QUANDO AMENDOLA TENTAVA DI RIABILITARE STALIN

Quarant’anni dopo la pubblicazione di A conquistare la rossa primavera (libro sottotitolato romanzo autobiografico) di Davide Lajolo (“Ulisse” come comandante partigiano), rileggo la Prefazione di Giorgio Amendola. L’ultimo paragrafo fa impressione. Dice: “Ugualmente schietto e sincero risuona (nella Resistenza -n.d.r.) il grido di Viva Stalin. I combattenti cadono al grido di Viva l’Italia e di Viva Stalin. La ristampa del libro di Ulisse ci permette di recuperare un linguaggio che era politico, non economicistico, era un linguaggio nazionale e internazionalista, che esprimeva la forza dei grandi ideali nazionali ed internazionalistici, di indipendenza e di pace, che guidarono i partigiani italiani. La critica a Stalin non deve fare dimenticare quello che egli allora rappresentava: l’URSS, l’Esercito sovietico, la vittoria di Stalingrado, la grande guerra patriottica del popolo russo e la coalizione antifascista mondiale”.

Quando il Partito comunista meritava, ad ogni modo otteneva, l’amicizia di molti che comunisti non erano, io ebbi alcuni contatti sia con Lajolo, sia con Amendola. Non condividevo il concetto, i fini e i metodi della Resistenza di cui i due erano stati protagonisti. Amendola aveva ordinato a Roma l’attentato di via Rasella, antefatto delle Fosse Ardeatine. Pensavo, e tuttora penso, che per via delle inesorabili rappresaglie germaniche i partigiani uccisero in tutta Europa più concittadini che tedeschi. Via Rasella resta per me un episodio terroristico, non la ‘azione di guerra’ che ai suoi autori fruttò lodi, medaglie, seggi parlamentari e altre ricompense di regime.

Tuttavia sia Lajolo che Amendola mi erano apparsi meritevoli della mia deferenza e simpatia. Ignoro ciò che pensassero di Stalin quando li incontrai, oltre un decennio dopo che il famoso Rapporto di Krusciov al XX Congresso del PCUS aveva rivelato i crimini di Stalin e lanciato la destalinizzazione. Mi chiedo che scriverebbe oggi il capo dei miglioristi del Pci sul feroce successore di Lenin. Si è arrivati a stimare a venti e più milioni le vittime dirette o indirette degli ordini di Stalin. Le vittime possono essere state meno, ma p.es. è oggettivo che non morirono di morte naturale virtualmente tutti gli artefici della Rivoluzione d’Ottobre, Lenin a parte, più gli innumerevoli generali e gerarchi sacrificati nei grandi processi degli anni Trenta. Adolf Hitler spense meno vite di Stalin. Si oppone naturalmente che le circostanze erano diverse.

Lo erano, ma è difficile immaginare oggi un Lajolo o un Amendola che non ripudino il parossismo di delitti dell’uomo, Stalin, che contribuì in modo decisivo a uccidere l’idea comunista e a mobilitare durevolmente contro il comunismo i popoli che lo hanno sperimentato.

Giorgio Amendola suggellò la sua Prefazione sostenendo che “nel corso della Resistenza il popolo conquista la Patria e ne diviene la forza dirigente”. Ciò è naturalmente falso: il Pci e gli altri partiti dell’oligarchia cleptocratica divennero la forza dirigente. Lajolo non propone l’impostura del popolo vittorioso. Piuttosto un certo numero di volte addita le qualità e virtù dei comunisti, a quel tempo considerati schiera d’élite, falange di valorosi lottatori. In effetti i partigiani furono spesso eroi oltre che assassini. Lajolo menziona per esempio un suo zio operaio comunista di Alessandria, dove un bombardamento gli ha tolto la casa e l’unico figlio. Sostiene che lo zio operaio “lotta per attendere l’alba di un nuovo mondo”. Di un partigiano che ha avuto il braccio troncato riferisce le parole “Perdere un braccio è triste, ma sono un comunista e non ho paura”.

