PER NON MORIRE, TUTTE, LE SINISTRE SCOPRANO LA DEMOCRAZIA DIRETTA

C’è il grande contrattacco in Francia della destra di Sarkosy. C’è in Italia il tambureggiare delle conferme che democrazia=impostura più ladrocinio, e che il Ventennio non era peggio del Settantennio. Si ingrossa nel mondo l’evidenza che tutto avanza -cominciando dalla ferocia di Boko Haram e dall’arroganza reazionaria alla Dick Cheney o alla Bibi Netanyahu- fuorché il ‘progresso senza avventure’ di Obama, Mattarella ed altri benpensanti. Che aspettiamo a ricrederci su quasi tutte le nostre certezze?

Per esempio. Che il mercato sia infallibile ed equanime nel temperare le disuguaglianze e moderare gli eccessi. Che ‘i diritti’ siano il valore dei valori. Che la democrazia liberale, pur coi suoi difetti, resti il meno peggio. Che la libertà garantisca la buona vita. Che la laicità valga più delle fedi. Siamo entrati davvero nel Terzo Millennio, ma da troppi secoli ripetiamo le stesse cose. Il capitalismo propaga benessere. Invocare la Madonna e i Santi propizia miracoli a conforto di chi soffre. Le sinistre amano il popolo.

Il più pernicioso degli inganni è quest’ultimo. Le sinistre non amano il popolo. Amano i propri miti, cominciando dalla presunzione d’essere portatrici di verità superiori. Amano praticare il settarismo, talché sono un paio di secoli che si scannano tra loro. Quando conquistano il potere il settarismo le costringe coi suoi delitti a farsi odiare: lo fecero i giacobini del Terrore 1793-94, lo fecero i bolscevichi, lo fece Stalin, lo fecero i partigiani quando prevalsero su nemici sfiniti.

Il bilancio finale per le sinistre è così disastroso che per saggezza esse dovrebbero annullarsi, ripudiare il retaggio e le glorie, sparire per rinascere totalmente cambiate. Giorgio Napolitano e Massimo D’Alema hanno sì abiurato una fede torva, ma sono passati in un campo peggiore del loro: il campo del servaggio agli USA e del liberismo immorale. D’Alema pensa addirittura da operatore vitivinicolo. In sé questa conversione al fatturato è etica calvinista in confronto alla schietta ruberia che è il credo di quasi tutti i professionisti della politica.

Orbene: per un secolo i capi del defunto Pci hanno plagiato gli intellettuali, facendo di loro dei servi sciocchi o dei maiali di Circe. Prima di esalare l’ultimo respiro, i diadochi di Berlinguer non dovrebbero indurre i residui intellettuali organici a conferire i loro cervelli (e l’istinto di sopravvivenza) alla ricerca di un’idea nuova, opposta al marxismo-leninismo da obitorio, ma opposta anche al nichilismo proditorio di Napolitano & D’Alema? Nella moria delle ideologie otto-novecentesche, l’idea di fermare la metastasi dei politici di mestiere, cioè di cancellare la delega elettorale, è destinata a vincere sulla distanza: ma ha bisogno di molto tempo per imporsi. Se i Napolitano e i D’Alema si sono bruciati definitivamente, altri ex-dirigenti del Pci non troverebbero la forza di rigenerarsi come manager di reclutatori di una verità più giovane, quella di una Polis senza politici e di un comunitarismo senza comunisti portasfortuna? I tanti cattivi maestri che ancora dominano le cattedre, le case editrici, i giornali, i media e altri pulpiti, non si riscatterebbero approdando a un pensiero bruscamente nuovo, opposto sia al loro, che è pensiero della sconfitta, sia a quello dei reazionari, falsi vincitori?

Parliamo dei pochi ex-leader rossi cui sia rimasto qualche potenziale di influenza. Non di quei politici d’oggi -la sinistra Pd- che ancora prolungano il vecchio gioco del settarismo e che in realtà sono il nulla. I pochi intellettuali che sono con loro e da cui attendersi qualcosa, hanno perso la ragione a fare e a militare come se nulla fosse cambiato?

A.M.Calderazzi

FA STRAGE A SINISTRA LA DEMENZA PANDEMICA

Due immani cetacei, un capodoglio e un’orca assassina, boccheggiano sulla spiaggia dello Stivale dove si sono arenati. Avendo ancora residui di vita, gli spasmi della loro agonia fanno impressione. In acqua erano ferocissimi, sterminavano la fauna, dilaniavano le balene, rovesciavano le baleniere, divoravano gli equipaggi. Ora muoiono.

Il capodoglio è il sinistrismo. Con Gramsci fu similbolscevico, cioè rivoluzionario a parole; divenne stalinista;  poi comunista da Cinecittà; oggi  è ridotto a patrocinare  ardite innovazioni erotico-coniugali. Le grandi opere egualitarie di sinistra sono fallite tutte: da quelle europee del socialismo reale manu militari  a quelle asiatiche del trionfo capitalista in costume Mao. I popoli del pianeta che conobbero il potere marxista lo odiano persino al di là del giusto.

L’orca è il sindacalismo finora consociato al potere. La killer whale  faceva strage di foche cioè di imprese, piccole medie grandi. Se  soccombono tante di queste ultime, se i jobs spariscono a milioni, se gli investitori si dileguano, è soprattutto grazie a settant’anni di  ‘conquiste’  che esportano il lavoro invece che i prodotti. I giovani che il presente e il futuro sgomentano sanno che pagheranno sempre più caro il benessere quasi-borghese conseguito dai padri iperorganizzati, quando le vacche erano grasse e contrastare i sindacati era addirittura reato.

Il sindacalismo viene detto novecentesco, però la sua parabola è durata più di un secolo. La Confederazione generale del lavoro nacque solo nel 1906, ma la redenzione del proletariato cominciò nell’Ottocento. L’assalto al potere padronale fu sacrosanto allora; nel secondo dopoguerra divenne esercizio di privilegi e di omertà. Più tardi, di fronte al prorompere della concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione, il sindacalismo si è dato al killeraggio delle imprese occidentali (che pure hanno le loro colpe).

Oggi il sinistrismo e il sindacalismo dell’Occidente propugnano solo cause perse. Fagocitati dal lifestyle consumista, i lavoratori non sono più disponibili per la Rivoluzione, che era la loro arma di deterrenza assoluta. Togliendo i mercati all’Occidente, con ciò stesso la globalizzazione cancella la ragion d’essere del sinistrismo e del sindacalismo. La storia non è finita, come almanaccava quel Fukuyama. E’ certamente finita la commedia della conflittualità rampante. Manifestare con fischietti e avvolti di rosso è sempre più cretino.

A questo punto scoppia l’autentica pandemia di casa nostra: sinistrismo parlamentare e sindacalismo escono di senno. Il 25 ottobre 2014 sono entrati in una guerra che non potranno non perdere. Era già meno folle l’intervento di Mussolini, il 10 giugno 1940.

Più i due ismi attaccheranno, più saranno sbaragliati. Uno sciopero generale moltiplicherà i voti di Renzi e lo divinizzerà come asfaltatore di confederazioni. A sinistra si interstardiranno a esigere ‘politiche per il lavoro’ le quali, richiedendo risorse, sono perfettamente inconcepibili. Nell’ordine capitalista i salari e i ‘diritti’ che si vogliono difendere presuppongono gli imprenditori; gli imprenditori presuppongono i mercati; i mercati sempre più vanno ai produttori nuovi, quelli che non pagano salari a noi.

Tutto ciò il sinistrismo e il sindacalismo lo sanno, perciò invocano gli investimenti pubblici che sono impensabili senza aggravare le tasse su tutti. “Non su tutti, solo sui ricchi” protesta la Camusso. Ma la patrimoniale grossa sui soli ricchi, pur santa,  implica l’uscita dal liberismo, dal Codice civile, dall’Europa, dalle ìstituzioni della repubblica a presidenza monarchica-atlantista-obbediente agli USA-fanatica di quello sfarzo ufficiale che costa più della manutenzione di scuole e torrenti.

