AGENZIE DI RATING? NO GRAZIE!

Sul Corriere della Sera del 19 febbraio 2014 (p.47) appare il testo di Sergio Romano “AGENZIA DI RATING NELL’UNIONE Le perplessità di Bruxelles” in risposta a una lettrice sul rinvio al 2016 della discussione su un’agenzia di rating europea. Premesso che condivido la documentata, saggia e corretta risposta data alla lettrice che lo interrogava, vorrei fare alcune osservazioni.

Le agenzie di rating che “dominano in questo momento il mercato” NON HANNO “un gran numero di economisti e ricercatori in grado di leggere e verificare attentamente i bilanci degli Stati e di migliaia di aziende” ma evidentemente – a giudicare dalla qualità dei loro giudizi e dalle conseguenze del loro operato sui risparmi investiti dalle famiglie – possono contare su un personale forse numeroso ma sicuramente poco informato e inesperto, sebbene indubbiamente devoto alle ragioni dei proprietari delle suddette agenzie di valutazione che fanno capo ai più potenti gruppi che dominano la finanza mondiale.

A questa devozione, unita a disinformazione, va forse attribuito il giudizio sui titoli italiani del debito pubblico, che mette in dubbio la capacità dello Stato italiano di far fronte ai propri impegni. Quando mai tale impegno è venuto meno?

In economia vigono due regole:

1) possiamo ipotizzare che accada soltanto ciò che è già accaduto,

2) il futuro non è prevedibile, e per questo mai previsioni economiche di una certa rilevanza si sono verificate.

Gli economisti dovrebbero smetterla di fare previsioni che puntualmente non si realizzano e dovrebbero invece proporre misure di politica economica che creino un clima favorevole all’occupazione, e quindi alla crescita della domanda aggregata, unico pilastro sul quale si reggono le sorti di tutti i sistemi economici contemporanei.

Questa semplice verità, che è sotto gli occhio di tutti, è oggi ignorata e forse non inspiegabilmente …

L’operato di queste tre agenzie di rating non causerebbe i danni che provoca sull’economia di coloro (e sono di solito le famiglie, i piccoli e grandi risparmiatori) che incautamente si avvicinano ai mercati finanziari senza essere degli “insider traders” (e perciò passibili dell’accusa di “insider trading” o aggiotaggio, turbativa dei mercati prevista dall’art.501 del Codice penale italiano e punita come attività criminosa) se non avvenisse una capillare diffusione delle notizie da esse emanate attraverso organi di stampa, radio e televisione.

Sembra paradossale che tale diffusione avvenga senza oneri per le agenzie di rating, il cui potere di convincimento è proprio commisurato alla conoscenza e influenza di quelli che sono proposti come “fatti” mentre si tratta in realtà di illazioni, deduzioni, talvolta addirittura di invenzioni, ma di grande utilità se credute fondate e perciò divenute miracolosamente vere dopo essere state enunciate.

Vi è infatti una sola LEGGE ECONOMICA, che i manipolatori del mercato conoscono sin troppo bene e della quale non si dimenticano mai, neppure per un istante:

CIO’ CHE E’ CREDUTO VERO DIVENTA VERO SE CI SI COMPORTA DI CONSEGUENZA.

Non è quindi l’esistenza delle agenzie di rating a provocare un danno ai cittadini italiani e non soltanto, ma lo è invece sicuramente la diffusione (capillare e reiterata ad ogni pié sospinto anche nella miriade degli inutili dibattiti dai quali siamo quotidianamente afflitti) delle notizie divulgate ad arte da tali istituzioni.

Perché mai dunque si dovrebbe dare vita a una agenzia di valutazione europea che – oltre ad essere sicuramente costosa come tutte le istituzioni che siamo andati creando negli ultimi decenni per sistemare i “clientes” dei vari potentati non soltanto italiani – potrebbe essere facilmente asservita agli interessi di qualcuno?

Si dovrebbe invece operare altrimenti: NON DIVULGANDO i giudizi delle agenzie di rating, dato che essi si sono rivelati dannosi perché distorti, mendaci e comunque inutili o errati.

