AVVENNE SOPRATTUTTO SOTTO FRANCO IL MIRACOLO ECONOMICO SPAGNOLO

Qualche settimana fa i grandi giornali internazionali hanno enfatizzato che la macchina produttiva della Spagna ‘ha superato’ quella italiana.
Il “Financial Times” ha precisato che tra due anni il vantaggio di Madrid su Roma raggiungerà il 7%. Centoventi anni fa il Regeneracionismo e la Generazione del ’98 -le due espressioni più alte del pensiero spagnolo moderno- avrebbero giudicato folle e scervellato pensare un’economia nazionale che non diciamo superasse altri apparati produttivi d’Europa, ma semplicemente fosse considerabile parte d’Europa.
Le menti creative di quella che fu la fase più vivida dell’intelligenza iberica del nostro evo concordavano nello sconforto: l’Europa finiva ai Pirenei; la Spagna era Africa; uno spagnolo ricco, meditava Angel Ganivet, era disgustoso; chiudere a sette mandate il sepolcro del Cid; al potere gli ingegneri e gli agronomi. Insomma, a quel tempo un ‘milagro espagnol’ era inconcepibile: si ipotizzava che la mente della maggior parte degli iberici mancasse dei meandri del pensare economico e del praticare l’impresa.

Oggi che il ‘milagro’ è una certezza da decenni occorre avvertire che mai esso ci sarebbe stato se tre governanti spagnoli non avessero salvato il Paese da altrettante guerre. Furono Eduardo Dato, Miguel Primo de Rivera e il caudillo Francisco Franco. Nel 1914 il presidente del governo, Dato, sbaragliò i conati dell’ultradestra per intervenire a fianco degli Imperi Centrali; più ancora sventò i tentativi dei gruppi di sinistra di coinvolgere la Spagna a fianco di Francia, Gran Bretagna (perché ‘democratiche’) e Russia. Nel 1921 Dato fu assassinato da un commando di anarchici. Primo de Rivera volle l’abbandono del colonialismo in Marocco (in ciò si scontrò con Francisco Franco, il più prestigioso degli ‘africanisti’).
Ben maggiori furono i meriti del Dictador del 1923-30: egli gettò le fondamenta del Welfare State, aiutò i ceti più umili e favorì al massimo il Partito socialista, unica sinistra legale dell’epoca (gli anarchici sapevano solo sobillare e ammazzare). Il terzo benemerito della pace fu Francisco Franco: nel 1940 a Hendaye resisté al disegno di Hitler di arruolare la Spagna nel secondo conflitto mondiale. E’ vero, il Caudillo mandò una “divisione Azzurra” a farsi maciullare in Russia: ma fu uno sforzo circoscritto, in ogni caso un simbolico ricambiare l’aiuto ricevuto da Franco per vincere la Guerra Civile.

La neutralità arricchì la Spagna nella Grande Guerra perchè tutti i belligeranti avevano necessità di comprare dal regno allora borbonico. Quando il conflitto finì, l’export spagnolo precipitò. La guerra coloniale in Africa contrastata da Primo de Rivera era stata meno luttuosa, ma aveva imposto dolori e ingiustizie (i maschi agiati si risparmiavano la leva e la destinazione in Africa pagando allo Stato una somma per essi modica). Vedremo che il Paese ha ben altri debiti di riconoscenza verso Primo. Quanto a Franco, chi si sentirebbe di negare il suo merito, quando a Hendaye ebbe la forza di dire no al Fuehrer? Il no di Hendaye gli rese possibile di avvicinarsi cautamente agli Alleati man mano che coll’inverno 1942 il Reich cominciò a perdere la guerra. Probabilmente il no di Hendaye ebbe un ruolo anche nella decisione dell’Occidente di respingere nell’autunno 1944 l’assurdo tentativo della Resistencia Armada di abbattere il franchismo coi metodi partigiani: attentati, assassinii, esecuzioni.
Gli sparuti episodi guerriglieri e nel 1944 la declamata ‘invasione’ della valle pirenaica di Aran ( facilmente sventata dal regime) furono drammaticamente vani. Lungi dal suscitare l’insurrezione delle masse popolari, il conato partigiano confermò che i lavoratori volevano la pace, dopo le tragedie della Guerra Civile. Furono pochi i proletari che non aiutarono con le ‘contrapartidas’ (reparti misti di civili e di repressori militari o polizieschi) lo spietato sterminio dei partigiani comunisti. I quali per nutrirsi alla macchia non potevano che rapinare i contadini. Assassinarono anche per procurarsi un singolo schioppo.

Tutto ciò premesso, sbagliano in pieno quanti credono che il quarantennio franchista fu solo autoritarismo fascista. Fu un autoritarismo poco fascista, specie a guerra mondiale finita. Franco godé di un consenso popolare pari a quello che tra il 1922 e la conquista dell’Etiopia tolse il senno al Duce.
Il Caudillo, uomo prudente, non perse mai il senno: con gli anni Cinquanta si votò alla crescita economica. In ogni caso sia chiaro che l’attuale rigoglio produttivo della Spagna non risale alla fine del franchismo (1975). Se fino al 1950 il Caudillo si era soprattutto impegnato a far sopravvivere il regime, il 1951 fu un tornante decisivo. La dedizione di Franco passò alla costruzione economica. Già nel 1939, nel ribadire che scioperi e sindacalismo di lotta erano reati, Franco rivendicò di avere istituito sussidi di disoccupazione e malattia, assegni familiari, il Patronato Antitubercolare, la Fiscalìa de la Vivienda (alloggi popolari). Già nel 1939 nacque l’Instituto Nacional de Colonizacion (creava piccoli poderi). La Magistratura de Trabajo prese ad arbitrare nei conflitti tra datori di lavoro e dipendenti. Fu reso molto più difficile licenziare questi ultimi. Crebbero le pensioni di vecchiaia e di invalidità, il Seguro Obligatorio de Enfermedad e altre provvidenze istituite o almeno avviate tra il 1923 e il 1930 dalla Dictadura di Primo de Rivera.

Quelle di Franco erano anche misure propagandistiche, i cui benefici andavano valutati sui dati oggettivi. Sta di fatto che alla fine del 1950 il regime poté vantare realizzazioni concrete: 70 centrali tra idroelettriche e termiche, alcuni impianti che lavoravano l’alluminio, fabbriche chimiche, farmaceutiche, di concimi, automobilistiche (Pegasus), arsenali navali, raffinerie di petrolio; in più si era operato alla ricostruzione delle regioni che avevano combattuto la Guerra Civile. Non poche iniziative manufatturiere ebbero risultati economici scadenti e soffrirono di impostazioni autarchiche. Solo nel 1953 il reddito pro capite raggiunse il livello ante Guerra Civile. Entro il 1955 si avviarono programmi prioritari di sviluppo, con liberalizzazioni, indebolimenti dell’autarchia, impulsi alle importazioni, crediti alle iniziative private. Sorsero nuovi impianti siderurgici e la fabbrica delle auto Seat. Il Piano Badajoz avviò la trasformazione irrigua di 100 mila ettari, si realizzarono nuovi invasi con impianti idroelettrici. I risultati non furono pronti: nel 1960 la Spagna era, col Portogallo, il paese più povero d’Europa. Peraltro i livelli di vita migliorarono, anche se nel 1950 solo un terzo degli alloggi avevano l’acqua corrente. Le cose migliorarono sensibilmente solo negli anni Sessanta, anche per l’emigrazione e per l’auge del turismo (nel 1960, 6 milioni di visitatori, il doppio che due anni prima). Alla fine degli anni Sessanta si poteva parlare di concreta liberalizzazione. nonchè di stabilizzazione, con forti realtà innovative. Lo sviluppo e il benessere (=più consumi) erano ormai al centro di tutta la politica economica. Già all’inizio del 1962 la Banca Mondiale valutava che il buono stato delle riserve legittimasse ulteriori sforzi per lo sviluppo.

Nel quinquennio 1961-64 l’economia spagnola crebbe di oltre l’8% l’anno. La produzione di elettricità passò dai 18,6 milioni di kwh del 1960 a 31,6 milioni, quella di acciaio da 1,9 a 3,5 milioni di ton., le nuove auto da circa 40 mila a 112 mila, l’import si triplicò, l’export raddoppiò. Nel 1965 vennero 14 milioni di turisti, che abbastanza presto divennero 24 milioni. Gli ultimi tre lustri del franchismo confermarono lo sviluppo come l’opera centrale del regime, accreditata soprattutto ai ministri e consiglieri ‘tecnocratici’ (piuttosto che ‘falangisti’) come Lopez Rodò e come l’ammiraglio Carrero Blanco, fidatissimo di Franco, destinato ad ascendere a capo del governo e ad essere assassinato dai terroristi del separatismo basco. La radicale trasformazione dell’economia e l’aumento del benessere divennero i massimi vanti del franchismo. I fatti confermarono: crescita 5,6% sul decennio dei Sessanta; l’output elettrico si avvicinò ai 57 milioni di kwh annui, quello dell’acciaio a 7 milioni di tonn., le auto a 450 mila unità.
Nel decennio dei Sessanta 4 milioni di spagnoli abbandonarono l’agricoltura, per la metà emigrando in Europa.

Scrive Juan Pablo Fusi, cattedratico alla Complutense di Madrid e uno dei principali storici del postfranchismo: “In questo periodo la Spagna aveva superato la barriera del sottosviluppo. Non era più un paese rurale, era una società industriale, urbanizzata e moderna, con alti livelli di benessere e di consumo. L’esportazione di navi divenne la prima voce dell’export, al posto dei tradizionali agrumi, olio e vino. Lo sviluppo dilatò il vasto consenso al regime (…) Franco dichiarava di avere dalla sua il 90% della nazione”. Nell’anno della sua morte il Pil procapite raggiunse 2,486 dollari; la popolazione che viveva in città oltre i centomila abitanti sfiorava il 75%.
Il 40% delle famiglie possedeva l’auto, l’85% aveva la televisione”.
Nella tarda estate 1969 esplose lo scandalo Matesa (utilizzazione indebita di 10 miliardi di Pesetas stanziati per favorire l’esportazione di macchinari tessili): la conferma di un serio problema di corruzione imbarazzò il regime, ma le conseguenze politiche furono trascurabili. Lo ‘sviluppismo’ dei tecnocrati e di Carrero Blanco continuò. Il Pil crebbe del 4,1% nel 1970, del 4,9 nel 1971, dell’8 nel ’72, del 7,8 nel ’73. I problemi di una società prospera -corruzione, terrorismo separatista- restarono in tutta la loro gravità. Conclusione obbligata: il grosso della crescita avvenne sotto Francisco Franco.

Antonio Massimo Calderazzi

IL CAUDILLO DA GIOVANE E IL BUONGOVERNO DI MIGUEL PRIMO DE RIVERA

Non è universalmente noto che Francisco Franco – il Caudillo che vinse la Guerra Civile, che non ebbe misericordia per i vinti e che per un quarantennio governò la Spagna con mano di ferro- fu autore di quattro libri di tipo politico e a partire dal 1946 firmò con uno pseudonimo una serie di quarantanove articoli, anch’essi intesi a denunciare i fallimenti in Spagna della monarchia costituzionale gestita dai liberali.
Il primo dei libri -“Marruecos. Diario de una bandera” era del 1922.
Allora Franco, che poco dopo, a 33 anni, sarebbe divenuto per meriti di guerra il più giovane generale di brigata in Europa, aveva solo il grado di maggiore. La Guerra Civile era lontana 14 anni. Il Nostro enfaticamente condivideva con la maggioranza degli spagnoli (compreso il più autorevole dei loro intellettuali, José Ortega y Gasset cattedratico di filosofia, e non compreso Miguel de Unamuno) l’attesa di un governante militare, capace di far uscire il Paese dalla crisi estrema della pace interna, della politica e dell’economia. Scriveva il maggiore dell’esercito coloniale, per sua dichiarazione “drasticamente convinto delle disfatte del regno costituzionale, cioè del sistema liberal-parlamentare, a partire dal 1876 (Costituzione liberale dopo il tracollo della Prima repubblica spagnola):
“Fu il liberalismo dell’Ottocento a propiziare il tramonto della Spagna.
In trentacinque anni (1833-1868) la nazione ebbe 41 governi, due guerre carliste, due reggenze, tre Costituzioni, 15 sollevamenti militari.
Tra il 1868 (deposizione di Isabella di Borbone, la regina accesa fautrice dei liberali) e il 1902 (salita al trono del nipote Alfonso XIII) si succedettero 27 governi, due monarchie (una fu l’infelice regno di Amedeo di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele II), una repubblica, una guerra civile e si perdettero gli ultimi resti dell’Impero. Sotto Alfonso XIII (1902-31) la Spagna ha conosciuto un paio di dozzine di governi; due presidenti del Consiglio sono stati assassinati”.

Nel 1923, un anno dopo il libro del pluridecorato eroe delle guerre in Marocco, Miguel Primo de Rivera, capitano generale a Barcellona, fece, d’intesa col Re e coi principali comandanti militari, il colpo di stato che instaurò la Dictadura: sette anni fino all’avvento della Seconda Repubblica. Non ci risultano scritti di Franco specificamente dedicati alla dittatura di Primo, ma il futuro Caudillo non poté non approvarli senza riserve: nella prima lunga fase di de Rivera approvarono quasi tutti gli spagnoli.
Si opposero, a parole, un certo numero di intellettuali, gli agrari più oltranzisti e gli anarchici (peraltro resi inoffensivi).
Il partito socialista, unica sinistra seria del tempo, fu apertamente privilegiato dal dittatore (progettò di fare di esso il partito unico di regime). L’allora leader socialista Largo Caballero fu immesso nel maggiore organismo di vertice del regime; più tardi egli sarà proclamato ‘il Lenin spagnolo’ e capeggerà il governo della Repubblica prima di Juan Negrin.
Si mobiliteranno contro la Dittatura esigui gruppi di studenti. Col tempo si infittirono le critiche della vecchia classe dirigente (nella maggior parte delle cariche i politici di carriera erano stati sostituiti da ufficiali.
La Depressione internazionale cominciata nel 1929 investì la Spagna meno aspramente che altri paesi: però le conseguenze non mancarono, e indebolirono seriamente il regime del Generale, fortemente indebitato per le vaste opere pubbliche e per i numerosi programmi di provvidenze sociali, i quali fondarono il Welfare State. Primo de Rivera si dimise nel 1930 e poco dopo morì a Parigi.

Gli storici sono abbastanza concordi: Primo de Rivera non fu fascista (anche se Alfonso XIII nella sua bonaria fatuità amava presentare il generale come ‘il mio Mussolini’). Il Dictador fu un governante autoritario, ma né repressore né crudele. In pratica non imprigionò né perseguitò; al contrario fu coerentemente posseduto da buoni propositi. I fatti dicono che fu il migliore governante che la Spagna abbia avuto dal riformismo settecentesco di Carlo III. Primo de Rivera compì una parte non piccola delle opere auspicate dal movimento del Regeneracionismo, il prodotto più alto dell’intelligenza spagnola moderna, e dal suo profeta Joaquin Costa.
Il crollo e il caos della Spagna dopo l’umiliante sconfitta nella guerra contro gli USA (1898) e dopo la perdita dell’impero erano talmente gravi che Joaquin Costa dovette invocare, oltre al rovesciamento dell’intero pensiero valoriale -non guerrieri ma ingegneri e agronomi- anche l’avvento di un ‘chirurgo di ferro’ dall’energia imperiosa al posto dei politici rotti a tutti i compromessi e cautele.