Ines ‘meravigliosa staffetta e telefonista partigiana che ha già sofferto la tortura dei fascisti e la prigionia’, chiama: “Il nemico ci piomba addosso da ogni lato, li ho a pochi passi. Non ho paura. Viva Stalin!” e chiude il telefono. Era assurdo che si chiamassero ‘combattenti per la libertà’ quei comunisti che inneggiavano a Stalin, arcinemico della libertà.

Ma torniamo ai (sobri) evviva di Lajolo. Entrati vittoriosi i partigiani a Torino, Ulisse nota: “Ci siamo incontrati con la classe operaia, con l’esercito possente della Fiat: Mirafiori, Lingotto, Spa, Fonderie. Ora mi accorgo che questo popolo condurrà avanti l’Italia”.

Un operaio di Mirafiori, padre di un caduto partigiano, risponde a Ulisse che cerca di consolarlo: “Non dirmi parola. Io capisco. Sono un partigiano della libertà da anni. Sono stato anche in carcere con Gramsci. Voi (della Resistenza) avete fatto avverare la profezia di Gramsci. Mentre eravamo trasferiti a un altro carcere vedemmo sfilare migliaia di giovani fascisti. Dissi a Gramsci che l’Italia di domani sarà fascista perché costoro hanno saputo avvelenarla nel sangue. E Gramsci, con voce calma: “Non sarà così. Dipenderà dal lavoro che sapremo fare. Quei giovani saranno con noi e ci aiuteranno a trasformare l’Italia”. Ne diceva e scriveva di balle, inutili quando non nocive, Antonio Gramsci!

Trascrivendo i non molti passaggi fideistici di Lajolo, il Viva Stalin della partigiana Ines è l’unico in cui mi sono imbattuto. Credo più a Ulisse che ad Amendola. Rivendicando la grandezza di Stalin il secondo esprimeva una fede avvelenata. Stalin fu, per numeri di assassinii, più spietato di Adolf Hitler. Oggi sappiamo che inneggiare a Stalin equivarrebbe a glorificare la ferocia in quanto categoria universale. I comunisti furono il nerbo e anche gli eroi di una causa sbagliata; pochi decenni l’hanno cancellata. Lajolo, più virtuoso dell’uomo che aveva voluto via Rasella, mentì a volte per amore.

Tacque, o non capì, che il sogno del comunismo fu spento già da Lenin, e assai più da Stalin. Lo ripropose menzogneramente la generazione di Gramsci e Togliatti; lo liquidò quella di Berlinguer e D’Alema; lo rinnegò in modo abietto Giorgio Napolitano, transfugo dal campo dei proletari a quello del New York Stock Exchange e dei droni di Obama.

A.M.C.

LA DANNAZIONE BELLICA NELLA STORIA D’ITALIA

Guerre coloniali e guerre mondiali

Ripercorrendo le vicende dell’Italia unita nel suo primo mezzo secolo abbondante di vita (Vedi Internauta di aprile, maggio e giugno) abbiamo appena accennato alle imprese belliche, militarmente poco felici oppure fin troppo facili, ma comunque coronate da successo, che consentirono di estendere il giovane Stato fin quasi a quelli che vengono generalmente considerati i suoi confini naturali. Purtroppo la sua debolezza o, se si preferisce, relativa inefficienza militare doveva trovare ulteriori e penose conferme. Diciamo purtroppo non perché la potenza delle armi costituisca un valore assoluto e primario, così come non lo è il pacifismo ad oltranza, ma perché quello Stato, già nato all’insegna di ambizioni spesso smodate, ancora in tenera età non tardò a voler gareggiare con nazioni ben più consolidate e robuste sotto ogni aspetto benché non necessariamente più attempate (vedi la Germania guglielmina); e ciò con esiti puntualmente disastrosi o quanto meno deludenti e comunque a danno di altre esigenze prioritarie e semmai preliminari.