Sta quindi a quelli che vorremmo fossero davvero mezzi di informazione – e non di disinformazione, strumenti asserviti a interessi economici che ci sono estranei – ignorare l’esistenza delle agenzie di rating e dei loro giudizi, creando così una cortina di silenzio che isolerebbe e proteggerebbe i risparmiatori, annullando, e così opportunamente vanificando, l’influenza di chi vuole indirizzare le scelte economiche degli inermi cittadini a proprio esclusivo vantaggio e a danno delle famiglie e delle imprese italiane.

Non stare al gioco di chi impunemente si serve della cassa di risonanza di radio, televisione e stampa, per non parlare di internet, per raggiungere i propri fini e fare i propri esclusivi interessi, potrebbe essere un segnale – di cui per ora purtroppo non vi è traccia – di vera maturità nella gestione dell’INFORMAZIONE nel nostro Paese.

In proposito non sarebbe male rileggere (o leggere, se ancora non lo si è fatto) un aureo libretto del giurista Vincenzo Zeno Zencovich intitolato “Alcune ragioni per sopprimere la libertà di stampa” uscito nel 1995 …

Gianni Fodella   

docente di Politica economica internazionale presso l’Università degli Studi di Milano

LA SELF-DEGRADAZIONE DI SERGIO ROMANO

Spieghiamo più avanti perché Dante Alighieri prenderà male la risposta di Sergio Romano alla lettrice Nucci Ferrari. Aveva scritto, la signora: “Fa specie leggere dove e come ha scelto di vivere papa Francesco. Il nostro presidente, al confronto, vive come e più di un nababbo tra tappeti, arazzi, broccati. Ma perché? E quanto ci costa? Non potrebbe andare a stare in un alloggio meno sfarzoso, sia pure di rappresentanza? Così il Quirinale, invece di costare, renderebbe se fosse tutto visitabile da turisti a pagamento e senza le restrizioni per la sicurezza”.

L’ex ambasciatore S.R. ha aperto la sua replica con un’altera, severa riprovazione sia del grido di dolore della signora, sia del fatto che non pochi gli stanno scrivendo nello stesso senso (“abbiamo ricevuto lettere molto  somiglianti: fenomeno spesso dovuto ai virus mediatici che circolano sempre più frequentemente sulla rete”). Romano scandisce così l’assioma ‘è bene che il Quirinale resti il palazzo della Nazione’: è il luogo in cui il presidente dovrà svolgere le sue funzioni. “Lì sono gli uffici del segretariato generale. Lì riceve il presidente del Consiglio, i ministri, i parlamentari, gli ambasciatori, i capi di Stato e di governo stranieri, le associazioni, le scolaresche, le persone che gli permettono di restare quotidianamente in contatto coll’intero paese. Qui soprattutto tiene le consultazioni e conferisce l’incarico per la formazione del governo”.

E’ evidente, riconosciamo noi, che la vita si fermerebbe se i ricevimenti e i conferimenti si svolgessero in un luogo meno fastoso. Inoltre, ricorda Romano, “dovrebbe renderci orgogliosi il fatto che pochi altri palazzi contengono tra le loro mura pezzi così importanti di storia italiana. Che sia tuttora usato per fini istituzionali mi sembra uno straordinario simbolo di unità nazionale.” In effetti, chi potrebbe negare il debito che l’unità nazionale deve a papa Gregorio XIII, che nel 1574 ordinò di costruire il Quirinale? E’ a lui che si ispirò Pio IX quando, il 20 settembre 1870, offrì spontaneamente Roma al nostro Regno.

Tutto ciò premesso, non è facile trovare tante odiosità compresse nel piccolo spazio della risposta a Nucci. Sergio Romano era un’icona, il Primus tra i commentatori italiani. Lo era per essere stato storico di valore, benché ambasciatore. Con questo articoletto buttato giù distrattamente egli ha fatto la ‘gran  rinuncia’, come Celestino V. Da  papa degli opinionisti si è ridotto a poco più che  quirinalista, per di più diplomatico in pensione. Cos’altro pensare della sua pretesa che una Repubblica nata quasi partigiana mantenga in uso la reggia forse più costosa al mondo, perché l’Inquilino possa ricevere? Che obbligo ha un Paese di media categoria di dedicare ai ricevimenti 230 milioni l’anno, pagando tanti ciambellani, corazzieri, palafrenieri e lacché?

