ESAME DI COSTITUZIONE PER I POLITICI

La selezione dell’elettorato passivo: un rimedio all’ignoranza dei parlamentari

Non sembrano essere ancora maturi i tempi per una democrazia non fondata acriticamente sul suffragio universale. La pretesa che gli elettori abbiano, se non le competenze, almeno un serio interesse per la gestione della cosa pubblica non è un seme che trovi oggi terreno fertile. Allora avanziamo una proposta più concretamente fattibile.

Si selezioni la platea degli eletti. Subordiniamo l’elettorato passivo al superamento di un esame basilare, nel quale si verifichi la conoscenza della Costituzione. I nostri parlamentari giurano su di essa, testo fondativo dello Stato. Richiedere che i rappresentanti ultimi del potere legislativo conoscano i principi che devono rispettare, ed i limiti che sono imposti alla loro azione, sembra il minimo.

Suona pleonastico, quasi ridicolo, chiedere una cosa del genere. Al normale cittadino sembra ovvio che un parlamentare conosca la Costituzione. Ma, a giudicare dalla quantità di norme che vengono dichiarate incostituzionali, e dal numero ancor più elevato di proposte (assurde) che per lo stesso motivo non diventano mai legge, così non è.

Allora perché non introdurre un semplice test, un esame di diritto costituzionale base, quale condizione necessaria per essere candidati al Parlamento?

Si noti bene: non si richiede necessariamente la condivisione di quanto viene prescritto dalla Costituzione. E’ assolutamente legittimo che qualcuno voglia apportare delle modifiche. Le nostre stesse proposte richiederebbero dei mutamenti radicali del testo costituzionale.

Ma proprio chi vuole cambiare l’esistente ha il dovere di conoscerlo. Allo stesso modo chi si pone in posizione di difesa assoluta dello status quo dovrebbe sapere di cosa sta parlando.

Immaginiamo allora che la consegna delle liste elettorali avvenga in due momenti. Prima si presentano le liste dei candidati provvisori. Questi vengono poi riuniti in luoghi controllati, in perfetto stile “esame di Stato”, e sottoposti all’esame di conoscenza della Costituzione. Chi non è promosso, viene automaticamente escluso dall’elettorato passivo (per quell’elezione). In un secondo momento si presentano le liste complete, composte da persone che hanno dimostrato di essere a conoscenza dei principi fondanti dello Stato, che li vogliano conservare o cambiare.

Sarebbe anche un utile messaggio per i cittadini comuni vedere i politici costretti a studiare e a passare un esame, prima di sedersi sui comodi scranni di Montecitorio e Palazzo Madama.

Ps. Ovviamente andrebbero adottati dei metodi per i quali chi corregge lo scritto non conosca l’identità dell’esaminato fino al termine della valutazione. Già adottando metodi telematici e domande a crocette si eviterebbero alcuni macroscopici inconvenienti.

T. C.

RANDOMCRACY: How it would work

On March 22, 2010 the “Daily Babel” carried an editorial titled RANDOMCRACY: the case for a Neo-Athenian Direct Democracy. The opening statement was: “We’re slowly watching Democracy transform itself into nothing more than a stage-play put on by a media-savvy, bank-friendly plutocracy. The average citizen today has no more say on how his or her government should govern, than a dog has in making requests from his master”.

The concept of a random and selective way to a direct, popular sovereignty was born in the United States some twenty years ago. The idea was: representative democracy is a sham, as the electoral mechanism is responsible for the usurpation (= illegal seizure of power) by an oligarchy of professional, career, lifelong politicians, normally corrupt or corruptible. In order to be elected or re-elected, a professional politician must either own really vast money (which is plutocracy) or sell his/her vote and influence to the lobbies, one of the de facto lobbies being docile voters who trust campaign promises.