Passi per Giuseppe Mazzini, promotore di complotti e sommosse, ma profeta e precursore di un nazionalismo italiano non ostile a quelli altrui e offerto anzi come modello ad altri popoli in fase risorgimentale e anelanti ad un’emancipazione che in effetti sarebbe avvenuta guardando spesso all’esempio dato dallo Stivale. Ma che dire di un Vincenzo Gioberti, filosofo e capo di governo sabaudo, cattolico e addirittura papalino, autore di una celebre opera intitolata “Il primato civile e morale degli italiani”, in cui propugnò, prima del “tradimento” di Pio IX, una confederazione italiana presieduta dal pontefice come perno e guida di una confederazione europea? Cavour, che pensava piuttosto a costruire ferrovie e migliorare le tecniche agricole, si guardava bene dal coltivare sogni proibiti e, se fosse sopravvissuto all’unificazione, avrebbe certamente evitato passi più lunghi della gamba. Ma alla tentazione di interpretare la rinascita nazionale richiamandosi all’antica Roma, o almeno alla respublica christiana del Medioevo, molti altri cedevano con grande facilità.

 

Non riusciamo a concordare con Gianni Fodella (vedi l’Internauta dello scorso marzo) che bolla la precoce vocazione colonialista dell’”Italietta” prefascista come uno dei tanti frutti avvelenati dell’unificazione nazionale. A cimentarsi a sua volta nelle imprese coloniali il nuovo Stato fu ovviamente stimolato dagli esempi altrui, ma nulla lo obbligava a farlo per prevalenti motivi di malinteso prestigio e per di più con le conseguenze perniciose inoppugnabilmente sottolineate da Fodella.

 

Nel denunciare la recente partecipazione italiana all’intervento militare occidentale in Libia (Corriere della sera, 6 maggio) due eminenti africanisti,  Giampaolo Calchi Novati e Pierluigi Valsecchi, hanno lamentato che nelle celebrazioni del 150° sia stata trascurata un’esperienza coloniale “che ha avuto una parte così importante nel definire l’identità nazionale e a cui l’Italia dopo tutto deve il suo status di potenza”. Sembrerebbe opportuno precisare che si è trattato di una definizione in senso negativo e che quello status era in realtà fasullo.

 

In Africa, come tutti sanno, ci si dovette accontentare degli avanzi della colonizzazione altrui. La conquista dell’Eritrea, oltre a non apportare alcun vantaggio tangibile, mise l’Italia in rotta di collisione con l’Etiopia che le inflisse l’umiliante disfatta di Adua, gravida di ripercussioni anche in politica interna. Meno contrastata fu l’acquisizione della Somalia, perduta poi durante la seconda guerra mondiale, riacquistata sotto forma di amministrazione fiduciaria su mandato dell’ONU, divenuta infine indipendente ma oggi caso più unico che raro di paese incapace di reggersi come Stato e in balìa di moderni pirati.

 

Anche la conquista della Libia, strappata al decrepito Impero ottomano, fu relativamente agevole. Salutata da Giovanni Pascoli, poeta socialisteggiante, con il festoso annuncio che “la grande proletaria si è mossa”, non tardò però a rivelarsi superficiale e costosa a causa dell’accanita e prolungata resistenza delle tribù interne all’occupazione, con conseguente repressione spesso feroce. Risultò inoltre deludente sia perché le sabbie della “quarta sponda” dovevano svelare la loro ricchezza petrolifera soltanto dopo la fine del dominio italiano sia perché “Tripoli bel suol d’amore” (come si cantava allora) e dintorni non potevano proficuamente ospitare più di alcune migliaia di coloni con relative famiglie e dare quindi un contributo più che modesto allo smaltimento del surplus demografico nazionale.

