Manuel Azagna, paradosso della storia spagnola

Il Regno di Felipe VI e il mondo hanno assistito senza troppa angoscia all’agonia della Terza repubblica di Catalogna, uno Stato ‘sovrano’ vissuto per poche ore. La Prima, del 1931, non durò di più; la Seconda, del 1934, sopravvisse una notte e fu seguita da vari processi. Tra gli arrestati ci fu Manuel Azagna, non molto prima presidente del governo: non era stato custodito in carcere, bensì a bordo di una nave militare alla fonda. Carles Puigdemont, momentaneo padre della Catalogna, ha dovuto rassegnarsi a non fare nemmeno lo statista in esilio.

L’aspirazione ‘nazionale’ di metà scarsa dei catalani è stata liquidata dalla generale consapevolezza che né la storia, né il futuro amano i micropatriottismi. Meno che mai può amarli un paese, la Spagna, che fu grandissimo e che ottantuno anni fa fu dilaniato dalla guerra civile. Con un po’ d’ottimismo possiamo dire che il sentimento di fondo degli spagnoli è stato ipotecato ‘per sempre’ dall’orrore del 1936 e del quarantennio che gli seguì. Con le sue consegne nazionalistiche Carles Puidgemont è un ambizioso Nessuno, a confronto coi protagonisti della tremenda tragedia spagnola. Il più sfortunato, o enigmatico, o paradossale tra tali protagonisti fu Manuel Azagna, secondo e ultimo presidente della Repubblica di Spagna, nata il 14 aprile 1931 e spenta dalla vittoria militare di Francisco Franco.

La parabola di Manuel Azagna fu strana. Nato nel 1880, di famiglia agiata, al momento della fine della monarchia borbonica (1931), non dominava affatto la scena spagnola. Era uno dei molti che avevano portato avanti, più o meno efficacemente, l’opposizione ad Alfonso XIII, ai suoi ministri e notabili. Azagna si era segnalato, oltre che come drammaturgo di modico rilievo e letterato di pochi lettori, come segretario esecutivo dell’Ateneo madrileno, un organismo culturale non un’istituzione universitaria, come il nome farebbe pensare. Aveva vinto un concorso per funzionario di concetto di un ministero.

Nel 1914, esplosa la Grande Guerra, Azagna fu tra gli scervellati fautori di un intervento spagnolo a fianco dell’Intesa (fu sventato da un premier conservatore, Eduardo Dato, poco dopo ucciso da un anarchico). Azagna voleva una guerra assurda perché era un ammiratore incondizionato della Francia, in particolare delle glorie e istituzioni militari francesi. Il militarismo repubblicano d’oltre i Pirenei era per il Nostro un insuperabile modello politico e tecnico.

Non doveva avere riflettuto abbastanza sulla disastrosa sconfitta francese del 1870 per mano della Prussia di Bismarck. Bastarono due giornate campali per annientare l’esercito che, sulle glorie napoleoniche, si credeva il più potente d’Europa; per provocare la fine del Secondo Impero, la caduta del Napoleone minore, la Comune parigina coi suoi diecimila morti e infine la nascita della Troisième République, destinata a finire nel 1940 per gli sfondamenti dei feldmarescialli di Hitler.

Finita nel 1930 la dittatura di Miguel Primo de Rivera – insolitamente bonaria, popolareggiante e appoggiata dal partito socialista, allora un partito di onesti – le elezioni dell’aprile 1931 segnano la fine della Monarchia, la proclamazione della Repubblica, l’insediamento di un governo provvisorio di soli esponenti repubblicani: uno di essi è Manuel Azagna, di colpo rivelatosi oratore trascinante.  Autore di uno studio sulla politica militare francese e membro di una delegazione spagnola invitata da Parigi durante la guerra a visitare il fronte, Azagna viene catapultato a ministro della Guerra. In quella carica l’uomo di teatro e di convegni riesce a prendere misure talmente energiche -momentaneamente sottomettendo l’establishment militare- che alla prima crisi ministeriale (14 dicembre 1931) raggiunge il vertice: presidente del governo. La Spagna scopre in Azagna l’incarnazione dello spirito repubblicano e laico.

Il Nostro capeggia una compagine di radicali e di liberalprogressisti. Pur non essendo un oltranzista dell’anticlericalismo -altri esponenti lo superano in volontà di abbattere il potere sociale della Chiesa- Azagna si caratterizza come il condottiero della svolta borghese a sinistra: è sua l’affermazione “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.

Tuttavia ora che domina la nazione il Nostro non riesce a operare riforme e svolte di portata paragonabile a quelle attuate in ambito militare. Attua pressocché niente -con lui gli altri leader repubblicani- sul nevralgico fronte della riforma agraria, il fronte che esigerebbe le misure più audaci a favore dei contadini senza terra, proletari affamati che posseggono solo le loro braccia. Nelle regioni del latifondo e della monocoltura cerealicola, specie Andalusia ed Estremadura, i braccianti politicizzati dagli anarchici  -il loro movimento è lì il più forte al mondo- tentano di ottenere la spartizione della terra. Invece il programma avviato sotto Azagna è esiguo, lento, pressoché nullo. Esplode il ribellismo contadino, anche armato.

Ad esso il capo del governo progressista reagisce con inattesa durezza: almeno una volta autorizza le forze di repressione a sparare sui rivoltosi delle campagne: sparare ‘al ventre’, per uccidere. Le priorità di Azagna sono altre: sono il trionfo della repubblica e della laicità, sono la razionalizzazione delle strutture; non il riscatto delle plebi agricole, non la terra ai contadini. Risultato, una fase di conflitti violenti che fa scorrere molto sangue nel primo biennio repubblicano. L’immagine giacobina e radicale di Azagna si indurisce al di là delle previsioni. Il regime si dimostra incapace di difendere la pace sociale; Azagna che lascia incendiare le chiese e moltiplicarsi i conati di tipo rivoluzionario risulta la personificazione di tale inettitudine repubblicana.

Nell’autunno 1933 il governo progressista perde le elezioni politiche. Le destre, cattolici e monarchici in testa, intraprendono a disfare dal potere le riforme repubblicane. Per i progressisti respinti all’opposizione è il ‘bienio negro’. I fatti del 1934 sono particolarmente gravi: insurrezione dei minatori asturiani (che sanno adoperare la dinamite), tentativo di secessione della Catalogna. Manuel Azagna dà qualche appoggio al secessionismo, viene arrestato e processato, però assolto. La sua stella appare al tramonto.

Invece nel febbraio 1936 il letterato dell’Ateneo che è sembrato addomesticare i militari trova la forza di portare alla riscossa la coalizione progressista, ora chiamata Frente Popular: Azagna è di nuovo capo del governo. Anzi si sente abbastanza demiurgo da ottenere la deposizione del capo dello Stato, Niceto Alcalà-Zamora, e da farsi eleggere al suo posto. Ebbene da quel momento il prodigio di autoasserzione che è entrato nel palazzo dei re smette di esercitare un ruolo politico. Affida il governo a suoi fidi, Santiago Casares Quiroga prima, José Giral dopo, e si mette a fare il re merovingio, che non governa né regna. Meno che mai il capo dello Stato fa qualcosa per sventare l’insurrezione dei generali e la Guerra Civile. Dal 17 luglio 1936 al trionfo finale di Francisco Franco l’uomo che incarna la Repubblica è come inesistente. E’ il paradosso Manuel Azagna.

Al vertice della Spagna assalita dai generali agiscono i capi di governo che si succedono -Giral, Largo Cabalallero, Negrin-, agiscono personaggi politici minori, agiscono i capi comunisti, agiscono emissari e sicari di Stalin: non Manuel Azagna che era stato  il dominus della Nazione. Piuttosto Azagna scrive: scrive pagine in genere intelligenti o alate, rivolte soprattutto a un assiduissimo e penetrante diario.  Inoltre scrive quotidianamente a un suo confidente e cognato, Cipriano Rivas Cherif, uomo talmente intrinseco del presidente da suscitare una tenace leggenda su una omosessualità del capo dello Stato.

L’altro impegno grosso di Manuel Azagna mentre la Spagna si uccide è di curare i propri lavori letterari, in particolare di far rappresentare e recensire le cose per il teatro; e poi di autoanalizzarsi; di giudicare, quasi sempre sprezzantemente, altri personaggi; di ascoltare Beethoven e altri sommi; di contemplare e descrivere paesaggi; di coltivare fiori. Questo soprattutto fece il padre della Repubblica nell’intero corso della Guerra Civile.

Ecco l’enigma, o il paradosso, Manuel Azagna. Inspiegabile l’ascesa, dal modesto intellettuale che era. Inspiegabile il settarismo esasperato da capo del primo biennio del regime. Inspiegabile la nullità dell’azione politica dal momento della conquista del vertice assoluto all’epilogo drammatico di riparare sconfitto in Francia. Passò la frontiera a piedi -non era ancora dimissionario- confuso nella fiumana di fuggiaschi e di sconfitti che scampavano alla ferocia del vincitore.

E’ quasi sicuro che, insolitamente intelligente com’era, considerò persa la guerra civile sin dal primo momento; comunque dal momento del massacro della caserma madrilena della Montagna, prima delle stragi belliche compiute dalla sua parte (manco a dirlo, ci furono altrettante atrocità dei ribelli). Tuttavia, come fece zero per scongiurare lo ‘Alzamiento’ dei generali, fece poco di utile per favorire una pace di compromesso allorchè quest’ultimo era ancora possibile, cioè quando il trionfo di Franco era probabile ma non sicuro.

Negli ultimi mesi della guerra, dopo che l’esercito repubblicano si era svenato nella terribile battaglia dell’Ebro, Azagna provò a fare vane ‘avances’ diplomatiche all’estero, all’insaputa del capo del governo e dei suoi consiglieri sovietici. Il premier Juan Negrin voleva la prosecuzione ad oltranza della guerra: secondo lui le potenze occidentali sarebbero presto entrate in guerra coll’Asse, quindi “non avrebbero permesso” la vittoria finale del Caudillo. Negrin in realtà non poteva fare molto affidamento su una salvezza, ad opera delle democrazie occidentali, della repubblica amata dalla sola Urss (più il Messico per quel che valeva).

Conclamato il trionfo di Francisco Franco, Manuel Azagna deve rifugiarsi in Francia passando la frontiera a piedi, confuso tra gli sconfitti. Morirà a Montauban l’anno dopo, portando con sé il mistero del Carneade divenuto statista brillante e inutile.

A.M. Calderazzi

PER NON MORIRE, TUTTE, LE SINISTRE SCOPRANO LA DEMOCRAZIA DIRETTA

C’è il grande contrattacco in Francia della destra di Sarkosy. C’è in Italia il tambureggiare delle conferme che democrazia=impostura più ladrocinio, e che il Ventennio non era peggio del Settantennio. Si ingrossa nel mondo l’evidenza che tutto avanza -cominciando dalla ferocia di Boko Haram e dall’arroganza reazionaria alla Dick Cheney o alla Bibi Netanyahu- fuorché il ‘progresso senza avventure’ di Obama, Mattarella ed altri benpensanti. Che aspettiamo a ricrederci su quasi tutte le nostre certezze?

Per esempio. Che il mercato sia infallibile ed equanime nel temperare le disuguaglianze e moderare gli eccessi. Che ‘i diritti’ siano il valore dei valori. Che la democrazia liberale, pur coi suoi difetti, resti il meno peggio. Che la libertà garantisca la buona vita. Che la laicità valga più delle fedi. Siamo entrati davvero nel Terzo Millennio, ma da troppi secoli ripetiamo le stesse cose. Il capitalismo propaga benessere. Invocare la Madonna e i Santi propizia miracoli a conforto di chi soffre. Le sinistre amano il popolo.