La dittatura di Miguel Primo de Rivera, oltre a restaurare l’ordine e la legge che le violenze e gli assassini di fazione avevano sconvolto, aprì la modernizzazione e immise la Spagna sulla strada dello sviluppo.
Seguirono, a partire dai tardi anni Cinquanta del Novecento, le svolte tecnocratiche e liberiste del regime franchista, le quali anticiparono l’attuale rigoglio dell’economia spagnola, di recente accertata più vitale di quella italiana. Primo de Rivera fu populista in senso letterale.
Innanzitutto per indole e convinzioni, egli parteggiò per il popolo di cui a volte condivise le ingenuità. Antagonizzò frontalmente le cosiddette élites politiche, i ‘politicastros’, professionisti dei parlamenti e delle urne.
Ma contrastò anche gli agrari aristocratici che ai suoi tempi dominavano le campagne, affamando letteralmente i braccianti e i contadini senza abbastanza terra. Per la verità Primo fece assai meno del dovuto in termini di riforma agraria, così come altrettanto poco fece la repubblica nata nel 1931: e quest’ultima fu la fatale inadempienza del regime progressista e iperlaico. Tra il 1931 e la rivolta dei generali lo scontro di classe divampò nelle campagne prima che nelle città, con episodi molto sanguinosi.
I fucili della repressione repubblicana spensero numerose vite di braccianti, resi ribelli dalla predicazione anarchica.

Le opere più qualificanti di Primo de Rivera furono quelle che eressero le prime istituzioni e provvidenze del Welfare State: pensioni, miglioramenti salariali, scuole, ospedali, case popolari, soccorsi ai più umili (quando c’era un’eccedenza di bilancio Primo elargiva o tentava di elargire (contro i logici veti dell’alta burocrazia) doti e corredi nuziali alle ragazze povere.
Al tempo stesso la Dictadura affrontò concretamente la modernizzazione: strade, ferrovie, dighe, centrali elettriche, incentivi persino esagerati alle iniziative manufatturiere e ai programmi d’autarchia. I risultati furono pronti e in parte vistosi. La Spagna divenne un paese industriale: a ciò i governi liberali avevano costantemente fallito. Le classi alte tradizionali avrebbero dovuto apprezzare i meriti di Primo: attenuazione dello scontro sociale, cancellazione del caos, impulso alle produzioni.
Prevalse invece il rancore degli ottimati per le intenzioni popolaresche e per taluni stili ‘patriarcali’ o ‘folcloristici’ del Dictador.
Sta di fatto che nacquero i primi esperimenti di “cogestione” delle fabbriche e di equidistanza dello Stato tra capitale e lavoro. Primo forzò il partito socialista ad assumere un ruolo nella regìa economica e politica.
Alla fine la Dictadura fu messa in crisi dalla combinazione tra i gruppi d’interessi (in prima fila i datori di lavoro) e alcuni capi delle Forze armate, quelli più vicini alle classi alte e più critici della spesa sociale ‘facile’. Primo simpatizzava per i proletari (e volentieri si univa alle danze dei gitanos…). Gli altri padroni del vapore no.

La Dictadura fu dunque una fase di esperimenti sia pure paternalistici quali la Repubblica non ne fu all’altezza e si condannò a soccombere.
Primo, uomo d’azione, seppe imboccare la via delle provvidenze dall’alto. Anche perché gli assetti liberalcostituzionali scelti dalla Restaurazione borbonica non esistevano più: la Spagna del 1923 era una nave alla deriva. Nella sostanza le valutazioni del libro del maggiore Francisco Franco erano fondate. A Guerra Civile vinta, il Caudillo si espose ai giudizi più crudi per avere infierito sugli avversari. Al contrario di Primo de Rivera, Franco fu incapace di compassione. Primo invece di incarcerare gli avversari importanti li multava, riducendo gli ammontari a favore dei meno ricchi. Tuttavia, tra la vittoria del 1939 e la morte (1975) il Caudillo godé dell’indiscusso e universale consenso della nazione.
La tardiva mobilitazione dei gruppi antifranchisti fu completamente inefficace. La liquidazione del regime fu voluta e organizzata dall’alto: dagli uomini di Franco.

Antonio Massimo Calderazzi

IL ‘ME DUELE ESPAGNA’ CHE DILANIO’ MIGUEL DE UNAMUNO

Quando nel 1930 Unamuno rimpatriò dal mite esilio inflittogli sei anni prima dal generale Primo de Rivera -un dittatore bonario che governò la Spagna meglio di decine di predecessori e successori- , l’accoglienza che gli fecero le moltitudini degli ammiratori e dei seguaci fu trionfale al punto che molti, specialmente all’estero, presero a considerarlo un Mosè spirituale, o almeno il sommo eccitatore degli spagnoli, incarnazione come nessun altro di visioni e sentimenti iberici, in una fase che già volgeva a tragedia. Miguel de Unamuno visse, scrisse, insegnò fino all’ultimo giorno del 1936. Però non assurse a vero condottiero o pastore della nazione.

Fece impressione quando, mesi prima di morire, si erse in una cerimonia all’università di Salamanca di cui era ‘Rector perpetuo’ contro l’estremismo combattentistico-falangista del generale Millàn Astray. Astray aveva condensato nella formula “Viva la Muerte” la sua fede di grande mutilato guerriero; e aveva aggiunto ‘Mueren los intelectuales’. Unamuno oppose sdegnato le ragioni dell’intelligenza contro quelle dell’eroismo soldatesco: “Avete la forza e vincerete, ma non convincerete”. Lo calmò e protesse donna Carmen Franco, moglie del Caudillo: gli offrì il braccio e lo portò via dalla grande aula magna (Paraninfo) dove la schiera dei legionari di Astray rumoreggiava minacciosamente. Quella volta Unamuno si riaffermò politico e pensatore intransigentemente libero: aveva aderito alla ribellione dei generali, ma contrastò uno dei miti dei futuri vincitori della Guerra Civile. Francisco Franco lo destituì. Cattedratico a 27 anni alla più illustre delle università spagnole, era stato eletto rettore a 36 anni.

Il politico Unamuno fu contraddittorio tutta la vita. Si era imposto nel 1924 come immediato oppositore del colpo di stato di Primo de Rivera.
Il dittatore lo aveva condannato al confino a Fuerteventura.
Lì la sorveglianza poliziesca non fu abbastanza serrata da impedirgli una fuga in Francia, organizzata e finanziata da un editore francese molto interessato alla pubblicità propiziata dalla ‘persecuzione’ dell’oppositore già famoso in Europa. Forse Unamuno era al corrente, forse no, che il Dictador lo aveva già indultato. Il fuggitivo visse e operò prima a Parigi, a contatto con i maggiori intellettuali, poi si installò a Hendaye, città francese unita da un ponte alla città spagnola dello stesso nome. Lì redasse un periodico politico in collaborazione con un altro esule, Ortega y Gasset, fratello del filosofo Josè, uno dei fondatori – presto deluso- della Repubblica.

Poco dopo la neonata Seconda Repubblica assegna riconoscimenti e onori all’accanito oppositore di re Alfonso XIII: è reinstallato rettore a Salamanca; viene eletto alle Cortes (caratteristicamente, egli che si era professato socialista non è collegato ad alcun partito). Ma presto il cielo della Repubblica si fa tempestoso: arriva la Guerra Civile a straziare Unamuno. Eppure aveva o avrebbe sostenuto essere quella civile l’unica guerra degna di combattere. Tutte le altre, imposte da monarchie o da repubbliche o dal patriottismo o da questa o quella Causa, erano indegne: e aveva ragione.

Va rilevato però che la repubblica sognata da Unamuno, da José Ortega y Gasset e da tanti altri era tutt’altra cosa da quella costruita dai gerarchi del nuovo regime. Il maggiore tra questi ultimi, Manuel Azagna prima ministro, poi capo del governo, infine sciagurato capo dello Stato, fece l’errore capitale di attribuire priorità assoluta alle iniziative ed asserzioni laiche e costituzionali, invece che a mitigare la miseria del proletariato e che a soffocare la violenza settaria, fatta soprattutto di assassinii.
Nata il 12 aprile 1931, mesi dopo la Repubblica era già devastata.
Le istituzioni crollarono non solo per i cannoni delle divisioni nazionaliste, anche per la loro sostanziale irrilevanza. Aveva ragione Unamuno a rifiutare le parole d’ordine dei progressisti oltre che gli estremismi dei seguaci di Franco. La gloria dei grandi intellettuali spagnoli nulla poté contro la ferocia delle contrapposizioni. Se il ruolo politico del più famoso degli spagnoli colti fu irrisorio, fallirono tutti gli altri che tentarono di edificare un sistema migliore della monarchia. Novant’anni dopo, la Spagna ha ancora un Re e una Corte di aristocratici. Il bagno di sangue è stato inutile.

Miguel de Unamuno fu poeta, romanziere e filosofo oltre che bardo di una Spagna ideale, anelito e dolore della sua esistenza: “me duele Espagna”. Non spetta a chi scrive accennare alla produzione letteraria (anche se ad essa il Nostro dovette tanta parte della sua fama). Si è parlato di un Unamuno esistenzialista, oppure mistico e irrazionale, di un ‘gemellaggio’ con Antonio Machado, di una matrice romantica. Filiazioni di tale matrice furono in Unamuno l’anti-intellettualismo, la sfiducia nella ragione, nella tecnologia e nella scienza. Egli scandiva spesso ‘mi agonia, mi lucha por el cristianismo, la agonia del cristianismo en mi, su muerte y su resurreccion’. Per tutta la vita diffidò dell’entusiasmo per il progresso, dello scientismo, della scienza stessa ‘fattasi religione per tanti’. Quasi tutti i critici e gli esegeti additano nel Nostro lo stoicismo tragico, l’iperindividualismo, l’intimismo impudico, l’ossessione iberista. Ancora di più additano lo spasimo religioso, l’attrazione della teologia, le imboscate della fede contrapposta alla ragione. Per uno studioso autorevole, José Luis Aranguren, Unamuno anelava ad una ‘civilizaciòn del cristianismo’; meglio ancora, per una ‘ecclesiastizaciòn del pueblo cristiano’.
Per lui l’ateismo è ‘un lusso’ e gli atei ‘vivono parassitariamente nelle società cristiane’. A questo punto si spiega meglio l’adesione del socialista antimonarchico Unamuno all’insurrezione dei generali contro la Repubblica. Non aveva Manuel Azagna asserito “la Spagna ha smesso d’essere cattolica”?

Questi e molti altri moti dell’animo unamunesco non erano fatti per essere apprezzati dalle schiere più “loiche” della cultura spagnola. Il loro capo, José Ortega y Gasset, polemizzò accanitamente con ‘l’energumeno’ e ‘gigantista’ Unamuno. Lo accusava di esprimersi e di agire oltremisura, con spiriti eccessivi, irrazionali, emotivi, persino demoniaci: si veda la famosa esclamazione in favore della guerra civile. C’è da dire che i molti lamenti sul fratricidio rientrano nella più larga meditazione poetica del Nostro su Caino, l’assassino di Abele, e sulla ‘envidia’: “Lo mas del llamato en Espagna tradicionalismo no es sino cainismo”. Ortega mantenne la sua critica persino nel necrologio che scrisse in morte di Unamuno la prima notte del 1937, ‘anno terribile, anno di purificazione, anno di cauterizzazione’. Ortega ricordò che la morte fu “su perenne amiga-enemiga. Toda su vida, toda su filosofia han sido, come las de Spinoza, una ‘meditatio mortis’. Anche nell’occasione luttuosa, Ortega non rinunciò a puntualizzare il ‘feroz dinamismo’, unito al ‘coraggio senza limiti’ del ‘Gran Celtibero, il rettore a vita. E insisté: “Su pretension de ser poeta lo hacia evitar toda doctrina”, allorquando “la mission inescusable de un intelectual es ante todo tener una doctrina taxativa, inequìvoca y, a ser posible, formulada en tesis rigurosas, facilmente inteligibles.
Porque los intelectuales no estamos en el planeta para hacer juegos con las ideas y mostrar a las gentes los bìceps de nuestro talento, sino per encontrar ideas con las cuales puedan los demas hombres vivir. No somos juglares, somos artesanos, como el carpintero, como el albagnil.” Il giudizio di Ortega y Gasset restò dunque severo anche nella chiusa del necrologio sul suo più fortunato competitore per l’amore degli spagnoli e non solo: “La voce di Unamuno ha risuonato senza mai interrompersi per un quarto di secolo. Al suo tacere per sempre temo che vivremo un’era di silenzio atroce”.

Molti titoli delle opere del rettore sono intensi, pregnanti, pieni di destino. Alcuni: ‘Del sentimiento tràgico de la vida.’ La agonìa del cristianismo. ‘En torno al casticismo. ‘Vide de Don Quijote y Sancho. ‘Andanzas y visiones espagnolas. ‘Contra Esto y Aquello. ‘Paisajes del alma. ‘ Paz en la Guerra. ‘ San Manuel Bueno martir.

I fatti della vita di Unamuno impressionano. Nato a Bilbao il 29 settembre 1864, vince la cattedra di greco alla prima università del Paese, Salamanca, a 27 anni; ne diventa rettore a 36. Viene destituito nel 1914, nel 1923, poi almeno altre due volte. Condannato al confino nel 1924, dopo quattro mesi viene indultato ma decide di esiliarsi: prima a Parigi, poi a Hendaye sul confine con la Spagna. Sei anni dopo rimpatria e passa a insegnare Storia della lingua spagnola. Con la nascita della Repubblica riprende il rettorato a Salamanca, presto proclamato rettore a vita e onorato coll’istituzione di una cattedra al suo nome. Scoppiata la Guerra Civile, Unamuno accusa il governo repubblicano di avere “infranto il sogno di una repubblica libera e liberale, di avere consegnato il potere nelle mani dei pistoleros”.
Destituito da rettore a vita, è reintegrato dalle autorità franchiste.
Si oppone clamorosamente al generale Millàn Astray fondatore della Legione. Perde ancora una volta la carica di rettore. Muore l’ultimo giorno del fatale 1936.

Sappiamo che Unamuno fu uomo di antagonismi. Per dirne solo uno, egli basco definì più volte il ‘vascuense’ una lingua “rural y archeologica, incapaz de convertirse en lengua de cultura”. Non riconosceva il ‘diritto’ dei catalani di affrancarsi dalla gloriosa tradizione dello spagnolo; tradizione che si identifica con ciò che nei secoli fece la Castiglia. La Castiglia impose certamente la sua egemonia: non è detto comunque che il grande basco accettasse un giudizio di Carlo V: ‘El idioma castellano ha sido hecho por hablar con Dios’. José Luis Aranguren chiuse un suo saggio “Unamuno y nosotros” esaltando in Lui il pensatore anticonformista che si oppose alle derive del pensiero moderno: “omogeneizzazione, integrazione, adattamento”.

Antonio Massimo Calderazzi

Eccessivo e ipercostoso il Quirinale per il Badante della Repubblica

Non usa scrivere male dei tre patrigni della patria attuale, De Gasperi Nenni, Togliatti. Del primo soprattutto, il quale, relativamente longilineo, austero e intabarrato di indumenti gualciti (cioè da persona seria, non da italiano) faceva figura di patriota irredento, quasi un Cesare Battisti per sempre, scortato alla forca da sbirri absburgici. La figura di Alcide si presta poco alla satira, meno che mai al cachinno. Tra l’altro a sparlare del primo dei premier repubblicani si sono rischiate per settant’anni le intemerate di Maria Romana De Gasperi, figlia e talare custode della gloria paterna. Alcide non aveva una cattiva fama; e quando la figlia novantaquattrenne ebbe a ricordare in un’intervista che la salma del genitore, morto nel 1954, viaggiò dal Trentino a Roma “tra ali di folla inginocchiata”, toccò una corda commovente.

Tuttavia il Nostro, come il maggiore dei tre caporioni che fondarono la repubblica del 1946, fu anche il più colpevole della conformazione del potere seguito al fascismo. A Regime cancellato, la nazione avrebbe dovuto organizzarsi in una repubblica doverosamente virtuosa e sobria, fermissimamente decisa a cancellare dal proprio volto le macchie del passato disonorevole, papale del Rinascimento, sabaudo e fascista. Invece i Triumviri del postfascismo presero la più diseducativa e stupida delle decisioni fondative: non uno Stato incarnante i valori e i modi di una sobrietà repubblicana, dati i tempi, obbligata e benefica; bensì una versione spoil system del fasto protervo delle monarchie mediterranee.