Dunque gli investimenti pubblici che creino lavoro sono asini che volano. Che i Fassina e le Camusso credano di proporli – non a chiacchiere innocue come di norma, ma con le lotte dure, con lo sciopero generale, addirittura coll’occupazione delle fabbriche- è prova che a sinistra si è persa la ragione. L’occupazione delle fabbriche, poi, è una trovata neo-gramscista che sembra uscita dalla comicità al semolino di Erminio Macario.

Giorni fa il guru Massimo Cacciari ha rimproverato a Matteo Renzi d’avere annunciato un’epocale fine del posto fisso senza curarsi dello sgomento suscitato. Ma per chiudere la bocca a questo Renzi che si vuole thatcherizzato occorrerebbe saper fare la rivoluzione. La sanno fare Cacciari Camusso Fassina Landini? Se sì-ehm- diranno ai milioni di seguaci immaginari che dopo la rivoluzione non ci saranno né buste paga né conquiste né diritti: solo distribuzione di utili eventuali e magri (l’Asia sempre più produrrà per il pianeta intero)?

Diranno ai  loro guerrieri che, mancando la rivoluzione, la salvezza verrà solo da una Mitbestimmung assai meno dolce per i lavoratori di quella germanica?

Diranno che il benessere anni Ottanta è da dimenticare, la decrescita forte da accettare, le umili virtù e le scodelle di minestra di padri e nonni da riscoprire?

A.M.C.

ORFANI A SINISTRA

Un po’ per l’attrazione del macabro, molto più per concederci dell’ilarità cioè del buon sangue, abbiamo riaperto un libro del ’68: René Viénet, Enragés et situationnistes dans le mouvement des occupations, ed. Gallimard. Sapendo come andarono a finire il Maggio francese e tutti indistintamente i conati gauchistes (=sinistristi all’occidentale) del pianeta, per umana compassione non infieriamo sugli sbaragliati. Riportiamo solo uno, molto dimesso, dei loro gridi di battaglia e di vittoria nei giorni allucinati tra l’11 e il 30 maggio 1968: “Dans les Bourses  d’Europe les capitalistes tremblent, les gérontocrates tournent les mots pour expliquer l’action des masses”.

Credevano di avere attivato il detonatore della Rivoluzione mondiale. Credevano di avere eccitato i proletari a sollevarsi, laddove i proletari aspiravano alla seconda casa e alla terza voiture  del nucleo familiare. In ogni caso si deliziavano dei parossismi vandalici e delle centinaia di fatti microinsurrezionali che umiliavano l’incarnazione dell’autorità, il monarca Charles de Gaulle. Trascriviamo solo alcune meste riflessioni di quando le fortezze che avevano eroicamente espugnato -l’Odeon, la Sorbona, le Beaux Arts, Nanterre- caddero.  Falliti presto i grandi scioperi politici delle fabbriche – Renault, Rhodiaceta, Citroen riaprirono il 17- fu giocoforza ammettere la disfatta. Ma si facevano coraggio con le  chimere:

“La France reste dans la chaine volcanique de la nouvelle géographie des révolutions. L’éruption révolutionnaire n’est pas venue d’une crise économique, mais elle a tout au contraire contribué à créer une situation de crise dans l’économie. Ce qui a été attaqué de front en Mai, c’est l’économie capitaliste développée fonctionnant  bien; mais cette économie, une fois perturbée par les forces négatives de son dépassement historique, doit fonctionner moins bien: elle en devient d’autant plus odieuse, et renforce ainsi  ‘le mauvais coté”, la lutte révolutionnaire qui la transforme. La théorie radicale a etée confirmée. Elle s’est immensément renforcée. Ici a eté allumé un brasier qui ne s’éteindra pas”.

Direte: bella forza sghignazzare 45 anni dopo. Prescindendo dal fatto che chi scrive sghignazzò in tempo reale (lo attestano quell’anno vari numeri di ‘Relazioni Internazionali’, il settimanale del milanese Istituto per gli studi di politica internazionale, nonchè numerosi scrittarelli in altre sedi), è reale l’imperativo di capire: la lezione della disfatta del ’68 è stata straordinariamente rafforzata, non indebolita, dal quasi mezzo secolo che è trascorso. La lezione, anzi la ‘legge’, impartita dalle cose è che, più le sinistre moderate credono d’essersi aperte prospettive (per avere respinto le frange lunatiche) e più l’assetto capitalista/consumista si rafforza. Perché si indebolisca occorre che tutte le sinistre, anche quelle ragionevoli, spariscano.

Perché? Perché, avendo ripudiato la rivoluzione, le ragionevoli credono di potersi permettere il fatuo progressismo ‘dei diritti’. E’ innocuo ma momentaneamente nocivo. Pur depotenziatosi da Zapatero a Rodotà e alla Boldrini, pur trascolorato dalla militanza alla petulanza, persino questo sinistrismo venuto da Lilliput e ridotto al ridicolo non cessa di antagonizzare i grandi numeri: la gente. Per dirne una, i fiori d’arancio homo.

Risultato, l’ordine costituito si rinsalda. I ricchi di oggi sono molto più ricchi dei loro padri e nonni. La loro condizione è più confortevole. E si fa sempre più impossibile -grazie in particolare alla Più Bella delle Costituzioni-  tassare gli yacht e i consumi d’alta  gamma, tagliare i costi delle istituzioni e quelli militari imposti da Washington, colpire le grandi fortune, le ricchezze ereditate, i diritti acquisiti, le retribuzioni, pensioni e liquidazioni da Sodoma/Gomorra. E’ sempre più faticoso  far avanzare la civiltà.

Più che mai allora si impone il ribaltamento integrale, ma le sinistre proteggono l’esistente. Tutto il nuovo che pensano, fallisce. Nessuna formula giacobina, sia essa girondina o montagnarda,funziona perché non esistono i leader, le idee-forza, i programmi. La politica che conosciamo muore. La salvezza verrà dalla non-politica.

La gente dovrà essere guadagnata coi fatti, non coi sillogismi, a desiderare le novità grosse. Certamente non sarà attratta dal bouleversement del ’68, meno che mai da quello della Comune parigina del 1871: centomila morti inutili, visto che dettero la vittoria a Thiers. Le corti marziali funzionavano ancora nel 1875. Fu molto più clemente Charles de Gaulle (altro grande sconfitto, però nobile. Si era illuso di realizzare la cogestion e la participation, ossia le cose serie che la vecchia politica credette di strozzare nella culla).

A.M.Calderazzi

LA RISCOSSA DELLA SINISTRA

Forse Antonio Massimo, che sa essere flessibile e pragmatico, avrà già impartito il proverbiale “contrordine compagni”. Ordinato, cioè, di soprassedere per il momento al reclutamento di qualche cacciatore di teste per individuare l’alto ufficiale o prelato più idoneo a promuovere, in Italia e al limite nell’universo intero, quel rivolgimento rivoluzionario ancorchè semi-conservatore che lui auspica e che le sinistre nazionali, estreme e quindi fuori dal mondo oppure moderate e quindi abbarbicate al sistema vigente, hanno dimostrato di non sapere o volere attuare. La dimostrazione definitiva sarebbe venuta, come sanno i nostri lettori, dal decesso ormai acclarato della sinistra nostrana mainstream, ovvero il non compianto Partito democratico.

Come tutti sanno o dovrebbero sapere, invece, il presunto defunto ha dato, certo tra la sorpresa generale, uno squillante segno di vita, sia pure ricalcando se si vuole le strofe iniziali di uno storico inno nazionale: la Polonia non è ancora morta finchè noi siamo vivi. Anche il PD, infatti, sembra assomigliare tuttora ad un fantasma mentre si sono rivelati ben vivi e vegeti diecine o centinaia di suoi singoli militanti più o meno dichiarati o confessi nonchè milioni di suoi elettori. Guarda caso, incidentalmente, quello polacco è l’unico inno nazionale in cui si menziona un altro paese ossia proprio l’Italia, dalla quale mossero alla riscossa due secoli fa i legionari del generale Dombrowski.