Il più pernicioso degli inganni è quest’ultimo. Le sinistre non amano il popolo. Amano i propri miti, cominciando dalla presunzione d’essere portatrici di verità superiori. Amano praticare il settarismo, talché sono un paio di secoli che si scannano tra loro. Quando conquistano il potere il settarismo le costringe coi suoi delitti a farsi odiare: lo fecero i giacobini del Terrore 1793-94, lo fecero i bolscevichi, lo fece Stalin, lo fecero i partigiani quando prevalsero su nemici sfiniti.

Il bilancio finale per le sinistre è così disastroso che per saggezza esse dovrebbero annullarsi, ripudiare il retaggio e le glorie, sparire per rinascere totalmente cambiate. Giorgio Napolitano e Massimo D’Alema hanno sì abiurato una fede torva, ma sono passati in un campo peggiore del loro: il campo del servaggio agli USA e del liberismo immorale. D’Alema pensa addirittura da operatore vitivinicolo. In sé questa conversione al fatturato è etica calvinista in confronto alla schietta ruberia che è il credo di quasi tutti i professionisti della politica.

Orbene: per un secolo i capi del defunto Pci hanno plagiato gli intellettuali, facendo di loro dei servi sciocchi o dei maiali di Circe. Prima di esalare l’ultimo respiro, i diadochi di Berlinguer non dovrebbero indurre i residui intellettuali organici a conferire i loro cervelli (e l’istinto di sopravvivenza) alla ricerca di un’idea nuova, opposta al marxismo-leninismo da obitorio, ma opposta anche al nichilismo proditorio di Napolitano & D’Alema? Nella moria delle ideologie otto-novecentesche, l’idea di fermare la metastasi dei politici di mestiere, cioè di cancellare la delega elettorale, è destinata a vincere sulla distanza: ma ha bisogno di molto tempo per imporsi. Se i Napolitano e i D’Alema si sono bruciati definitivamente, altri ex-dirigenti del Pci non troverebbero la forza di rigenerarsi come manager di reclutatori di una verità più giovane, quella di una Polis senza politici e di un comunitarismo senza comunisti portasfortuna? I tanti cattivi maestri che ancora dominano le cattedre, le case editrici, i giornali, i media e altri pulpiti, non si riscatterebbero approdando a un pensiero bruscamente nuovo, opposto sia al loro, che è pensiero della sconfitta, sia a quello dei reazionari, falsi vincitori?

Parliamo dei pochi ex-leader rossi cui sia rimasto qualche potenziale di influenza. Non di quei politici d’oggi -la sinistra Pd- che ancora prolungano il vecchio gioco del settarismo e che in realtà sono il nulla. I pochi intellettuali che sono con loro e da cui attendersi qualcosa, hanno perso la ragione a fare e a militare come se nulla fosse cambiato?

A.M.Calderazzi

MERITANO I CANUTS E I WEBER DELL’OTTOCENTO. I NOSTRI CASSINTEGRATI, NO

Siamo abituati a pensare i due mesi di stragi della Comune parigina, nel 1871, come la prima rivoluzione ‘bolscevica’ della storia: nell’ultima settimana le vittime furono 17 mila, 30 mila secondo altre stime. Le corti marziali condannarono duramente 35 mila persone, di cui almeno tremila alla deportazione nei bagni penali come la Cayenna. In tutto centomila morti, compreso l’arcivescovo di Parigi.

E invece la Comune non aprì l’era delle insurrezioni proletarie moderne. Quarant’anni prima furono i canuts, gli operai che a Lione tessevano la seta azionando a mano i telai del tempo, che alzarono nel sangue la bandiera della lotta di classe. Nel 1815 prendevano cento soldi al giorno. Nel 1830, diciotto. La concorrenza aveva colpito duro i produttori, ma per le famiglie dei tessitori era la fame vera. “Ora sono le fluttuazioni commerciali a regolare i destini del mondo” constatò uno scrittore dell’epoca. “I barbari che ci minacciano non sono nel Caucaso né nelle steppe tartare, ma nei nostri sobborghi manufatturieri. Privata di commercio, la nostra società è votata alla morte”.

I canuts si impadronirono brevemente della città, ma la rivolta fu schiacciata ferocemente.  E in seguito si costruirono attorno alla città tre grossi forti, anzi tre Bastiglie, per future repressioni.

Ebbene, anche se nell’Anti-Duering  Friedrich Engels scrisse che Lione aveva fatto la prima insurrezione operaia della storia (congiuntamente alla lotta dei cartisti britannici), persino gli storici sovietici si curarono poco dell’epopea lionese. Una Storia della Francia pubblicata in URSS nel 1973 dedicò alla Comune parigina 63 pagine, solo 2 al tentativo rivoluzionario di Lione.

Non dimenticò i tessitori della sua terra Gerhart Hauptmann, il grande scrittore e drammaturgo slesiano (1862-1946) cui nel 1912 andò il premio Nobel per la letteratura:  soprattutto per la tragedia  Die Weber ( I Tessitori) sulla rivolta dei lavoratori tessili  slesiani nel 1844, tredici anni dopo quella dei canuts. Anche questa insurrezione fu spenta nel sangue. Nel nome della verità naturalista, la prima stesura del dramma fu nel dialetto slesiano; il testo tedesco venne in seguito. Non per niente Hauptmann divenne con questo lavoro il bardo moderno della Germania. Esaltato anche dal regime nazista, quantunque il Nostro non fosse nazista. Signal,  rivista della propaganda hitleriana, non esaltava solo le grandi vittorie della Wehrmacht. Presentava con venerazione la casa slesiana dove il drammaturgo viveva prima dell’apocalisse del 1945.

Non sappiamo istituire confronti quantitativi tra la miseria e le tubercolosi dei Weber e quelle dei canuts, che in quindici anni avevano perso l’82% del salario. All’epoca il Welfare State non albeggiava. A Lione non era cominciata la socialità, modesta ma non irrilevante, di Napoleone III, sovrano che non chiudeva gli occhi sulla brutalità della industrializzazione. In Germania non era sorto l’astro di Otto von Bismarck, il quale si sarebbe fatto convincere da Ferdinand Lassalle a istituire la sicurezza sociale. L’aspro Junker prussiano non si inteneriva per gli umili. Però era il politico superiore a tutti, e faceva la cosa giusta.

Sono passati 170 anni dal dramma dei tessitori slesiani. Oggi nessun Weber che abbia voluto manca di una o più case di villeggiatura. Se non è alle prime armi ha la grossa berlina da viaggio, i figli laureati/diplomati, è partecipe o cogestore della sua fabbrica; la società lo protegge contro tutte le sventure che non siano senza rimedio. A Lione va un po’ meno bene, ma anche i canuts d’oggi sono privilegiati.

Da noi è quasi impossibile solidarizzare con le maestranze iper-organizzate che sono il ferro di lancia della mega-lobby dei lavoratori. E’ anche colpa loro se lo Stivale non ha la cogestione. Oppure se, stremata da un cassa integrazione che può arrivare al decennio, l’Italia non sussidia affatto le famiglie senza reddito. Esse sono i canuts e i weber atterriti del nostro tempo. Solo con loro vogliamo solidarizzare. Coi cassintegrati di lungo corso, no.

Nelle situazioni insanabili si vendano le case microborghesi con cantinetta, garage e mutuo. Facciano a meno degli sport costosi, di fumare e di rimpiangere le vacche grasse. Se le loro fabbriche sono al capolinea, insidiate o soppiantate da metà del globo, non facciano ridere coi cartelli ‘L’acciaio (o l’alluminio, o il volo balneare  per la Sardegna) non si tocca’. Concentrino lo sforzo sull’ottenere per le famiglie 700 euro al mese -veri, per tutto il tempo che servono e a carico dei soli alti redditi. Vadano a vivere in co-housing, condividano l’auto (una sola, non una per ogni membro adulto della famiglia)  con altri del condominio. Entrino nello stile di vita dell’avvenire: si può campare con parecchio meno che negli anni Novanta.

E si informino  su come andava ai canuts e ai weber di un tempo.

A.M.C.

NON SARA’ CONGENIALE ALL’EUROPA IL SEMISOCIALISMO DEL NOSTRO FUTURO

Ci sarà pericolo per l’Europa -hanno ammonito Enrico Letta ed altri- se le elezioni di maggio daranno ai partiti del cosiddetto populismo antieuropeo un quarto del Parlamento di Strasburgo. I sondaggi dicono che in vari paesi dell’Unione le propensioni di questo tipo si aggirano sul 20%, con qualche punta più alta. Per molti di noi che dal giorno del Trattato di Roma, anzi dalla fine della guerra, abbiamo sognato una patria continentale sono notizie molto cattive.  Tuttavia:

1) non è certo che l’integrazione europea resterà per sempre nelle mani di conduttori per burla come Lady Ashton e Van Rompuy; oppure dei burocrati brussellesi di sempre. Non è probabile, ma potrà sorgere un vero leader, capace di iniziative che infiammino i cuori;

2) più ancora, non è detto che l’Europa che conosciamo sia quella giusta per tutti. Forse i paesi più minacciati dal declino e dalla concorrenza globale non potranno permettersi indefinitamente il liberismo, la proprietà individuale, il perseguimento della crescita, le altre deità adorate nell’Unione.

Si prenda l’Italia (o la Grecia o il Portogallo, nazioni in vario grado povere di quel ‘grasso’ rappresentato dalle risorse naturali). Se le cose continuassero come sono, l’emergenza sociale diverrebbe tale da esigere questa o quella forma di semisocialismo, di neo-collettivismo, di comunitarismo spinto. Andrebbero rimosse o almeno accantonate le componenti fondamentali del mercato occidentale: iniziativa privata, proprietà, diritti acquisiti, dialettica/combutta tra imprese e sindacati, giochi parlamentari, meccanismi elettorali e partitici, libertà di manifestare, scioperare, ed altro.

L’Europa è ancora condizionata dalla fede nella democrazia rappresentativa. Invece gli italiani, forse, si ricorderanno d’essere stati spesso nella storia più creativi degli altri;  dovranno perciò riaprire il laboratorio dell’innovazione e adottare/additare modalità di democrazia opposte a quelle, decrepite, delle urne elettorali e degli impostori della politica come professione e come rapina.

Sempre che la decadenza produttiva/competitiva continui, come si potrebbero garantire 700 euro al mese a tutti i disoccupati con famiglia -disoccupati ed esuberi di qualsiasi livello: alti burocrati e generali compresi (spariscano i diritti acquisiti!)- senza espropriare proprietà e redditi al di sopra dei livelli che oggi consideriamo medi? Come scongiureremmo la rivolta o anche solo la disgregazione sociale senza sospendere buona parte delle leggi del mercato? Esempi: oggi le banche sono protagoniste, domani potrebbero diventare marginali e ausiliarie. Oggi gli investimenti privati sono incentivati il più possibile, domani si ridurrebbero a rivoli. Oggi non è pensabile una realtà economica senza liberi professionisti (avvocati, commercialisti, ingegneri), domani nascerebbero servizi pubblici i cui laureati fossero pagati dalla collettività e operassero come i medici delle ASL, con segmenti di prestazioni libere  per i soli solventi facoltosi.

