OBAMA: IL D-DAY PER BUON CUORE NON PER LA SUPREMAZIA SUL PIANETA

Il Barack Obama della retorica ‘Omaha Beach’, passi. Fa di peggio, ci ordina di comprare armi. Tuttavia la menzogna per patriottismo egoista è meno grave se perpetrata una volta ogni settant’anni, negli intervalli tra colazioni con 19 capi di Stato- compreso il nostro- e  fotografie con reduci ultranovantenni. “Quando il mondo d’oggi vi rende cinici – ha arringato il Presidente idealista, elogiato da molti come “guerriero riluttante” -fermatevi a pensare a questi uomini, molti dei quali hanno dato la vita per ridare la libertà a popoli che nemmeno conoscevano”.

Secondo Massimo Gaggi, inviato con elmetto a stelle e strisce al D-Day, “il Presidente rivendica il primato etico dell’America”.  Bravo Massimo Gaggi, che mente senza averne obbligo: laddove Obama l’obbligo ce l’ha eccome, in quanto American Patriot in Chief. La menzogna volenterosa di Gaggi consiste, è chiaro, nell’accreditare di “primato etico” il paese più militarista della storia (benché oggi guidato da un capo meno guerrafondaio del suo predecessore). Dai giorni del Vietnam gli USA hanno esercitato spesso il diritto di trattare col napalm e i droni gli innocenti in aggiunta ai nemici.

Quando, gennaio 1961, il presidente Dwight Eisenhower consegnò la Casa Bianca a J.F.Kennedy, gli consigliò caldamente, egli supremo tra i marescialli vittoriosi della WW2, di non fare la guerra d’Indocina. Il giovane successore New Frontier, irresistibile non solo con le attrici di Hollywood, anche con giornalisti, intellettuali e mezze calzette di mezzo mondo, inebetiti dagli slogan della sua campagna elettorale, non dette ascolto al saggio consigliere: anche perché aveva appena autorizzato, non ancora seduto nella Oval Room, lo sbarco alla Baia dei Porci dei cubani anticastristi arruolati dalla CIA. Lo sbarco fallì, ma si avviò la gloriosa impresa del Vietnam, prima disfatta catastrofica della Superpotenza. Nel mezzo secolo che è seguito Washington non ha mancato un’occasione per impiegare le armi nel nome dell’egemonia. Sapeva Massimo Gaggi che inneggiando al “primato etico” si guadagnava la carica di assolutore loyolesco (=gesuitico) alla corte di Barack e Michelle?

La mitopoiesi di Gaggi attinge alle vette del comico funerario, se preferite del grottesco esilarante, quando ci addita ammirato una cretinata di Barack che sembra scandita a un comizio dall’On.Cetto Laqualunque: “L’America è venuta a liberare l’Europa senza chiedere nulla, solo la terra dove seppellire i suoi morti”. Ah, gli infortuni dell’oratoria celebrativa alla Checco Zallone! Qualunque persona malpensante/sardonica avrebbe il diritto di interpretare quel “solo la terra per seppellire” alla lettera :   come prova che nel 1944 gli USA sbarcarono in Normandia perché si trovavano low on burying ground- scarsi in cimiteri!  Invece è sicuro: il maggiore sbarco della storia non aveva altro obiettivo che la tumulazione. Niente a che fare con la supremazia sul mondo. E’ irrilevante che, se non ci fosse stato lo sbarco, non sarebbe sorta la necessità di tumulare.

Continua l’esegesi di Gaggi su quello che Obama ha descritto “nella storia non si è mai visto niente di simile”. Non che siano mancate le grandi imprese di conquista, ma in Normandia “the greatest generation” era totalmente disinteressata, mossa solo dall’ ideale: “ondate immense di giovani uomini scendono dai mezzi da sbarco per salvare gente sconosciuta”.

Gaggi: ”Il ricordo di quello spirito di sacrificio torna nel parallelo tracciato dal Presidente “con i ragazzi che dopo l’11 settembre 2001 si sono esposti generosamente per difendere

il loro paese (era sul punto di soccombere alle battleships e alle armate corazzate talebane -N.d.R.) anche in conflitti dall’Iraq all’Afghanistan (…) Le generazioni che hanno conosciuto solo pace e benessere faticano a comprendere: per continuare a vivere in pace e da uomini liberi bisogna rimboccarsi la maniche. Libertà e democrazia non arrivano gratis”.

Il reportage dal bagnasciuga di Omaha Beach finisce assieme allo spazio assegnato dal “Corriere della Sera” al sobrio lirismo normanno di Gaggi. Trasferiamoci alle ormai quotidiane rampogne del presidente USA all’indirizzo dei maramaldi e vermi che un po’ dovunque nel mondo tentano di contrastare l’aumento delle spese militari. Nello Stivale sud dell’Alleanza atlantica gli inqualificabili se la prendono in particolare con gli F35 e coi sommergibili d’attacco. E’ la mascalzonata contro cui borbotta in continuazione anche G. Partenopeo, comandante supremo delle armate che, a norma del ferreo dettato costituzionale contro la guerra, attendono a pié fermo l’aggressore. Solo settant’anni fa Partenopeo parteggiava per i proletari e per la pace, non per i generali a molte stelle.

