MIRACOLO ADDIO? I CONTI IN ROSSO DEL 150°

Non solo quelli economici…

Conclusioni sull’Unità d’Italia (vedi parte I, parte II, parte III, parte IV e parte V)

Il cammino compiuto in 150 anni dall’Italia unita e indipendente è stato tanto e complessivamente proficuo, come abbiamo cercato di chiarire a puntate a partire dallo scorso aprile (vedi parte I, parte II, parte III, parte IV e parte V). Lo è stato sia rispetto alle condizioni in cui versava il paese prima del 1861 sia in ciascuna fase successiva dell’intero percorso rispetto alla precedente, compreso, almeno per alcuni aspetti importanti, anche il pur relativamente breve e funesto periodo fascista. Per l’ultima (o, se si preferisce, penultima) fase, quella iniziata nel 1945, si è parlato spesso e volentieri di miracolo italiano, benché con prevalente riferimento allo sviluppo economico.

Oggi però l’insieme di ogni conquista appare per la prima volta in pericolo, inclusa al limite l’unità nazionale. Possiamo perciò renderci conto più e meglio di prima che un alcunché di portentoso debba essere intervenuto davvero, e non solo per un paio di decenni dopo la seconda guerra mondiale. Al tempo stesso, l’inedito stato di pericolo avverte che sui miracoli, ovvero su quello che una volta si chiamava lo “stellone”, non si può fare assegnamento ad oltranza. Non più, d’altronde, che sull’ineluttabilità delle “magnifiche sorti e progressive” di cui già dubitava Giacomo Leopardi.

Come non definire miracolosa, comunque, l’ascesa ai più alti livelli planetari di benessere e progresso compiuta da un paese forte sì di un patrimonio culturale con pochi e forse nessun uguale al mondo ma praticamente privo di ricchezze naturali? Da uno Stato nazionale nato sì con ambizioni persino smodate (e recidive) ma anche con radicati complessi di inferiorità, semmai via via acuiti, rispetto ad altre “potenze” ben più solide? Da un popolo, soprattutto, che non ha mai mostrato soverchia fiducia ed apprezzamento verso i propri dirigenti e che, in effetti, raramente è stato governato con perizia ed efficienza dando spesso l’impressione, anzi, di avere conseguito successi più o meno mirabolanti non grazie ai suoi reggitori ma malgrado essi?

Un’impressione, questa, che potrebbe trovare qualche conforto nell’attuale esempio del Belgio, capace di resistere alla crisi mondiale meglio di altri paesi e anzi di migliorarsi rispetto al proprio recente passato pur in assenza di un vero governo da oltre un anno. Ci siamo già soffermati, tuttavia, sul fatto che la classe dirigente italiana non viene da Marte ma è espressione più o meno genuina di un popolo certamente dotato di non poche qualità e meriti ma gravato da almeno altrettanti e ben noti difetti o, meglio, vere e proprie patologie, a cominciare da una vitalità spesso rivolta al male piuttosto che a fini costruttivi e da una reattività non meno frequentemente distorta.

Indro Montanelli sosteneva che governare gli italiani non è impossibile ma è inutile. Può darsi, ma per rendere utile il possibile occorrerebbero almeno dei tentativi improntati a sufficiente coraggio, costanza e lungimiranza. Un impegno di grande respiro, cioè, mirato in modo particolare ad estirpare o quanto meno ridimensionare le manifestazioni più macroscopiche, devastanti o paralizzanti delle suddette patologie: corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata, illegalità pluriforme e dilagante. Un simile impegno è sinora mancato, e mentre sono svanite ben presto le illusioni che lo sviluppo economico potesse bastare ad eliminarle, di fatto è avvenuto semmai il contrario: il boom ne ha favorito l’ampliamento e l’approfondimento. Per di più mascherandole, in una certa misura, fino a quando l’accentuato peggioramento dei conti nazionali non ha richiamato l’attenzione anche su queste sue cause certo non secondarie.