 

D’altra parte, l’appropriazione della Tripolitania e della Cirenaica doveva in qualche modo compensare la “perdita” (per così dire, all’uso americano) della Tunisia, corteggiata e colonizzata da parte italiana prima che la Francia ingorda ce la soffiasse da sotto il naso con grande scandalo nazionale e, anche in questo caso, con pesanti contraccolpi in politica interna ed estera. La vicenda concorse infatti a provocare un’aspra crisi nei rapporti tra Roma e Parigi, già intensi in ogni campo, sfociata nel rovesciamento delle alleanze, mediante adesione italiana alla Triplice con gli Imperi centrali, e in una vera e propria guerra doganale con la stessa Francia inevitabilmente dannosa soprattutto per la parte più debole.

 

La vecchia collocazione internazionale del paese si ristabilì dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, che offrì l’occasione per completare l’unificazione nazionale con la “redenzione” delle due città-simbolo di Trento e Trieste. Un’occasione, peraltro, che  avrebbe potuto essere sfruttata in modo diverso dalla partecipazione al conflitto a fianco delle potenze dell’Intesa. Così la pensava, tra gli altri, lo statista più autorevole e collaudato di cui disponesse l’Italia: Giovanni Giolitti, secondo il quale dall’Austria-Ungheria si poteva ottenere “parecchio” in cambio della neutralità. Benché ancora molto influente, “l’uomo di Dronero” fu però travolto dalla cieca infatuazione bellicista che colpì il paese e che portò a preferire le munifiche ricompense territoriali (a spese e insaputa altrui) promesse dai nuovi alleati e comprendenti, oltre a mezza Dalmazia, persino un pezzo di Asia minore.

 

La guerra iniziata nelle “radiose giornate di maggio” del 1915 si protrasse molto più a lungo del previsto, costò parecchie centinaia di migliaia di morti e duri sacrifici per tutti (salvo gli immancabili speculatori) e per di più rischiò, con la rovinosa rotta di Caporetto, di risolversi in una catastrofe. Ci salvarono, certo più che il dubbio talento dei comandanti e gli stessi aiuti militari e finanziari degli alleati, l’abnegazione o quanto meno la capacità di sopportazione della truppa, per quanto mandata spensieratamente al macello, specialmente prima della resistenza sul Piave, e soprattutto il progressivo cedimento dello schieramento nemico, in crescente difficoltà sugli altri fronti e indebolito, in particolare sul nostro, dall’incipiente disintegrazione dell’Impero asburgico.

 

Ma se quella di Vittorio Veneto non fu una vittoria delle più fulgide, decisamente funesti furono i suoi seguiti. La prova comunque durissima del conflitto fece esplodere con violenza i contrasti politico-sociali interni, acuiti da influenze e suggestioni esterne a cominciare da quelle della rivoluzione bolscevica in Russia. Contrasti che, tuttavia, si sarebbero forse potuti superare, con le già sperimentate forme di mediazione e compromesso, se agli altri fattori destabilizzanti non si fosse aggiunta l’arrembante campagna soprattutto fascista, ma più in generale ultranazionalista, contro i responsabili, interni ed esterni, della “vittoria tradita”, “mutilata”, ecc.

 

I governanti stranieri, con in testa il presidente americano Wilson, vennero infatti esecrati per il mancato mantenimento di quanto promesso negli accordi di alleanza, addebitando corrispettivamente agli esponenti democratici domestici una difesa non abbastanza  ferma dei veri o presunti interessi nazionali. Si creò così un clima propizio al successo finale del partito fondato e capeggiato dall’ex socialista Benito Mussolini, ancorchè agevolato fin che si voglia dalla sua sottovalutazione anche da parte di personaggi come lo stesso Giolitti, dalle paure o dai calcoli dei ceti più abbienti e/o più reazionari, dalla pavidità di Vittorio Emanuele III, e così via.

