LE OPERE LE CIFRE DI UN DRACONE SPAGNOLO DEL ‘900 CHE AMAVA I POVERI

Noi che annunciamo la venuta di Dracone -affronterà le sfide dell’economia e della società; libererà lo Stivale dall’usurpazione dei Proci di regime- ricordiamo che poco meno di un secolo fa, tra il 1923 e il ’30, la Spagna ebbe un ‘Dictador’ benevolo, Miguel Primo de Rivera. Compì grandi realizzazioni, risultò nei fatti il miglior governante spagnolo dal faticoso riformismo di Carlo III di Borbone (1716-88) e dei ministri riformisti alla Campomanes.

Si tratta tra l’altro di intenderci sul significato di dittatura. Juan Pablo Fusi, cattedratico dell’università complutense a Madrid, si è preso la briga di contare quante erano nel mondo le democrazie tra il 1922 e il 1942.
Il loro numero scese da 29 a 12. Solo in Europa sorsero dittature in Russia, Ungheria, Italia, Spagna, Portogallo, Polonia, Lituania, Jugoslavia, Germania, Austria, Lettonia, Estonia, Bulgaria, Grecia, Romania.
In questa sede non ci soffermiamo sul bene e sul male delle dittature.
Per la Spagna menzioniamo solo che il suo ‘miracolo economico’ avvenne tra gli anni Cinquanta e il 1975 sotto il caudillo Francisco Franco. Ma che le premesse di esso miracolo e la nascita del Welfare State sorsero a partire dal 1923 per volontà di Miguel Primo de Rivera.

Quanto ai fatti concreti e misurabili della fase Primo, meglio lasciare la parola a Ramon Tamames, cattedratico dell’università di Madrid, un economista che ha anche insegnato alla Sorbona e che, come parlamentare dell’arco costituzionale, ha firmato la Costituzione antifranchista del 1978. Per Tamames il primo dei conseguimenti economici della Dittatura fu il deciso abbandono della guerra coloniale in Marocco. Quella guerra era il principale dei costi, finanziari politici umani.
Il secondo grande conseguimento fu l’avvio della riforma generale, riforma di quasi tutto. Tamames mette in rilievo che il miglioramento del ‘marco general macroeconomico’ fu premessa di ogni avanzamento. Le innovazioni compresero esperimenti corporativi, affrontati in collaborazione coi sindacati socialisti. Aiutati dal largo protezionismo doganale, gli esperimenti realizzarono grossi incrementi produttivi. I risultati più vistosi furono conseguiti nelle infrastrutture e nella creazione di imprese pubbliche. “La Dittatura, scrive Tamames, fu un laboratorio permanente di riforme. Decisivo il lavoro in materia di politica sociale, merito di Eduardo Aunos, un interessante trentenne deluso dal parlamentarismo.
Con la collaborazione del movimento socialista, Aunos concretò il nuovo ruolo dello Stato come intermediario tra capitale e lavoro. Il Dittatore tentò addirittura di costruire un assetto di regime comprendente il partito socialista e la sua Unione patriottica.

Nasce il Welfare State

Tamames storico dell’economia ha confrontato la spesa dello Stato tra il 1920 e il ’30: per l’istruzione pubblica risulta un aumento del 50%; per provvidenze benefiche del 98%; per la sanità del 200%; per la protezione dell’infanzia del 2.246%; per sussidi e pensioni ai lavoratori agricoli tra 700 e 800%. Il numero degli insegnanti passò in quattro anni da 30 a 34 mila. Le scuole elementari crebbero da 27 mila nel 1922 a 32 mila nel 1929. Tra il 1913 e il ’23 l’investimento dello Stato in case popolari era stato in media annuale di 7,8 milioni di Pesetas, passò alla media di 261 milioni tra il 1923 e il ’29 (tale ritmo, così eccedente le risorse disponibili, dovette essere ridotto nel 1928). I conflitti di lavoro quasi sparirono: da 3 milioni di giornate perse nel 1923 a 313 mila nel 1929: ma la condizione proletaria migliorò fortemente, anche grazie al taglio delle spese militari. P.es. i cadetti delle accademie militari scesero da 1192 nel 1922 a 200 nel 1929. All’avvento della Dittatura 150 generali vennero accertati eccedenti. La fine delle operazioni militari in Marocco dilatò la spesa civile.
Quando nel 1926 fu emesso un prestito di 3540 milioni di Pesetas, il grosso fu destinato a nuove opere pubbliche. Il fatto rilevante fu che con Primo de Rivera -‘un keynesiano prima di Keynes secondo il prof. Juan Velarde’- si utilizzò il debito non per la spesa corrente, ma per opere idrauliche, strade e ferrovie e molto altro. Importante fu l’aumento del prelievo fiscale. La buona risposta del pubblico ai prestiti si spiegava con la fiducia nel regime.