Nicola Petrovic-Niegos faceva il re del Montenegro in una villetta a Cettigne che disgusterebbe uno dei molti maggiordomi del Quirinale. Re Nicola, scarpa grossa e cervello fino, si intendeva di grande mondanità: sposò una figlia a un sovrano sabaudo di antica stirpe, un’altra al più importante dei granduchi di tutte le Russie. La reggia montenegrina era modesta perché il regno era modesto. Perché ospitare i nostri presidenti, non di rado mezze calzette, a livelli tanto superiori a quelli della Casa Bianca? La Bundesrepublik non avrebbe i mezzi per ‘Guardie del Presidente’ vestite come nei film? Una delle categorie festeggiate al Quirinale -gli ambasciatori, spesso autentiche nullità, avanzi di quando non esistevano i telefoni e gli SMS- meritano così pochi riguardi che un salone di prefettura basterebbe. Anche uno spazio da eventi promozionali.

Abbiamo visto che Romano ha tirato in ballo la storia: abitarono la reggia i papi e i Savoia; che lo facciano i Primi Cittadini “mi sembra uno straordinario simbolo di continuità nazionale”. In effetti, chi si sogna di negare il debito che l’Unità deve a papa Gregorio XIII, che nel 1574 ordinò la costruzione della Reggia? A Gregorio si ispirò Pio IX il 20 settembre 1870, quando donò spontaneamente Roma al Regno che unificava la Penisola.

Venendo da un ciambellano, da una guida  turistica o da un insegnante precario di educazione civica, il richiamo all’unità nazionale potrebbe passare. Invece uno storico non dovrebbe sorvolare sulle indegnità che furono la realtà del Papato quando eresse il Palazzo sui giardini dell’ascetico cardinale Ippolito d’Este, figlio di Lucrezia Borgia, ancora più ascetica.  Se la Reggia è così sproporzionata all’odierna nazione italiana è in quanto nacque per le estati di sovrani planetari, i quali pagavano il fasto col denaro ‘di Cristo’, cioè rubato ai poveri. Uno storico non ha il diritto di tacere sul disonore fatto marmi, broccati, arazzi e saloni da pontefici tra i peggiori in assoluto.  La continuità di cui Romano si compiace è continuità di vergogna. Il primo ad aborrire il fasto pontificio è certo papa Francesco, fortunatamente impedito dai bersaglieri di Porta Pia di villeggiare al Quirinale.

Come non concludere che il maggiore tra i commentatori ha deciso di autodegradarsi come Pietro da Morrone, quindi di meritare, oltre che il biasimo di Dante, quello dei lettori? Sergio Romano era il più prestigioso tra i commentatori italiani. Col sullodato articoletto ha fatto la gran rinuncia come Celestino V (questo spiega il biasimo dantesco). Da essere il principe degli opinionisti si è ridotto a poco più che un quirinalista. Cos’altro pensare della sua arringa, dovere una repubblica nata quasi partigiana mantenere in esercizio una reggia forse la più costosa al mondo, perché l’Inquilino possa ricevere in spocchia? Che obbligo ha un Paese di categoria intermedia di dedicare ai ricevimenti 230 milioni l’anno, pagando qualche migliaia di dipendenti?

P.S.-Romano sa che errare humanum, perseverare autem diabolicum (a proposito del Diavolo, il Nostro potrebbe non sapere che “Testiculo del Anticristo” fu uno degli epiteti in castigliano del dibattito teologico tra Elipando arcivescovo di Toledo (+ 805) e Beato de Liébana, abate e consigliere della regina (visigota?) Adosinda. Eppure Romano persevera. Un Fabrizio Perrone Capano gli aveva scritto che se non si comprano gli F35 “tanto vale chiedere la soppressione delle Forze Armate”. A noi il suggerimento sembra utile. Ma l’ambasciatore non cade nella trappola retorica. Risponde che “uno Stato debole e inerme corre il rischio di essere aggredito e ricattato. Le armi restano l’ultima ratio regum .L’influenza di uno Stato dipende ancora dalla sua capacità di buttare sul tavolo la propria forza militare. Ne abbiamo avuto la prova in Somalia, Kosovo, Afghanistan, Libano. L’invio di un corpo militare è il biglietto d’ingresso che l’Italia ha pagato per sedersi al tavolo della diplomazia” (per la verità aggiunge che i risultati raggiunti sono stati modesti ” se non addirittura insignificanti”. Conclude con involontaria, irresistibile comicità: nessun paese che abbia un benché minimo orgoglio può restare indifferente “di fronte alla possibilità che una soluzione politica venga presa a sua insaputa“.

