Spagna: l’antica sventura dei micronazionalismi

“Verso  il 1500 il miserabile, debole, arretrato popolo castigliano – una razza che decadeva – si impadronì della Catalogna, allora prospera, forte e avanzata”. Così accusava a fine Ottocento il medico Pompeu Gener, uno dei padri del catalanismo d’attacco. Peraltro attorno al 1887 un ampio settore d’opinione a Barcellona (le campagne non spasimavano per la secessione) si attestò su posizioni non separatiste.

Ma è in terra basca che nel 1839 circa prese forma l’estremismo separatista. Agustin Chahu raggiunse presto i toni più irrazionali: “I baschi sono il popolo di Dio, il popolo eletto”. Divenne ossessiva la preoccupazione di definire in termini biologici il ‘fatto differenziale’ della propria stirpe, e di qui lo svilupparsi di un nazionalismo violento, che a suo tempo diverrà terrorismo. Tra i baschi sorge il personaggio Sabino Arana, il più visionario e messianico tra i precursori del Vasquismo di lotta, morto  trentottenne nel 1903. La sua predicazione irredentista dette vita a quello che sarebbe diventato negli ultimi anni di Franco il più grave dei morbi spagnoli.

La domenica di Pasqua del 1882 Arana ricevette “direttamente da Dio” la rivelazione della causa nazionale basca. “Elevando il mio cuore a Dio, della Biscaglia eterno Signore, mi dispongo anche a dare la vita perché la nostra Patria risorga”. Arana predicava che la Spagna che aveva combattuto il Carlismo era una società empia, senza Dio, che voleva spegnere la fede in Cristo in Biscaglia. “La Passione e la Resurrezione di Gesù sono allegoria del peregrinare del popolo basco. I nemici della nazione basca sono le turbe che esigettero la crocefissione sul Golgota”. Si arrivò a definire Sabino Arana  “il Verbo basco fatto carne” e anche “El hermano de Jesucristo”.

Arana dette forma alla sua dottrina a poco più di 23 anni: “La Biscaglia è una nazione e una razza: Viva Euskeria indipendente! Muera Espagna!”. Tra i suoi primi seguaci furono i carlisti e i neo-cattolici integristi. Per coerenza anti-ispanica, il Fondatore condannò le repressioni coloniali di Madrid e acclamò il trionfo militare degli USA sulla Spagna. Questo non attirò ad Arana le simpatie del basco Miguel de Unamuno, rettore a Salamanca e aperto spregiatore di operazioni antiquarie come il disseppellimento della lingua basca, la lingua più strana d’Europa, nonché strenuo e alto assertore della grandezza spagnola.

L’identificazione basca del profeta Arana era così esclusivista che non si riferiva a tutte le province basche: Bilbao, Santander, Guipuzcoa. I matrimoni dovevano avvenire solo tra sposi baschi veri. L’autentico patriota basco doveva parlare il ‘vascuence’, ma perché quella lingua restasse pura, doveva essere parlata solo dai baschi: “Se fosse parlata da altri spagnoli sarebbe una jattura”. Il Maestro arrivò a insegnare: “Se uno spagnolo in punto di annegare in mare chiede soccorso, va risposto ‘Non capisco lo straniero’. Il Nostro sognò di epurare il vascuence da quel 75% dell’idioma che derivava dal latino. Dovette dunque inventare molte parole.

Il nazionalista di Arana doveva odiare la Spagna prescindendo dalle istituzioni che la reggevano. “La Spagna è la nazione più abietta d’Europa, è vile e spregevole. Bisogna desiderarne la distruzione. Guai se la nostra dominatrice si rafforzasse”. Tanto anti-spagnolismo era così viscerale da trascurare quale fosse l’assetto di governo del paese ‘oppressore’. “Giubileremmo se la nazione spagnola fosse devastata da un cataclisma”.

Non trascureremo l’irredentismo catalano; in questi giorni di fine 2017 si ritenta il referendum per l’indipendenza; e di nuovo Madrid minaccia “Sapremo cosa fare”. Ora segnaliamo che un po’ dopo l’apparizione del basco Arana sorse la sommessa rivendicazione di un patriottismo della Valencia, in qualche modo avvicinabile a quelli catalano, aragonese e balearico. Qui le affinità storiche sono tali che essere precisi non è facile. Le prime manifestazioni micropatriottiche furono quasi esclusivamente letterarie, vicine ai soli ambienti borghesi e urbani. Anche qui le espressioni di nazionalismo periferico, avvicinabili a quello catalano, sono fortemente minoritarie.

Anche nella Spagna medioevale, come in altri paesi, si consolidarono regni o altre entità aventi fisionomie e strutture differenziate. Si aggiunse, nei secoli XVI e XVII,  che la monarchia degli Asburgo mantenne, per un generale indirizzo conservatore, la diversità dei retaggi ereditati dal Medioevo. Così ancora nell’anno 1700 vigevano istituti, prassi e peculiarità in parte arcaici, non sopravvissuti fuori della penisola iberica. Quando giunse l’avvento del liberalismo spagnolo, all’inizio dell’Ottocento, esso conobbe innovazioni e fratture analoghe a quelle di altre nazioni contemporanee  – la Francia per prima –  nelle quali le tradizioni unitarie erano più radicate. In Spagna le novità ottocentesche “si fecero perdonare” accettando la sopravvivenza di forme superate e offrendo concessioni al passato che col tempo contribuirono al sorgere di micropatriottismi e di nazionalismi periferici,

Si succedettero epoche ed esperienze diversificanti: il gracile regno visigoto, abbattuto con singolare facilità dagli islamici all’inizio del sec. VIII; Al Andalus, cioè gli otto secoli della Spagna musulmana  (frequentemente infestata da divisioni e conflitti tra clan ed etnie: nell’anno 740 dovette accorrere un grosso esercito dalla Siria per domare una rivolta probabilmente berbera, comunque nordafricana). Il destino egemonico della Castiglia si articolò in molteplici direzioni ed esigette decine di diramazioni territoriali e politiche. Anche l ‘impero carolingio ebbe un ruolo nella costruzione dell’entità spagnola, dovendosi però misurare anch’esso con le velleità indipendentistiche di principi minori. Così la carolingia Marca Hispanica non fu omogenea come vorrebbe la mitologia catalana.

Verso l’anno Mille si parla di vari ‘Reinos de Espagna’ (uno dei quali era il Portogallo), non monolitici ma spesso cangianti in estensione e potestà secondo i diversi dinamismi tra Navarra, Asturie, Castiglia, Leon, Galicia, Guipuzcoa, Aragona. Rodrigo Diaz de Bivar – il Cid Campeador –  pur combattendo per conto del re di Castiglia e Leon, si insignorì in proprio del regno di Valencia. Si prende a parlare di Corona di Castiglia quando Alfonso X regna su metà della Spagna.

Ad Oriente l’Aragona. Barcellona e i feudi pirenaici contrappesano come possono il crescere in potenza della Castiglia. La Catalogna non è ancora un’entità imponente, mentre cominciano a intrecciarsi i cammini di Barcellona e dell’Aragona. Il conte di Barcellona, Alfonso II (1162-96) è anche re di Aragona. Jaime I il Conquistatore dà incremento all’espansione catalano-aragonese.

Attraverso le vicende dettate dalla polverizzazione feudale, nel secolo XII prende corpo il concetto di una Spagna unita. Alfonso VII si intitola già, più o meno legittimamente, “Emperador del Reino”. Si configura una ‘nacion espagnola’, pur divisa in regni. Le fonti carolingie considerano Spagna tutte le terre a sud dei Pirenei: compresa dunque la Catalogna. Ancora in pieno secolo XV ciascuno dei regni della penisola è un aggregato ‘invertebrado’ di terre, di genti, di signorie quasi sovrane, di domini degli Ordini militari, dei possessi dei grandi arcivescovi, in primis tra questi ultimi quelli di Santiago e di Toledo. Straordinaria è la varietà dei localismi giuridici, che finiscono coll’essere mitizzati come ‘fatti nazionali’.

Il primo amalgama importante tra regni avvenne faticosamente a partire dal 1250 tra la contea di Castiglia e quella d’Aragona. Ma la nobiltà difese ferocemente i fatti differenziali che materiavano i loro privilegi. Si ebbero così sviluppi diversi. Per dirne uno: nel 1370 Juan I di Castiglia fece ‘hidalgos’ tutti gli abitanti di una certa giurisdizione ex-feudale. Al contrario alcuni istituti e prassi si andavano omogeneizzando non solo nei maggiori feudi spagnoli (Castiglia, Aragona con Catalogna, Leon) ma anche in Portogallo e nei cosiddetti ‘Ultrapuertos’ (Navarra francese). Prende ad essere meno infrequente la menzione della ‘consuetudo Hispaniae’, cioè di un fondo giuridico comune come fatto unitario capace di contrastare i particolarismi locali.

Verso il 1465 sembra generalizzarsi il fatto che nelle città agisca un ‘corregidor’, difensore dei sudditi modesti contro le sopraffazioni della nobiltà. In genere fu l’area basca che restò al margine della modernizzazione giuridica, dunque degli sforzi di omogeneizzazione. V a  notato che nel regno d’Aragona il potere pubblico si rafforza meno che in Castiglia.

La imponente fase dei Re Cattolici, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, dà naturalmente un certo impulso ai processi di unificazione.  Si profila anche il ‘castellanocentrismo’, ossia il primato della Castiglia (che allora non aveva la capitale a Madrid ma a Valladolid, Burgos o altrove). Pochi tra gli studiosi moderni condividono la pensosa visione di Ortega y Gasset: “La Castiglia ha fatto la Spagna, la Castiglia l’ha disfatta”. I processi furono più complessi, le responsabilità più sfumate. I vari ‘regni’ non avevano gli stessi retaggi. L’Aragona, retta da una dinastia barcellonese fino al 1430, era multiculturale e plurilingue sin dal Medioevo; i suoi sovrani regnavano anche su Valencia e Maiorca, nonché in Sicilia e in Sardegna. La stessa grande Castiglia non seppe realizzare un’autentica unità spagnola.

Le cose cambiarono alquanto quando il paese passò agli Asburgo, che gli dettero proiezione universale e rafforzarono la Monarchia.  Al costo naturalmente di non poche incompatibilità tra le istanze locali e la vocazione mondiale della Spagna divenuta potenza planetaria: al costo al suo interno di tensioni gravi e di vere e proprie insurrezioni sociali come quella dei ‘Comuneros’ (la ribellione delle campagne di Valencia e Majorca. Ad alcuni le rivolte apparvero fatti ‘nazionali’: così le ‘Alteraciones de Aragon’ (1591).

Fallì il tentativo unificatore attorno alla Castiglia del conte-duca d’Olivares (1624). Le resistenze dei gruppi dirigenti delle varie corone si irrigidirono. Le Cortes catalane, dopo quelle di Valencia e di Aragona si proclamarono “Un poble franc y llibert, no obligado al servir al Rey” e si negarono alle forti esigenze finanziarie della linea di governo del favorito Olivares. A quel livello non era mai accaduto. Entrò in crisi il sistema, oltretutto impegnato nel lungo conflitto con la Francia.

La Catalogna, o meglio le sue Cortes, cominciò a fare sul serio, in odio al conte-duca. Anche l’Aragona non rispose alle speranze di Olivares, laddove la Castiglia votò stanziamenti importanti. Va detto che la Spagna non fu affatto sola in Europa a vivere una crisi straordinariamente grave: nessun paese sfuggì all’uragano di quel secolo. Ad ogni modo si cominciò a parlare di ‘rebelliòn’ e persino di ‘revoluciòn nacional’  della Catalogna contro l’assolutismo centralizzatore.

Maggio 1638: la Deputazione catalana avvia negoziati diretti con Luigi XIII di Francia e quegli, con Richelieu, si impegna ad aiutare la Catalogna a farsi indipendente. Il 16 gennaio 1641 la Catalogna si costituisce in repubblica, pur sotto la sovranità di Luigi XIII, proclamato ‘conte di Barcellona’. I francesi occupano la Catalogna. Però i catalani – come oggi – non sono uniti dietro la Generalidad: dissentono molti aristocratici, i notabili di numerosi municipi, il clero che si conferma fedele a Filippo IV. Vari personaggi si esiliarono in Aragona e a Valencia. Luoghi importanti come Tortosa, Martorell, Tarragona, Reus, Lérida e Cardona si sollevarono contro i francesi. ‘El desencanto catalano’ nei confronti di Parigi fu immediato. Nel 1646 gli occupatori misero a morte vari oppositori. Insomma guerra civile tra catalani. All’inizio le leadership urbane barcellonesi parteciparono alla sollevazione antispagnola: alla fine si sottomisero.

La Guerra d’Indipendenza contro Napoleone non dà occasione di esprimersi ai nazionalismi periferici. La stessa Catalogna aderisce prontamente nel 1808 alla Giunta Centrale Suprema, proposta non dalla Castiglia ma da Valencia, una delle regioni che poi figureranno in testa al movimento per più larghe autonomie. Contro la Francia si manifesta un sentimento nazionale e patriottico che prevale su ogni pulsione indipendentista. Nel 1810 Napoleone tenta invano di staccare dalla Nazione Aragona, Catalogna, le province basche, la Navarra.

Le Cortes risorgimentali e liberali di Cadice riproposero con ulteriore forza l’ideale nazionale e l’unificazione giuridica; ci furono riserve nella giunta di Biscaglia. L’effimero re Giuseppe Bonaparte avanzò un progetto che organizzava la Spagna, alla francese, in 38 dipartimenti, da chiamare coi nomi dei fiumi locali. Conosciamo l’esito. Invece la contrapposizione tra la rivoluzione liberale di Cadice e i particolarismi ancien régime non poté non alimentare – ed essere alimentata – dalle guerre carliste della fase 1814-41. Alla fine una legge nazionale del 1839 accoglie le ambizioni autonomistiche basco-navarresi, “non a detrimento dell’unità costituzionale”. Sorge il violento nazionalismo di Sabino Arana (da noi ricordato all’inizio) e si induriscono i contrasti tra aree a vocazione industriale, tipo la Catalogna, e la Castiglia, regione leader ma economicamente debole.

La restaurazione monarchica nella persona di Alfonso XII, figlio della regina Isabella, non cancella il nazionalismo basco e non scongiura il crescere della questione catalana. Si riprende a denunciare che la “arretrata Castiglia” possa prevalere sulla Catalogna: Si riafferma che la Spagna è fatta di due popoli, uno dei quali è catalano.

Arrivati alla modernità, sappiamo che l’insurrezione militare del 1936 sorse anche in odio ai tentativi indipendentistici catalani; e sappiamo che gli ultimi anni del regime di Franco soffrirono un sanguinoso terrorismo basco che culminò nell’assassinio del presidente del governo, ammiraglio Carrrero Blanco, il più fidato luogotenente del Caudillo. Infine il grosso referendum catalano dell’estate 2017 ha fatto temere vicino lo sfasciarsi della nazione.

Morto Franco, la nuova classe dirigente spagnola si è spinta oltre i traguardi più avanzati del riformismo di tipo federalistico. Oggi tutte le regioni godono di un’autonomia decisamente larga: ma alcuni pericoli per l’unità spagnola restano. Fuori del paese le ambizioni verso l’indipendenza appaiono sostanzialmente risibili, ottocentesche anzi donchisciottesche nelle migliori delle ipotesi. Il contesto generale, europeo e internazionale, è tale che in sostanza non si giustificano più autonomie. Il quasi-federalismo risulta eccessivo, bisognevole di contenimento. Né la Spagna né l’Italia sono abbastanza vaste, popolose ed economicamente forti da richiedere ulteriori dilatazioni dei poteri decentrati. Si auspicano arretramenti delle autonomie: non foss’altro che perché queste ultime né in Spagna né in Italia hanno fatto avanzare la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Al contrario, anche in Spagna le regioni (qui chiamate Comunidades autonomas) hanno aperto vasti pascoli nuovi alla corruzione e alla dispersione improduttiva della ricchezza.

Eppure le velleità micronazionalistiche non si sono spente: invece si sono ridotte a realtà relativamente modeste realtà come Francia e Gran Bretagna che furono grandi potenze. La Spagna è davvero abitata da segmenti umani insidiati da patologiche velleità di contrapposizione?

L’ipotesi non appare ammissibile. Non resta che concludere, per ora, che una parte degli spagnoli sono abbastanza ingenui da credere ai mestatori dei micronazionalismi più o meno donchisciotteschi, comunque ai professionisti dell’agitazione. Oppure concludere che parte degli spagnoli sono abbastanza scervellati da fare come i loro compatrioti del 1936: presero a sgozzarsi, persino all’interno delle famiglie, per due fedi che avrebbero meritato distacco. Anzi, salutare cinismo. Oggi Don Chisciotte si dissocerebbe.

Antonio  Massimo Calderazzi

 

Manuel Azagna, paradosso della storia spagnola

Il Regno di Felipe VI e il mondo hanno assistito senza troppa angoscia all’agonia della Terza repubblica di Catalogna, uno Stato ‘sovrano’ vissuto per poche ore. La Prima, del 1931, non durò di più; la Seconda, del 1934, sopravvisse una notte e fu seguita da vari processi. Tra gli arrestati ci fu Manuel Azagna, non molto prima presidente del governo: non era stato custodito in carcere, bensì a bordo di una nave militare alla fonda. Carles Puigdemont, momentaneo padre della Catalogna, ha dovuto rassegnarsi a non fare nemmeno lo statista in esilio.

L’aspirazione ‘nazionale’ di metà scarsa dei catalani è stata liquidata dalla generale consapevolezza che né la storia, né il futuro amano i micropatriottismi. Meno che mai può amarli un paese, la Spagna, che fu grandissimo e che ottantuno anni fa fu dilaniato dalla guerra civile. Con un po’ d’ottimismo possiamo dire che il sentimento di fondo degli spagnoli è stato ipotecato ‘per sempre’ dall’orrore del 1936 e del quarantennio che gli seguì. Con le sue consegne nazionalistiche Carles Puidgemont è un ambizioso Nessuno, a confronto coi protagonisti della tremenda tragedia spagnola. Il più sfortunato, o enigmatico, o paradossale tra tali protagonisti fu Manuel Azagna, secondo e ultimo presidente della Repubblica di Spagna, nata il 14 aprile 1931 e spenta dalla vittoria militare di Francisco Franco.

La parabola di Manuel Azagna fu strana. Nato nel 1880, di famiglia agiata, al momento della fine della monarchia borbonica (1931), non dominava affatto la scena spagnola. Era uno dei molti che avevano portato avanti, più o meno efficacemente, l’opposizione ad Alfonso XIII, ai suoi ministri e notabili. Azagna si era segnalato, oltre che come drammaturgo di modico rilievo e letterato di pochi lettori, come segretario esecutivo dell’Ateneo madrileno, un organismo culturale non un’istituzione universitaria, come il nome farebbe pensare. Aveva vinto un concorso per funzionario di concetto di un ministero.

Nel 1914, esplosa la Grande Guerra, Azagna fu tra gli scervellati fautori di un intervento spagnolo a fianco dell’Intesa (fu sventato da un premier conservatore, Eduardo Dato, poco dopo ucciso da un anarchico). Azagna voleva una guerra assurda perché era un ammiratore incondizionato della Francia, in particolare delle glorie e istituzioni militari francesi. Il militarismo repubblicano d’oltre i Pirenei era per il Nostro un insuperabile modello politico e tecnico.

Non doveva avere riflettuto abbastanza sulla disastrosa sconfitta francese del 1870 per mano della Prussia di Bismarck. Bastarono due giornate campali per annientare l’esercito che, sulle glorie napoleoniche, si credeva il più potente d’Europa; per provocare la fine del Secondo Impero, la caduta del Napoleone minore, la Comune parigina coi suoi diecimila morti e infine la nascita della Troisième République, destinata a finire nel 1940 per gli sfondamenti dei feldmarescialli di Hitler.

Finita nel 1930 la dittatura di Miguel Primo de Rivera – insolitamente bonaria, popolareggiante e appoggiata dal partito socialista, allora un partito di onesti – le elezioni dell’aprile 1931 segnano la fine della Monarchia, la proclamazione della Repubblica, l’insediamento di un governo provvisorio di soli esponenti repubblicani: uno di essi è Manuel Azagna, di colpo rivelatosi oratore trascinante.  Autore di uno studio sulla politica militare francese e membro di una delegazione spagnola invitata da Parigi durante la guerra a visitare il fronte, Azagna viene catapultato a ministro della Guerra. In quella carica l’uomo di teatro e di convegni riesce a prendere misure talmente energiche -momentaneamente sottomettendo l’establishment militare- che alla prima crisi ministeriale (14 dicembre 1931) raggiunge il vertice: presidente del governo. La Spagna scopre in Azagna l’incarnazione dello spirito repubblicano e laico.

Il Nostro capeggia una compagine di radicali e di liberalprogressisti. Pur non essendo un oltranzista dell’anticlericalismo -altri esponenti lo superano in volontà di abbattere il potere sociale della Chiesa- Azagna si caratterizza come il condottiero della svolta borghese a sinistra: è sua l’affermazione “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.