Tamames sottolinea un titolo apparso nella stampa britannica e in alcune delle principali guide turistiche dell’epoca: le nuove strade spagnole erano “le migliori del mondo”. Qualcosa di simile andava detto delle nuove ferrovie. Il corso caratterizzato dagli indirizzi protezionisti e corporativi incrementò l’industrializzazione, grazie agli interventi pubblici che negli Usa qualificheranno il New Deal. In agricoltura si allargarono i comparti intensivi (cotone agrumi). Crebbero gli investimenti dall’estero e si diede impulso alle infrastrutture di base. I critici obiettano che i successi economici della Dittatura furono favoriti dal boom mondiale degli anni Venti; peraltro l’ultima fase di Primo coesistette con l’inizio della Grande Depressione. Il corporativismo del Dictador fu influenzato dal pensiero sociale cattolico, teso ad armonizzare capitale e lavoro e a valorizzare gli indirizzi di Welfare State del tardo bismarckismo. Gli avversari di Primo dettero il massimo rilievo a vari episodi discutibili -scandali- nelle transazioni economiche della Dittatura, p.es. le grandi concessioni ferroviarie. Tuttavia, rileva Tamames, è un fatto che il Dittatore morì, circa due mesi dopo il volontario abbandono del potere, in un modesto albergo parigino. L’ex dittatore, generale e Grande di Spagna era in ristrettezze.

Quando si istituirono i coraggiosi comitati paritari tra proprietari e lavoratori, si osservò giustamente che il Dittatore e la UGT (centrale sindacale socialista) provavano ad innalzare le sorti del proletariato attraverso la Gazzetta Ufficiale. I comitati li creò il ministro del Lavoro Eduardo Aunos; tentò persino di estenderli al settore agricolo, ma ‘la mano onnipotente dei grandi proprietari riuscì a frenare i propositi di fermare la lotta di classe nelle campagne’. Quando venne la Repubblica del 1931, fermare la lotta di classe nelle campagne fu quello che tentò il ministro del Lavoro socialista Largo Caballero, il quale era stato membro di un organo di vertice della Dittatura, anzi era stato amico di Primo de Rivera. I capi della repubblica, partendo dal presidente Azagna, non assegnavano abbastanza priorità alla giustizia sociale nelle campagne. Su scala generale i ‘comités paritarios’ consentirono ai socialisti di moltiplicare le loro organizzazioni di base. Al termine della Dittatura gli iscritti alla UGT erano aumentati del 50% rispetto al 1923; i sindacati anarchici praticamente sparirono,

