MA COME: PER CANCELLARE IL 4 MARZO LA RIMILITANZA ROSSA NON BASTA?

Il quotidiano leader della Milano leader ha pubblicato tre pensose meditazioni (su dove siamo e dove andiamo) nei giorni stessi che il deprecato governo degli incompetenti concordava coll’Europa una manovra italiana accettabile per tutti e accettata dai più.
Mauro Magatti ha sostenuto il 15 dicembre che “serve un nuovo rapporto tra economia e società. Occorre vincere la stessa sfida di Keynes nel naufragio degli anni 30.

Innanzitutto bisogna essere consapevoli che tutte le democrazie sono investite oggi dalla protesta dei perdenti/scontenti, i quali non credono più che la salvezza possa venire dalla crescita. Siamo usciti dall’immaginario della crescita illimitata. La quota di benessere in cui si può sperare è modesta. Ancora: “le sinistre di potere, ormai guadagnate al liberismo, sembrano incapaci di mediare tra le vite individuali e i processi associati alla globalizzazione. Efficace uno dei manifesti dei Gilet Gialli ‘Le elite pensano alla fine del mondo, noi alla fine del mese’.
Il cambio delle condizioni storiche rende difficile assicurare benessere e felicità per tutti (…) Allora il rischio di un repentino rovesciamento autoritario, in forme inedite, diventa più realistico.
Occorre tornare a interrogarsi su come sia possibile tenere insieme, oggi, la crescita e la democrazia. Occorre “riconnettere in modo nuovo, intelligente e non regressivo, economia e società”. Magatti non dice come si possa riuscire a riconnettere, con gli strumenti ereditati dai governanti del passato.

La meditazione di Stefano Passigli, il 18 dicembre, intitolata “Qualsiasi paese ha bisogno di una classe dirigente ” si concentra sul quesito se “la competenza sia o no insostituibile”. Egli sembra spiegare “la fragilità del nostro sistema politico con la scarsa legittimità riconosciuta alle istituzioni espresse dai partiti che condividevano i valori della democrazia rappresentativa”.
Nelle ultime quattro elezioni il turnover quanto a età media, permanenza nel mandato, precedenti esperienze anche professionali, nel nostro Parlamento è stato triplo che nei parlamenti di Francia, Germania e Inghilterra. “Al ricambio graduale delle elite si è sostituito lo tsunami di un mutamento quasi totale del personale politico. E’ fortemente sceso il numero di parlamentari provenienti dall’università, dalle professioni o dal’imprenditoria. Sono demonizzati i concetti stessi di esperienza, competenza e di relazioni, anche internazionali”.

L’Autore non spiega perché la competenza e le relazioni sociali, anche internazionali, hanno smesso di gestire il sistema politico. Il terzo clinico chiamato a consulto dal Corriere, Franco Arminio, si focalizza sull’anima: “Il paese è più depresso. Almeno gli intellettuali dovrebbero allarmarsi. Invece restano inerti”. La speranza di Arminio va a coloro ‘che si fanno coinvolgere, che fanno il bene’. Il conflitto non è più tra destra e sinistra, ma tra tirchi e generosi, tra cinici e appassionati.
“Nessuno sa come andrà a finire. Dipende dai sogni che proveremo a realizzare”. Sembra, diciamo noi, una predicazione missionaria o una moralità: ma le idealità e i sentimenti sono proposte meno inconsistenti di nessuna proposta.

Veniamo però alla circostanza della sincronia tra queste meditazioni piene di destino e l’intesa raggiunta coll’Unione dal governo degli improvvisati, così povero di superiore sapienza e del consenso dei quartieri alti che sorreggevano i consueti detentori del potere. Il sopraggiunto Conte è risultato meno re Travicello. I due consoli, soprattutto, sono stati meno bislacchi del temuto. E’ un fatto: la compagine moderata dell’Avv. Prof. del Gargano ha ottenuto a Bruxelles più o meno quanto conseguivano gli statisti del vecchio corso, i Fanfani, i Craxi, i Gentiloni. Magari, si vedrà, qualcosa di più a favore della plebe malandata.
Si dirà: sono gli alti gradi dei ministeri che, conoscendo le pieghe della spesa, hanno scongiurato la procedura d’inflazione e raffrenato l’incoscienza dei politici di turno. Giusto: ma i tecnici dei dicasteri e della burocrazia brussellese non hanno sempre sopperito all’inevitabile ignoranza specifica dei leader politici assurti a ministri?

Allora, se i governanti gialloverdi hanno dimostrato di non conculcare il know how dei tecnici, cos’hanno meno dei politici (magari di risulta dal fallito PC) oggi rimpianti dagli alti redditi e loro signore e vedove?
Magari l’assetto del momento degenererà anch’esso in malcostume; oggi solo gli spodestati e gli annientati giudicano rovinosa l’alternativa espressa il 4 marzo. Quest’ultima andrà combattuta appena inizierà a somigliare troppo al Settantennio.
Resta, a tutto disdoro degli intellettuali che pontificavano dagli ombrelloni di Capalbio, che hanno indirizzato male i gestori insediati nei giorni di Enrico De Nicola, di Ferruccio Parri e del colonnello Valerio.
Le ideologie, le categorie e i precetti ereditati da quei giorni boccheggiano quasi tutti. Che senso ha glorificare le immaginarie virtù della democrazia rappresentativa e i padri nobili della Costituzione-manomorta (destinata alla discarica), se oggi le grandi masse non se ne curano più, al contrario?