Alle quali, tuttavia, vanno aggiunti la cronica litigiosità della classe dirigente, l’endemico frazionismo anche all’interno dei singoli partiti, l’incapacità di mantenere lo scontro politico entro limiti ragionevoli e di accettare l’alternanza al potere come un fatto naturale in democrazia anziché una sciagura e un torto imperdonabile, quando ai voti vince l’altro. Tutto ciò spiega una ben nota e tradizionale anomalia italiana come la cronica instabilità governativa, risalente all’unificazione e interrotta soltanto dal ventennio fascista. Nonostante la camicia di forza imposta per mezzo secolo dal contesto internazionale con conseguente esclusione dal potere del grosso dell’opposizione parlamentare, essa continuò infatti a caratterizzare anche il periodo repubblicano, con una durata media dei governi rimasta inferiore a due anni, e addirittura a uno contando i più gabinetti consecutivi capeggiati dalla stessa persona.

Nel periodo monarchico, agitato da ripetute crisi, turbolenze e cambiamenti di scena, persino uno statista di vaglia come Giolitti ricorreva all’espediente di temporanei ritiri per calcolo tattico non sempre azzeccato. Dopo il 1945, a movimentare non solo superficialmente la lunga egemonia democristiana e ad ostacolare la necessaria continuità di qualsiasi azione governativa provvidero le rivalità personali e i contrasti fra le varie correnti del partito di maggioranza relativa, che coinvolgevano anche i suoi mutevoli alleati.

Tutto ciò, a sua volta, contribuisce a spiegare l’altra e ancor più vistosa anomalia italiana, sempre rispetto ai paesi generalmente assunti come termine di paragone. Nessuno di questi ha subito, nella sua storia recente, tre tracolli del sistema politico nazionale attribuibili ad una sua fragilità di fondo e a sue disfunzionalità oltre che a cause esterne o piuttosto che ad esse. Non la Gran Bretagna, dove la continuità politico-istituzionale non è mai venuta meno malgrado la perdita dell’impero e il conseguente declassamento internazionale. Neppure la Francia, dove la terza repubblica è stata abbattuta dalle armate naziste lasciando però il posto ad una quarta largamente simile e dove la transizione alla quinta è avvenuta sì in circostanze drammatiche ma senza bruschi strappi.

La Germania, messa in ginocchio a breve distanza di tempo da due disastrose sconfitte militari inframezzate da una micidiale crisi economica, si è riscattata dall’onta di avere generato uno dei regimi più criminali della storia umana sfoderando quasi un modello di democrazia stabile ed efficiente, che non ha risentito scosse di rilievo per oltre sessant’anni. Anche la Spagna, dopo la tragedia della guerra civile, ha saputo uscire in modo indolore dalla susseguente dittatura franchista e adottare un sistema democratico funzionale, capace di modernizzare il paese promuovendone un rapido sviluppo e di padroneggiare poi con relativo successo, almeno sinora, l’attuale crisi economica.

Tutti questi paesi hanno dovuto affrontare come l’Italia, nella seconda metà del 20° secolo e all’inizio del 21°, sfide interne ed esterne più o meno temibili, comprese alcune forme di contestazione extraparlamentare. Le hanno però superate o almeno arginate senza gravi difficoltà, mantenendo fermi, a differenza dell’Italia, sistemi politici di tipo bipolare contrassegnati anzi, con la sola eccezione della Francia prima della svolta gollista, da una naturale, fisiologica e persino salutare alternanza al potere di due grandi partiti, uno più o meno conservatore, di destra o centro-destra, e l’altro più o meno progressista, di sinistra o centro-sinistra.

L’Italia, per contro, non ha visto solo la resa dello Stato liberale e almeno parzialmente democratico, all’assalto fascista, praticamente senza combattere e per di più non in seguito ad una sconfitta militare ma dopo una vittoria sia pure assai sudata e costosa; né soltanto, poi, il crollo della dittatura mussoliniana definibile, volendo, come un virtuale suicidio in quanto provocato dalla disfatta subita in un conflitto in cui quel regime si era lanciato nel più gratuito e irresponsabile dei modi. E’ stata altresì teatro di un terzo ribaltone, quello dei primi anni ’90, certo meno catastrofico dei precedenti ma ugualmente stravolgente nonchè classificabile come esito fallimentare di un’intera stagione o esperienza politica, di una certa gestione del sistema paese. Ad affossarla  concorsero, come si sa, un insieme di fattori: la fine della contesa planetaria tra Est e Ovest; l’usura del lungo predominio democristiano; l’offensiva della magistratura, finalmente risvegliatasi da un altrettanto lungo torpore, contro il malaffare che pervadeva i partiti, la pubblica amministrazione e il mondo economico; e, infine, la rivolta del Nord  contro il potere centrale.