Uguale stronzata avevano fatto nel 1931 i padri della seconda repubblica di Spagna, festeggiatissima al momento della nascita, ma che più fallita non poteva risultare: durò un quinquennio in mezza Spagna, immediatamente seguita da una dittatura pretoriana imbellettata di cerone monarchico-clericale. I fondatori della repubblica spagnola anticiparono la stronzata dei Triumviri del nostro Stivale nel 1946. Stronzata in senso letterale. Il dizionario Devoto Oli dice: “Stronzo, escremento solido a forma di cilindro. Fig.: frequente come ingiuria rivolta a persona inetta o stupida, oppure infida, malvagia o spregevole”. Dunque i gloriosi artefici della repubblica spagnola installarono il loro capo di Stato nello sfarzoso palazzo dello scacciato Borbone, erede di una successione di malefatte dinastico-cortigiane.

Forse i maestri madrileni dei nostri carpet-baggers del 1946 riuscirono a ridurre a termini più modesti il cattivo esempio dato ai trionfatori antifascisti nazionali: non destinarono ai presidenti repubblicani spagnoli anche una superba tenuta estiva tipo San Rossore, per il legittimo sollievo dalla canicola dei cortigiani, portaborse, lacchè e parenti del nuovo corso giacobino.

Nei giardini dell’ex-reggia madrilena, Manuel Azagna, il più fallito degli statisti repubblicani, finì coll’incenerire la propria scadente reputazione dedicandosi personalmente a potare le rose e a disegnare le uniformi della Guardia presidenziale, mentre gli spagnoli si sgozzavano nella guerra civile, fatta inevitabile anche dal settarismo ateo-azionista del signor presidente.

Gli inquilini romani del Quirinale sono stati tanto meno scalognati del disastroso Manuel. Nemmeno uno ha subito dispiaceri come l’impeachment. Taluni di loro sono incorsi in malevolenze più o meno fondate: l’ultimo caso è stato la conversione all’atlantismo dell’ex gerarca-stalinista Giorgio Napolitano, conversione corredata dalla testuale dichiarazione che l’impresa bushiana nell’Afghanistan era una “guerra giusta”. Ma mentre Manuel Azagna pagò caro per i suoi peccati (nel 1939 dovette rifugiarsi in Francia a piedi, confuso tra le torme smisurate degli sconfitti da Franco; alcuni mesi dopo morì ‘di crepacuore’ nel lacrimevole esilio) i suoi colleghi e discepoli italiani sono scampati in grande alla vergogna dell’impeachment. Deposti avrebbero dovuto essere tutti gli usufruttuari delle fughe di sale, degli arazzi, dei corazzieri, dei lacchè del Quirinale. Il palazzo del disonore papale, sabaudo e giacobino ci costa almeno 200 milioni di euro ogni bilancio; e guai se la repubblica di Benigni non fosse ‘fondata sul lavoro’ e sinistroide; in un settantennio, sono stati circa 18 i miliardi di euro, più gli interessi, di sole erogazioni dirette. In più gli oneri della sicurezza e i carichi dei ministeri militari.

Che le recenti proposte di fare del Quirinale il Louvre più importante al mondo, e il più produttivo di introiti, siano tutte cadute, è una infamia di Regime. Oggi che vige l’antiregime dei populisti, sul Quirinale tutto tace. Di questo passo detto antiregime non meriterà meno disprezzo che il triumvirato postfascista De Gasperi Nenni Togliatti. Esso decise che per il Badante della Repubblica -quest’ultima è abbastanza malandata da richiedere badante- occorra una delle regge più disonorate del pianeta.

Un giorno ci vergogneremo di aver fatto tanto onore agli ipernotabili di un regime nient’affatto migliore della Seconda spagnola e della Quatrième francese, quest’ultima imbalsamata da Charles de Gaulle.

A.M.Calderazzi

Spagna: l’antica sventura dei micronazionalismi

“Verso  il 1500 il miserabile, debole, arretrato popolo castigliano – una razza che decadeva – si impadronì della Catalogna, allora prospera, forte e avanzata”. Così accusava a fine Ottocento il medico Pompeu Gener, uno dei padri del catalanismo d’attacco. Peraltro attorno al 1887 un ampio settore d’opinione a Barcellona (le campagne non spasimavano per la secessione) si attestò su posizioni non separatiste.

Ma è in terra basca che nel 1839 circa prese forma l’estremismo separatista. Agustin Chahu raggiunse presto i toni più irrazionali: “I baschi sono il popolo di Dio, il popolo eletto”. Divenne ossessiva la preoccupazione di definire in termini biologici il ‘fatto differenziale’ della propria stirpe, e di qui lo svilupparsi di un nazionalismo violento, che a suo tempo diverrà terrorismo. Tra i baschi sorge il personaggio Sabino Arana, il più visionario e messianico tra i precursori del Vasquismo di lotta, morto  trentottenne nel 1903. La sua predicazione irredentista dette vita a quello che sarebbe diventato negli ultimi anni di Franco il più grave dei morbi spagnoli.

La domenica di Pasqua del 1882 Arana ricevette “direttamente da Dio” la rivelazione della causa nazionale basca. “Elevando il mio cuore a Dio, della Biscaglia eterno Signore, mi dispongo anche a dare la vita perché la nostra Patria risorga”. Arana predicava che la Spagna che aveva combattuto il Carlismo era una società empia, senza Dio, che voleva spegnere la fede in Cristo in Biscaglia. “La Passione e la Resurrezione di Gesù sono allegoria del peregrinare del popolo basco. I nemici della nazione basca sono le turbe che esigettero la crocefissione sul Golgota”. Si arrivò a definire Sabino Arana  “il Verbo basco fatto carne” e anche “El hermano de Jesucristo”.

Arana dette forma alla sua dottrina a poco più di 23 anni: “La Biscaglia è una nazione e una razza: Viva Euskeria indipendente! Muera Espagna!”. Tra i suoi primi seguaci furono i carlisti e i neo-cattolici integristi. Per coerenza anti-ispanica, il Fondatore condannò le repressioni coloniali di Madrid e acclamò il trionfo militare degli USA sulla Spagna. Questo non attirò ad Arana le simpatie del basco Miguel de Unamuno, rettore a Salamanca e aperto spregiatore di operazioni antiquarie come il disseppellimento della lingua basca, la lingua più strana d’Europa, nonché strenuo e alto assertore della grandezza spagnola.

L’identificazione basca del profeta Arana era così esclusivista che non si riferiva a tutte le province basche: Bilbao, Santander, Guipuzcoa. I matrimoni dovevano avvenire solo tra sposi baschi veri. L’autentico patriota basco doveva parlare il ‘vascuence’, ma perché quella lingua restasse pura, doveva essere parlata solo dai baschi: “Se fosse parlata da altri spagnoli sarebbe una jattura”. Il Maestro arrivò a insegnare: “Se uno spagnolo in punto di annegare in mare chiede soccorso, va risposto ‘Non capisco lo straniero’. Il Nostro sognò di epurare il vascuence da quel 75% dell’idioma che derivava dal latino. Dovette dunque inventare molte parole.

Il nazionalista di Arana doveva odiare la Spagna prescindendo dalle istituzioni che la reggevano. “La Spagna è la nazione più abietta d’Europa, è vile e spregevole. Bisogna desiderarne la distruzione. Guai se la nostra dominatrice si rafforzasse”. Tanto anti-spagnolismo era così viscerale da trascurare quale fosse l’assetto di governo del paese ‘oppressore’. “Giubileremmo se la nazione spagnola fosse devastata da un cataclisma”.

Non trascureremo l’irredentismo catalano; in questi giorni di fine 2017 si ritenta il referendum per l’indipendenza; e di nuovo Madrid minaccia “Sapremo cosa fare”. Ora segnaliamo che un po’ dopo l’apparizione del basco Arana sorse la sommessa rivendicazione di un patriottismo della Valencia, in qualche modo avvicinabile a quelli catalano, aragonese e balearico. Qui le affinità storiche sono tali che essere precisi non è facile. Le prime manifestazioni micropatriottiche furono quasi esclusivamente letterarie, vicine ai soli ambienti borghesi e urbani. Anche qui le espressioni di nazionalismo periferico, avvicinabili a quello catalano, sono fortemente minoritarie.

Anche nella Spagna medioevale, come in altri paesi, si consolidarono regni o altre entità aventi fisionomie e strutture differenziate. Si aggiunse, nei secoli XVI e XVII,  che la monarchia degli Asburgo mantenne, per un generale indirizzo conservatore, la diversità dei retaggi ereditati dal Medioevo. Così ancora nell’anno 1700 vigevano istituti, prassi e peculiarità in parte arcaici, non sopravvissuti fuori della penisola iberica. Quando giunse l’avvento del liberalismo spagnolo, all’inizio dell’Ottocento, esso conobbe innovazioni e fratture analoghe a quelle di altre nazioni contemporanee  – la Francia per prima –  nelle quali le tradizioni unitarie erano più radicate. In Spagna le novità ottocentesche “si fecero perdonare” accettando la sopravvivenza di forme superate e offrendo concessioni al passato che col tempo contribuirono al sorgere di micropatriottismi e di nazionalismi periferici,

Si succedettero epoche ed esperienze diversificanti: il gracile regno visigoto, abbattuto con singolare facilità dagli islamici all’inizio del sec. VIII; Al Andalus, cioè gli otto secoli della Spagna musulmana  (frequentemente infestata da divisioni e conflitti tra clan ed etnie: nell’anno 740 dovette accorrere un grosso esercito dalla Siria per domare una rivolta probabilmente berbera, comunque nordafricana). Il destino egemonico della Castiglia si articolò in molteplici direzioni ed esigette decine di diramazioni territoriali e politiche. Anche l ‘impero carolingio ebbe un ruolo nella costruzione dell’entità spagnola, dovendosi però misurare anch’esso con le velleità indipendentistiche di principi minori. Così la carolingia Marca Hispanica non fu omogenea come vorrebbe la mitologia catalana.

Verso l’anno Mille si parla di vari ‘Reinos de Espagna’ (uno dei quali era il Portogallo), non monolitici ma spesso cangianti in estensione e potestà secondo i diversi dinamismi tra Navarra, Asturie, Castiglia, Leon, Galicia, Guipuzcoa, Aragona. Rodrigo Diaz de Bivar – il Cid Campeador –  pur combattendo per conto del re di Castiglia e Leon, si insignorì in proprio del regno di Valencia. Si prende a parlare di Corona di Castiglia quando Alfonso X regna su metà della Spagna.

Ad Oriente l’Aragona. Barcellona e i feudi pirenaici contrappesano come possono il crescere in potenza della Castiglia. La Catalogna non è ancora un’entità imponente, mentre cominciano a intrecciarsi i cammini di Barcellona e dell’Aragona. Il conte di Barcellona, Alfonso II (1162-96) è anche re di Aragona. Jaime I il Conquistatore dà incremento all’espansione catalano-aragonese.

Attraverso le vicende dettate dalla polverizzazione feudale, nel secolo XII prende corpo il concetto di una Spagna unita. Alfonso VII si intitola già, più o meno legittimamente, “Emperador del Reino”. Si configura una ‘nacion espagnola’, pur divisa in regni. Le fonti carolingie considerano Spagna tutte le terre a sud dei Pirenei: compresa dunque la Catalogna. Ancora in pieno secolo XV ciascuno dei regni della penisola è un aggregato ‘invertebrado’ di terre, di genti, di signorie quasi sovrane, di domini degli Ordini militari, dei possessi dei grandi arcivescovi, in primis tra questi ultimi quelli di Santiago e di Toledo. Straordinaria è la varietà dei localismi giuridici, che finiscono coll’essere mitizzati come ‘fatti nazionali’.

Il primo amalgama importante tra regni avvenne faticosamente a partire dal 1250 tra la contea di Castiglia e quella d’Aragona. Ma la nobiltà difese ferocemente i fatti differenziali che materiavano i loro privilegi. Si ebbero così sviluppi diversi. Per dirne uno: nel 1370 Juan I di Castiglia fece ‘hidalgos’ tutti gli abitanti di una certa giurisdizione ex-feudale. Al contrario alcuni istituti e prassi si andavano omogeneizzando non solo nei maggiori feudi spagnoli (Castiglia, Aragona con Catalogna, Leon) ma anche in Portogallo e nei cosiddetti ‘Ultrapuertos’ (Navarra francese). Prende ad essere meno infrequente la menzione della ‘consuetudo Hispaniae’, cioè di un fondo giuridico comune come fatto unitario capace di contrastare i particolarismi locali.

Verso il 1465 sembra generalizzarsi il fatto che nelle città agisca un ‘corregidor’, difensore dei sudditi modesti contro le sopraffazioni della nobiltà. In genere fu l’area basca che restò al margine della modernizzazione giuridica, dunque degli sforzi di omogeneizzazione. V a  notato che nel regno d’Aragona il potere pubblico si rafforza meno che in Castiglia.

La imponente fase dei Re Cattolici, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, dà naturalmente un certo impulso ai processi di unificazione.  Si profila anche il ‘castellanocentrismo’, ossia il primato della Castiglia (che allora non aveva la capitale a Madrid ma a Valladolid, Burgos o altrove). Pochi tra gli studiosi moderni condividono la pensosa visione di Ortega y Gasset: “La Castiglia ha fatto la Spagna, la Castiglia l’ha disfatta”. I processi furono più complessi, le responsabilità più sfumate. I vari ‘regni’ non avevano gli stessi retaggi. L’Aragona, retta da una dinastia barcellonese fino al 1430, era multiculturale e plurilingue sin dal Medioevo; i suoi sovrani regnavano anche su Valencia e Maiorca, nonché in Sicilia e in Sardegna. La stessa grande Castiglia non seppe realizzare un’autentica unità spagnola.

Le cose cambiarono alquanto quando il paese passò agli Asburgo, che gli dettero proiezione universale e rafforzarono la Monarchia.  Al costo naturalmente di non poche incompatibilità tra le istanze locali e la vocazione mondiale della Spagna divenuta potenza planetaria: al costo al suo interno di tensioni gravi e di vere e proprie insurrezioni sociali come quella dei ‘Comuneros’ (la ribellione delle campagne di Valencia e Majorca. Ad alcuni le rivolte apparvero fatti ‘nazionali’: così le ‘Alteraciones de Aragon’ (1591).

Fallì il tentativo unificatore attorno alla Castiglia del conte-duca d’Olivares (1624). Le resistenze dei gruppi dirigenti delle varie corone si irrigidirono. Le Cortes catalane, dopo quelle di Valencia e di Aragona si proclamarono “Un poble franc y llibert, no obligado al servir al Rey” e si negarono alle forti esigenze finanziarie della linea di governo del favorito Olivares. A quel livello non era mai accaduto. Entrò in crisi il sistema, oltretutto impegnato nel lungo conflitto con la Francia.

La Catalogna, o meglio le sue Cortes, cominciò a fare sul serio, in odio al conte-duca. Anche l’Aragona non rispose alle speranze di Olivares, laddove la Castiglia votò stanziamenti importanti. Va detto che la Spagna non fu affatto sola in Europa a vivere una crisi straordinariamente grave: nessun paese sfuggì all’uragano di quel secolo. Ad ogni modo si cominciò a parlare di ‘rebelliòn’ e persino di ‘revoluciòn nacional’  della Catalogna contro l’assolutismo centralizzatore.

Maggio 1638: la Deputazione catalana avvia negoziati diretti con Luigi XIII di Francia e quegli, con Richelieu, si impegna ad aiutare la Catalogna a farsi indipendente. Il 16 gennaio 1641 la Catalogna si costituisce in repubblica, pur sotto la sovranità di Luigi XIII, proclamato ‘conte di Barcellona’. I francesi occupano la Catalogna. Però i catalani – come oggi – non sono uniti dietro la Generalidad: dissentono molti aristocratici, i notabili di numerosi municipi, il clero che si conferma fedele a Filippo IV. Vari personaggi si esiliarono in Aragona e a Valencia. Luoghi importanti come Tortosa, Martorell, Tarragona, Reus, Lérida e Cardona si sollevarono contro i francesi. ‘El desencanto catalano’ nei confronti di Parigi fu immediato. Nel 1646 gli occupatori misero a morte vari oppositori. Insomma guerra civile tra catalani. All’inizio le leadership urbane barcellonesi parteciparono alla sollevazione antispagnola: alla fine si sottomisero.