Tuttavia ora che domina la nazione il Nostro non riesce a operare riforme e svolte di portata paragonabile a quelle attuate in ambito militare. Attua pressocché niente -con lui gli altri leader repubblicani- sul nevralgico fronte della riforma agraria, il fronte che esigerebbe le misure più audaci a favore dei contadini senza terra, proletari affamati che posseggono solo le loro braccia. Nelle regioni del latifondo e della monocoltura cerealicola, specie Andalusia ed Estremadura, i braccianti politicizzati dagli anarchici  -il loro movimento è lì il più forte al mondo- tentano di ottenere la spartizione della terra. Invece il programma avviato sotto Azagna è esiguo, lento, pressoché nullo. Esplode il ribellismo contadino, anche armato.

Ad esso il capo del governo progressista reagisce con inattesa durezza: almeno una volta autorizza le forze di repressione a sparare sui rivoltosi delle campagne: sparare ‘al ventre’, per uccidere. Le priorità di Azagna sono altre: sono il trionfo della repubblica e della laicità, sono la razionalizzazione delle strutture; non il riscatto delle plebi agricole, non la terra ai contadini. Risultato, una fase di conflitti violenti che fa scorrere molto sangue nel primo biennio repubblicano. L’immagine giacobina e radicale di Azagna si indurisce al di là delle previsioni. Il regime si dimostra incapace di difendere la pace sociale; Azagna che lascia incendiare le chiese e moltiplicarsi i conati di tipo rivoluzionario risulta la personificazione di tale inettitudine repubblicana.

Nell’autunno 1933 il governo progressista perde le elezioni politiche. Le destre, cattolici e monarchici in testa, intraprendono a disfare dal potere le riforme repubblicane. Per i progressisti respinti all’opposizione è il ‘bienio negro’. I fatti del 1934 sono particolarmente gravi: insurrezione dei minatori asturiani (che sanno adoperare la dinamite), tentativo di secessione della Catalogna. Manuel Azagna dà qualche appoggio al secessionismo, viene arrestato e processato, però assolto. La sua stella appare al tramonto.

Invece nel febbraio 1936 il letterato dell’Ateneo che è sembrato addomesticare i militari trova la forza di portare alla riscossa la coalizione progressista, ora chiamata Frente Popular: Azagna è di nuovo capo del governo. Anzi si sente abbastanza demiurgo da ottenere la deposizione del capo dello Stato, Niceto Alcalà-Zamora, e da farsi eleggere al suo posto. Ebbene da quel momento il prodigio di autoasserzione che è entrato nel palazzo dei re smette di esercitare un ruolo politico. Affida il governo a suoi fidi, Santiago Casares Quiroga prima, José Giral dopo, e si mette a fare il re merovingio, che non governa né regna. Meno che mai il capo dello Stato fa qualcosa per sventare l’insurrezione dei generali e la Guerra Civile. Dal 17 luglio 1936 al trionfo finale di Francisco Franco l’uomo che incarna la Repubblica è come inesistente. E’ il paradosso Manuel Azagna.

Al vertice della Spagna assalita dai generali agiscono i capi di governo che si succedono -Giral, Largo Cabalallero, Negrin-, agiscono personaggi politici minori, agiscono i capi comunisti, agiscono emissari e sicari di Stalin: non Manuel Azagna che era stato  il dominus della Nazione. Piuttosto Azagna scrive: scrive pagine in genere intelligenti o alate, rivolte soprattutto a un assiduissimo e penetrante diario.  Inoltre scrive quotidianamente a un suo confidente e cognato, Cipriano Rivas Cherif, uomo talmente intrinseco del presidente da suscitare una tenace leggenda su una omosessualità del capo dello Stato.

L’altro impegno grosso di Manuel Azagna mentre la Spagna si uccide è di curare i propri lavori letterari, in particolare di far rappresentare e recensire le cose per il teatro; e poi di autoanalizzarsi; di giudicare, quasi sempre sprezzantemente, altri personaggi; di ascoltare Beethoven e altri sommi; di contemplare e descrivere paesaggi; di coltivare fiori. Questo soprattutto fece il padre della Repubblica nell’intero corso della Guerra Civile.

Ecco l’enigma, o il paradosso, Manuel Azagna. Inspiegabile l’ascesa, dal modesto intellettuale che era. Inspiegabile il settarismo esasperato da capo del primo biennio del regime. Inspiegabile la nullità dell’azione politica dal momento della conquista del vertice assoluto all’epilogo drammatico di riparare sconfitto in Francia. Passò la frontiera a piedi -non era ancora dimissionario- confuso nella fiumana di fuggiaschi e di sconfitti che scampavano alla ferocia del vincitore.

E’ quasi sicuro che, insolitamente intelligente com’era, considerò persa la guerra civile sin dal primo momento; comunque dal momento del massacro della caserma madrilena della Montagna, prima delle stragi belliche compiute dalla sua parte (manco a dirlo, ci furono altrettante atrocità dei ribelli). Tuttavia, come fece zero per scongiurare lo ‘Alzamiento’ dei generali, fece poco di utile per favorire una pace di compromesso allorchè quest’ultimo era ancora possibile, cioè quando il trionfo di Franco era probabile ma non sicuro.

Negli ultimi mesi della guerra, dopo che l’esercito repubblicano si era svenato nella terribile battaglia dell’Ebro, Azagna provò a fare vane ‘avances’ diplomatiche all’estero, all’insaputa del capo del governo e dei suoi consiglieri sovietici. Il premier Juan Negrin voleva la prosecuzione ad oltranza della guerra: secondo lui le potenze occidentali sarebbero presto entrate in guerra coll’Asse, quindi “non avrebbero permesso” la vittoria finale del Caudillo. Negrin in realtà non poteva fare molto affidamento su una salvezza, ad opera delle democrazie occidentali, della repubblica amata dalla sola Urss (più il Messico per quel che valeva).

Conclamato il trionfo di Francisco Franco, Manuel Azagna deve rifugiarsi in Francia passando la frontiera a piedi, confuso tra gli sconfitti. Morirà a Montauban l’anno dopo, portando con sé il mistero del Carneade divenuto statista brillante e inutile.

A.M. Calderazzi

LA SPAGNA, DAI DESTINI TRAGICI AL DISDEGNO PER I CONFLITTI E LE VENDETTE

Fanno quarant’anni dalla morte di Franco e, in pratica, dalla fine del suo regime. Da allora la Spagna ha dimostrato ad abundantiam di avere adottato la ‘via italiana’ alla pluto-democrazia, fatta di partiti prevaricatori e corrotti, di mezzadria tra capitale e sindacati, di alta spesa pubblica e dunque di molte tangenti. Invece ha respinto il magistero italiano quanto a regolamento dei conti tra vincitori e sconfitti. Da noi nel 1945 i primi usarono le armi della lotta partigiana per una breve e feroce mattanza dei vinti; in più, improntarono al loro settarismo la nuova Costituzione e addossarono allo spirito pubblico i loro valori e canoni retorici.

In Spagna, poco di tutto ciò e molta volontà di riconciliazione. Per cominciare, non si è tentato di abbattere l’istituzione monarchica, imposta da Franco a un paese che aveva scelto la repubblica. Dal canto suo la monarchia ha in vari modi assecondato la defranchizzazione pacifica preferita dal popolo ai metodi dei nostri partigiani e dei loro mandanti politici. Si fossero trovati ad agire in Spagna, morto il Caudillo, i capi della nostra Resistenza è verosimile avrebbero provato a imporre -coi mitra- i metodi e le rappresaglie del Maquis.

Gli spagnoli non permisero questo. Non lo permisero in particolare le sinistre, comunisti compresi. Infatti nell’ottobre 1944, vigilia del trionfo bellico delle potenze antifasciste, il proletariato e la borghesia progressista di Spagna non dettero alcun consenso al tentativo di un segmento comunista riparato in Francia di riaprire il conflitto civile con la penetrazione di un piccolo esercito nella valle di Aran ( Pirenei). Le truppe di montagna di Franco schiacciarono prontamente gli “invasori” guerriglieri, poi ebbero facilmente ragione delle bande partigiane che avevano provato ad agire in aree poco presidiate del territorio iberico.

I lavoratori e i ceti medi politicizzati di Spagna non si sollevarono contro il regime, nonostante l’imminenza della vittoria alleata. Non dettero alcun appoggio alla velleitaria ‘Resistencia’, che ebbe qualche altra manifestazione. Da quel momento il partito comunista clandestino e quello dell’esilio in Francia e in Messico rinunciarono a ogni conato antifranchista. Quanto ai contadini, essi appoggiarono fattivamente con le cosiddette contrapartidas i reparti governativi che snidavano i ribelli sopravvissuti qua e là come nuclei banditeschi, che per mangiare e rifornirsi non potevano che compiere crimini contro le popolazioni rurali che dicevano di rappresentare. Cessò ogni opposizione organizzata, e nel 1956 il Pce proclamò la “Reconciliaciòn nacional”.

Morto Franco si constatò che la transizione dal regime ‘alla libertà’ si era già un po’ delineata negli anni Cinquanta; si era accelerata, oltre che con le aperture all’Occidente e al mercato, coll’ingresso nel governo di Manuel Fraga Iribarne, nel 1962. Che cioè sin d’allora Francisco Franco aveva accettato la logica del futuro (se non addirittura da quando aveva detto no a Hitler nell’incontro a Hendaye, il 23 ottobre 1940).

spagnaRisalendo nel tempo, all’agonia del parlamentarismo e del potere dei notabili liberal-conservatori, il 13 settembre 1923 l’incruento colpo di Stato del generale Miguel Primo de Rivera avviò l’esperimento di una dittatura non fascista, al contrario filo-proletaria, appoggiata in pieno dal partito socialista. Durò fino al volontario ritiro del Dictador (gennaio 1930), sei anni nei quali il paese vide, oltre alla cancellazione della vecchia politica conservatrice, vasti piani di edificazione economica e di modernizzazione autoritaria, non accompagnati da fatti di repressione. Il governo del generale cadde per gli squilibri tra le risorse disponibili, alquanto scemate per la Grande Depressione, e per l’alto costo dei programmi di modernizzazione e di ridistribuzione della ricchezza a vantaggio dei ceti umili. Cadde di fronte alla netta ostilità dei banchieri e del patriziato latifondista (cui il generale, marchese e Grande di Spagna, apparteneva). La Dittatura aveva fatto nascere il primo, limitato Welfare della storia spagnola: assicurazioni sociali, pensioni, case popolari, ospedali, opere irrigue, ferrovie, canali.

Ma il vanto imperituro della classe dirigente spagnola fu, nel 1914 e nel 1940, l’aver saputo rifiutare la partecipazione ai due conflitti mondiali. La prima volta fu merito soprattutto di un primo ministro conservatore, Eduardo Dato, che sventò i tentativi delle élites sinistriste di intervenire a favore dell’Intesa. Nella drammatica agonia del parlamentarismo il presidente Dato sarà assassinato (1921) da un anarchico. Tutti sanno le crisi di sistema che nel 1931 portarono alla caduta della monarchia, alla Repubblica sventurata e, cinque anni dopo, alla Guerra civile.

Abbiamo richiamato alcuni momenti del Novecento per evidenziare che gli spagnoli, pur con una storia di turbolenze e di odii, sono stati capaci di più saggezza e più misericordia di altre stirpi. Della nostra, per esempio. Gli spagnoli si sono sgozzati nella Guerra civile, ma quando essa si è chiusa hanno respinto le tentazioni e le occasioni di riaprirla. Si sono salvati dai crimini dei regolamenti dei conti.

Hanno smentito, con una nettezza che non era prevedibile, il tragico pessimismo nazionale del 1898, quando la disfatta per mano americana, con la perdita dell’impero e dell’autostima, era sembrata spegnere l’anima della Spagna. In quegli anni il grande pensiero del ‘Rigenerazionismo’ fiorì su un dolore inconsolabile. Joaquin Costa invocò che si sprangasse il sepolcro del Cid Campeador e che un ‘chirurgo di ferro’ amputasse le cancrene nazionali (per molti quel chirurgo fu Primo de Rivera). Il disperato scrittore e

diplomatico Angel Ganivet, prossimo a suicidarsi, aveva negato che i suoi connazionali potessero mai aspirare a un umile benessere. Miguel de Unamuno, rettore a vita dell’università di Salamanca, aveva incatenato la Spagna ai suoi aspri miti nazionali, al punto che il filosofo razionale Ortega y Gasset lo censurava come ‘energumeno’. Quante volte Ortega ed altri grandi intellettuali del tempo avevano fatto tristi vaticinii di saldatura della loro nazione all’Africa invece che all’Europa?

Un secolo dopo la Spagna appare, è, il contrario dei vaticinii. Ha persino una ripresa produttiva meno anemica di quella italiana: con tutto il nostro dinamismo da Expo. Povero Ganivet, figlio della luminosa Granada, che aveva scritto “Uno spagnolo ricco disgusta”!

A.M.Calderazzi

L’ABBAGLIO DI CREDERE CHE IL POPOLO AMASSE LA REPUBBLICA EROICA DI HEMINGWAY

Tra il 1936 e il 1939 il fratricidio spagnolo distorse il mestiere del corrispondente di guerra. Nel passato egli riferiva sugli eventi nella loro oggettività, ossia nei fatti. Informava,  rinunciando di solito a discriminare in funzione delle ragioni e dei valori dei contendenti. Il conflitto di Spagna trasformò i corrispondenti in fautori e in avversari. 78 anni fa gli inviati italiani, tedeschi e portoghesi -questi ultimi grazie a Salazar- condivisero la causa franchista. La maggior parte dei giornalisti del resto del mondo, in testa quelli sovietici e messicani, parteggiarono per la Repubblica progressista, antifascista, anticlericale. Dati i termini fortemente ideologici del conflitto, fu logico così: ma non è detto che i proletari di Spagna consonassero veramente coi giornalisti ‘impegnati’.

Non va passato sotto silenzio il forte dislivello intellettuale tra i due schieramenti di giornalisti. In quello di destra i soli che godevano di una reputazione importante furono gli spagnoli Ramiro de Maeztu e, un po’ meno, José Maria Peman; più qualche anglosassone di modica fama. Invece avvamparono anzi procombettero per il ‘No Pasaran’ scrittori e intellettuali di cui sappiamo tutto, a volte sappiamo più del giusto: Ernest Hemingway, Ilia Ehrenburg, André Malraux, Arthur Koestler, W.H.Auden, Antoine de Saint Exupéry, John Dos Passos, George Orwell, Langston Hughes. Coll’aggiunta di giornalisti di meno gloria ma abbastanza lanciati, quali Martha Gellhorn (sposerà, a tempo, Hemingway). Non furono molti i giornalisti ‘puri’, poi destinati a primeggiare in patria: vedasi Montanelli. Come che sia, c’è chi ha chiamato la Guerra civile “la edad de oro de los corresponsales en el extranjero”.

Joe Allen del Chicago Daily Tribune, uno dei giornalisti più provetti, riuscì ad intervistare José Antonio Primo de Rivera, l’eroe buono e quasi il Lohengrin del falangismo, nel carcere di Alicante il 3 ottobre 1936, cinque settimane prima della fucilazione; anzi José Antonio era già stato dato per ucciso. Per poter accedere al condannato,  Allen dové convincere in due tese riunioni gli anarchici che dominavano il locale Comitato d’ordine pubblico: non permettendo l’intervista avrebbero confermato che la Repubblica non controllava gli anarchici, e nemmeno Alicante. Quando il giornalista venne in contatto con José Antonio, questi gli apparve furibondo per un’accusa di cui aveva avuto sentore: quella d’avere tradito, per compiacere ai generali golpisti, la vocazione sua e della Falange a lottare per una conversione sociale della destra spagnola. “Ritirerò i miei falangisti dalla ‘Causa’. Ho sempre maledetto l’egoismo dei privilegiati e dei ricchi. Mi hanno chiamato eretico. Mi hanno chiamato bolscevico!”. Nel suo reportage Allen, aperto filo-repubblicano e antifascista, insinuò che forse José Antonio, marchese e Grande di Spagna, dilatava il suo profilo ‘sociale’ per mitigare l’ostilità dei carcerieri. Il fondatore della Falange fu fucilato a trentatre anni l’11 novembre.

Pochi anni prima si era buttato in una mischia politica già drammatica per riscattare l’opera

storica di suo padre Miguel Primo de Rivera, che nel 1923 si era fatto dittatore della Spagna con un colpo di stato militare concepito e attuato così bene da vincere senza usare le armi, senza sangue. Il paese approvò, tanto grave era la situazione. Il sistema dei notabili liberal-conservatori crollò di colpo. Le sole riserve, inefficaci, furono quelle degli intellettuali. Il regime ottenne immediatamente la collaborazione dell’unica grande forza di sinistra, il Partito socialista, allora non controllato da personaggi corrotti quali quelli che Felipe Gonzales porterà al potere nel 1982.

L’intervista di Allen al morituro che rivendicava la propria coerenza di fascista sociale e si confermava nemico dell’ottuso egoismo delle destre franchiste, resta uno dei momenti più alti dell’impegno morale del giornalismo, nonché uno scoop eccezionale. La storia della Spagna sarebbe stata meno tragica se il padre di José Antonio non fosse stato abbattuto nel 1930 dalla finanza e dai grandi agrari: non dall’opposizione intellettuale/studentesca.

 

Resta il fatto che nella Guerra Civile quasi tutti i giornalisti famosi fecero il tifo per la repubblica, antagonizzando in genere i direttori e gli editori, mettendocela tutta per guadagnare i lettori alla loro scelta. Per quanto grandi fossero il talento e l’antifascismo dei maggiori corrispondenti, il giornalismo occidentale -degli Stati Uniti e dei paesi che cinque mesi dopo il trionfo di Franco si sarebbero trovati in guerra col Reich- fallì alla prova.

Fu anzitutto un fallimento professionale. Se compito del giornalismo politico è capire la realtà profonda prima di descriverla, i grandi inviati lo mancarono. Presi dall’eccitazione dei dispacci dal fronte, e più ancora dalla galvanizzazione ideologica, non si accorsero che nel quinquennio prima d’essere assaltata la Repubblica non aveva prodotto quasi nulla di sostanziale: non la terra ai contadini, non la cogestione delle imprese agli operai, non le provvidenze alla gente minuta che viveva di stenti ai margini dei processi produttivi. Sul piano delle misure concrete -case, più lavoro, un inizio di sanità pubblica, la fondazione del Welfare- i proletari avevano ricevuto molto più dal Generale dittatore.

Risultato: dal giorno che la guerra civile finì, il popolo accettò Franco. E quando, negli anni Quaranta, il vertice comunista riparato all’estero credette di riaprire il conflitto con una “Resistencia armada” -nell’illusione che l’Occidente si proponesse di detronizzare Franco dopo il trionfo sull’Asse-; quando dunque fu tentata la Resistencia, gli ex repubblicani, soprattutto i proletari, non si sollevarono affatto in appoggio alla bande antifranchiste. Al contrario collaborarono sul campo con la Guardia Civil e con le altre forze di repressione che sterminavano senza pietà i partigiani/bandoleros  cioè banditi (per mangiare questi ultimi non potevano non rapinare, qualche volta uccidere, i contadini;  e i contadini si vendicavano).

Spenti del tutto gli ultimi conati comunisti (la Resistencia fu solo rossa), il regime riuscì gradualmente a cancellare le ferite della guerra. Con gli anni Cinquanta cominciarono gli investimenti e il turismo. I primi modesti passi della prosperità guadagnarono di colpo alla Pax di Franco quella classe lavoratrice che i giornalisti-letterati avevano mitizzato come  protagonista della più strenua delle epopee.

Niente di tutto questo seppero presagire le grandi firme, stordite dall’epopea. Non presagirono perché si ingannarono sul reale significato della Repubblica. Essa fece fremere i Machado i Malraux i Picasso gli Hemingway; alle classi povere dette una messe stragrande di slogan settari, dette incitamenti a lottare e a morire. Verso la fine, nel 1938, quando con la disfatta dell’Ebro tutto era già perduto, la Pasionaria garantì persino che “resistere vuol dire vincere”.  Invece volle dire moltissime vittime in più e la fine. La Repubblica dette, è vero, anche molte delle scuole elementari che la Dittatura, ferita dalla crisi finanziaria, non era riuscita a costruire. Però la Repubblica dette le scuole invece del pane; e le dette soprattutto perché gli analfabeti potessero compitare gli slogan e la glorificazione della lotta.

Nelle ultime settimane di guerra i repubblicani si combatterono ferocemente tra loro: i comunisti contro tutti gli altri. Si morì a migliaia. Per capire la Spagna i romanzieri di troppo successo quali il bardo di Per chi suona la campana avrebbero fatto bene ad avvicinarsi ai padri di famiglia, invece che agli intellettuali sulla Senna e a Hollywood.

A.M.C.

DUE SFORTUNATE REPUBBLICHE DI SPAGNA UNA TERZA SAREBBE LOGICA, PERO’ OPPOSTA ALLA NOSTRA

Nei giorni che le piazze spagnole, dopo l’abdicazione di Juan Carlos, si movimentano di manifestazioni repubblicane -per quello che valgono le manifestazioni- vale la pena di ricordare che la repubblica più famosa, quella radical-progressista poi sinistrista nata nel 1931, cominciò a morire ottant’anni fa precisi, giugno 1934: sciopero generale politico dei braccianti e contadini poveri, poi ribellione della Catalogna anarcosindacalista, infine nell’ottobre, sempre 1934, la rivoluzione degli operai e dei minatori delle Asturie, spenta dall’artiglieria. Alcune migliaia di morti, migliaia di corti marziali, una repressione feroce come aspre erano state  le vendette dei proletari e temerari i propositi di edificazione libertaria rivoluzionaria.