The radical alternative to pluto/klepto-democracy should be (in due time will be) direct democracy: going back to Athens, where democracy was invented some 25 centuries ago. However the Athenian direct democracy implied very small numbers of full, privileged, male citizens. No woman, no foreign-born, no slave. In a colossal country of today the right thing to do is canceling the electoral process (voting would stay in referenda only) and reducing the sovereign citizenry to a “macro-jury” made of a small percentage of the entire population: its temporary members (f.i. 6 to 12 months) would be randomly selected by a computer-assisted lot. No elected official at all. The ‘macro-jury’ concept is referred to the body of persons who are randomly (within limits) selected to render verdict in court in lieu of the entire people, which in theory is the source of justice. Such source is not the professional judge. He or she transforms the popular (=jurors’) verdict into a technical sentence.

A succession of computerized lots within the small percentage of pro tempore sovereign citizens (hyper-citizens) would select, with progressively more demanding criteria, the persons to act at the various levels of government. Say, plain persons could be added to better qualified ones in the bottom level of the macro-jury, the level where the small town councillors would be drawn. Well higher qualifications should be necessary to those among whom the members of state or national legislatures would be randomly selected by the computer.

Of course qualifications should be determined by objective, unquestionable facts. For instance, if managing a serious business is chosen as a pre-requisite to be randomly picked as a member of a given body, the official computer must verify that the said business has been in operation for a number of years. Analogously, if a person claims to be a scientist, evidences should exist that he/she does research work in an university or reputable institution. No arbitrary, disputable element should play a role.

Innumerable additional problems should be solved, changes made, controls introduced. The computer-assisted selections must be beyond any doubt. After the disappearance of professional politicians, advisors, burocrats and technocrats would become too important, so they should be submitted to special supervising committees of hyper-citizens. Myriads of additional issues would confront us. The end result of randomcracy would be the cancellation of career (robber) politicians; the abrogation of evil role of money in the political process; the exercise of sovereignty by revolving sections of the general public; the chances for everybody to be selected for short terms of office, if qualified.

Anthony Cobeinsy

Quale Rivoluzione per l’Europa?

“La verità è sempre rivoluzionaria”. Sono giorni di scandali e rivelazioni sconvolgenti (Berlusconi va a puttane, Sarkozy è un tappetto permaloso e Putin un leader autoritario? Speravamo di meglio…), e la frase di Antonio Gramsci sembra calzare perfettamente sul piedino di Assange. L’australiano si trasforma, da enigmatico soggetto (Hacker? Stupratore? Utile idiota in una triangolazione dei servizi? Magari pensata per far cadere qualche testa? Magari nera?) a paladino della libertà, efebico Prometeo che porta fuoco e verità agli uomini.
Ma questo non è un altro articolo su Wikileaks. Non è alla verità di Assange che pieghiamo le parole di Gramsci. Nel nostro modesto giardino di casa qualcuno ha detto qualcosa di onesto, di vero e, chissà, un domani di utile.
Angelo Panebianco, nel suo editoriale “Crisi dell’euro: diciamo la verità”, scrive:

“non è difficile scoprire quale sia oggi il vero nemico dell’euro, quello che ne minaccia la sopravvivenza: questo nemico è rappresentato dalla perdurante vitalità della democrazia. Intendendo per tale l’unica democrazia che c’è (…). Sono le democrazie europee, necessariamente condizionate dagli orientamenti dei loro elettorati, a minacciare oggi la moneta unica”.

Segue una dotta spiegazione di come l’Europa sia in fondo non diversa da qualsiasi condominio, e l’auspicio finale è che si spieghi ai cittadini dei singoli Stati che devono fare sacrifici non perché siamo tutti europei, e volemose bene, ma perché gli conviene.
La tesi sembra corretta, peccato che sia inapplicabile in un sistema democratico. Non è pensabile che alcuni partiti possano spiegare agli elettori quanto sia conveniente stare nell’Unione europea, senza che altri sostengano l’esatto contrario. In una simile situazione, perché l’elettore dovrebbe credere ai primi piuttosto che ai secondi? Se consideriamo su quali criteri il cittadino medio forma la propria opinione, c’è di che essere sconfortati. Perché impegnarsi a capire nozioni macroeconomiche quando posso dare la colpa delle mie sofferenze agli euroburocrati o ai greci che giocano a fanta-economia col proprio pil?
Insomma, sembra sinceramente improbabile che in un sistema democratico-rappresentativo prevalga la spiegazione più complessa. Non fosse altro che sono percentualmente poche le persone che sarebbero in grado di comprenderla per come questa verrebbe spiegata dai partiti.
Pensiamo al caso italiano. Tutti ci ricordiamo le posizioni di Tremonti e Berlusconi sull’euro, quando fu Prodi a far sì che l’Italia ne facesse parte. Quando la speculazione di alcuni grandi gruppi rese il luogo comune “un euro ormai sono mille lire” drammaticamente vero, a chi diedero la colpa i cittadini? Al governo che non aveva vigilato dopo l’entrata in vigore della moneta unica, o al governo che aveva portato l’Italia nell’euro?
Il punto è che l’informazione è un valore prezioso, e non è mai un bene quando la verità viene contraffatta per il proprio tornaconto politico o economico. Ma stando all’esperienza, questo è quasi inevitabile in una democrazia rappresentativa.