Se aggiungiamo un ultimo pensiero di Romano (“Le cravatte italiane sono le più belle del mondo. Dovremo distruggere noi stessi (per imitare i trasandati Grandi senza cravatta del vertice nell’Ulster) questo primato della moda italiana?”) .abbiamo gli elementi a) per riconoscere in lui un diplomatico di razza b) per ipotizzare la rinuncia  alla diplomazia, punto e basta.

Porfirio

CALCHI NOVATI – LA GUERRA DI LIBIA COME EPITAFFIO

Con il suo famoso affresco sul Novecento, lo storico inglese Eric Hobsbawm  ha reso popolare la nozione di “secolo breve”. Il XX secolo sarebbe durato meno dei cento anni canonici. Interpretato come un secolo connotato essenzialmente dalla lotta fra la piena realizzazione del capitalismo e l’opposizione di marca marxista-operaista, il Novecento nella misurazione di Hobsbawm è compreso fra l’inizio e la fine della “rivoluzione” per eccellenza. La data di partenza diventa il 1917, l’Ottobre russo, e la data conclusiva è il 1990 o giù di lì con la sequenza fatale che vide Tienanmen, il collasso del “socialismo reale” nell’Europa dell’Est e la lenta discesa della bandiera rossa dalla torre più alta del Cremlino.

Ponendosi in un’altra prospettiva, si può argomentare che, accanto al secolo breve, nel Novecento si è dipanato anche un secolo “lungo” protrattosi oltre la soglia del 2000. Se il secolo breve si è svolto all’insegna della classe, il secolo lungo ha avuto come termine di riferimento quel “genere” confuso e un po’ ambiguo che una volta si declinava senza pudore come “razza” e che proprio nel Novecento si cominciò a chiamare “colore”. William Burghardt Du Bois, uno dei padri del panafricanismo, che partecipò da comprimario al primo Congresso panafricano indetto a Londra da Sylvester Williams proprio nel 1900, profetizzò che il Novecento sarebbe stato dominato dalla “linea del colore”. Per “colore”, ovviamente, l’afro-americano Du Bois intendeva nero o negro ma in ultima analisi “colore” era una metafora per rappresentare gli uomini e le donne inferiorizzati, periferizzati e oppressi dagli istituti, dal mercato e dal pensiero unico elaborato dall’Europa all’ombra del colonialismo trionfante nei continenti extra-europei. Il Novecento è stato un’ordalia di emancipazione più ancora che di indipendenza o sovranità per i popoli “di colore” che sottraendosi alla potestà delle nazioni occidentali sarebbero andati a costituire, verso la metà del secolo, il Terzo mondo, riorganizzatosi sotto un’altra specie nel Sud (o Secondo mondo nello schema di  Parag Khanna) contrapposto al Nord una volta scomparso il campo socialista.