“Il taglio sugli F35 è un errore”: lo ha insegnato di recente un maitre-à-penser della scuola del Pentagono, Derek Chollet, segretario aggiunto. Ha detto il pensatore, in visita a Roma: “In tempi di austerity i governi devono tagliare. Ma nel caso degli F35 sarebbe un errore perché è un investimento per il futuro, fondamentale per accrescere le forze militari. L’Italia ha già investito molto. Resta un alleato chiave nella Nato e deve mantenere gli stanziamenti per la difesa. Le relazioni tra Italia e USA non sono mai state così forti. Nella penisola ci sono più di 30.000 americani, tra militari e civili. L’impegno italiano in Afghanistan è una dimostrazione di leadership internazionale”. Quest’ultima affermazione a noi suona una cauta ma chiara promessa non ufficiale di una fetta di colonia in Afghanistan, a vittoria conseguita. Dio sa se l’Italia ha bisogno di terra al sole!

Non sappiamo se un giorno gli Dei permetteranno il processo di impeachment agli odierni reggitori della Repubblica fondata sui mitra partigiani. Se sì, auspichiamo che Obama e Chollet, ormai pensionati, accettino di deporre a discarico del presidente Partenopeo; persino di Matteo Renzi, che lo scorso 2 giugno non trovò un pretesto, egli che ha tanta fretta di fare le cose importanti, per mancare alla parata militare del genetliaco della repubblica. Si può capire: basta demagogia, ha intimato il Comandante supremo, sui soffitti delle scuole che minacciano di cadere sui bambini. La democrazia di Scajola e Galan ha titolo a una grossa panoplia di armi di deterrenza.

Sarà la linea difensiva al processo di impeachment. La deposizione del Past President e di Chollet piacerà poco alle maestre, ai genitori e ai bambini, ma molto, moltissimo, a Massimo Gaggi.

Anthony Cobeinsy

IL COLLE CONTRO LE PULSIONI ANTIMILITARISTE E ALTRE MOLLUSCHERIE

“Napolitano difende le spese militari”, oppure “ mette il veto ai tagli”. Più o meno così i media hanno interpretato le parole davanti all’Altare della Patria, il 25 aprile, del Comandante supremo. Ancora una volta l’antico ufficiale d’ordinanza di Togliatti si è confermato pontifex maximus del culto delle (vana)glorie marziali. Edonisti e molli come siamo, noi Stivalioti d’oggi abbiamo indole pacifica, magari anche panciafichista, ventre mio riempiti di felicità masticabile. Ma il Supremo non si lascia sfuggire occasione per ricordarci che ci sono brandi da impugnare, missili e siluri da scagliare, droni ‘Obama’ da teleguidare contro il nemico.

Lui sa chi è, dove sta, il nemico (noi no ma non contiamo: democrazia, libertà e ‘diritti’ non si fidano di noi). Occorre essere semper parati in caso i mongoli di Ulan Bator o alcune repubbliche andine si facciano venire brutte intenzioni. Lo stesso dettato costituzionale (ripudio della guerra) è stato scritto per svista o per scherzo. La Carta, ci insegna il Pensiero di Benigni, è la Più Bella ma quandoque bonus dormitat Homerus (cosìceliava Orazio Flacco). Se il Mare è Nostrum, come rinunciare ai sommergibili d’attacco e ai cacciabombardieri con capacità nucleari? Non siamo legati per trattato, e fino alla fine dei tempi, all’Alleanza atlantica?

E’ noto che il 25 aprile la Resistenza ha liberato l’Italia da sola, senza apporti dell’Ottava armata britannica, della Quinta yankee, dell’Urss che sfondava da Est, delle arciflotte alleate. Alcune decine di migliaia di bombardieri che obliterarono il Reich non hanno fatto che assecondare a latere le conquiste partigiane. Di fronte a così grande retaggio di vittorie, da Custoza a Caporetto alla resa senza condizioni di Cassibile (prov. di Siracusa), di fronte a tante panoplie di armi gloriose, i pacifisti imbelli, i molluschi incuranti della Libertà, gli ottusi fautori degli asili-nido e dei dormitori per homeless negano -quei degenerati- che la Repubblica di Benigni necessiti di F35 e di fregate per poter battere i pugni sui tavoli della diplomazia. Non si sono alzate proposte di intervenire in Ucraina onde dare una lezione a Putin? Guai se il Piemonte non avesse stritolato gli zaristi in Crimea. Con non più di duemila morti il Regno sardo poté sedere tra i vincitori e da quel momento cominciò a tempestare di pugni e di spade di Brenno le conferenze internazionali. Chi potrebbe negare che una buona prova a Odessa delle brigate corazzate di Napolitano, appoggiate dagli Eurofighter e dall’unico F35 operativo, moltiplicherebbe N volte il nostro prestigio e l’orgoglio della Farnesina?

Ecco dunque il Marte del Quirinale intimare: “Le FF.AA. vanno certamente razionalizzate, ma sul capitolo delle spese non bisogna indulgere a decisioni sommarie. Esse possono riflettere incomprensioni di fondo e alimentare vecchie e nuove pulsioni antimilitariste”.

Qui vi voleva, voi sozzi antimilitaristi e incomprensori di fondo, il Maresciallo supremo. Vi abbandonate alle pulsioni degeneri -elargire buoni mensa a un milione di senza reddito, prevenire le frane appenniniche, decine di altre carognate- quando le nostre feluche, proverbialmente trionfatrici in tutti i negoziati, specie quelli che culminano in cocktail e sambe, hanno bisogno di argomentazioni di potenza! Il papa poté non avere né divisioni né flotte; le nostre ministre della Difesa e degli Esteri ne hanno bisogno perché la Repubblica di Cassibile sia rispettata anzi temuta.