Allora avanziamo una proposta: che l’atteggiamento dei singoli Stati nei confronti dell’Unione europea sia determinato non da governi eletti, fatti di rappresentanti di partiti che hanno mistificato la realtà per questo o per quell’interesse, ma da cittadini, in possesso di una pur basilare competenza ed estratti a sorte. Come alcuni esperimenti dimostrano (v. Klein: e se decidesse la gente? Internauta, Ottobre) i cittadini sono in grado di prendere scelte razionali, quando vengono correttamente informati. Creando macrogiurie, mettendole in grado di discutere su dati e nozioni certe, si otterrebbero probabilmente risultati migliori di quelli attuali.
I cittadini tedeschi stanno in questo periodo influenzando le politiche della Cancelliera Angela Merkel. Se venissero posti in condizione di essere pienamente informati sui benefici che traggono dal mercato unico, e sui rischi che correrebbero se prevalessero le spinte nazionaliste, voterebbero sicuramente con maggior lungimiranza dei propri rappresentanti eletti.
Certo, con un tale metodo si porrebbe il problema di come gestire l’informazione delle macrogiurie. Ma un sistema migliore di quello che possono essere i tabloid o la tv generalista (le fonti che creano la maggioranza delle opinioni politiche in un Paese), non deve essere troppo difficile da immaginare. In tal caso sì che la verità, finalmente chiarita ai popoli europei, potrebbe diventare rivoluzionaria.

Tommaso Canetta

Il metodo neo-ateniese contro la mafia

Nel suo editoriale del 26 Ottobre, Angelo Panebianco espone, dalle colonne del Corriere della Sera, una interessante teoria. Unità del Paese e Democrazia rischiano di diventare incompatibili nel Mezzogiorno. Questo perché, secondo Panebianco, senza il Sud non si vincono le elezioni, e da ciò deriva un potere di ricatto enorme a chi difende lo status quo meridionale. L’analisi è del tutto condivisibile, manca però una proposta.

Nel recente scempio dei rifiuti, dalla Campania alla Sicilia, e nel cronico problema del crimine organizzato, spesso si parla di “commissariamento degli enti”. Se un Comune, per esempio, non è in grado di gestire un’emergenza, o ancora, se è influenzato da associazioni criminali, il ministro dell’Interno propone che il presidente della Repubblica, con decreto, rimuova sindaco e giunta e sciolga il consiglio comunale, inviando un commissario con il compito di preparare nuove elezioni. La soluzione del commissariamento, e della nomina di commissari straordinari, è formalmente una soluzione di breve periodo, ma in Italia l’istituto è stato largamente abusato (basti pensare che per l’emergenza rifiuti in Campania fu nominato commissario Bassolino). Proponiamo allora un’innovazione di questo istituto.

Quando in un ente il metodo democratico-rappresentativo abbia fallito, e il problema sia di natura cronica, non ha senso ostinarsi a commissariare e tornare a votare in continuazione. La necessità è quella di prendere scelte probabilmente drastiche e impopolari. Nessun uomo politico sceglierebbe di pagare, in prima persone e come partito, l’altissimo prezzo in termini di consenso che comporterebbe il ben governare. Nessun tecnico imposto da Roma avrebbe la legittimazione per una politica di lungo termine sul territorio. Una possibile soluzione potrebbe allora essere l’impiego del metodo della democrazia neo-ateniese.