Il passaggio al ‘semisocialismo in un paese solo’ implicherebbe centinaia di svolte non rivoluzionarie ma crude: riduzione a un quinto di bilanci tradizionali come difesa, diplomazia, prestigio delle Istituzioni (inclusa la Più Alta), costi della politica; cancellazione dei trattamenti e delle pensioni dei livelli superiori (le funzioni  più elitarie non sarebbero retribuite, e tanto meglio se alti personaggi lasciassero). In breve si imporrebbero un considerevole livellamento delle condizioni e una sostanziale politica di decrescita. Tutto ciò contrasterebbe con gli indirizzi e gli imperativi dell’Unione Europea; dunque implicherebbe l’uscita dal Mercato comune e persino una parziale autarchia.

Messa così, non risulterebbe eccessivo prendere sul tragico l’ipotetica uscita dall’Unione di uno Stivale comunitarista spinto? L’integrazione continentale quale è, modellata sulle istituzioni capitalistiche e sulle priorità economiche, non tollererà le deviazioni o sperimentazioni semisocialiste. Ma, come si diceva sopra, situazioni come la nostra -se  si aggraveranno- non permetteranno di restare nell’area del liberismo e della proprietà privata above all.

A.M.C.

IL GUILD SOCIALISM CONTRO LE DISFATTE MODERNE DELL’EQUITA’

UNA VIA DI SALVEZZA II

Un’ideologia anglospagnola di un secolo fa, ispirata anche a modelli antichi, per i bisogni di socialità del mondo che va sorgendo dalla decomposizione ipercapitalista

Questo è il terzo contributo di ‘Internauta’ su Ramiro de Maeztu (i precedenti sono stati, lo scorso luglio, “Un pensatore profetico”, scritto da Manuel Fraga Iribarne;  in settembre, “Proposta di Guild Socialism”). Per quanti conoscono la storia politica spagnola (e britannica) nel primo Novecento, de Maeztu è un nome significativo.  Con Pio Baroja, Ortega y Gasset, Unamuno e altri, Maeztu fu iniziatore del Regeneracionismo, il movimento di pensiero suscitato in Spagna dal disastro del 1898 (sconfitta nella guerra con gli Stati Uniti, fine dell’Impero a Cuba e nel Pacifico). Per qualcuno, Maeztu fu il più creativo tra i rigenerazionisti.

Nel quindicennio che si chiuse con la Grande Guerra de Maeztu si fece propugnatore del Guild Socialism, una formula di libero collettivismo non marxista che fu alternativa sfortunata al Fabianesimo (poi divenuto Labour). Chi scrive precisa che, se si è fatto tardo seguace del Guild Socialism, non è perché condivida l’assieme delle posizioni di Maeztu;  una parte di rilievo, sì.

Uomo animosamente di destra al punto d’essere, allo scoppio della Guerra civile, incarcerato e poco dopo fucilato dai repubblicani, Maeztu vale come assertore di socialismo proprio in quanto la sua proposta veniva da destra. Egli respingeva la tradizionale posizione conservatrice secondo cui i proletari erano classe subalterna. Al contrario fece suo l’egualitarismo delle gilde. Sia pure richiamandosi a contesti tradizionalistici, il Nostro attribuiva al lavoro un ruolo, quindi una funzione di potere, pari a quelli del capitale. Additava la centralità del mercato e, sbagliando, considerava gli Stati Uniti il massimo riferimento dell’economia moderna.

Tuttavia considerava il liberalismo fallito e morente: infatti aderì alla Dictadura spagnola di Miguel Primo de Rivera e da essa accettò la nomina ad ambasciatore in Argentina. Ma attenzione: la Dittatura, tra il 1923 e il ’30, fu amica del popolo e del partito socialista allora rispettabile, non degli ambienti da cui Primo, generale marchese e collegato all’alta società internazionale, proveniva. Il primo inizio di Welfare della storia di Spagna fu dovuto al Dittatore, non alla Repubblica, sinistrista/popolare a chiacchiere,  sorta dopo che egli spontaneamente si ritirò (morì poco dopo in un modesto albergo parigino. Quand’era dittatore faceva frequentemente a piedi, in pratica senza scorta, il percorso da casa al Ministero della Guerra).

L’importanza di Maeztu nella storia delle idee è appunto nel suo additare da destra qualcosa di socialista. Oggi la tragedia del socialismo è che il quasi niente di esso che ancora vive, viene caldeggiato da sinistra: con la certezza che sia rifiutato, o fallisca. La non credibilità, persino l’indegnità, delle sinistre sono conclamate da molti anni. La parola stessa di socialismo è  divenuta impronunciabile.

E’ senza dubbio possibile discutere sui contenuti di radicale riforma presenti nel Guild Socialism. Però dove furono le vere trasformazioni nel ‘socialismo’ di Craxi, di Felipe Gonzales e di Rodriguez Zapatero, del Labour, delle socialdemocrazie nordeuropee, tutti ‘socialismi’ che fecero onnipotenti il capitalismo e l’atlantismo?

Di fatto il Guild Socialism era il pre-corporativismo non fascista che fu sperimentato -con successo- da Primo de Rivera e dal suo giovane ministro Aunos nei primi anni del regime militare. La pace sociale fu completa, l’opinione pubblica appoggiò (salvo gli intellettuali), l’economia sostenuta dalla congiuntura prosperò, si fecero grandi opere pubbliche, i proletari ebbero non poche case scuole ospedali e, soprattutto, le prime misure di previdenza sociale. Il generale marchese era paterno oltre che paternalista. Di fatto il popolo ricevette quanto invece la successiva Repubblica non seppe dargli: essa amava la borghesia radicale e anticlericale, non il popolo.

Al di là di alcune pratiche autoritarie -ma non oppressive né efferate: nessun nemico venne ucciso; i dissenzienti furono multati piuttosto che arrestati; il grande Unamuno fu facilitato ad evadere dal confino e  trasferirsi al di là dei Pirenei- il bonario Primo de Rivera dimostrò coi fatti d’essere dalla parte dei proletari, non dei suoi pari e parenti latifondisti o finanzieri: i quali infatti lo fecero cadere nel 1930, allorquando le spese eccessive della modernizzazione e delle provvidenze a favore del popolo, aggiunte ai primi contraccolpi della Depressione mondiale del 1929, avevano indebolito il regime militare.

La controprova dell’autentica socialità della Dictadura è, naturalmente, nel ben noto fatto che il generale Primo non sciolse il Partito Socialista, anzi lo favorì e meditò di farne il partito unico di regime; e nell’altro fatto che consigliere ufficiale di Primo nella materia sociale fu Francisco Largo Caballero socialista, massimo sindacalista del paese, il futuro ‘Lenin spagnolo’ cioè leader del massimalismo di sinistra. Largo presiedette il governo della Repubblica prima di Juan Negrin.

 

Maeztu ‘commissario  ideale’ dello svecchiamento spagnolo

Il Guild Socialism, o ‘gremialismo, o quasi-corporativismo, fu un percorso verso l’equità che Maeztu aveva vestito di tradizionalismo medievaleggiante, ma che in essenza proiettava il lavoro verso l’effettiva parità col capitale. Se oggi si ripropone il Guild Socialism, propugnato da un uomo di destra, è perché esso si differenzia e quasi si contrappone a tutti i socialismi falliti che abbiamo conosciuto. Il Nostro dette sviluppo ideologico a una grossa esperienza semicorporativa attuata negli anni di Primo de Rivera.

Peraltro Ramiro de Maeztu, figlio di una madre inglese, marito di una inglese, padre di un figlio che apparve uno dei giovani fisicamente più prestanti della razza britannica, agì per un quindicennio in Gran Bretagna e mosse da formulazioni teoriche fatte lì, a partire dalla fine dell’Ottocento, dagli intellettuali della rivista “New Age”. A Londra interagì con uomini quali H.G.Wells, G.B.Shaw, i grandi cattolici G.K.Chesterton e Hilaire Belloc, con William Temple destinato alla cattedra di arcivescovo di Canterbury, con Bertrand Russell.

Sono gli anni del massimo fulgore di quell’impero e  di quella società, gli anni del liberalismo di Asquith e di Lloyd George; nasce il socialismo evoluzionista del Labour. Si annunciano le svolte e le tensioni del modernismo, del futurismo, di altre rotture. Maeztu diviene intimo del poeta T.E.Hulme, di altri letterati del primo rango, però mantenendo distacco rispetto agli ismi e alle avventure estetiche.

Manuel Fraga Iribarne ha ricordato che Maeztu è colpito dal “profundo eticismo de la vida social britanica. Le incanta la capacidad del legislador inglés para buscar con eficacia y compasion formulas para mejorar a los humildes y desvalidos”. Scrive un libro, “Los pobres y el Estado” che non arriverà al grande pubblico. Tuttavia non diventa un anglofilo come tanti stranieri del suo tempo. Nel 1913 giunge a scrivere che “Inglaterra se muere, de horror al pensamiento”. Troppo potente “una oligarquia plutocratica, ahena a todo otro ideal que el de conservar y aumentar su poder”.

Soprattutto si convince che non è il liberalismo a spiegare la superiorità anglosassone. Per un paio d’anni si è sentito liberale, per l’influsso di Croce; ma conclude “Estas dias ha muerto definitivamente nada meno que il liberalismo economico” (uno spunto in più, dico io, per accostarci al Nostro). Anche Maeztu è arrivato a considerare prioritaria la giustizia sociale rispetto

alla libertà dell’individuo. Addita un ‘libre socialismo’, e ancora il 9 luglio 1936, otto giorni prima dell’Alzamiento dei generali, rimprovera, egli personalità di destra, alla destra spagnola di restare “paralizada por el espiritu de clase y por un conservatismo sin generosidad”. La generosità è al cuore della proposta politica di quest’uomo: verso la fine della vita annunciava agli amici che lo attendeva il plotone d’esecuzione. Così fu.

Il Fraga Iribarne politologo cattedratico, non lo statista, caratterizza così il decennio decisivo della vita di Maeztu: “Al di là del liberalismo, quello nichilista come quello plutocratico, al di là del socialismo di Stato, Maeztu cerca affannosamente altro. Lo trova in un gruppo intellettuale britannico del quale finisce col diventare capo e maestro: il socialismo ‘gremialista’ (gremio=corporazione antica) o Guild Socialism”. Il gruppo pubblica ‘New Age’, “rivista di sinistra per eccellenza; però è profondamente religioso; elabora idee al livello più alto del tempo, superiore a quello della Fabian Society. Una delle conquiste intellettuali di “New Age” è il rifiuto dell’individualismo sfrenato, perché conduce al disastro sociale.   La strada verso la Nuova Era non è il modernismo, ma un certo Medievalismo: Non è possibile parlare di società giusta senza cominciare dall’uomo morale”.

Gli uomini di “New Age” respingono la filosofia individualista e le altre scaturigini del liberalismo. Si volgono ad esplorare il passato, quel  Medioevo fatto di società organiche e pluraliste. Dal  rigetto del liberalismo essi non derivano conseguenze reazionarie. Non tentano di far rivivere il Medioevo; ma da esso vogliono imparare alcune verità”. Il Guild Socialism, rileva Fraga Iribarne, è la nuova base ideologica per una società funzionalista e giusta. Una nuova generazione di economisti, tra i quali J.M.Keynes, condivide le conseguenze etiche di questo nuovo pensiero. Altre idee-forza del Guild Socialism sono la critica del “puro poder del dinero” e della società acquisitiva; la ricerca di forme più giuste di distribuzione. Si parla anche di “distributismo”.