La Guerra d’Indipendenza contro Napoleone non dà occasione di esprimersi ai nazionalismi periferici. La stessa Catalogna aderisce prontamente nel 1808 alla Giunta Centrale Suprema, proposta non dalla Castiglia ma da Valencia, una delle regioni che poi figureranno in testa al movimento per più larghe autonomie. Contro la Francia si manifesta un sentimento nazionale e patriottico che prevale su ogni pulsione indipendentista. Nel 1810 Napoleone tenta invano di staccare dalla Nazione Aragona, Catalogna, le province basche, la Navarra.

Le Cortes risorgimentali e liberali di Cadice riproposero con ulteriore forza l’ideale nazionale e l’unificazione giuridica; ci furono riserve nella giunta di Biscaglia. L’effimero re Giuseppe Bonaparte avanzò un progetto che organizzava la Spagna, alla francese, in 38 dipartimenti, da chiamare coi nomi dei fiumi locali. Conosciamo l’esito. Invece la contrapposizione tra la rivoluzione liberale di Cadice e i particolarismi ancien régime non poté non alimentare – ed essere alimentata – dalle guerre carliste della fase 1814-41. Alla fine una legge nazionale del 1839 accoglie le ambizioni autonomistiche basco-navarresi, “non a detrimento dell’unità costituzionale”. Sorge il violento nazionalismo di Sabino Arana (da noi ricordato all’inizio) e si induriscono i contrasti tra aree a vocazione industriale, tipo la Catalogna, e la Castiglia, regione leader ma economicamente debole.

La restaurazione monarchica nella persona di Alfonso XII, figlio della regina Isabella, non cancella il nazionalismo basco e non scongiura il crescere della questione catalana. Si riprende a denunciare che la “arretrata Castiglia” possa prevalere sulla Catalogna: Si riafferma che la Spagna è fatta di due popoli, uno dei quali è catalano.

Arrivati alla modernità, sappiamo che l’insurrezione militare del 1936 sorse anche in odio ai tentativi indipendentistici catalani; e sappiamo che gli ultimi anni del regime di Franco soffrirono un sanguinoso terrorismo basco che culminò nell’assassinio del presidente del governo, ammiraglio Carrrero Blanco, il più fidato luogotenente del Caudillo. Infine il grosso referendum catalano dell’estate 2017 ha fatto temere vicino lo sfasciarsi della nazione.

Morto Franco, la nuova classe dirigente spagnola si è spinta oltre i traguardi più avanzati del riformismo di tipo federalistico. Oggi tutte le regioni godono di un’autonomia decisamente larga: ma alcuni pericoli per l’unità spagnola restano. Fuori del paese le ambizioni verso l’indipendenza appaiono sostanzialmente risibili, ottocentesche anzi donchisciottesche nelle migliori delle ipotesi. Il contesto generale, europeo e internazionale, è tale che in sostanza non si giustificano più autonomie. Il quasi-federalismo risulta eccessivo, bisognevole di contenimento. Né la Spagna né l’Italia sono abbastanza vaste, popolose ed economicamente forti da richiedere ulteriori dilatazioni dei poteri decentrati. Si auspicano arretramenti delle autonomie: non foss’altro che perché queste ultime né in Spagna né in Italia hanno fatto avanzare la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Al contrario, anche in Spagna le regioni (qui chiamate Comunidades autonomas) hanno aperto vasti pascoli nuovi alla corruzione e alla dispersione improduttiva della ricchezza.

Eppure le velleità micronazionalistiche non si sono spente: invece si sono ridotte a realtà relativamente modeste realtà come Francia e Gran Bretagna che furono grandi potenze. La Spagna è davvero abitata da segmenti umani insidiati da patologiche velleità di contrapposizione?

L’ipotesi non appare ammissibile. Non resta che concludere, per ora, che una parte degli spagnoli sono abbastanza ingenui da credere ai mestatori dei micronazionalismi più o meno donchisciotteschi, comunque ai professionisti dell’agitazione. Oppure concludere che parte degli spagnoli sono abbastanza scervellati da fare come i loro compatrioti del 1936: presero a sgozzarsi, persino all’interno delle famiglie, per due fedi che avrebbero meritato distacco. Anzi, salutare cinismo. Oggi Don Chisciotte si dissocerebbe.

Antonio  Massimo Calderazzi

 

Manuel Azagna, paradosso della storia spagnola

Il Regno di Felipe VI e il mondo hanno assistito senza troppa angoscia all’agonia della Terza repubblica di Catalogna, uno Stato ‘sovrano’ vissuto per poche ore. La Prima, del 1931, non durò di più; la Seconda, del 1934, sopravvisse una notte e fu seguita da vari processi. Tra gli arrestati ci fu Manuel Azagna, non molto prima presidente del governo: non era stato custodito in carcere, bensì a bordo di una nave militare alla fonda. Carles Puigdemont, momentaneo padre della Catalogna, ha dovuto rassegnarsi a non fare nemmeno lo statista in esilio.

L’aspirazione ‘nazionale’ di metà scarsa dei catalani è stata liquidata dalla generale consapevolezza che né la storia, né il futuro amano i micropatriottismi. Meno che mai può amarli un paese, la Spagna, che fu grandissimo e che ottantuno anni fa fu dilaniato dalla guerra civile. Con un po’ d’ottimismo possiamo dire che il sentimento di fondo degli spagnoli è stato ipotecato ‘per sempre’ dall’orrore del 1936 e del quarantennio che gli seguì. Con le sue consegne nazionalistiche Carles Puidgemont è un ambizioso Nessuno, a confronto coi protagonisti della tremenda tragedia spagnola. Il più sfortunato, o enigmatico, o paradossale tra tali protagonisti fu Manuel Azagna, secondo e ultimo presidente della Repubblica di Spagna, nata il 14 aprile 1931 e spenta dalla vittoria militare di Francisco Franco.

La parabola di Manuel Azagna fu strana. Nato nel 1880, di famiglia agiata, al momento della fine della monarchia borbonica (1931), non dominava affatto la scena spagnola. Era uno dei molti che avevano portato avanti, più o meno efficacemente, l’opposizione ad Alfonso XIII, ai suoi ministri e notabili. Azagna si era segnalato, oltre che come drammaturgo di modico rilievo e letterato di pochi lettori, come segretario esecutivo dell’Ateneo madrileno, un organismo culturale non un’istituzione universitaria, come il nome farebbe pensare. Aveva vinto un concorso per funzionario di concetto di un ministero.

Nel 1914, esplosa la Grande Guerra, Azagna fu tra gli scervellati fautori di un intervento spagnolo a fianco dell’Intesa (fu sventato da un premier conservatore, Eduardo Dato, poco dopo ucciso da un anarchico). Azagna voleva una guerra assurda perché era un ammiratore incondizionato della Francia, in particolare delle glorie e istituzioni militari francesi. Il militarismo repubblicano d’oltre i Pirenei era per il Nostro un insuperabile modello politico e tecnico.

Non doveva avere riflettuto abbastanza sulla disastrosa sconfitta francese del 1870 per mano della Prussia di Bismarck. Bastarono due giornate campali per annientare l’esercito che, sulle glorie napoleoniche, si credeva il più potente d’Europa; per provocare la fine del Secondo Impero, la caduta del Napoleone minore, la Comune parigina coi suoi diecimila morti e infine la nascita della Troisième République, destinata a finire nel 1940 per gli sfondamenti dei feldmarescialli di Hitler.

Finita nel 1930 la dittatura di Miguel Primo de Rivera – insolitamente bonaria, popolareggiante e appoggiata dal partito socialista, allora un partito di onesti – le elezioni dell’aprile 1931 segnano la fine della Monarchia, la proclamazione della Repubblica, l’insediamento di un governo provvisorio di soli esponenti repubblicani: uno di essi è Manuel Azagna, di colpo rivelatosi oratore trascinante.  Autore di uno studio sulla politica militare francese e membro di una delegazione spagnola invitata da Parigi durante la guerra a visitare il fronte, Azagna viene catapultato a ministro della Guerra. In quella carica l’uomo di teatro e di convegni riesce a prendere misure talmente energiche -momentaneamente sottomettendo l’establishment militare- che alla prima crisi ministeriale (14 dicembre 1931) raggiunge il vertice: presidente del governo. La Spagna scopre in Azagna l’incarnazione dello spirito repubblicano e laico.

Il Nostro capeggia una compagine di radicali e di liberalprogressisti. Pur non essendo un oltranzista dell’anticlericalismo -altri esponenti lo superano in volontà di abbattere il potere sociale della Chiesa- Azagna si caratterizza come il condottiero della svolta borghese a sinistra: è sua l’affermazione “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.

Tuttavia ora che domina la nazione il Nostro non riesce a operare riforme e svolte di portata paragonabile a quelle attuate in ambito militare. Attua pressocché niente -con lui gli altri leader repubblicani- sul nevralgico fronte della riforma agraria, il fronte che esigerebbe le misure più audaci a favore dei contadini senza terra, proletari affamati che posseggono solo le loro braccia. Nelle regioni del latifondo e della monocoltura cerealicola, specie Andalusia ed Estremadura, i braccianti politicizzati dagli anarchici  -il loro movimento è lì il più forte al mondo- tentano di ottenere la spartizione della terra. Invece il programma avviato sotto Azagna è esiguo, lento, pressoché nullo. Esplode il ribellismo contadino, anche armato.

Ad esso il capo del governo progressista reagisce con inattesa durezza: almeno una volta autorizza le forze di repressione a sparare sui rivoltosi delle campagne: sparare ‘al ventre’, per uccidere. Le priorità di Azagna sono altre: sono il trionfo della repubblica e della laicità, sono la razionalizzazione delle strutture; non il riscatto delle plebi agricole, non la terra ai contadini. Risultato, una fase di conflitti violenti che fa scorrere molto sangue nel primo biennio repubblicano. L’immagine giacobina e radicale di Azagna si indurisce al di là delle previsioni. Il regime si dimostra incapace di difendere la pace sociale; Azagna che lascia incendiare le chiese e moltiplicarsi i conati di tipo rivoluzionario risulta la personificazione di tale inettitudine repubblicana.

Nell’autunno 1933 il governo progressista perde le elezioni politiche. Le destre, cattolici e monarchici in testa, intraprendono a disfare dal potere le riforme repubblicane. Per i progressisti respinti all’opposizione è il ‘bienio negro’. I fatti del 1934 sono particolarmente gravi: insurrezione dei minatori asturiani (che sanno adoperare la dinamite), tentativo di secessione della Catalogna. Manuel Azagna dà qualche appoggio al secessionismo, viene arrestato e processato, però assolto. La sua stella appare al tramonto.

Invece nel febbraio 1936 il letterato dell’Ateneo che è sembrato addomesticare i militari trova la forza di portare alla riscossa la coalizione progressista, ora chiamata Frente Popular: Azagna è di nuovo capo del governo. Anzi si sente abbastanza demiurgo da ottenere la deposizione del capo dello Stato, Niceto Alcalà-Zamora, e da farsi eleggere al suo posto. Ebbene da quel momento il prodigio di autoasserzione che è entrato nel palazzo dei re smette di esercitare un ruolo politico. Affida il governo a suoi fidi, Santiago Casares Quiroga prima, José Giral dopo, e si mette a fare il re merovingio, che non governa né regna. Meno che mai il capo dello Stato fa qualcosa per sventare l’insurrezione dei generali e la Guerra Civile. Dal 17 luglio 1936 al trionfo finale di Francisco Franco l’uomo che incarna la Repubblica è come inesistente. E’ il paradosso Manuel Azagna.

Al vertice della Spagna assalita dai generali agiscono i capi di governo che si succedono -Giral, Largo Cabalallero, Negrin-, agiscono personaggi politici minori, agiscono i capi comunisti, agiscono emissari e sicari di Stalin: non Manuel Azagna che era stato  il dominus della Nazione. Piuttosto Azagna scrive: scrive pagine in genere intelligenti o alate, rivolte soprattutto a un assiduissimo e penetrante diario.  Inoltre scrive quotidianamente a un suo confidente e cognato, Cipriano Rivas Cherif, uomo talmente intrinseco del presidente da suscitare una tenace leggenda su una omosessualità del capo dello Stato.

L’altro impegno grosso di Manuel Azagna mentre la Spagna si uccide è di curare i propri lavori letterari, in particolare di far rappresentare e recensire le cose per il teatro; e poi di autoanalizzarsi; di giudicare, quasi sempre sprezzantemente, altri personaggi; di ascoltare Beethoven e altri sommi; di contemplare e descrivere paesaggi; di coltivare fiori. Questo soprattutto fece il padre della Repubblica nell’intero corso della Guerra Civile.

Ecco l’enigma, o il paradosso, Manuel Azagna. Inspiegabile l’ascesa, dal modesto intellettuale che era. Inspiegabile il settarismo esasperato da capo del primo biennio del regime. Inspiegabile la nullità dell’azione politica dal momento della conquista del vertice assoluto all’epilogo drammatico di riparare sconfitto in Francia. Passò la frontiera a piedi -non era ancora dimissionario- confuso nella fiumana di fuggiaschi e di sconfitti che scampavano alla ferocia del vincitore.

E’ quasi sicuro che, insolitamente intelligente com’era, considerò persa la guerra civile sin dal primo momento; comunque dal momento del massacro della caserma madrilena della Montagna, prima delle stragi belliche compiute dalla sua parte (manco a dirlo, ci furono altrettante atrocità dei ribelli). Tuttavia, come fece zero per scongiurare lo ‘Alzamiento’ dei generali, fece poco di utile per favorire una pace di compromesso allorchè quest’ultimo era ancora possibile, cioè quando il trionfo di Franco era probabile ma non sicuro.

Negli ultimi mesi della guerra, dopo che l’esercito repubblicano si era svenato nella terribile battaglia dell’Ebro, Azagna provò a fare vane ‘avances’ diplomatiche all’estero, all’insaputa del capo del governo e dei suoi consiglieri sovietici. Il premier Juan Negrin voleva la prosecuzione ad oltranza della guerra: secondo lui le potenze occidentali sarebbero presto entrate in guerra coll’Asse, quindi “non avrebbero permesso” la vittoria finale del Caudillo. Negrin in realtà non poteva fare molto affidamento su una salvezza, ad opera delle democrazie occidentali, della repubblica amata dalla sola Urss (più il Messico per quel che valeva).

Conclamato il trionfo di Francisco Franco, Manuel Azagna deve rifugiarsi in Francia passando la frontiera a piedi, confuso tra gli sconfitti. Morirà a Montauban l’anno dopo, portando con sé il mistero del Carneade divenuto statista brillante e inutile.

A.M. Calderazzi

LA SPAGNA, DAI DESTINI TRAGICI AL DISDEGNO PER I CONFLITTI E LE VENDETTE

Fanno quarant’anni dalla morte di Franco e, in pratica, dalla fine del suo regime. Da allora la Spagna ha dimostrato ad abundantiam di avere adottato la ‘via italiana’ alla pluto-democrazia, fatta di partiti prevaricatori e corrotti, di mezzadria tra capitale e sindacati, di alta spesa pubblica e dunque di molte tangenti. Invece ha respinto il magistero italiano quanto a regolamento dei conti tra vincitori e sconfitti. Da noi nel 1945 i primi usarono le armi della lotta partigiana per una breve e feroce mattanza dei vinti; in più, improntarono al loro settarismo la nuova Costituzione e addossarono allo spirito pubblico i loro valori e canoni retorici.

In Spagna, poco di tutto ciò e molta volontà di riconciliazione. Per cominciare, non si è tentato di abbattere l’istituzione monarchica, imposta da Franco a un paese che aveva scelto la repubblica. Dal canto suo la monarchia ha in vari modi assecondato la defranchizzazione pacifica preferita dal popolo ai metodi dei nostri partigiani e dei loro mandanti politici. Si fossero trovati ad agire in Spagna, morto il Caudillo, i capi della nostra Resistenza è verosimile avrebbero provato a imporre -coi mitra- i metodi e le rappresaglie del Maquis.