Con un tale metodo in primo luogo vengono selezionate le persone, residenti nell’ente, più competenti nei vari settori in cui è necessario intervenire (rifiuti, criminalità, infrastrutture etc), escludendo chiunque abbia precedenti penali, e verificando anche in un secondo momento, magari tramite una commissione di garanzia, che non sussista alcun legame con la criminalità. In secondo luogo si procede ad un’estrazione a sorte delle persone che dovranno comporre la Commissione incaricata dell’amministrazione dell’ente commissariato. Queste verranno adeguatamente protette e sorvegliate, in modo che non possano subire o ricercare contatti con incrostazioni di potere, cricche mafiose, o gruppi di pressione di ogni sorta. La Commissione rimarrebbe poi in carica per un intero mandato, di norma 5 anni, procedendo nelle riforme necessarie senza il ricatto delle elezioni, senza il meccanismo dei “pacchetti di voti”, portando avanti politiche all’insegna della competenza e di un necessario disinteresse. Ogni 5 anni, e fino alla “cessata emergenza”, la Commissione verrebbe rinnovata, sempre tramite un metodo di selezione-estrazione.

Questa proposta avrebbe il merito di impedire quella corsa verso il basso evidenziata da Panebianco, e dovrebbe evitare l’incompatibilità tra Democrazia e Unità del Paese. Una Commissione di tecnici appartenenti al territorio, protetti e controllati, sottratti al ricatto della popolarità (nessuno li potrà mai rieleggere) e incentivati a governare per risolvere i problemi (non per ottenere consenso) potrebbe essere una risposta strutturale ad alcuni problemi dell’Italia e non solo. La critica più ovvia è che con un simile metodo si impedirebbe alla volontà popolare di esprimersi. Ma se la volontà popolare esprime richieste impossibili (es. voglio i servizi ma non voglio le tasse) o aberranti (es. voglio essere governato dalla mafia), fino a che punto è giusto ed utile inseguirla?

Tommaso Canetta

Giornalismo pedagogico e voto condizionato

Una provocazione per migliorare la democrazia.

Non serve un’analisi dei dati Audipress per accorgersi della degenerazione dei media in Italia. Da che esiste in Italia l’informazione di massa, è stata una costante discesa verso ciò che interessa alla gente, rispetto a ciò che le servirebbe sapere. Casi morbosi di cronaca nera durano settimane se non mesi sulle tv e sui giornali, mentre le analisi, fatte nel modo più divulgativo possibile, su temi importanti ma pressoché ignoti (e che quindi a maggior ragione sarebbe vitale conoscere) si vedono poco o nulla. Sempre più media preferiscono dare spazio al gossip, al sensazionalismo e al patetismo, piuttosto che all’informazione. Perché interessarsi a ciò che succede nel mondo, ai dati dell’economia, ai procedimenti dell’Unione europea, alla cultura e all’arte, quando invece possiamo parlare di calciatori e veline?

La facile obiezione a questa filippica moralistica è che il pubblico ha diritto ad avere i propri gusti (di solito raccolti nella legge delle tre “s”: sesso, soldi, sangue), e in un mercato dei media libero, è giusto modificare l’offerta in base alla domanda. Se prescindiamo dal fatto che l’informazione non è esattamente un bene commerciale come una banana o un pannolino, l’obiezione è anche corretta. C’è però una situazione di fatto che rende il quadro gravissimo e in costante peggioramento. L’80% della popolazione italiana decide come votare in base alle informazioni che riceve dalla televisione. Se guardiamo allo stato dell’informazione televisiva c’è di che essere seriamente preoccupati.

Insomma, la gente gode del diritto di voto, ed ha anche il diritto di influenzare col proprio telecomando il tipo di informazioni che vuole ricevere, per poi votare in base a quelle. E’ un cortocircuito piuttosto evidente, e tanto più i media si inchinano ai gusti del pubblico, tanto più il pubblico si crogiola nell’appagante risposta ai propri desideri. Chissenefrega del Pil quando in cambio ti danno le tette?