Il regeneracionismo di Joaquin Costa, il maggiore tra gli intellettuali della generazione del ’98, ispirò l’azione di Primo nelle campagne: opere irrigue e riforestazione innanzitutto, incremento della zootecnia e delle colture intensive, crediti agevolati per sconfiggere l’usura che strozzava i coltivatori. Nel paese la produzione di energia elettrica, soprattutto da salto d’acqua, più che raddoppiò: da 1040 milioni di kwh del 1923 a 2433 milioni nel 1929. Sorsero dal nulla quattro comparti produttivi: carbone. nitrogeno, fibre artificiali, auto. L’attività delle banche di proprietà pubblica esplose. Primo de Rivera riuscì a guarire l’indolenza degli spagnoli nel campo delle infrastrutture. Fecero lunghi passi avanti i programmi d’irrigazione, si ammodernarono le ferrovie e le strade, nacque una rete di distributori di carburanti; si migliorarono porti, nacquero aeroporti e alcune linee dell’aviazione civile. Le opere pubbliche ebbero un piano organico. Si suscitò una domanda formidabile per le materie prime. La ‘politica hidraulica’ si configurò, in armonia con Joaquin Costa, come la massima espressione dell’azione economica della Dittatura. Le realizzazioni che si fecero in Spagna servirono nel New Deal di Roosevelt come modelli per la Tennessee Valley Authority, nonché per i piani dei grandi bacini fluviali: del Missouri, del Columbia, etc. Manuel Lorenzo Pardo, il principale artefice di questi programmi, portò avanti la sua opera in stretta collaborazione col socialista Indalecio Prieto, che sarà tra i principali ministri della Repubblica.

Nella fase Primo de Rivera ci si impegnò a difendere le prospettive di crescita della rete ferroviaria di fronte al maggiore dinamismo del trasporto su strada. Si può dire che il turismo spagnolo, così ricco di futuro, nacque sotto la Dittatura. Fu creata la Red de Paradores, unica al mondo in quanto iniziativa statale. Prima della Red varie città mancavano in tutto di hotel. Nel 1929 si tennero le Esposizioni universali di Siviglia e di Barcellona. Nel 1923 il settore petrolifero, in crescita spettacolare, era monopolizzato dai trust Standard Oil e Royal Dutch Shell, più la società ispano-francese Porto Pi. La Dittatura creò il Monopolio de Petroleos e la compagnia statale Campsa.

Dighe, irrigazioni, ferrovie, strade, porti, cantieri, arsenali, iniziative imprenditoriali di vario genere, case popolari, pace nel Marocco, soprattutto moltiplicazione della spesa sociale e delle provvidenze a favore dei ceti popolari e degli ultimi. Sono elencazioni da rileggere attentamente: furono le opere più concrete di tutte. Siamo sfidati a trovare nel mondo un sistema democratico-liberale che negli anni Venti del Novecento abbia saputo fare quanto Miguel Primo de Rivera: senza ferocie, senza violenze poliziesche. “Dittatore senza morti” lo chiamò il socialista Indalecio Prieto, leader di primo piano dell’esperienza dell’infelice Repubblica. Molti studenti e gli intellettuali politicizzati denunciarono le violazioni alla Costituzione. I ceti bassi furono beneficati nel concreto, abbastanza in grande.

Antonio Massimo Calderazzi

LA SPAGNA APPROVO’ NEGLI ANNI VENTI L’ANTIPOLITICA DI MIGUEL PRIMO DE RIVERA

In una fase italiana segnata da due opposte posizioni, la denuncia di una deriva verso l’autoritarismo e il tedio della democrazia partitico-parlamentare, consideriamo utile far conoscere i giudizi di un importante storico britannico, Raymond Carr cattedratico a Oxford, su quello che fu negli Anni Venti l’esperimento in Spagna di un regime autoritario, non fascista e amico del popolo, agli inizi favorito dalla monarchia e dalle destre, sei anni dopo fatto cadere da queste ultime e da un sovrano, Alfonso XIII, che tentava di salvare la corona.

Fu la ‘Dictadura’ del generale Miguel Primo de Rivera, che il 12 settembre 1923 prese il potere con un colpo di stato militare attuato da Barcellona, dove comandava le truppe della Catalogna. Il Putsch fu fulmineo, incruento e accolto con netto sollievo da un paese che si sentiva sull’orlo del baratro. Il sistema politico della Spagna era allo stremo: una guerra disastrosa in Marocco, un conflitto sociale straordinariamente grave, frequenti conati insurrezionali soprattutto del movimento anarchico, il più agguerrito del mondo data la miseria delle masse, specialmente quelle contadine. Nel quinquennio che precedette il 1923 si erano contati poco meno di 1300 attentati. L’anno prima, 429 scioperi politici o quasi politici. Un conflitto sindacale nel maggio-giugno aveva fatto 22 morti.