 

Tra gli interessi nazionali propugnati dall’estrema destra poteva legittimamente rientrare la rivendicazione della città di Fiume, l’odierna Rijeka croata abitata allora da una maggioranza italiana e la cui annessione al regno non era stata tuttavia prevista dal patto segreto di Londra. Gli alleati obiettarono, non a torto, che l’Italia pretendeva qui l’applicazione del principio di nazionalità, particolarmente caro a Wilson, dopo avere chiesto ed ottenuto il Sud Tirolo o Alto Adige, a maggioranza tedesca allora schiacciante, in base al criterio del confine naturale. Il governo di Roma non insistette e stroncò con la forza, e con qualche vittima, il tentativo di Gabriele d’Annunzio e dei suoi legionari di creare il fatto compiuto occupando la città contesa.

 

Nonostante questa lacerazione intestina, Fiume finì ugualmente in mano italiana col consenso più o meno forzato della neonata Jugoslavia, che in compenso ottenne la riduzione delle acquisizioni italiane in Dalmazia alla sola città di Zara e ad un paio di isole. Ma neppure un simile frutto della vittoria, definitivamente formalizzato con il fascismo ormai al potere, parve soddisfacente agli ultranazionalisti nostrani, tanto che lo stesso governo di Mussolini fu accusato dagli irredentisti più accesi di avere tradito una causa sacrosanta. Da notare, al riguardo, che con il nuovo assetto territoriale rimasero al di là del confine solo poche diecine di migliaia di italiani, mentre vennero a trovarsi in Venezia Giulia oltre 400 mila sloveni e croati contro meno di mezzo milione di italiani. Compresa Zara, la minoranza slava sarebbe poi scesa a malapena al di sotto del 40%, secondo il censimento del 1939, malgrado le persecuzioni e la politica di snazionalizzazione.

 

Come la pensasse su tutto ciò il futuro Duce l’aveva chiarito senza mezzi termini durante una visita alle terre orientali nel settembre 1920: “Di fronte a una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo si possano sacrificare 500 mila slavi barbari a 50 mila italiani”. Dopo la Marcia su Roma il nuovo regime tenne peraltro a freno la propria vocazione espansionistica nell’area balcanica, dove imboccò anzi un indirizzo alquanto contraddittorio fomentando e sostenendo anche materialmente il nazionalismo e separatismo croato, cioè del diretto e principale antagonista, contro l’egemonismo serbo nella Jugoslavia monarchica. Certo ciò contribuì a facilitare il crollo di quest’ultima durante la seconda guerra mondiale, che vide tuttavia nascere lo Stato croato degli ustascia, satellite soprattutto del Reich nazista e pronto a sfruttare, nel 1943-1945, l’occasione sia pure effimera, per esso, di regolare i conti storici con l’Italia.

 

Artefice di una rivincita nazionale sarebbe stata invece la Jugoslavia comunista, nata da una vigorosa resistenza sul campo alle armate naziste e ben piazzata, dunque, per guadagnarsi al termine del conflitto, con l’appoggio della potenza sovietica, la restituzione, dal punto di vista dei vicini orientali, di quasi tutto ciò che l’Italia sconfitta aveva tolto loro vent’anni prima. Per non parlare, naturalmente, delle annessioni seguite all’invasione del 1941 e comprendenti persino l’odierna capitale slovena, Lubiana, ridotta a capoluogo di una nuova provincia del regno benché totalmente priva di qualsiasi presenza italiana. E qui, almeno, i facili conquistatori fascisti, a differenza di quelli tedeschi impadronitisi del grosso della Slovenia, ebbero il buon senso di lasciare municipi e scuole in mano locale, anche se ciò non bastò ad ingraziarsi una popolazione fieramente nazionalista la sua parte. Tanto nazionalista, anzi, da lamentare poi la “perdita”, per la seconda volta, di Trieste, spesso descritta anche più di recente come la propria maggiore città benché abitata solo da una minoranza slovena piccola ma superiore, un tempo, alla popolazione di Lubiana. Trieste, infatti, fu quasi tutto ciò che l’Italia post-fascista riuscì a salvare, a fatica, da rivendicazioni jugoslave a loro volta tendenzialmente insaziabili.