La proposta di condizionare il diritto di voto al superamento di un test che saggi la sussistenza di competenze minime, avrebbe delle ripercussioni positive anche in questo frangente. Chi fosse interessato ad informarsi creerebbe una domanda a cui il mercato dei media dovrebbe dare risposta. Chi fosse interessato alle tette potrebbe gustarsene la visione in santa pace, senza essere interrotto da noiose dissertazioni sulla disoccupazione. Ovviamente al momento del test chi si fosse completamente disinteressato dell’informazione avrebbe molte difficoltà a passare. Questa esclusione sarebbe rimediabile la volta successiva (sarebbe sufficiente guardare programmi gratuiti di informazione, ingrossando le fila della domanda di un simile prodotto), e, prima ancora, sarebbe giusta ed utile.

Se si subordina il voto all’acquisizione di un minimo di conoscenza (largamente disponibile e gratuita), non solo si rende il risultato delle elezioni il frutto di una scelta consapevole, ma si incentiva anche la domanda di conoscenza e la sua circolazione.

Solone X

KLEIN: E SE DECIDESSE LA GENTE?

Folgorato sulla via di Atene dal sorteggio.

Joe Klein, una delle firme importanti della stampa americana, sembra galvanizzato dalla realizzazione, stranamente improvvisa, che “forse è il momento della democrazia deliberativa” (=non rappresentativa, non parlamentare, non appaltata ai politici col voto). Riportiamo largamente il suo intervento, su TIME del 13 settembre 2010, titolo (abbreviato) ‘What if we let people make decisions?”. Non è se non in parte la nostra idea di perché occorrerà a tutti i costi ‘cambiare democrazia’; però Joe Klein ha milioni di lettori. Una sola avvertenza: nel 1992, quando negli Stati Uniti divampò come un fuoco di paglia, a causa di Ross Perot, il dibattito sulla fine della delega elettorale, TIME ed altri grandi giornali, pur ammettendo che il futuro era della democrazia non delegata, considerarono ciò una sventura. Quando, col sorteggio, ridurremo all’1% la cittadinanza attiva (=sovrana), TIME e i suoi fratelli si ricrederanno. In qualche misura hanno già cominciato.

Se mi chiedete qual è stato l’atto presidenziale più deludente di Barack Obama, rispondo: sul problema dell’immenso disavanzo federale ha insediato una commissione d’alto livello. Che tedio, che cosa inutile! Quando manca la volontà politica, si nomina una commissione d’alto livello. La quale non decide nulla o quasi.

Se invece esistesse un meccanismo magico capace di cambiare a fondo il processo decisionale della democrazia, rendendolo credibile ed operante? Gli Ateniesi antichi avevano il meccanismo: il kleroterion, una specie di selettore delle palle del bingo. Ogni giorno alcune centinaia di cittadini (liberi e maschi, naturalmente) venivano scelti a sorte (randomly) e delegati a decidere per conto della Polis.

Si dirà, oggi la cosa sarebbe impossibile. E invece in Cina il distretto costiero di Zeguo (120 mila abitanti) pratica già il kleroterion sotto la regia di James Fishkin, professore a Stanford. Ogni anno 175 persone sono selezionate con criteri scientifici per rappresentare la popolazione intera. Ripetutamente sondate e documentate sulle questioni da decidere, approfondiscono intensamente discutendo in gruppi ristretti, affiancate da esperti di tendenze contrapposte. Alla fine del terzo giorno le priorità emerse vengono recepite ed attuate dalle autorità.

Il processo funziona brillantemente da 5 anni, nonostante i cittadini partecipanti non siano molto qualificati (contadini per il 60%). Il governo di Pechino è in procinto di allargare il meccanismo ad altri distretti.

Il professor Fishkin, 62 anni, conduce esperimenti di ‘democrazia deliberativa’ in vari continenti e paesi, da un ventennio. Ha raggiunto la certezza che la gente sa decidere a ragion veduta. Nel Texas ha gestito un processo di democrazia deliberativa dal 1996 al 2007. Uno dei risultati: quello Stato era ultimo nel campo dell’eolico, ora è il primo. Gli utenti disposti a pagare di più per avere energia dal vento sono passati dal 54 all’84 per cento.

