UN GIORNO SARA’ REATO DA IMPEACHMENT NON CHIUDERE E VENDERE IL QUIRINALE

Se è vero che due eventi grossi -l’insurrezione in Italia di un quarto degli elettori, più altrettanti astenuti; l’avvento di un Papa che predica e forse praticherà la povertà- hanno aperto prospettive inattese, forse cominciano tempi nuovi. Improvvisamente la moralità e la parsimonia, finora non-valori, si impongono come obblighi. I vertici della partitocrazia parlano come se volessero tagliare i costi dello Stato e della politica. Non vanno creduti, però è insolito il fatto che almeno alludano al bene. Se le regole del gioco vanno mutando, se di colpo il Palazzo sente di dovere accettare obblighi finora inconcepibili, allora il personaggio cui spetta di cambiare strada per primo è il prossimo Presidente della repubblica.

L’Uscente avrebbe dovuto prendere decisioni clamorose almeno un lustro fa, quando si aprì la crisi economica. Per non averle prese risponderà agli storici; non è azzardato prevedere che condanneranno. Nei prossimi giorni l’uomo del Colle potrebbe ancora compiere in extremis un gesto rivoluzionario: chiedere scusa per non avere ingiunto di chiudere e vendere il più grosso dei gioielli inutili della Repubblica. I poteri li aveva.

La dotazione della Presidenza assorbe da sola un 230 milioni; ulteriori oneri sono su altri bilanci. Se essa Presidenza prendesse atto dei tempi nuovi e gravi; se si trasferisse in una palazzina senza fasto, oppure si restringesse in una modesta sezione della reggia (la Repubblica non ha necessità di una reggia intera); se si liberasse di un migliaio di dipendenti, necessari solo al fasto e mangiapane a tradimento; se  chiudesse le residenze estive, alla sede del capo dello Stato basterebbero 30 milioni. I 200 milioni risparmiati darebbero 10 mila euro/anno a 20 mila famiglie di disoccupati con figli. E se il valore di mercato del Quirinale più dipendenze, con le relative opere d’arte, arazzi, arredi, cavalli e giardini , fosse di almeno 20 miliardi, ci sarebbero 10 mila euro una tantum per 200 mila famiglie di disoccupati con figli.

Più ancora di  altri beni importanti della Nazione, il Quirinale potrebbe, nelle more della vendita a condizioni di mercato, essere offerto in garanzia alla finanza internazionale contro prestiti  non tiranneggiati dallo spread. Sull’esempio trascinatore del Capo dello Stato, tutti gli altri organismi pubblici dovrebbero alleggerirsi di beni non essenziali. Questi ultimi andrebbero trasferiti per la vendita a un organismo centrale ad hoc, modellato sull’istituzione germanica che commercializzò il patrimonio della DDR, Repubblica democratica tedesca. L’alienazione della parte non essenziale del nostro patrimonio pubblico abbatterebbe in misura importante il debito dello Stato, e questo sì darebbe respiro alle famiglie e alle imprese.

L’obiezione passatista, secondo cui lo Stato e le entità pubbliche hanno irrinunciabili esigenze di rappresentanza e prestigio, disonora chi l’avanza. In tempi nuovi in cui un cardinale può volare low cost e usare la bicicletta per recarsi in conclave, al limite per diventare papa; in cui il neoeletto pontefice può lasciare in garage la limousine ammiraglia targata SCV1 e andare a dir messa fuori Vaticano in una qualsiasi quattroporte da ceto medio inferiore; in cui vari governanti non portano più la cravatta, i discorsi sulla rappresentanza, sul prestigio e sul protocollo sono tali da marchiare da parvenu e da incolto chi li fa. Il fasto tradizionale, l’ostentazione di ricchezza spesso celante povertà, sono un fatto del passato e del demi-monde. Corre voce che papa Francesco, nel declinare dopo l’elezione la mantellina rossa bordata di ermellino, abbia spiegato allo sbigottito monsignore del cerimoniale: “E’ finito il Carnevale. La mantellina la metta lei”. Se la voce è fondata, Francesco non poteva emettere uno statement  più severo e più gravido di futuro. Il Carnevale non è finito solo per il vertice della Chiesa. Molto più, naturalmente, per vertici assai più modesti quale quello della repubblica.

Qualsiasi museo di carrozze esibisce cocchi di gala di ambasciatori, vescovi, ciambellani e principi, ciascuno dei quali cocchi costava nel Settecento quanto un piccolo ospedale di allora. Ma i tempi sono cambiati e condannano senza appello lo sfarzo del Quirinale. Per le villeggiature del capo dello Stato ci sono gli agriturismi, e paghi di tasca sua.. Per la sua sicurezza i corazzieri sono superflui, oltre che ridicoli. Alla fine di quest’anno i poveri assoluti supereranno in Italia i quattro milioni; poi ce ne sono innumerevoli milioni oltremare. I poveri assoluti di casa nostra apprezzeranno un sussidio assai più, p.es., dell’orgoglio che il loro Stato mantenga ambasciate tra le più eleganti del pianeta. La Gran Bretagna, fino all’anteguerra massima tra le potenze coloniali e navali, per economizzare ha ormai una Royal Navy minuscola,  più nessuna colonia vera e non poche sedi diplomatiche in meno.