Il colpo di stato venne realizzato con tale efficienza che non ci furono resistenze e non si sparse sangue. Le istituzioni parlamentari crollarono: la Costituzione del 1876 cestinata, gli oligarchi e i notabili della classe politica sostituiti da amministratori militari (successivamente sorsero tecnocrati e intendenti civili, alcuni dei quali molto provetti). Il Paese espresse un consenso per alcuni anni larghissimo. Il regime si chiuse nel gennaio 1930 con le spontanee dimissioni del Dictador. Morì pochi mesi dopo a Parigi.

La traduzione spagnola della IX edizione del classico di Raymond Carr (Spain 1808-1975) -di cui riportiamo per brevi estratti la parte riguardante Primo de Rivera- addita le contraddizioni, le ingenuità, gli errori, gli insuccessi, le circostanze generali (tra le quali gli inizi della Grande Depressione mondiale) che condannarono la gestione del Dictador. Al tempo stesso l’opera di Carr registra le opere compiute in oltre sei anni. Le più importanti delle quali furono l’apertura della modernizzazione (qui il Vecchio Ordine e l’Ottocento finirono nel 1923) e la creazione del primo Welfare. Se oggi la Spagna ha un’economia efficiente lo deve in primis alle iniziative del Dictador. E se è socialmente avanzata, l’avvio fu dato dal fermo impulso del generale alle prime conquiste moderne dei lavoratori. Primo de Rivera era marchese e Grande di Spagna ma parteggiava per il popolo.

Furono gli agrari aristocratici, i finanzieri , gli altri capitalisti, non le sinistre, che sconfissero Primo de Rivera: perchè li aveva combattuti. Non per niente il Dittatore si era fatto consigliare e affiancare dal capo dei sindacati, Francisco Largo Caballero, un avversario delle destre talmente combattivo che qualche anno dopo sarebbe stato chiamato ‘il Lenin spagnolo’. Nel 1937, in piena Guerra Civile, Largo Caballero divenne capo del governo repubblicano che lottava contro Franco.

L’unica forza politica e sociale riconosciuta e appoggiata dal Dittatore fu il Partito socialista saldato alla UGT, la centrale dei sindacati. Tutto ciò risulta dalle analisi del maggiore storico accademico britannico della Spagna.

A.M.C.

 

RAYMOND CARR, STORICO DI OXFORD, SULLA “DICTADURA FILOSOCIALISTA”

El pensamiento politico de Primo de Rivera era primitivo, personal y ingenuo. La medula (sostanza) de su personalidad politica estaba hecha (fatta) de un odio obsesivo a la politica y a los politicos. Una ‘casta politica’, a través de la farsa de las elecciones, habìa aislado

(isolato) al gobierno del pueblo; el, en cambio, podìa entrar en un contacto mas directo y personal con el pueblo, devolviendo (restituendo) al gobierno su espiritu democratico.

Su preocupacion paternalista por la nacion bordeaba (rasentava) la excentricidad. El primer superàvit del presupuesto (avanzo di bilancio) se dedicò a redimir las sàbanas (tovaglie) empegnadas por los pobres de Madrid. Esta diversidad de intereses, que incluìa el entusiasmo por los derechos de la mujer, le proporcionò (guadagnò) al principio el carigno (affezione) del publico. El odio hacia (verso) los politicos se racionalizò convirtiéndose en una teoria politica antiparlamentaria que decìa ser (essere) mas autenticamente democratica que el liberalismo parlamentario.