Dalle macerie della cosiddetta prima repubblica ne è nata, sostengono i più, una seconda, diversa almeno in quanto gestita da formazioni politiche e protagonisti in gran parte nuovi ma soprattutto perché animata da diffuse aspettative di mutamenti in meglio. Di due, in particolare, apparentemente condivisi in larga misura: una gestione della cosa pubblica in generale meno infestata da abusi, pratiche illecite e affarismo dopo il drastico repulisti giudiziario, per un verso, e più stabile a livello governativo, per un altro, grazie all’instaurazione di un sistema bipolare e magari tendenzialmente bipartitico.

In entrambi i casi, sfortunatamente, le speranze si sono rivelate illusorie, al punto anzi da trovarsi di fronte a ulteriori e vistosi deterioramenti su tutta la linea. La corruzione e gli altri tipi di malaffare non hanno tardato a risollevarsi dai colpi ricevuti da Mani pulite, ad espandersi (come provato dal succedersi quasi quotidiano dei relativi scandali, utili peraltro, si direbbe, solo a confermare la diffusione del fenomeno) e ad aggravare la loro incidenza sui conti del paese. Il che non stupisce, e men che meno può stupire quanti denunciano a gran voce la cosiddetta supplenza della magistratura, ossia la sua pretesa invasione di un campo altrui. E’ vero infatti che, fermo restando il dovere di procuratori e giudici di perseguire ogni singolo reato, il compito di affrontare e se possibile risolvere il problema nel suo complesso toccherebbe alla politica. La quale, però, non ha mosso un dito, e semmai l’ha mosso in direzione opposta.

Quanto al bipolarismo, si è ben presto dimostrato precario, sterile e persino dannoso. Nel giro di 17 anni si è votato cinque volte per il rinnovo del parlamento di cui due per elezioni anticipate a causa della frana di una coalizione di centro-destra (1996) e di una di centro-sinistra (2008). Solo due legislature su cinque, insomma, hanno raggiunto la prevista durata quinquennale, e al momento attuale pare improbabile che possano diventare tre con l’arrivo di quella in corso alla normale scadenza del 2013.

Si parla spesso e volentieri di periodo complessivamente dominato dalla figura di Silvio Berlusconi, che ne sarà sicuramente stato il personaggio di maggiore spicco, in senso però anche, se non soprattutto, negativo. In realtà il Cavaliere è stato battuto due volte ai voti dal suo rivale Romano Prodi, sia pure solo di strettissima misura e con effetto effimero, la seconda volta (2006), e comunque al termine di un quinquennio, l’unico completato sinora dal governo di centro-destra, caratterizzato dall’inconcludenza e da un bilancio non meno deludente di quello dei governi di centro-sinistra nel quinquennio precedente, se si esclude l’ingresso in zona euro. In altri termini, il periodo diciamo pure berlusconiano si chiuderà, salvo sorprese, senza che il suo denominatore abbia ottenuto un solo rinnovo immediato dei propri tre mandati.

Nulla di paragonabile, quindi, alla durata in carica e alle pur sempre discutibili realizzazioni di altri mattatori della scena politica europea negli ultimi decenni, quali ad esempio Margaret Thatcher e Tony Blair in Gran Bretagna, Kohl e Schroeder in Germania, Mitterrand in Francia e lo stesso Zapatero ora dimissionario in Spagna. Tutti sostenuti, costoro ed altri, da maggioranze relativamente solide ed omogenee, che sono invece mancate a Berlusconi, al di là delle vantate apparenze numeriche, per non parlare di Prodi, prima sloggiato da un complottino paratrasversale D’Alema-Bertinotti-Cossiga e poi vanamente cimentatosi nel compito proibitivo di rendere operante e tenere insieme una coalizione superaffollata di gente di ogni colore. Il suo rivale, invece, poco dopo avere smentito le previsioni sbaragliando la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto praticamente all’indomani della propria “discesa in campo”, incassò l‘abbandono da parte della Lega Nord, che in seguito ripristinò l’alleanza iniziale avendo già dato però un primo segnale della difficoltà di contemperare il proprio particolarismo regionale con le istanze e le esigenze di un grande partito nazionale come Forza Italia.