Anche l’Italia da qualche tempo dà segni piuttosto marcati di necrosi, benchè la  salute fisica della sua popolazione risulti, dalle classifiche ufficiali, inferiore nel mondo solo a quella di Singapore e migliore rispetto a Svizzera, Finlandia, ecc. Ma la salute, com’è noto, non è tutto, sebbene la sua importanza sia primaria. Politicamente ed economicamente siamo stati peggio di adesso, dopo la seconda guerra mondiale, solo durante quest’ultima. La cui fine, però, prometteva di per sè un risollevamento che infatti, per molti versi, si realizzò, mentre adesso incombono solo una serie di incognite per nulla rassicuranti. A cominciare da quella rappresentata da una classe politica la cui inadeguatezza rispetto alle avversità del momento è solo la più banale delle sue pecche.

Può anche darsi che Antonio Massimo abbia ragione, ossia che per rimettere il paese in carreggiata si rivelino necessari estremi rimedi come il rivolgimento sopra accennato o comunque radicale. Io continuo invece a pensare che ci si debba accontentare di qualcosa di meno ambizioso ma anche meno rischioso e meno gravido di incognite. Non vedo perché proprio l’Italia, fra tutti, debba cimentarsi in salti nel buio piuttosto che insistere nello sforzo, per quanto anch’esso già arduo, di portarsi al livello di altri paesi, quelli con cui generalmente si confronta. I quali, a loro volta, si trovano di fronte a problemi più o meno seri quando non gravi ma non languono nelle condizioni del nostro, afflitto, oltre che da malanni antichi mai veramente curati, da una multiforme crisi cronica ormai ultraventennale.

Si tratta di uno sforzo che fino e ieri poteva sembrare disperato, dopo il sostanziale fiasco, politico più che economico-finanziario, del governo Monti, l’uomo che secondo qualche osservatore straniero prometteva di salvare addirittura l’Europa. Dopo l’esito disperante delle elezioni parlamentari di febbraio, utile sì a far trillare più sonoramente che mai, col clamoroso successo del movimento Cinque stelle, il campanello d’allarme per l’emergenza nazionale, ma tale da non assegnare automaticamente a nessuno il compito di affrontarla finalmente senza più indugi e remore. E dopo, naturalmente, la penosa vicenda dell’elezione presidenziale con i suoi seguiti, apparentemente rovinosi senza scampo proprio per il partito che bene o male aveva conquistato la maggioranza relativa in parlamento.

Ad una simile mazzata si è cercato di ovviare varando il governo cosiddetto delle larghe intese, fortemente voluto soprattutto dal Quirinale ma tutt’altro che equiparabile ad un’infallibile panacea, anche se il condottiero del centro-destra l’ha salutato come storica sepoltura di una lunga guerra civile. Indubbiamente, però, la sua nascita ha premiato un Silvio Berlusconi quasi universalmente ammirato per avere resuscitato un PDL in stato comatoso e inflitto invece il terzo smacco consecutivo ad un PD in piena deriva.

Che poi il governo Letta-Alfano fosse privo di alternative immediatamente praticabili dal punto di vista degli interessi, oggettivi e pressanti, del paese può essere senz’altro vero e comunque sostenibile. Non ne consegue tuttavia alcunché di rassicurante riguardo sia alla sua tenuta sia ad un minimo di adempimenti, a cominciare dalla modifica (per assurda che possa suonare nell’attuale situazione una simile priorità) la modifica di un sistema elettorale tanto grottesco quanto pesantemente condizionante.

Su questo sfondo è sopravvenuto quell’autentico colpo di scena che è stata la travolgente affermazione del PD e del centro sinistra in generale nelle recenti elezioni amministrative. Elezioni precedute dalla loro ulteriore perdita di consensi attestata dai sondaggi insieme con l’ulteriore ascesa del centro-destra. Elezioni solo parziali, certo, ma che hanno visto quello schieramento politico trionfare ovunque, dalla capitale tramortita dalle prodezze di Batman alla Siena pur macchiata da quelle di Rocca Salimbeni, dalla Treviso dello sceriffo Gentilini alla Brescia del Trota, dall’Imperia di Scajola alla Sicilia dove in passato era accaduto una volta che i berluscones sconfiggessero la concorrenza per 60 a 0.

Ciò nonostante, a livello sia politico che mediatico, compresi settori dello stesso schieramento vittorioso, è subito partita la corsa al ridimensionamento dell’evento sotto ogni possibile profilo. Un’operazione, del resto, non dissimile da quella precedentemente effettuata nell’interpretare i risultati della consultazione parlamentare di febbraio. Nella quale il partito di Bersani aveva indubbiamente patito una delusione anche cocente (quanto, inutile negarlo, meritata), ma dopotutto aveva perso un terzo dei voti ottenuti nel 2008 contro la metà perduta dal PDL, e insieme ai suoi alleati avrebbe probabilmente potuto governare, con un sistema elettorale meno folle, conquistando meno seggi alla Camera ma di più al Senato.

Di Bersani si è invece parlato a profusione come di un più o meno grande sconfitto, ignorando la legge dei numeri (che in democrazia conta) e non senza il parziale contributo dell’interessato, mentre si è celebrata da ogni parte la straordinaria bravura del suo principale rivale a rovesciare ancora una volta in extremis i pronostici risalendo la china benchè solo rispetto ai sondaggi, non a dati reali, e abbindolando nuovamente la parte più credula dell’elettorato con la promessa di sopprimere l’IMU (la cui introduzione era stata avviata dal suo stesso governo) e stavolta addirittura di restituire il malpagato. Il tutto, comunque, di nuovo senza vincere la gara, come nel 2006, pur soccombendo solo di stretta misura.

Mentre, inoltre, si sottolineava l’ennesima prova dell’incapacità del centro-sinistra di mettere fuori gioco Berlusconi con i voti popolari e senza l’aiuto della magistratura, non si risparmiavano gli elogi per il senso di responsabilità e il  patriottismo dimostrati dal Cavaliere col propugnare e consentire la formazione del governo di grande coalizione. Sorvolando, così, sull’assenza di alternative per il centro-destra e dimenticando che l’inesauribile personaggio, apparentemente orientato a congedarsi dalla politica, aveva repentinamente deciso di scendere ancora una volta in lizza all’indomani di una cocente e forse inaspettata condanna giudiziaria, dando ragione a quella giornalista americana che aveva ammonito a non considerare spacciata l’italica controfigura della “signora grassa che continua a cantare”.

Chissà se Berlusconi sarebbe stato così responsabile e patriottico se dalla lotteria dell’elezione presidenziale fosse uscito vincitore Romano Prodi, la cui candidatura aveva spaventato a morte il PDL. Giustamente, se vogliamo, e non perché il premier dell’Ulivo fosse e sia davvero quell’orco assetato di sangue che la stampa di centro-destra si è affrettata a bollare. E neanche perché si tratta dell’uomo che era riuscito nell’impresa, epica soprattutto per chi non la gradiva, di sconfiggere due volte Berlusconi alle urne. Ma perché la sua candidatura, sostenuta o accettata dalla maggioranza del PD, compreso l’astro nascente Matteo Renzi, piaceva anche ai grillini, e se avesse avuto successo avrebbe, forse se non probabilmente, aperto la strada ad una convergenza governativa tra centro-sinistra e Cinque stelle.

Una possibilità, questa, la cui comparsa veniva tra l’altro a smentire quel sempre diffuso e debolmente contrastato luogo comune dell’incrollabile, quasi genetica preponderanza in Italia del centro-destra, dal momento che il Movimento cinque stelle si dimostrava un’entità sostanzialmente di sinistra (una “costola della sinistra”, come D’Alema aveva definito, meno attendibilmente, la Lega Nord), e sia pure una sinistra alquanto anomala e con vari tratti inediti, a cominciare da un’accentuata aggressività nei confronti del sistema vigente impropriamente bollata dagli altri come “antipolitica”.