Gli spagnoli non permisero questo. Non lo permisero in particolare le sinistre, comunisti compresi. Infatti nell’ottobre 1944, vigilia del trionfo bellico delle potenze antifasciste, il proletariato e la borghesia progressista di Spagna non dettero alcun consenso al tentativo di un segmento comunista riparato in Francia di riaprire il conflitto civile con la penetrazione di un piccolo esercito nella valle di Aran ( Pirenei). Le truppe di montagna di Franco schiacciarono prontamente gli “invasori” guerriglieri, poi ebbero facilmente ragione delle bande partigiane che avevano provato ad agire in aree poco presidiate del territorio iberico.

I lavoratori e i ceti medi politicizzati di Spagna non si sollevarono contro il regime, nonostante l’imminenza della vittoria alleata. Non dettero alcun appoggio alla velleitaria ‘Resistencia’, che ebbe qualche altra manifestazione. Da quel momento il partito comunista clandestino e quello dell’esilio in Francia e in Messico rinunciarono a ogni conato antifranchista. Quanto ai contadini, essi appoggiarono fattivamente con le cosiddette contrapartidas i reparti governativi che snidavano i ribelli sopravvissuti qua e là come nuclei banditeschi, che per mangiare e rifornirsi non potevano che compiere crimini contro le popolazioni rurali che dicevano di rappresentare. Cessò ogni opposizione organizzata, e nel 1956 il Pce proclamò la “Reconciliaciòn nacional”.

Morto Franco si constatò che la transizione dal regime ‘alla libertà’ si era già un po’ delineata negli anni Cinquanta; si era accelerata, oltre che con le aperture all’Occidente e al mercato, coll’ingresso nel governo di Manuel Fraga Iribarne, nel 1962. Che cioè sin d’allora Francisco Franco aveva accettato la logica del futuro (se non addirittura da quando aveva detto no a Hitler nell’incontro a Hendaye, il 23 ottobre 1940).

spagnaRisalendo nel tempo, all’agonia del parlamentarismo e del potere dei notabili liberal-conservatori, il 13 settembre 1923 l’incruento colpo di Stato del generale Miguel Primo de Rivera avviò l’esperimento di una dittatura non fascista, al contrario filo-proletaria, appoggiata in pieno dal partito socialista. Durò fino al volontario ritiro del Dictador (gennaio 1930), sei anni nei quali il paese vide, oltre alla cancellazione della vecchia politica conservatrice, vasti piani di edificazione economica e di modernizzazione autoritaria, non accompagnati da fatti di repressione. Il governo del generale cadde per gli squilibri tra le risorse disponibili, alquanto scemate per la Grande Depressione, e per l’alto costo dei programmi di modernizzazione e di ridistribuzione della ricchezza a vantaggio dei ceti umili. Cadde di fronte alla netta ostilità dei banchieri e del patriziato latifondista (cui il generale, marchese e Grande di Spagna, apparteneva). La Dittatura aveva fatto nascere il primo, limitato Welfare della storia spagnola: assicurazioni sociali, pensioni, case popolari, ospedali, opere irrigue, ferrovie, canali.

Ma il vanto imperituro della classe dirigente spagnola fu, nel 1914 e nel 1940, l’aver saputo rifiutare la partecipazione ai due conflitti mondiali. La prima volta fu merito soprattutto di un primo ministro conservatore, Eduardo Dato, che sventò i tentativi delle élites sinistriste di intervenire a favore dell’Intesa. Nella drammatica agonia del parlamentarismo il presidente Dato sarà assassinato (1921) da un anarchico. Tutti sanno le crisi di sistema che nel 1931 portarono alla caduta della monarchia, alla Repubblica sventurata e, cinque anni dopo, alla Guerra civile.

Abbiamo richiamato alcuni momenti del Novecento per evidenziare che gli spagnoli, pur con una storia di turbolenze e di odii, sono stati capaci di più saggezza e più misericordia di altre stirpi. Della nostra, per esempio. Gli spagnoli si sono sgozzati nella Guerra civile, ma quando essa si è chiusa hanno respinto le tentazioni e le occasioni di riaprirla. Si sono salvati dai crimini dei regolamenti dei conti.

Hanno smentito, con una nettezza che non era prevedibile, il tragico pessimismo nazionale del 1898, quando la disfatta per mano americana, con la perdita dell’impero e dell’autostima, era sembrata spegnere l’anima della Spagna. In quegli anni il grande pensiero del ‘Rigenerazionismo’ fiorì su un dolore inconsolabile. Joaquin Costa invocò che si sprangasse il sepolcro del Cid Campeador e che un ‘chirurgo di ferro’ amputasse le cancrene nazionali (per molti quel chirurgo fu Primo de Rivera). Il disperato scrittore e

diplomatico Angel Ganivet, prossimo a suicidarsi, aveva negato che i suoi connazionali potessero mai aspirare a un umile benessere. Miguel de Unamuno, rettore a vita dell’università di Salamanca, aveva incatenato la Spagna ai suoi aspri miti nazionali, al punto che il filosofo razionale Ortega y Gasset lo censurava come ‘energumeno’. Quante volte Ortega ed altri grandi intellettuali del tempo avevano fatto tristi vaticinii di saldatura della loro nazione all’Africa invece che all’Europa?

Un secolo dopo la Spagna appare, è, il contrario dei vaticinii. Ha persino una ripresa produttiva meno anemica di quella italiana: con tutto il nostro dinamismo da Expo. Povero Ganivet, figlio della luminosa Granada, che aveva scritto “Uno spagnolo ricco disgusta”!

A.M.Calderazzi

L’ABBAGLIO DI CREDERE CHE IL POPOLO AMASSE LA REPUBBLICA EROICA DI HEMINGWAY

Tra il 1936 e il 1939 il fratricidio spagnolo distorse il mestiere del corrispondente di guerra. Nel passato egli riferiva sugli eventi nella loro oggettività, ossia nei fatti. Informava,  rinunciando di solito a discriminare in funzione delle ragioni e dei valori dei contendenti. Il conflitto di Spagna trasformò i corrispondenti in fautori e in avversari. 78 anni fa gli inviati italiani, tedeschi e portoghesi -questi ultimi grazie a Salazar- condivisero la causa franchista. La maggior parte dei giornalisti del resto del mondo, in testa quelli sovietici e messicani, parteggiarono per la Repubblica progressista, antifascista, anticlericale. Dati i termini fortemente ideologici del conflitto, fu logico così: ma non è detto che i proletari di Spagna consonassero veramente coi giornalisti ‘impegnati’.

Non va passato sotto silenzio il forte dislivello intellettuale tra i due schieramenti di giornalisti. In quello di destra i soli che godevano di una reputazione importante furono gli spagnoli Ramiro de Maeztu e, un po’ meno, José Maria Peman; più qualche anglosassone di modica fama. Invece avvamparono anzi procombettero per il ‘No Pasaran’ scrittori e intellettuali di cui sappiamo tutto, a volte sappiamo più del giusto: Ernest Hemingway, Ilia Ehrenburg, André Malraux, Arthur Koestler, W.H.Auden, Antoine de Saint Exupéry, John Dos Passos, George Orwell, Langston Hughes. Coll’aggiunta di giornalisti di meno gloria ma abbastanza lanciati, quali Martha Gellhorn (sposerà, a tempo, Hemingway). Non furono molti i giornalisti ‘puri’, poi destinati a primeggiare in patria: vedasi Montanelli. Come che sia, c’è chi ha chiamato la Guerra civile “la edad de oro de los corresponsales en el extranjero”.

Joe Allen del Chicago Daily Tribune, uno dei giornalisti più provetti, riuscì ad intervistare José Antonio Primo de Rivera, l’eroe buono e quasi il Lohengrin del falangismo, nel carcere di Alicante il 3 ottobre 1936, cinque settimane prima della fucilazione; anzi José Antonio era già stato dato per ucciso. Per poter accedere al condannato,  Allen dové convincere in due tese riunioni gli anarchici che dominavano il locale Comitato d’ordine pubblico: non permettendo l’intervista avrebbero confermato che la Repubblica non controllava gli anarchici, e nemmeno Alicante. Quando il giornalista venne in contatto con José Antonio, questi gli apparve furibondo per un’accusa di cui aveva avuto sentore: quella d’avere tradito, per compiacere ai generali golpisti, la vocazione sua e della Falange a lottare per una conversione sociale della destra spagnola. “Ritirerò i miei falangisti dalla ‘Causa’. Ho sempre maledetto l’egoismo dei privilegiati e dei ricchi. Mi hanno chiamato eretico. Mi hanno chiamato bolscevico!”. Nel suo reportage Allen, aperto filo-repubblicano e antifascista, insinuò che forse José Antonio, marchese e Grande di Spagna, dilatava il suo profilo ‘sociale’ per mitigare l’ostilità dei carcerieri. Il fondatore della Falange fu fucilato a trentatre anni l’11 novembre.

Pochi anni prima si era buttato in una mischia politica già drammatica per riscattare l’opera

storica di suo padre Miguel Primo de Rivera, che nel 1923 si era fatto dittatore della Spagna con un colpo di stato militare concepito e attuato così bene da vincere senza usare le armi, senza sangue. Il paese approvò, tanto grave era la situazione. Il sistema dei notabili liberal-conservatori crollò di colpo. Le sole riserve, inefficaci, furono quelle degli intellettuali. Il regime ottenne immediatamente la collaborazione dell’unica grande forza di sinistra, il Partito socialista, allora non controllato da personaggi corrotti quali quelli che Felipe Gonzales porterà al potere nel 1982.

L’intervista di Allen al morituro che rivendicava la propria coerenza di fascista sociale e si confermava nemico dell’ottuso egoismo delle destre franchiste, resta uno dei momenti più alti dell’impegno morale del giornalismo, nonché uno scoop eccezionale. La storia della Spagna sarebbe stata meno tragica se il padre di José Antonio non fosse stato abbattuto nel 1930 dalla finanza e dai grandi agrari: non dall’opposizione intellettuale/studentesca.

 

Resta il fatto che nella Guerra Civile quasi tutti i giornalisti famosi fecero il tifo per la repubblica, antagonizzando in genere i direttori e gli editori, mettendocela tutta per guadagnare i lettori alla loro scelta. Per quanto grandi fossero il talento e l’antifascismo dei maggiori corrispondenti, il giornalismo occidentale -degli Stati Uniti e dei paesi che cinque mesi dopo il trionfo di Franco si sarebbero trovati in guerra col Reich- fallì alla prova.

Fu anzitutto un fallimento professionale. Se compito del giornalismo politico è capire la realtà profonda prima di descriverla, i grandi inviati lo mancarono. Presi dall’eccitazione dei dispacci dal fronte, e più ancora dalla galvanizzazione ideologica, non si accorsero che nel quinquennio prima d’essere assaltata la Repubblica non aveva prodotto quasi nulla di sostanziale: non la terra ai contadini, non la cogestione delle imprese agli operai, non le provvidenze alla gente minuta che viveva di stenti ai margini dei processi produttivi. Sul piano delle misure concrete -case, più lavoro, un inizio di sanità pubblica, la fondazione del Welfare- i proletari avevano ricevuto molto più dal Generale dittatore.

Risultato: dal giorno che la guerra civile finì, il popolo accettò Franco. E quando, negli anni Quaranta, il vertice comunista riparato all’estero credette di riaprire il conflitto con una “Resistencia armada” -nell’illusione che l’Occidente si proponesse di detronizzare Franco dopo il trionfo sull’Asse-; quando dunque fu tentata la Resistencia, gli ex repubblicani, soprattutto i proletari, non si sollevarono affatto in appoggio alla bande antifranchiste. Al contrario collaborarono sul campo con la Guardia Civil e con le altre forze di repressione che sterminavano senza pietà i partigiani/bandoleros  cioè banditi (per mangiare questi ultimi non potevano non rapinare, qualche volta uccidere, i contadini;  e i contadini si vendicavano).

Spenti del tutto gli ultimi conati comunisti (la Resistencia fu solo rossa), il regime riuscì gradualmente a cancellare le ferite della guerra. Con gli anni Cinquanta cominciarono gli investimenti e il turismo. I primi modesti passi della prosperità guadagnarono di colpo alla Pax di Franco quella classe lavoratrice che i giornalisti-letterati avevano mitizzato come  protagonista della più strenua delle epopee.

Niente di tutto questo seppero presagire le grandi firme, stordite dall’epopea. Non presagirono perché si ingannarono sul reale significato della Repubblica. Essa fece fremere i Machado i Malraux i Picasso gli Hemingway; alle classi povere dette una messe stragrande di slogan settari, dette incitamenti a lottare e a morire. Verso la fine, nel 1938, quando con la disfatta dell’Ebro tutto era già perduto, la Pasionaria garantì persino che “resistere vuol dire vincere”.  Invece volle dire moltissime vittime in più e la fine. La Repubblica dette, è vero, anche molte delle scuole elementari che la Dittatura, ferita dalla crisi finanziaria, non era riuscita a costruire. Però la Repubblica dette le scuole invece del pane; e le dette soprattutto perché gli analfabeti potessero compitare gli slogan e la glorificazione della lotta.

Nelle ultime settimane di guerra i repubblicani si combatterono ferocemente tra loro: i comunisti contro tutti gli altri. Si morì a migliaia. Per capire la Spagna i romanzieri di troppo successo quali il bardo di Per chi suona la campana avrebbero fatto bene ad avvicinarsi ai padri di famiglia, invece che agli intellettuali sulla Senna e a Hollywood.

A.M.C.

DUE SFORTUNATE REPUBBLICHE DI SPAGNA UNA TERZA SAREBBE LOGICA, PERO’ OPPOSTA ALLA NOSTRA

Nei giorni che le piazze spagnole, dopo l’abdicazione di Juan Carlos, si movimentano di manifestazioni repubblicane -per quello che valgono le manifestazioni- vale la pena di ricordare che la repubblica più famosa, quella radical-progressista poi sinistrista nata nel 1931, cominciò a morire ottant’anni fa precisi, giugno 1934: sciopero generale politico dei braccianti e contadini poveri, poi ribellione della Catalogna anarcosindacalista, infine nell’ottobre, sempre 1934, la rivoluzione degli operai e dei minatori delle Asturie, spenta dall’artiglieria. Alcune migliaia di morti, migliaia di corti marziali, una repressione feroce come aspre erano state  le vendette dei proletari e temerari i propositi di edificazione libertaria rivoluzionaria.

Insorgendo, i braccianti, i minatori, i manovali urbani  proclamarono una dura verità: la Repubblica sinistrista non aveva dato nulla al popolo, a parte le parole d’ordine anticlericali e barricadiere, la tolleranza degli incendi di chiese e monasteri e delle violenze classiste; a parte un po’  di scuole più che in passato.  Tra il 1923 e il 1930 il dittatore filosocialista Miguel Primo de Rivera, benché generale e Grande di Spagna, aveva beneficato assai più i proletari. Fu per questo che i lavoratori  dettero chiari segni di avversare la Repubblica degli intellettuali laicisti e massoni, molto più protesi ad asserire se stessi e i loro valori che le rivendicazioni delle plebi.

L’insurrezione delle Asturie e di una parte della Catalogna, più alcuni focolai a Madrid e altrove,  fecero  sorgere delle effimere dittature proletarie e anarchiche, poi le soverchianti unità repubblicane,  comandate da un generale Franco allora leale allo Stato, stroncarono la rivolta. L’ottobre 1934 allargò un groviglio di conflitti secolari, cominciati nel 1808, in coincidenza con la ribellione antifrancese. Nel 1834 si era aperta una successione di guerre carliste, più sanguinose di quel che oggi si creda, finché nel 1898 la disfatta nel conflitto con gli Stati Uniti, con la perdita di Cuba, di Puerto Rico e delle Filippine fece cadere la Spagna in una cupa depressione morale. L’esercito che tornò dalle colonie perse trovò un paese costernato e immiserito, e lo aggravò delle proprie frustrazioni e pulsioni.