Per alcuni anni sembrò peraltro che a questo riguardo le cose si potessero in qualche modo aggiustare, ma il peggio per il centro-destra doveva arrivare proprio col tentativo di entrambi gli opposti schieramenti di rafforzare il bipolarismo. Il buon esempio venne dal centro-sinistra con la fusione tra DS e Margherita dopo la caduta del secondo governo Prodi, ma alla pur onorevole sconfitta del neonato Partito democratico nelle elezioni del 2008 seguì la sua progressiva perdita di consensi e di credibilità a causa della manifesta e crescente disarmonia tra la componente post-comunista e quella di ispirazione cattolica.

Berlusconi si era affrettato a replicare con l’unificazione tra Forza Italia e la post-neofascista Alleanza nazionale nel Popolo della libertà, la cui prima ripercussione fu il distacco dal blocco di centro-destra dell’UDC di Casini. Due anni più tardi è stata la volta di Gianfranco Fini, presidente del Senato e già leader di AN, a rompere con il premier e a fondare un suo partitino, simmetrico a quello cui aveva appena dato vita, uscendo a sua volta dal PD, Francesco Rutelli, già candidato premier del centro-sinistra sconfitto da Berlusconi nel 2001. Nel frattempo il PD subiva una certa emorragia anche sul versante opposto a vantaggio della più forte formazione, capeggiata dal “governatore” della Puglia Nichi Vendola, emersa dall’ennesimo rimescolamento dell’estrema sinistra dopo la disfatta nelle elezioni del 2008 con conseguente esclusione dal parlamento.

La confluenza di Casini, Fini e Rutelli in un terzo polo quanto meno embrionale ridimensionava già di per sé i due maggiori, il cui concomitante indebolimento veniva messo in ulteriore risalto dal succedersi dei sondaggi d’opinione che confermavano l’avvento di un nuovissimo partito di maggioranza relativa: quello idealmente formato dalla parte più delusa dell’elettorato che si rifiutava di esprimere qualsiasi preferenza. Un’altra bocciatura, dunque, del bipolarismo, la cui crisi coincideva con quella della coalizione governativa, che la sola defezione finiana bastava a far barcollare malgrado la decantata maggioranza “bulgara” di cui godeva in parlamento. 

Berlusconi si è salvato, sinora, recuperando una parte dei seguaci di Fini e prezzolando in vario modo un certo numero di disertori di altri partiti e di deputati indipendenti, a dispetto delle promesse ed aspettative di una politica più pulita e trasparente che avevano accompagnato la discesa in campo di un imprenditore straricco anche contro i politici di professione. Aspettative analoghe sono state inoltre frustrate dalla sempre più copiosa divulgazione dei costi della politica, ossia degli spesso smisurati emolumenti e privilegi  accumulati dalla “casta” di gestori eletti e non eletti della cosa pubblica, al centro come in periferia e senza distinzioni di colore. Costi, naturalmente, tanto più ingiustificabili in una fase in cui la crisi economica impone pesanti sacrifici al comune cittadino, già colpito dal continuo aumento della pressione fiscale (anche qui, contrariamente ad enfatiche e ribadite promesse), e in particolare al contribuente onesto o senza via di scampo, vittima indiretta della massa impunita degli evasori.

Berlusconi è stato messo altresì alle strette dalla lamentata persecuzione giudiziaria, forse davvero tale in qualche misura ma pur sempre da rapportare all’eccezionalità del personaggio, con il suo plateale conflitto di interessi, impensabile in qualsiasi altro paese democratico, il suo disinvolto approccio allo Stato di diritto e i suoi comportamenti pubblici e privati. Dannosi fra l’altro, questi ultimi, per l’immagine del paese soprattutto oggi che esiste un particolare bisogno dell’altrui solidarietà e comprensione.

L’Italia politica, in verità, non ha mai goduto di molta considerazione all’estero; i suoi sforzi per farsi accettare da inglesi, francesi e tedeschi come partner paritario nella guida dell’Europa più o meno unita, ad esempio, si sono sempre scontrati con un malcelato fastidio risultando spesso patetici oltre che vani. Ma ormai si è arrivati all’emarginazione pressocchè totale, e per di più con modi bruschi, cosicchè un premier crociato dell’anticomunismo deve accontentarsi dell’amicizia del russo Putin, campione della democrazia “guidata” e un po’ nostalgico dell’URSS.