Il secolo lungo è stato testimone di tante speranze, tante vittorie e tante sconfitte. Probabilmente il Terzo mondo è finito da un pezzo o è finito molte volte nel logorio di episodi piccoli o grandi sparsi qua e là nel Novecento. Ma adesso si ha l’impressione di essere arrivati all’epilogo di un’intera storia. Le responsabilità dell’involuzione che l’ha chiuso vanno divise, con molti intrecci in andare e venire, fra la pochezza dei gruppi dirigenti che hanno promosso la decolonizzazione, la difficoltà incontrata dai ceti sociali dei paesi afro-asiatici nello stabilire i loro rispettivi diritti e i poteri pressoché illimitati su cui possono contare i detentori dei capitali, della tecnologia e della disponibilità della forza lavoro su scala mondiale. Ogni data destinata a “fare” la storia è convenzionale. Ma ci sono buoni motivi per pensare che questo 2011 abbia marcato la fine suprema del Novecento che doveva celebrare il riscatto delle vittime dell’espansione dell’Europa con i suoi apparati di controllo militare, politico, finanziario e culturale nelle “aree esterne” al di là dei mari e degli oceani. L’apoteosi dell’ideologia e della prassi liberal-democratica seguita al fallimento, brusco o vigilato, del socialismo in Russia e in Cina equivale all’affermazione di un sistema – denominato globalizzazione o Nuovo ordine mondiale – che esporta ovunque, in un crescendo di violenza, l’unilateralismo eurocentrico, l’esatto contrario dello spirito alla base della decolonizzazione, sacrificando la libertà a un modello di sicurezza e organizzazione sociale a misura dei privilegi non negoziabili del Centro con le propaggini fra le élites al potere nella stessa Periferia beffando le speranze e i diritti dei popoli.

Per il significato che ha avuto o le si è voluto attribuire e soprattutto per le modalità in cui è avvenuta, la cancellazione della Libia di Gheddafi con una guerra architettata da Francia e Gran Bretagna, non per caso i protagonisti principali del colonialismo ottocentesco a cui il secolo lungo doveva porre rimedio, contiene in sé tutti gli ingredienti che hanno congiurato in negativo per annullare la mai perdonata audacia di Bandung. Naturalmente, la Conferenza afro-asiatica in terra indonesiana del 1955 viene assunta qui come epitome e simbolo di un’evoluzione ben più complessa. Perché la Libia e Muammar Gheddafi? Già al momento dell’indipendenza dopo la sconfitta dell’Italia, la pseudo-decolonizzazione della Libia antepose la geopolitica a ogni ipotesi di autodeterminazione. Per questo fu scelto Idris a reggerne le sorti: il capo della Senussia, un personaggio dotato di sapere e dignità, aveva diretto la resistenza all’occupazione italiana ma la sua leadership aveva perduto ogni appeal non solo perché il suo titolo di “emiro di Cirenaica” lo relegava in un ambito regionale ma perché il lungo esilio in Egitto lo aveva ridotto a puro strumento della strategia inglese. Posta al centro del Mediterraneo, la Libia doveva presidiare un perimetro con alcune delle più importanti vie d’acqua del mondo, le ricchezze petrolifere del Medio Oriente (quelle della Libia erano ancora di là da venire) e lo Stato di Israele. Il colpo di Stato degli “ufficiali liberi” capeggiati dal futuro “colonnello” aveva l’ambizione di essere una rivoluzione contro il colonialismo e l’imperialismo. Nel percorso, pur tormentato e contraddittorio, che doveva realizzare il programma che l’ispirava, esso aprì un vulnus che si è tentato in molte occasioni di sanare anche con mezzi estremi.

La Libia con la svolta del 1969, dieci anni dopo l’arrivo dei barbudos all’Avana, doveva risultare un’insidia maggiore della stessa Cuba, non foss’altro per l’idiosincrasia di Gheddafi e della sua Jamahiriya per gli schieramenti e le ipoteche della guerra fredda. Nel vertice dei non allineati ad Algeri nel 1973 il Colonnello polemizzò quasi in diretta con Fidel Castro difendendo l’equidistanza contro la teoria dell’alleanza naturale del Terzo mondo con l’Urss. In compenso, Gheddafi non rinunciò a nessuno degli strumenti abituali delle grandi potenze arrogandosi la facoltà di competere con esse nell’uso della violenza nella politica internazionale. La Libia scontò duramente questa trasgressione: il suo spazio aereo e marittimo fu contestato e violato in tante scaramucce e battaglie navali fino al raid lanciato da Reagan con i bombardieri nel 1986 per vendicare un attentato in Germania di cui fu dichiarato colpevole Gheddafi ma in realtà per farla finita una volta per tutte con il “cane pazzo di Tripoli”. La Libia non usufruì di soccorsi prima o dopo. Fu la rivelazione dell’isolamento e quindi della vulnerabilità della Libia ma anche della sostanziale rinuncia dell’Urss alle posizioni che aveva creato nel Mediterraneo. Mosca si limitò ad aiutare la Libia aumentando le forniture di armi presto obsolete: la dipendenza dai sovietici per il suo armamento era la sola eccezione che Gheddafi ammetteva rispetto alla “terzietà” scolpita anche nel Libro verde. L’Onu si trincerò nel mutismo salvo decretare tutte le sanzioni possibili dal 1992 in poi per punire gli “illeciti” commessi dalla stessa Libia così da rendere evidente a tutti che, malgrado le pretese del leader libico, la gestione della diplomazia internazionale a quei livelli resta più che mai a senso unico.