Se l’Italia figlia della Resistenza (nelle intenzioni semibolscevica) volesse imitarla, come dovrebbe, dimezzerebbe le ambasciate, i diplomatici, le flotte, gli stormi, le brigate corazzate altrettanto inutili e facili da sbaragliare quanto le ambasciate, le flotte e gli stormi. Con un Comandante supremo come l’Uscente, le Forze Superflue, i diplomatici boriosi e altri parassiti sono stati protetti. Forse il Successore dell’Uscente giudicherà l’interesse e la dignità del Paese con mente più moderna, con cuore più fraterno, anche con la prudenza di non rischiare l’impeachment.

A.M.Calderazzi

CHE PERDONARE AL SEMI-LIBERTADOR MARIO MONTI

Acceso montista quale sono, anche per avere avuto nel passato occasione di parlare all’Uomo, esercito il diritto di rimpiangere le opere grandi che non farà: anche, ma non solo, perchè mille lillipuziani non permetteranno (peggio per Lui, e più ancora per noi, per essersi consegnato a loro invece di spazzarli via).

Prima delle non-opere grandi, chiudere la sudditanza agli USA. Sessantanove anni fa, è vero, a Cassibile (Siracusa) ci arrendemmo senza condizioni a un generale americano (Bedell Smith). Poi per qualche anno fummo aiutati dalla farina e da altri soccorsi inviati, con disinteresse decrescente, da Washington. Ma, quasi un settantennio dopo, il mutuo abbiamo finito di restituirlo. Le ultime rate furono l’ignobile superbase a Vicenza; le missioni mercenarie -ma spese a nostro carico- persino in Afghanistan; i delittuosi stanziamenti bellici che continuiamo a fare, laddove lasciamo morire assiderati gli homeless, raddoppiamo la pena ai carcerati con la tortura del sovraffollamento, tradiamo in altri cento modi i nostri doveri. Solo agli obblighi della servilità non manchiamo mai: non sotto Prodi e d’Alema, non sotto Berlusca e La Russa, non sotto Napolitano, Monti e Terzi di Santagata.  Gli ultimi due volano a Washington anche per confermarci lacché: laddove l’Europa la Russia la Cina e altri protagonisti grossi ci offrirebbero l’occasione per essere più liberi e più eguali.

Altro rimpianto acre: nulla di serio ha fatto/potrà fare Super Mario per correggere alquanto le storture dell’ipercapitalismo: nessuna patrimoniale a carico dei soli straricchi, nessuna avocazione ai redditi “di lavoro” offensivamente alti; nessuna aggressione degna di Dracone legislatore ateniese alle prassi e alle spese del prestigio convenzionale e del fasto pontificio-monarchico: il Quirinale e gli altri palazzi del disonore sono lì, al sicuro dalla ‘sobrietà’ montiana. Nessuna dura opera di giustizia contro le rapine dei politici fecali: ce li ritroveremo tutti a ingozzarsi nel truogolo elettorale già tra un anno, se non prima.

Eppure con Mario Monti, se non la farà più grossa, dovremo essere larghi d’indulgenza. Siamo in molti a sperare che dopo Lui e i suoi professori niente sarà lo stesso (v. in ‘Internauta’ di gennaio lo nostra intervista a Marco Vitale). In molti a sperare che la gestione dei tecnici dimostrerà quanto il sistema progredisce facendo a meno dei politici quasi tutti pregiudicati. In molti a sperare che il governo delle competenze stia prefigurando come migliori saranno la Polis e la vita quando questa o quella formula di democrazia riscattata e qualificata -opposta all’attuale- cancellerà fino all’ultima (beh, quasi) le malefatte dei partiti e dei loro gaglioffi (ce li ha imposti ‘la più bella delle Costituzioni’. Una Camera dei Sorteggiati, invece che degli Imputati, sarà un ottimo inizio -v.la proposta Calenda/Ainis in ‘Internauta’ di gennaio’).

Pur di avere questa Liberazione, senza confronti più redentrice di quella del ’45 (ci addossò il peggiore sistema dell’Occidente) accettiamo di pagare un prezzo: e il prezzo è trangugiare le delusioni inferteci da Mario Monti, Libertador a metà. E perdoneremo anche Giorgio Napolitano, il Sommo Politico che si riscattò imponendo Monti cauto calpestatore dei politici. Giorgio rischia di rivelarsi il più statista  dei reucci settennali del Quirinale, vituperevole palazzo costruito col denaro che avrebbe dovuto andare ai pellagrosi e ai tubercolotici di Cristo.

Antonio Massimo Calderazzi