Ancora Fraga: “El socialismo guildista queria dar a los trabajadores non solo una cuota mayor de riqueza en el reparto, sino tambien participation y responsabilidad (…) Los gremialistas insistieron mucho que los sindicatos debìan participar en la direccion de la empresa”.  Visto il vero e proprio trionfo della Mitbestimmung germanica, è evidente che il Guild Socialism fu  pioniere di una concezione straordinariamente innovativa, rispetto alla vecchiaia e allo sfinimento del sindacalismo classista e conflittivo.

In Spagna era stato Primo de Rivera ad aprire la strada, e la politica del lavoro del franchismo aveva sì tarpato gli spunti innovativi del gremialismo e di Maeztu.  Però Franco aveva rispettato una parte delle conquiste guildiste.  La Francia invece, per responsabilità del sinistrismo, vide o volle il rigetto del riformismo lungimirante di Charles de Gaulle:  egli fu ripudiato da un paese che in lui aveva apprezzato solo il nazionalista ‘chauvin’ e il decolonizzatore. Invece il Generale annunciava ai francesi i tempi nuovi della Troisieme voie e della participation, due opzioni fondamentali per il Terzo Millennio. Il Guild Socialism è Terza Via, è Partecipazione.

“E’ indubbia -scrive ancora Fraga Iribarne- la superiorità del grande libro di Maeztu, ‘La Crisis del Humanismo’, un saggio tra i più importanti del secolo XX su democrazia e socialismo, su quante analisi produssero in quel tempo sia i liberali, sia i socialisti di Inghilterra e di Spagna”.

 

Aiutare il futuro

E oggi, che senso può avere il Guild Socialism? Intanto è un’opzione che viene da destra, sfugge perciò alla Nemesi che quasi sempre uccide gli spunti e i tentativi della sinistra.  Poi il Guild Socialism ci permette di rilanciare un concetto -il socialismo- che con i tradimenti, con la corruzione e con altri misfatti i politici socialisti avevano screditato all’estremo. Premettere ‘Guild’, quale che sia l’esatto suo tenore ideologico, vale quanto dichiarare contrapposizione rispetto a una fase recente di sconfitte e di disonore.

I tempi che si sono aperti, con le sfide della globalizzazione e il marasma dell’ipercapitalismo, esigeranno il ritorno a qualche scelta socialista; esigeranno il rilancio di una solidarietà esigente e dura. Quando il mondo di vecchia industrializzazione non produrrà quasi più nulla di essenziale e di ingente, quando offrirà al mercato quasi solo il lusso, il turismo elitario e le sofisticazioni finanziarie, sarà giocoforza redistribuire la ricchezza, se si vuole la povertà, attraverso gli ammortizzatori di massa, cioè l’avocazione dei redditi superiori, l’esilio dei renitenti, l’inevitabile compressione delle sfere individuali di libertà, la prevalenza del bene collettivo. Tutto ciò diverrà condizione di sopravvivenza, al di là della pace sociale. Occorrerà più disciplina, e il garantismo d’oggi sabota la disciplina.

In un’accezione più limitata, Guild Socialism è oggi la specifica proposta di aprire una sfera più o meno circoscritta di libera collettivizzazione. Dovrà nascere un settore organizzato su assiemi affini, ossia comunità, invece che su masse di individui. Su gilde appunto, o kibbuz, o confraternite, o comunità quasi conventuali. Uomini, donne, famiglie, aggregazioni più o meno ampie, le quali si associno accettando una ‘regola’: un patto che accentui le affinità ideali e assicuri la prevalenza del bene comune sulle istanze individuali. Una rete, dunque, di insiemi caratterizzati da una propria fisionomia e dalla comunità di ideali e oropositi. Nel  Medio Evo le gilde erano rese compatte dal cemento religioso. Oggi i cementi non possono che essere plurali, compreso il mutuo interesse a svolgere lavori, a fare acquisti in comune, etc. La prevalenza di finalità collettive andrebbe premiata da esenzioni fiscali e da servizi che siano congeniali allo Stato e ad altre entità pubbliche.

Il fine pratico principale delle gilde risulterebbe la solidarietà e il mutuo soccorso, mettendo  in comune, anche parzialmente, i redditi e le opportunità. La nostra società esigerà la resurrezione di forme antiche di solidarietà, quando il benessere e l’occupazione scemeranno al punto di cambiarci la vita.

A.M.Calderazzi

PROPOSTA DI GUILD SOCIALISM

Rodolfo Mondolfo dimostrò nel 1919
perché la futura disfatta del comunismo. Oggi, morte
tutte le altre formule socialiste, e nel marasma
del libero mercato, la logica della lezione
di Mondolfo addita una

PROPOSTA DI GUILD SOCIALISM

Noi non sappiamo se l’economia di mercato è arrivata alla resa dei conti. Molti lo dicono. Forse non è vero. E’ vero che la sua tracotanza è finita, che l’ideologia liberista ha perso la spinta, appesantita anche da un sessantennio di vittorie e forse rifiutata da una logica della globalizzazione la quale sì esalta il capitalismo dei paesi emergenti, ma con ciò stesso minaccia gli assetti di quelli industrializzati, pace sociale compresa. Se c’è poco futuro per il liberismo, dovremmo ancora una volta riflettere sul perché il suo antagonista storico, il comunismo, si è suicidato. Sappiamo che là dove imperava i popoli si sono ribellati, decretando anche la morte istantanea del comunismo altrove. E’ certo che non ci sarà una resurrezione. Però è giocoforza chiederci cosa verrà dopo il marasma del capitalismo.

‘Internauta’ ha la fortuna di avere nella sua compagine una nipote di Rodolfo Mondolfo il quale fu, meglio di altri in Italia, l’alternativa teorica, e sfortunata, al leninismo (v.Internauta, ottobre 2010); dunque noi abbiamo avuto un accesso migliore alla testimonianza mondolfiana. Il Nostro già nel 1919 denunciò la degenerazione antiumanistica del bolscevismo: “Dalla contemplazione religiosa di una sacra icona, che è deformazione della Russia reale, può soltanto uscire l’illusoria fede in miracoli”. Mondolfo constatava che il capitalismo di Stato e, più ancora, la violenza e il terrore condannavano il comunismo alla disfatta. Nel 1919! Per l’importante studioso accademico di Marx, il leninismo non offriva la prospettiva della liberazione dell’uomo, ma il suo feroce contrario.

A pochi mesi dalla Rivoluzione d’Ottobre Mondolfo accusava: “Ai proletari russi si nega il pane”. Nel momento stesso del trionfo leninista, egli definiva ineluttabile, un giorno, la restaurazione capitalistica. Nella fase fino alla Nep, Mondolfo vedeva soprattutto il tentativo di forzare i contadini a fornire vettovaglie alle città, incapaci per loro conto di produrre prodotti industriali per le campagne. I giorni di Lenin preparavano la terribile violenza stalinista: industrializzazione forzata (presto volta soprattutto a rifornire le forze armate); brutale collettivizzazione. Col capitalismo di Stato la ferrea dittatura staliniana pervenne a moltiplicare la produzione industriale, ma le campagne restavano in un assetto semifeudale. Lo sterminio dei kulaki non mancò di ‘legittimare’, quasi per assonanza, la schiavizzazione dei lavoratori urbani. Vivo ancora Lenin, Mondolfo dimostrava che la dittatura del partito cancellava ogni prospettiva di socialismo.

Trentasette anni dopo il Nostro trovava nella requisitoria kruscioviana contro lo stalinismo la conferma della contraddizione assoluta tra le intenzioni strategiche del dittatore e la tremenda realtà dei suoi crimini, generatori diretti dell’anticomunismo, in Russia come nel mondo: “Il partito trasformò la proclamata dittatura ‘del’ proletariato nella propria dittatura ‘sul’ proletariato.

Mondolfo scriverà nel 1956 che le proprie dimostrazioni dei tragici errori del leninismo e dello stalinismo “oggi possono apparire profetiche: anche se allora suscitarono l’opposizione di Gramsci, il quale irrideva alla ‘pedanteria professorale e pantofolaia che pretendeva di fissare limiti alla rivoluzione’. In realtà il partito schiacciava ogni opposizione e poi usava il potere dello Stato per realizzare un programma “che era proprio di esso partito, ma non corrispondeva affatto alle concezioni ed aspirazioni delle masse. Esse sapevano bene che non sarebbero state le beneficiarie della rivoluzione”.

Per Mondolfo il sistema trionfatore nel 1917 “conduce inevitabilmente all’assolutismo. Sia che si verifichi una dittatura collegiale, sia che le si sovrapponga una dittatura personale, non c’è differenza per le masse. La differenza sarà solo per la ristretta cerchia dei dirigenti, che nella dittatura personale sono più esposte alla minaccia delle purghe e delle soppressioni violente”. E’ noto, aggiungiamo noi, che Stalin mise a morte tutti i grandi compagni di Lenin nella Rivoluzione d’Ottobre.

Da Mondolfo e dalle gilde di Maeztu
una ben altra prospettiva comunitaria

Fosse vivo, Mondolfo deriverebbe dall’odierna condizione precomatosa dell’ipercapitalismo l’imperativo di definire un’idea di socialità aggiornata al XXI secolo. Essa non potrebbe che contrapporsi a tutte le formule di comunismo. E non potrebbe che contrapporsi a tutte le esperienze socialiste e socialdemocratiche, tanti sono i rovesci e la corruzione sia del socialismo europeo, sia di quello terzomondista; e tanto disonorevoli sono le rese al capitalismo, al burocratismo e all’atlantismo del Labour e delle socialdemocrazie nordeuropee. Non potrebbe che accertare la nullità, a volte persino nocività, di ogni proposta dell’odierno sinistrismo ‘alternativo’: rivoluzione dei diritti, difesa delle devianze, iperlaicismo, nozze in deroga, eccetera.

Se i pochi, pochissimi produttori di idee grandi alla Mondolfo non inventeranno qualcosa di nuovo, venuto da un futuro che solo i profeti vedono, che altro fare se non cercare nel passato ciò che appaia promettente, anche in quanto già verificato nella realtà? Non è sbagliato tralasciare le intuizioni e le esperienze passate di uomini come noi, non meno creativi di noi?

Le più importanti delle formule storiche di aggregazione e solidarismo furono gli ordini religiosi, le congregazioni monastiche e simili. Esistono tuttora, ne nascono alcuni nuovi; però esigono il forte collegamento ad un credo, nonché la rinuncia personale a vari aspetti dell’esistenza. Conquiste massime del monachesimo restano la vita in comune, la disciplina, l’uguaglianza, il ripudio degli imperativi dell’individualismo e dell’edonismo. Tuttavia riprodurre oggi fuori del contesto religioso le categorie del monachesimo è quasi impossibile. Non così altre formule di comunitarismo.

Nel medio Ottocento britannico nacque ed ebbe uno sviluppo non irrisorio il Guild Socialism, una formula di collettivismo alternativo a quella marxista. Col nuovo secolo fu superata dal Fabianesimo, poi divenuto il Labour. Quando l’anglo-spagnolo Ramiro de Maeztu -secondo M.Fraga Iribarne (in quanto studioso cattedratico, non in quanto politico) Maeztu fu il maggiore pensatore spagnolo della prima metà del Novecento- si fece aggiornatore teorico del Guild Socialism, gli conferì contenuti moderni. Caratterizzò il Guild Socialism nel senso di un corporativismo non autoritario, ben distinto da quello fascista (v. in ‘Internauta’ di luglio 2011 lo scritto di Fraga Iribarne su Maetzu).