La tempra di Berlusconi non è stata tuttavia messa alla prova grazie ai franchi tiratori del PD e con grande sollievo dei “poteri forti” e della stampa ad essi più vicina, visibilmente e palpabilmente timorosi di una sterzata a sinistra del baricentro politico nazionale. La soluzione in chiave di larghe intese del problema governativo, da essi fortemente caldeggiata, li ha almeno momentaneamente tranquillizzati, al punto che anche gli osservatori più seri, da sempre vigili sul classico pericolo che le grandi coalizioni favoriscano la contestazione più radicale del sistema, in Italia appena clamorosamente esplosa, se ne erano un po’ dimenticati.

E’ andata bene anche a loro, in quanto il grillismo, anziché crescere a dismisura, ha cominciato a sgonfiarsi prima del previsto. E’ andata bene ma solo in parte e in modo effimero, perché la sua perdita di incidenza politica e di consensi, per questi ultimi ben più che fisiologica, è stata coronata da un esito delle elezioni comunali che oltre a decimare i Cinque stelle rispetto all’exploit parlamentare ha messo al tappeto anche il centro-destra, riaccendendo un allarme da poco smorzato.

Si è quindi dovuto correre di nuovo ai ripari cercando di ridimensionare e sminuire la riscossa del centro-sinistra col ricorso ad ogni possibile appiglio. Primo fra tutti, l’ulteriore calo dell’affluenza alle urne, ormai così bassa da accreditare l’immagine di una vittoria effettiva di un nuovo ed inedito partito, quello degli astenuti. Un’immagine, in realtà, di puro comodo per quanto suggestiva. Sul significato dell’astensionismo si è detto e scritto di tutto e di più, ma agli effetti concreti non vedo come si possa negare che vince chi ottiene più voti dei concorrenti, specie se sono tanti di più, e non chi diserta la gara. Gli assenti, come si sa, hanno sempre torto, anche se possono accampare qualche buona ragione per il proprio comportamento.

Di recente un nuovo sindaco è stato eletto col 19% di votanti a Los Angeles, che conta cinque volte più abitanti di Roma (e alcuni milioni più di tutta la Lombardia), dove Ignazio Marino ha spodestato Alemanno prevalendo tra il circa 50%. Nessuno, in California e negli USA, ha drammatizzato quella cifra, pur trovando necessario fornirne qualche spiegazione. Se è vero d’altronde che oltre oceano, come anche molto più vicino a noi, le usanze elettorali sono diverse dalle nostre, e altrettanto vero che da qualche tempo la diversità si andava riducendo per causa nostra senza provocare eccessiva nostalgia per i tempi della “prima repubblica”, quando l’affluenza alle urne era regolarmente massiccia ma il voto provocava mutamenti quasi sempre irrilevanti.

Altro appunto, la concorrenza. Sia i grillini sia il PDL, si è detto, sono scarsamente forti e organizzati sul territorio, dove il PD, invece, avrebbe salde radici in quanto erede del PCI e di una parte della DC. Ma come si spiega allora che sia crollata anche la Lega Nord, sempre considerata fortissima sul territorio, e che anni fa il centro-destra abbia invece stravinto certe elezioni regionali costringendo D’Alema a dimettersi da premier? E infine, collegato a questo, l’argomento principe, sulla bocca in particolare (ma non solo) dei berluscones: non c’era in campo il Cavaliere, a differenza di due mesi prima.

Se ne dovrebbe dedurre che la prossima volta, se il centro-destra intende davvero vincere, il suo leader dovrebbe candidarsi in tutti i comuni d’Italia da Roma a Trepalle, assicurando di essere deciso ad amministrarli tutti personalmente (cosa che sarebbe anche capace di dire, quanto meno), anzichè limitarsi a qualche esaltante comizio nei più grossi per sostenere seguaci che da soli, evidentemente, non sono in grado di farcela. La conclusione da trarne non suonerebbe molto lusinghiera neppure per la sua statura di capo supremo.

La conclusione mia, comunque, è che il successo del PD è dei suoi alleati è indiscutibile anche nel suo significato politico, al di là delle rituali e per la verità oziose distinzioni più o meno sottili tra consultazioni nazionali e locali. Ed è tanto più indiscutibile e significativo in quanto colto in una situazione quasi desolante in particolare del maggiore partito di centro-sinistra in fatto di orientamenti strategici e tattici come di comportamenti dei suoi dirigenti o massimi esponenti e di loro interrelazioni.

In altri termini, da un lato non è proprio il caso di interpretare il duplice voto di maggio-giugno come espressione di piena e addirittura straordinaria (date le dimensioni del successo) fiducia dell’elettorato o di una sua parte in quei dirigenti ed esponenti nonchè di approvazione del loro operato, diciamo pure per mancanza o evanescenza dell’oggetto. Dall’altro si può semmai leggervi, in aggiunta alla chiara manifestazione di sfiducia nelle controparti, un corale appello a fare di più e di molto meglio per trarre il paese fuori dalle secche in cui si trova incagliato onorando una vocazione politica e, perché no?, ideologica nella quale evidentemente molti ancora credono malgrado tutto e quasi eroicamente.

Più di un vincitore di singole tenzoni ha dichiarato o lasciato intendere di avercela fatta non grazie al partito ma nonostante il partito. Tra loro anche il più importante o più in vista di tutti, il chirurgo Marino, che ha parlato, opportunamente, di affermazione di valori più che di una compagine politica. Non si tratta di fare rivoluzioni, totali o parziali, come sembra avere capito anche il magistrato Ingroia che abbandona la toga per dedicarsi non più ad una Rivoluzione ancorché civile, visti anche certi risultati, ma ad una più modesta Azione civile. In determinate circostanze, possono promettere ed ottenere effetti rivoluzionari anche solo la difesa e la promozione di valori vecchi e nuovi, specifici di una parte politica o più largamente condivisi.

Franco Soglian 

RISORGESSE IL DUCE GARRIREBBERO LABARI NERI SULLE TERRAZZE DI SINISTRA. DOPO UN TOT

Mi capitò di occuparmi delle terrazze romane, cioè della mondanità sinistrista nell’Urbe (il clima si addice ai parties sotto le stelle) un anno che il letterato Enzo Siciliano ascese a presidente della Rai. Elettrizzata, la contessa Donatella Pecci Blunt annunciò “una gran cena”. E la marchesa Sandra Verusio di Ceglie, villa sull’Appia e appartamento da cinema in centro: “Era quel che volevamo: una persona che pensasse a sinistra, ma che non ‘giocasse’ a sinistra”. La gioia delle altre lionesses filoproletarie fu parimenti incontenibile. Paolo Conti cronista del ‘Corriere’ scrisse di ‘pieno fermento’ del terrazzismo: “Si respira aria di Liberazione”. Spiegò che il terrazzismo ” è quella categoria dello spirito, bene illustrata dal film ad hoc di Scola. Prevede: grande loggia con vista (imbattibile il primo modello Marta Marzotto degli anni Guttuso, con piazza di Spagna ai piedi), cibi poveri (pasta e ceci. vino bianco), invitati di sinistra, gran classe e lotta di classe, baciamano e progressismo, buone letture e voto popolare (…). Adesso è tutto un brindisi. c’è la nuova Rai: Giancarla Rosi, moglie di Franco, grande animatrice di serate romane, si irrita quando sente parlare di salottismo continuo: “E’ un’espressione liquidatoria che si tira fuori quando nominano uno giusto al posto giusto. E poi che strazio questa faccenda delle terrazze, dei salotti: ma la gente dove dovrebbe riunirsi la sera per parlare? sulle piazze? nelle portinerie? nei cimiteri?”

Già, mi chiedo anch’io, dove la sera? Quello che però Giancarla non coglie è che la gente per cui si prodiga -mogli, fidanzate, compari, portaborse, leccaculi della Nomenclatura- è persino peggiore del demi-monde che fiorì a Roma nella transizione tra il Papa e il Re; e lanciò le stesse terrazze. E’ peggiore perché ha trionfato coll’impostura. I burocrati, palazzinari, faccendieri ed ex-eroi garibaldini della Roma da poco sabauda non avevano fatto credere agli elettori popolani d’essere dalla loro parte. Il suffragio universale e i media non esistevano, mentire alle grandi masse era superfluo. Chi aveva accesso al truogolo si abboffava.