La resistenza di Berlusconi alle multiformi pressioni per un suo “passo indietro” è d’altronde agevolata dalla persistente pochezza dell’alternativa offerta dal centro-sinistra, sempre incerto innanzitutto se identificarsi più come centro oppure come sinistra. Ma anche se quelle pressioni avranno comunque successo e se, ad esempio, un eventuale governo tecnico riuscisse a sventare le minacce contingenti che incombono sul futuro del paese in campo economico-finanziario, nessuno dovrebbe illudersi e men che meno cantare vittoria: i problemi nazionali di fondo che si trascinano da un secolo e mezzo o che sono sorti più di recente resterebbero tutti sul tappeto.

Franco Soglian

DALLA PRIMA ALLA SECONDA REPUBBLICA

A rischio il consuntivo dei 150 anni

Dei 150 anni finora trascorsi dall’unificazione dell’Italia in uno Stato nazionale indipendente la prima metà abbondante sfociò nella catastrofe materiale e morale del secondo conflitto mondiale, la cui responsabilità ricade sul regime fascista generato dalla precedente “grande guerra” (vedi in proposito l’Internauta di luglio-agosto). Altri conflitti pur meno immani, partecipati o ingaggiati dal giovane Stato, già avevano contribuito non poco a turbarne più o meno gravemente la vita. Si può ben dire quindi che dalla cessazione di impegni bellici per di più prevalentemente fallimentari sul piano militare potevano derivare solo vantaggi, anche se i fallimenti erano a loro volta attribuibili almeno in parte a carenze di quello che oggi si chiama sistema-paese.

Non sembra comunque un caso che i progressi maggiori, veri e propri salti di qualità e conquiste storiche, come il raggiungimento di un relativo benessere e l’eliminazione dell’analfabetismo, siano stati compiuti nel periodo posteriore al 1945, caratterizzato da una lunga pace sul fronte esterno benché resa precaria e persino “calda” dalla cosiddetta guerra fredda tra Est e Ovest con annessa e costante minaccia di un apocalittico conflitto termonucleare. Questo stesso contesto internazionale, come sappiamo, era così fortemente condizionante da scoraggiare qualsiasi iniziativa e tentazione bellica anche a carattere locale o comunque limitato, che tornarono infatti ad agitare la scena europea (altrove non vi fu stasi) solo dopo la fine di quell’epocale confronto.

Altri risvolti favorevoli di un simile contesto si ritrovano nell’interesse degli Stati Uniti, leader dello schieramento occidentale, a rafforzare sotto ogni aspetto i paesi alleati, compresi quelli appena vinti in guerra, per meglio fronteggiare insieme la sfida del mondo comunista, e nell’interesse degli stessi alleati a stringere i loro legami al medesimo scopo. L’Italia potè così fruire prima degli aiuti economici e finanziari americani dispensati nel quadro del Piano Marshall ai fini della ricostruzione post-bellica e del decollo del proprio sviluppo, e poi dei molteplici vantaggi ricavati dalla partecipazione al processo di integrazione economica dell’Europa occidentale.

Non va inoltre dimenticato che in Italia, come in tutto l’Occidente, la suddetta sfida giocò un ruolo tutt’altro che secondario nel rafforzare la spinta a promuovere, insieme allo sviluppo economico, anche adeguate soluzioni dei problemi spesso gravi di giustizia sociale per non lasciare fianchi troppo scoperti alla contestazione e agli allettamenti del grande avversario politico e ideologico, reso tanto più temibile dalla potenza militare dell’Unione Sovietica almeno fino a quando le molteplici pecche del “primo Stato socialista del mondo” non divennero sempre più evidenti anche agli occhi di chi soggiaceva più ciecamente al suo fascino.

In Italia, anzi, questo fattore fece sentire il suo peso più che altrove data la complessiva, maggiore arretratezza e fragilità rispetto ai paesi con i quali essa generalmente si confrontava e si confronta, con conseguente e imponente presenza di quello che diventò e rimase per decenni il maggiore partito comunista del mondo occidentale. Naturalmente, e per contro, ciò conferiva una particolare asprezza alla dialettica politica interna, che rischiò infatti a più riprese, soprattutto nella fase iniziale del dopoguerra, di sconfinare in scontro aperto, al limite in una nuova guerra civile.