Alle sue origini ottocentesche il Guild Socialism si rifaceva alla lunga esperienza medievale delle ‘gilde’. Saldate dall’affiliazione religiosa, le gilde erano confraternite laiche di solidarietà, condivisione e mutuo soccorso tra persone che svolgevano attività affini; si affermarono non poco, soprattutto in Germania Francia Inghilterra, e giunsero a togliere prerogative pubbliche ad altri poteri ed istituzioni.

Se recuperassimo gli spunti principali del Guild Socialism quali attualizzati da Ramiro de Maeztu, perverremmo a svilupparli in un progetto alternativo ai socialismi falliti. Le Nuove Gilde susciterebbero valori comunitari ed esperienze solidaristiche innovative che ricaccerebbero i precetti dell’individualismo. Antagonizzerebbero il culto del denaro, del benessere, della proprietà individuale. Le Nuove Gilde aggregherebbero laici liberamente disposti a mettere in comunità aspetti più o meno importanti dell’esistenza: vari gradi di convivenza, di comproprietà, di lavoro e impresa, il tutto in chiara contrapposizione a molti dei dettami che ci opprimono da millenni: consumismo e arricchimento individuale prima di tutto. Inizialmente le gilde attrarrebbe solo minoranze elitarie, ma darebbero l’esempio.

Il comunitarismo egualitario, variamente articolato, delle gilde andrebbe premiato da importanti sgravi fiscali, a compenso della rinuncia più o meno larga al perseguimento della prosperità individuale. Queste ed altre provvidenze si aggiungerebbero alle economie di scala del vivere e intraprendere in comune. Come le Arti dell’età comunale (ma esse esistevano, anzi erano obbligatorie, nel Tardo Impero romano), come le altre corporazioni, gilde e hanse del Nord Europa, come i kibbuz, come le nostre cooperative, le Nuove Gilde svolgerebbero attività economiche, sempre in spirito mutualistico. In questo senso i membri giovani troverebbero più facile inserirsi nel mondo del lavoro.

Probabilmente il comunitarismo delle gilde (come quello di matrice diversa) sarà una delle risposte ai dilemmi gravi della decrescita. La decrescita, più o meno ‘felice’, è una necessità contro la disumanizzazione e l’imbruttimento dell’esistenza. Ma essa sarà inscindibile dalla gemella disoccupazione. Il solidarismo delle gilde ripartirebbe al loro interno lo sforzo di soccorrere i disoccupati, a volte di dar loro lavoro. Oggi i disoccupati nei paesi dell’Ocse sono 44 milioni; aumenteranno, prima di tutto tra i laureati.

Ovviamente le Nuove Gilde, cellule di una società più fresca, parzialmente affrancata dal capitalismo/consumismo, sarebbero anche protagoniste in prima fila di un epocale passaggio dal sindacato e dallo sciopero alla cogestione: niente di più cogestito di una gilda. Il sindacato stesso è destinato, anche dal dissesto del capitalismo, a trasformarsi in agente della cogestione. La società dell’avvenire prossimo dovrà organizzarsi attorno alla partecipazione dei lavoratori ai profitti e alle perdite delle aziende; e nessuna partecipazione sarebbe più avanzata di quella realizzantesi nella gilda, larga come una Hansa nordgermanica o minima come una comunità di pochi individui o famiglie.

Antonio Massimo Calderazzi

CONCHITA, PREFICA DEL SOCIALISMO ‘MAGICO’

Giornate quasi luttuose, agosto 2011, per lo Stivale, per l’Occidente, per il Mercato, eccetera. Ma gli Dei benigni ci donano una parentesi lieta, il mesto articolo “Adios Zapatero. Sogno infranto” di Conchita De Gregorio (Repubblica). Spiega il sommario: ‘Errori e crisi economica hanno infranto il sogno del socialismo magico’.

Non rinunciamo ad additare a titolo preliminare la deliziosa, femminea immagine del socialismo ‘magico’. Non avrebbe saputo dir meglio Sibilla Aleramo. Oppure quel dolce affabulatore, estremista lirico con judicio, rivoluzionario estatico per signora, che è il governatore di Apulia ridens. In tempi di degrado profondo del nome Socialismo, chiamarlo magico è un altro e lene modo per dire Non socialismo o De cuius socialismo. Sono però possibili altre accezioni: Socialismo vezzoso, delle bambole, del Lsd, della cipria o del mascara, e così via.

Unico dubbio: che c’era di propriamente magico, vezzoso ecc. nella partitocrazia PSOE: signori delle tessere, auto blu, giochi correntizi, tangenti, elettoralismi spinti, e così via? Direte, sono così i conservatori del Partido Popular, e ogni altro partito del mondo libero. Giusto. Ma allora perché non parlare anche di liberalismo magico, reazionarismo magico, cleptocrazia magica?

“Sogno infranto” è lettura euforizzante per chi, come me, per sette anni è andato chiedendosi perché Zapatero e la sua compagine operavano come operavano. Perché pensavano di imporre a una nazione orgogliosa, straricca di retaggio, memore dei guasti repubblicani e dei drammi della Guerra civile, un corso accelerato e obbligatorio di dottrina trasgressiva, progressista ma non proletaria, soprattutto anticlericale e iconoclasta. Manuel Azana e una parte degli intellettuali che con lui avevano deposto re Alfonso XIII e proclamato la repubblica tentarono la stessa operazione iperlaicista e giacobino-borghese. La congiuntura politica e la malattia sociale, con la tentazione rivoluzionaria dei socialisti e degli anarchici, scatenarono subito la violenza: incendi di chiese, assassinii, controviolenze della destra fascisteggiante; finché esplose la Guerra civile.

Nel 1919, crollato l’impero guglielmino, lo scrittore spartachista Kurt Eisner aveva provato ad instaurare una repubblica dei soviet nel più conservatore dei Laender, la Baviera cattolica. Lì la temerarietà dell’impresa fu messa a nudo immediatamente: l’immensa forza di un esercito mai sconfitto ebbe ragione in pochi giorni del tentativo rivoluzionario. Eisner fu assassinato.

Azana, il modello di Zapatero, non era né rivoluzionario né marxista; tra il 1931 e il ’36 ebbe il torto di indulgere sulle violenze anarchiche, di atteggiarsi a fazioso, soprattutto di non affrontare se non svogliatamente una riforma agraria che aveva l’obbligo di considerare sacrosanta. Mise una veemenza acre nell’assalire le tradizioni religiose: ‘La Spagna ha cessato d’essere cattolica’ proclamò. Sorprendentemente Zapatero ha creduto di potere riprendere l’opera di Azana, il più sconfitto degli statisti, finito a piedi in una marea di fuggiaschi che cercavano di riparare in Francia.

Conchita De Gregorio non si dà pace: “Una cosa inconcepibile, contro le ragioni del tempo. Come se i nonni ereditassero il paese dai nipoti. Ci abbiamo provato, abbiamo perduto. E’ stata una lunga allegria, poi una lunga agonia. Non bisognerebbe mai illudersi. Rajoy, l’erede di Fraga, potrebbe trovare un varco nel disorientamento del paese, nella disillusione (…) Zp aveva 40 anni -veramente ne aveva 43. Che tocco delicato, togliere anni a un maschio; il quale peraltro, per aver voluto tante donne nel governo, si è quasi amalgamato ad esse, perciò meritando da Conchita tre anni di extra giovinezza- quando è arrivato al governo promettendo la rivoluzione gentile, il sogno, la cimosa che cancella la lavagna e la lascia vuota per chi ha coraggio e talento, le donne, i giovani, la nuova Spagna”. Il rimpianto acre di Conchita va alla legge d’eccezione contro la violenza maschilista, al divorzio rapido, all’aborto delle minorenni, al matrimonio gay and lesbian, ai baci in bocca tra efebi in canottiera ciclamino. Peraltro la sacerdotessa del socialismo magico ha l’aria di insinuare che sarebbe stato giusto uno Zp acclamato alla testa sia degli Indignados, sia della nuova rivolta del paese. Tacendo che sia gli Indignados sia il paese si rivoltavano, per cominciare, contro chi era al governo da sette anni.

Ma ecco l’analisi politica, senza sconti, al posto dell’elegia: “Zp ha creduto davvero di poter fare da solo (per poi) piegarsi alle ragioni della grande finanza. La rivolta giovanile sta riconsegnando il paese ai 60enni, 70enni, un paradosso. Per sette anni la Spagna e il mondo hanno conosciuto il socialismo magico, un sortilegio per cui all’improvviso la Spagna non aveva paura a sfidare il Papa con la legge sul matrimonio tra omosessuali, a sfidare la cultura cattolica, il machismo, l’ordine sociale fondato sul buon padre di famiglia e sul franchismo ancora sotto traccia (…) Un paese così diventa il posto dove il Codice penale è più severo con gli uomini violenti che con le donne, pazienza per la Costituzione, si tratta di parità sostanziale”. Pazienza per la Costituzione…

Singhiozza la Prèfica: “Quella notte che Zp vinse le elezioni Madrid impazzì di felicità (…) Ma la Chiesa ha portato in piazza le moltitudini, la Spagna è Opus Dei, è le signore con le perle vestite di marrone, madri di otto figli. ‘Il problema è stato aver chiamato matrimonio le nozze gay’ mi disse allora il vescovo di Valencia. Ma Zp, l’uomo dagli occhi di Bambi, rispose l’AMORE NON CONOSCE REGOLE (…) Il socialismo magico dava guerra al clero e gli spagnoli, i nipoti del franchismo, erano lì (…) E’ nella seconda legislatura, cominciata nel 2008, che Bambi diventa Mr Bean. L’ingenuità infantile è diventata difetto senile. La straordinaria campagna ostile di Cadena Cope, potente radio dei vescovi, ha condotto l’opposizione che la destra non riusciva a fare (…) Socialista nei criteri di spesa, conservatore nei criteri di entrata, Zp promuoveva leggi sulla Memoria storica, abbatteva le statue del franchismo e intanto il fiume carsico dell’antica destra era lì che scorreva e aspettava. Il giorno fatale è stato il 15 maggio 2010 quando la Cee, il Fmi, i grandi poteri economici hanno preteso e ottenuto che il socialismo magico smettesse di giocare con la realtà. Tagli pesantissimi, fine dello Stato sociale, testa china alle banche. Fine del socialismo dei cittadini. Inizio di Mr Bean. I vecchi signori delle tessere hanno ricominciato a lavorare nell’ombra, lasciandolo giocare ancora un po’ col suo femminismo, con la sua ingenuità già sconfitta (…) Ha dovuto ritirarsi per la richiesta delle banche. Il veliero del tempo è fermo, prua al vento. Socialismo del popolo arrivederci. Zapatero, adios”.

Finisce qui il lamento per l’Eroe caduto, femminista (l’eroe) quasi al punto dell’androginia, anello d’unione tra laicismo e amore che non conosce regole. Per carità progressista Conchita non fa che un accenno alla circostanza che la Spagna di Zp si era data senza ritegno al turbocapitalismo. E, sempre per carità progressista, nessun rimprovero allo Zp che prese a modello Manuel Azana. Come sappiamo, Azana mise tutto il suo talento a combattere preti e suore, ma dei braccianti e degli altri proletari non si curò, perciò essi si dettero a quel ribellismo anarchico che egli Azana, l’intellettuale radical-benestante, detestava.

Zapatero e Azana si immolarono nell’asserzione di cause di minoranza, contro i sentimenti della gente. Che guastatori intrepidi, caduti nella lotta. Ma che dolce consolazione, i singhiozzi della Prèfica!