Insorgendo, i braccianti, i minatori, i manovali urbani  proclamarono una dura verità: la Repubblica sinistrista non aveva dato nulla al popolo, a parte le parole d’ordine anticlericali e barricadiere, la tolleranza degli incendi di chiese e monasteri e delle violenze classiste; a parte un po’  di scuole più che in passato.  Tra il 1923 e il 1930 il dittatore filosocialista Miguel Primo de Rivera, benché generale e Grande di Spagna, aveva beneficato assai più i proletari. Fu per questo che i lavoratori  dettero chiari segni di avversare la Repubblica degli intellettuali laicisti e massoni, molto più protesi ad asserire se stessi e i loro valori che le rivendicazioni delle plebi.

L’insurrezione delle Asturie e di una parte della Catalogna, più alcuni focolai a Madrid e altrove,  fecero  sorgere delle effimere dittature proletarie e anarchiche, poi le soverchianti unità repubblicane,  comandate da un generale Franco allora leale allo Stato, stroncarono la rivolta. L’ottobre 1934 allargò un groviglio di conflitti secolari, cominciati nel 1808, in coincidenza con la ribellione antifrancese. Nel 1834 si era aperta una successione di guerre carliste, più sanguinose di quel che oggi si creda, finché nel 1898 la disfatta nel conflitto con gli Stati Uniti, con la perdita di Cuba, di Puerto Rico e delle Filippine fece cadere la Spagna in una cupa depressione morale. L’esercito che tornò dalle colonie perse trovò un paese costernato e immiserito, e lo aggravò delle proprie frustrazioni e pulsioni.

Seguirono anni sempre più agitati. Nel 1909 l’odio di classe scatenò a Barcellona una sanguinosa “Semana Tragica” in cui la Chiesa soffrì l’anticipazione degli assalti del 1936 . Nel 1917 uno sciopero generale rivoluzionario dovette essere schiacciato dall’esercito. “La dittatura militare instaurata nel 1923 da Primo de Rivera -scrive Hugh Thomas nella sua Storia della guerra civile spagnola- fu il solo regime che dall’inizio del secolo desse al paese un periodo di relativa calma. L’opposizione liberale riuscì ad espellere il dittatore (1930) e il re (1931) ma non dette alla Spagna un assetto democratico capace di soddisfare le aspirazioni della classe operaia”.

L’insurrezione del 1934 fu dunque l’annuncio e il primo atto della Guerra civile di due anni dopo. Dopo il 1934 -notava l’ambasciatore L.Incisa di Camerana, uno degli italiani che meglio conoscono la Spagna- “le sinistre giungeranno a un diapason di verbosità rivoluzionaria che neppure la vittoria elettorale del ’36 riuscirà a contenere. Miguel de Unamuno affermò che la Repubblica del 1931 era diventata ‘una pozzanghera infetta’. José Ortega y Gasset, uno dei triumviri che avevano lanciato il programma repubblicano, si ritirerà disgustato”.

Non tutti i giovani spagnoli che in questi giorni invocano la fine della monarchia -senza dubbio un’istituzione del passato- sanno o ricordano che la repubblica del 1931 fu la seconda esperienza non monarchica del paese. La prima sorse nel 1873, dopo i decenni delle guerre carliste, le disavventure del regno di Isabella II e la fuga in Francia di quest’ultima. Dopo l’insuccesso di altri tentativi di trovare all’estero un sovrano per la Spagna, nel 1870 fu messo sul trono madrileno il duca Amedeo d’Aosta, secondogenito di Vittorio Emanuele II. Abdicò meno di tre anni dopo. La Prima Repubblica che gli seguì si spense in pochi mesi, “incastrata tra la Vandea carlista e l’insurrezione cantonalista delle province meridionali e orientali”. La Seconda Repubblica, quella della leggenda antifranchista, anarchica e comunista, ebbe la sorte della Prima: “Pochi mesi sono passati dalla sua proclamazione e nelle caserme già si congiura, già bruciano nelle città le chiese e i conventi;  nelle campagne gli anarchici già attaccano i municipi e i posti della Guardia Civil” (Incisa di Camerana).

Tutto ciò, per dire cosa? Che se la monarchia riesumata dal Caudillo ebbe un senso per sovrintendere alla liquidazione del franchismo, un quarantennio dopo il suo ruolo appare finito. Ma anche che una riesumazione della repubblica, dopo due precedenti sfortunati e dopo la massiccia importazione dall’Italia del costume corruttivo, non avverrebbe sotto auspici benevoli.

A.M.C.

DISINCANTO DEL PATRIOTTISMO SPAGNOLO

Dopo esserci stata padrona per un po’ di secoli (a Milano quasi tre, a Napoli e a Cagliari quasi quattro, a Palermo oltre cinque), morto il Caudillo la Spagna ritrovatasi democratica si cercò un modello politico-ideale aggiornato: e scelse lo Stivale. Noi avevamo cambiato padrone già nel 1945, trovando la felicità trent’anni prima che a sud dei Pirenei. Nell’ottobre 1982 gli spagnoli completano il corso d’apprendimento: danno il potere al ‘socialista’ Felipe Gonzales ed entrano anch’essi nell’età craxiana: soldi a debito per tutti, industrializzazione e grandi opere al galoppo, ottimismo della volontà, tangenti come via maestra. Oggi le cronache del malaffare democratico sono, da Pamplona a Valencia alle Canarie, indistinguibili dalle nostre (v. in Internauta “La Spagna dall’orgoglio del Cid all’Infanta indagata e alle tangenti”; “Hispania felix anche senza crescita (ma politici ladri come i nostri”).

Allora la Spagna fattasi da magistra alunna non ha molto da insegnarci. Resta tuttavia una pietra di paragone. Per questo vi sunteggiamo qui le riflessioni su “la hora del desencanto” di tre reputati storici accademici, Fernando Garcia de Cortàzar, Josep Fontana allievo di Jaume Vicens Vives e Juan Pablo Fusi.  I motivi più immediati per ragionare di disincanto sono, com’è ovvio, la crisi economica e il separatismo catalano e basco. “E’ il nostro inverno morale” constata Garcia de Cortàzar, che è un cattedratico e un gesuita. “Si mette in discussione persino il riuscito passaggio dal franchismo alla democrazia. E’ evidente l’insuccesso degli  sforzi per difenderci dalle minacce dei nazionalismi antispagnoli, sorti nel secolo XIX con connotazioni romantiche e ultraconservatrici. Mi colpisce una frase, ‘rispetto delle autonomie regionali’ che sentiamo continuamente in questi anni di crisi brutale. Significa che quando avevamo soldi potevamo permetterci impunemente di sperperare, di sovrapporre le giurisdizioni ? Oggi la Spagna nazione  è contestata come non mai, e non è solo colpa dei particolarismi periferici. La sinistra per esempio, un tempo difendeva l’unità, oggi  si apre ai suoi nemici: curiosamente non in nome della lotta di classe o del paradiso proletario, bensì per assecondare gli orizzonti egoistici  delle oligarchie regionali. La Spagna unita è un’eredità che abbiamo ricevuto ed é un progetto per il futuro. Il mondo non ci accetterà mai se non ci impegneremo a credere in noi stessi. La nostra tolleranza è stata presa come mancanza di principi, la nostra prudenza come impotenza”.

Non era questo che speravamo dalla democrazia, ammette Josep Fontana, un professore emerito che fu militante comunista durante il franchismo; ha soprattutto studiato la finanza pubblica nell’Ottocento. Cita quel verso di Gil de  Biedma che chiama triste la storia di Spagna  ‘porque siempre termina mal’. Per lui “la crisis del proyecto nacional espagnol està directamente relacionado con la crisis del Estado”. Una indipendenza della Catalogna non è inconcepibile “si es realizable sin dagno para nadie”. Fontana sottolinea gli aspetti negativi di certi sviluppi ottocenteschi: “Le grandi fortune riuscirono a sfuggire agli obblighi fiscali loro spettanti: allora erano agrari, oggi sono finanzieri. Una delle conseguenze fu l’estrema debolezza della scuola pubblica. Negli altri paesi europei la scuola fu un fattore decisivo di amalgamazione nazionale. In Spagna non ha contribuito abbastanza alla crescita dei sentimenti unitari”.

Anche Juan Pablo Fusi addita la vulnerabilità del Paese di fronte alla sfida dei separatisti. Peraltro la decentralizzazione è stata un impegno intenso e finora efficace per valorizzare le risorse regionali: “No recuerdo en ningùn otro pais un esfuerzo como el registrado en Espagna. No es facil ir mas allà”. Non deve sorprendere, aggiunge Fusi. che la ricca Catalogna sia tentata di voltare le spalle alla patria: lo fanno anche gli indipendentisti del Quebec, i fiamminghi belgi, in Gran Bretagna gli irlandesi ed ora gli scozzesi. La crisi generale -non solo economica, anche istituzionale e politica- fa lievitare lo scissionismo: “Los continuos escandalos de corrupcion”, l’assenza di leadership, la disoccupazione accentuano le difficoltà dei paesi. Da noi risuona ancor oggi l’amara constatazione di Antonio Cànovas del Castillo, il governante che rimettendo sul trono i Borboni riuscì a chiudere le guerre carliste e a stabilizzare l’assetto politico: “Es espagnol el que no puede ser otra cosa”.

Enric Gonzàles, che ha raccolto le non ottimistiche riflessioni dei tre storici per conto di ‘El Mundo’ – quotidiano che da venticinque anni dà voce al capitalismo liberale moderno (una specie di ‘Repubblica’ di destra, risposta al progressismo di ‘El Pais’) richiama un pensiero di José Ortega y Gasset: “La convivenza dei nazionalismi è difficile, non impossibile”.

A.M.C.

GIUSEPPE PRESTIA: POSSIAMO DIRCI VERAMENTE “SVILUPPATI”?

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’EUROPA  ALLA LUCE DELLA RECENTE CRISI ECONOMICA

Da ormai troppo tempo il nostro paese e con esso altri stati dell’Unione Europea si dibattono nella cosiddetta “crisi”. In Italia, in particolare, si è venuto a creare un circolo vizioso per cui l’eccessiva imposizione fiscale, superiore al 50%, ha da un lato compresso i consumi, inducendo al fallimento migliaia di imprese, e dall’altra impoverito vasti strati della popolazione, che rasentano la miseria o quasi. A tale situazione si aggiunge la paralisi totale della classe dirigente, aggravata dall’esito incerto delle elezioni del febbraio 2013.

Di fronte a questo quadro desolante, viene da chiedersi come sia stato possibile giungere ad un simile disastro e soprattutto come se ne possa uscire. Per quanto riguarda l’Italia non v’è dubbio che molte colpe ricadano sull’inerzia della classe politica, ma bisogna aggiungere che tale inerzia riflette inevitabilmente le contraddizioni insite nella società italiana e gli interessi corporativi di molte categorie che intendono preservare le loro posizioni di privilegio a discapito del benessere comune. Il discorso è troppo complesso per essere sviluppato in questa sede. Qui mi vorrei limitare ad alcune brevi considerazioni in campo economico.

E’ bene innanzitutto chiarire che la crisi che sta attraversando l’Italia e più in generale l’Eurozona, ha assunto connotati del tutto peculiari rispetto a quella manifestatasi nel 2007 dapprima negli Stati Uniti e poi in altre nazioni del mondo. Il problema europeo deriva direttamente dal fatto che l’unione economica e monetaria, per intenderci l’adozione dell’euro, non è stata seguita da una corrispondente unione politica. I meccanismi decisionali, a livello politico, sono rimasti troppo frammentati e farraginosi e gli interessi dei singoli stati finiscono per prevalere sull’interesse generale.

Nella letteratura economica molti lavori hanno chiarito i meccanismi che sono alla base della recessione dell’Eurozona. In particolare l’economista belga Paul De Grauwe, in una serie di studi pubblicati a partire dal 2011[1], ha messo in luce la fragilità delle istituzioni su cui si regge l’unione monetaria e ha dimostrato che le misure di austerità adottate soprattutto nei paesi dell’Europa meridionale, tra cui il nostro, sono state prese sull’onda del panico e dei timori manifestatisi sui mercati, che hanno gonfiato artificialmente lo spread, non certo perché vi fosse un reale pericolo di default. La goffa gestione dei problemi economici a livello europeo ha poi ulteriormente peggiorato la situazione.

Da tutto ciò si ricava un’altra considerazione: l’approccio prevalente in sede europea (ma il discorso riguarda più in generale l’economia mondiale) è prettamente “economicistico”. Nelle interminabili trattative che si succedono a Bruxelles ogni qual volta ci si trova di fronte ad un’emergenza, ciò che conta sono il PIL, il deficit, lo spread, il rapporto debito/PIL e così via dicendo. Il vero punto centrale, cioè il destino e il benessere dei milioni di cittadini che subiscono le misure di austerità imposte dalla cosiddetta troika (FMI, BCE e UE), non viene neanche sfiorato. L’obiettivo primario è avere i conti a posto. Non importa se per raggiungere questo risultato viene compromessa la dignità della persona umana. Tra l’altro occorre osservare che l’approccio “economicistico” finisce per condurre a risultati insoddisfacenti non solo dal punto di vista del benessere dell’uomo ma anche sul fronte più prettamente economico – finanziario. A cosa potrà mai servire avere i bilanci a posto, se poi ci si ritrova con gran parte della popolazione immiserita?

Il che ci porta al fulcro del problema: il fatto incontestabile che emerge dalla situazione attuale è che non è più l’uomo ad essere al centro della scienza economica, ma gli interessi egoistici dei mercati finanziari. L’economia deve essere al servizio dell’uomo. Se non si recupera questa dimensione non vi potrà essere via d’uscita dalla crisi e soprattutto non vi potrà essere vero sviluppo.

Quest’ultimo infatti non riguarda solo i cosiddetti paesi “arretrati”, ma anche noi che ci autocollochiamo nel mondo “sviluppato”. Anzi forse è vero il contrario e cioè che siamo noi appartenenti ai paesi “avanzati” ad essere veramente “sottosviluppati”. La nostra visione è ormai troppo distorta, rivolta esclusivamente al guadagno e al profitto a qualunque costo, e non abbiamo l’umiltà di riconoscere che certi valori che abbiamo smarrito sono invece ancora vivi e presenti in quello che chiamiamo Terzo o Quarto Mondo.

In effetti basterebbe davvero poco per rendersene conto, sarebbe sufficiente affacciarsi dall’altra parte del Mediterraneo, in Africa. Nella cultura di questo continente, uno degli elementi più importanti è costituito dal ruolo centrale che è accordato ai valori relazionali, alla coesione sociale e ai beni non materiali. Per gli africani il successo individuale o l’esito di un’azione sono subordinati al loro contenuto in termini di legame sociale, ciò che conta sono le relazioni tra le persone.  Anche la considerazione della ricchezza è molto diversa da quella che abbiamo noi. La ricchezza, infatti, ha come scopo l’arricchimento sociale. Essa è utile nella misura in cui può essere condivisa con il gruppo. Majid Rahnema in proposito scrive: “La povertà sarebbe così un modo di vita, una condizione essenzialmente fondata sui principi di semplicità, di frugalità e di considerazione per i propri prossimi.[…] Rappresenterebbe un’etica e una volontà di vivere insieme, secondo dei criteri culturalmente definiti, di giustizia, di solidarietà e di coesione sociale, che sono qualità necessarie a ogni forma culturalmente concepita per affrontare la necessità. La miseria rappresenterebbe al contrario tutta un’altra condizione. Essa esprimerebbe la caduta in un mondo senza riferimenti dove il soggetto si sente improvvisamente spossessato di tutte le sue forze vitali, individuali e sociali, che gli sono necessarie per prendere in mano il suo destino”[2].

A noi europei simili concetti non sono sconosciuti. La filosofia cristiana, ad esempio, ne parla a più riprese. Il filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973) scriveva “ciò che sarebbe conforme alla natura e che dobbiamo chiedere nell’ordine sociale alle nuove forme di civiltà, è che la povertà di ciascuno (non penuria, né miseria, ma sufficienza e libertà, rinunzia allo spirito di ricchezza, gioia dei gigli del campo); è che una certa povertà privata, crei l’abbondanza comune, la sovrabbondanza, il lusso, la gloria per tutti”[3]. Paolo VI, nell’enciclica Populorum Progressio (1967), affermava: “nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario”[4] e riprendendo le idee sviluppate da Maritain aggiungeva: “lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”[5]. L’economista domenicano Louis-Joseph Lebret (1897-1966) dal canto suo sosteneva con forza: “noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera”[6].

Quella che si osserva oggi nell’Unione Europea è una situazione ben diversa. Lungi dal perseguire politiche che portino ad uno sviluppo nel senso “umanistico” di cui si diceva prima, le istituzioni europee stanno progressivamente scavando un fossato tra un gruppo di paesi detti virtuosi (la Germania e i paesi del Nord Europa), le cui condizioni economiche sono migliori, e quelli in difficoltà dell’Europa mediterranea (ma non solo), che invece non riescono a risollevarsi e che sono costretti ad adottare provvedimenti con altissimi costi sociali. In altre parole non esiste solidarietà tra i membri dell’Unione e vengono così messe in discussione le radici stesse di essa. Non era certo questo il modello di Europa che avevano concepito i padri fondatori della CEE nel ’57.

Se le cose stanno così, non possiamo ovviamente fregiarci del titolo di “sviluppati”. Nell’UE le disuguaglianze economiche e sociali diventano sempre più marcate e ci si allontana progressivamente dal tracciato dello sviluppo autentico. Non si comprende che attraverso il sacrificio (per altro limitato) di alcuni si otterrebbe il benessere di tutti. Il persistente rifiuto da parte della Germania di adottare gli eurobond, i limitati poteri e le esitazioni della BCE e le contraddizioni di carattere politico stanno alimentando il circolo vizioso della recessione. Come hanno scritto Paul De Grauwe e Yumei Ji “la storia dell’Eurozona è anche una storia di crisi del debito annunciate (…). I paesi che sono colpiti da una crisi di liquidità sono costretti ad applicare stringenti misure di austerità che li fanno entrare a forza nella recessione, riducendo così l’efficacia dei programmi di austerità”[7].

Il grande economista italiano Federico Caffè (1914-87) scriveva che la politica economica dovrebbe svolgere come compito essenziale quello di essere una guida per l’azione[8]. Ebbene è ora che nell’ambito dell’Europa ci si indirizzi verso un’azione che ponga le esigenze dell’uomo al centro dei propri interventi. Sempre Paolo VI nella Populorum Progressio diceva “ogni programma, elaborato per aumentare la produzione, non ha in definitiva altra ragione d’essere che il servizio della persona. La sua funzione è di ridurre le disuguaglianze, combattere le discriminazioni, liberare l’uomo dalle sue servitù, renderlo capace di divenire lui stesso attore responsabile del suo miglioramento materiale, del suo progresso morale, dello svolgimento pieno del suo destino spirituale”[9]. Simili concetti si ritrovano anche negli scritti dell’economista anglo-australiano Colin Clark (1905-89) [10], esplicitamente richiamato nell’enciclica di Paolo VI, oppure in quelli di Francesco Vito (1902-68) che, come ricorda Luigi Pasinetti, “pensava che l’economia non potesse fare a meno dell’etica, nel senso che per fare bene il mestiere dell’economista bisognasse – prima di occuparsi dei mezzi – occuparsi (e con cura) dei fini”[11] e questi avevano come punto di riferimento l’uomo. E’ quindi chiaro che occorre agire in tale direzione se si vuole spezzare il circolo vizioso della recessione. Non esistono alternative.

Se verrà mantenuta l’attuale impostazione, i governi dei paesi più in difficoltà saranno costretti a distrarre una sempre maggiore quantità di ricchezza dalla popolazione a favore di un utopico riassetto di bilancio, innescando la spirale del sottosviluppo.  Al contrario l’UE dovrebbe adottare meccanismi in grado di bloccare i potenziali rischi e timori di default, assegnando un ruolo più incisivo alla BCE, quale prestatore di ultima istanza, e spronando nello stesso tempo gli stati con maggiori problemi a intervenire efficacemente per rimuovere gli ostacoli interni che impediscono un reale progresso economico e sociale. Allora potremo dire di essere più vicini alla soluzione della crisi.

Giuseppe Prestia


[1] Paul De Grauwe, The governance of a fragile Eurozone, CEPS working document n. 346, CEPS, Bruxelles, 2011,  http://www.ceps.eu/book/governance-fragile-eurozone; Id., The ECB as a Lender of Last Resort, VoxEU, 2011; Paul De Grauwe, Yumei Ji, “Self-fulfilling crises in the Eurozone: An empirical test”, in Journal of International Money and Finance, 34, 2013, pp. 15-36; Paul De Grauwe, Yumei Ji, More evicence that financial markets imposed excessive austerity in the eurozone, CEPS Commentary, 5 february 2013, CEPS, Bruxelles.

[2] Majid Rahnema, “La povertà”, articolo pubblicato il 12 giugno 2007 disponibile sul sito http://www.ishtarvr.org/leggi_articolo_ultimo.php?id=24 consultato il 20 aprile 2010.