Che il Clausewitz del Colle ci voglia pronti alla battaglia non deve stupire. Poche settimane fa spiegava ai negatori delle glorie resistenziali che il passaggio alla lotta armata scatenatrice di rappresaglie e stragi fu “obbligato” (non vi spetta sapere obbligato da chi e perché). L’obbligo di procombere sussiste, forever, come assolverlo senza aviogetti di ultima generazione? Persino l’infermiccio Giacomo Leopardi smaniò per morire in battaglia: “Qua l’armi io solo/ Combatterò, procomberò sol io”.

Non crediate che l’assiduo lettore di Leopardi tra gli arazzi del Colle esiga sempre l’ultimo grido in fatto di apparati della guerra elettronica. Sa che nella foresta umida in cui scorre il fiume Limpopo, come pure nelle gole del Caucaso, si combatte alla baionetta. Proprio per questo Egli tiene sempre pronti i corazzieri, che mettano in fuga l’avversario col solo bimetro d’altezza, più le lame delle loro sciabole. E per oggi rinunciamo a vantare il prestigio sartoriale dei nostri generali di tendenza.

Ve lo ricordate l’Elmo di Scipio? Serratevi al mento l’Elmetto di Napolitano, vi porterà alla vittoria. Quanto ai costi in €, non potete negare che armarci contro i nemici immaginari costi meno che fermare gli smottamenti appenninici. Credevate che il Signore della Guerra non cercasse di risparmiare? Abita la reggia più costosa al mondo, però da un paio d’anni taglia su spillatrici, coccoine e garden parties. Perché ha a cuore il contribuente.

Porfirio

MOLTI NEMICI CI MINACCIANO MA NAPOLITANO E’ “WAR PRESIDENT” COME G. W. BUSH

Chi altro poteva schiacciare i tentativi di tagliare sugli odiati F35, sulle nuove fregate, sui supplementari sommergibili d’attacco, sugli altri programmi bellici, se non il presidente della repubblica, della casta e del military-industrial complex (quest’ultimo deplorato a suo tempo per gli USA da Ike Eisenhower, che era un generalissimo vittorioso)? Tra i capi di Stato del momento il Nostro risulta quello che più prende sul serio il ruolo di Comandante Supremo. In quanto tale, ha inflitto una bella umiliazione a Renzi, che con Cottarelli aveva complottato per dimezzare l’acquisto di apparati bellici, persino per vendere la portaerei ‘Garibaldi’. Un complotto temerario, cioè sciocco, perché tutto era chiaro prima ancora che il 19 marzo si pronunciasse il corrusco Consiglio Supremo di Difesa.

Tutto era chiaro dal giugno 2013, quando il Parlamento aveva deliberato di sospendere le ordinazioni belliche fino alla conclusione di una propria inchiesta ai sensi della legge 244, che assegnava al potere legislativo un maggiore controllo sugli acquisti di sistemi d’arma. Passarono pochi giorni e il Signore della Guerra stroncò: la legge 244 è piena di criticità. Non può permettere alle Camere facoltà di interferire nelle valutazioni dell’Esecutivo, segnatamente nelle prerogative del Capo dello Stato e dei vertici militari.

Il 19 marzo ilConsiglio Supremo ha dato per respinti sia il conato del Parlamento, sia quello del presidente del Consiglio. Ha ribadito seccamente che le minacce militari alla patria sono reali, rese più acute dalle turbolenze dello scacchiere mediterraneo. Ha additato la strada da percorrere: niente colpi di testa alla Rottamatore, nessun ascolto all’opinione pubblica, bensì un Libro Bianco sulle strategie di guerra, da redigere con calma. Risponderà alle domande fatali: vogliamo un’aeronautica? Vogliamo contare nelle decisioni tra Potenze? Nell’ultima Festa delle Forze Armate il War President aveva tagliato corto (con due audaci innovazioni lessicali): “Non bisogna indulgere a semplicismi e propagandismi sulle dotazioni indispensabili alle nostre forze armate”. Il non detto: se Renzi si è esposto troppo con gli impegni di spesa, si tolga dalla testa di lesinare sugli armamenti.

E’ da compiangere la povera Bundesrepublik, per dirne una, che non ha Marte a capo dello stato. Da noi invece il Primo Cittadino, rieletto a furor di politicanti che temevano per il seggio, detta la legge marziale dalla tolda di comando: si vis pacem para bellum. Il Consiglio Supremo sa ben meglio di noi le minacce che incombono. Non dice da dove incombono, ma gli italiani gente sveglia si sforzino di immaginarle. Intanto il fosco Putin, uomo del KGB. Poi una coalizione Tripoli Tirana Asmara Mogadiscio Addis Abeba Dodecanneso potrebbe volerci punire per le nostre sopraffazioni colonialiste, dal micropossedimento della compagnia di navigazione Rubattino sul Mar Rosso all’incoronazione di Vittorio Emanuele III a re d’Albania, passando per il trionfo di Giolitti sul Sultano ottomano e per la sottomissione dell’Etiopia.