 

Effimera fu naturalmente anche l’annessione dell’Albania, sottomessa senza colpo ferire alla vigilia dello scoppio del conflitto mondiale e già in un clima di ansiosa competizione espansionistica con la Germania di Hitler. Alla quale l’Italia di Mussolini, peraltro, si stava via via legando a doppio o triplo filo sin dalla breve guerra coloniale con la quale, pochi anni prima, aveva conquistato l’Etiopia, vendicando così Adua, realizzando il sogno imperiale insito nell’ideologia del regime e però compromettendo i rapporti con le altre potenze europee e privandosi in tal modo della libertà di manovra vitale per una potenza che restava, malgrado le spacconate del Duce, di serie B.

 

Che quello italiano fosse un imperialismo di cartapesta, o nella migliore delle ipotesi un aspirante sub-imperialismo, lo dimostrò platealmente il fallimento dell’attacco alla Grecia (che da una efficace resistenza passò addirittura alla controffensiva penetrando in territorio albanese), giustificabile solo con l’insensato anelito ad emulare le imprese della Wehrmacht, dopo l’analogo insuccesso militare della “pugnalata alla schiena” inferta alla Francia ormai agonizzante.  Già le prime battute dello scontro bellico evidenziarono per il resto la scontata inferiorità navale ed aerea nei confronti della Gran Bretagna, che si manifestò presto anche sul fronte terrestre nordafricano, dove neppure il soccorso tedesco e le prodezze di un fulmine di guerra come il generale Rommel bastarono a scongiurare il tracollo finale.

 

Nel frattempo, qualche episodica dimostrazione di valore e capacità militari (la tenace difesa dell’Amba Alagi al comando del duca d’Aosta in Etiopia, quella dell’oasi di Giarabub in Libia,  l’ultima resistenza delle divisioni del maresciallo Messe nella ridotta tunisina contro preponderanti forze anglo-americane) non aveva potuto impedire la rapida perdita di tutte le colonie vecchie e nuove. Dal canto suo, l’inutilmente massiccia partecipazione alla campagna di Russia aveva messo nuovamente in luce, di positivo, soltanto la forte fibra e le qualità umane dei nostri soldati, alpini ma non solo, documentate nelle pagine indimenticabili di Mario Rigoni Stern. Soldati che combattevano, in condizioni estreme, non per spazzare via il bolscevismo bensì per “tornare a baita”.

 

Ogni voglia di lottare praticamente cessò, tuttavia, quando il poderoso schieramento avversario, che un Mussolini ormai vaneggiante prometteva di bloccare sul “bagnasciuga” siciliano, portò la guerra sul suolo nazionale, contrastato per quanto possibile solo da parte tedesca. E qui iniziò il capitolo finale dell’avventura bellica, rovinoso in termini materiali e ancor più indecoroso politicamente e moralmente. Nell’estate del 1943 il sovrano e la sua corte trovarono finalmente il coraggio per rovesciare la dittatura con la collaborazione dei vertici dello stesso partito fascista e delle forze armate e quindi troncare il legame con la Germania. Il modo irresponsabile in cui venne attuata la scelta armistiziale sotto ogni aspetto, compresi i comportamenti individuali quale la precipitosa fuga da Roma della famiglia reale e del maresciallo Badoglio nuovo capo del governo, lasciando esercito e marina senza direttive adeguate e abbandonando di fatto il paese alla sua sorte, mise a nudo il vuoto che si celava sotto gli orpelli del caduto regime ma squalificò in partenza anche gli uomini ed ambienti che l’avevano liquidato.