[3] Jacques Maritain, Umanesimo integrale, Borla, Roma, 2009, p. 220 (ed. originale Humanisme intégral, Fernand Aubier, Paris, 1936).

[4] Paolo VI, Populorum progressio, n. 23, Ed. Paoline, Milano, 2009, p. 18.

[5] Paolo VI, cit., n. 14, p. 12.

[6] Louis- Jospeh Lebret, Dynamique concréte du développement, Economie et Humanisme, Les Editions Ouvrières, Paris, 1961, p. 28.

[7]  P. De Grauwe, Yumei Ji, “Self-fulfilling crises in the Eurozone: An empirical test”, cit., p.33.

[8] Federico Caffè, Lezioni di politica economica, Bollati Boringhieri, Torino, 1978.

[9]  Paolo VI, cit., n. 34, p. 24.

[10] Colin Clark, The conditions of economic progress, St. Martin’s Press, London – New York, 1960

[11]  Luigi Pasinetti, “Una teoria per un’economia al servizio dell’uomo”, in Daniela Parisi, Claudia Rotondi (a cura di), Francesco Vito: attualità di un economista politico, Vita e Pensiero, Milano, 2003, p. 229.

LA NEMESI DI ZAPATERO: MANUEL AZAGNA

Il mondo, cui non sfuggì il significato iconoclastico/dissacratorio della traettoria nei cieli spagnoli di J.L.Rodriguez Zapatero, dovrebbe riflettere sulla concatenazione di quel governante con un suo lontano predecessore e maestro, dal quale derivò la carica scardinatrice e una ferma vocazione giacobina. Il suo maestro non fu il compagno di partito Felipe Gonzales, primo capo di governo della Spagna passata alla partitocrazia ( Felipe portò i socialisti al potere nel 1982, e il suo lungo consolato è indicato come felipismo). Gonzales fu la variante spagnola di Bettino Craxi, con l’abilità e il cinismo di quest’ultimo; ma non fu abbattuto dalle sentenze penali.

Il maestro e il riferimento di Zapatero fu Manuel Azagna, ministro della Guerra al sorgere della Seconda Repubblica di Spagna (la Prima, proclamata nel 1873, era già morta nel 1875 per la restaurazione dei Borboni); poi capo del governo in quanto vincitore delle elezioni del 1936; infine, due mesi dopo, presidente della Repubblica. Restò a capo dello Stato fino alla disfatta nella Guerra Civile. Se Zapatero si provò a forzare la Spagna ad accelerare il passo della modernità artificiale, cioè ad omogeneizzarsi con le tendenze e le derive contemporanee, Azagna tentò la stessa cosa a partire dal 1931: con una coerenza laicista e liberal-radicale e un settarismo che inizialmente gli portarono una fortuna eccezionale; alla fine lo distrussero.

L’ascesa di Manuel Azagna si può dire fenomenale: una carriera senza eguali per un uomo che non era né un capopopolo né un avventuriero; era un intellettuale di pochi lettori. Prima di trovarsi nel 1931 uno dei fondatori della Repubblica, Azagna era stato un letterato e pubblicista politico, di ferma collocazione giacobina. Nel suo primo biennio la Repubblica fu governata da una coalizione di sinistra borghese, la quale innalzò Azagna a ministro della Guerra. Era un dicastero nevralgico: si trattava di ridimensionare duramente delle forze armate ormai elefantiache rispetto alle modeste esigenze di un ex-impero, e il ministro lo fece con caratteristica intransigenza. Lo strano era che egli, nemico di un vecchio ordine in cui i militari rappresentavano, con la Chiesa, una grande forza conservatrice, non era propriamente antimilitarista. Anzi assegnava all’esercito un singolare ruolo di appoggio alla riedificazione nazionale, dopo la grave sconfitta del 1898 e i rovesci coloniali nel Marocco.

Ha scritto José Marìa Marco, con quattro opere dedicate uno dei suoi maggiori biografi, che il Nostro, avversario del retaggio militare spagnolo però ammiratore di quello francese risalente a Valmy e a Jemappes, le fulgide vittorie del 1792, era persino guerrafondaio. Per amore della Francia repubblicana e laica cercò accanitamente con altri progressisti di far entrare la Spagna nella Grande Guerra. Prevalse la superiore saggezza, amica del Paese e degli uomini individui, dei governanti conservatori del tempo: Eduardo Dato, che un anarchico assassinerà nel 1921, e Antonio Maura che, anch’egli capo del governo, aveva tentato la via delle riforme dall’alto. Vinta la Guerra Civile, Francisco Franco avrà il merito di resistere alle pressioni del Fuehrer, appena trionfatore sulla Francia, perché Madrid entri nel conflitto a fianco dell’Asse. Più tardi il Caudillo riuscirà a convertirsi in alleato dell’America. Fece morire molti spagnoli, anche di garrota, ma a tanti altri  salvò la vita.

 

Per gli interventisti come Azagna i massacri della Grande Guerra avrebbero aperto un’era rigeneratrice. In ogni caso, nota il biografo  J.M.Marco, “quienes, como Azagna, se complacìan en pintar con las tintas mas negras el presente de Espagna, parecen pensar che sus compagtriotas estàn dispuestos a morir por la causa de la modernidad (…) De paso, Azagna desvela hasta (fino a) què altìsimo punto llega (arriva) su aprecio del espìritu militar. En defensa de la naciòn los ciudadanos han da estar dispuestos a dar sino su vida si es necessario. Ese es el sacrificio que Azagna, que no habìa hecho (fatto) el servicio militar, solicitaba de sus compatriotas (…) En la jerarquia de la vida social establecida por Azagna el militar ocupa tan alto lugar (posto); solo lo supera el politico, que acepta sacrificar todo a la colectividad” (nostra sottolineatura). Letta con gli occhi di oggi, quest’ultima frase dà la misura del farneticare dell’intellettuale Azagna. Il conato interventista del 1914 nel nome di un’immaginaria virtù delle stragi nelle trincee, virtù grazie alla quale la Spagna si sarebbe rigenerata, basta da solo a condannare l’Azagna non ancora uomo di governo.

Alla fine del 1933 la coalizione radical-progressista perse le elezioni. Invece nel febbraio 1936 il Frente Popular, alleanza di tutte le sinistre incoraggiata dall’avvento in Francia del Front Populaire, trionfò nelle urne. Manuel Azagna, che nei grandi comizi elettorali si era rivelato oratore efficace, viene portato dalla vittoria al vertice del governo. Dopo poco più di due mesi convince il parlamento a destituire il presidente della Repubblica, Alcalà Zamora, e si fa eleggere al suo posto. Negli annali della politica europea una carriera così brillante resta eccezionale, soprattutto per un uomo che non aveva un partito importante dietro di sé, era simpatico a pochi e presentava un volto fisico non attraente.

Nei cinque mesi che governò la Spagna intera Azagna volle quasi esclusivamente svecchiare, laicizzare e consolidare il potere della sua fazione. I terribili problemi della povertà di massa sembrarono non coinvolgerlo. Fece poco per il proletariato urbano, pressocché nulla per i braccianti senza terra, sottoalimentati per miseria. Conseguenze, scontri sociali quotidiani e crescenti, con un’esasperazione della controviolenza reazionaria. La fazione militare certamente si risolse a scatenare la Guerra civile: però due anni prima Francisco Franco aveva schiacciato nel sangue la rivolta dei minatori delle Asturie nell’interesse della Repubblica, che egli serviva. Se Azagna si fosse impegnato sul fronte della giustizia sociale invece che su quello della laicità e del rimodellamento delle istituzioni, il ribellismo classista degli anarchici e dei socialisti rivoluzionari non sarebbe esploso; non sarebbe esplosa nemmeno la reazione dei generali.

Dal primo all’ultimo giorno della Guerra fratricida il presidente Azagna fu come immobile. Governarono altri, specialmente i primi ministri Largo Caballero e Negrin. Il capo dello Stato faceva rare apparizioni e allocuzioni, scriveva (anche narrativa), mandava emissari nelle cancellerie e nei salotti internazionali a perorare la causa repubblicana, coltivava le rose nei giardini ex-reali, ritoccava le uniformi della Guardia presidenziale. Sapeva che la guerra volgeva al peggio, ma non tentò seriamente di imporsi su Negrin e sui comunisti, secondo i quali “resistir es vencer”. Arrivò la disfatta finale -primavera 1939- e il Capo dello Stato riparò in Francia a piedi, assieme a una moltitudine di profughi e di militari fuggiaschi. Morì esule l’anno dopo, fu sepolto nel cimitero di Montauban. Aveva puntato tutto sul laicismo e sull’ammodernamento delle strutture, trascurando i poveri che chiedevano pane.

E’ impressionante l’analogia  con la vicenda e le grandi scelte di J.L.Rodriguez Zapatero. Pervenne giovane al vertice di una Spagna assai prospera a confronto con quella di Azagna. Investì il suo capitale politico e la sua energia nella ripresa dell’anticlericalismo e nel contrasto alle tradizioni. Ai grandi problemi del Paese e dell’economia antepose i diritti delle minoranze e dei diversi. I bisogni essenziali del popolo restarono trascurati, finché arrivò la dura crisi. Zapatero è finito sconfitto e profugo come Manuel Azagna.

A M Calderazzi

RAMIRO DE MAEZTU, MINIERA DEL CORAGGIO CHE CI MANCA

Gli europei che lamentano, quasi tutti quelli pensanti, la morte delle ideologie anzi delle idee, e il deserto dei grandi programmi, non dovrebbero ostinarsi a cercare i pensieri nuovi nelle contrade della modernità che produssero i pensieri vecchi: Francia Germania Gran Bretagna America Russia Italia. Dovrebbero cercarli là dove non c’è la tradizione di esplorare. In Spagna anzitutto, che visse più autenticamente l’urto delle dottrine e delle passioni, fino al punto della guerra fratricida. Oggi la Spagna appare ancora ammutolita dai drammi degli anni Venti e Trenta. Ma ha molto da insegnarci, perché ha provato nella carne e nell’anima tutti gli slanci e le lacerazioni di due secoli, a partire dalla lotta di liberazione contro Napoleone e dalla Costituzione di Cadice, quella che nel 1812 inventò il liberalismo progressista.

La Spagna ha tentato strade che non erano di tutto l’Occidente. In particolare le sciagure nazionali di fine Ottocento ispirarono un manipolo di pensatori ripiegati sì sui destini della loro patria, ma in realtà volti ad additare vie che non si aprivano solo agli spagnoli. La ricerca avviata dopo il Desastre del 1898 da Joaquìn Costa, Angel Ganivet, Ramiro de Maeztu, Miguel de Unamuno, José Ortega y Gasset contengono un’intelligenza che l’Occidente ignora o conosce poco. Persino Manuel Azagna (v.in questo Internauta “La nemesi di Zapatero”), nel suo tempo uno degli statisti più promettenti ma anche dei più falliti, praticò approcci di qualche merito universale.

Si usa ripetere che Cervantes, a ragione piena o parziale, è il testimone nazionale di Spagna, visto che nel passato ogni spagnolo credette di identificarsi almeno un po’ nel suo eroe, il cavaliere della Mancia e dell’Illusione. La testimonianza di Ramiro de Maeztu, spezzata il 29 ottobre 1936 dai miliziani che ammazzarono lui ed altri prigionieri politici del carcere di Las Ventas, ha il particolare valore di venire da un uomo che imboccò molte strade ed elaborò, da combattente non da accademico, idee dentro e fuori degli schemi pensati in Occidente. Qualcuna delle sue intuizioni e contraddizioni potrebbero aiutarci nell’afasia che viviamo.

Nella prima giovinezza il Nostro visse le angosce del patriottismo sfortunato, che lo spinsero a farsi volontario nella rovinosa guerra del 1898 contro gli USA aggressori. Poi vennero gli ardori e le suggestioni del Regeneracionismo, che muovevano dal messaggio di riscatto di Joaquìn Costa e suo stesso. A Londra dove, figlio di una inglese, era riparato dopo avere a Madrid mandato all’ospedale un denigratore dello scrittore e suo amico Valle-Inclàn, fu presto riconosciuto come guida del gruppo intellettuale di ‘New Age’, che offriva una formula di libero socialismo, semi-utopica alternativa al movimento Fabiano. Le formule di Maeztu si contrapponevano alle linee del Labour, destinate a degenerare nel burocratismo e nella soggezione al mercato. Il Nostro si dichiarava “escritor socialista”. Venne poi il tempo, piuttosto breve, della deificazione dell’America e del primato degli ‘anglosajones’ moltiplicatori di ricchezza.

In realtà Maeztu cercava in territori per lui nuovi una sintesi tra retaggi conservatori e riorganizzazione sociale secondo modernità e giustizia. Ed ecco, prima e dopo il colpo di stato di Miguel Primo de Rivera (1923) che sbaragliò il notabilato conservatore e fece avanzare la condizione proletaria, il suo Guild Socialism: superamento del sinistrismo classista e del conflittismo sindacale, nella prospettiva di una società libera e solidale, di un’economia regolata insieme dal mercato e dalla comunità. Maeztu predisse con sicurezza il finale fallimento del comunismo. “Muy pronto -ha riferito uno storico- dictaminò el securo fracaso. La economia planificada y estatalizada no es capaz de producir riqueza. Es o pobreza o pillage (saccheggio), cuando no las dos cosas a la vez”. Fu messo a morte come uomo di destra ma l’impegno della vita intera era stato di cercare una verità più vera e più giusta di quella scritta sugli striscioni del frontismo. Sapeva i rischi di muoversi fuori degli schemi: “Yo soy un leproso” confidò a un ammiratore; “se espera (si aspetta) que nos fusilen”.

Essere un ‘libre-socialista’ appariva una sintesi improbabile, implicando anche il diritto ad alleanze ‘disdicevoli’; ma era la correzione sia del liberismo (‘manchesteriano’ si diceva allora), sia dell’ideologismo marxista-stalinista, oppure radical-laicista. Era proporre produzione e pure redistribuzione della ricchezza, in modi non dettati da questa o quella dottrina. Era favore all’imprenditorialità ma anche più previdenza sociale e più interventi dello Stato. Così, quando Miguel Primo de Rivera si fece dittatore filosocialista, detestato dagli intellettuali sofistici ma approvato senza riserve, per cinque o sei anni su sette, dalla maggioranza degli spagnoli, Maeztu colse subito il significato di quel particolare potere militare: paternalistico e teoricamente scorretto, ma nei fatti amico dei lavoratori: “Esa era la mision che el propio Dictador se habìa asignado”.  Mugugnavano solo i ricchi e gli aspiranti ricchi che frequentavano i salotti letterari e i negozi dei librai.

Il generale Primo nominò Maeztu ambasciatore in Argentina; ma il Nostro non si consegnò alle convenzioni e alle insulse alterigie della diplomazia. Bramoso di rotture e di rivelazioni, dovette ingannarsi sui rovesci del capitalismo nella Depressione apertasi nel 1929. Due anni dopo venne la  Repubblica di Spagna e Maeztu ne previde con largo anticipo la rovina: “Al cabo de pocos annos -scrisse otto mesi prima della ribellione militare- se producirà en el paìs un levantamiento armado de caràcter tradicionalista, o una crìtica profunda y extensa de la ideologìa liberal, en caso de no ser posible el levantamiento en armas”.

L’ex-ambasciatore a Buenos Aires viene incarcerato, brevemente, una prima volta nel 1932, subito dopo il  ‘levantamiento armado’ del generale Sanjurjo (agosto 1932). Da quel momento non smette più di contrapporsi all’alleanza liberalradicali-socialisti-stalinisti capeggiata da Manuel Azagna, suo ex-compagno di lotte intellettuali. Anche quando le destre sembrano preferire ancora i confronti elettorali e i compromessi parlamentari alla lotta frontale in difesa della religione e della monarchia -quest’ultima, come sappiamo, destinata a rioccupare il futuro della Spagna- Maeztu moltiplica le posizioni combattive e mortalmente pericolose. Nei primi mesi del terribile 1936 grida sempre più alta la sua fede; tuttavia al tempo stesso non rinuncia a sperare che la feroce dialettica degli odii generi qualche esito positivo: “Con todo, me parecen mejores estos tiempos, no porque no sean, como son, horrorosos, sino porque contienen la promesa de un mondo mejor (…) Las nuevas generaciones tienen gran suerte al (hanno la fortuna di)  tener que eligir entre la fe y el escepticismo, en vez de perderse, como la nuestra, en verdades a medias (a metà) e ideales truncos (mozzi)”. Ancora poche settimane e il pensatore di Alava entrerà nel carcere della morte.

Tutta la vita aveva guardato a verità fuori delle dottrine rispettate. Gli spiriti inquieti di oggi dovrebbero cercare ispirazione in questo prode combattente. I peggio disposti, i più condizionati dal pensiero unico che trionfò nel secondo dopoguerra, dovrebbero quanto meno rispettare de Maeztu in quanto esploratore ardimentoso, ulissiaco, intollerante degli steccati del pensiero maggioritario. Allo stesso modo che sono arrivati, o dovrebbero arrivare, a rispettare la passione e la dignità di un Ezra Pound  ‘americano  maledetto’. La destra e la sinistra tradizionali non hanno quasi più niente da dirci. Le rispettive coerenze hanno solo collezionato fallimenti. E’ tempo di volgerci a chi si fece vituperare da destra e da sinistra; da quest’ultima si fece addirittura uccidere: non nascondendosi, non mimetizzandosi. Fu ammazzato quale reazionario, ma reazionario non fu mai.

Conosciamo la falsità di tutte le posizioni nette e inconcusse del passato. “El antìdoto -la verità che Maeztu opponeva ai faziosi e ai puri- era “anticatolico y antilibrepensador, antirrepublicano e antimonarchico, anticonservador y antiliberal, antitradicionalista y antidemòcrata”. Gli ideologi tutti d’un pezzo del passato ci apparvero autorevoli, ma i loro insegnamenti sono finiti in nulla. E i coerenti odierni sono clamorosamente senza idee.

A.M.Calderazzi

METEORA FRAGA IRIBARNE – LA SFIDA CHE NON RACCOLSE

L’uomo che negli anni Sessanta doveva diventare lo statista spagnolo intellettualmente più dotato tra tutti, nacque in Galizia nel 1922, nipote di un carpentiere e di un muratore. Come molte altre famiglie della Spagna che si affaccia sull’Atlantico, anche quella di Manuel Fraga senior poté o dové ‘hacer las Americas’: trasferirsi, in questo caso a Cuba, e dopo qualche anno rimpatriare come ‘indiana’, con risparmi di qualche entità. La mamma Maria Iribarne Debuix era nata in Francia.

Il Nostro, di nome Manuel come il padre, fu uno scolaro prodigio, con una memoria strabiliante, sin dagli anni del ‘parvulario’ (asilo d’infanzia). Poco dopo la laurea in legge fece e vinse i quattro concorsi più difficili di tutti: magistratura, diplomazia, uffici delle Cortes, abilitazione alla cattedra universitaria.

Divenne ordinario a Valencia a 26 anni.

Un giovane così non poteva non attirare l’attenzione di Francisco Franco: nel 1962 lo fece ministro. Quando tre anni dopo Fraga Iribarne portò in Consiglio dei Ministri la sua Ley de Prensa, che sopprimeva la censura e liberalizzava la stampa, alcuni ministri recalcitrarono. Tagliò corto il Caudillo: “Si los gobiernos débiles de principio de siglo pudieron gobernar con amplia libertad de prensa, es poco probable que un Estado fuerte y lleno de recursos (mezzi) como el de ahora, no pueda gobernar con una libertad de prensa regular”. L’aver aiutato Franco a ragionare così fu il capolavoro di Fraga Iribarne. Un’altra opera grossa fu il boom turistico, cioè l’apertura delle frontiere. Il lancio del settore turistico “abriò la mente de un pueblo que, segùn decìa el filosofo José Ortega y Gasset, se encontraba ‘tibetanizado’. Fraga descubriò en el turismo el petròleo de la economia espagnola“.

Un ventennio dopo Fraga fece la puntata sbagliata del liberalismo conservatore alla Cànovas del Castillo e alla Antonio Maura, quest’ultimo l’importante Premier che, prima d’essere messo fuori gioco dalla Dictadura di Primo de Rivera, aveva tentato di riformare dall’alto il decrepito liberalismo dei notabili. Fraga, dicevamo, si suicidò politicamente con la sua scelta. Tuttavia non mise mai la fede nel mercato al di sopra della consapevolezza: “Fracasado y en trance de desapariciòn el socialismo de Estado, quiero recordar en todo caso que el sistema superviviente, el capitalismo liberal, dista mucho de ser un modelo que no admita discusiòn ni perfeccionamientos; y a la vista tenemos las dificultades que tiene para hacer frente a los ciclos econòmicos; para dar a la poblaciòn, y in particular a la juventud, un nivel razonable de empleo; para ofrecer un sistema mundial aceptable de vida para muchos miles de millones de seres humanos. Aparte de que no es menos cierto que tampoco existe un modelo ùnico de capitalismo liberal. Contra lo que creìa Adam Smith, el mero interés de los agentes econòmicos no crea por sì solo, por el efecto automàtico del mercado, una ética natural de la sociedad“.