A M Calderazzi

STEFANIA CRAXI E L’EREDITA’ DEL PADRE

Socialismo italiano e quello degli altri

Cosa sia il socialismo non è mai stato facile dire. Oggi lo è forse meno che mai, dopo il decesso di quello “reale” che se non altro era visibile e tangibile. E la difficoltà diventa addirittura di sesto grado in Italia, paese la cui politica è sempre stata un vero rompicapo per gli stranieri, almeno dopo la scomparsa di Mussolini, che peraltro era stato inizialmente socialista anche lui e dopo la prima caduta si riciclò alla testa di una repubblica “sociale”, finita però presto e male. A rigore sulla scena nazionale il socialismo non esiste quasi più, dopo che il partito più grosso o meno mingherlino che lo professava venne spazzato via, secondo i suoi orfani, dalla perfidia di Mani pulite.

Gli orfani riconoscibili o dichiarati si sono infatti dispersi all’interno degli opposti schieramenti mentre gli ex- o post- comunisti, che sembravano destinati secondo logica a raccogliere l’eredità del vecchio e più o meno glorioso nome, non possono usarlo in alcun modo all’interno dell’attuale PD perché inviso agli ex- o post-democristiani più o meno di sinistra compresa persino la pasionaria Rosy Bindi. Una residua bandiera socialista viene innalzata dalla porzione più moderata e più consistente dell’estrema sinistra capeggiata da Nichi Vendola, in attesa anch’essa, però, di rientrare in parlamento dopo la disfatta elettorale del 2008 e dimostrarsi comunque non effimera.

Su questo sfondo, la complessità e la nebulosità della questione acquistano adesso aspetti addirittura grotteschi. In un’intervista al Corriere della sera l’ex ministro Antonio Martino, alfiere del liberalismo più ferreo, denuncia un’asserita deriva socialista del governo Berlusconi. Gli replica Stefania Craxi, sottosegretaria agli Esteri, protestando per l’offesa all’ “onoratissima parola socialismo” e lanciandosi in una distinzione e una teorizzazione decisamente ardite. A suo dire, infatti, il socialismo di matrice ottocentesca, dopo i successi ottenuti con l’emancipazione di interi popoli e categorie sociali, sarebbe entrato in crisi negli anni Settanta quando, “conquistato il welfare state, non trovò più alcuna meta da additare”.

Missione compiuta, insomma. Fine della storia, allora? No, perchè ci pensò Craxi padre a prolungarla. Sarebbe stato infatti lui a “capire per primo che i nuovi traguardi andavano cercati nella valorizzazione della persona e nell’ampliamento delle libertà”, trovando una folta schiera di imitatori in tutta Europa compresi Tony Blair, i tedeschi della SPD, Zapatero e dirigenti vari della nuova Europa dell’est. Peccato che i traguardi additati dal defunto Bettino, per quanto nobilissimi, fossero perseguiti già da qualche secolo, sia pure con periodici sbandamenti e distrazioni, dagli antagonisti storici del socialismo senza che si sentisse il bisogno di rinforzi proprio dalla sua parte.

Peccato, inoltre, che Martino non sia certo isolato nel rimproverare a Berlusconi e soci la perdita strada facendo dello slancio liberalizzatore ostentato in partenza, senza che ciò impedisse alla Craxi figlia di continuare a trovarsi a suo agio nella Casa delle libertà e di manifestare invece qualche disagio soltanto ora che altri ex socialisti passati al centro-destra, a cominciare da Tremonti, danno segni di ripensamento sull’indiscutibilità del liberismo ad oltranza e della globalizzazione. Stefania peraltro esclude che il collega rischi ricadute nel socialismo e attribuisce piuttosto al “bossismo” l’assenza di tagli ai costi della politica nella manovra da 79 miliardi, che sembra deplorare. Ma non era stato suo padre a proclamare in parlamento, per discolparsi chiamando tutti gli altri a correi, che la politica, in democrazia, aveva i suoi sacrosanti costi?

Peccato, infine, che i suddetti ripensamenti siano nati dalla grande crisi ancora e più che mai aperta dell’economia e della finanza occidentali con conseguenti ripercussioni sul welfare state, che lungi dal confermarsi una conquista definitivamente acquisita è entrato a sua volta in sofferenza. Col concorso di altri fattori anche di politica estera, ne è scaturita una virata a sinistra dei maggiori partiti europei di tipo socialista, dalla SPD ai laburisti inglesi, passati sotto la guida di nuovi dirigenti apparentemente dimentichi degli insegnamenti di Bettino Craxi. E ciò mentre persino Obama, in America, viene accusato dalla destra di inclinazioni bolsceviche. Cose, queste, che la fiera Stefania, benché sottosegretario agli Esteri, sembrerebbe ignorare ovvero non tenere in alcuna considerazione.

Mevio Squinzia

QUANDO NACQUE LA SPAGNA MODERNA

La Spagna di oggi, confrontata con quella della tradizione, è una delle società economiche più avanzate. Ai tempi più alti della grandezza, sotto Carlo V, le carestie erano frequenti al punto che si verificavano casi di cannibalismo. Alla fine dell’Ottocento i pensatori del Rigenerazionismo, spiritualmente tramortiti dalla catastrofe del 1898 (disfatta nella guerra con gli Stati Uniti, perdita di quasi tutto l’impero) erano arrivati a pensare la Spagna come un paese africano (“l’Africa comincia ai Pirenei”), condannato alla miseria, negato all’operosità e all’efficienza economica, digiuno di tecnologia, intimamente incapace di rientrare in quel contesto europeo che nel passato aveva condiviso e in parte dominato.

Il paese lacero di 113 anni fa è oggi, a parte le vicissitudini della fase più recente, più o meno prospero come l’Italia. Se il nostro Nord è la macroregione più ricca d’Europa, la Spagna ha comparti produttivi ben più diffusi di un tempo, quando la ricchezza si produceva solo a Barcellona e a Bilbao. La Spagna è stata vicina a superarci, e qua e là raggiunge traguardi che per noi sono ancora ardui. Se da noi tanti operai hanno il garage, in Spagna pure.

Quali forze, quando, hanno prodotto questa mutazione e quasi palingenesi? Si usa rispondere: la fine del franchismo, l’aiuto americano, l’Europa, l’accelerazione economica del mondo intero. E si sbaglia, in qualche misura. Il riscatto da una continuità arretrata che sembrava condannare per sempre la Spagna cominciò un ventennio prima che Franco morisse: allorquando si cominciò a dire che, pur sempre sotto il Caudillo, erano andati al potere i tecnocrati; che avevano soppiantato la vecchia guardia militare e, diciamo così, ‘falangista’. La prosperità cominciò sì a delinearsi con gli aiuti americani e col turismo di massa, ma anche con lo sviluppo di politiche economiche e sociali avviate negli anni Venti, nei sette anni di dittatura di Miguel Primo de Rivera. Infatti per quei sette anni gli storici parlano di ‘modernizzazione autoritaria’.

La Spagna della monarchia liberale aveva preso a raccogliere i frutti della sacrosanta decisione di non partecipare alla Grande Guerra. La neutralità aveva giovato alle produzioni nazionali. Agli inizi degli anni Venti l’accelerazione produttiva si era delineata, i livelli medi di reddito avevano cominciato a salire. Però i rovesci della guerra coloniale nel Marocco avevano esasperato il conflitto sociale di fondo. La condizione dei lavoratori delle manifatture e dei servizi, cioè delle plebi urbane, migliorava lentamente. Tuttavia il proletariato rurale, misero e specificamente sottoalimentato, aveva recepito la predicazione ribellistica dell’anarchismo, caso unico al mondo, e questo contribuiva ad acuire con gli scioperi politici e con gli atti di violenza lo scontro urbano. I conflitti di lavoro avevano preso la piega dell’insurrezione: nel 1922, quattrocentoventinove scioperi politici. Ventidue i morti nello sciopero generale dei trasporti del maggio-giugno 1923.

La Dittatura di Primo de Rivera smentì le aspettative di quanti si attendevano la pura e semplice repressione della rivolta proletaria. Il generale dittatore deviò bruscamente le linee egoistiche e conservatrici del regime liberal-costituzionale. Impostò una correzione corporativa, intrinsecamente filo-popolare, solo in parte importata dall’Italia di Mussolini: non solo moltiplicò gli interventi pubblici nell’economia, che creavano occupazione ma impose la composizione dei conflitti di lavoro attraverso organismi d’arbitrato obbligatorio nei quali i lavoratori erano per la prima volta fatti concretamente uguali agli imprenditori. I sindacati socialisti furono rafforzati invece che sciolti.

Dopo sei-sette anni di sperimentazioni spesso improvvisate quindi disordinate, e di spesa pubblica resa eccessiva dalle spinte paternalistiche, qualche volta demagogiche, il paese fu raggiunto dalle ripercussioni (pur meno gravi che in paesi industrializzati quali Gran Bretagna e Germania) della Grande Depressione americana. Così le azioni positive mosse da Primo de Rivera e dai suoi giovani luogotenenti civili -José Calvo Sotelo, superministro economico, e Eduardo Aunòs ministro del Lavoro e progettista della riforma corporativa- si fermarono. Il consenso soverchiante del paese nei primi anni della modernizzazione filoproletaria scemò per la crisi congiunturale.

La classe lavoratrice guidata dallo storico Partito Socialista, che aveva accettato di allearsi al regime Primo de Rivera, manteneva l’appoggio al Dittatore che aveva parteggiato per i poveri. Ma l’opposizione dei ceti benestanti, degli imprenditori, degli intellettuali liberal-azionisti e degli studenti universitari si fece accanita. Lungi dall’asserragliarsi al potere sotto la protezione dei militari (che gli restavano fedeli) Primo de Rivera si ritirò volontariamente e subito. L’anno dopo la monarchia morì: de Rivera l’aveva costretta a volgersi verso il popolo, ma i tempi esigevano discontinuità.

La Repubblica che nacque in insolita armonia tra i partiti (ma la ‘allegria’ che sembrò levarsi era solo degli studenti e degli attivisti radical-libertari) cominciò a morire poche settimane dopo: mobilitazioni, lotte, scioperi politici, incendi di chiese e di conventi, i primi conati insurrezionali della sinistra e degli anarchici. Nel 1934 i minatori delle Asturie si rivoltarono contro la Repubblica, due anni prima del generale Mola e dei suoi sodali, uno dei quali- Francisco Franco- aveva represso coll’artiglieria l’insurrezione asturiana per conto del governo di Madrid. La Repubblica, inizialmente non rossa ma ‘azionista’ e anticlericale, crollerà per non aver dato la terra ai contadini e per avere offerto agli altri proletari quasi solo sventolio di bandiere, parole d’ordine, più insegnanti che erano anche propagandisti repubblicani, ma ben poca socialità concreta oltre quanta ne avesse avviato la Dittatura.

Lo Stato moderno fatto soprattutto di dirigismo, produttivismo e Welfare non risale al quinquennio repubblicano (1931-36) e alla mobilitazione di guerra guidata dai comunisti, bensì alla scelta filosocialista, alle provvidenze e opere pubbliche di Primo de Rivera: non solo strade e ferrovie, anche case popolari e incremento dei diritti dei proletari. Dopo la vittoria il franchismo, pur configurandosi vendicatore delle persecuzioni subite dal clero, dai latifondisti e dai banchieri, riprese gli indirizzi livellatori di Primo e di Aunòs, spogliando quegli indirizzi dei lineamenti fascistoidi del corporativismo. Le pensioni e la sanità pubblica, oggi pari a quelle italiane, cominciarono con Primo e proseguirono con Franco. Guadagnato l’appoggio degli Stati Uniti (e dunque passato il pericolo che veniva dalle plutodemocrazie occidentali) il regime di Franco portò avanti l’interclassismo di de Rivera e recepì gradualmente le linee di democrazia economica, amicbe del mercato, comuni a tutte le società occidentali. Il miracolo economico spagnolo cominciò pienamente alla fine degli anni Cinquanta.