Se questo pericolo, tuttavia, fu scongiurato, lo si dovette non soltanto agli oggettivi condizionamenti di cui sopra ma anche alla capacità dimostrata dai capi degli opposti schieramenti di padroneggiare una problematica così ardua con senso di responsabilità, reciproca moderazione al di là delle violenze polemiche e una disponibilità al compromesso anche costruttivo, quando necessario, come nel caso della Costituzione democratica e repubblicana del 1947-48. La lezione di De Gasperi e Togliatti, in qualche modo emuli, nella fase più difficile, di Giolitti e Turati mezzo secolo prima, non venne dimenticata e fu semmai ulteriormente sviluppata dai rispettivi successori, però in forme e con percorsi più tortuosi ed ambigui, anche a causa della comparsa di un’aspirante terza forza rappresentata dal partito socialista di Craxi.

Il grande compromesso storico preconizzato da Gramsci e rilanciato in qualche modo da Berlinguer verso la fine degli anni ’70 non giunse comunque mai in porto anche perché se ne sentiva sempre meno il bisogno, in un contesto internazionale ormai avviato a cambiare radicalmente. Il tracollo finale del blocco orientale ebbe il duplice effetto di minare sia le fondamenta quanto meno storiche dell’egemonia democristiana sul vittorioso schieramento anticomunista sia la consistenza e il credito di un’alternativa comunista quantunque riveduta e corretta. La susseguente crociata anticorruzione di Mani pulite spazzò via il PSI e mise in ginocchio la DC fino a frantumarla ma non bastò a consegnare il potere alla sinistra, vecchia o nuova che fosse.

Nata dunque da una duplice scossa tellurica e mai riuscita poi a liberarsi da una cronica instabilità e sostanziale inconcludenza, la cosiddetta seconda repubblica doveva in realtà scontare l’eredità per molti aspetti pesante della prima oltre alle svariate asperità del nuovo ordine internazionale e, naturalmente, alle proprie carenze congenite o sopravvenute in aggiunta a tradizionali difetti o vere e proprie tare nazionali.

Difficile dire se nel bilancio consuntivo della classe politica che gestì la prima repubblica prevalsero i meriti oppure i demeriti. In testa ai primi campeggia quello di aver saputo guidare il paese in un processo di crescita senza precedenti in ogni settore malgrado la profonda spaccatura politico-ideologica della sua anima. Ma non meno meritorie furono la conduzione di una politica estera tendenzialmente equilibrata ed aperta pur nel quadro dell’appartenenza all’alleanza atlantica, la graduale benché a tratti estremamente contrastata acquisizione al gioco democratico anche della rappresentanza solo inizialmente modesta dei nostalgici del fascismo e, a cura delle intere maggioranze governative, la preservazione della laicità dello Stato malgrado la professione cattolica del partito dominante.

In campo economico, tuttavia, la crescita procedette con slancio solo finchè propiziata, insieme agli altri fattori esterni già menzionati, dal basso prezzo di una fonte energetica essenziale come il petrolio. Tenuto conto delle ingenti accise imposte sulla sua commercializzazione, non si mancò di ironizzare sulla repubblica fondata su di esso, anziché sul lavoro come voleva la Costituzione. Non a caso i dolori cominciarono negli anni ’70, quando il mondo dovette subire due crisi consecutive provocate da bruschi rincari dell’”oro nero”.

L’Italia, in particolare, le scontò con un sensibile rallentamento della crescita e il divampare di un’inflazione che giunse a superare il 20%. A smorzarla concorsero in seguito soprattutto ulteriori mutamenti esterni, che non bastarono però ad impedire un nuovo e più duraturo sbandamento, mai veramente combattuto e perciò via via aggravatosi: l’accumulazione di un gigantesco indebitamento pubblico, senza uguali tra i grandi paesi più avanzati con la sola eccezione del Giappone. Sulla scia di una crisi planetaria di cui ancora non si intravede l’esaurimento, esso fa incombere addirittura lo spettro della bancarotta di Stato.

L’aumento delle difficoltà economiche frenò, comprensibilmente ma forse non del tutto inevitabilmente, la riduzione del divario tra Nord e Sud, inizialmente agevolata dalla massiccia emigrazione interna dalle terre meridionali in concomitanza con l’imponente attività della Cassa del Mezzogiorno, uno strumento concettualmente appropriato per promuovere lo sviluppo ma usato con criteri e finalità specifiche (come l’industrializzazione indiscriminata) per lo meno discutibili quando non inficiati dal clientelismo sistematico, dalla corruzione e dai compromessi con la criminalità organizzata.