Abel Matutes Juan, che a Madrid è stato ministro degli Esteri, ebbe a osservare: “Se qualcosa si può dire con certezza di questo spagnolo, di questo basco-francese, di questo europeo che si chiama Fraga, è che il suo sguardo acuto ha visto arrivare il futuro. “Hay una vieja creencia popular segùn la cual, como anuncio de una crisis, aparece un cometa en el firmamiento. Fraga es uno de esos cometas. Nadie ha anticipado tan exactamente todos los detalles de la crisis que se cierne sobre nuestra cultura“. Nelle parole di Alberto Ruiz-Gallardon, presidente della Comunidad de Madrid, “el Profesor y el politico Fraga es una de las personalidades cuya aportaciones a nuestra realidad contemporànea se incluyen (entrano) en el ambito del pensamiento europeo del nuestro siglo“.

A chi gli proponeva di compiere o scrivere una grande opera come testimonianza del suo passaggio nella storia della Spagna, Fraga dette una risposta abile: “No, non deseo obras grandes y solemnes; quiero dejar (lasciare) mucha obras pequegnas y ùtiles para un pueblo pobre“. Abile perché, storicizzando, aggirava la difficoltà di giustificare la propria rinuncia -egli uomo di visione, e anche profeta- ad avventurarsi nella più avanzata delle esplorazioni, la totale trasformazione della democrazia. Invece di avventurarsi nel futuro, egli credette di dovere rilanciare il passato: il liberalismo conservatore.

Antonio Massimo Calderazzi

SPAGNA: PRIMO TRENTENNIO DI PARTITOCRAZIA

Madrid cadde veramente ai partiti, ladri un po’ meno dei nostri e meno voraci di emolumenti, rimborsi e ricche pensioni, trent’anni fa, il 28 ottobre 1982. Quel giorno il Partito socialista (Psoe), capeggiato dall’affascinante avvocato andaluso Felipe Gonzales, stravinse le elezioni generali: oltre 10 milioni di voti, 205 seggi alle Cortes contro 106 della malaugurata Alianza Popular di Manuel Fraga Iribarne. Il Partito comunista di Santiago Carrillo -successore ragionevole del fazioso parossismo  della ‘Pasionaria’ Dolores Ibarruri (parossismo temperato dalla volpina abilità di Palmiro Togliatti)- fu sul punto di spirare: 4 seggi.

Nei sette anni trascorsi dalla morte di Franco la Transiciòn si era compiuta sotto i governi di Carlos Arias Navarro, Adolfo Suarez e Leopoldo Calvo Sotelo. Quest’ultimo, predecessore immediato di Felipe Gonzales, era nipote di José Calvo Sotelo, importante ex-ministro delle Finanze il cui assassinio nel giugno 1936, ad opera di un ufficiale di sinistra, fece scattare l’Alzamiento dei generali contro la Repubblica. Fu logico che ai socialisti andassero i voti, dato l’errore di Fraga Iribarne di creare il partito ‘grande destra’ dei banchieri e delle marchese, invece di capeggiare una forza antimarxista amica del popolo. Tale era stata, per sei anni a partire dal 1923, la (fortunata) ‘Dictadura’ filosocialista di Miguel Primo de Rivera, e tale era stato in qualche misura persino il primo franchismo, quando era ancora alquanto ispirato al falangismo sociale di José Antonio (figlio di Miguel) fucilato nel 1936 dai repubblicani.

Col 1982 cominciò il partitismo all’italiana, inevitabilmente destinato ad evolvere nella corruzione delle tangenti; infatti la prima lunga parentesi di potere socialista finì (1996) per scandali di tangenti. Ma la corruzione pervase l’intero sistema partitico: politici ed amministratori pubblici vollero incassare la percentuale sul tumultuoso sviluppo dell’economia: cominciando dall’edilizia, dove le licenze e le variazioni urbanistiche fruttavano e fruttano tangenti pronta cassa. Rinvii a giudizio e condanne sono abbastanza frequenti, ma gli scandali non accennano a ridursi. Dopo Felipe Gonzales fu la volta del governo di José Maria Aznar, brillante capo del partito creato da Fraga Iribarne; poi venne la riscossa socialista con José Luis Zapatero. Ora gestiscono i conservatori di Mariano Rajoy.

Come diversamente sarebbero andate le cose se una personalità eccezionalmente forte -in Spagna e nel mondo Fraga era apparso possibile successore di Franco- si fosse rivolto alla maggioranza sociologica invece che alle destre. L’uomo che aveva convinto il Caudillo a liberalizzare il regime fece male a non mantenere la promessa, fatta persino al carneade qui sottoscritto, di mettere il popolo, la gente, al cuore del suo manifesto politico. Disse, testualmente: “Calderazzi le prometto: nel Programma di Alleanza leggerà molto di ciò che propone”. Non andò così. Fraga mancò al suo destino.

L’avvio del partitismo integrale non fu aiutato dalla congiuntura economica. Quest’ultima era stata più favorevole all’ultima fase franchista. Nel 1970 i disoccupati non arrivavano a 200 mila; nel 1980 superavano 1,5 milioni; nel 1985 tre milioni. Tra la gente si fece frequente l’espressione “con Franco se vivìa mejor”. Se nel 1970 c’era il pieno impiego era anche in quanto un milione di spagnoli erano emigrati all’estero, e tra l’altro con le loro rimesse miglioravano la bilancia dei pagamenti. Soprattutto il lavoro c’era grazie al boom. Invece nel 1980 l’indice della borsa era sotto il 50% del valore di dieci anni prima. Come nel resto dell’Occidente si dovettero riconvertire interi comparti industriali, quali la costruzione navale e la siderurgia. A posteriori Felipe Gonzales dovette ammettere che aveva sbagliato a promettere 800 mila nuovi posti di lavoro in quattro anni. Fu il primo presidente del Governo a non farsi insignire di un grosso titolo nobiliare all’uscire di carica. Adolfo Suarez era stato fatto duca, Arias Navarro e Leopoldo Calvo Sotelo marchesi, e tutti e tre Grandi di Spagna. Franco, avendo rinunciato a diventare re, era rimasto generale.

Ma non fu il declino della congiuntura, bensì quello dell’etica pubblica a chiudere il quattordicennio di Felipe. Nel 1996 Josè Maria Aznar, brillante successore di Fraga alla testa del partito ‘popular’ (conservatore), sconfisse alle elezioni generali un governo Gonzales indebolito dagli scandali. Investito di una maggioranza larghissima il Partito socialista, erede di una tradizione onorevole, era degenerato nel felipismo, versione nazionale del craxismo, apoteosi delle tangenti. Ma la logica della democrazia partitica voleva che di corruzione si ammalassero anche gli avversari. Il sospetto cadde anche sui conservatori di Aznar, poi di nuovo sui socialisti di Zapatero. Oggi non si può dire che il malcostume macchi un partito spagnolo in particolare. Come in Italia, macchia tutti.

Hanno contribuito le autonomie regionali: la moltiplicazione dei centri di potere ha avvicinato ai decisori pubblici i detentori del denaro. Imboccata la via del partitismo amico degli affari, la Spagna ha perso la sua secolare specificità, di anteporre alla ricchezza l’onore orgoglioso. Angel Ganivet, tormentato diplomatico-scrittore, aveva definito disgustoso qualsiasi spagnolo ricco. E invece la Spagna ha imparato dall’Italia, maestra di malapolitica imbellettata di democrazia, erede di un millenario retaggio di corruttela, materna genitrice di Machiavelli e di Togliatti. Madrid e le Comunidades Autonomicas non sono arrivate al degrado di Roma e dei covi decentrati della nostra corruzione. Ma, grazie alle preclari virtù del processo democratico, sono sulla buona strada.

A.M.C.

UNAMUNO NON PARLA ALLA SPAGNA D’OGGI. MA A QUELLA DI DOMANI?

Un secolo fa Miguel de Unamuno fu il maggiore tra gli intellettuali di Spagna, la voce più dolorosa e lirica di quella Generazione del ’98 il cui sorgere dal Desastre di quell’anno – disfatta totale di fronte agli Stati Uniti, perdita dell’impero oceanico- testimoniò che la nazione non moriva, che esprimeva l’intenso pensiero del Regeneracionismo. La cultura spagnola non avrebbe più raggiunto le altezze di Joaquìn Costa, di Ganivet, di Ortega y Gasset e, soprattutto, di Unamuno: filosofo e poeta, anzi profeta, nel senso di sacerdote dello spirito del Paese. Come ha scritto Carlo Bo, il Nostro, “maestro del parlare tragico” e “uomo agonico” non smise mai la meditazione sul passaggio dell’uomo sulla terra e il dialogo col Dio ignoto.

Ma diversamente da Pirandello e da William Blake, cui fu spesso accostato da critici e da storici, Unamuno fu il bardo di una patria prostrata e gloriosa, l’incarnazione del sentimento nazionale. Tale era stato riconosciuto sin da giovanissimo: chiamato a 27 anni alla cattedra di letteratura greca a Salamanca, rettore a 36, un seguito proclamato rettore a vita della più illustre delle università nazionali.

Troppo poeta e troppo romantico per cogliere il potenziale progressista e umanitario del colpo di Stato militare di Miguel Primo de Rivera, che nel 1923 abbatté il morente parlamentarismo dei notabili e dei latifondisti, Unamuno si mise alla testa dell’opposizione intellettuale con tale foga che nel 1924 fu mandato al confino nelle Canarie. Pur veementemente socialista, non aveva intuito che il Dittatore avrebbe governato da amico del popolo e in collaborazione coi socialisti, a quel tempo un partito di onesti. Primo de Rivera non solo non lo sciolse, ma fu sul punto di costituirlo partito unico di regime. Suo alto consigliere fu il capo sindacale Francisco Largo Caballero, futuro capo del governo repubblicano e ‘Lenin spagnolo’. Tali erano il prestigio del rettore e la bonarietà del dittatore che a Unamuno fu permesso di ‘evadere’ in Francia, e fu anche offerta l’amnistia, che rifiutò. Va precisato che, almeno nel primo quinquennio del regime militare, gli oppositori erano un’esigua minoranza. Il colpo di stato contro i partiti e i politici aveva suscitato un consenso assai vasto. Venne meno verso il 1929, quando gli effetti, in Spagna pur non troppo violenti, della Depressione internazionale e gli oneri del grosso debito provocato dalle opere pubbliche e delle provvidenze a favore dei proletari, misero in difficoltà la Dittatura. Primo si dimise spontaneamente.

Unamuno incarnava il paese del suo tempo, povero e, nei suoi intellettuali, nobilmente allucinato. Certo non avrebbe voluto convivere con la Spagna odierna della modernità spinta, dell’omogeneizzazione capitalista,  della bolla immobiliare. E’ altrettanto certo che gli spagnoli d’oggi non possono/vogliono riconoscersi nell’uomo che aveva scritto “Del sentimiento tràgico de la vida” e “Agonìa del cristianismo’. Ma l’Unamuno del Regeneracionismo esaltante, fino a che punto aveva ripudiato i miti antichi della Spagna ‘inmortal’, i miti di Calderon e di Cervantes, che sembravano avere staccato il Paese dall’Europa?

José Luis Varela, della madrilena Universidad Complutense, provò a rispondere a questo interrogativo col saggio ‘Unamuno y la Tradiciòn espagnola’. Non dette una risposta univoca; infatti l’incipit del saggio recitava: “En 1906, todavìa inmerso Unamuno en el reino de las negaciones, considera que nada es mas engagnoso que el concepto de tradiciòn”, e che “con la voz tradiciòn puede entenderse todo, hasta la vuelta al paganismo”. Per Varela è decisivo in proposito il primo dei libri di Unamuno ‘En torno al casticismo’, del 1902 (in italiano rendiamo ‘casticismo’ come tradizionalismo; ‘casta’, a sud dei Pirenei, è la stirpe in purezza): opera che il saggista definiva “excesiva, de mocedad (prima giovinezza) beligerante”, ma in ogni modo situata “a la cabeza del ensayo moderno sobre Espagna”, venuta prima dei Ganìvet, dei Costa e dei Maeztu. In più Varela precisava anche che l’oggetto del ‘combate civil’ di Unamuno era, specificamente, il ‘narcisismo casticista’. Ma aggiungeva, a dissipare l’aspettativa di una risposta netta, che in Unamuno c’è “una palinodìa, que va de la negaciòn rotunda y global a la defensa, cautelosa y condicionada, de la grandeza pasada”. E d’altra parte il rettore di Salamanca “de entrada se declara antinacionalista, ya que sòlo el aire de fuera regenera nuestros pulmones”.

Nei 37 anni trascorsi dalla morte di Franco la Spagna ne ha respirata, di ‘aire de fuera’, persino troppa. Anzi cominciò a respirarne  negli anni Cinquanta. Fatta la scelta dell’alleanza americana, poi dell’apertura al turismo, del capitalismo liberista e della tecnocrazia, cominciò allora, per la conversione del Caudillo e anche per la spinta di Fraga Iribarne, la agognata saldatura all’Europa e al mondo. Risultati, dite voi.

La ‘palinodìa’ che Velarde attribuisce al grande bilbaino non è fatta per coinvolgere i connazionali di Rajoy e Zapatero, ostaggi dell’ipercapitalismo, della prosperità idolatrata e oggi rimpianta, della dissacrazione. Ma forse gli spagnoli di domani avranno anch’essi la loro palinodìa. per tedio della modernità. Potranno riscoprire qualche contenuto casticista, vergognarsi d’essersi troppo vergognati dei lunghi secoli di povertà gloriosa. Uno spagnolo ricco è ributtante, aveva scritto Ganìvet. Gli spagnoli di domani, a valle di una crisi purificante, potranno guardare con simpatia al fervido triennio socialista (1894-97) di Unamuno. Velarde sottolinea che il socialismo, benché ‘experiencia fugaz y juvenil, no fue superficial y literaria(…) Unamuno concibe al socialismo como una nueva religiòn, como superaciòn del egoìsmo de las clases poseedoras”.

Oggi ‘socialismo’ è parola da non pronunciare a tavola, anche in Spagna. Eppure forse il domani è di un neo-socialismo spiritualista, totalmente rigenerato, diametralmente opposto sia alla ferocia assassina del comunismo, sia alla corruzione del craxismo e del felipismo (di battesimo si chiamava Felipe, Felipe Gonzales, il primo governante socialista del post-franchismo). Ramiro de Maeztu, compagno di ‘combate civil’ di Unamuno, propose -da destra-  il Guild Socialism, un comunitarismo che oggi chiameremmo dei kibbuz invece che delle gilde.

Quello che conta, e che resterà per sempre, è l’invocazione del Rettore a favore del popolo spagnolo: “Que le dejen (lascino) vivir en paz y en gracia de Dios. Que no le sacrifiquen al progreso, por Dios, que no le sacrifiquen al progreso!”.

Antonio Massimo Calderazzi

LA DITTATURA MORBIDA DI PRIMO DE RIVERA

Un esperimento quasi socialista nella Spagna pre-Franco

Sostengo, naturalmente rappresentando me stesso  e non alcun altro di ‘Internauta’,  che solo un Distruttore e Giustiziere saprebbe bonificare la nostra Repubblica, e che lo farebbe nell’unico modo possibile: abbattendo il regime di ladri che la usurpa a partire dalla vittoria angloamericana del 1945. Mai il regime riformerà se stesso. Se a questa convinzione sono arrivato è in quanto nella storia contemporanea varie situazioni di crisi estrema furono risolte da distruttori e giustizieri.

I casi più emblematici furono la Turchia, l’Egitto,  la Spagna. In quest’ultima la spada che taglia il nodo di Gordio la usò nel settembre 1923 il generale Miguel Primo de Rivera. La nazione era giunta all’orlo del baratro. Nei cinque anni che precedettero il 1923 gli attentati terroristici erano stati quasi 1300, di cui 843 nell’area di Barcellona. Nel 1922, 429 conflitti operai, prevalentemente politici. Nel maggio-giugno 1923 lo sciopero generale dei trasporti aveva fatto  22 morti. Si aggiungeva una disastrosa guerra coloniale nel Marocco.

Il 13 settembre del ’23 Primo de Rivera capitano generale in Catalogna, con un colpo militare tecnicamente perfetto, senza spargimento di sangue, prese il potere e proclamò una ‘Dictadura’ che durò fino al 1930, quando  si ritirò spontaneamente. Aveva messo fine al conflitto coloniale, aveva instaurato la pace sociale dando ai lavoratori, nel meccanismo paritario di conciliazione da lui introdotto, lo stesso potere contrattuale degli imprenditori. Aveva avviato il Welfare State. Ma  era stato indebolito dalla crisi della finanza pubblica. I costi delle grandi opere statali e delle provvidenze sociali, aggiunti ai primi effetti della Depressione mondiale del 1929, avevano fortemente indebitato l’Erario.

Per la precisione va detto che se il dittatore lasciò volontariamente il governo -solo gli intellettuali e gli studenti si erano mobilitati contro di lui- la decisione di sacrificare Primo de Rivera fu presa, come ha scritto lo storico progressista Manuel Tunon de Lara, “dal Re, dall’aristocrazia e dall’alta borghesia”. Il dittatore non era stato amico loro, bensì dei proletari. Infatti aveva apertamente favorito il Partito socialista, capeggiato da F.Largo Caballero, un massimalista da lui scelto come consigliere ufficiale per il lavoro. Nel 1937, ormai conosciuto come ‘il Lenin spagnolo’, Largo diverrà capo del governo della Repubblica in guerra con Francisco Franco.

Sostengo dunque che Primo de Rivera fu, con Kemal Ataturk, prototipo dell’uomo forte che nelle  circostanze più gravi benefica un paese invece di opprimerlo. In altre sedi ho cercato di dimostrare il mio assunto (in forza del quale per lo Stivale sarebbe una fortuna se sorgesse Uno esattamente come Primo). Qui mi limito a riferire ciò che altri dissero del Dittatore. Scriveva nel 1929 il compilatore di Encyclopaedia Britannica, edizione XIV:

“Militare e statista spagnolo, conosciuto come marchese di Estella, nato nel 1870. Promosso capitano a 23 anni per un atto di straordinario valore in combattimento. Nel 1915 governatore di Cadice. Per un discorso pubblico che proponeva di scambiare Ceuta contro Gibilterra, e in più attaccava frontalmente la politica marocchina della Spagna, fu destituito da  governatore di Cadice. Le sue eccezionali doti di soldato, i suoi exploits brillanti, il suo temperamento aperto e privo di affettazione, la sua congenialità coi sentimenti dell’esercito e della nazione gli valsero la fiducia del Re, oltre che degli alti comandi e dell’opinione pubblica. Nonostante il temerario discorso di cui sopra, fu presto promosso generale e comandante della prima divisione di fanteria a Madrid”.

“Nel 1921, eletto senatore per Cadice, invocò con un forte discorso la fine del gravoso impegno bellico in Marocco. Perdette nuovamente il  posto, ma il suo coraggio e patriottismo gli valsero di lì a poco l’incarico più difficile e pericoloso di tutti: capitano generale della Catalogna, dove regnava un terrore che il governo di Madrid non riusciva a fermare. Il nuovo capitano generale conseguì subito un successo commisurato al suo temperamento cavalleresco e ricco di carisma, energico e al tempo stesso generoso”.

Da questo punto segue il testo della Britannica, non tradotto:

“His integrity was proverbial. He soon recognized the chaos in Catalonia as one of the indirect consequences of the breakdown of the parliamentary régime. This was also responsible for the mismanagement of theMoroccocampaign, as well as the ferment in the army brought about by  the niggardliness, the favouritism and criminal recklessness of the central Government. Although the evil had long been diagnosed, nobody had had the courage to uproot it, until the dauntless Marquis de Estella issued the Manifesto datedSeptember 12, 1923, suspending the constitution and proclaiming in its place a directorate consisting of military and naval officers. This military coup d’état was carried out without bloodshed”.

“The methods of the directorate were prompt and radical. This innovation was welcomed with marked enthusiasm. Mindful of the undertaking he had given at the outset, Primo dissolved the directorate on December 3, 1925 and substituted a government composed of civil as well military ministers, mostly young men, as a preparatory step towards a new regime”.

 

Giudizio di Salvador de Madariaga

Al sorgere del regime di Primo de Rivera, Salvador de Madariaga, uno dei maggiori intellettuali spagnoli, era cattedratico di Studi Spagnoli a Oxford, Fellow dell’Exeter College. Nella stessa edizione 1929 della Encyclopaedia Britannica Madariaga sottilinea che l’imperativo del generale è  “to liberate the country from the professional politicians, the men who are responsible for the period of misfortune and corruption which began in 1898 and threatens to bring Spain to tragic and dishonourable end (…) A few drastic measures enabled the new government to gain control over the provincial and political machinery (…) In April 1924 an internal loan was floated- it  was covered nearly eight times over (…) The General tackled the problem of Morocco with characteristic courage. He deserved credit for having succeeded, first in imposing his views on the Spanish army in the field at the risk, non only of his popularity, but even sometimes of his life”.