Per come stanno le cose, forse è arrivato il momento della democrazia deliberativa. Quando viene messa di fronte a scelte vere e a conseguenze reali, la gente decide bene. Allora perché Obama non trasforma la sua commissione blue ribbon in un esercizio di democrazia deliberativa? I diciotto commissari stendano un rapporto per 500 Americani random scelti col metodo Fishkin. I 500 indaghino, riflettano, discutano a fondo. Io scommetto che questo kleroterion, trasmesso dalle televisioni, produrrà risultati più chiari e più credibili di qualsiasi commissione di Obama.

La gente è stanca di sentirsi dire le cose dalle élites. Forse è tempo di fare il contrario.

Controprove da Emmott e Rusconi

Teniamo a precisare che i politici di carriera non sono le élites. Con poche eccezioni, sono i peggiori. Sommi chirurghi, intensi pensatori e dolci poeti, appena eletti, diventano complici dei Proci che banchettano nella reggia di Ulisse. Ciò premesso, prendiamo atto: Il britannico Emmott, a lungo direttore dell’Economist, e il professore Gian Enrico Rusconi, entrambi editorialisti della torinese La Stampa, hanno portato anch’essi, il 14 e 16 settembre, acqua al mulino dove si vuole ‘cambiare democrazia’, rottamando le urne elettorali e cancellando i politici professionali. Non hanno, è vero, menzionato il ritorno ad Atene (alternativa unica alla dittatura militare, a volerla fare finita coll’oligarchia ladra che ci opprime). Però meglio di Joe Klein hanno diagnosticato le sindromi che condannano senza speranza la classe dei politici: non solo indegni della delega elettorale, ma anche incapaci di esercitarla (incessanti ruberie a parte). Riferiamo nell’essenziale le considerazioni di Rusconi, suscitate dal precedente editoriale di Emmott. Premessa la “certezza che il frenetico discutere di sistemi elettorali non cambierà nulla”, Rusconi afferma:

Meno male che c’è ancora un Bill Emmott che prende sul serio la situazione italiana. Nessun sistema elettorale è infallibile, quello italiano è fallimentare. Assolutamente sbagliato sarebbe pensare di migliorarlo col maggioritario puro all’inglese. La proposta pratica di Emmott è una sorta di proporzionale dal basso, con scelta diretta dei candidati, senza la mediazione partitica.

Ma osserva:

Il presupposto è che esista una Buona Italia che attende solo il sistema elettorale adeguato per esprimersi. Mi sembra una simpatica ingenuità. Quello che manca è una classe dirigente nazionale come tale, non solo in politica, che si assuma l’onere di costruire il consenso (costituzionale) sulle grandi regole.

Trovo sano che, a differenza di molti analisti stranieri, Emmott non faccia di Berlusconi l’epitome dell’Italia. Ma sbaglia a vedere il berlusconismo soltanto in chiave di una ‘coalizione artificiale’ che sta implodendo. Il Cavaliere ha realizzato il ricambio di classe politica più radicale dal dopoguerra (…), ha tentato di cancellare l’idea stessa di coalizione partitica per creare un “popolo di elettori”, un nuovo demos che rivendica addirittura il diritto di modificare le grandi regole istituzionali. In questo ha interpretato pulsioni profonde di settori importanti della società civile. Ora li lascia disillusi, frustrati per la sproporzione delle aspettative rispetto alla modestia delle cose realizzate. Ma non è ancora chiaro come finirà.

Finirà male diciamo noi per quanti, ultimi Mohicani o ultimi fantaccini giapponesi della giungla, ancora credono di far bene a difendere l’assetto cleptocratico escogitato dai Costituenti del 1947. Il peggiore in assoluto: tutto il potere ai ladri. Il ‘nuovo demos’ anti-sistema evocato da Rusconi è molto più vasto e più disgustato di quello, piccolo borghese e tacitabile con poco, messo insieme dal Cavaliere. Nascesse un eversore di genio, trionferebbe.

A.M.C.

Il voto condizionato

Una provocazione per migliorare la democrazia.