Ma il pianeta è vasto, pullula di potenziali aggressori. I Talebani, che abbiamo domato dalle parti di Kabul, sono più pericolosi di quel che appaiono. I vietnamiti umiliarono ripetutamente gli USA, che pure per strappare ai giapponesi l’isola di Kiushu spiegarono quasi 70 tra sole portaerei e corazzate; se, per deridere i nostri padroni yankee, ci attaccassero improvvisamente, che faremmo noi con la sola portaerei Cavour, una volta venduta la Garibaldi come voleva quel pazzo di Renzi? Ancora. Chi può escludere che gli italoamericani oriundi del Regno delle Due Sicilie ci facciano aggredire dai Navy Seals per rappresaglia della spedizione dei Mille? La squadra asburgica dell’ammiraglio von Tegetthoff, che nel 1866 ce le dette di santa ragione a Lissa, non potrebbe infierire sugli stabilimenti balneari del Salento, ove non ci dotassimo di sommergibili idonei alla navigazione polare?

A farla breve, il War President ha ragione: mettiamoci in grado di colpire first strike Addis Abeba. Se poi Al Qaeda, o qualsiasi altro nemico della democrazia e dell’emancipazione della donna, ce l’avrà con noi, il Quirinale Supremo dovrà disporre della giusta panoplia di armi di ritorsione.

Il Rottamatore stava per soccombere alla follia suicida di risparmiare sui droni vettori di atomiche tattiche. L’ha trattenuto in tempo la mano ferma di Partenopeo. Avremo stormi di F35 per proteggerci. Onde risparmiare sul combustibile, convertiamoli a metano o a GPL (alla propulsione nucleare, solo se quel farabutto di Putin ci chiude i gasdotti dalla Crimea e non ci fa sciare a Sochi).

I feldmarescialli del Consiglio Supremo si sarebbero piegati al Rottamatore, non fosse stato per il Guerriero campano, ammogliato con donna Clio. Egli è un caso più unico che raro di autoredenzione. Era un portaborse di Togliatti, uno stalinista che aveva giustificato le ferocie partigiane e l’invasione dell’Ungheria, che aveva insolentito la Nato: ebbene si è convertito all’atlantismo con le sue sole risorse mentali. Oggi guarda fisso verso il Pentagono come l’ago della bussola è attratto dal Nord. Avesse trent’anni di meno, l’ex regista delle campagne comuniste per la pace farebbe il segretario generale della Nato.

Dice l’amico intimo Emanuele Macaluso che Partenopeo lascerà la presidenza entro l’anno (con la fierezza, siamo certi, di avere salvato le FF.AA. che salvano noi). Diciamolo alto e forte: perderlo sarebbe un peccato. E se imitasse Ratzinger a Santa Marta: se restasse a vita nei giardini del Quirinale, in una grande tenda da campagna/combattimento, come capo emerito del Consiglio Supremo di Difesa?

Porfirio

MINIBUSHICCHI E RUMSFELDETTI

Epiteto felice, “olgettini”, quello trovato da Marco Travaglio per marchiare i non pochi opinionisti che Giuliano Ferrara, il libertinaggio fatto carne, ha aizzato a sdegnarsi per il martirio dell’imputato Berlusconi Silvio. E noi, come insulteremo gli opinionisti in divisa Nato che si contorcono a difesa degli F35? Minibuscicchi (in onore del Conquistatore dell’Irak)? Rumsfeldetti (cioè allievi del famoso fustigatore della Old Europe)? Paraprodisti (a ricordo della leadership dimostrata dal Ciclista bolognese in pro della maxibase americana a Vicenza)? Dalemisti di ritorno (per nostalgia dei cacciabombardieri lanciati contro i Serbi)? Stellastrisci? Ascari? Pensiamoci, troveremo di meglio.

L’argomentazione principale degli F35isti -i Venturini, gli Alessandro Campi, i Giovanni Sabbatucci e centinaia di altri- è: vogliamo o no una Air Force moderna? E l’altra accusa, ancora più micidiale: meditiamo per caso di rinnegare gli obblighi dell’Alleanza Atlantica? Gli aeroguerrieri hanno ragione: sono interrogativi da non eludere, e sono politici non tecnici.

Va risposto enfaticamente No al primo, allegramente Sì al secondo. Mai più aggiornare Armi, né quella aerea, né altre di Terra o di Mare. Non abbiamo nemici, e non se ne annunciano. La guerra all’antica è, appunto, cosa del passato. Pericoli totalmente nuovi, potranno presentarsi un giorno. Ma dagli avversari futuri -terrorismo? pestilenze? cibersabotaggi?- non ci difenderanno le armi di un tempo. Dell’art.11 della Costituzione – “L’Italia ripudia la guerra”- non è il caso di curarci, visto che essa legittima il peggiore sistema d’Occidente. Ad ogni modo, finché la Carta dura a morire, è evidente che quasi tutte le spese militari (ad eccezione delle colonie estive per figli di graduati, sottufficiali, contrammiragli e feldmarescialli) violano detta Carta.

Meditiamo di rinnegare l’Alleanza? Tassativamente sì. La stipulammo, cioè subimmo, in quanto sconfitti in guerra. Però, dalla resa senza condizioni firmata il 3 settembre 1943 a Cassibile (Siracusa) sono passati 70 anni. Come punizione, bastano. Anche perché gli USA, principali tra i vincitori del 1943-45, si sono dimostrati indegni o incapaci di esercitare alcuna egemonia su satelliti, ausiliari e sepoys  vecchi e nuovi. Posto che allora meritassero la vittoria -non è detto- non ne hanno fatta più una giusta. Un interminabile, disonorevole fallimento alla Vietnam, intervallato da parentesi senza spedizioni coloniali.