Madariaga rileva che “i giovani ministri” nominati dal Generale “undertook their several activities unfettered by any parliamentary or constitutional shackles. Good work was at once seen in the ministry of Labour held by a young but experienced Catalan, Mr Aunòs, who tackled the organization of Labour on a co-operative basis with effective vigour. The Department of public works was ably conducted by an expert, the marquis of Guadalhorce. A welcome sign of economic revival came spontaneously from the nation. The Confederacion del Ebro, a free association of all the public bodies interested in the river, was founded in order to adjust the several requirements of irrigation, power, water supply and navigation as between all the regions on the river and its tributaries. It proved a signal success, and other bodies of a similar nature have been created on other rivers. Ambitious schemes for the electrification of the railways and the repair and development of the roads, including motor roads, have been set on foot (…) A successful funding of a short-term debt led to a voluntary exchange of nearly all the outstanding Treasury  bonds for long-term scrip. (…) The best successes of the government have been reaped in the financial field where, owing to a period of peace, the admirable vitality of the country responded with added wealth: The budget was finally balanced”.

“Now and then an outspoken speech (from the opposition) was heavily -though never cruelly-repressed. The Dictator, despite his evident good will and his successes in more than one field of government, has been the prisoner of his political inexperience”.

 Quella che Madariaga chiama ‘political inexperience’ fu la gloria di Primo. Senza dubbio i grandi notabili e i cacicchi Ancien Régime che avevano governato per mezzo secolo dopo le guerre carliste, portando la Spagna vicina alla fine, erano più esperti del Generale nei giochi ed infamie del parlamentarismo. Non più esperti, tuttavia, dei Proci che banchettano nello Stivale. Fortunati:  nessuno dei nostri generali ha la tempra di quel marchese andaluso che amava il popolo e disprezzava los politicastros. Che preferiva andare a piedi da casa all’ufficio. Che ripudiò immediatamente la sua promessa sposa (ufficiale) perché aveva tentato di monetizzare un po’ la posizione di First Lady. E che andò a morire in un albergo di terz’ordine a Parigi, invece che in uno dei castelli della sua classe (la quale  aveva detestato il suo quasi-socialismo).

A.M.Calderazzi

PROPOSTA DI GUILD SOCIALISM

Rodolfo Mondolfo dimostrò nel 1919
perché la futura disfatta del comunismo. Oggi, morte
tutte le altre formule socialiste, e nel marasma
del libero mercato, la logica della lezione
di Mondolfo addita una

PROPOSTA DI GUILD SOCIALISM

Noi non sappiamo se l’economia di mercato è arrivata alla resa dei conti. Molti lo dicono. Forse non è vero. E’ vero che la sua tracotanza è finita, che l’ideologia liberista ha perso la spinta, appesantita anche da un sessantennio di vittorie e forse rifiutata da una logica della globalizzazione la quale sì esalta il capitalismo dei paesi emergenti, ma con ciò stesso minaccia gli assetti di quelli industrializzati, pace sociale compresa. Se c’è poco futuro per il liberismo, dovremmo ancora una volta riflettere sul perché il suo antagonista storico, il comunismo, si è suicidato. Sappiamo che là dove imperava i popoli si sono ribellati, decretando anche la morte istantanea del comunismo altrove. E’ certo che non ci sarà una resurrezione. Però è giocoforza chiederci cosa verrà dopo il marasma del capitalismo.

‘Internauta’ ha la fortuna di avere nella sua compagine una nipote di Rodolfo Mondolfo il quale fu, meglio di altri in Italia, l’alternativa teorica, e sfortunata, al leninismo (v.Internauta, ottobre 2010); dunque noi abbiamo avuto un accesso migliore alla testimonianza mondolfiana. Il Nostro già nel 1919 denunciò la degenerazione antiumanistica del bolscevismo: “Dalla contemplazione religiosa di una sacra icona, che è deformazione della Russia reale, può soltanto uscire l’illusoria fede in miracoli”. Mondolfo constatava che il capitalismo di Stato e, più ancora, la violenza e il terrore condannavano il comunismo alla disfatta. Nel 1919! Per l’importante studioso accademico di Marx, il leninismo non offriva la prospettiva della liberazione dell’uomo, ma il suo feroce contrario.

A pochi mesi dalla Rivoluzione d’Ottobre Mondolfo accusava: “Ai proletari russi si nega il pane”. Nel momento stesso del trionfo leninista, egli definiva ineluttabile, un giorno, la restaurazione capitalistica. Nella fase fino alla Nep, Mondolfo vedeva soprattutto il tentativo di forzare i contadini a fornire vettovaglie alle città, incapaci per loro conto di produrre prodotti industriali per le campagne. I giorni di Lenin preparavano la terribile violenza stalinista: industrializzazione forzata (presto volta soprattutto a rifornire le forze armate); brutale collettivizzazione. Col capitalismo di Stato la ferrea dittatura staliniana pervenne a moltiplicare la produzione industriale, ma le campagne restavano in un assetto semifeudale. Lo sterminio dei kulaki non mancò di ‘legittimare’, quasi per assonanza, la schiavizzazione dei lavoratori urbani. Vivo ancora Lenin, Mondolfo dimostrava che la dittatura del partito cancellava ogni prospettiva di socialismo.

Trentasette anni dopo il Nostro trovava nella requisitoria kruscioviana contro lo stalinismo la conferma della contraddizione assoluta tra le intenzioni strategiche del dittatore e la tremenda realtà dei suoi crimini, generatori diretti dell’anticomunismo, in Russia come nel mondo: “Il partito trasformò la proclamata dittatura ‘del’ proletariato nella propria dittatura ‘sul’ proletariato.

Mondolfo scriverà nel 1956 che le proprie dimostrazioni dei tragici errori del leninismo e dello stalinismo “oggi possono apparire profetiche: anche se allora suscitarono l’opposizione di Gramsci, il quale irrideva alla ‘pedanteria professorale e pantofolaia che pretendeva di fissare limiti alla rivoluzione’. In realtà il partito schiacciava ogni opposizione e poi usava il potere dello Stato per realizzare un programma “che era proprio di esso partito, ma non corrispondeva affatto alle concezioni ed aspirazioni delle masse. Esse sapevano bene che non sarebbero state le beneficiarie della rivoluzione”.

Per Mondolfo il sistema trionfatore nel 1917 “conduce inevitabilmente all’assolutismo. Sia che si verifichi una dittatura collegiale, sia che le si sovrapponga una dittatura personale, non c’è differenza per le masse. La differenza sarà solo per la ristretta cerchia dei dirigenti, che nella dittatura personale sono più esposte alla minaccia delle purghe e delle soppressioni violente”. E’ noto, aggiungiamo noi, che Stalin mise a morte tutti i grandi compagni di Lenin nella Rivoluzione d’Ottobre.

Da Mondolfo e dalle gilde di Maeztu
una ben altra prospettiva comunitaria

Fosse vivo, Mondolfo deriverebbe dall’odierna condizione precomatosa dell’ipercapitalismo l’imperativo di definire un’idea di socialità aggiornata al XXI secolo. Essa non potrebbe che contrapporsi a tutte le formule di comunismo. E non potrebbe che contrapporsi a tutte le esperienze socialiste e socialdemocratiche, tanti sono i rovesci e la corruzione sia del socialismo europeo, sia di quello terzomondista; e tanto disonorevoli sono le rese al capitalismo, al burocratismo e all’atlantismo del Labour e delle socialdemocrazie nordeuropee. Non potrebbe che accertare la nullità, a volte persino nocività, di ogni proposta dell’odierno sinistrismo ‘alternativo’: rivoluzione dei diritti, difesa delle devianze, iperlaicismo, nozze in deroga, eccetera.

Se i pochi, pochissimi produttori di idee grandi alla Mondolfo non inventeranno qualcosa di nuovo, venuto da un futuro che solo i profeti vedono, che altro fare se non cercare nel passato ciò che appaia promettente, anche in quanto già verificato nella realtà? Non è sbagliato tralasciare le intuizioni e le esperienze passate di uomini come noi, non meno creativi di noi?

Le più importanti delle formule storiche di aggregazione e solidarismo furono gli ordini religiosi, le congregazioni monastiche e simili. Esistono tuttora, ne nascono alcuni nuovi; però esigono il forte collegamento ad un credo, nonché la rinuncia personale a vari aspetti dell’esistenza. Conquiste massime del monachesimo restano la vita in comune, la disciplina, l’uguaglianza, il ripudio degli imperativi dell’individualismo e dell’edonismo. Tuttavia riprodurre oggi fuori del contesto religioso le categorie del monachesimo è quasi impossibile. Non così altre formule di comunitarismo.

Nel medio Ottocento britannico nacque ed ebbe uno sviluppo non irrisorio il Guild Socialism, una formula di collettivismo alternativo a quella marxista. Col nuovo secolo fu superata dal Fabianesimo, poi divenuto il Labour. Quando l’anglo-spagnolo Ramiro de Maeztu -secondo M.Fraga Iribarne (in quanto studioso cattedratico, non in quanto politico) Maeztu fu il maggiore pensatore spagnolo della prima metà del Novecento- si fece aggiornatore teorico del Guild Socialism, gli conferì contenuti moderni. Caratterizzò il Guild Socialism nel senso di un corporativismo non autoritario, ben distinto da quello fascista (v. in ‘Internauta’ di luglio 2011 lo scritto di Fraga Iribarne su Maetzu).

Alle sue origini ottocentesche il Guild Socialism si rifaceva alla lunga esperienza medievale delle ‘gilde’. Saldate dall’affiliazione religiosa, le gilde erano confraternite laiche di solidarietà, condivisione e mutuo soccorso tra persone che svolgevano attività affini; si affermarono non poco, soprattutto in Germania Francia Inghilterra, e giunsero a togliere prerogative pubbliche ad altri poteri ed istituzioni.

Se recuperassimo gli spunti principali del Guild Socialism quali attualizzati da Ramiro de Maeztu, perverremmo a svilupparli in un progetto alternativo ai socialismi falliti. Le Nuove Gilde susciterebbero valori comunitari ed esperienze solidaristiche innovative che ricaccerebbero i precetti dell’individualismo. Antagonizzerebbero il culto del denaro, del benessere, della proprietà individuale. Le Nuove Gilde aggregherebbero laici liberamente disposti a mettere in comunità aspetti più o meno importanti dell’esistenza: vari gradi di convivenza, di comproprietà, di lavoro e impresa, il tutto in chiara contrapposizione a molti dei dettami che ci opprimono da millenni: consumismo e arricchimento individuale prima di tutto. Inizialmente le gilde attrarrebbe solo minoranze elitarie, ma darebbero l’esempio.

Il comunitarismo egualitario, variamente articolato, delle gilde andrebbe premiato da importanti sgravi fiscali, a compenso della rinuncia più o meno larga al perseguimento della prosperità individuale. Queste ed altre provvidenze si aggiungerebbero alle economie di scala del vivere e intraprendere in comune. Come le Arti dell’età comunale (ma esse esistevano, anzi erano obbligatorie, nel Tardo Impero romano), come le altre corporazioni, gilde e hanse del Nord Europa, come i kibbuz, come le nostre cooperative, le Nuove Gilde svolgerebbero attività economiche, sempre in spirito mutualistico. In questo senso i membri giovani troverebbero più facile inserirsi nel mondo del lavoro.

Probabilmente il comunitarismo delle gilde (come quello di matrice diversa) sarà una delle risposte ai dilemmi gravi della decrescita. La decrescita, più o meno ‘felice’, è una necessità contro la disumanizzazione e l’imbruttimento dell’esistenza. Ma essa sarà inscindibile dalla gemella disoccupazione. Il solidarismo delle gilde ripartirebbe al loro interno lo sforzo di soccorrere i disoccupati, a volte di dar loro lavoro. Oggi i disoccupati nei paesi dell’Ocse sono 44 milioni; aumenteranno, prima di tutto tra i laureati.

Ovviamente le Nuove Gilde, cellule di una società più fresca, parzialmente affrancata dal capitalismo/consumismo, sarebbero anche protagoniste in prima fila di un epocale passaggio dal sindacato e dallo sciopero alla cogestione: niente di più cogestito di una gilda. Il sindacato stesso è destinato, anche dal dissesto del capitalismo, a trasformarsi in agente della cogestione. La società dell’avvenire prossimo dovrà organizzarsi attorno alla partecipazione dei lavoratori ai profitti e alle perdite delle aziende; e nessuna partecipazione sarebbe più avanzata di quella realizzantesi nella gilda, larga come una Hansa nordgermanica o minima come una comunità di pochi individui o famiglie.

Antonio Massimo Calderazzi

RAMIRO DE MAEZTU, PROFETA DEL NOSTRO DOMANI

Quasi ai piedi di Cristo il turbocapitalismo delle Borse e quello dei capannoni. Morte tutte le formule di socialismo e di comunismo. Mai come oggi è stato il tempo di riscoprire le idee grosse che nel passato non ebbero fortuna, e  invece sono il futuro. Prima tra tutte il Guild Socialism, o neocorporativismo antiautoritario, di Maeztu.

Maeztu è senza dubbio l’intelligenza più costruttiva tra quante la Spagna produsse nella prima metà del Novecento”.  Manuel Fraga Iribarne –  il  principale tra i liberalizzatori del regime,  preconizzato successore di Franco, ma anche importante cattedratico- traccia il profilo di uno spagnolo ‘fiorito’ a Londra come Karl Popper. Affermatosi all’inizio come liberale crociano, Maeztu divenne in Gran Bretagna la guida del movimento del Guild Socialism’, avviato da una rivista finanziata da G.B.Shaw. Nel momento di massima forza dell’impero britannico Maeztu ammonì che esso ‘moriva’ per eccesso di conservatorismo e per ‘orrore del pensare’.

Soprattutto de Maeztu intuì che il capitalismo plutocratico puro e il socialismo collettivistico non avevano futuro. Propose una via mediana basata sul coinvolgimento e sulla responsabilità dei lavoratori ( Germania docet- N.d.R.) in un quadro vigorosamente etico, senza illusioni consumistiche. Se in Gran Bretagna la vittoria politica fu del Labour, il tempo, conclude Fraga Iribarne, ha dato ragione a Maeztu. Logicamente questo intellettuale tra i più animosi di tutti fu tra i primi a cadere davanti ai plotoni d’esecuzione della Guerra Civile.

Ramiro de Maeztu cresce in quella Bilbao che alla fine dell’Ottocento è un polo di modernizzazione. Dalla madre inglese riceve influenze britanniche e protestanti. Quando arriva a Madrid diventa subito uno degli uomini più rappresentativi di quella ‘generazione del 1898′ che è la risposta autentica della Spagna alle umiliazioni di Cuba, alla disfatta per mano statunitense. A Londra, dove rimane quindici anni, entra in contatto con H.G.Wells, G.B.Shaw e gli altri della Fabian Society, con teologi, col principe Kropotkin attorno al quale volge un secolo di pensiero letterario. Un legame speciale nasce col movimento dei grandi cattolici Chesterton, Belloc e Baring. Come vedremo, il rapporto si farà intenso col gruppo della rivista “New Age”.  Maeztu ammira la capacità britannica di mettere ordine nelle cose umane, un ordine beninteso relativo e dunque flessibile. Lo impressiona la profonda eticità della vicenda sociale, così come l’attitudine del legislatore a migliorare con formule semplici la condizione degli umili.

Ma proprio il fatto d’andare a fondo dei problemi impedisce al Nostro di diventare quel che si dice un anglofilo. Vede il paese materno poco incline a pensare e troppo rispettoso dell’Establishment. Conclude che “il governo è caduto nelle mani di un’oligarchia plutocratica, indifferente ad  ogni ideale che non sia la conservazione del potere”. E’ il momento in cui Maeztu cessa d’essere liberale e di cercare nel liberalismo la spiegazione della superiorità anglosassone. Nel 1912 scriverà: ” In questi giorni sono definitivamente morti niente meno che il liberalismo e l’empirismo, i due grandi principi dell’Inghilterra moderna”. Maeztu punta a quel ‘libero socialismo’ che è il suo aspetto più interessante; egli non rinuncerà mai all’ideale della giustizia sociale. Un suo articolo su ‘ABC’ il 9 luglio 1936 rimprovererà alla destra spagnola di restare paralizzata dallo spirito classista e da un conservatorismo ingeneroso.

Nel decennio più significativo della vita Maeztu fa una scelta fondamentale. Al di là del liberalismo ‘nichilista’ (cioè povero di soluzioni per le società moderne), al di là del socialismo burocratico e dittatoriale, Maeztu cerca con impegno un’altra cosa. La trova in un gruppo intellettuale britannico del quale diventerà capo e maestro: il movimento conosciuto come ‘guild socialism’ o socialsindacalismo. Si esprime nella rivista “New Age”, sorta nel 1907 con un capitale per metà sottoscritto da George Bernard Shaw. E’ il foglio di sinistra per eccellenza, però respinge i facili dogmatismi e si stacca dal laburismo ufficiale, che va diventando collettivista e burocratico, per elaborare la teoria del socialsindacalismo. Il circolo di “New Age” è profondamente religioso, lontano dunque dal positivismo spenceriano e dal materialismo dialettico. I termini puramente economico-sociali del problema politico confluiscono in una concezione più generale dell’uomo e della cultura.

Gli uomini di “New  Age” respingevano la filosofia individualista, nonché il Rinascimento, la Riforma e l’Illuminismo, antecessori del liberalismo. Ma da tale ripudio non traevano conseguenze reazionarie: troppo intelligenti per proporre restaurazioni impossibili. Avevano sì guardato al Medioevo, alle sue corporazioni come alla sua temperie, ma per imparare a costruire il mondo contemporaneo. Ripudiato il socialismo di Stato e naturalmente il marxismo, svilupparono la concezione di una società organica, pluralista, funzionalista, giusta. Il loro ‘guild socialism’ era contro il liberalismo e contro il progressismo, ma al tempo stesso era pluralista e antiautoritario. Un anticapitalismo, inoltre, che era critica di una società basata sul puro potere del denaro; ricerca di forme più giuste di distribuzione della ricchezza (in quegli anni Belloc e Chesterton parlano di ‘distributismo’ come alternativa al capitalismo e al marxismo) e un funzionalismo, o ‘principio funzionale’, per il quale a ciascun individuo o organizzazione si deve dare libertà e autorità in proporzione al contributo che dà al tutto sociale.

Il socialsindacalismo voleva dare ai lavoratori non solo più condivisione della ricchezza, ma più partecipazione e più responsabilità. La vittoria politica andò ai Fabiani cioè agli ispiratori del Labour, ma la vittoria intellettuale spetta ai Guild Socialists, perché il tempo ha dato ragione a loro: il socialismo di Stato non ha risolto i problemi sociali e il sindacalismo tradizionale, agendo senza responsabilità, sta distruggendo in molti paesi l’ordine economico, sociale e giuridico. I Guild Socialists, che raggiunsero il massimo di influenza negli anni 1915-18, proponevano un socialismo più umano e meno collettivista. Insistevano sulla partecipazione dei sindacati alla gestione dell’impresa. Desideravano un’autentica decentralizzazione sociale, l’allegria del lavoro, la partecipazione.

Nel movimento Ramiro de Maeztu fu l’uomo che si impegnò su una formulazione generale, su una sintesi organica. Lo riconoscono tutti gli studiosi del Guild Socialism. La sua dottrina  politico-sociale è una delle  piu complete e interessanti del secolo. Senza dubbio in quegli anni il mondo spagnolo non ne esprime una migliore. E’ innegabile la sua superiorità su quanto produssero in Inghilterra sia i liberali, sia i socialisti. Le cose hanno dimostrato che Maeztu ha ragione quando sostiene che né il liberalismo, né il marxismo  risolvono i problemi delle società moderne. Per esempio, “non c’è alcuna ragione perché il capo di una grande industria o banca debba essere particolarmente ricco. Deve ricevere denaro per le necessità dell’impresa, non per i vestiti della moglie o per i vizi dei figli”.

Piuttosto che di libertà, il Nostro preferisce parlare di partecipazione al governo. “E’ il concetto romano, non quello liberale, della libertà”. Altrove sostiene che sono importanti ‘istituzioni che obbligano a pensare’, più che il mero diritto di pensare. Detto questo, Maeztu è fautore aperto dell’organizzazione democratica. All’obiezione che è il regime dell’incompetenza risponde che “gli uomini non impareranno mai a governarsi se non avranno l’occasione di farlo, di sbagliare e di correggersi”; e poi “la competenza non è collegata ad alcuna forma specifica di governo”. Per Maeztu sono storicamente falliti sia il principio autoritario, sia quello liberale: “Russia e Spagna sono esempi di ciò che costa il primo; i paesi anglosassoni, delle carenze del secondo”.

E’ fondamentale la questione della proprietà del capitale: “E’ male che gli strumenti di produzione siano monopolio dei proprietari. La maggior parte dei lavoratori dovrebbero partecipare alla proprietà”. Ma naturalmente Maeztu respinge il socialismo di Stato. In definitiva mira ad una società libera dal potere corruttore del denaro, cioè sottoposta al controllo sociale. La vuole austera, persino spartana, perché non crede al mito della ricchezza per tutti. (“la povertà del povero sparirà solo con la ricchezza del ricco: sono la stessa cosa”). Non crede che la riforma generale possa venire senza il conflitto. Se ritiene indispensabile un sistema di socialismo neocorporativo è in quanto “non si è inventato altro mezzo per ottenere che il lavoro cessi d’essere una mercanzia a disposizione dei ricchi, e per consentire ai lavoratori una partecipazione al governo della produzione”. L’essenza del suo congegno è “l’unificazione di capitale, direzione e lavoro nella gestione dell’impresa”. Il libro che enuncia queste idee, “La crisi del Humanismo” è uno dei saggi più importanti del nostro secolo sui problemi di una vera democrazia e di un socialismo umano,

Quando torna in Spagna Maeztu mantiene totale coerenza coi suoi principi. In piena dittatura del generale Primo de Rivera si professa ‘uomo di centro’, spiegando in un famoso articolo del 1924 che sia negli uomini di destra, sia in quelli di sinistra “metà dell’anima è addormentata”. Abbastanza presto lascia il paese per fare l’ambasciatore in Argentina. Nel 1933 si dichiara ‘non fascista e ‘internazionalista’; respinge Mussolini e Hitler. Insiste fino all’ultimo nell’auspicare un movimento politico in cui destra e sinistra si risolvano.