Seguirono anni sempre più agitati. Nel 1909 l’odio di classe scatenò a Barcellona una sanguinosa “Semana Tragica” in cui la Chiesa soffrì l’anticipazione degli assalti del 1936 . Nel 1917 uno sciopero generale rivoluzionario dovette essere schiacciato dall’esercito. “La dittatura militare instaurata nel 1923 da Primo de Rivera -scrive Hugh Thomas nella sua Storia della guerra civile spagnola- fu il solo regime che dall’inizio del secolo desse al paese un periodo di relativa calma. L’opposizione liberale riuscì ad espellere il dittatore (1930) e il re (1931) ma non dette alla Spagna un assetto democratico capace di soddisfare le aspirazioni della classe operaia”.

L’insurrezione del 1934 fu dunque l’annuncio e il primo atto della Guerra civile di due anni dopo. Dopo il 1934 -notava l’ambasciatore L.Incisa di Camerana, uno degli italiani che meglio conoscono la Spagna- “le sinistre giungeranno a un diapason di verbosità rivoluzionaria che neppure la vittoria elettorale del ’36 riuscirà a contenere. Miguel de Unamuno affermò che la Repubblica del 1931 era diventata ‘una pozzanghera infetta’. José Ortega y Gasset, uno dei triumviri che avevano lanciato il programma repubblicano, si ritirerà disgustato”.

Non tutti i giovani spagnoli che in questi giorni invocano la fine della monarchia -senza dubbio un’istituzione del passato- sanno o ricordano che la repubblica del 1931 fu la seconda esperienza non monarchica del paese. La prima sorse nel 1873, dopo i decenni delle guerre carliste, le disavventure del regno di Isabella II e la fuga in Francia di quest’ultima. Dopo l’insuccesso di altri tentativi di trovare all’estero un sovrano per la Spagna, nel 1870 fu messo sul trono madrileno il duca Amedeo d’Aosta, secondogenito di Vittorio Emanuele II. Abdicò meno di tre anni dopo. La Prima Repubblica che gli seguì si spense in pochi mesi, “incastrata tra la Vandea carlista e l’insurrezione cantonalista delle province meridionali e orientali”. La Seconda Repubblica, quella della leggenda antifranchista, anarchica e comunista, ebbe la sorte della Prima: “Pochi mesi sono passati dalla sua proclamazione e nelle caserme già si congiura, già bruciano nelle città le chiese e i conventi;  nelle campagne gli anarchici già attaccano i municipi e i posti della Guardia Civil” (Incisa di Camerana).

Tutto ciò, per dire cosa? Che se la monarchia riesumata dal Caudillo ebbe un senso per sovrintendere alla liquidazione del franchismo, un quarantennio dopo il suo ruolo appare finito. Ma anche che una riesumazione della repubblica, dopo due precedenti sfortunati e dopo la massiccia importazione dall’Italia del costume corruttivo, non avverrebbe sotto auspici benevoli.

A.M.C.

DISINCANTO DEL PATRIOTTISMO SPAGNOLO

Dopo esserci stata padrona per un po’ di secoli (a Milano quasi tre, a Napoli e a Cagliari quasi quattro, a Palermo oltre cinque), morto il Caudillo la Spagna ritrovatasi democratica si cercò un modello politico-ideale aggiornato: e scelse lo Stivale. Noi avevamo cambiato padrone già nel 1945, trovando la felicità trent’anni prima che a sud dei Pirenei. Nell’ottobre 1982 gli spagnoli completano il corso d’apprendimento: danno il potere al ‘socialista’ Felipe Gonzales ed entrano anch’essi nell’età craxiana: soldi a debito per tutti, industrializzazione e grandi opere al galoppo, ottimismo della volontà, tangenti come via maestra. Oggi le cronache del malaffare democratico sono, da Pamplona a Valencia alle Canarie, indistinguibili dalle nostre (v. in Internauta “La Spagna dall’orgoglio del Cid all’Infanta indagata e alle tangenti”; “Hispania felix anche senza crescita (ma politici ladri come i nostri”).

Allora la Spagna fattasi da magistra alunna non ha molto da insegnarci. Resta tuttavia una pietra di paragone. Per questo vi sunteggiamo qui le riflessioni su “la hora del desencanto” di tre reputati storici accademici, Fernando Garcia de Cortàzar, Josep Fontana allievo di Jaume Vicens Vives e Juan Pablo Fusi.  I motivi più immediati per ragionare di disincanto sono, com’è ovvio, la crisi economica e il separatismo catalano e basco. “E’ il nostro inverno morale” constata Garcia de Cortàzar, che è un cattedratico e un gesuita. “Si mette in discussione persino il riuscito passaggio dal franchismo alla democrazia. E’ evidente l’insuccesso degli  sforzi per difenderci dalle minacce dei nazionalismi antispagnoli, sorti nel secolo XIX con connotazioni romantiche e ultraconservatrici. Mi colpisce una frase, ‘rispetto delle autonomie regionali’ che sentiamo continuamente in questi anni di crisi brutale. Significa che quando avevamo soldi potevamo permetterci impunemente di sperperare, di sovrapporre le giurisdizioni ? Oggi la Spagna nazione  è contestata come non mai, e non è solo colpa dei particolarismi periferici. La sinistra per esempio, un tempo difendeva l’unità, oggi  si apre ai suoi nemici: curiosamente non in nome della lotta di classe o del paradiso proletario, bensì per assecondare gli orizzonti egoistici  delle oligarchie regionali. La Spagna unita è un’eredità che abbiamo ricevuto ed é un progetto per il futuro. Il mondo non ci accetterà mai se non ci impegneremo a credere in noi stessi. La nostra tolleranza è stata presa come mancanza di principi, la nostra prudenza come impotenza”.

Non era questo che speravamo dalla democrazia, ammette Josep Fontana, un professore emerito che fu militante comunista durante il franchismo; ha soprattutto studiato la finanza pubblica nell’Ottocento. Cita quel verso di Gil de  Biedma che chiama triste la storia di Spagna  ‘porque siempre termina mal’. Per lui “la crisis del proyecto nacional espagnol està directamente relacionado con la crisis del Estado”. Una indipendenza della Catalogna non è inconcepibile “si es realizable sin dagno para nadie”. Fontana sottolinea gli aspetti negativi di certi sviluppi ottocenteschi: “Le grandi fortune riuscirono a sfuggire agli obblighi fiscali loro spettanti: allora erano agrari, oggi sono finanzieri. Una delle conseguenze fu l’estrema debolezza della scuola pubblica. Negli altri paesi europei la scuola fu un fattore decisivo di amalgamazione nazionale. In Spagna non ha contribuito abbastanza alla crescita dei sentimenti unitari”.

Anche Juan Pablo Fusi addita la vulnerabilità del Paese di fronte alla sfida dei separatisti. Peraltro la decentralizzazione è stata un impegno intenso e finora efficace per valorizzare le risorse regionali: “No recuerdo en ningùn otro pais un esfuerzo como el registrado en Espagna. No es facil ir mas allà”. Non deve sorprendere, aggiunge Fusi. che la ricca Catalogna sia tentata di voltare le spalle alla patria: lo fanno anche gli indipendentisti del Quebec, i fiamminghi belgi, in Gran Bretagna gli irlandesi ed ora gli scozzesi. La crisi generale -non solo economica, anche istituzionale e politica- fa lievitare lo scissionismo: “Los continuos escandalos de corrupcion”, l’assenza di leadership, la disoccupazione accentuano le difficoltà dei paesi. Da noi risuona ancor oggi l’amara constatazione di Antonio Cànovas del Castillo, il governante che rimettendo sul trono i Borboni riuscì a chiudere le guerre carliste e a stabilizzare l’assetto politico: “Es espagnol el que no puede ser otra cosa”.

Enric Gonzàles, che ha raccolto le non ottimistiche riflessioni dei tre storici per conto di ‘El Mundo’ – quotidiano che da venticinque anni dà voce al capitalismo liberale moderno (una specie di ‘Repubblica’ di destra, risposta al progressismo di ‘El Pais’) richiama un pensiero di José Ortega y Gasset: “La convivenza dei nazionalismi è difficile, non impossibile”.

A.M.C.

GIUSEPPE PRESTIA: POSSIAMO DIRCI VERAMENTE “SVILUPPATI”?

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’EUROPA  ALLA LUCE DELLA RECENTE CRISI ECONOMICA

Da ormai troppo tempo il nostro paese e con esso altri stati dell’Unione Europea si dibattono nella cosiddetta “crisi”. In Italia, in particolare, si è venuto a creare un circolo vizioso per cui l’eccessiva imposizione fiscale, superiore al 50%, ha da un lato compresso i consumi, inducendo al fallimento migliaia di imprese, e dall’altra impoverito vasti strati della popolazione, che rasentano la miseria o quasi. A tale situazione si aggiunge la paralisi totale della classe dirigente, aggravata dall’esito incerto delle elezioni del febbraio 2013.

Di fronte a questo quadro desolante, viene da chiedersi come sia stato possibile giungere ad un simile disastro e soprattutto come se ne possa uscire. Per quanto riguarda l’Italia non v’è dubbio che molte colpe ricadano sull’inerzia della classe politica, ma bisogna aggiungere che tale inerzia riflette inevitabilmente le contraddizioni insite nella società italiana e gli interessi corporativi di molte categorie che intendono preservare le loro posizioni di privilegio a discapito del benessere comune. Il discorso è troppo complesso per essere sviluppato in questa sede. Qui mi vorrei limitare ad alcune brevi considerazioni in campo economico.

E’ bene innanzitutto chiarire che la crisi che sta attraversando l’Italia e più in generale l’Eurozona, ha assunto connotati del tutto peculiari rispetto a quella manifestatasi nel 2007 dapprima negli Stati Uniti e poi in altre nazioni del mondo. Il problema europeo deriva direttamente dal fatto che l’unione economica e monetaria, per intenderci l’adozione dell’euro, non è stata seguita da una corrispondente unione politica. I meccanismi decisionali, a livello politico, sono rimasti troppo frammentati e farraginosi e gli interessi dei singoli stati finiscono per prevalere sull’interesse generale.

Nella letteratura economica molti lavori hanno chiarito i meccanismi che sono alla base della recessione dell’Eurozona. In particolare l’economista belga Paul De Grauwe, in una serie di studi pubblicati a partire dal 2011[1], ha messo in luce la fragilità delle istituzioni su cui si regge l’unione monetaria e ha dimostrato che le misure di austerità adottate soprattutto nei paesi dell’Europa meridionale, tra cui il nostro, sono state prese sull’onda del panico e dei timori manifestatisi sui mercati, che hanno gonfiato artificialmente lo spread, non certo perché vi fosse un reale pericolo di default. La goffa gestione dei problemi economici a livello europeo ha poi ulteriormente peggiorato la situazione.

Da tutto ciò si ricava un’altra considerazione: l’approccio prevalente in sede europea (ma il discorso riguarda più in generale l’economia mondiale) è prettamente “economicistico”. Nelle interminabili trattative che si succedono a Bruxelles ogni qual volta ci si trova di fronte ad un’emergenza, ciò che conta sono il PIL, il deficit, lo spread, il rapporto debito/PIL e così via dicendo. Il vero punto centrale, cioè il destino e il benessere dei milioni di cittadini che subiscono le misure di austerità imposte dalla cosiddetta troika (FMI, BCE e UE), non viene neanche sfiorato. L’obiettivo primario è avere i conti a posto. Non importa se per raggiungere questo risultato viene compromessa la dignità della persona umana. Tra l’altro occorre osservare che l’approccio “economicistico” finisce per condurre a risultati insoddisfacenti non solo dal punto di vista del benessere dell’uomo ma anche sul fronte più prettamente economico – finanziario. A cosa potrà mai servire avere i bilanci a posto, se poi ci si ritrova con gran parte della popolazione immiserita?

Il che ci porta al fulcro del problema: il fatto incontestabile che emerge dalla situazione attuale è che non è più l’uomo ad essere al centro della scienza economica, ma gli interessi egoistici dei mercati finanziari. L’economia deve essere al servizio dell’uomo. Se non si recupera questa dimensione non vi potrà essere via d’uscita dalla crisi e soprattutto non vi potrà essere vero sviluppo.

Quest’ultimo infatti non riguarda solo i cosiddetti paesi “arretrati”, ma anche noi che ci autocollochiamo nel mondo “sviluppato”. Anzi forse è vero il contrario e cioè che siamo noi appartenenti ai paesi “avanzati” ad essere veramente “sottosviluppati”. La nostra visione è ormai troppo distorta, rivolta esclusivamente al guadagno e al profitto a qualunque costo, e non abbiamo l’umiltà di riconoscere che certi valori che abbiamo smarrito sono invece ancora vivi e presenti in quello che chiamiamo Terzo o Quarto Mondo.

In effetti basterebbe davvero poco per rendersene conto, sarebbe sufficiente affacciarsi dall’altra parte del Mediterraneo, in Africa. Nella cultura di questo continente, uno degli elementi più importanti è costituito dal ruolo centrale che è accordato ai valori relazionali, alla coesione sociale e ai beni non materiali. Per gli africani il successo individuale o l’esito di un’azione sono subordinati al loro contenuto in termini di legame sociale, ciò che conta sono le relazioni tra le persone.  Anche la considerazione della ricchezza è molto diversa da quella che abbiamo noi. La ricchezza, infatti, ha come scopo l’arricchimento sociale. Essa è utile nella misura in cui può essere condivisa con il gruppo. Majid Rahnema in proposito scrive: “La povertà sarebbe così un modo di vita, una condizione essenzialmente fondata sui principi di semplicità, di frugalità e di considerazione per i propri prossimi.[…] Rappresenterebbe un’etica e una volontà di vivere insieme, secondo dei criteri culturalmente definiti, di giustizia, di solidarietà e di coesione sociale, che sono qualità necessarie a ogni forma culturalmente concepita per affrontare la necessità. La miseria rappresenterebbe al contrario tutta un’altra condizione. Essa esprimerebbe la caduta in un mondo senza riferimenti dove il soggetto si sente improvvisamente spossessato di tutte le sue forze vitali, individuali e sociali, che gli sono necessarie per prendere in mano il suo destino”[2].

A noi europei simili concetti non sono sconosciuti. La filosofia cristiana, ad esempio, ne parla a più riprese. Il filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973) scriveva “ciò che sarebbe conforme alla natura e che dobbiamo chiedere nell’ordine sociale alle nuove forme di civiltà, è che la povertà di ciascuno (non penuria, né miseria, ma sufficienza e libertà, rinunzia allo spirito di ricchezza, gioia dei gigli del campo); è che una certa povertà privata, crei l’abbondanza comune, la sovrabbondanza, il lusso, la gloria per tutti”[3]. Paolo VI, nell’enciclica Populorum Progressio (1967), affermava: “nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario”[4] e riprendendo le idee sviluppate da Maritain aggiungeva: “lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”[5]. L’economista domenicano Louis-Joseph Lebret (1897-1966) dal canto suo sosteneva con forza: “noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera”[6].

Quella che si osserva oggi nell’Unione Europea è una situazione ben diversa. Lungi dal perseguire politiche che portino ad uno sviluppo nel senso “umanistico” di cui si diceva prima, le istituzioni europee stanno progressivamente scavando un fossato tra un gruppo di paesi detti virtuosi (la Germania e i paesi del Nord Europa), le cui condizioni economiche sono migliori, e quelli in difficoltà dell’Europa mediterranea (ma non solo), che invece non riescono a risollevarsi e che sono costretti ad adottare provvedimenti con altissimi costi sociali. In altre parole non esiste solidarietà tra i membri dell’Unione e vengono così messe in discussione le radici stesse di essa. Non era certo questo il modello di Europa che avevano concepito i padri fondatori della CEE nel ’57.

Se le cose stanno così, non possiamo ovviamente fregiarci del titolo di “sviluppati”. Nell’UE le disuguaglianze economiche e sociali diventano sempre più marcate e ci si allontana progressivamente dal tracciato dello sviluppo autentico. Non si comprende che attraverso il sacrificio (per altro limitato) di alcuni si otterrebbe il benessere di tutti. Il persistente rifiuto da parte della Germania di adottare gli eurobond, i limitati poteri e le esitazioni della BCE e le contraddizioni di carattere politico stanno alimentando il circolo vizioso della recessione. Come hanno scritto Paul De Grauwe e Yumei Ji “la storia dell’Eurozona è anche una storia di crisi del debito annunciate (…). I paesi che sono colpiti da una crisi di liquidità sono costretti ad applicare stringenti misure di austerità che li fanno entrare a forza nella recessione, riducendo così l’efficacia dei programmi di austerità”[7].