L’interventismo economico franchista, derivato come sappiamo dal settennio della Dittatura, si era rafforzato durante la guerra civile. Nel 1937 sorge il Servizio nazionale dei cereali, tre anni dopo vengono nazionalizzate le ferrovie, nel 1941 la telefonia. Quello stesso anno sorge l’Iri spagnolo (Ini, Instituto nacional de industria). Dopo d’allora si allargano le partecipazioni pubbliche. La disoccupazione si riduce ai minimi storici.

Si aggiunga, come fattore decisivo, il crescere del potere sindacale inaugurato da Primo de Rivera, animoso e persino temerario regista della lotta alla disoccupazione, delle assicurazioni sociali cominciando dalle pensioni, dell’assistenza sanitaria, delle provvidenze alle famiglie. Il Dittatore istituì di fatto anche la rigidità del mercato del lavoro, non sempre benefica: la franchista Ley de Contrato de Trabajo del 1944 rese molto difficile, o se si vuole costoso, licenziare un lavoratore. L’assetto moderno della produzione e dei rapporti tra le classi risale a Primo e a Franco, non a Felipe Gonzales e a Rodriguez Zapatero.

Il desarrollo, l’accelerazione dello sviluppo, risale alla fase 1948-57. Alla fine di quel decennio le provvidenze di matrice social-autoritaria si accentuano al punto che, come lamentarono gli avversari di destra, todos aspiran a vivir a expensas de todos los demas (di tutti gli altri). E così, in qualche misura, avvenne.

Come ha scritto il noto economista Juan Velarde Fuentes, la linea generale a partire dal primo dopoguerra è stata dominata dagli interventi pubblici; da un nazionalismo economico che ‘ampliava il protezionismo’; dalle componenti corporative; e soprattutto dal “populismo social, obsesionado por el mantenimiento dell’empleo através de rigideces (rigidità) continuas del mercado de trabajo”.

In conclusione. La struttura economica e sociale della Spagna d’oggi, così simile a quella italiana, è il prodotto di forze aggregatesi a partire dagli anni Venti e dal franchismo, quest’ultimo operante già nel 1936 nelle province sottratte alla Repubblica. Solo nel 1959, già cominciati il miracolo e il benessere diffuso, un Piano di stabilizzazione aprì una fase di rettifiche liberiste, consonanti coll’integrazione nell’Europa. Primo de Rivera, forse, vi avrebbe riluttato.

AMC

NOI LE SALMERIE DELL’IPERCAPITALISMO

I responsabili veri del parossismo d’ingiustizia che è il mondo non sono i titani del denaro e i feldmarescialli della reazione. Siamo noi, la maggioranza sociologica. Colpevoli soprattutto le masse dei paesi ricchi, ma non solo quelle. I ceti medio-piccoli e quelli proletari delle società prospere sono talmente storditi dal benessere -il garage, le vacanze, i figli laureati- da non obiettare più nulla. Siamo le fanterie e le salmerie dell’ipercapitalismo. Ci turba solo l’ipotesi che la crescita possa fermarsi.

Il mondo d’oggi è canagliesco come un tempo. Da una parte i miserabili che annegano in mare nel tentativo di venire a vivere di briciole o di carità. Dall’altra una gentaglia d’alto bordo le cui retribuzioni o profitti sono pari al Pil di piccole nazioni. E i consumi delle società ricche, i consumi di noi tutti, sono quasi sempre superflui, a volte spregevoli. Accettiamo, pratichiamo questa ferocia nei confronti dei miseri perché poche generazioni fa vivevamo di stenti anche noi, ed ora no. Ci sentiamo miracolati dal capitalismo. Inebetiti dalla riconoscenza.

Questo accade anche perché lo sfidante del capitalismo è stato un nano, non solo impotente, anche stupido: il sinistrismo: Qua e là la proposta rivoluzionaria è sembrata trionfare, poi è stata schiacciata: schiacciata in prima linea dall’ostilità dei popoli. Essi rifiutavano i valori, i programmi, più ancora i linguaggi e gli atteggiamenti del sinistrismo. Sono i popoli, sovietici cinesi esteuropei indocinesi cubani, e non la Santa Alleanza dell’Occidente, che hanno ucciso il comunismo.  Lo sfidante pericoloso è stato liquidato. E’ rimasto il sinistrismo innocuo, comico, delle frange, dei girotondi, dei tic intellettuali, delle borie e voghe facili da disperdere come pula al vento. Così l’ipercapitalismo cresce.

Quando ci angosciamo per le centomila tragedie della miseria nel mondo, ricordiamoci di fino a che punto il sinistrismo supponente e inetto ha fatto il gioco del denaro. Il baratro fra ricchezza e povertà si è fatto smisurato a valle della Rivoluzione d’ottobre e dei miliardi di parole e di gestualità sul riscatto delle plebi, sui diritti, sul ribellismo giovanile, sulle lotte veterosindacali, sulle conquiste delle donne e dei diversi. I bambini annegano nel canale di Sicilia, dalle parti di Gibilterra, in tutti i mari dell’emigrazione (molto gradita ai datori di lavoro e a chi vuole badanti); il sinistrismo si mobilita per le nozze gay and lesbian.

Più i primati dell’ipercapitalismo si ingigantiscono, meglio sono pagati “quelli -intellettuali artisti conduttori politici- che non perdonano”; e più le signore dei quartieri alti si inteneriscono per gagà e tipi da spiaggia quali, in casa nostra, Bertinotti Vendola e Santoro, giustizieri e campioni di un popolo da farsa. Sfogliate i giornali di De Benedetti, corpo d’assalto del sinistrismo: pubblicità, straripante, solo per consumatori ricchi o sognatori della ricchezza.  Fu spiegato così il successo di  ‘Quattroruote’: si rivolse non tanto ai possessori quanto ai sognatori di un’automobile.

Mai, assolutamente mai, le gauchisme farà qualcosa a favore dei poveri: E’ un fatto antropologico: il politico di sinistra, specie della varietà intellettualizzante, è geneticamente incapace di parlare alla gente. I sinistristi potranno persino vincere le elezioni, ma non saranno presi sul serio come operatori del bene. La carriera intera di un capo sinistrista non ha aiutato  i ragazzini di periferia quanto un coadiutore parrocchiale che li fa giocare e dà merende.

L’aiuto ai poveri del mondo verrà solo dal paternalismo, dall’astuzia o dal genuino populismo di destra.  Se a qualche riforma vera -una patrimoniale grossa, la miniaturizzazione dei costi (=furti) della politica, l’amputazione delle spese militari e di rappresentanza- mettesse finalmente mano la sinistra, fallirebbe. La gente non si fiderebbe, come non si fidò di D’Alema e di Prodi. Preferirebbe un acquirente di ville a Lampedusa, il Mosé delle mezze calzette che sognano la ricchezza e che il sinistrismo non è stato capace di disamorare dal sogno.

Un giorno dovrà arrivare il Grande Innovatore: non spalleggiato dalle sinistre -gli andrebbe male- ma da uomini e donne di coscienza. Non impegnato in pro dei suoi elettori (come tale non meriterebbe niente) bensì dei miseri che vivono soprattutto fuori dello Stivale. All’orizzonte l’Innovatore non c’è. Ma è quasi una legge fisica che sorga, un giorno. Magari sarà un Innovatore collettivo: un pugno di uomini di fegato e di fede.

A.M.Calderazzi

RITROVERA’ SENSO IL SOCIALISMO CORANICO

Qualcuno ha calcolato che i paesi arabi ‘svegliati dalla rivoluzione’ avranno bisogno a breve di 18 milioni di nuovi posti di lavoro; che i tassi di sviluppo attuali, attorno al 6%, non basteranno; che straordinariamente difficile sarà dare lavoro ai giovani con diploma o laurea; che certe regole le fisserà il mercato globale. L’insurrezione del 2011, anche dove sembra avere vinto, non è finita: è appena cominciata. Conseguire la democrazia all’occidentale è obiettivo marginale, anzi irrilevante. L’obiettivo vero è la creazione/distribuzione della ricchezza. Chi creerà lavoro per 18 milioni? Non gli investitori internazionali; avranno molti motivi per declinare. In genere amano aprire shopping centers e poli logistici, però là dove i mercati ci sono.

Non è utile immaginare, quali protagonisti dendispensabile balzo in avanti delle economie arabe, le classi imprenditoriali locali. Gli operatori piccoli sono incapaci di moltiplicare posti di lavoro non precario nel mondo industrializzato. Ancor meno potranno fare nei paesi arabi.

Qui le leve economiche sono più che altrove nelle mani dei governanti, cioè in genere dei militari, effettiva classe di governo. A loro spetta in ultima analisi il merito della modernizzazione e accelerazione produttiva realizzate nello scorso cinquantennio. Se i militari sono stati i decisori, e se tengono il potere anche là dove si crede abbia vinto la democrazia delle urne, è più che mai pertinente capire che  economia vogliono, loro e i politici che surrogano o controllano.

I militari sono al potere perché colsero meglio dei notabili tradizionali le opportunità offerte dalla decolonizzazione. Data l’arretratezza dei loro paesi, in genere si ispiravano a un modello socialista modificato e collegato a spinte terzomondiste. Si parlò di ‘socialismo arabo’. I suoi promotori si sforzarono di dimostrarne la consonanza al Corano (la laicità, qui, è una ipotesi speranzosa dei laicisti occidentali; ancora oggi, che la fede si indebolisce, coinvolge solo piccole minoranze). Il Corano vuole sacro il diritto di proprietà, ma lo mitiga col dovere della solidarietà. Se oggi l’islamismo sembra in ascesa è in quanto ripropone, fallito il marxismo e malato o svogliato il capitalismo, la religione come scaturigine di spirito sociale. La congiunzione tra potere militare e mobilitazione islamista promette che si realizzino vasti programmi in qualche misura caratterizzati  in senso sociale.

Il nasserismo -in Egitto ma non solo- fece con le riforme agrarie e le nazionalizzazioni corposi esperimenti di socialismo agrario-industriale. Poi i limiti e le difficoltà prevalsero, e il socialismo  dei militari è diventato puro regime, con la conseguente corruzione. Oggi i militari gestiscono, direttamente o attraverso burocrati e fiduciari, istituzioni, organismi, conglomerati economici, persino ospedali. Non è probabile sappiano moltiplicare i posti di lavoro senza fatti nuovi, ardui da realizzare per i governi ma del tutto inconcepibili per l’iniziativa privata, anche internazionale, se le finalità sono almeno in parte sociali. Tra i fatti nuovi ci sarebbe a breve l’attacco alla corruzione, ai privilegi e ai redditi più elevati. Si libererebbero risorse non sterminate ma significative per progetti produttivi.

A termine medio-lungo si prospettano programmi ambiziosi quali la valorizzazione del sole e del vento per raggiungere a bassi costi energetici i laghi d’acqua profondissimi individuati in particolare nella regione libica e limitrofa, ma forse localizzabili in altre regioni. Ovviamente strappare aree al deserto non allargherà solo le superfici coltivabili, ma lancerà altri comparti.