La dictadura de Primo de Rivera no era fascista. Su teoria de la soberanìa como amalgama de las entidades sociales autonomas se emparentaba mas con la escolàstica aristotelica que con el totalitarismo. Joaquin Costa, el regenerador radical, fue el Bautista que precediò al dictador, profetizando la venida de un “cirujano de hierro” (chirurgo di ferro). En Ortega y Gasset el general tenìa un intelectual que habia argumentado en favor de una minoria selecta y que rechazaba (rifiutava) “el falso supuesto de una igualdad real entre los hombres”. Ortega era un liberal desencantado y en Espagna sus famosos ataques a la vieja politica se convirtieron (divennero) en textos sagrados, siempre en boca de los partidarios (seguaci) de Primo de Rivera.

El decia preocuparse por el bienestar material de los obreros y por las pretensiones (rivendicazioni) laborales. Proporcionò (elargì) casas baratas (economiche), un servicio medico y, sobre todo, una maquinaria (meccanismo) de arbitraje (arbitrato) laboral que los dirigentes socialistas aceptaron y dominaron. La relacion del régimen con los sindicatos se formalizò en el Codigo del trabajo de Aunòs (1926). Su principal caracteristica la constituìan los comités paritarios, con represesentacion igual de patronos y obreros, comités a los que se asignò la solucion de las disputas salariales. Este aparato no fue una importacion fascista, pues (dato che) en Espagna tenìa una larga historia.

En su calidad de miembros del comité, los delegados de la UGT (centrale sindacale) se convirtieron en burocratas pagados por el Estado. Los dirigentes de la UGT consideraban que la cooperacion con la dictadura les darìa la posibilidad de aumentar el poder de la unica organizacion obrera efectiva. Parece que en 1924 Largo Caballero (il capo della UGT) examinò la posibilidad de unificar la UGT y el partido socialista en un partido laborista reformista dentro del régimen. Los dirigentes de la UGT no podian compartir (condividere) el horror de los politicos ante el repudio del sistema parlamentario caro a los politicos burgueses.

 

La autentica democracia se reconoce hoy (oggi) por la distribucion de la imposicion publica, no por una constitucion politica formal. El gobierno, pese a todo (però), no se atreviò (azzardò) a unir a las masas contra las clases posesoras; cediò ante una enconada (accanita) campagna de prensa dirigida por la aristocracia bancaria.

Las obras publicas de Primo de Rivera, sus carreteras (strade) y embalses (dighe) se consideran a veces como un caso de keynesianismo prematuro. La economia cayò en manos de comités que regulaban todo. La intervencion y el control eran criticados por los grupos que los padecìan (subivano). A pesar de los defectos de su politica, los tecnocratas del dictador llevaron a cabo (portarono avanti) un notabilisimo intento de modernizacion, que suele estimarse en menos de lo que vale; el incremento en la construccion de carreteras y en la electrificacion rural fue algo espectacular; el hierro (ferro) y el acero se desarrollaron; el comercio exterior aumentò en un 300%; los ferrocarriles (ferrovie) fueron modernizados. Las Confederaciones Hidrograficas agrupaban los intereses diversos en el intento de racionalizar la explotacion de los grandes sistemas fluviales del Duero y del Ebro. Entre 1906 el Estado gastò (spese) 162 milliones de pesetas para el riego (trasformazione irrigua) de 16.000 hectàreas; entre 1926 y 1931 se gastaron 160 milliones en planes de irrigacion de 175.000 hectàreas.

La dictadura tenìa un aire de expansion y de prosperidad que mirado retrospectivamente ha cobrado (assunto) todo el aspecto de una edad de oro. La modernizacion y la prosperidad no fueron del todo ‘falsas’, como afirmaba la oposicion, ni fueron tampoco simple reflejo de la expansion internacional. Ese régimen puede ser criticado por no haber sabido (saputo) como llevar a la practica (attuare) la reforma agraria, aunque (benché) los proyectos agrarios de Primo de Rivera eran mas ambiciosos que todas las realizaciones previas.