Il divertente è che questo o quel nostalgico del Pci fallito nel disonore e della scornata egemonia di Repubblica si alza a invocare la resurrezione di una forza capace di riprendere il governo. Come riprenderlo?
La ricetta: ringiovaniti fiotti di fedeltà ai valori, agli ormoni e ai canti di guerra di una volta. I tipi come D’Alema si trastullano con farnetichi quali una rifondazione del partito di Gramsci, Stalin e Nilde Iotti. Bravi! Disseppelliscano temi e slogan del passato e, come quegli apostoli del Nazareno che di mestiere pescavano, isseranno reti strabocchevoli di voti. Rilancino le lotte e i diritti, confezionino striscioni e bandiere coi relativi fischietti e tamburi di latta, e i lavoratori rifluiranno al Pd, oppure alle parecchie ‘cose di sinistra’. Il segreto per riuscirci sarà nel rimpiangere i tempi di Di Vittorio, il digrignare di denti e di mitra del partigiano Giorgio Bocca, l’esclamare rosso dei cineasti alla Nanni Moretti: risultato, il populismo spirerà, la concorrenza globalizzata sarà sgominata, i mercati globali torneranno nostri.

A.M. Calderazzi

LA SINISTRA AUTOLESIONISTA (O “CORIBANTICA”)

Le  lamentazioni che si sono levate a sinistra, il 29 novembre 2011, sulla morte di Lucio Magri -è andato in Svizzera e si è fatto suicidare da un medico amico- sono state al tempo stesso un coro autenticamente doloroso, un pezzo di bravura drammaturgica e un happening di fanatismo stralunato. Ad ogni suicidio vanno rispetto, commiserazione, anche sollievo per chi ha smesso di soffrire. Ma in questo caso la massima virtù, l’opera più gloriosa, attribuita allo scomparso è di avere fondato un altro foglio sinistrista. Allora mi è venuto di  pensare a quella folle pratica dei coribanti, di evirarsi in parossismo di fede, in delirio di identificazione con un martire semidivino. Chi erano i coribanti?

Nel 204 a.C., seconda guerra punica, la già ellenizzata aristocrazia romana introdusse nell’Urbe, consultati solennemente i Libri Sibillini, il culto di Cibele, Magna Mater degli dei frigi (anatolici). Era una religione di salvezza e Roma, protesa all’imperialismo ma minacciata  dagli eserciti di Annibale, necessitava di sperare nella salvezza. Queste cose accadono nella storia. A fine maggio 1940 l’intero governo di Paul Reynaud, pressocché tutti laici laicisti radicali massoni atei, andò a Notre Dame a pregare collegialmente per la salvezza della République atterrita dalla Wehrmacht. Le preci non si rivolsero, come sarebbe stato naturale data l’importanza e l’abnegazione ideologica degli oranti, direttamente al Creatore, bensì ad un’eroica santa di provincia, Santa Genoveffa salvo errore.

Passano quattro secoli dalla guerra punica e il culto della Gran Madre si è diffuso in tutto l’impero. I popoli, patrizi compresi, si fanno coinvolgere emotivamente dalle grandi liturgie in onore di Cibele; si svolgono in marzo, intense di colori, vesti, musiche selvagge, danze orgiastiche, flagellazioni ed automutilazioni, a volte non simboliche. Cibele non è dea contegnosa come altre. E poi non si celebra soltanto la Madre degli Dei dalle parti di Ilio. Si rivive anche il mito di un dio secondario, Attis, amato da Cibele di un sentimento così geloso che egli sacrifica alla Dea il proprio sesso. La prova d’amore fu suprema; a noi non è chiaro  quanto Cibele dovette gradirla. I fedeli ne erano trascinati: i coribanti, sacerdoti e seguaci più invasati degli altri, orgiastici ma coerenti fino in fondo, giungevano a mutilarsi dove sappiamo onde immedesimarsi in Attis, esotico e sublime portatore di un amore senza limiti. Le liturgie cibeliche ne ricordavano la morte e resurrezione; queste ultime, gioiose, si chiamavano hilaria.

Che c’entra la sinistra fremebonda? C’entra. Il suo delirio di disseppellire dalla fossa e far risorgere il comunismo tanto integrale quanto la dedizione di Attis apparve esordire in forme misurate, cioè razionali, quando Magri Pintor Castellina Rossanda ecc. lanciarono una normale iniziativa editorial-politica. Passarono però i decenni e l’ossessione protocomunista andò rivelandosi coribantica, forsennata, visto che il pianeta intero si convinceva della mostruosità del comunismo non ideale bensì realizzato. Gli storici non si accordano sulle cifre, ma non uno di loro nega che leninismo, stalinismo, maoismo, coerenza rivoluzionaria di khmer rossi e loro varianti abbiano prodotto decine di milioni di morti ammazzati, affamati, spariti nel nulla.

Considerato il furore sproporzionato e cieco della rappresaglia dei popoli che provarono il comunismo, le autoevirazioni dei coribanti non risultano più dissennate del culto delle memorie marxleniniste. Le lodi funebri innalzate a Lucio Magri avrebbero dovuto andare ad altre opere e meriti del compianto – non so, fine poeta, egittologo, entomologo, salvò un bambino dai flutti del Tevere- non all’aver fondato un altro foglio gauchiste.

Il gauchisme è colpevole non da poco del calvario interminabile che viviamo da quando gli implacabili spartachi romani, parigini, berlinesi e West Coast assegnarono al capitalismo un trionfo senza se e senza ma. Più le sinistre si mobilitano, più la gente le trova ridicole. E’ molto più facile e dolce essere straricchi oggi che prima di Stalin, di Mao e di altri sodali di Attis, amante assoluto.

Nei fatti il gauchisme é stato conclamato nemico del popolo. Si cerchi almeno un Muro del Pianto meno implausibile.

Jone