L’Onu ha tradito per ignavia o realismo la sua missione da tempo immemorabile. L’utopia di Dag Hammarskjöld, all’alba della decolonizzazione, di promuovere il Palazzo di Vetro a santuario della giustizia in contrasto con l’anarchia imperante nel sistema mondiale inquinato dalla confrontazione Est-Ovest durò il classico spazio di un mattino fino ai due sacrifici a poca distanza di tempo di Lumumba e dello stesso segretario generale delle Nazioni Unite. L’impotenza della massima organizzazione internazionale – punto d’arrivo di un processo di normazione internazionale iniziato agli albori del Novecento (basta scorrere i nomi dei primi insigniti del premio Nobel per la pace) – non fu alleviata neppure dalla fine della guerra fredda. L’impunità concessa all’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003 ha fatto capire anche agli ultimi illusi che non si sarebbe più ripresa. A confronto di queste e altre violazioni del diritto, il caso libico è un pulviscolo perché il dossier a carico di Gheddafi è comunque pesante. Ma la messinscena di quest’ultima guerra per procura affidata alla Nato per “proteggere i civili” e culminata, dopo cinque mesi di bombardamenti, nella marcia vittoriosa fino a Tripoli dei “ribelli” sostenuti dagli elicotteri da battaglia francesi e inglesi e assistiti dagli 007 di tutte le potenze del pianeta ha superato davvero ogni precedente. Per questo, la data si merita una caratura storica. Almeno pari, all’inverso visti gli esiti, al 1956 di Suez, non per niente elevato, appena un anno dopo la già citata Conferenza di Bandung, a evento primigenio del Terzo mondo e del terzomondismo.

Nessuno nel 1956 avrebbe scambiato per “liberatori” le truppe anglo-francesi che dopo la nazionalizzazione del Canale di Suez attaccarono l’Egitto con la complicità di Israele. Naturalmente i tempi erano diversi e Gheddafi, che ha insistito fin troppo sul suo ruolo di “erede di Nasser”, non ha mai eguagliato il prestigio e il carisma del Rais del Cairo. Del resto, mentre Nasser al momento dell’aggressione stava percorrendo la sua fase ascendente e impersonava l’idea di una “liberazione” ancora innocente, Gheddafi era entrato in un tramonto senza gloria oscurato dai troppi abusi e da una retorica via via sempre più opaca. Gheddafi non era riuscito a tradurre in pratica nessuno dei suoi progetti di liberazione. Anche il suo anticolonialismo, per quanto sincero possa essere stato, si è spuntato in un faccia-a-faccia sterile con l’Italia, magari necessario per ristabilire l’onore della Libia sottraendo il paese che aveva in mente al ricordo di un colonialismo particolarmente odioso e funesto, ma ha finito per rinchiuderlo in un gioco a somma zero per le contropartite che gli venivano richieste dall’altra parte. Scoppiata la rivolta, i libici avevano davanti a sé o Gheddafi o i bombardamenti della Nato. Fra gli inganni della “democrazia delle masse” e le belle parole intonate alla libertà hanno scelto l’Occidente anche se realisticamente con pochissime possibilità di sfuggire a un altro giro di una stessa ruota. E questo è il marchio più esplicito della disfatta che dalla Libia si estende a tutto l’ex-Terzo mondo.