Il grande economista italiano Federico Caffè (1914-87) scriveva che la politica economica dovrebbe svolgere come compito essenziale quello di essere una guida per l’azione[8]. Ebbene è ora che nell’ambito dell’Europa ci si indirizzi verso un’azione che ponga le esigenze dell’uomo al centro dei propri interventi. Sempre Paolo VI nella Populorum Progressio diceva “ogni programma, elaborato per aumentare la produzione, non ha in definitiva altra ragione d’essere che il servizio della persona. La sua funzione è di ridurre le disuguaglianze, combattere le discriminazioni, liberare l’uomo dalle sue servitù, renderlo capace di divenire lui stesso attore responsabile del suo miglioramento materiale, del suo progresso morale, dello svolgimento pieno del suo destino spirituale”[9]. Simili concetti si ritrovano anche negli scritti dell’economista anglo-australiano Colin Clark (1905-89) [10], esplicitamente richiamato nell’enciclica di Paolo VI, oppure in quelli di Francesco Vito (1902-68) che, come ricorda Luigi Pasinetti, “pensava che l’economia non potesse fare a meno dell’etica, nel senso che per fare bene il mestiere dell’economista bisognasse – prima di occuparsi dei mezzi – occuparsi (e con cura) dei fini”[11] e questi avevano come punto di riferimento l’uomo. E’ quindi chiaro che occorre agire in tale direzione se si vuole spezzare il circolo vizioso della recessione. Non esistono alternative.

Se verrà mantenuta l’attuale impostazione, i governi dei paesi più in difficoltà saranno costretti a distrarre una sempre maggiore quantità di ricchezza dalla popolazione a favore di un utopico riassetto di bilancio, innescando la spirale del sottosviluppo.  Al contrario l’UE dovrebbe adottare meccanismi in grado di bloccare i potenziali rischi e timori di default, assegnando un ruolo più incisivo alla BCE, quale prestatore di ultima istanza, e spronando nello stesso tempo gli stati con maggiori problemi a intervenire efficacemente per rimuovere gli ostacoli interni che impediscono un reale progresso economico e sociale. Allora potremo dire di essere più vicini alla soluzione della crisi.

Giuseppe Prestia


[1] Paul De Grauwe, The governance of a fragile Eurozone, CEPS working document n. 346, CEPS, Bruxelles, 2011,  http://www.ceps.eu/book/governance-fragile-eurozone; Id., The ECB as a Lender of Last Resort, VoxEU, 2011; Paul De Grauwe, Yumei Ji, “Self-fulfilling crises in the Eurozone: An empirical test”, in Journal of International Money and Finance, 34, 2013, pp. 15-36; Paul De Grauwe, Yumei Ji, More evicence that financial markets imposed excessive austerity in the eurozone, CEPS Commentary, 5 february 2013, CEPS, Bruxelles.

[2] Majid Rahnema, “La povertà”, articolo pubblicato il 12 giugno 2007 disponibile sul sito http://www.ishtarvr.org/leggi_articolo_ultimo.php?id=24 consultato il 20 aprile 2010.

[3] Jacques Maritain, Umanesimo integrale, Borla, Roma, 2009, p. 220 (ed. originale Humanisme intégral, Fernand Aubier, Paris, 1936).

[4] Paolo VI, Populorum progressio, n. 23, Ed. Paoline, Milano, 2009, p. 18.

[5] Paolo VI, cit., n. 14, p. 12.

[6] Louis- Jospeh Lebret, Dynamique concréte du développement, Economie et Humanisme, Les Editions Ouvrières, Paris, 1961, p. 28.

[7]  P. De Grauwe, Yumei Ji, “Self-fulfilling crises in the Eurozone: An empirical test”, cit., p.33.

[8] Federico Caffè, Lezioni di politica economica, Bollati Boringhieri, Torino, 1978.

[9]  Paolo VI, cit., n. 34, p. 24.

[10] Colin Clark, The conditions of economic progress, St. Martin’s Press, London – New York, 1960

[11]  Luigi Pasinetti, “Una teoria per un’economia al servizio dell’uomo”, in Daniela Parisi, Claudia Rotondi (a cura di), Francesco Vito: attualità di un economista politico, Vita e Pensiero, Milano, 2003, p. 229.

LA NEMESI DI ZAPATERO: MANUEL AZAGNA

Il mondo, cui non sfuggì il significato iconoclastico/dissacratorio della traettoria nei cieli spagnoli di J.L.Rodriguez Zapatero, dovrebbe riflettere sulla concatenazione di quel governante con un suo lontano predecessore e maestro, dal quale derivò la carica scardinatrice e una ferma vocazione giacobina. Il suo maestro non fu il compagno di partito Felipe Gonzales, primo capo di governo della Spagna passata alla partitocrazia ( Felipe portò i socialisti al potere nel 1982, e il suo lungo consolato è indicato come felipismo). Gonzales fu la variante spagnola di Bettino Craxi, con l’abilità e il cinismo di quest’ultimo; ma non fu abbattuto dalle sentenze penali.

Il maestro e il riferimento di Zapatero fu Manuel Azagna, ministro della Guerra al sorgere della Seconda Repubblica di Spagna (la Prima, proclamata nel 1873, era già morta nel 1875 per la restaurazione dei Borboni); poi capo del governo in quanto vincitore delle elezioni del 1936; infine, due mesi dopo, presidente della Repubblica. Restò a capo dello Stato fino alla disfatta nella Guerra Civile. Se Zapatero si provò a forzare la Spagna ad accelerare il passo della modernità artificiale, cioè ad omogeneizzarsi con le tendenze e le derive contemporanee, Azagna tentò la stessa cosa a partire dal 1931: con una coerenza laicista e liberal-radicale e un settarismo che inizialmente gli portarono una fortuna eccezionale; alla fine lo distrussero.

L’ascesa di Manuel Azagna si può dire fenomenale: una carriera senza eguali per un uomo che non era né un capopopolo né un avventuriero; era un intellettuale di pochi lettori. Prima di trovarsi nel 1931 uno dei fondatori della Repubblica, Azagna era stato un letterato e pubblicista politico, di ferma collocazione giacobina. Nel suo primo biennio la Repubblica fu governata da una coalizione di sinistra borghese, la quale innalzò Azagna a ministro della Guerra. Era un dicastero nevralgico: si trattava di ridimensionare duramente delle forze armate ormai elefantiache rispetto alle modeste esigenze di un ex-impero, e il ministro lo fece con caratteristica intransigenza. Lo strano era che egli, nemico di un vecchio ordine in cui i militari rappresentavano, con la Chiesa, una grande forza conservatrice, non era propriamente antimilitarista. Anzi assegnava all’esercito un singolare ruolo di appoggio alla riedificazione nazionale, dopo la grave sconfitta del 1898 e i rovesci coloniali nel Marocco.

Ha scritto José Marìa Marco, con quattro opere dedicate uno dei suoi maggiori biografi, che il Nostro, avversario del retaggio militare spagnolo però ammiratore di quello francese risalente a Valmy e a Jemappes, le fulgide vittorie del 1792, era persino guerrafondaio. Per amore della Francia repubblicana e laica cercò accanitamente con altri progressisti di far entrare la Spagna nella Grande Guerra. Prevalse la superiore saggezza, amica del Paese e degli uomini individui, dei governanti conservatori del tempo: Eduardo Dato, che un anarchico assassinerà nel 1921, e Antonio Maura che, anch’egli capo del governo, aveva tentato la via delle riforme dall’alto. Vinta la Guerra Civile, Francisco Franco avrà il merito di resistere alle pressioni del Fuehrer, appena trionfatore sulla Francia, perché Madrid entri nel conflitto a fianco dell’Asse. Più tardi il Caudillo riuscirà a convertirsi in alleato dell’America. Fece morire molti spagnoli, anche di garrota, ma a tanti altri  salvò la vita.

 

Per gli interventisti come Azagna i massacri della Grande Guerra avrebbero aperto un’era rigeneratrice. In ogni caso, nota il biografo  J.M.Marco, “quienes, como Azagna, se complacìan en pintar con las tintas mas negras el presente de Espagna, parecen pensar che sus compagtriotas estàn dispuestos a morir por la causa de la modernidad (…) De paso, Azagna desvela hasta (fino a) què altìsimo punto llega (arriva) su aprecio del espìritu militar. En defensa de la naciòn los ciudadanos han da estar dispuestos a dar sino su vida si es necessario. Ese es el sacrificio que Azagna, que no habìa hecho (fatto) el servicio militar, solicitaba de sus compatriotas (…) En la jerarquia de la vida social establecida por Azagna el militar ocupa tan alto lugar (posto); solo lo supera el politico, que acepta sacrificar todo a la colectividad” (nostra sottolineatura). Letta con gli occhi di oggi, quest’ultima frase dà la misura del farneticare dell’intellettuale Azagna. Il conato interventista del 1914 nel nome di un’immaginaria virtù delle stragi nelle trincee, virtù grazie alla quale la Spagna si sarebbe rigenerata, basta da solo a condannare l’Azagna non ancora uomo di governo.

Alla fine del 1933 la coalizione radical-progressista perse le elezioni. Invece nel febbraio 1936 il Frente Popular, alleanza di tutte le sinistre incoraggiata dall’avvento in Francia del Front Populaire, trionfò nelle urne. Manuel Azagna, che nei grandi comizi elettorali si era rivelato oratore efficace, viene portato dalla vittoria al vertice del governo. Dopo poco più di due mesi convince il parlamento a destituire il presidente della Repubblica, Alcalà Zamora, e si fa eleggere al suo posto. Negli annali della politica europea una carriera così brillante resta eccezionale, soprattutto per un uomo che non aveva un partito importante dietro di sé, era simpatico a pochi e presentava un volto fisico non attraente.

Nei cinque mesi che governò la Spagna intera Azagna volle quasi esclusivamente svecchiare, laicizzare e consolidare il potere della sua fazione. I terribili problemi della povertà di massa sembrarono non coinvolgerlo. Fece poco per il proletariato urbano, pressocché nulla per i braccianti senza terra, sottoalimentati per miseria. Conseguenze, scontri sociali quotidiani e crescenti, con un’esasperazione della controviolenza reazionaria. La fazione militare certamente si risolse a scatenare la Guerra civile: però due anni prima Francisco Franco aveva schiacciato nel sangue la rivolta dei minatori delle Asturie nell’interesse della Repubblica, che egli serviva. Se Azagna si fosse impegnato sul fronte della giustizia sociale invece che su quello della laicità e del rimodellamento delle istituzioni, il ribellismo classista degli anarchici e dei socialisti rivoluzionari non sarebbe esploso; non sarebbe esplosa nemmeno la reazione dei generali.

Dal primo all’ultimo giorno della Guerra fratricida il presidente Azagna fu come immobile. Governarono altri, specialmente i primi ministri Largo Caballero e Negrin. Il capo dello Stato faceva rare apparizioni e allocuzioni, scriveva (anche narrativa), mandava emissari nelle cancellerie e nei salotti internazionali a perorare la causa repubblicana, coltivava le rose nei giardini ex-reali, ritoccava le uniformi della Guardia presidenziale. Sapeva che la guerra volgeva al peggio, ma non tentò seriamente di imporsi su Negrin e sui comunisti, secondo i quali “resistir es vencer”. Arrivò la disfatta finale -primavera 1939- e il Capo dello Stato riparò in Francia a piedi, assieme a una moltitudine di profughi e di militari fuggiaschi. Morì esule l’anno dopo, fu sepolto nel cimitero di Montauban. Aveva puntato tutto sul laicismo e sull’ammodernamento delle strutture, trascurando i poveri che chiedevano pane.

E’ impressionante l’analogia  con la vicenda e le grandi scelte di J.L.Rodriguez Zapatero. Pervenne giovane al vertice di una Spagna assai prospera a confronto con quella di Azagna. Investì il suo capitale politico e la sua energia nella ripresa dell’anticlericalismo e nel contrasto alle tradizioni. Ai grandi problemi del Paese e dell’economia antepose i diritti delle minoranze e dei diversi. I bisogni essenziali del popolo restarono trascurati, finché arrivò la dura crisi. Zapatero è finito sconfitto e profugo come Manuel Azagna.

A M Calderazzi

RAMIRO DE MAEZTU, MINIERA DEL CORAGGIO CHE CI MANCA

Gli europei che lamentano, quasi tutti quelli pensanti, la morte delle ideologie anzi delle idee, e il deserto dei grandi programmi, non dovrebbero ostinarsi a cercare i pensieri nuovi nelle contrade della modernità che produssero i pensieri vecchi: Francia Germania Gran Bretagna America Russia Italia. Dovrebbero cercarli là dove non c’è la tradizione di esplorare. In Spagna anzitutto, che visse più autenticamente l’urto delle dottrine e delle passioni, fino al punto della guerra fratricida. Oggi la Spagna appare ancora ammutolita dai drammi degli anni Venti e Trenta. Ma ha molto da insegnarci, perché ha provato nella carne e nell’anima tutti gli slanci e le lacerazioni di due secoli, a partire dalla lotta di liberazione contro Napoleone e dalla Costituzione di Cadice, quella che nel 1812 inventò il liberalismo progressista.

La Spagna ha tentato strade che non erano di tutto l’Occidente. In particolare le sciagure nazionali di fine Ottocento ispirarono un manipolo di pensatori ripiegati sì sui destini della loro patria, ma in realtà volti ad additare vie che non si aprivano solo agli spagnoli. La ricerca avviata dopo il Desastre del 1898 da Joaquìn Costa, Angel Ganivet, Ramiro de Maeztu, Miguel de Unamuno, José Ortega y Gasset contengono un’intelligenza che l’Occidente ignora o conosce poco. Persino Manuel Azagna (v.in questo Internauta “La nemesi di Zapatero”), nel suo tempo uno degli statisti più promettenti ma anche dei più falliti, praticò approcci di qualche merito universale.

Si usa ripetere che Cervantes, a ragione piena o parziale, è il testimone nazionale di Spagna, visto che nel passato ogni spagnolo credette di identificarsi almeno un po’ nel suo eroe, il cavaliere della Mancia e dell’Illusione. La testimonianza di Ramiro de Maeztu, spezzata il 29 ottobre 1936 dai miliziani che ammazzarono lui ed altri prigionieri politici del carcere di Las Ventas, ha il particolare valore di venire da un uomo che imboccò molte strade ed elaborò, da combattente non da accademico, idee dentro e fuori degli schemi pensati in Occidente. Qualcuna delle sue intuizioni e contraddizioni potrebbero aiutarci nell’afasia che viviamo.

Nella prima giovinezza il Nostro visse le angosce del patriottismo sfortunato, che lo spinsero a farsi volontario nella rovinosa guerra del 1898 contro gli USA aggressori. Poi vennero gli ardori e le suggestioni del Regeneracionismo, che muovevano dal messaggio di riscatto di Joaquìn Costa e suo stesso. A Londra dove, figlio di una inglese, era riparato dopo avere a Madrid mandato all’ospedale un denigratore dello scrittore e suo amico Valle-Inclàn, fu presto riconosciuto come guida del gruppo intellettuale di ‘New Age’, che offriva una formula di libero socialismo, semi-utopica alternativa al movimento Fabiano. Le formule di Maeztu si contrapponevano alle linee del Labour, destinate a degenerare nel burocratismo e nella soggezione al mercato. Il Nostro si dichiarava “escritor socialista”. Venne poi il tempo, piuttosto breve, della deificazione dell’America e del primato degli ‘anglosajones’ moltiplicatori di ricchezza.