Il regnante inquilino del Colle definì ripetutamente l’impresa nell’Afghanistan “una guerra giusta” (testuale). Che il Parlamento, cupola del regime cleptocratico, lo abbia rieletto squalifica il regime stesso, in quanto incapace di trovare un successore qualsiasi. La bestemmia della guerra ‘giusta’ è già stata condannata dai fatti, oltre che dal comune sentire della gente. Un giorno, in qualche angolo della Terra, un nuovo tribunale di Norimberga processerà tutti quei governanti del mondo che, finita nel 1945 l’Apocalisse, si resero colpevoli di nuovi riarmi e di nuovi conflitti macellatori di vite umane; conflitti uno più vituperevole dell’altro, inclusi quelli di liberazione, ideologici e per i ‘diritti’.

Tra tali governanti-imputati figureranno, in seconda e terza fila, tutti gli statisti di casa  nostra, compresi i Padri della patria alla De Gasperi, perché vollero o ancora praticano il nostro infeudamento al Pentagono. L’ultimo di detti statisti godrà forse di qualche attenuante: sviato dall’aver preso troppo sul serio il ruolo di comandante in capo delle Forze armate. Sviato, inoltre, dalla curiosa convinzione che le Forze armate, con le loro sfilate ai Fori Imperiali e le loro uniformi sartoriali, incarnino i valori repubblicani. Quelli mala-repubblicani, sì.

Le Forze armate vanno in parte convertite, per il resto abolite. La conversione più rispettabile sarebbe quella che le destinasse ad allargare i ranghi di polizia e carabinieri: manchiamo eccome di cacciatori di delinquenti, di evasori, di trasgressori, eccetera. Ma forse esistono altri impieghi capaci di valorizzare gli asset e le virtù militari. Portaerei, tank e lanciamissili si vendano all’asta o a peso.

Forse abbiamo esagerato a sostenere “non abbiamo nemici”. In effetti gli eritrei, gli abissini, l’Albania, persino il Dodecanneso potrebbero aggredirci per i misfatti del nostro passato. Ma per difenderci potremmo ingaggiare i contractor che, annientando il terrorismo, hanno liberato l’America da ogni possibile minaccia. Pagandoli all’occorrenza e non in eterno, spenderemmo meno.

Direte: abolendo i bilanci militari addosseremmo ai partner Nato il peso della nostra difesa. Risposta: i partner Nato imparino da noi, così come impararono i loro progenitori a parecchi livelli -dagli acquedotti al latino al Rinascimento a F.T.Marinetti (v. in questo Internauta “Laboratorio Italia o morte!”). Aboliscano la difesa.

Porfirio

F35, GUAI A FARNE A MENO

Volevamo, io tra i primi, i tecnici al governo? E Mario Monti ha preso a ministro della Difesa l’ammiraglio Giampaolo Di Paola. Nessuno più tecnico specifico di lui, che ha prontamente provato a proteggere da tagli le spese militari. Ci riuscirà? Non ce la farà?

Avere civili a capo del dicastero un tempo ingenuamente chiamato ‘della Guerra’ era stata un’improvvida conquista liberale, persino popolare. Oggi un corteggio di ex ministri civili, comprendente guerrieri quali Parisi, Martino e La Russa, subisce la mortificazione che sotto Monti un loro successore non sia stato espresso dalla milizia partitocratica ma dai  guerrieri difensivi con greca e stelle da ammiraglio. E’ tempo che il Sindacato degli ex-ministri bellici (si vis pacem para bellum) si appelli al Comandante supremo delle Forze Armate, lassù sul Colle, perché fermi in tempo la degenerazione a danno dei borghesi RAM (ridotte attitudini militari). Quando l’ammiraglio lascerà, nessun gallonato si faccia strane idee; dovrà toccare a un politico di lungo corso e soprattutto puro, nel senso che sappia fare solo politica.

Non solo. Visto che oggi la nostra macchina da guerra è composta anche da donne, amazzoni procacette in vario grado imbattibili nel combattimento, è giusto che alla sommità del dicastero della Difesa Pacifica si alternino politici dei due/tre sessi oggi riconosciuti. A questo fine il solco è stato tracciato in Spagna da J.L. Rodriguez Zapatero. Non solo sovrappose a tutti i mariscales y almirantes la donna politica Chacon, ma esigette che volasse in Afghanistan ad ispezionare il contingente spagnolo col pancione di gestante. Non se n’è parlato molto, ma il Ministerio de la Defensa dové ordinare un piccolo stock di giubbotti antiproiettile/antimissile, sia della misura Lieta Attesa, sia di quella Neonatale, putacaso la ministra venisse colta dalle doglie nelle truci valli talebane.

Purtroppo l’anelito femminista di Zapatero non ha portato fortuna alla Chacon. Perso per la deplorata vittoria di Rajoy il Ministerio, la molto onorevole Chacon è stata anche sconfitta da un maschio nella contesa per il ruolo di capo del Partido socialista obrero. Non un buon precedente per le nostre -Santanché Melandri Craxi Finocchiaro Rosy Bindi- che aspirano a succedere all’Ammiraglio quando il 2013 avrà restituito la Patria ai partiti.

 

Parliamoci chiaro. Se mai si può parlare di un momento in cui la Repubblica è sotto la minaccia di potenze nemiche, e deve prepararsi a combattere nel nome della pace e della ‘più bella delle Costituzioni’, il momento è questo. Le minacce sono sì invisibili, ma proprio per questo più pericolose.