Mientras perdurò la expansion, la dictadura se beneficiò politicamente. Sin embargo (tuttavia) no fue el colapso de la prosperidad lo que en 1929 produjo la caida del régimen: el fracaso fundamental fue politico. El règimen no podìa hacerse (farsi) aceptable para las fuerzas que pesaban en la sociedad espagnola. Primo de Rivera infravalorò (sottovalutò) hasta (fino) el fin las fuerzas que estaban en contra. Puso su fe (aveva fede) en la masa. “El mayor, tal vez el unico sosten de mi gobierno lo constituyen mujeres y trabajadores.” Pero en 1929 ‘los intereses’ (gruppi d’interesse), el Ejercito y la Corona miraban hacìa (verso) otra parte.

Fue esta desaparicion (sparizione) del apoyo a su derecha lo que condenò el régimen. Las clases conservadoras optaron por considerarse amenazadas por un Estado corporativo gobernado en el interes de los trabajadores. La Iglesia desconfiaba (diffidava) del regalismo benigno de Primo de Rivera; los banqueros, de su interferencia en la autonomia de los grandes bancos; los industriales no favorecidos, de su intervencionismo. La corte e la aristocracia detestaban al dictador.

(estratti da Raymond Carr)

LA SOCIALITA’ DI PRIMO DE RIVERA SECONDO RAYMOND CARR

Altrove in questo numero (“La Casta sta trionfando: convinciamoci a odiare questa democrazia”) si sostiene che il nostro sistema non è più risanabile -troppo porcina la classe politica- e che non ci resta che sperare, un giorno, nel sollevamento di ufficiali giustizialisti alla Portogallo 1974, il quale abbatta le Istituzioni. La dimostrazione più efficace della positività di tale colpo di Stato viene dai sei anni della dittatura in Spagna di Miguel Primo de Rivera (1923-29). Sei anni di modernizzazione autoritaria, di prosperità, di generale avanzamento delle classi povere e di accanita resistenza di tutte le destre.

Lasciamolo dire a Raymond Carr professore a Oxford, probabilmente il maggiore storico straniero della Spagna contemporanea. Riassumiamo fedelmente infatti i giudizi di Carr sulla Dittatura di Primo, quali si succedono nei capitoli dal XII al XIV della 9^ (nona!) edizione dell’opera

Spain 1808-1975, pubblicata in spagnolo sotto il controllo dell’Autore da Editorial Ariel, Barcellona, 1999.

 

Nemico dei politici, amico dei lavoratori

“Il pensiero di Primo de Rivera era primitivo, personale e ingenuo: un odio ossessivo dell politica e dei suoi professionisti. L’ideale del generale era una Spagna senza politici. Avevano distrutto la Spagna; un sincero patriota l’avrebbe fatta risorgere. Con la farsa delle elezioni la Casta dei politici aveva isolato il governo dal popolo, egli invece sapeva di poter comunicare direttamente col popolo, restituendo al governo il suo carattere democratico. Conversava in continuo con la gente, spiegava i suoi decreti, confessava i propri errori. Lo faceva con franchezza sorprendente, proiettando l’immagine di un despota benevolo che cercava di operare al meglio delle sue possibilità, benché non sempre con successo; e che dopo una giornata di duro lavoro scriveva a mano lettere ai suoi sudditi. Rilanciava così lo spirito della democrazia: “Quando correggiamo i nostri errori ribadiamo che il popolo è sovrano se si fa guidare dalla ragione”.

Il suo costante paternalismo benefico rasentava l’eccentricità. Il primo avanzo di bilancio lo destinò a riscattare la biancheria che i poveri di Madrid avevano portato al monte dei pegni. Questa propensione al bene, che comprendeva un vero e proprio entusiasmo per i diritti della donna, gli guadagnò subito l’affezione del popolo. Al contrario la bonomia e la spontaneità da franco cacciatore gli attirò prontamente la malevolenza della classe dirigente di ieri. Agli inizi la sua ingenua emotività fu una virtù salvifica: “Ho baciato un soldato annerito e sporco”. Solo sulle sue spalle pesava la responsabilità di rigenerare il Paese: “So di valere poco e non dubito che sia la Provvidenza divina a fare che uno che non sa governare se stesso riesca a governare venti milioni di spagnoli. Non ho esperienza di governo; i nostri sono i semplici metodi di chi vuole il bene della patria”.