Manuel Fraga Iribarne

Chiosa

Chi edificherà la Quarta Repubblica -la Terza, degenerazione delle Prime Due, si decompone già- dovrebbe fare suoi, uno per uno, tutti i punti del neocorporativismo di Maeztu: l’odio all’oligarchia conservatrice, il distacco finale dal liberalismo ‘nichilista’ e dal progressismo inconcludente e truffaldino, la negazione del consuetudinario omaggio al Rinascimento e all’Illuminismo laicista. In un altro angolo di INTERNAUTA (“Presente amaro”) uno di noi propone, vista la vacuità del presente, di tornare ad alcune idee-forza del passato. Ramiro de Maeztu ne addita alcune, con ben altra autorità e forza profetica.

Oggi che si considerano ipotizzabili la bancarotta degli Stati Uniti e il crollo della capacità competitiva delle economie occidentali; oggi che non si vedono rimedi al baratro tra ricchi e poveri, alle retribuzioni forsennate degli alti manager, alle ruberie dei politici e a cento altre patologie, le formule enunciate un secolo fa da Maeztu promettono la resurrezione della socialità nei termini del III millennio. Perché la promettono?

Perché tolgono l’appalto della giustizia sociale alle sinistre disoneste e buone a niente e obbligano i cittadini qualificati ‘a pensare e a governare’.

A.M.C.

 

ZAPATERO E AZANA: LA STORIA SI É RIPETUTA

Non so quale delle sue scelte strategiche ha rovinato di più Zapatero. So che sono state le stesse scelte di Manuel Azana: la storia si è ripetuta in modo impressionante. F.D.Roosevelt applicò lo stesso metodo di Woodrow Wilson per fondare l’impero planetario degli Stati Uniti: una guerra mondiale. L’Allievo incassò risultati migliori del Maestro; quasi certamente Zapatero sarà meno sventurato di Azana. L’errore capitale dello statista spagnolo degli anni Trenta fu l’ossessione liberal-radicale e l’anticlericalismo, con la conseguente cecità alla questione sociale: cioè alla miseria dei proletari, grave ma tollerabile nelle città, disperata nelle campagne.

Nel 1931, al nascere della Repubblica di Spagna -era la Seconda, ma la Prima (1873-75) abortì subito- Azana fu l’astro della politica nazionale, un prodigio di bravura: un paio di discorsi e passò da letterato con pochi lettori a leader del primo rango. Restò un prodigio fin quando credette di trasfigurarsi da capo del governo a presidente della repubblica (al suo posto mise un carneade). Qualche mese dopo scoppiò la Guerra civile e da quel momento Azana non contò più niente; fu un Re Travicello. Al crollo della Repubblica finì rifugiato in Francia, confuso nella massa dei fuggiaschi e degli sconfitti. Al posto di frontiera dovette presentarsi a piedi e non nella Hispano-Suiza presidenziale. Il più fallito tra gli statisti.

Azana sapeva, non per essersi impegnato sul problema ma perché tutti sapevano, che in Andalusia, in Estremadura, nella Castiglia-La Mancia le famiglie dei braccianti non mangiavano tutto l’anno, solo un numero più o meno alto di mesi. Per il resto digiunavano. La terra appartenendo quasi tutta ai latifondisti – e il solo Welfare essendo quello che era riuscito a varare negli anni Venti il dittatore filosocialista Miguel Primo de Rivera (odiato e poi abbattuto dai reazionari)- la condizione dei contadini poveri era disumana. Ma Azana, padre azionista cioè liberal-radicale della Repubblica, era solo proteso ad ammodernare il vecchio ordine, a far trionfare il laicismo, a gratificare una borghesia urbana rafforzata rispetto ai notabili liberali e monarchici. Non aprì mai la lotta contro l’ingiustizia sociale.

Di conseguenza, prima della congiura dei generali (luglio 1936), le contestazioni contro l’ordine repubblicano vennero soprattutto da sinistra: dalle lotte anarchiche nelle campagne e dai minatori delle Asturie. A Casas Viejas lo scontro a fuoco tra una famiglia di miserabili e la Guardia Civil fece 20 morti. Per schiacciare la rivoluzione asturiana (5-18 ottobre 1934) Madrid mandò il generale Francisco Franco con 20 mila uomini, e Franco utilizzò l’artiglieria. Decine di migliaia di rivoltosi furono processati dai tribunali militari, migliaia furono condannati. Nei primi giorni del conato asturiano 34 sacerdoti furono assassinati e 58 chiese incendiate. 1100 rivoltosi caddero o furono passati per le armi. Le truppe persero 300 uomini.

La Repubblica tentò di fare una riforma agraria, ma non seppe vincere la resistenza dei latifondisti (come non aveva saputo Primo de Rivera, membro dissidente dell’alta nobiltà agraria e amico del popolo). Nel 1932, quando fu combattuta la battaglia parlamentare su una legge che attenuasse la ferocia nei confronti dei braccianti (“la màs esperada de todas las reformas”), Manuel Azana non vi prese alcuna parte. Leggiamo in proposito il racconto di uno degli storici più accreditati del periodo, Juliàn Casanova cattedratico a Saragozza:

Dos anos y medio después de la proclamaciòn de la Repùblica, solamente habian cambiado de manos 45.000 hectàreas, en beneficio de unos 6.000 o 7.000 campesinos. Manuel Azana no partecipò en la elaboraciòn del proyecto, no intervino en los debates en las Cortes y nunca prestò a ese tema, ni a la situaciòn del campesinado sin terra, la atenciòn que dedicò a otros temas. Esa falta de interés profundo por la reforma agraria, que se extendia a casi todos los (politicos) republicanos, incluido el Ministro de Agricoltura, dificultò la aplicaciòn de la ley de septiembre 1932. Se temia la resistencia de los proprietarios y los efectos de una autentica transformaciòn social en el campo (J.Casanova, Repùblica y guerra civil, Critica/Marcial Pons, 2007, pp.32 e successive).

Al principale artefice della Repubblica il dramma dei senza terra, nonché quello alquanto meno terribile dei sottoproletari urbani, non interessava. Le priorità erano abbattere la Chiesa (quando cominciarono gli incendi di chiese e conventi Azana spiegò così l’ordine alle forze di polizia di non reprimere: “Preferisco che le chiese brucino piuttosto che si rompa la testa a un repubblicano”); espellere la religione e i religiosi dall’insegnamento; ‘triturar’ l’ambiente militare tradizionale; laicizzare le istituzioni e crearne di nuove che fossero poli di laicità; improntare il sistema a modelli liberal-radicali e repubblicani. Il tutto nel pieno rispetto dei diritti della proprietà e del denaro, giudicati ben più assoluti del diritto a mangiare dei poveri.

Per la Repubblica la miseria delle plebi era problema non prioritario, anche perché le plebi di mezzo mondo soffrivano degli strascichi della Grande Depressione. Come risultato, il quinquennio repubblicano fu una successione di violenze, conati insurrezionali, scontri a fuoco tra sottoproletari e forze dell’ordine repubblicano.

Conosciamo la fine miserevole dello statista e dell’uomo Azana. Le circostanze saranno senza confronto più benigne con José Luis Rodriguez Zapatero. A fine maggio è sempre presidente del governo. Se la Repubblica non fosse stata uccisa, anche da Azana, Zapatero ne diverrebbe forse capo di Stato, come il suo malaugurato modello. Ma è certo che Zapatero, ottant’anni dopo, ha agito quasi esattamente come Azana: laicità e anticlericalismo; diritti dei ‘diversi’ invece che delle maggioranze e del nuovo proletariato (precari, immigrati, ceti non protetti); quasi nessun avanzamento della socialità sostanziale; quasi nessun contrasto agli eccessi ipercapitalistici.

A. M. Calderazzi

SPAGNA: Piazze antisistema

E’ presto, forse, per vedere la madrilena Puerta del Sol, nera di giovani, altrettanto insurrezionale quanto le piazze della rivoluzione araba. Anche se Felipe Gonzales, il padre nobile della partitocrazia all’italiana, a lungo capo del governo e dunque massimo bersaglio dell’antipolitica, ha commentato che il fenomeno “sigue la estela” delle rivolte del mondo arabo (così come i Re Magi seguirono la Stella per raggiungere Betlemme). Nel capire e persino elogiare l’ammutinamento cominciato il 15 maggio Felipe fa l’elder statesman. Legittima, o mostra di legittimare, l’ammutinamento: “Dicono che votare non vale niente” “Reclamano una cittadinanza permanente e non solo ‘de voto’. E’ sensazionale che i politici importanti hanno accuratamente evitato di attaccare i manifestanti (a parte Mariano Rajoy. capo dell’opposizione conservatrice, il quale ha borbottato: ”lo facil es criticar a los politicos”). Il presidente Zapatero è stato pieno di rispetto per gli Indignati. Esperanza Aguirre ha additato il significato antisistema degli avvenimenti nelle piazze delle grandi città. Inaki Gubilondo ha deplorato il ‘narcisismo dei partiti” e affermato che dovranno rifondarsi.

E’ presto, dicevamo, per presagire grosse svolte. Non è presto, invece, per constatare che gli Indignati spagnoli hanno precorso in inventiva i coetanei italiani, i quali finora hanno solo trasferito voti dai partiti tradizionali a un partito potenziale, restando ostaggi della malapolitica. I gridi di battaglia spagnoli sono più netti: NO LES VOTES, Un politico vale l’altro, La democrazia deve essere reale e non consistere nelle elezioni.

Finito il franchismo, la Spagna imboccò in spirito d’imitazione la via della combutta all’italiana, vituperevole all’estremo soprattutto in quanto fatta per degenerare in corruzione sistemica. Oggi Puerta del Sol è una rettifica, un inizio di redenzione.

Gli italiani, che nei millenni inventarono tante formule di civiltà, non sono stati all’altezza del loro passato. I nostri giovani non si sono ancora spinti oltre posizioni vagamente trasgressive, mai eticamente superiori alle trasgressioni di Arcore e Montecarlo. Invece i giovani spagnoli sembrano avventurarsi in territori inesplorati, col coraggio che fece grandi gli avventurieri delle conquiste, partiti soprattutto dall’Estremadura. Il territorio della nuova Conquista è, a lume di logica (ma lo affermano implicitamente i rivoltosi), quello della democrazia diretta e non delegata; della politica senza politici di professione e senza partiti e massonerie di potere.

Non è affatto da escludere che il movimento perda slancio, tanto potente è la forza d’inerzia e tanto trepida non può non essere la vocazione rivoluzionaria in un paese che combattè la più aspra e la più nobile delle guerre civili.  E’ acquisita ad ogni modo l’audacia concettuale di rifiutare finalmente l’impostura elettorale. Forse i giovani di Puerta del Sol inventeranno o almeno cercheranno un congegno di democrazia diretta che abbia senso nel XXI  secolo. Forse sarà affine al congegno neo-ateniese e randomcratico che alcuni di noi di “Internauta” proponiamo con convinzione assoluta. Più appare un’ubbia, più futuro ha.

A:M:Calderazzi



QUANDO NACQUE LA SPAGNA MODERNA

La Spagna di oggi, confrontata con quella della tradizione, è una delle società economiche più avanzate. Ai tempi più alti della grandezza, sotto Carlo V, le carestie erano frequenti al punto che si verificavano casi di cannibalismo. Alla fine dell’Ottocento i pensatori del Rigenerazionismo, spiritualmente tramortiti dalla catastrofe del 1898 (disfatta nella guerra con gli Stati Uniti, perdita di quasi tutto l’impero) erano arrivati a pensare la Spagna come un paese africano (“l’Africa comincia ai Pirenei”), condannato alla miseria, negato all’operosità e all’efficienza economica, digiuno di tecnologia, intimamente incapace di rientrare in quel contesto europeo che nel passato aveva condiviso e in parte dominato.

Il paese lacero di 113 anni fa è oggi, a parte le vicissitudini della fase più recente, più o meno prospero come l’Italia. Se il nostro Nord è la macroregione più ricca d’Europa, la Spagna ha comparti produttivi ben più diffusi di un tempo, quando la ricchezza si produceva solo a Barcellona e a Bilbao. La Spagna è stata vicina a superarci, e qua e là raggiunge traguardi che per noi sono ancora ardui. Se da noi tanti operai hanno il garage, in Spagna pure.

Quali forze, quando, hanno prodotto questa mutazione e quasi palingenesi? Si usa rispondere: la fine del franchismo, l’aiuto americano, l’Europa, l’accelerazione economica del mondo intero. E si sbaglia, in qualche misura. Il riscatto da una continuità arretrata che sembrava condannare per sempre la Spagna cominciò un ventennio prima che Franco morisse: allorquando si cominciò a dire che, pur sempre sotto il Caudillo, erano andati al potere i tecnocrati; che avevano soppiantato la vecchia guardia militare e, diciamo così, ‘falangista’. La prosperità cominciò sì a delinearsi con gli aiuti americani e col turismo di massa, ma anche con lo sviluppo di politiche economiche e sociali avviate negli anni Venti, nei sette anni di dittatura di Miguel Primo de Rivera. Infatti per quei sette anni gli storici parlano di ‘modernizzazione autoritaria’.

La Spagna della monarchia liberale aveva preso a raccogliere i frutti della sacrosanta decisione di non partecipare alla Grande Guerra. La neutralità aveva giovato alle produzioni nazionali. Agli inizi degli anni Venti l’accelerazione produttiva si era delineata, i livelli medi di reddito avevano cominciato a salire. Però i rovesci della guerra coloniale nel Marocco avevano esasperato il conflitto sociale di fondo. La condizione dei lavoratori delle manifatture e dei servizi, cioè delle plebi urbane, migliorava lentamente. Tuttavia il proletariato rurale, misero e specificamente sottoalimentato, aveva recepito la predicazione ribellistica dell’anarchismo, caso unico al mondo, e questo contribuiva ad acuire con gli scioperi politici e con gli atti di violenza lo scontro urbano. I conflitti di lavoro avevano preso la piega dell’insurrezione: nel 1922, quattrocentoventinove scioperi politici. Ventidue i morti nello sciopero generale dei trasporti del maggio-giugno 1923.

La Dittatura di Primo de Rivera smentì le aspettative di quanti si attendevano la pura e semplice repressione della rivolta proletaria. Il generale dittatore deviò bruscamente le linee egoistiche e conservatrici del regime liberal-costituzionale. Impostò una correzione corporativa, intrinsecamente filo-popolare, solo in parte importata dall’Italia di Mussolini: non solo moltiplicò gli interventi pubblici nell’economia, che creavano occupazione ma impose la composizione dei conflitti di lavoro attraverso organismi d’arbitrato obbligatorio nei quali i lavoratori erano per la prima volta fatti concretamente uguali agli imprenditori. I sindacati socialisti furono rafforzati invece che sciolti.

Dopo sei-sette anni di sperimentazioni spesso improvvisate quindi disordinate, e di spesa pubblica resa eccessiva dalle spinte paternalistiche, qualche volta demagogiche, il paese fu raggiunto dalle ripercussioni (pur meno gravi che in paesi industrializzati quali Gran Bretagna e Germania) della Grande Depressione americana. Così le azioni positive mosse da Primo de Rivera e dai suoi giovani luogotenenti civili -José Calvo Sotelo, superministro economico, e Eduardo Aunòs ministro del Lavoro e progettista della riforma corporativa- si fermarono. Il consenso soverchiante del paese nei primi anni della modernizzazione filoproletaria scemò per la crisi congiunturale.

La classe lavoratrice guidata dallo storico Partito Socialista, che aveva accettato di allearsi al regime Primo de Rivera, manteneva l’appoggio al Dittatore che aveva parteggiato per i poveri. Ma l’opposizione dei ceti benestanti, degli imprenditori, degli intellettuali liberal-azionisti e degli studenti universitari si fece accanita. Lungi dall’asserragliarsi al potere sotto la protezione dei militari (che gli restavano fedeli) Primo de Rivera si ritirò volontariamente e subito. L’anno dopo la monarchia morì: de Rivera l’aveva costretta a volgersi verso il popolo, ma i tempi esigevano discontinuità.

La Repubblica che nacque in insolita armonia tra i partiti (ma la ‘allegria’ che sembrò levarsi era solo degli studenti e degli attivisti radical-libertari) cominciò a morire poche settimane dopo: mobilitazioni, lotte, scioperi politici, incendi di chiese e di conventi, i primi conati insurrezionali della sinistra e degli anarchici. Nel 1934 i minatori delle Asturie si rivoltarono contro la Repubblica, due anni prima del generale Mola e dei suoi sodali, uno dei quali- Francisco Franco- aveva represso coll’artiglieria l’insurrezione asturiana per conto del governo di Madrid. La Repubblica, inizialmente non rossa ma ‘azionista’ e anticlericale, crollerà per non aver dato la terra ai contadini e per avere offerto agli altri proletari quasi solo sventolio di bandiere, parole d’ordine, più insegnanti che erano anche propagandisti repubblicani, ma ben poca socialità concreta oltre quanta ne avesse avviato la Dittatura.

Lo Stato moderno fatto soprattutto di dirigismo, produttivismo e Welfare non risale al quinquennio repubblicano (1931-36) e alla mobilitazione di guerra guidata dai comunisti, bensì alla scelta filosocialista, alle provvidenze e opere pubbliche di Primo de Rivera: non solo strade e ferrovie, anche case popolari e incremento dei diritti dei proletari. Dopo la vittoria il franchismo, pur configurandosi vendicatore delle persecuzioni subite dal clero, dai latifondisti e dai banchieri, riprese gli indirizzi livellatori di Primo e di Aunòs, spogliando quegli indirizzi dei lineamenti fascistoidi del corporativismo. Le pensioni e la sanità pubblica, oggi pari a quelle italiane, cominciarono con Primo e proseguirono con Franco. Guadagnato l’appoggio degli Stati Uniti (e dunque passato il pericolo che veniva dalle plutodemocrazie occidentali) il regime di Franco portò avanti l’interclassismo di de Rivera e recepì gradualmente le linee di democrazia economica, amicbe del mercato, comuni a tutte le società occidentali. Il miracolo economico spagnolo cominciò pienamente alla fine degli anni Cinquanta.

L’interventismo economico franchista, derivato come sappiamo dal settennio della Dittatura, si era rafforzato durante la guerra civile. Nel 1937 sorge il Servizio nazionale dei cereali, tre anni dopo vengono nazionalizzate le ferrovie, nel 1941 la telefonia. Quello stesso anno sorge l’Iri spagnolo (Ini, Instituto nacional de industria). Dopo d’allora si allargano le partecipazioni pubbliche. La disoccupazione si riduce ai minimi storici.

Si aggiunga, come fattore decisivo, il crescere del potere sindacale inaugurato da Primo de Rivera, animoso e persino temerario regista della lotta alla disoccupazione, delle assicurazioni sociali cominciando dalle pensioni, dell’assistenza sanitaria, delle provvidenze alle famiglie. Il Dittatore istituì di fatto anche la rigidità del mercato del lavoro, non sempre benefica: la franchista Ley de Contrato de Trabajo del 1944 rese molto difficile, o se si vuole costoso, licenziare un lavoratore. L’assetto moderno della produzione e dei rapporti tra le classi risale a Primo e a Franco, non a Felipe Gonzales e a Rodriguez Zapatero.

Il desarrollo, l’accelerazione dello sviluppo, risale alla fase 1948-57. Alla fine di quel decennio le provvidenze di matrice social-autoritaria si accentuano al punto che, come lamentarono gli avversari di destra, todos aspiran a vivir a expensas de todos los demas (di tutti gli altri). E così, in qualche misura, avvenne.

Come ha scritto il noto economista Juan Velarde Fuentes, la linea generale a partire dal primo dopoguerra è stata dominata dagli interventi pubblici; da un nazionalismo economico che ‘ampliava il protezionismo’; dalle componenti corporative; e soprattutto dal “populismo social, obsesionado por el mantenimiento dell’empleo através de rigideces (rigidità) continuas del mercado de trabajo”.

In conclusione. La struttura economica e sociale della Spagna d’oggi, così simile a quella italiana, è il prodotto di forze aggregatesi a partire dagli anni Venti e dal franchismo, quest’ultimo operante già nel 1936 nelle province sottratte alla Repubblica. Solo nel 1959, già cominciati il miracolo e il benessere diffuso, un Piano di stabilizzazione aprì una fase di rettifiche liberiste, consonanti coll’integrazione nell’Europa. Primo de Rivera, forse, vi avrebbe riluttato.