 

Fu in sostanza una rinuncia all’esercizio del potere che diede a luogo ad un generale si salvi chi può e poi alla guerra civile, nel nord in mano nazista, tra le formazioni partigiane mobilitatesi contro l’occupante e la “repubblica sociale” con cui Mussolini tentò di resuscitare il fascismo, mentre più a sud truppe italiane agli ordini del governo monarchico combattevano a fianco degli alleati lentamente avanzanti. L’epilogo era scontato, ma per arrivare alla pace e al definitivo  esaurimento dell’esperienza autoritaria e ultranazionalista, macchiata tra l’altro dall’adesione all’antisemitismo genocida del Reich, dovettero trascorrere quasi due anni di lutti e distruzioni, anche ad opera di micidiali bombardamenti anglo-americani su obiettivi civili, che colpirono duramente, ad esempio, il centro storico di Milano.

 

Una delle peggiori catastrofi della storia nazionale segnava così la conclusione di un’era ultraventennale il cui bilancio, peraltro, sarebbe stato prevalentemente negativo anche se si fosse chiuso prima della fatale estate del 1940. Il regime fascista ebbe indubbiamente la sfortuna di doversi misurare con la Grande depressione mondiale, che non poteva ovviamente risparmiare un paese economicamente fragile come l’Italia. Ma ad aggravare i danni di origine esterna sopraggiunse l’autolesionistimo di una politica autarchica che, incoraggiata quanto si voglia dal contesto internazionale, un paese privo di materie prime poteva permettersi meno di qualsiasi altro e che invece adottò anche perché consona ai suoi indirizzi di politica estera.

 

Crescita e modernizzazione, certo, proseguirono e anzi si accentuarono. L’apparato industriale si rafforzò, la rete stradale e quella ferroviaria si estesero sensibilmente e così pure l’elettrificazione. L’urbanizzazione continuò malgrado il divieto ai contadini (decretato nel 1930 quasi ad imitare l’esempio di Stalin in Russia) di abbandonare le campagne senza il permesso dei prefetti; Roma e Milano raggiunsero nel 1943 una popolazione superiore di circa sette volte a quella del 1871. Le legislazione sociale fece ulteriori progressi benché sbilanciata a favore della promozione della natalità, che rimase però deludente almeno agli occhi del Duce, convinto che il numero garantisse potenza.

 

Una delle realizzazioni più imponenti del regime furono le opere di bonifica delle terre improduttive, già in corso a partire dal 1870 ma effettuate per l’80%, fino a tutto il 1937, dopo il 1923. Ciò consentì il raddoppio della produzione di grano, tra il 1870 e il 1939, e la riduzione del 75% della sua importazione. Il tutto, però, a caro prezzo, perché il cereale domestico costava il doppio di quello americano e la priorità conferitagli danneggiò altri prodotti agricoli importanti. D’altra parte, la quota del latifondo rimase elevata, quella dei braccianti pure e le retribuzioni dei contadini in generale diminuirono analogamente ai consumi alimentari.

Nel 1936, su una popolazione attiva appena superiore al 43%, gli addetti all’agricoltura (48%) superavano ancora largamente la manodopera industriale (29%), e il divario, ormai quasi annullato nel Nord computando anche i trasporti e le comunicazioni, rimaneva invece assai ampio nel Centro e nelle isole e parecchio superiore al doppio nel Sud. I salari dei lavoratori italiani, nel 1930, risultavano essere i più bassi dell’Europa occidentale, mentre l’analfabetismo si era sensibilmente ridotto ma restava ancora ben presente.

 

Le condizioni di vita in cui l’Italia fascista e imperiale venne lanciata ad affrontare le sfide anche tecnologiche di un nuovo immane conflitto si trovano descritte nel bel libro di Marco Innocenti sull’anno 1940: “La gente, a corto di sogni,vive alla giornata, e la vita è così grama, così diversa da come la raccontano i giornali. Povera Italia di povera gente: per tanti la carne è un lusso, la frutta pure, i figli mettono gli abiti rivoltati dei genitori, cuciti di sera nelle macchine Singer a pedali, il ballo, grave peccato sociale, è proibito, il freddo delle case nelle mattine d’inverno è assassino, l’odore di minestra riempie le soffitte, la puzza di cipolla è puzza di miseria e nei campi c’è chi lavora ancora la terra con l’aratro di legno come ai tempi di Cristo”. In simili condizioni, fu già un miracolo che il paese riuscisse a risollevarsi relativamente presto dallo sfacelo in cui precipitò. Merito dello “stellone” di cui si parlava un tempo? Il miracolo, comunque, non sarebbe rimasto l’unico.