Il concetto di democrazia è andato, nelle moderne società occidentali, identificandosi col concetto di democrazia rappresentativa, e legandosi indissolubilmente con quello di suffragio universale. Tuttavia, visto il progressivo deterioramento che è proprio di ogni democrazia, per cui col passare del tempo la maggioranza (che, triste ammetterlo, storicamente non è particolarmente incline ad accettare progetti impegnativi e di lungo termine) smette di scegliere per il proprio bene ma resta vittima dei propri desideri immediati, si può forse oggi riaprire un dibattito proprio sul principio del suffragio universale.

Mantenendo fermo il principio dell’uguaglianza formale di tutti gli uomini, per cui a nessuno deve poter essere negato, tra gli altri, il diritto di voto, ci si può tuttavia interrogare se tale diritto debba rimanere incondizionato (o condizionato solo ad alcuni parametri, quali l’età o la cittadinanza).
Ma sarebbe poi così assurdo richiedere che il diritto di voto venga condizionato ad altri parametri attinenti, diciamo, a conoscenze basilari ed a capacità di ragionamento?

Ad esempio, in alcuni Paesi (ad esempio l’Estonia, membro dell’Unione Europea) il diritto di voto è subordinato alla conoscenza della lingua. Pretendere che in Italia chi esercita il diritto di voto debba conoscere l’Italiano non sarebbe poi così assurdo. Una persona che non conosca la lingua del paese dove abita, come può leggere un giornale, capire un telegiornale, interessarsi con cognizione di causa alla gestione del Bene Comune?

In secondo luogo, considerato che molti di coloro che dichiarano apertamente di non interessarsi di Politica non si astengono, ma votano in base a criteri, a voler essere generosi, arbitrari, è giusto che i loro voti annacquino il voto di quelli che, pur su opposti schieramenti, si informano e mostrano passione per la gestione della cosa pubblica?

Col sistema attuale non solo si ingrossano le fila di questi “non interessati”, ma s’incentivano i politici a ricercare i loro voti, facendo leva proprio su quei criteri arbitrari che poco hanno a che vedere con la gestione dello Stato. Il pericolo, già noto ai Greci, che la democrazia degeneri in demagogia non può, specie in una società globalizzata, essere trascurato.

Nessuno ovviamente pretende che per votare si debba essere professori di diritto costituzionale, o conoscere nei dettagli la Storia recente, o anche solo che si legga un giornale tutti i giorni (che pure non guasterebbe). Ma è poi così ingiusto che non possa votare chi non ha idea di chi sia il Presidente della Repubblica? O cosa sia successo di epocale in Europa nel 1989? O, ancora, chi sia il fondatore di Forze Italia?

Terzo spunto, la capacità logica. Questa consente di mettere insieme le nozioni in proprio possesso ed estrarne delle deduzioni. E’ il presupposto necessario per un approccio al mondo circostante ispirato al dubbio ed alla osservazione. Richiedere che le persone che esercitano il proprio diritto di voto siano in grado di mettere in relazione tra loro le nozioni che hanno, che sappiano compiere semplici passaggi mentali (che si apprendono più nella vita che sui banchi di scuola), sarebbe un’assurdità?

Non si pensi ad indovinelli astrusi del tipo “un mattone pesa un chilo più mezzo mattone, quanto pesa un mattone?”, né al dover dimostrare capacità matematiche di chissà quale livello. Si tratta più che altro di saper operare semplici deduzioni (“Se tutti i lombardi sono italiani, i milanesi sono lombardi, i milanesi sono…?”), necessarie del resto al formarsi di un’opinione non acritica su qualsiasi oggetto.

Ricapitolando, se un domani il diritto di voto fosse subordinato al superamento di un semplice e banalissimo test, volto ad accertare una conoscenza basilare della lingua italiana, una conoscenza a grandi linee della Storia e dell’attualità, e una minima predisposizione alla logica, il concetto stesso di democrazia ne risulterebbe offeso?