AMC

GENERALE DITTATORE FILOSOCIALISTA

Dal saggio di un accademico americano, Colin M.Winston, titolo della traduzione spagnola La clase trabajadora y la derecha en Espana 19OO-36, trascrivo o riassumo i due capitoli dedicati alla politica del lavoro della Dittatura di Miguel Primo de Rivera. Si rileva che il golpe del 13 settembre 1923 “non fu una versione iberica della Marcia su Roma, bensì il classico pronunciamiento spagnolo. Primo de Rivera non evocò Mussolini ma il generale ottocentesco Prim e Joaquin Costa, lo scrittore che aveva invocato un ‘chirurgo di ferro’ perché la Spagna si salvasse. Il pronunciamiento fu il risultato della confluenza di una serie di crisi tra loro legate. I partiti liberali e conservatori avevano funzionato bene nell’assetto corrotto e semioligarchico di fine secolo XIX, ma erano incapaci di adattarsi al carattere più fluido e più democratico del sistema politico evolutosi a partire dal 1900. Nella Spagna del 1923 le Cortes immerse nel caoas e i politici che vi agivano avevano perso qualsiasi prestigio. L’odio viscerale di Primo de Rivera per i giochi del parlamentarismo e il disprezzo in cui teneva los politicastros gli valsero vasti consensi. Persino critici puntigliosi quali Ortega y Gasset si convinsero che il sistema era crollato, impossibilitato a riformarsi. Intellettuali come Ortega non tardarono a perdere le illusioni nella Dittatura, però l’adesione che le dettero all’inizio attesta a che punto era caduto il liberalismo”.

Il nuovo regime agì immediatamente per ristabilire la pace sociale. Il successo fu sorprendente: nel 1923 la Spagna aveva contato 819 attentati; l’anno dopo solo 18. La fase in cui lo scontro politico e sindacale si esprimeva in assassinii si chiuse col 1923. Fu soprattutto merito dell’applicazione rigorosa della legge marziale nei primi due anni del potere di Primo. A Madrid come a Barcellona l’autorità riuscì a disarticolare le formazioni anarchiche senza ricorso a metodi illegali. Rapinatori di banche e pistoleros furono passati per le armi. Le draconiane misure della settimana che seguì al colpo di Stato ebbero effetti immediati sul terrorismo. I pistoleros che non fuggirono si videro obbligati a guadagnarsi da vivere in altro modo. Sette anni di pace industriale imposta con la forza indussero le parti contrapposte a rinunziare alla violenza omicida. Lo sciopero generale proclamato il giorno dopo il golpe fu represso senza difficoltà dai militari.

Primo de Rivera non colpì tutti i sindacati. Il nemico era l’estremismo, non il sindacalismo. Nutriva una vera ammirazione per la centrale sindacale socialista UGT. Le dette un’assoluta libertà d’azione e una posizione privilegiata. La elogiava come una delle forze vitali della Spagna -l’altra era la formazione ufficiale Uniòn Patriotica. Nominò i suoi dirigenti in alcuni organismi pubblici. Invece non ci furono favori al sindacato cattolico, che si era subito dichiarato a favore del golpe.

Il regime Primo puntò a fondo sui comitati d’arbitrato che aveva istituito, composti alla pari di rappresentanti del padronato e dei lavoratori e, a partire dal 1926 coordinati nella importante Organizaciòn Corporativa Nacional, concepita e realizzata dal giovane ministro del Lavoro Eduardo Aunòs. I socialisti, considerati amici al punto che il Dittatore meditò di trasformarli in partito unico del regime, divennero egemoni della struttura nazionale di arbitrato che, liquidati in pratica i conflitti sindacali, componeva le controversie di lavoro.

La Dittatura riconobbe per la prima volta in Spagna la personalità collettiva del proletariato e i sindacati socialisti, guidati da Francisco Largo Caballero (futuro presidente del governo repubblicano, prima di Negrin, nella Guerra civile) cooperarono efficacemente alla creazione del nuovo ordine corporativo. I sindacati meno caratterizzati politicamente apprezzarono la liquidazione dei partiti e dell’elettoralismo, nel quale “todo se compra y se vende”. Vennero meno le differenze ideologiche tra regime e mondo del lavoro, egemonizzato dai socialisti col ribadito favore della Dittatura.

Il ministro del Lavoro Eduardo Aunòs si ispirava direttamente ai teorici del fascismo italiano: Ma altri statisti spegnoli avevano propugnato forme di corporativismo modernizzante, non necessariamente autoritario: sia l’ex primo ministro conservatore Antonio Maura sia Joaquìn Costa avevano formulato progetti per una ristrutturazione corporativa della realtà spagnola. Alcuni teorici anche stranieri hanno affermato a posteriori che il corporativismo non era propriamente importato dall’Italia; che anzi era una forma tipica di organizzazione sociale iberica. Si incontrano idee corporative in quasi tutte le correnti politiche della Spagna nel primo Novecento; finché assunsero la fisionomia di autentica terza via tra capitalismo liberale e collettivismo marxista o anarchico.

JJJ

FRAGA IRIBARNE: ALMENO IN GALIZIA TORNEREMO ALL’ AGORA’ DI ATENE

Una delle occasioni mancate da colui che apparve il maggiore dei governanti spagnoli, capace di succedere a Franco alla liquidazione del regime

Alla soglia del potere vero e di una grande opera di ricostruzione civile, Fraga Iribarne si impantanò: puntò sul recupero di una democrazia parlamentare che, fallita in pieno nel 1923, era stata agevolmente soppiantata dalla dittatura filosocialista di Miguel Primo de Rivera. Prima di commettere l’errore assoluto di una carriera brillante, Fraga era stato il migliore prodotto della meritocrazia spagnola. Appena laureato era risultato primo nei tre concorsi più ardui: cattedra universitaria, magistratura, uffici parlamentari. Presto il Caudillo lo volle nel governo, dove fu pioniere e regista della liberalizzazione del regime. Alla morte di Franco, il passo sbagliato: scelse di conformarsi a chi voleva il ritorno dei partiti e delle urne. Fondando una mediocre grossa formazione di centro-destra Fraga il fuoriclasse dimostrò di non avere un’idea forte e subito prese a declinare: prima vice presidente del governo invece che premier (sotto Arias Navarro), poi capo di un’opposizione impotente di fronte a Felipe Gonzales, poi , superato nel suo partito da Aznar, ripiegato a presidente della Galizia.

Nemmeno nella regione in cui era nato e che governò a lungo prima d’essere sconfitto dalle urne, Fraga fu all’altezza delle grandi cose cui era destinato. I giochi dell’oligarchia partitica, cui si era acconciato, furono più forti di lui. Pervenuto alla presidenza della Galizia aveva fatto un annuncio importante -‘prepariamoci alla democrazia elettronica’. Anche questa occasione fu mancata, naturalmente non solo per responsabilità sua. Pubblichiamo tale annuncio: venendo da un politologo che governava, sia pure a Santiago de Compostela invece che a Madrid , esso sembrò aprire una finestra sul futuro. Seguirono invece sommessi esperimenti, laddove occorreva demolire ed edificare ex novo.

La democrazia vera è un assetto politico nel quale sono i cittadini ad esercitare la sovranità. Partecipano alle decisioni muovendo da una completa informazione sugli affari della collettività. In questa prospettiva, cui stamo andando, si è aperta la discussione se abbiano ancora senso le analisi di Montesquieu e di Marx. L’infrastruttura tecnologica rappresentata dall’autostrada informatica rende possibile questa nuova democrazia.

La quale poi non è tanto nuova: in qualche modo è un ritorno alla democrazia ateniese, all’agorà, riprodotta nella dimensione diretta e immateriale del ciberspazio. Credo che il punto cruciale oggi non sia il conflitto tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Siamo invece nella transizione da una democrazia intermittente ad una continua (alcuni preferiscono definirla ‘interminabile’). Parlo di democrazia continua perché ora la gente può riunirsi ininterrottamente nel ciberspazio. La democrazia elettronica diverrà reale quando avanzerà la costruzione di quella che il giovane filosofo Javier Echeverria ha chiamato Telepolis.

Di questa democrazia elettronica si sono fatte le prime prove. Ci sono stati esperimenti di grande interesse, come nel Minnesota, dove si è creato un ‘foro elettronico di politica’ che per la prima volta ha introdotto un sistema interattivo nelle elezioni del governatore e dei senatori. Il regista di questa iniziativa, Steven Clift, prevede che il versante civico dell’autostrada informatica finirà col prevalere su quello commerciale, quello che ha permesso a Internet di crescere al ritmo esponenziale che sappiamo.

In Galizia ci accingiamo a sperimentare anche noi questa democrazia elettronica; come dice Clift, essa ‘esiste, è qui ed è inevitabile’. Tra poco appresteremo le condizioni pregiudiziali per questo avvio. Da una parte, un sistema informatico pubblico a costo di connessione zero o quasi zero; dall’altra uno spazio comunicativo non commerciale col quale rafforzare i legami sociali della comunità.

Ridimensionato da statista/creatore ad alto notabile, Fraga persevera nell’errore-continuità

Non si pensi che siamo alla fine della democrazia rappresentativa. I parlamenti, i governi, gli organi della rappresentanza politica non spariranno né saranno automaticamente sostituiti da una chiamata permanente dei cittadini alla “ciberpartecipazione”. L’impiego massiccio delle tecnologie della comunicazione permette ai cittadini di disporre di un’informazione trasparente, veritiera e completa. Senza tale informazione la democrazia autentica non è possibile: né convenzionale, né digitale. Mancando un accesso equo e illimitato all’infrastruttura dell’informazione, possiamo anche tornare all’agorà di Atene, però riproducendo le carenze della democrazia ateniese, alle cui assemblee partecipava solo la minoranza dei cittadini di diritto pieno.

M. Fraga Iribarne

I parlamenti e i governi non spariranno, dice Fraga ed ha ragione. Però non dovranno essere più composti di professionisti espressi dalle urne. L’esperienza di un paio di secoli ha accertato per sempre, dovunque nel mondo, che i vincitori delle urne sono i peggiori, i più ladri, i più opportunisti, tutti nemici dell’uomo (anche in Spagna, e perché no?). Quello che Fraga non dice è che tornare ad Atene, oggi nell’età digitale, non è tornare alle assemblee popolari, bensì al sorteggio -il sorteggio via maestra ateniese- per selezionare con oggettività random i più qualificati e dunque per cancellare il mestiere di carrierista politico a vita (=di oligarca camorrista e ladro).

JJJ

Sono gli Stati nazionali i colpevoli del silenzio della UE

Secondo una legge non scritta della politica internazionale, all’aumentare del numero dei negoziatori, aumenta il tempo necessario per prendere una decisione, e diminuisce la forza della decisione stessa.
Di fronte al deprimente balbettio dell’Unione europea riguardo all’onda rivoluzionaria che attraversa il Nord Africa, c’è da chiedersi se ventisette Stati membri di un unico soggetto di politica estera non siano troppi.

Come ovvio gli Stati dell’Unione si dividono tra chi ha interessi in un senso, chi nell’altro e chi non ne ha. Già sarebbe arduo mettere d’accordo, almeno in tempi utili, tre Stati collocati su queste diverse posizioni. Pensare di farlo con ventisette è utopia.

Allora non ha senso prendersela con l’Unione europea e con la baronessa Ashton, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune e, di fatto, poco più che nullafacente. I veri colpevoli di questa situazione sono gli Stati nazionali, in particolare i grandi Stati nazionali d’Europa: Germania, Francia, Inghilterra e Italia.

Dipende dalla loro volontà politica e dalla loro iniziativa l’attuazione di quella che è già stata chiamata “Europa a diverse velocità” o “Europa a cerchi concentrici”. Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il primo dicembre 2009, consente la frammentazione del gruppo di Stati membri in avanguardie e retroguardie, su singole materie. In particolare nella materia della politica estera agli Stati membri è data facoltà di creare una Cooperazione Strutturata Permanente, con una procedura ancor più snella di quella normalmente prescritta per le Cooperazioni Rafforzate, con il compito di agire unitariamente sullo scenario internazionale.

A fronte degli straordinari cambiamenti che stanno avvenendo ai confini dell’Europa, è oggi più che mai necessario che i grandi Stati nazionali europei prendano l’iniziativa di costruire una forza comune che parli con una sola voce e agisca con un solo corpo nell’ambito della politica estera. Pensare di procedere tutti e ventisette affiancati è irrealistico. Deve essere una avanguardia di pochi Stati, in grado di prendere decisioni velocemente ed efficacemente, a guidare il processo. Se poi si vorranno aggiungere altri soggetti tanto meglio, ma senza che questo possa mai compromettere la rapidità di intervento dell’Europa.

Nuove speranze per la democrazia dal basso vengono in queste settimane da popoli lungamente sottoposti a dittatura e ladrocinio, ma quegli stessi popoli potrebbero domani diventare fonte di gravi problemi per il mondo. Si pensi, per fare un esempio di un problema non particolarmente grave, alla recente ripresa degli sbarchi in Sicilia. Un’Europa che parli ai suoi interlocutori con una sola posizione, e che stanzi l’intera propria forza politica ed economica, potrebbe avere sicuramente risultati migliori che non gli Stati membri che agiscono in ordine sparso.

Insomma, un Europa che guardi e non favelli, e tanto meno intervenga, non può essere utile né ai Paesi arabi né a se stessa.

Tommaso Canetta

IDEARIO DI SPAGNA

da M.de Unamuno a Primo de Rivera

Gli eroi, non solo antifranchisti “La guerra civile, la più pura e la più pulita delle guerre” affermò, se si vuole declamò, il grande Miguel de Unamuno, forse il più ispirato tra i pensatori della Generazione del ’98, mosso sì da alcune pulsioni irrazionalistiche però anche, come rettore a vita dell’università di Salamanca, autentico sacerdote o magistrato della scienza. I migliori sono arrivati oggi a rifiutare le guerre mosse oltre i confini, nel nome cioè della patria, della libertà, della democrazia, della rivoluzione, di altre imposture. Come negare che uccidere e morire per un ideale di parte sia meno animalesco che farlo per una cartolina precetto?

Nel senso di Unamuno, nessun conflitto civile è stato tragicamente nobile quanto quello di Spagna, esploso nel 1936 ma in realtà incubato da tre aspre guerre carliste nell’Ottocento, dalla Settimana Tragica del 1909, dalle lacerazioni del 1917. Se non fosse morto l’ultimo giorno del fatale 1936, se oggi dal Walhalla dei giusti potesse parlarci, l’uomo di Salamanca ci direbbe di rispettare i combattenti di entrambe le fazioni.

Invece no. Dalla caduta dei fascismi il pensiero unico conosce in Spagna soltanto eroi antifranchisti; così come le lapidi delle città italiane onorano soltanto i partigiani. Gli avversari di questi ultimi, anche se lottavano per una causa senza speranza, anche se la loro sorte era segnata, tutti sgherri infami. Così per coloro che in Spagna militarono contro la Repubblica prima iperlaicista, poi rossa, non ci furono Hemingway eloquenti. Hollywood si commosse solo da una parte. I morti dei nemici furono ricordati dai soli “poeti reazionari”, quelli con la sahariana di Franco.

Però uno di essi, Victor de la Serna, trovò parole almeno altrettanto intense quanto i fotogrammi di Per chi suona la campana. A un anno dalla ribellione dei militari scrisse su ABC, edizione sivigliana (quella madrilena era fieramente repubblicana) che “Los alferez provisionales”, gli ufficiali meno che ventenni, “erano gli stessi quando la Spagna aveva per sè il Destino. Partivano per l’avventura imperiale d’America e conquistavano province come regni e regni come mondi. Oggi arrossano del loro sangue i parapetti della guerra, loro insultati come i sen^oritos della classe media, che però non avevano quindici centavos per pagare il tram alla fidanzata. Larve di capitani, muoiono gridando Arriba Espan^a e gli si rompe in gola una voce quasi di bambino”.

In questi settant’anni la letteratura e le sue sorelle (cinema, pittura, oratoria, ideologia, sobillazione, eccetera) hanno cantato con infinite variazioni, metti, la prodezza leonina dei difensori di Madrid, specie se accorsi dall’estero. Ogni comandante miliziano, ogni capopolo repubblicano è stato additato a un’ammirazione senza limiti.

Per esempio, l’anarchico Buenaventura Durruti, il capo della colonna autotrasportata che portava il suo nome e che seminò il terrore nei villaggi dove i nemici della Rivoluzione non erano stati ancora tutti sgozzati. Quando Durruti morì (21 novembre 1936, forse colpito da una pallottola vagante, più probabilmente ammazzato da uno dei suoi uomini o da un sicario comunista) l’imponente funerale a Barcellona mobilitò, dicono, 200.000 persone. I corrispondenti stranieri telegrafarono ai loro giornali che Barcellona piangeva.

Ma Durruti aveva commesso foschi crimini in quattro nazioni, i cui tribunali lo avevano condannato alla pena capitale. In Spagna, assieme a Joaquin Ascaso (altro leader anarchico; un suo attendente vantava di avere ucciso 253 persone), uccise l’arcivescovo di Saragozza, cardinale Soldevila, e molta gente comune, compresa una ricamatrice di pizzi a Madrid. Ebbe a scrivere Hugh Thomas, tipico storico antifascista: “Durruti e Ascaso, tuttavia, non erano criminali comuni.

Erano sognatori che assolvevano una missione, personaggi che Dostoevskij sarebbe stato fiero di aver creato”. Ancora Hugh Thomas: “A Lerida la popolazione aveva deciso di risparmiare la cattedrale. Durruti non tollerò, e la cattedrale fu incendiata. Con le sue violenze, Durruti si fece letteralmente odiare dai contadini di Pina, nei pressi di Saragozza, tanto che la sua colonna, per la muta ostilità con cui fu accolta, fu costretta a lasciare il paese”.

Al di sopra di tutti gli eroi della Repubblica, la sinistra d’Occidente e gli intellettuali alla Hollywood hanno deificato Dolores Ibarruri, la Pasionaria. E’ morta a novantaquattro anni, nel 1989, avendo vissuto dopo la sconfitta un mezzo secolo molto confortevole negli agi di Parigi, Mosca, infine Madrid. Ma José Calvo Sotelo, che l’11 luglio 1936 alle Cortes essa minacciò di morte per mano del popolo (“Questo è l’ultimo suo discorso”), fu ucciso due giorni dopo da un commando della polizia repubblicana capeggiato da un comunista, il capitano Fernando Condés.


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A MEDITERRANEAN RESURRECTION

Are the countries on the southern shores of the vast sea the Romans called Mare Nostrum going to rise again? For centuries those countries have stayed demoted to semicolonial status, subjected to Turkey first, to Spain France Britain Italy later. Today portents of revival are multiplying. Tunisia’s and Morocco’s economies are developing in a way resembling the Italian one in the wonder years of the ’50s, when Italy started growing at a relentless speed. The performance of the Maghreb agro-industry is seriously menacing the market positions of the southern regions of Italy, France, Spain and Greece. A few years ago, a leading exponent of the Sicilian fruit industry remarked recently, a man who owned a 4-hectare (10-acre) citrus orchard was a prosperous farmer. Today, because of the Moroccon (and Spanish) competition, he is struggling and may go bankrupt.

In the eastern reaches of the Mediterranean Sea Turkey is going back to the giant status of three centuries ago. Over a quinquennium she has been developing 6% a year. An omen of a strong future is the fact that the Ankara government opened 30 new embassies in Africa and Latin America over a dozen months.

It’s the phenomenon of a neo-Ottomanism which does not rely on military conquests but on economic, diplomatic, cultural, religious ones. A few months ago a pact was signed by Turkey, Syria and Lebanon to create a free-trade zone. The nation that was the brain, heart and powerful arm of an empire stretching from the outskirts of Vienna to the Atlantic Ocean and to the Persian Gulf is now conscious as never was in the last two centuries that the imperial heritage of the Ottomans is a large asset in modern geopolitical terms.

Possibly the lines of expansionist assertion are not predominantly oriented toward the Maghreb; rather to the East and beyond the Black Sea, toward the regions whose populations share a Turki, or Turkic, language- the Osmanlis in Europe, the Seljuks, Uzbeks, Turkomans, Tatars and Uigurs in Asia. Central Asia is the ancestral homeland of the Turks. But the southern, formerly Ottoman shores of Mare Nostrum, too have important prospects. They are nearer to and more connected with Europe, so possibly will play an increasing role in the dilatation of Ankara’s sphere, even should Turkey miss admission to the European Union.
I have mentioned the present growth of Tunisia and Morocco, but no reason exists why Algeria and Egypt should not acquire additional weight. Syria, bordering Turkey to the south, adds to her own national potential the outlook of reclaiming the vocation as the maritime component of a Mediterranean-Mesopotamian-Persian context.

Once upon a time Turkey was ‘the sick man of Europe’ and Anatolia was backward. Today the country which Kemal Ataturk modernized is a powerhouse. It’s not totally sure that the future of Turkey will look much better than today if or when she will be accepted into Europe. Other, perhaps more gratifying, options and horizons are open to the heirs of the Ottomans. The Mediterranean promises are richer than those of the comparatively irrelevant Baltic or North Seas. It’s not without significance the astonishing success of the Islamist-religious-cultural Gulen movement started a few years ago by Fethullah Gulen, a Turkish imam. The Gulen-affiliated schools are approximately one thousand in 100 countries, offering a mix of faith, Western education and Turkish pride.

A.M.C., Daily Babel