Questi intellettuali degli attici radical sono uno dei volti più sozzi nella storia delle nostre bassezze. Se stanotte il Duce tornasse a palazzo Venezia, domani sulle terrazze boldriniane sventolerebbero i gagliardetti. Le crisi di coscienza sarebbero poche, così come pochissime furono nel Ventennio, finché il Duce cominciò a perdere la guerra (dove militerebbe l’intellighenzia semirossa d’oggi, se il 10 giugno 1940 Mussolini avesse trebbiato il grano invece di affacciarsi a quel Balcone?).

Tornando alla ‘aria di Liberazione’ che si respirò sulle terrazze entusiaste di Enzo Siciliano: quando la respireremo noi aria di liberazione, noi che manteniamo con l’Imu il culturame demo-cleptocratico? Quando l’insurrezione da disgusto triplicherà la sua forza, rendendo superfluo il golpe giustizialista?  Intesi come comparse, come bassa corte, come intrattenitori e clientes, gli intellettuali li ammiriamo: sono spiritosi, amiconi, prolungano la tradizione della commedia dell’arte e dei fescennini. Ma paragonati alle ottantenni artritiche delle parrocchie che si sfiancano di stanchezza per servire alle mense dei poveri, i mondani da terrazza sono pure feci. Per loro ci vorrebbero i barbari di Odoacre e di Totila: cuori animaleschi sì, ma non infestati di tenie come quelli dei salotti boldriniani e pisapieschi.

Porfirio

SE AMANO LA CAUSA DEL POPOLO LE SINISTRE SPARISCANO or LASCINO LA POLITICA

Quale più quale meno, i paesi del Vecchio Continente avrebbero bisogno di socializzare ricchezza e povertà. Di mettere in comune le risorse e redistribuirle con meno iniquità. Non solo Grecia Spagna Portogallo Italia; anche Gran Bretagna, Germania, Scandinavia, più l’intero campo ex-comunista. A termine non immediato l’Europa tutta è minacciata dall’ergersi di competitori che non esistevano quando essa raggiunse il benessere generalizzato. Per non diluire il discorso, non parliamo del resto del mondo, cui pure il discorso neocollettivistico -ma amico dell’uomo- varrebbe.

Non saranno le forze conservatrici a fare la svolta socializzante di cui sopra; e questo è naturale. Non è naturale, anzi è mostruoso, che (tutti sappiamo) non saranno nemmeno le forze di sinistra. Si prenda l’Italia. Ovviamente né il recidivo Berlusca né chiunque gli succederà alla guida del campo conservatore attueranno mai le opere di giustizia e di razionalizzazione. E’ altrettanto certo -ma in teoria è contro natura- che senza Matteo Renzi non le attuerà Bersani, because of the funny Character da Terlizzi (Ba). Che anzi, più si rafforzeranno nel campo Pd le linee massimaliste, meno ricchezza sarà ridistribuita, meno opere di equità verranno compiute. Più la pace sociale sarà investita dalla militanza gauchiste, meno si allenterà la presa del capitalismo. Non per colpa dell’idea egualitaria; per colpa degli  uomini che ne sono portatori.

Spiegazione. Coloro che propongono di svoltare a sinistra sono (dai più) disistimati sospettati detestati oggi come lo furono un secolo fa, quando eccedettero nella Rivoluzione d’Ottobre; e come lo furono nei successivi settantacinque anni di stalinismo, di socialismo ‘realizzato’, di conati qua e là di presa del potere, di settarismo in armi, di pretese di sopraffazione ideologica e di coazione morale. Nel 1919-21 italiano provarono a imporsi con gli scioperi, l’occupazione delle fabbriche, lo sventolio di tessuti rossi, gli insulti ai sentimenti della gente. Il Fronte popolare francese naufragò in una dozzina di mesi. Quello spagnolo resse 16 settimane, poi fu abbattuto dalla Guerra civile. La mite repubblica di Weimar, prevalentemente governata dai socialisti, cercò l’appoggio dei Corpi Liberi prenazisti contro i tentativi rivoluzionari. Lo scontro sociale in mezzo mondo non fece mai avanzare la causa popolare, al contrario. Nel 1948 ci si illuse in Grecia di vincere coi mitra guerriglieri, in Italia con la ripresa delle mobilitazioni del 1919-21.

Tutto ciò è stato abbandonato con la morte dell’Urss e delle democrazie popolari, odiate dai popoli come pochi altri regimi della storia (oggi l’ex campo comunista è una marmaglia di satelliti degli USA). Tuttavia quasi dovunque sono rimasti nel business dell’opposizione i luogotenenti dei rivoluzionari e dei sobillatori del trentennio che finì nel 1948, poi degli agitatori disarmati del sessantennio successivo. Perché i popoli che difendono i propri retaggi avrebbero dovuto, perché dovrebbero, accettare una proposta sinistrista sempre accompagnata dalla pretesa di una (cervellotica, cioè falsa) superiorità culturale e morale? Si usa ripetere che sarebbe innaturale che le sinistre rinunciassero ad essere se stesse. Innaturale forse, utile sicuro. Restando sinistre le sinistre vengono regolarmente battute, anche là dove vincono le elezioni. Dopo Mitterrand la Francia fu più, non meno, prigioniera delle Duecento Famiglie. Idem la Spagna dopo Zapatero, l’Italia dopo Romano Prodi e Fausto Bertinotti, il Vendolo d’antan.

E’ ineluttabile. Se amano la causa del popolo, gli uomini di sinistra abbandonino la politica. Lascino che le svolte e i raddrizzamenti dei sentieri le facciano uomini e pensieri nuovi, mai identificati coi fatti e le illusioni del secolo che si aprì nell’Ottobre rosso; mai attivi a sinistra. Ogni volta che i reduci del detto secolo tentano la riscossa, la loro causa arretra.

Allora nessuna speranza per l’ecumene dei poveri? Qualcuna sì: che sorga e si metta in azione qualche apostata del credo capitalistico, qualche transfuga del liberismo, qualche riformatore energico e spregiudicato del vecchio ordine. Bismarck in Germania, Ataturk in Anatolia, Miguel Primo de Rivera in Spagna, i miliardari F.D.Roosevelt e Harold Macmillan in USA e Gran Bretagna, Charles de Gaulle in Francia -per non parlare di una schiera di governanti autoritari che erano colonnelli, persino sergenti, e per non parlare di alcuni leader religiosi- fecero nel concreto a favore della giustizia, quali che fossero le loro bandiere, molto più che tutti gli agitatori e i teorici rossi che conosciamo. Gli uomini che additiamo furono tutti vituperati dai duri e puri della lotta di classe (ma i perdenti furono questi ultimi). Il meglio sarebbe un grande papa che si facesse rivoluzionario. Un papa può dirsi ed essere rivoluzionario, con effetti sismici. Un personaggio di sinistra, no.

Conseguenza terra terra: ogni scheda deposta nell’urna color rosso rafforza l’Impero del Denaro, cioè del male. Nulla inganna di più che l’euforia da primaria progressista. E’ facile farla ai lettori di ‘Repubblica’ e di ‘Manifesto’, a quanti pensano all’unisono di Santoro e di Landini, a quanti si twittano l’un l’altro per inneggiare ai bagni di gauchisme.

l’Ussita

IL BELLO (l’Italia), IL BRUTTO (Monti), IL CATTIVO (la politica)

UN’ALTRA ITALIA è POSSIBILE?

 

Pasqua è ancor lontana, eppure questi sono già giorni di “Passione” per la nostra seconda Repubblica: partita di slancio, vent’anni or sono, col suo carico di promesse (una nuova etica pubblica, un rinnovamento della classe politica, riforme strutturali…), è rimasta praticamente ferma ai nastri di partenza.