In realtà Maeztu cercava in territori per lui nuovi una sintesi tra retaggi conservatori e riorganizzazione sociale secondo modernità e giustizia. Ed ecco, prima e dopo il colpo di stato di Miguel Primo de Rivera (1923) che sbaragliò il notabilato conservatore e fece avanzare la condizione proletaria, il suo Guild Socialism: superamento del sinistrismo classista e del conflittismo sindacale, nella prospettiva di una società libera e solidale, di un’economia regolata insieme dal mercato e dalla comunità. Maeztu predisse con sicurezza il finale fallimento del comunismo. “Muy pronto -ha riferito uno storico- dictaminò el securo fracaso. La economia planificada y estatalizada no es capaz de producir riqueza. Es o pobreza o pillage (saccheggio), cuando no las dos cosas a la vez”. Fu messo a morte come uomo di destra ma l’impegno della vita intera era stato di cercare una verità più vera e più giusta di quella scritta sugli striscioni del frontismo. Sapeva i rischi di muoversi fuori degli schemi: “Yo soy un leproso” confidò a un ammiratore; “se espera (si aspetta) que nos fusilen”.

Essere un ‘libre-socialista’ appariva una sintesi improbabile, implicando anche il diritto ad alleanze ‘disdicevoli’; ma era la correzione sia del liberismo (‘manchesteriano’ si diceva allora), sia dell’ideologismo marxista-stalinista, oppure radical-laicista. Era proporre produzione e pure redistribuzione della ricchezza, in modi non dettati da questa o quella dottrina. Era favore all’imprenditorialità ma anche più previdenza sociale e più interventi dello Stato. Così, quando Miguel Primo de Rivera si fece dittatore filosocialista, detestato dagli intellettuali sofistici ma approvato senza riserve, per cinque o sei anni su sette, dalla maggioranza degli spagnoli, Maeztu colse subito il significato di quel particolare potere militare: paternalistico e teoricamente scorretto, ma nei fatti amico dei lavoratori: “Esa era la mision che el propio Dictador se habìa asignado”.  Mugugnavano solo i ricchi e gli aspiranti ricchi che frequentavano i salotti letterari e i negozi dei librai.

Il generale Primo nominò Maeztu ambasciatore in Argentina; ma il Nostro non si consegnò alle convenzioni e alle insulse alterigie della diplomazia. Bramoso di rotture e di rivelazioni, dovette ingannarsi sui rovesci del capitalismo nella Depressione apertasi nel 1929. Due anni dopo venne la  Repubblica di Spagna e Maeztu ne previde con largo anticipo la rovina: “Al cabo de pocos annos -scrisse otto mesi prima della ribellione militare- se producirà en el paìs un levantamiento armado de caràcter tradicionalista, o una crìtica profunda y extensa de la ideologìa liberal, en caso de no ser posible el levantamiento en armas”.

L’ex-ambasciatore a Buenos Aires viene incarcerato, brevemente, una prima volta nel 1932, subito dopo il  ‘levantamiento armado’ del generale Sanjurjo (agosto 1932). Da quel momento non smette più di contrapporsi all’alleanza liberalradicali-socialisti-stalinisti capeggiata da Manuel Azagna, suo ex-compagno di lotte intellettuali. Anche quando le destre sembrano preferire ancora i confronti elettorali e i compromessi parlamentari alla lotta frontale in difesa della religione e della monarchia -quest’ultima, come sappiamo, destinata a rioccupare il futuro della Spagna- Maeztu moltiplica le posizioni combattive e mortalmente pericolose. Nei primi mesi del terribile 1936 grida sempre più alta la sua fede; tuttavia al tempo stesso non rinuncia a sperare che la feroce dialettica degli odii generi qualche esito positivo: “Con todo, me parecen mejores estos tiempos, no porque no sean, como son, horrorosos, sino porque contienen la promesa de un mondo mejor (…) Las nuevas generaciones tienen gran suerte al (hanno la fortuna di)  tener que eligir entre la fe y el escepticismo, en vez de perderse, como la nuestra, en verdades a medias (a metà) e ideales truncos (mozzi)”. Ancora poche settimane e il pensatore di Alava entrerà nel carcere della morte.

Tutta la vita aveva guardato a verità fuori delle dottrine rispettate. Gli spiriti inquieti di oggi dovrebbero cercare ispirazione in questo prode combattente. I peggio disposti, i più condizionati dal pensiero unico che trionfò nel secondo dopoguerra, dovrebbero quanto meno rispettare de Maeztu in quanto esploratore ardimentoso, ulissiaco, intollerante degli steccati del pensiero maggioritario. Allo stesso modo che sono arrivati, o dovrebbero arrivare, a rispettare la passione e la dignità di un Ezra Pound  ‘americano  maledetto’. La destra e la sinistra tradizionali non hanno quasi più niente da dirci. Le rispettive coerenze hanno solo collezionato fallimenti. E’ tempo di volgerci a chi si fece vituperare da destra e da sinistra; da quest’ultima si fece addirittura uccidere: non nascondendosi, non mimetizzandosi. Fu ammazzato quale reazionario, ma reazionario non fu mai.

Conosciamo la falsità di tutte le posizioni nette e inconcusse del passato. “El antìdoto -la verità che Maeztu opponeva ai faziosi e ai puri- era “anticatolico y antilibrepensador, antirrepublicano e antimonarchico, anticonservador y antiliberal, antitradicionalista y antidemòcrata”. Gli ideologi tutti d’un pezzo del passato ci apparvero autorevoli, ma i loro insegnamenti sono finiti in nulla. E i coerenti odierni sono clamorosamente senza idee.

A.M.Calderazzi

METEORA FRAGA IRIBARNE – LA SFIDA CHE NON RACCOLSE

L’uomo che negli anni Sessanta doveva diventare lo statista spagnolo intellettualmente più dotato tra tutti, nacque in Galizia nel 1922, nipote di un carpentiere e di un muratore. Come molte altre famiglie della Spagna che si affaccia sull’Atlantico, anche quella di Manuel Fraga senior poté o dové ‘hacer las Americas’: trasferirsi, in questo caso a Cuba, e dopo qualche anno rimpatriare come ‘indiana’, con risparmi di qualche entità. La mamma Maria Iribarne Debuix era nata in Francia.

Il Nostro, di nome Manuel come il padre, fu uno scolaro prodigio, con una memoria strabiliante, sin dagli anni del ‘parvulario’ (asilo d’infanzia). Poco dopo la laurea in legge fece e vinse i quattro concorsi più difficili di tutti: magistratura, diplomazia, uffici delle Cortes, abilitazione alla cattedra universitaria.

Divenne ordinario a Valencia a 26 anni.

Un giovane così non poteva non attirare l’attenzione di Francisco Franco: nel 1962 lo fece ministro. Quando tre anni dopo Fraga Iribarne portò in Consiglio dei Ministri la sua Ley de Prensa, che sopprimeva la censura e liberalizzava la stampa, alcuni ministri recalcitrarono. Tagliò corto il Caudillo: “Si los gobiernos débiles de principio de siglo pudieron gobernar con amplia libertad de prensa, es poco probable que un Estado fuerte y lleno de recursos (mezzi) como el de ahora, no pueda gobernar con una libertad de prensa regular”. L’aver aiutato Franco a ragionare così fu il capolavoro di Fraga Iribarne. Un’altra opera grossa fu il boom turistico, cioè l’apertura delle frontiere. Il lancio del settore turistico “abriò la mente de un pueblo que, segùn decìa el filosofo José Ortega y Gasset, se encontraba ‘tibetanizado’. Fraga descubriò en el turismo el petròleo de la economia espagnola“.

Un ventennio dopo Fraga fece la puntata sbagliata del liberalismo conservatore alla Cànovas del Castillo e alla Antonio Maura, quest’ultimo l’importante Premier che, prima d’essere messo fuori gioco dalla Dictadura di Primo de Rivera, aveva tentato di riformare dall’alto il decrepito liberalismo dei notabili. Fraga, dicevamo, si suicidò politicamente con la sua scelta. Tuttavia non mise mai la fede nel mercato al di sopra della consapevolezza: “Fracasado y en trance de desapariciòn el socialismo de Estado, quiero recordar en todo caso que el sistema superviviente, el capitalismo liberal, dista mucho de ser un modelo que no admita discusiòn ni perfeccionamientos; y a la vista tenemos las dificultades que tiene para hacer frente a los ciclos econòmicos; para dar a la poblaciòn, y in particular a la juventud, un nivel razonable de empleo; para ofrecer un sistema mundial aceptable de vida para muchos miles de millones de seres humanos. Aparte de que no es menos cierto que tampoco existe un modelo ùnico de capitalismo liberal. Contra lo que creìa Adam Smith, el mero interés de los agentes econòmicos no crea por sì solo, por el efecto automàtico del mercado, una ética natural de la sociedad“.

Abel Matutes Juan, che a Madrid è stato ministro degli Esteri, ebbe a osservare: “Se qualcosa si può dire con certezza di questo spagnolo, di questo basco-francese, di questo europeo che si chiama Fraga, è che il suo sguardo acuto ha visto arrivare il futuro. “Hay una vieja creencia popular segùn la cual, como anuncio de una crisis, aparece un cometa en el firmamiento. Fraga es uno de esos cometas. Nadie ha anticipado tan exactamente todos los detalles de la crisis que se cierne sobre nuestra cultura“. Nelle parole di Alberto Ruiz-Gallardon, presidente della Comunidad de Madrid, “el Profesor y el politico Fraga es una de las personalidades cuya aportaciones a nuestra realidad contemporànea se incluyen (entrano) en el ambito del pensamiento europeo del nuestro siglo“.

A chi gli proponeva di compiere o scrivere una grande opera come testimonianza del suo passaggio nella storia della Spagna, Fraga dette una risposta abile: “No, non deseo obras grandes y solemnes; quiero dejar (lasciare) mucha obras pequegnas y ùtiles para un pueblo pobre“. Abile perché, storicizzando, aggirava la difficoltà di giustificare la propria rinuncia -egli uomo di visione, e anche profeta- ad avventurarsi nella più avanzata delle esplorazioni, la totale trasformazione della democrazia. Invece di avventurarsi nel futuro, egli credette di dovere rilanciare il passato: il liberalismo conservatore.

Antonio Massimo Calderazzi

SPAGNA: PRIMO TRENTENNIO DI PARTITOCRAZIA

Madrid cadde veramente ai partiti, ladri un po’ meno dei nostri e meno voraci di emolumenti, rimborsi e ricche pensioni, trent’anni fa, il 28 ottobre 1982. Quel giorno il Partito socialista (Psoe), capeggiato dall’affascinante avvocato andaluso Felipe Gonzales, stravinse le elezioni generali: oltre 10 milioni di voti, 205 seggi alle Cortes contro 106 della malaugurata Alianza Popular di Manuel Fraga Iribarne. Il Partito comunista di Santiago Carrillo -successore ragionevole del fazioso parossismo  della ‘Pasionaria’ Dolores Ibarruri (parossismo temperato dalla volpina abilità di Palmiro Togliatti)- fu sul punto di spirare: 4 seggi.

Nei sette anni trascorsi dalla morte di Franco la Transiciòn si era compiuta sotto i governi di Carlos Arias Navarro, Adolfo Suarez e Leopoldo Calvo Sotelo. Quest’ultimo, predecessore immediato di Felipe Gonzales, era nipote di José Calvo Sotelo, importante ex-ministro delle Finanze il cui assassinio nel giugno 1936, ad opera di un ufficiale di sinistra, fece scattare l’Alzamiento dei generali contro la Repubblica. Fu logico che ai socialisti andassero i voti, dato l’errore di Fraga Iribarne di creare il partito ‘grande destra’ dei banchieri e delle marchese, invece di capeggiare una forza antimarxista amica del popolo. Tale era stata, per sei anni a partire dal 1923, la (fortunata) ‘Dictadura’ filosocialista di Miguel Primo de Rivera, e tale era stato in qualche misura persino il primo franchismo, quando era ancora alquanto ispirato al falangismo sociale di José Antonio (figlio di Miguel) fucilato nel 1936 dai repubblicani.

Col 1982 cominciò il partitismo all’italiana, inevitabilmente destinato ad evolvere nella corruzione delle tangenti; infatti la prima lunga parentesi di potere socialista finì (1996) per scandali di tangenti. Ma la corruzione pervase l’intero sistema partitico: politici ed amministratori pubblici vollero incassare la percentuale sul tumultuoso sviluppo dell’economia: cominciando dall’edilizia, dove le licenze e le variazioni urbanistiche fruttavano e fruttano tangenti pronta cassa. Rinvii a giudizio e condanne sono abbastanza frequenti, ma gli scandali non accennano a ridursi. Dopo Felipe Gonzales fu la volta del governo di José Maria Aznar, brillante capo del partito creato da Fraga Iribarne; poi venne la riscossa socialista con José Luis Zapatero. Ora gestiscono i conservatori di Mariano Rajoy.

Come diversamente sarebbero andate le cose se una personalità eccezionalmente forte -in Spagna e nel mondo Fraga era apparso possibile successore di Franco- si fosse rivolto alla maggioranza sociologica invece che alle destre. L’uomo che aveva convinto il Caudillo a liberalizzare il regime fece male a non mantenere la promessa, fatta persino al carneade qui sottoscritto, di mettere il popolo, la gente, al cuore del suo manifesto politico. Disse, testualmente: “Calderazzi le prometto: nel Programma di Alleanza leggerà molto di ciò che propone”. Non andò così. Fraga mancò al suo destino.

L’avvio del partitismo integrale non fu aiutato dalla congiuntura economica. Quest’ultima era stata più favorevole all’ultima fase franchista. Nel 1970 i disoccupati non arrivavano a 200 mila; nel 1980 superavano 1,5 milioni; nel 1985 tre milioni. Tra la gente si fece frequente l’espressione “con Franco se vivìa mejor”. Se nel 1970 c’era il pieno impiego era anche in quanto un milione di spagnoli erano emigrati all’estero, e tra l’altro con le loro rimesse miglioravano la bilancia dei pagamenti. Soprattutto il lavoro c’era grazie al boom. Invece nel 1980 l’indice della borsa era sotto il 50% del valore di dieci anni prima. Come nel resto dell’Occidente si dovettero riconvertire interi comparti industriali, quali la costruzione navale e la siderurgia. A posteriori Felipe Gonzales dovette ammettere che aveva sbagliato a promettere 800 mila nuovi posti di lavoro in quattro anni. Fu il primo presidente del Governo a non farsi insignire di un grosso titolo nobiliare all’uscire di carica. Adolfo Suarez era stato fatto duca, Arias Navarro e Leopoldo Calvo Sotelo marchesi, e tutti e tre Grandi di Spagna. Franco, avendo rinunciato a diventare re, era rimasto generale.

Ma non fu il declino della congiuntura, bensì quello dell’etica pubblica a chiudere il quattordicennio di Felipe. Nel 1996 Josè Maria Aznar, brillante successore di Fraga alla testa del partito ‘popular’ (conservatore), sconfisse alle elezioni generali un governo Gonzales indebolito dagli scandali. Investito di una maggioranza larghissima il Partito socialista, erede di una tradizione onorevole, era degenerato nel felipismo, versione nazionale del craxismo, apoteosi delle tangenti. Ma la logica della democrazia partitica voleva che di corruzione si ammalassero anche gli avversari. Il sospetto cadde anche sui conservatori di Aznar, poi di nuovo sui socialisti di Zapatero. Oggi non si può dire che il malcostume macchi un partito spagnolo in particolare. Come in Italia, macchia tutti.

Hanno contribuito le autonomie regionali: la moltiplicazione dei centri di potere ha avvicinato ai decisori pubblici i detentori del denaro. Imboccata la via del partitismo amico degli affari, la Spagna ha perso la sua secolare specificità, di anteporre alla ricchezza l’onore orgoglioso. Angel Ganivet, tormentato diplomatico-scrittore, aveva definito disgustoso qualsiasi spagnolo ricco. E invece la Spagna ha imparato dall’Italia, maestra di malapolitica imbellettata di democrazia, erede di un millenario retaggio di corruttela, materna genitrice di Machiavelli e di Togliatti. Madrid e le Comunidades Autonomicas non sono arrivate al degrado di Roma e dei covi decentrati della nostra corruzione. Ma, grazie alle preclari virtù del processo democratico, sono sulla buona strada.

A.M.C.