Nessuno può escludere p.es. che i Talebani cerchino una spiaggia o un porticciolo velico qualsiasi dalle Alpi al Lilibeo per rifarsi delle sconfitte subite dai Navy Seals. Non ci sono parole che bastino per descrivere la sfida delle divisioni aviotrasportate e delle squadre navali talebane. E chi può escludere la rabbiosa vendetta dell’Estonia, della Repubblica Dominicana, di altre potenze, per le volte che gli atleti azzurri sbarrarono loro questa o quella strada olimpica?

Le minacce che incombono sono tali da richiedere, oltre alla militarizzazione degli storici opifici d’armi bresciani, un extra sforzo produttivo sia delle fabbriche Finmeccanica, sia dei colossi degli armamenti dell’intero campo demoplutocratico. In più si dovranno prevedere acquisti si-vis-pacem in Cina e in altri paesi emergenti o emersi. Nessun sistema d’arma o macchina ossidionale andrà trascurato, tanto multiformi e polidirezionali presentandosi le minacce.

Con alcuni millenni di conquiste, o almeno di spedizioni, dietro di noi, diciamo la verità. Abbiamo nemici su tutti i quadranti dell’orizzonte. Perché non potremmo subire un furioso contrattacco di Cartagine dopo i colpi subiti da ben quattro Scipioni -Africanus, Asiaticus, Aemilianus e Nasica detto Corculo- delle cui devastazioni la Repubblica nata dalla Resistenza è responsabile, non solo civilmente? Forse che il Tesoro è assicurato contro una possibile querela di Zagabria per la distruzione della capitale dei Dalmati, attribuita al predetto Nasica Corculo?

La Gallia, l’Ispania Betica e quella Tarraconensis, la provincia Retica, la terra dei Parti e varie altre ex-colonie di Roma pullulano di teste calde intente a scatenare class actions. Non parliamo di etnie che i nostri bisnonni oppressero di recente. Non solo, è chiaro, gli abissini di Ras Tafari e gli ottomani del Dodecanneso, anche gli stessi Shqipetari d’Albania. Tutti gli aventi causa delle genti da noi sopraffatte nei secoli potrebbero unirsi a nemici d’oggi, questi ultimi tanto più pericolosi in quanto fingono di non esistere.

Bando ai mezzi termini: non ci sono divisioni corazzate, portaerei e flotte da battaglia che bastino. Abbiamo sommergibili inadeguati, capaci di operare solo in acque costiere, lagune e acquitrini; tra l’altro non si vede perché i nostri U Boote non debbano essere propulsi al più presto dalla fissione dell’atomo, come quelli non solo delle superpotenze ma, chi può escluderlo, di Ceylon e dell’Ecuador. Che media potenza siamo se non aggiorniamo incessantemente la panoplia termonucleare, purtroppo ancora in divenire?

 

E’ vero, un recente vertice tra gli arazzi, i corazzieri e i lacché della Casa di tutti gli Italiani ha dovuto, a causa dello spread, esaminare tagli semisimbolici alle commesse miliardarie per F35 ed altri armamenti di punta. Ma si è trattato di un momentaneo, rischiosissimo smarrimento dei supremi decisori: ricattati da jene e sciacalli del rating, incalzati dal populismo demagogico, insidiati dalla tentazione pacifista. Se non avessimo una cornucopia di generali a quattro stelle saremmo perduti. E poi: per un paese che adempia agli Obblighi delle Alleanze, la venticinquina di miliardi della spesa militare è il minimo assoluto. Mancasse la venticinquina, i guerrieri del Senusso emetterebbero sconci crepitii al nostro indirizzo.

Quello dei crepitii è una brutta abitudine della Quarta Sponda; contagiò anche il normanno Ruggero signore della Sicilia. Scrive lo storico arabo Ibn Al-Athir: “Quando il suo parente Re Baldovino mandò a Ruggero una delegazione per proporgli la conquista della costa d’Africa, Ruggero, levata una gamba, fece una gran scorreggia. Poi dichiarò: ‘Affè mia, questa vale più di codesta vostra proposta’ (da ‘Storici arabi delle Crociate’ a cura di Francesco Gabrieli, Torino. Einaudi, 1963). Per completezza, riportiamo dal dizionario Devoto-Oli la definizione della particolare risposta di Ruggero ‘levata una gamba’: ‘Emissione di gas intestinali dall’ano’.

 

Contro i possibili crepitii dei Senusso servono gli F35, servono 17 nuove fregate della classe FREMM, nonché batiscafi, palloni frenati e molto di più. Su questo i feldmarescialli del Consiglio supremo non transigeranno, oppure sì ma passata la sobrietà si rifaranno.

 

Che poi detti feldmarescialli non sono né belluini, né senza cuore. La nostra Difesa Pacifica, oltre a corrispondere stipendi, vitalizi, rimborsi viaggi e convegni, vacanze ristoratrici e rette dei collegi militari, deve anche alloggiare i guerrieri, le famiglie, le coppie di fatto, i pensionati con badanti, le vedove, le figlie nubili. Deve sussidiare il personale che voglia comprare l’alloggio occupato ma non disponga di credito bancario. La trasformazione delle Forze in una realtà solo volontaria ha accresciuto ‘a dismisura’ -sottolinea un documento ufficiale della Camera dei Deputati da noi sbirciato su Internet- il fabbisogno di alloggi. Nel 2011 si valutava ne servissero 51 mila, contro una disponibilità di 18 mila. Il resto è da costruire o reperire, con una spesa non indifferente cui dovremo a tutti i costi far fronte (nuove carceri e ostelli per barboni attendano). Gli alloggi dei generali ed ammiragli sono sontuosi, ma quelli dei marescialli d’alloggio spartani.