L’odio per i vecchi politici si razionalizzò in un antiparlamentarismo che si proclamava più democratico del passato liberalismo. La Dittatura rispettava pragmaticamente le grandi realtà collettive; invece le dottrine dei diritti individuali erano invenzioni artificiali, ‘arabeschi di intellettuali disoccupati’.

 

Non fu fascista

“La Dittatura di Primo de Rivera -sottolinea sempre Raymond Carr- non era fascista. La sua teoria della sovranità si apparentava più con la Scolastica aristotelica che col totalitarismo. Joaquìn Costa era stato il Precursore che profetizzò la venuta di un ‘chirurgo di ferro’, lui il Dittatore. E Ortega y Gasset, intellettuale disincantato, aveva argomentato a favore di una selettività che rifiutava ‘una falsa uguaglianza tra gli uomini’. I seguaci del Dittatore e del figlio José Antonio veneravano gli attacchi di Ortega alla vecchia politica.

La linea di Primo de Rivera in materia di lavoro fu un successo. Come era accaduto con Napoleone III, il senso dell’azione del Dittatore fu l’eliminazione dello spettro rosso e al tempo stesso la simpatia per i lavoratori. Negli anni di Primo l’anarchismo sparì; il movimento sindacale accettò il meccanismo d’arbitrato introdotto dal governo e si rafforzò decisivamente a spese del sindacalismo rivoluzionario, le cui organizzazioni cessarono di esistere. Su questo terreno l’azione del Dittatore era ben altro che repressione. Il generale e marchese si impegnava seriamente per il benessere materiale e per le altre rivendicazioni degli operai. Non si limitò a predicare l’etica del lavoro: ai proletari dette case popolari, un’assistenza sanitaria e, sopratutto, un meccanismo d’arbitrato che i dirigenti socialisti accettarono e gestirono.

Il buon rapporto con lo Stato fu formalizzato dal Codice del lavoro varato nel 1926 dal giovane ministro Aunos. Tutti i conflitti salariali e normativi erano risolti da comitati paritari nei quali padroni e dipendenti avevano lo stesso peso; il voto decisivo spettava al governo, che non nascondeva il suo favore ai lavoratori. Il sistema non era un’importazione dal corporativismo fascista: in Spagna aveva una lunga storia. In quanto membri dei comitati paritari i delegati sindacali erano stipendiati dallo Stato. Appena insediatosi al potere, il Dittatore si accordò coi sindacati. Cooperando con la Dittatura, la maggiore centrale sindacale UGT si trovò l’organizzazione operaia unica, operante ed efficace.

Nel 1924 il suo leader F.Largo Caballero e il Dittatore considerarono  la possibilità di unire l’UGT e il Partito socialista in un partito ufficiale di regime. Largo Caballero stesso entrò nel Consiglio di Stato, organo di vertice del regime. Si salvò la coscienza rifiutando di prestare giuramento in abito da cerimonia: e il Dittatore apprezzò. I capi del movimento sindacale non potevano condividere l’orrore dei politici per il ripudio da parte di Primo del parlamentarismo borghese. E infatti i sindacalisti rifiutarono di unirsi a tutti i tentativi di cospirazione contro il Dittatore.

 

Filosocialismo e opere pubbliche

Il socialismo fu il figlio prediletto del regime, perciò fu avversato sia da molte imprese, sia dai sindacalisti cattolici che denunciavano ‘l’ingiusto monopolio socialista dei comitati d’arbitrato’ e il favore del governo ai ‘sindacati senza Dio’.