Miracolosamente recitano ancora sul palco del teatrino politico italiano personaggi “evergreen”, quali Berlusconi, Fini, Casini, Bersani: se un paziente, caduto in coma nel ’94, si risvegliasse solo oggi, sarebbe assai difficile convincerlo che sono trascorsi invano diciotto anni!

La seconda Repubblica ha offerto solo il peggio di sé. Eppure rimpiangere la prima, come in voga tra i nostalgici, è un’operazione “ai limiti dell’irragionevolezza”: come dimenticare che la prima Repubblica è miseramente crollata travolta da un’ondata di corruzione e monetine? E come nascondere che quel fardello -chiamato debito pubblico- che gli italiani si caricano sulle spalle è stato riempito dalla politica clientelare ed affarista di quei favolosi anni ‘80?!

 

Nell’anno trascorso, il Capo dello Stato, affidando ad un tecnico il compito di traghettare l’Italia tra le onde burrascose della speculazione finanziaria, ha agito da “curatore fallimentare” della seconda Repubblica, non più fidandosi dei vari “Schettino” della politica nostrana. Ma dove dirigere, adesso, la nave Italia?

Tornare indietro non è più possibile, così come proseguire sulla rotta tracciata dal bipolarismo malato di questi anni. Occorre guardare avanti e far rotta verso una terza Repubblica, completando finalmente quella traversata perigliosa iniziata nel ’94.

In che modo? Seguendo tre direttrici:

◆ in primis, una riforma strutturale dell’assetto istituzionale del Paese (attuando un vero federalismo, abolendo le Province, riparando i guasti di un’affrettata riforma del Titolo V della Costituzione ed introducendo l’elezione diretta del Capo dello Stato);

◆ in secundis, un rinnovamento radicale della classe politica italiana (introducendo il limite di due mandati per ogni carica elettiva ed imponendo ai partiti per legge le primarie);

◆ in tertiis, il ripristino sostanziale di una “democrazia rappresentativa” (restituendo ai cittadini -ancora detentori della sovranità- la facoltà d’incidere sulle scelte della politica, abolendo il Porcellum, rivitalizzando l’istituto referendario con l’abolizione del quorum ed introducendo i referendum propositivi).

Via maestra per conseguire un traguardo così ambizioso sarebbe l’elezione di una nuova Costituente. Sarà mai il nostro Paese pronto ad una simile “prova di maturità”?

 

 

UN’ALTRA POLITICA è POSSIBILE?

 

Il Natale ha portato in dono agli italiani una campagna elettorale: non certo il regalo più ambito (c’è da scommettere che i più avrebbero preferito un meteorite su Montecitorio!). A cinquanta giorni dal voto, il quadro politico appare ancora confuso, indecifrabile: citando indegnamente Zarathustra, da questo “caos” non verrà certo fuori una “stella danzante”, per lo più un’Italia decadente!

 

Il centrosinistra, ancora una volta, ha cambiato contenitore pur di non cambiar contenuto: dopo i Progressisti, l’Ulivo e l’Unione, è arrivato il turno dell’“Italia Bene Comune”.

Questa coalizione parte favorita ai nastri di partenza, ma la probabile vittoria del Pd non dovrebbe entusiasmare più di tanto un partito che si conferma incapace da un lato di andar oltre quel 30% del suo massimo consenso storico (nonostante il “vuoto politico” lasciato dagli avversari), dall’altro di sciogliere il nodo della propria identità politica (fra i democratici, c’è persino chi si vergogna d’apparire Keynesiano!).

La vittoria del centrosinistra, inoltre, rischia di rivelarsi una “vittoria di Pirro” nel caso in cui non disponesse di una maggioranza assoluta al Senato. In quest’ipotesi, l’unico errore da non commettere sarebbe “porgere l’altra guancia” a Casini, offrendogli un’alleanze di legislatura. La via maestra, piuttosto, sarebbe battezzare un “governo di transizione” con un mandato di scopo: consentire al Parlamento di varare una nuova legge elettorale, con la quale ripresentarsi alle urne entro l’estate 2013.

 

Nel centrodestra Berlusconi sembra muoversi a ritmo di valzer, alternando passi “avanti” (l’annuncio della sua sesta ridiscesa in campo), poi “indietro” (la disponibilità a cedere il passo prima a Monti, poi ad un altro premier gradito alla Lega), poi ancora “laterali” (l’indicazione del fido Angelino alla successione).

Che il Cavaliere sia tornato dalle vacanze Keniote con idee più confuse che mai lo dimostrano le sue mosse: prima l’avallo delle primarie (con tanto di candidature e raccolta firme), poi la loro cancellazione; prima la sfiducia a Mario Monti, poi l’indicazione dello stesso come federatore dei moderati (in una colazione inclusiva della Lega e con al primo punto del programma l’abolizione dell’Imu!).

A tal punto, o il centrodestra avrà il coraggio di compiere il “regicidio” oppure rischia di lasciarsi trascinare inesorabilmente a fondo dal suo stesso fondatore!

 

La Lega, schiacciata dalla vergogna di dover giustificare i diamanti di Belsito, gli investimenti in Tanzania del partito e le “miracolose” lauree albanesi del Trota, ha oggi una sola priorità: non più entrare a Palazzo Chigi, quanto superare la fatidica soglia di sbarramento al Parlamento. Probabilmente Maroni e Tosi, i “barbari sognanti” del nord-est, riusciranno nell’impresa di rianimare un movimento indipendentista e legalitario scopertosi centralista e ladrone. Il dubbio è se il tempo sia oramai troppo stretto da qui alle prossime elezioni…

 

Il centro “naviga a vista”, sperando solo in capitan Monti, finalmente decisosi a prendere in mano il timone dei moderati. Anche se la nave del Pdl sembra guidata da capitan Schettino e quella del Pd non mostra segnali di ostilità, in acqua vi sono altre presenze ingombrati: i pirati grillini ed i rivoluzionari di Ingroia. Se non si ricostituisse l’asse Pdl-Lega, al Pd si aprirebbe lo spiraglio giusto per vincere anche in Lombardia e Piemonte, con tanto di “adieu” alle ambizioni centriste di porsi come ago della bilancia in un futuro Parlamento balcanizzato! Per la prima volta, così, Casini rischierebbe d’aver fatto i conti senza l’oste: il grande centro potrebbe rivelarsi solo un grande fiasco!

 

A Sinistra del centrosinistra si è affacciata una nuova formazione politica: “Rivoluzione Civile”, la lista guidata da Ingroia, sostenuta dai sindaci De Magistris ed Orlando. Le chance di successo (ovvero di superare la soglia di sbarramento) di questo nuovo soggetto politico dipenderanno da un solo fattore: la capacità di aprirsi alla società civile ed imporre ai partiti che lo sostengono (Idv, Prci, Pdci e Verdi) un profondo rinnovamento.

I primi segnali sono incoraggianti (i partiti hanno rinunciato al loro simbolo ed i loro segretari al ruolo di capolista). Vedremo se alle belle parole seguiranno fatti concreti: se si tratterà di tracciare un nuovo percorso per una Sinistra finalmente progressista e di governo oppure di un cartello elettorale: l’ennesimo “maquillage politico”!

Che dire? Se son rose… saran rosse!

 

In questo marasma, l’unica certezza è l’ingresso di una folta schiera di “grillini” nel prossimo Parlamento. Il Movimento Cinque Stelle è sbalorditivamente cresciuto puntando tutto sulla protesta: sullo smascheramento dell’ipocrisia di chi siede in Parlamento e sulla denuncia degli odiosi privilegi di un’intera classe politica. Ma le famose “Cinque Stelle” (acqua pubblica, mobilità sostenibile, sviluppo, connettività ed ambiente) non saranno certo sufficienti per una proposta seria di governo del Paese.

Tanti gli interrogativi irrisolti:

◆ quali posizioni assumerà il Movimento sulle più disparate questioni di politica nazionale fin ora non discusse? Chi detterà la linea? Grillo o qualche organismo collegiale rappresentativo della base?