 

Franco Soglian

PRESIDENT ROOSEVELT CONCEALED STALIN’S CRIMES

The world now knows a good portion of what’s worth knowing on the ferocious deeds of the Soviet dictator. The consensus of the historians is that Lenin’s successor put to death or imprisoned several million people. That his victims were more numerous than Hitler’s. In this column we shall deal only with a comparatively minor (on Stalin’s scale) delict: the Katyn extermination of Polish officers, many thousands of them. After Russian president Eltsin handed to Lech Walesa the original order, dated 5 March 1940, to kill all the Polish officers and opposers of communism who were in Soviet hands, no historian nor politician can deny the terrible truth that found in Andrzej Wayda, the director, a tragic witness with his film Katyn.

However many facts are emerging that public opinion still ignores, or is only slowly becoming aware of. For instance, that the British and American governments were informed of the extermination of rightists in Poland since 1942, if not before. Two years later a group of British diplomats signed a secret declaration to the effect that their conscience forbade them to cover said crime for the sake of the war alliance with Moscow. But of course the official position of Washington and London remained unchanged during WW2- the USSR was a brave and noble ally, a stalwart of the glorious crusade against Hitler. President Roosevelt firmly prohibited the divulgation of any news on Stalin’s ‘purges’ and other atrocities, begun in 1923 and become paroxysmal after 1936. The Allied intelligence was perfectly informed of said crimes.

Consequently, after reconquering Smolensk in September 1943, Moscow felt permitted by Washington and London to announce that “the German aggressors had exterminated thousands of Polish officers at Katyn”. No US or British objection was advanced to the Soviet chief prosecutor of the Nurnberg process including the Katyn massacre in the indictment of the German defendants.

But the Machiavellian sheltering ordered by Roosevelt started to end with the president’s death, on April 12, 1945. His successor Harry Truman, whom Roosevelt had handpicked a few months earlier, narrated in his memories that he first thought of reversing the entire filoSoviet policy of the late president while he stood in the Union Station of the capital, waiting for the arrival of the funeral train with the coffin of FDR. Ten days later Truman was recording in his diary “our deteriorating relations with the Soviets”. He instructed Harry Hopkins, the intimate advisor of Roosevelt and Moscow’s best friend in Washington, “to make clear to Uncle Joe Stalin that I knew what I wanted”.

The truth was that the man of the New Deal mistrusted the western coalition’s chances to really prevail on Germany and Japan that deemed it mandatory to save from defeat and reinforce stalinist USSR. President Truman judged that the Soviet Union would have collapsed in 1942 without the immense supplies sent by Roosevelt.

In other words, immediately after the Commander in chief died, the government and the people of the U.S. totally repudiated the war alliance with Russia. Roosevelt had lied to America and to the world on Katyn and on all other Soviet crimes, in order to please Stalin. The FDR’s judgment and policy were suddenly turned upside-down. Stalin became the arch-enemy and a cruel monster, a murderer no less ferocious than Hitler. The USSR appeared as hostile to the West as Carthage was to the imperial republic of Rome. FDR and Churchill had better not suffocated the truth on Katyn and on the Stalinist regime.

However the British war premier was swift in changing his mind on the Russian tyrant: it was he who proclaimed with his Fulton, Missouri, speech the start of the Cold War. For many years on, a third planetary conflict was a terrible menace on humanity- contrary to FDR’s delusions.

Anthony Cobeinsy