Le modalità pratiche, i dettagli (in cui, si sa, si annida il diavolo) pongono ovviamente delle problematiche enormi, ma non insormontabili. Una discussione sul tema potrebbe portare spunti, soluzioni, miglioramenti. Ma se anche solo crollasse il postulato per cui il diritto di voto è subordinato a criteri del tutto slegati dal possedere nozioni basilari e dal saperle mettere in correlazione, un primo importante passo per contrastare la crisi dell’attuale sistema democratico verrebbe fatto.

Solone X

Diritto e dovere di votare

Una provocazione per migliorare la democrazia

Nell’attuale sistema, qualsiasi cittadino italiano, compiuti diciotto anni, ha il diritto di voto. La ratio di tale scelta del legislatore è che si ritiene che la maturità e la conoscenza necessarie per votare, si raggiungano con la maggiore età. Un simile sistema ha l’evidente pregio di essere estremamente semplice, ma l’altrettanto evidente difetto di essere approssimativo.

A fronte di una maggioranza di cittadini che si informano, discutono, si formano un’opinione (più o meno approssimativamente), c’è una minoranza, purtroppo non esigua, che pur dichiarando apertamente di “non interessarsi alla politica” (non di “esserne disgustati”, che pure presupporrebbe una conoscenza, ma di non conoscere i fatti e gli avvenimenti più macroscopici) tuttavia non si astiene. Il voto di simili persone è estremamente importante per la classe politica, in quanto spesso determinante per la vittoria, e per ottenerlo si fa leva su questioni che con la politica non hanno nulla a che fare. Si incentivano, insomma, demagogia e antipolitica, e si arriva ad incoraggiare il torto e la superficialità purché, e in quanto, popolari.

Al contrario un sistema che calibri sulla singola persona la verifica del raggiungimento della necessaria maturità (quale quello proposto, in cui il voto è subordinato al superamento di un test elementare), escluderebbe in primo luogo questa spirale verso il basso della politica, ed in secondo luogo sarebbe più equo nei confronti del singolo.

Con un simile sistema si potrebbe, ad esempio, abbassare l’età richiesta per votare, così come allargare il diritto di voto agli immigrati residenti da almeno 5 anni. Tutti infatti sarebbero chiamati a provare, con un metodo rapido ed il più oggettivo possibile, la conoscenza basilare della lingua italiana e dell’attualità, ed il possesso di una minima capacità di ragionamento.

Questo metodo ovviamente si presta ad un’infinità di critiche, teoriche laddove si biasimi l’esclusione di alcune persone dalla scelta di chi ha il dovere di governarli, e pratiche quando inerenti le modalità della selezione. Tralasciando le seconde, circa le prime va osservato che già ora il voto è sia un diritto che un dovere. Questa seconda parte però, nell’attuale sistema, è del tutto trascurata. Molti cittadini non avvertono l’importanza del loro recarsi a votare, lo danno per scontato e talvolta lo bistrattano o lo monetizzano.

Al contrario nel sistema proposto, diritto e dovere verrebbero connessi ed egualmente valorizzati. Il primo consisterebbe nel fatto che tutti i cittadini, anzi non solo, hanno l’opportunità di accedere al voto; il secondo, invece, nel fatto che sia necessaria la volontà di cogliere tale opportunità. I requisiti richiesti per votare sarebbero infatti di una tale semplicità, che chiunque abbia ricevuto l’istruzione obbligatoria, e che abbia la volontà di accedere ad informazioni basilari, diffuse e gratuite, sarebbe in grado di soddisfarli.

Il meccanismo del voto condizionato ha poi il pregio della “premialità”, per cui il diritto di esercitare il voto viene ottenuto tramite uno sforzo, pur minimo, e dev’essere quindi “conquistato”. Inoltre, se la “premialità” funzionasse, si avrebbe anche una tensione virtuosa da parte degli esclusi per poter partecipare all’elezione successiva: essendo i requisiti richiesti, come già detto, facilmente e gratuitamente raggiungibili, si otterrebbe infatti un progressivo livellamento verso l’alto, ma non tale da risultare elitario. Anche gli stessi partiti politici, oggi spinti a ricercare il voto degli ignavi, sarebbero al contrario incoraggiati a promuovere un minimo di conoscenza di quei requisiti richiesti come minimi per accedere al diritto di voto.

Solone X