◆ Il ruolo dei parlamentari grillini sarà quello di meri “portavoce” del Capo, il cui massimo grado d’autonomia sarà apporre un “Mi piace” ai suo post? Quale ruolo si ritaglierà Grillo? Quello di “padre nobile” del Movimento o di “padre padrone” dell’ennesimo partito personale?

A molte di queste domande credo nemmeno Grillo possa ancora dar risposta…

 

 

UN ALTRO MONTI (BIS)? NON E’ POSSIBILE!

 

In qualsiasi democrazia, chiunque miri alla più alta carica di governo può percorrere una sola strada: candidarsi alle elezioni ed ottenere “un voto in più” del proprio avversario. Non è concepibile, dopo la breve parentesi del governo tecnico, immaginare “un’altra eccezione” a questa basilare regola democratica! Mario Monti ha tutto il diritto di ambire alla premiership, ad una condizione: dimostrare di disporre di un’ampia legittimazione popolare. Fino a prova contraria, difatti, la sovranità appartiene ancora al popolo!

 

Senza voler apparire “portatore di sventura”, per una volta l’Economista della Bocconi potrebbe aver fatto male i conti: la sua scelta di “salire in politica” potrebbe rivelarsi un inaspettato boomerang!

Fino a pochi giorni fa, Mario Monti si presentava al Paese come un “deus ex machina”: un salvatore della Patria, capace di far uscire l’Italia da una situazione apparentemente senza più via d’uscita. Di contro, l’unica via d’uscita dalla sua esperienza di governo portava dritto al Quirinale (in qualità di successore di Napolitano) o di nuovo a Palazzo Chigi (in qualità di premier “super partes” indicato dai partiti) o in Europa (magari in veste di successore del presidente Barroso).

Una volta che il Professore si è tirato in mezzo all’agone politico, il quadro è profondamente cambiato: alle prossime elezioni, la coalizione Monti rischia di porsi come terzo, forse quarto polo del Paese (dato Bersani per favorito, Berlusconi e Grillo hanno le carte in regola per ambire a prendere un voto in più di Fini e Casini!).

A tal punto, a che titolo Mario Monti potrebbe contendere il posto a Bersani, ragionevolmente leader del primo partito d’Italia, per di più legittimato dalle primarie?

Se “è tanto più facile ricambiare un’offesa che un beneficio” (P.C.Tacito), perché mai il Cavaliere, dopo aver ricevuto il gran rifiuto dal Senatore, dovrebbe appoggiare una sua corsa al Quirinale? Se “non c’è vendetta più bella di quella che gli altri infliggono al tuo nemico” (C. Pavese), perché mai Berlusconi, dopo esser stato ridicolizzato dall’ironia british del Professore, non dovrebbe preferire al suo posto persino la Finocchiaro al Colle?

 

 

UN ALTRO PAESE, Più SEMPLICEMENTE “NORMALE”, è POSSIBILE?

 

Nel 2008, in piena campagna elettorale, Walter Veltroni pronunciò queste parole: “L’Italia è un Paese migliore della destra che lo governa”. In tutta onestà, come credere al mito degli “Italiani brava gente” o alla favola per cui il Paese reale sia fatto di tutt’altra pasta rispetto a chi lo governa?

Se gente come Raffaele Lombardo, Marcello Dell’Utri, Cesare Previti ed i vari Scilipoti di turno e De Gregorio d’Italia hanno assunto ruoli di responsabilità pubblica è perché non pochi italiani hanno riposto in loro la loro fiducia!

Si dirà che il Porcellum ha estromesso gli elettori della facoltà di scelta dei candidati. Ma nel Lazio, dove alle elezioni regionali sono previste le preferenze, Fiorito -meglio noto come “er Batman”- non è forse risultato il consigliere più votato?

Alle parlamentarie del Pd gli elettori non hanno forse candidato a furor di popolo anche personaggi condannati o indagati, quali Genovese, Crisafulli e Papania in Sicilia?

L’ex assessore regionale Zambetti pare aver “comprato” 4.000 preferenze dalla ‘ndrangheta per assicurarsi l’ingresso al Pirellone. Ma, dietro ad ogni voto comprato, non vi è forse un elettore “venduto”?

Totò Cuffaro, all’epoca già condannato in primo grado per favoreggiamento mafioso, è stato candidato dall’Udc al Senato. Gli elettori siciliani non l’hanno forse premiato con un consenso plebiscitario? Qualcuno ha interpretato la massiccia astensione dell’elettorato siciliano alle ultime regionali come la prova del disgusto nei confronti di un certo modo di fare politica. Ma non è più probabile che molti, essendo consapevoli di non poter più ottenere “nulla in cambio” dalla politica di questi tempi, abbiano preferito risparmiare il proprio voto, aspettando “nuovi acquirenti”?!

Il “vaccino del berlusconismo” -per citare Montanelli- è stato iniettato ripetutamente agli italiani, pur producendo pesanti “effetti collaterali” (colossali conflitti d’interessi, ripetute leggi “ad personam” -dal decreto “salva ladri” del ’94 alla legge sul legittimo impedimento del 2010-, soppressione delle voci dell’informazione sgradite al potere -ricordate l’editto bulgaro?-, cancellazione della facoltà degli elettori di scegliere i parlamentari -si veda il “Porcellum”-, abuso del ricorso alla fiducia ed alla decretazione d’urgenza…). Eppure gli elettori non hanno forse atteso la “sesta” ridiscesa in campo del Cavaliere prima di iniziare a provare qualche “intimo prurito”?!

Come poter credere, allora, che gli italiani siano davvero migliori della “Casta” che li governa?

di Gaspare Sera

Blog “Panta Rei

DESTRA O SINISTRA: IL DOVERE DELL’INDIFFERENZA

Un quinquennio di governo della destra ha disgustato quanti da essa si attendevano un corso variamente ispirato a Quintino Sella, alla Thatcher, a Ronald Reagan, a Tony Blair persino: tagli alla spesa; riduzione dei dipendenti, parassiti e rapinatori pubblici; abbattimento dei costi della politica; più libertà economica; più privatizzazioni; più contrasto all’illegalità; qualche contenimento all’immigrazione clandestina; quanche rallentamento alle avanzate trasgressive; e così via. Non è accaduto nulla. Peggio: L’affarismo incarnato da Berlusconi, Previti, i loro legali miliardari, i recordmen della finanziarizzazione, gli inquinatori dell’ambiente e di molto altro, ha conseguito trionfi.

Ma chi nel 2006 ha votato per l’Unione, non si aspetti quasi nulla di buono. Sperava in una politica estera nuova? Sbagliava. Prodi, D’Alema, Fassino, Rutelli, Bertinotti hanno già mostrato coi fatti che l’azione internazionale resterà bipartisan. Le differenze rispetto all’era Berlusconi riguarderanno le posture, i modi di porgere, non la sostanza. Di fatto la consegna resta “continuità”.

L’Italia resterà atlantica e stretta agli Stati Uniti a tempo indeterminato, con buona pace di sessant’anni di antiamericanismo progressista. Dal crollo dell’Urss Washington pratica un imperialismo scoperto, cominciando coll’annessione diplomatico-militare della maggior parte degli ex-satelliti di Mosca. I nuovi membri est-europei della UE sono ora clientes del Dipartimento di Stato e del Pentagono, sabotatori attivi dell’integrazione e dell’indipendenza del Vecchio Continente. Gli USA hanno installato basi di guerra in varie repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, qua e là dilatandosi in altre direzioni. Hanno creduto di conquistare l’Afghanistan e l’Irak, mai astenendosi dal colpire i civili e mai fissando limiti alle devastazioni. Ad intermittenza minacciano di muovere guerra all’Iran, alla Siria, alla Corea del Nord, in teoria ad ogni nazione contro cui una guerra preventiva possa conseguire interessi statunitensi.

Ma l’Italia di Prodi, d’Alema , Bertinotti eccetera resterà alleata degli Stati Uniti: senza mai denunciare la fola secondo cui l’Occidente esporta la democrazia. Anzi, senza mai ammettere che la democrazia non merita d’essere esportata, neanche con le buone, se consiste in ciò che l’Occidente si trova ad avere: un’oligarchia plutocratica/partitocratica mimetizzata nel progressismo.