A credito della Dittatura va ascritta, oltre a un’eccellente legislazione sui municipi -autentica riforma strutturale- una pianificazione finanziaria ed economica progettata da giovani tecnocrati ‘apolitici’. I successi riformistici di Primo de Rivera furono il frutto di 50 mesi di ‘cordialità emotiva’ e di un gabinetto di ministri la cui parola d’ordine era ‘No somos politicos’. Inevitabilmente i tecnocrati si scontrarono con banchieri e capitalisti che non simpatizzavano in nulla col benevolo radicalismo sociale e  col dirigismo della Dittatura.

Le idee di Primo de Rivera erano quelle, semplici, di un soldato: far pagare al capitale. Calvo Sotelo, ministro dell’Economia, voleva un fisco moderno e socialmente giusto: “La democrazia autentica si riconosce per la capacità redistributiva delle imposte, non per una Costituzione politica formale”. Però il regime non arrivò a mobilitare le masse  contro le classi agiate: fu fermato dall’accanita campagna di stampa dell’aristocrazia bancaria. Per grande che fosse stata l’utilità del Dittatore come restauratore della pace sociale, i conservatori avversarono frontalmente la riforma fiscale e il governo stesso. La Spagna si vide così privata di una rivoluzione del fisco che le era indispensabile. Dovette contentarsi del più serio consolidamento del debito pubblico dell’intera storia nazionale, nonché dei numerosi avanzamenti amministrativi e tecnici.

Il problema fu che gli investimenti, le opere pubbliche, le misure espansive, le provvidenze sociali, i programmi di edilizia popolare  esigettero sia gli aumenti ‘bolscevichi’ delle tasse, sia le nazionalizzazioni: gli uni e le altre aspramente combattuti dagli ‘aristòcratas’ e dai ‘financieros’. La costruzione di case economiche fu una delle opere maggiori del regime; così pure le misure del Welfare, che comprendevano p.es. i sussidi alle donne incinte. Le opere pubbliche – strade, dighe, sviluppo del turismo- apparvero un keinesianismo prematuro, ma in realtà erano la ripresa degli ideali dei riformatori settecenteschi. E poi il mercantilismo e l’autarchia: andava prodotto in Spagna tutto il possibile, dalle automobili alle cotonate, dall’elettricità alle pelli di coniglio. Con tutti i difetti delle concezioni autarchiche, i tecnocrati del Dittatore portarono avanti un nobilissimo impegno di modernizzazione. Le strade e l’elettrificazione rurale furono spettacolari, la siderurgia si sviluppò ai livelli della Grande Guerra, quando i belligeranti compravano avidamente dalla Spagna neutrale. Il commercio estero crebbe del 300%. La rete ferroviaria fu modernizzata. Imponenti le opere di valorizzazione dei grandi bacini fluviali, Duero ed Ebro. La Dittatura mostrava un volto di espansione e di prosperità: vista retrospettivamente, fu quasi un’età dell’oro.

 

Detestato dai ricchi

La modernizzazione e il benessere non furono ‘falsi’ come sostenevano gli oppositori, né dipesero solo dalla buona congiuntura internazionale di prima del crollo del 1929. Invece il regime può essere criticato per non aver saputo compiere una grande riforma agraria; eppure i progetti agrari erano più ambiziosi di tutte le opere che furono realizzate. La prosperità del primo quinquennio di Primo fu sì il risultato del ristabilimento dell’ordine, ma anche il prodotto di uno sforzo deliberato.

Eppure non fu il collasso della prosperità che nel 1929 determinò la fine del regime. Furono i poteri forti.  Primo de Rivera sottovalutò le forze che lo combattevano. Fino all’ultimo confidò nella gente: ‘I principali, a volte i soli sostegni del governo, sono le donne e i lavoratori’.

Il regime fu abbattuto dalle destre, non dalle sinistre. L’aristocrazia madrilena e la corte detestarono il Dittatore. Più in generale i ceti conservatori e possidenti si sentirono minacciati da uno Stato corporativo che veniva gestito nell’interesse dei lavoratori”

estratti da Raymond Carr