are tough. The grass may be greener on the other side, but the question they must be asking themselves now is “What have we done in order to cultivate a better lawn in our own backyard?”

I observe with ‘nativist’ amusement the rush of Italians swarming New York City’s streets, the same streets in which I grew up, and wonder from where their indiscriminate passion for this city stems. When I wrote ‘10 Reasons to Hate New York’, the most virulent protests against my piece came from the Big Apple’s Italian residents, their deafening outcries shouting in defense of their adoptive city. Young Italians love New York because it’s dynamic, because it’s diverse, because it offers a sense of possibility around every corner, because for them it’s everything Italy isn’t. But New York hasn’t carried this aura of invincibility across the centuries because it’s inherently a great place or because confidence flows through the city’s sewers or because the air smells better or because the people are nicer. New York is both home to the Wall Street goon and the Mexican busboy, but both operate within the city’s confines with the necessary ‘can do’ optimism that allows them to dream big while being small, to construct a future from raw will. At least, that is the fuel that New York and America have run on throughout their brief histories. Nonetheless, it’s a fuel that is both generated and consumed by the inhabitants, the people, the man and woman on the street. New York is but a stage upon which the player’s existential buoyancy is lived. To make a long story short, New York is such a thriving place because New Yorkers make it so. A little bit of will power goes a long way.

But not for the Italians.

Italians suffer from negativist exceptionalism. Ask a young Italian how things are going in Italy, and they will most likely reply that the situation is ‘horrible.’ They will compare Rome’s political milieu to that of the most downtrodden African country… and say Italy is worse off. They will say the economy is on the down-and-outs, that society is crumbling in the face of mysterious organizations like the P2 or the P3. They will point to corruption, sexism, television, organized crime, tax evasion, vandalism, and nepotism as the nefarious evils slowly devouring the country from the inside-out like furious worms. And they will pretend that there is nothing they can do about it. That these are crimes being perpetrated against them; that they are unwilling participants in an Italian farce, victims being taken along for a ride.

So, it perplexes me to see the very same Italians, so helpless at home in Italy, undergo a rebirth in New York. Suddenly, those same people, who months before complained about the social torpor of Florence or Rome or the provinces, rediscover their enthusiasm, creativity, imagination, ideas, business plans, and social awareness. Suddenly, they stop complaining and ‘start doing’, because, as everyone knows, New York has no time for whiners. If only they ‘started doing’ in Italy, too.

Professor Celli’s letter and the anecdote from La Meglio Gioventu’ have gotten it all wrong. Young Italians don’t need to flee Italy, escaping to Berlin, New York, and beyond. They need to stand up, take action and claim what’s rightfully theirs. Instead of complaining, or drawing up anachronistic theories that assign blame for Italy’s long and lazy decline, they need to understand that it’s time to shut up and get to work. It’s time to jettison the existential desperation, the ‘everything is impossible’ attitude, and seize the opportunity to rebuild from the ashes of their fathers. It’s time to crowdsource the creativity of those Young Italians living in Williamsburg, the entrepreneurial skills of those working in London, and the brains of those who’ve gleaned MBAs and PhDs from Harvard and LSE and Princeton and find and impose solutions into and onto the Italian context. Italy cannot become a dynamic and progressive society if its most dynamic and progressive citizens escape without giving a fight. And, signing petitions and demonstrating in squares and grumbling on Facebook can lead nowhere if they are not backed up with credible, bottom-to-top alternatives.

I’m writing this letter as an appeal, not a complaint; it should serve as a stimulus, not an offense. Let’s begin the crowdsourcing here and now and start sifting through ideas that can serve as the new foundation for an optimistic and dynamic Italy- a New York-style Italy that offers opportunity for everyone.

How Would You Change Italy For the Better?

A. Giacalone

Original articles can be found here:
http://www.nuok.it/2010/10/dear-young-italians-abroad/
http://www.nuok.it/2010/10/cari-giovani-italiani-all-estero/