Questo hanno prodotto i 100 giorni fondativi dell’Unione: la promessa di anticipare di qualche settimana, rispetto al calendario di Berlusconi, il ritiro del contingente militare dall’Irak. In cambio allargheremo l’impegno nella ricostruzione della Mesopotamia e dell’Afghanistan, come se fossimo corresponsabili della loro distruzione.

Anzi nell’Afghanistan accresceremo il coinvolgimento bellico, visto che il cosiddetto trionfo dell’Iperpotenza Planetaria rischia d’essere azzerato dalla resistenza talebana. I Cento Giorni hanno visto anche la visita d’omaggio di Massimo D’Alema a Washington, così carica di simbolo. Hanno mostrato l’uomo forte del governo romano quasi balbettare la riconoscenza per essere stato ricevuto dal Segretario di Stato –non dal Presidente, che pure riceve tanti- e pure perdonato per il proposito di accorciare impercettibilmente il calendario del ritiro dall’Irak: ritiro dichiaratamente lento e ‘concordato con gli alleati’. Pochi giorni dopo il capo del governo di Tokyo annunzierà senza complimenti un disimpegno nipponico dall’Irak a termine ravvicinato, entro luglio. Per contrasto, nell’ufficio del Segretario di Stato il presidente dei Ds si è detto ‘onorato’ di una benignità della Rice: “Call me Condoleezza”. Come quando il principe di Bismarck poggiò sulle spalle di un Francesco Crispi adorante il proprio superbo pastrano.

Queste cose accadono quando l’avvento della Sinistra avrebbe potuto comportare la fine della sudditanza agli Usa della repubblica ‘nata dalla resistenza’. Perché no, l’uscita dal Patto Atlantico. Nell’era della Sinistra, la mannaia avrebbe dovuto cadere su tutte le spese militari e di rappresentanza, cominciando colla cancellazione di tutte le esibizioni e parate, comprese quelle domestiche. Si poteva ipotizzare che un governo rosso-rosa dimezzasse i costi delle velleità.

Per millenni si è contrapposto al fasto e agli sprechi delle monarchie la virtuosa semplicità repubblicana. Dopo sessant’anni di infedeltà agli ideali i gestori rossastri delle istituzioni sorte sul cosiddetto eroismo partigiano non accennano più a ricordarsi dei propositi di un tempo lontano. Il nostro apparato istituzionale è straordinariamente oneroso. Il Quirinale è senza confronto più sfarzoso di altre sedi di vertice. La presidenza italiana ha un migliaio di dipendenti contro i 160 di quella germanica. La Casa Bianca non ha nulla di altrettanto costoso e ridicolo quanto i nostri corazzieri. I ricevimenti mondani delle nostre sedi diplomatiche sono chic per definizione, e lo chic costa, oltre a corrompere.

I Cento Giorni di Prodi e Padoa Schioppa annunciano stangate, ma non alcun taglio agli emolumenti e privilegi di mezzo milione di eletti, cooptati, consulenti, faccendieri.

E’ irragionevole sperare che sia la sinistra, non avendolo fatto la destra, a licenziare un milione di dipendenti pubblici; ad abolire le province; a smettere di sussidiare le produzioni non richieste dal mercato; a cancellare ogni capacità offensiva delle forze armate, convertendo a funzioni di polizia la massima parte del residuo di apparato militare che si sia costretti a conservare; a mettere fine ai soprusi del sindacalismo, agli eccessi di immigrazione illegale, ad altre infamie.

La destra non ha indebolito l’oligarchia partitica. Perché dovrebbe farlo la sinistra, per la quale i partiti sono gli organi di comando della Repubblica?

In conclusione. Se le anime belle preferiscono la sinistra alla destra è perché paragonano le realtà della seconda con gli ideali della prima. L’errore è evidente: le cose hanno sempre smentito gli elevati imperativi della sinistra. Che questi ultimi siano idealmente superiori non conta: non operano mai. Per questo di fronte ai due campi non possiamo non essere indifferenti. Nella democrazia elettorale il buongoverno è semplicemente impossibile.

A.M.C.

Riformismo

Per capirci meglio.

L’ex direttore dell’”Economist”, Bill Emmott, ci ha spiegato dalla prima pagina della “Stampa” come e perché il nuovo premier britannico, David Cameron, è più audacemente riformista del suo predecessore, Tony Blair, campione del New Labour e icona del socialismo moderno. Non c’è da meravigliarsi. Blair aveva certamente risollevato dalla polvere il laburismo d’oltre Manica e governato a lungo il suo paese con relativo successo, prima che i vari ripensamenti sulla guerra all’Irak e l’esplosione della crisi economico-finanziaria mondiale oscurassero il suo personale operato e screditassero il modello britannico legato al suo nome. In fondo, però, questo modello tanto esaltato altro non era che una versione un po’ edulcorata, se si vuole più “compassionevole”, come si dice da quelle parti, del conservatorismo di Margaret Thatcher.

Quanto al giovane Cameron, non c’è dubbio che il suo programma, peraltro appena varato e quindi in attesa della prova del fuoco, brilli per ambizione, ampiezza di vedute e al tempo stesso per uno spregiudicato empirismo che a Londra come si sa è di casa. Ma Cameron è pur sempre un “tory” come la Thatcher, anche se ora alleato con i liberali e benché il suo disegno di “big society” rechi un’impronta, appunto, piuttosto liberale e anzi persino tale da suscitare l’interesse di gente di sinistra. La sua comunque è solo una conferma che tutto, o quasi tutto, quanto si propone, si fa o si disfa, si tenta o si finge di fare ormai da molti anni a questa parte per riformare, innovare, cambiare, ecc. proviene da destra e non da sinistra, e quando proviene da sinistra si tratta per lo più di farina presa da sacchi altrui.

Per venire a noi, una delle poche riforme qualificanti compiute o tentate dal centro-sinistra sotto il governo Prodi furono le lenzuolate liberalizzatici di Bersani, semifallite sia per troppa timidezza sia per l’ostruzionismo dell’allora opposizione, inscenato un po’ per principio e un po’ per la solidarietà post-missina con i tassisti della Città eterna. Da annoverare altresì la riforma del Titolo V della Costituzione, attuata per accattivarsi un po’ la Lega aprendo una porta al cosiddetto federalismo. Tutto ciò non impedisce al Partito democratico di autodefinirsi preferibilmente riformista, come del resto uno dei quotidiani della sua area e come se fossimo ancora negli anni della guerra fredda quando i riformisti di sinistra si dichiaravano tali per distinguersi dai rivoluzionari, comunisti o socialisti, oggi scomparsi.

Quanto alla parte avversa, ci limitiamo a citare tre articoli della “Neue Zuercher Zeitung” pubblicati durante il periodo di (finora) più lunga permanenza al potere di Berlusconi. L’autorevole quotidiano elevetico, tanto comunista quanto può esserlo un organo vicino ai mitici “gnomi” di Zurigo, così intitolava perplesso un editoriale dell’11 giugno 2002, dopo un anno di governo del centro-destra: “Wie liberal ist die Casa della libertà?”. Il 20 gennaio 2006, avvicinandosi la scadenza della legislatura, sosteneva che Berlusconi non doveva neppure ripresentare la propria candidatura non avendo mantenuta alcuna delle sue promesse. Il 23 marzo 2006, infine, tirava le somme di quella gestione affermando che aveva apportato più Stato e meno libertà economica.

Colpa della magistratura e dei comunisti in generale? Limitiamoci, per carità di patria, a constatare che gli uni sono tuttora in debito di riforme promesse, più o meno consone alla loro etichetta ma comunque utili a migliorare un paese che ne ha bisogno più che urgente. E che gli altri devono ancora chiarire quali riforme quali che siano abbiano davvero in mente, se le hanno e ne hanno di condivise al proprio interno. Forse non è mai troppo tardi, ma forse sì.

Nemesio Morlacchi