Si impongono dunque programmi connotati in senso solidaristico, i quali non possono che richiamarsi sia alle origini del socialismo arabo, sia ai profili sociali del messaggio islamico. Una nuova sinergia tra statalismo socializzante e religione incontrerà senza dubbio difficoltà, in prima linea per il sabotaggio degli occidentalisti più combattivi, magari sobillati dall’esterno. E’ però difficile che le destre moderniste siano in grado di proporre più iniziativa privata. Le urgenze sono tali, e lo stato di salute del capitalismo occidentale così dubbio, che più promettente apparirà il ritorno agli spunti semicollettivistici della decolonizzazione del messaggio islamico. In altre parole: ritroverà senso il socialismo coranico. Forse.

Anthony Cobeinsy

DA POVERI, SENZ’ATOMO, VIVREMO ECCOME

Forse tra un ventennio l’energia si ridurrà a poca cosa per noi che saggiamente avremo dimenticato le centrali nucleari. Ma restare uno dei paesi più ricchi ed edonisti al mondo non merita d’essere la prima delle priorità. Al contrario, vivremo meglio quando ci impoveriremo.

Forse il nucleare è indispensabile -leucemie e tumori permettendo- per difendere lo stile di vita e il benessere. Tuttavia né l’uno né l’altro sono da difendere. Dello stile di vita, vituperevole e dozzinale com’è, infestato di SUV e di consumi superflui all’estremo, dovremmo liberarci comunque. Del benessere è essenziale che resti soltanto la sanità gratuita per i poveri e semigratuita per i ceti medi inferiori. Il resto è quasi tutto ridimensionabile.

Senza il nucleare e con un Pil immiserito torneremo al passato, ossia a come vissero quasi tutte le generazioni. Chiuderanno molte fabbriche, boutiques, palestre, centri fitness e shopping centers. Morirà l’alta gamma, che oggi crediamo imperitura. Ottimo: l’essenziale è che a nessuna famiglia manchi l’indispensabile: un tetto, il paniere alimentare, la scuola per i figli e poco più: per assicurare questo a parecchi  milioni di famiglie occorrerà ridistribuire la ricchezza come né il comunismo né la socialdemocrazia né il sinistrismo antagonista hanno saputo fare. Il primo si è fatto odiare e infine uccidere, la seconda è stata donna di servizio del capitale, il terzo si è consacrato alla storia come una comica a volte divertente, più spesso noiosa. Non sappiamo come si chiamerà l’ideologia che organizzerà il convivere quando gli idrocarburi -e l’uranio- finiranno e quando le energie alternative garantiranno la sola parsimonia spinta. Forse il sistema assomiglierà al comunitarismo del convento in assetto laico. Pazienza per chi avrà esigenze più alte.

Sicura sarà la fuga dei capitali. Non bisognerà vietarla, bensì autorizzarla se accompagnata dalla fuga, o espulsione, dei loro detentori. In molti casi sarà difficile, ma non impossibile, identificare questi ultimi. Spetterà agli esperti affinare le tecniche per neutralizzare prestanomi e altre astuzie. Certo non  resterà sacro il diritto di proprietà. Chi esporterà i capitali andrà in esilio, lasciando alla patria gli immobili, i simboli di status e tutto ciò che non sia esportabile via Internet. La condanna all’esilio col coccio chiamato òstrakon era nella Grecia antica un istituto perfettamente legale; Aristotele lo attribuì a Clistene, l’Alcmeonide che governò Atene un po’ prima e forse meglio di Pericle, suo nipote. Anche Firenze ai tempi della grandezza comunale esiliava ed espropriava legalmente i cittadini.

Gli altri ricchi, quelli che obbediranno alla legge, non andranno perseguitati. Aggrediti dalle tasse, inevitabilmente sì. Nessuna famiglia di disoccupato dovrà fare la fame: come non attingere agli alti redditi? Di conseguenza nascerà un sofisticato dopolavorismo per élites impoverite.

Man mano che le risorse energetiche si ridurranno, bisognerà fermare l’incremento demografico. Corrispettivamente si chiuderanno le frontiere agli immigrati economici. L’asilo politico sarà sempre  meno accordato. Il sud del mondo sarà aiutato a valorizzare le proprie risorse naturali, cominciando dal sole e dal territorio. Parte dei deserti saranno irrigati  dall’acqua che l’elettricità solare ed eolica porterà alla superficie, trasporterà da lontano e/o desalinerà.

I nostri concittadini dovranno, quando mancheranno di meglio, fare i badanti e i braccianti: perderà i sussidi chi rifiuterà le mansioni oggi riservate agli extracomunitari ultimi.  Molti dei nostri nonni e bisnonni vissero facendo queste cose. Noi ci siamo montati la testa.

Per non accettare tutto ci potremo costruire centrali nucleari: ma forse non saremo all’altezza dei costi proibitivi di una sicurezza moltiplicata n volte. Non è nemmeno detto che i paesi nostri vicini si intestardiranno per sempre sull’atomo. Tutto fa pensare che i più avanzati scopriranno prima di noi la bellezza di tornare poveri.  Petrolio, metano e uranio non si esauriranno anche per loro?

JJJ

RODOLFO MONDOLFO, NOSTRO RIFERIMENTO

Tra le malattie che hanno ucciso l’idea socialista e quella comunista primeggiano la voracità ladra degli appaltatori della prima, la ferocia dei gestori della seconda. Sapere questo non spegne il rimpianto di quando esistevano alternative all’ipercapitalismo, oggi esso stesso in cattiva salute.

Come ci disgustano, da una parte, la disonestà e disinvoltura del craxismo, del felipismo spagnolo, del blairismo, e dall’altra l’arroganza, il settarismo, l’inumanità, l’autolesionismo praticati da Lenin a Togliatti, da Thorez e dalla Ibarruri a moltitudini di intellettuali opportunisti, così ci cresce dentro l’ammirazione per le grandi figure del socialismo umanitario. Primo, Rodolfo Mondolfo il cui magistero abbiamo evocato nelle poche righe di presentazione di “Internauta”, un mese fa.

Col fratello Ugo Guido, anch’egli lavoratore nella vigna di Critica Sociale, Rodolfo ebbe la grandezza di contrapporsi immediatamente ai campioni del marxismo autodistruttivo: non solo Lenin e Stalin, anche il falso profeta Gramsci e il serpino Togliatti, poi i centomila sicofanti che schernivano il socialismo etico dai caffè di St.Germain, dalle terrazze romane, dalle tavole rotonde e dai teleschermi del sinistrismo insincero. Nel 1920 Gramsci rimproverava a Mondolfo che il suo amore per la rivoluzione fosse ‘grammaticale’ e irrideva alla ‘pedanteria professorale e pantofolaia che pretendeva di fissare limiti alle rivoluzioni’. Non avrebbe scritto, il fondatore de “L’Unità”, che il partito comunista doveva “prendere il posto, nelle coscienze, della divinità o dell’imperativo categorico”; così allineandosi a Stalin e a Zdanov?

Decenni dopo il tardobolscevico di rito milanese Lelio Basso sosteneva ancora che la causa primordiale della dittatura leninista-stalinista era stata ‘la minaccia di schiacciamento’ da parte delle potenze capitaliste, non il feroce imbarbarimento del Partito e la sua ‘funzione dominatrice’ sulle masse. Per quasi un secolo gli intellettuali ‘di tendenza’ (compresi i tanti che si erano adattati assai bene al fascismo) avevano insultato gli assertori alla Mondolfo di un socialismo per l’uomo, non per il Partito. E insultarono ancora quando, morto Stalin, il sistema moscovita continuò a stroncare con le armi a Poznan a Berlino a Praga a Budapest la velleità delle masse di rivendicare le loro esigenze reali.

L’uomo-Comintern Palmiro Togliatti pontificò che nel campo sovietico esistevano . Legioni di scrittori pittori registi di casa nostra inneggiarono a tali ridicole fandonie e vituperarono le invocazioni umanistiche di ogni possibile Mondolfo.

Conosciamo la fine ignobile/grottesca del comunismo. Peraltro ai combattenti dell’ideale si può addebitare di non aver capito fino a che punto il trionfo del capitalismo avrebbe fatto turpe l’anima ai socialisti. Non era mai accaduto che i portatori di una grande causa si trasformassero così fulmineamente in corruttori e in ladri. Forse i boys di Craxi e di Felipe Gonzales non furono più ladri di tanti luogotenenti di Aznar e Berlusconi; ma almeno questi due ultimi condottieri dell’ipercapitalismo non avevano e non hanno alcun obbligo di moralità. E nemmeno ne ha Tony Blair con la sua ricchezza spudorata e la sua livrea di casa Bush-Cheney. I Mondolfo, i Kautsky, gli Otto Bauer non seppero misurare né la forza corruttrice del benessere consumistico, né la tenuità etica di molti che si dicevano socialisti. Ed ecco Fernando Savater, brillante intellettuale spagnolo, rivendicare oggi (come il Niccolò Machiavelli ammiratore di Cesare Borgia): “I politici non hanno bisogno della morale”.

Oggi ‘socialista’ è una parola da non pronunciare a tavola. Semmai si potrà parlare di ‘semisocialism’ o ‘halbsozialismus’, evitando la lingua italiana e quella spagnola. Resta, anzi grandeggia, la dignità del comunismo umanistico additato dal visionario-realista Rodolfo Mondolfo. Per questo andremo ripubblicando qualche scritto antico di quest’ultimo. La nostra sodale Laura Lovisetti Fuà, nipote dei fratelli Mondolfo, ci ha passato alcune loro vecchie carte.

Nato a Senigallia nel 1877, il ventiquattrenne Rodolfo Mondolfo insegnava la storia della filosofia all’università di Torino, dove restò quattordici anni. Fu poi professore a Bologna 24 anni, in Argentina 12. Morì lì nel 1976. Negò l’imperante interpretazione materialistica del marxismo, che egli invece caratterizzò come filosofia attivistica e umanistica. Questa concezione liberale mise al centro di opere quali Il materialismo storico in F. Engels, di un secolo fa, e Sulle orme di Marx, del 1919. Nella filosofia antica rilevò, al di là degli schemi tradizionali, problemi e intuizioni del mondo contemporaneo.

Già nel 1919, poco più di dodici mesi dall’Ottobre rosso, Mondolfo vide con chiarezza inesorabile che il comunismo non poteva che essere dittatura, della classe dominante non del proletariato; e che sarebbe stato odiato e abbattuto dal popolo, anzi dai popoli. Si pensi a quella forma esasperata che fu il maoismo della Rivoluzione culturale. In Cina ha avuto luogo, per reazione, la più gigantesca palingenesi della storia: dalla persecuzione di chi, contadino possessore di un bue o professore di politecnico, era un ‘capitalista da schiacciare’, all’apoteosi finanziaria di oggi, che la Cina è arbitra della solvibilità dell’America sua debitrice. Anche questo era nell’analisi-profezia di Rodolfo Mondolfo.

Vivesse oggi, il loico veggente di Senigallia, forse saprebbe dirci se moriremo di ipercapitalismo. Forse ci insegnerebbe come riproporre una prospettiva di disincantata socialità, dopo 170 anni di errori e di tradimenti che hanno stracciato il concetto stesso di sinistra. Nei suoi limiti, la dottrina sociale di Leone XIII è sopravvissuta ben meglio del marxismo-leninismo trionfatore a chiacchiere, anzi a menzogne.

A.M.C.