Col passare del tempo il processo si arrestò e addirittura si invertì, mentre crebbero parallelamente i traffici delle mafie, il loro controllo sul territorio e la protervia della loro sfida ad uno Stato troppo spesso, come minimo, tollerante, assente o imbelle. Da ultimo, il complessivo aggravamento della questione meridionale contribuì alla comparsa di una questione settentrionale, sollevata da una Lega nord ondeggiante tra autonomismo e separatismo ma comunque lanciata a colmare in qualche misura il vuoto lasciato dalla DC.

Un altro antico male nazionale, l’evasione fiscale, dilagata anch’essa di pari passo con la crescita economica e mai programmaticamente combattuta come del resto la corruzione, è ovviamente divenuto tanto più deleterio quando si è dovuti passare a difendere dalle successive crisi i progressi compiuti negli anni ’50 e ’60 e a parare la minaccia di ricadute all’indietro. E qui, per la verità, la classe politica, con tutte le sue manchevolezze, ha dovuto fare i conti con un paese forse complessivamente migliore di lei ma per certi aspetti o in certi momenti peggiore, al di là del fatto lapalissiano di averla espressa, ormai da molti decenni, libero da presenze e imposizioni straniere.

Quasi esplicitamente approvata dall’attuale presidente del Consiglio, l’evasione fiscale non suscita particolare scandalo presso l’italiano medio anche quando si lamentano sperequazioni tra le diverse categorie di contribuenti. Certo ne suscita meno che altrove, dove sarebbe difficile trovare equivalenti del vecchio adagio nazionale “piove, governo ladro”. Lo stesso vale, anzi vale ancor più per la corruzione, che vede l’Italia ai primissimi posti nell’Europa occidentale e che sembra attirare scarsa o nessuna attenzione anche da parte dell’opinione pubblica più o meno qualificata e dei media che denunciano quotidianamente gli inverosimili privilegi e l’insaziabilità della “casta”. E ciò mentre un paese come l’India, a proposito di caste, contro la corruzione inscena oggi una sollevazione popolare.

Si tratta di abiti ovvero storture mentali per le quali si possono trovare le più diverse spiegazioni più o meno persuasive, compresi un atavico fatalismo, la rassegnazione, il cinismo, ecc. Esistono però anche altre singolarità nazionali, ugualmente negative ma di tipo diverso se non opposto. Come spiegarsi il terrorismo di estrema sinistra scatenatosi negli anni ’70, sulla scia della contestazione giovanile del ’68, e protrattosi molto più a lungo ma soprattutto con dimensioni molto più ampie e con un bilancio di sangue molto superiore rispetto ad altri paesi occidentali? I suoi capi incitavano, invano, alla rivoluzione proletaria, proprio mentre il vituperato regime reazionario adottava uno Statuto dei lavoratori che innalzava la tutela dei loro diritti a livelli senza uguali, si scioperava sempre più senza freni, si voleva rendere il salario variabile indipendente e si discettava spesso su quello del tempo libero come un problema prioritario.

Non stupisce perciò la ricerca, peraltro vana, di ispirazioni e finalità del fenomeno diverse da quelle dichiarate, di mandanti nascosti e più o meno insospettabili; lo sforzo, insomma, di smascherare quelle “trame oscure” e quei complotti che in qualche altro caso, in effetti, furono anche appurati, ma quasi mai in misura del tutto esauriente e senza mai uscire da un clima morboso al limite della paranoia. La grande maggioranza del paese, in compenso, conservò nonostante tutto, come si usa dire, i nervi saldi, continuando anzi a dare ulteriori prove di multiforme e costruttiva vitalità e mostrandosi impermeabile alle suggestioni estremistiche di qualsiasi colore. Facilitò così la resistenza praticamente compatta e alla fine, se si vuole, vittoriosa che la classe politica riuscì ad opporre all’offensiva terroristica, pur con qualche dissenso al vertice in alcuni momenti culminanti come l’assassinio di Aldo Moro e malgrado il troppo tempo occorso per stroncarla.

Ancor più tempo dovette trascorrere, invece, affinché il governo potesse vantare successi di qualche rilievo nella repressione della criminalità organizzata. Una lotta, in verità, mai sembrata abbastanza risoluta e limpida in ogni sua fase ed aspetto (basti ricordare le ombre addensatesi sull’assassinio del generale Dalla Chiesa e dei giudici Falcone e Borsellino), e successi che mai sono parsi definitivi o anche solo tali da avvicinare la soluzione del problema. Il quale, già reso più complesso dall’apparente conversione delle mafie a pratiche più sfuggenti e sofisticate, più di recente si è semmai ampliato geograficamente, all’insegna dell’affarismo, con il loro insediamento in varie aree del Settentrione.