Sbaglia di grosso chi crede che le FF.AA. servano solo a presidiare confini, a pattugliare cieli e oceani. Nessuno si sogna di gareggiare col Pentagono per dovizia di trattamenti alle famiglie degli Invincibili. Ma ci sono standard da rispettare perché i combattenti  alloggino decorosamente, dimodoché sempre più amino la Più bella delle Costituzioni.

Porfirio

SE VERRA’ IL DEFAULT

Ha previsto Luciano Gallino, noto sociologo, che probabilmente il benessere, o forse ha scritto la crescita, non tornerà più. Se avesse visto giusto, se Monti non riuscisse a battere lo spread, non saremmo abbastanza vicini all’insolvenza? Il governo di Atene annuncia il proprio default a marzo se non taglierà di nuovo gli stipendi pubblici. Potrebbe dichiarare fallimento l’Ungheria. Vogliamo tutti mantenere la calma, anche perché da noi le apparenze quotidiane sono rassicuranti. Però il rischio della bancarotta non è diminuito. Per il caso che Monti venga sconfitto dall’insostenibilità del debito, non possiamo che  prepararci ad amputare in grande la spesa pubblica non essenziale.

Sarà essenziale l’acquisto degli F35, dei sommergibili, dei mezzi corazzati, dei prodigi digitali, eccetera? No, dunque andranno disdetti contratti per una cinquantina di miliardi, pagando una parte simbolica delle penali; è difficile che per vendetta BushObama ci mandi contro i Marines. Finmeccanica e l’indotto bellico chiudano. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato tagli al Pentagono per complessivi 1000 miliardi di dollari. Qui da noi bisognerà azzerare quasi tutte le voci del bilancio della Difesa. Abbiamo in uniforme più persone (non ridete, ci sono  pure le guerriere) che la Germania o che la Gran Bretagna. Abbiamo centinaia di generali, migliaia di ufficiali e sottufficiali superflui: tutti da dismettere. Dovranno finire anche le erogazioni minori per rappresentanza, prestigio e simbolo. Per esempio, i cambi della guardia ai Sommi Palazzi, con soldati e soldatesse vestiti come fotomodelli, sono tutt’altro che a costo zero, sono sprechi colpevoli.

 

Se arriva il default lo Stato dovrà dimezzare la spesa: senza colpire i programmi sociali se non dove siano eccessivi o sprecati. Dovrà pagare un modesto assegno alimentare ad alcuni milioni di disoccupati -p,es, prevedere 50 miliardi perché 10.000 euro all’anno facciano sopravvivere ciascuna delle famiglie che resteranno senza reddito- e dovrà allargare gli aiuti (distribuiti direttamente da nostri reparti armati) agli affamati d’Africa. Quasi tutto il personale diplomatico, e parte di quello amministrativo, della Farnesina andrà messo in libertà. Lo Stato dovrà tagliare ferocemente ovunque. Gli assegni di soccorso dovranno essere uguali per tutti i colpiti, dagli ex-bidelli agli ex-ambasciatori ai boiardi di stato. I diritti acquisiti dovranno essere cancellati. La patrimoniale esproprierà di fatto le fasce superiori, e chi esporterà i capitali dovrà lasciare il paese.

In caso di bancarotta la meno giustificabile di tutte le spese risulterà il bilancio del Quirinale, da ridurre a un decimo come tutti gli altri costi della politica. Lo stato di calamità legittimerà la sospensione della Costituzione, della Consulta, delle assemblee legislative, dei relativi stipendi, rimborsi, vitalizi. Quasi tutti i responsabili della cosa pubblica dovranno prestare opera gratuita.  In questo contesto ridurre a un decimo il bilancio del Quirinale sarà il minimo. Che il Paese, ex-povero ed ora di nuovo minacciato, tratti il Primo Cittadino col fasto criminale dei papi del Rinascimento e di Umberto I (sovrano di un regno di tubercolotici, tanto buono da usare l’artiglieria contro i popolani del ’98. Suo padre, Vittorio Emanuele II, non abitò mai il Quirinale) è canagliesco. E’ anche tamarro, se la regina d’Inghilterra esige meno. In questi 150 anni tutti i capi dello Stato, monarchici e assai più repubblicani, avrebbero dovuto rifiutare tanto sfarzo. Lo Stato italiano, che non era e non è in grado di trattare con umanità una parte non infima della popolazione, metti i detenuti e le loro famiglie, si macchia di crimini se continua ad assegnare 235 milioni al bilancio del Quirinale. Ventitre milioni  sarà il giusto, e questo comporterà la chiusura e la vendita del Palazzo con le sue residenze estive.

Quanto a dove trasferire il capo dello Stato, il nostro Jone fa una proposta in questo Internauta (v. “Rifulgerà a villa Lubin la vera grandezza”).

JJJ

DISMISSIONI DI CUI NON SI PARLA

Che altro dovrebbe vendere il governo Monti in aggiunta a caserme, a edifici sfarzosi di funzione obsoleta -cominciando dal Quirinale-, a caseggiati residenziali che, pagata la manutenzione, non fruttano niente (= affittati a parenti di politici da cacciare e di alti burocrati, ammiragli compresi, da decimare senza sangue)? Risposta: dovrebbe vendere tutti gli asset del Bel Paese che trovino un mercato.