In Libia, come in gran parte del Terzo mondo, la creazione dello Stato e della nazione ha faticato più del previsto degenerando nell’arbitrio di un uomo o di un clan, senza progresso e senza libertà. Si può capire la diffidenza verso principi che l’Occidente brandisce come un’arma impropria per colpire selettivamente gli avversari dipinti come “mostri”, ma è ironico che un’ideologia come il nazionalismo – arabo o africano – che tanto deve al retaggio occidentale, benché trasmesso e appreso nelle condizioni peggiori durante il colonialismo, si sia dimostrata così impervia proprio nei confronti dei valori meno dubbi di quell’esperienza. Dopo tutto, nessuna conquista è definitiva se non viene garantita la legalità. È un po’ triste constatare che a difendere la “rivoluzione” ci sono solo coloro che ne hanno abusato indebitamente, non coloro che in teoria dovevano beneficiarne come destinatari naturali. Già Nasser, quando senza saperlo era molto vicino alla fine della sua vita, sentì il dovere di riconoscere con amarezza che della rivoluzione si era impossessata una borghesia avida e antipopolare.

I dirigenti del Terzo mondo hanno ingannato a lungo i loro popoli come se quel misto di meriti acquisiti (l’indipendenza dal colonialismo) e di promesse (lo sviluppo e l’eguaglianza) fosse il massimo a cui potevano aspirare. Kwame Nkrumah, uno degli eroi dell’indipendenza dell’Africa, diceva parafrasando il Vangelo: “Cercate il regno politico e tutto il resto vi sarà dato in più”. Il “resto” non si è mai materializzato e quel modello al ribasso si è esaurito in se stesso. Anche per questo l’Occidente ha ripristinato la sua egemonia ed è in grado di sfruttare cinicamente una credibilità a livello mondiale che permette agli Stati Uniti o alla Francia di diffondere ovunque la guerra senza quasi obiezioni. Per la prima volta forse nella storia la Germania è stata deprecata per non avere fatto una guerra. Davanti al bunker di Gheddafi distrutto c’è poco da festeggiare. Già si intravedono gli avvoltoi, consapevoli che sotto le macerie ci sono tante risorse per soddisfare i loro appetiti. Anche le “primavere arabe” che non sono passate per una tragedia paragonabile a quella della Libia ne escono ridimensionate. L’Occidente ha battuto un colpo infierendo contro l’anello più ambito (e più debole) affinché fosse chiaro a chi spetta l’ultima parola nella transizione quando i regimi arabi che esso ha alimentato per tanti anni arrivano alla crisi terminale. Anche se a suo tempo l’Urss ha contribuito a coltivare gli equivoci chiamando “socialisti” o “democrazie nazionali” i regimi del Terzo mondo che applicavano una forma dirigistica e autocratica di capitalismo dipendente, si fa sentire la mancanza di un’alternativa e di un contrappeso adeguato. E qui il secolo breve e il secolo lungo tornano a coincidere. La rivoluzione in Russia e Cina e la decolonizzazione – i tre fattori di rottura del secolo breve secondo Hobsbawm – non hanno cambiato i rapporti di forza. La stessa Unione Sovietica non aveva raggiunto uno status paritario perché tacciata di essere una potenza “anti-sistema” ma ciò non impediva alla deterrenza di funzionare. Il bipolarismo non è sfociato in un multipolarismo più o meno equo bensì nell’assolutezza di un unilateralismo dogmatico ed esigente. Con la guerra di Libia, al massimo Sarkozy può vantarsi di aver segnato un punto a favore nella competizione fra Europa e Stati Uniti nel Mediterraneo. Nessuno più pensa che questa rivalità intercapitalista possa costituire un ausilio quantunque indiretto al senso ultimo che doveva avere il secolo lungo.

L’allegoria maoista della “tigre di carta” è aleggiata pericolosamente in questo passaggio cruciale a danno del Sud globale guidato dalla Cina. La prova migliore della debolezza degli Stati e dei governi che si oppongono al Neo-Impero è la loro riluttanza a sfidare apertamente gli Stati Uniti. Non è solo una questione di forza militare. L’astensione al Consiglio di sicurezza sulla risoluzione che ha “coperto” l’attacco a Gheddafi tradisce un’insicurezza di “civiltà” che è il perfetto controcanto della narrativa con cui l’Occidente si autocelebra come unico depositario della democrazia, della razionalità e della modernità. 

Gian Paolo Calchi Novati