Confrontata anch’essa con questo autentico flagello nazionale come con gli altri, la seconda repubblica presenta un bilancio complessivo ancora provvisorio la cui voce più positiva è una pace interna pur sempre relativa ma comunque migliorata rispetto al passato ed anche in confronto ad altri paesi. Una pace, tuttavia, accompagnata da perduranti o nuove turbolenze e sulla quale soprattutto incombono una serie di minacce anche esterne. Nel ventennio a cavallo del cambio di secolo il successo più vistoso, del paese e dei suoi governanti, è stato il laborioso ingresso nella zona euro, benché vecchi vizi nazionali abbiano fatto sì che se ne sia largamente e impunemente approfittato per raddoppiare i prezzi.

L’adozione della moneta unica doveva aiutare a far quadrare i conti statali malgrado l’onere del debito pubblico ed in effetti ha assolto questa funzione ma, in modo rassicurante, solo fino a quando la bufera finanziaria ed economica scatenatasi in tutto il mondo occidentale ha finito con l’investire la moneta stessa. Il superamento della crisi tuttora in corso richiede non solo la sua tenuta, a sua volta condizionata dalla coesione dell’eurogruppo, ma anche un adeguato sforzo individuale di risanamento da parte di un paese in oggettiva difficoltà come l’Italia. Una sfida, questa, che l’attuale coalizione governativa ha affrontato sinora con determinazione e razionalità quanto meno dubbie.

Il risanamento dei conti, tra l’altro, presuppone (a quanto generalmente si sostiene e ammonisce, benchè la cosa non sia del tutto pacifica) la ripresa della crescita, che in Italia langue ormai da tempo più che altrove e per rilanciare la quale urgerebbero riforme tuttora latenti. Una prospettiva tutt’altro che implausibile resta perciò, semmai, quella di una inarrestabile decrescita, già minacciata, prima ancora dell’attuale crisi, dalla perdita di competitività del paese sull’arena internazionale.

Sarà possibile scongiurarla con una classe politica renitente a combattere la corruzione perché troppo facile essa stessa ad incapparvi? Chiaramente restìa a ridimensionare i proventi di deputati a Roma e al Lussemburgo, senatori e consiglieri regionali ecc., ingiustificabilmente superiori a quelli di quasi tutti i loro omologhi europei (per di più molto meno assenteisti di loro); a tagliare spese sontuarie come le ambasciate regionali all’estero e a sfoltire il personale spesso pletorico delle amministrazioni locali specie nel Meridione (Napoli con più dipendenti di New York ecc.)? Clamorosamente incapace di porre fine ad emergenze già di per sé inconcepibili come quella dei rifiuti a Napoli e di utilizzare i fondi per le aree più depresse stanziati dall’Unione europea? Messa in grave e multiforme difficoltà da un’immigrazione di gran lunga inferiore a quella accolta dalla Svizzera?

Qui il dubbio, ovviamente, è tanto più di rigore. Resta solo da rilevare che una larga parte delle pecche e macchie appena menzionate chiamano in causa le responsabilità sia dell’attuale maggioranza di centro-destra sia dell’opposizione di centro-sinistra. Entrambe, tra l’altro, hanno concorso a vanificare il vantaggio minimale promesso al paese dalla seconda repubblica rispetto alla prima (e anche al passato prefascista): una maggiore stabilità governativa in virtù di un bipolarismo non anomalo, ossia zoppo, come il precedente e, nelle aspettative, più funzionale di esso.

Un po’ di maggiore stabilità in effetti vi è stata (due sole elezioni anticipate in meno di un ventennio…) ma il bipolarismo non ha tardato a dimostrarsi fasullo, prima da una parte e poi dall’altra, e comunque inefficace e inconcludente. Ha persino consentito, anzi, se non favorito, il profilarsi, per la prima volta dal 1861, di un rischio di disintegrazione del paese, con l’avanzata a lungo impetuosa della Lega almeno potenzialmente e a tratti apertamente secessionista, al nord e la comparsa di speculari tentazioni al sud. Un rischio accresciuto piuttosto che allontanato, si direbbe, da quel tanto di cosiddetto federalismo sinora introdotto o messo in cantiere, anche con la collaborazione del centro-sinistra.

Franco Soglian