Per cominciare, i cacciabombardieri più ogni altro aereo da guerra. Quanto ai primi, dovremmo sbarazzarci non solo di quelli criminalmente comprati pochi mesi fa, anche gli altri coperti da indulto. Il globo terracqueo conta abbastanza governi spiantati che volentieri compreranno l’usato come nuovo. Per non parlare di governi invece ricchissimi da petrolio etc. che nell’espandere i loro fetidi apparati militari non dimentichino del tutto il dovere di risparmiare per aiutare i poveri.

Faremmo bene a cedere la portaerei “Garibaldi” o la “Cavour”, pallido ricordo di quando la Monarchia, prima ancora del bellicismo mussoliniano, si compiaceva di possedere parecchie corazzate che mai servirono. Per la verità sembra che gli esperti chiamino la Garibaldi o la Cavour “incrociatori tuttoponte”, qualcosa parecchio più modesto delle maestose aircraft carriers che secondo Hollywood dettero  al Giappone la punizione per Pearl Harbor. Povera ‘Garibaldi’ resa ridicola dall’unica missione che ha compiuto, attraversare oceani per portare aiuto ad Haiti allorquando i noli marittimi erano a buon mercato, perciò mandare per soccorsi un mercantile o anche una nave da crociera sarebbe stato un affare, e il vessillo avrebbe garrito lo stesso.

Quasi tutta la flotta andrebbe venduta, visto che dovremmo farla finita con la tradizione della marina da guerra (alle maestranze degli arsenali, agli equipaggi, agli ufficiali così eleganti nelle divise sartoriali, un assegno di disoccupazione uguale per tutti). Dovremmo  conservare solo naviglio leggero, con navi comando non oltre il dislocamento della corvetta. Alla nostra flotta dovrebbe restare la sola missione di pattugliare le coste e salvare naufraghi. Sempre più ci mancheranno i fondi per scortare le navi civili che solcano mari infestati di pirati, figuriamoci poi se dovremmo mantenere una forza sottomarina!

Se il concetto è “piuttosto che finire accattoni meglio vendere i gioielli di famiglia”, non sono ‘eccellenze’, cioè cose da mettere sul mercato, anche la moda, il design, il calcio stadi compresi? Non sono i prodotti del nostro estro, specializzato sì nel superfluo ma fortunatamente scarso nei coreani, che poveretti primeggiano solo nel costruire cose serie, veicoli e navi? Se fossimo in guerra non azzereremmo il Milan, il Chievo e altre 500 società più o meno quotate in borsa? Non nazionalizzeremmo le Case del fashion, che nei paesi dell’Opec andrebbero a ruba? Siamo in guerra, dobbiamo duemila miliardi, allora accontentiamo i Nuovi Ricchi -Cina India Brasile e Paradisi fiscali delle Antille- che scalpitano per investire in Dolce&Gabbana, Miou Miou, e più ancora Emporio Armani?  Dicono che il vezzoso Giorgio abbia fatto molto per Milano. In effetti giorni fa vi ha aperto un altro albergo di lusso, e ama Milano così selvaggiamente da emettere la seguente storica dichiarazione: “Milano deve vivere anche di notte”. Lucrezio, Jacques-Bénigne Bossuet, Albert Schweitzer e svariati grandi moralisti non avrebbero saputo dire un pensiero così spirituale. Perché negare a Seul l’occasione d’essere adorata e beneficata dal famoso stilista dal volto di bambolo vizioso?

Obietterete: le fabbriche del glamour e gli opifici del palleggio non appartengono al Demanio come le caserme, bensì ai loro azionisti e impresari, come potrebbe Super Mario venderle? Replichiamo: non demmo in un’altra occasione l’oro alla Patria? Vogliamo farLa soccombere nel 151° genetliaco? Dunque il provvidenziale Mario espropri l’Italian Excellence insieme ad altri patrimoni nazionali, e faccia cassa.

Un altro Bene Nazionale da collocare è Giuliano Ferrara, pila atomica di vis polemica e roboanza. Con le sceneggiate romane contro Sarko e, più ancora, coi suoi esilaranti annunci che la controffensiva di primavera farà il Cav più mattatore e vincitore di prima, il pazzo di Silvio ha dilatato da par suo la propria quotazione di aedo, imbonitore e rodomonte. Volete che non troviamo un Lukashenko o un presidente africano bisognoso di un cantore della propria grandezza? Chi meglio di Giuliano il quale, peggio vanno le cose, più grosse le spara a gloria del suo Idolo e Re?

Tornando al Quirinale con le sue dépendances Villa Rosebery, Castelporziano etc., è evidente che il ricavato salirebbe alle stelle se lo vendessimo  ‘a cancelli chiusi’, cioè con tutto quanto contiene, arazzi lacché corazzieri ciambellani giuridici compresi. Coi progressi della telematica Lukashenko o il presidente africano regnerebbe benissimo dal palazzo dei Papi, mariuoli quanto e più di loro. Pensate al prestigio che Bielorussia/Nigeria acquisterebbe se  insediasse il Primo Cittadino sul più alto dei Sette  Colli! Sommità che, assieme all’area limitrofa e alle residenze estive, potremmo pure cedere in piena sovranità ed extraterritorialità. L’Urbe è già capitale di due Stati. Perché non Tre (o più, se altre Potenze  si  comprassero Montecitorio, Madama (palazzo e villa), Giustiniani, Consulta,  etc.)?

JJJ