Un saggio inedito di Tolstoj invita all’insubordinazione politica. Anche oggi.

Guerra e Rivoluzione, un saggio di Lev Tolstoj del 1906 ancora praticamente inedito, è stato recentemente pubblicato, a cura di Roberto Coaloa, da Feltrinelli. Sarebbe più giusto definirlo un pamphlet per la forza e rilevanza sociale dei temi trattati. Le estreme riflessioni politiche di un Tolstoj ormai vicino alla morte, hanno lasciato all’umanità una visione di pace, di fratellanza e insieme di insubordinazione verso il potere politico che resta, più di un secolo dopo, inattuata e magnifica.

Di che Guerra e di che Rivoluzione si parla? La guerra è la sanguinosa ed inutile guerra russo-giapponese del 1905 e la rivoluzione è la prima delle tre rivoluzioni russe che si aprì con la cosiddetta krovavoe voskressen’ie, la domenica di sangue: il 22 gennaio 1905 un’intera piazza che manifestava pacificamente si lasciò mitragliare e sciabolare senza alzare un dito.

Tolstoj, profondamente scosso dagli eventi, affida alla penna le sue ardenti verità. Si tratta di un Tolstoj estremista, pacifista non violento, vegetariano, lo stesso che ingaggiava profondi dialoghi epistolari con Gandhi-al Mahatma proprio l’ultima lettera mai scritta da Tolstoj- e che si opponeva alla violenza persino sugli animali, figlia, come la violenza sugli uomini, della stessa perversione: “finche ci saranno mattatoi, ci saranno campi di battaglia”.

Nell’ottobre del 1905 scrive sul suo diario: “la rivoluzione è al suo culmine. Si uccide da entrambe le parti. La contraddizione, come sempre sta nel fatto che con la violenza l’uomo vuole frenare, arrestare la violenza”. Questa è la summa dell’etica tolstoiana, che tanto influenzò lo stesso Gandhi. Lo scrittore austriaco Stefan Zweig riassume l’etica di Tolstoj dicendo che egli riformula la parola evangelica “non resistere al male” e le dà questa interpretazione creativa “non resistere al male con la violenza”. Solo così il messaggio cristiano potrà davvero venir realizzato, spezzando, come dice René Girard, il meccanismo mimetico che obbligherebbe l’uomo a rispondere a violenza con altra violenza.

Il mondo non è come dovrebbe essere, questo è il punto di partenza di Tolstoj in questo inedito saggio. Uomini che non si conoscono e che non hanno motivo di farlo si massacrano, spinti a farlo da istituzioni fittizie quando, nella realtà, non esiste alcun buon motivo per compiere alcuna guerra. Come Rousseau, Tolstoj sembra chiedersi come sia possibile che l’uomo, nato libero, ovunque sia in catene, oppresso da forme di potere di volta in volta più diverse, più sottili, ipocrite, invisibili. Non importa che abito si metta il potere, assoluto, democratico, teocratico o laico: nulla di buono per i popoli potrà mai uscirne. Le forme sociali cambiano ma i rapporti fra gli uomini restano invariati “come un corpo che nella sua caduta cambia la sua posizione, mentre la linea che segue il baricentro, il centro di gravità resta invariabile”. E ancora insiste Tolstoj: “lanciate un gatto da un’altezza: può rigirarsi su se stesso, avere la testa in alto o in basso, il suo centro di gravità non uscirà dalla linea di caduta. E la stessa cosa dei cambiamenti delle forme esteriori della violenza governativa”.

Evidente lungo tutto il saggio è la profonda avversione che Tolstoj nutre verso i governi e l’autorità politica in qualsiasi forma essa si manifesti. Secondo il grande romanziere russo, l’umanità è talmente avvezza all’errore, a pensare che i governi come gli stati siano necessari che non s’accorge che da tempo, forse da sempre, essi sono un superfluo male:“…lavorando essi stessi alla loro servitù, poiché credono alla necessità dello stato, gli uomini fanno come gli uccelli che, davanti alla porta aperta delle loro gabbie, restano dentro le loro prigioni, un po’ per abitudine e un po’ per conoscenza della libertà”.

Le sue riflessioni sull’irredimibile ingiustizia di ogni autorità e della necessaria perversione di chi possiede ed esercita il potere restano questioni fondamentali. Le tante, articolate autorità che governano oggi il mondo, sono esse legittimate? Sono addirittura necessarie? E come fare per portare a termine quello che Locke chiamò l’appello al cielo, come liberarsi dal tiranno ingiusto, corrotto, incapace e tornare allo stato di natura? Non con la violenza ci dice Tolstoj, né, tantomeno, con vani tentativi di riforma: ogni uomo che dovesse toccare la mela d’oro del potere si corromperebbe. Solo l’unione pacifica ed egualitaria dell’umanità, che Tolstoj vede come il vero destino del mondo, potrà restituire l’uomo al proprio cammino cristiano.

Il rifiuto di obbedire al governo e di riconoscere i raggruppamenti artificiali in stati deve portare l’uomo “alla vita naturale piena di gioia e tutta morale delle comunità agricole sottomettendosi ai loro regolamenti, comprensibili a tutti e risultanti dal mutuale consenso e non dalla costrizione”. Non è un caso che la comunità agricola, su cui Tolstoj insiste con forte commozione, in russo si dica mir, che vuol dire anche mondo e, ancor più importante, vuol dire pace. Allora, tornati allo stato di natura, nessuna autorità e nessuna violenza sarà più necessaria poiché l’autorità deriva dal peccato originario (stavolta terrestre), e cioè l’appropriazione della terra con le differenze economiche –e quindi i conflitti- che ne sono derivati: “Colui che da solo possiede delle decine di migliaia di ettari in foreste ha bisogno di protezione quando vicino a lui milioni di uomini non hanno la legna per scaldarsi”.

Lo stato e l’autorità sono insomma ontologicamente ingiusti, perché nati e strutturati per assoggettare tanti a vantaggio di pochi. Sembra di sentire Marx, ma Tolstoj va oltre le classi e parla all’umanità intera.

Libertà, Uguaglianza e Fratellanza, valori cosi miseramente calpestati dalla storia, sono ancora gli ideali giusti e lo resteranno fino a che non verranno realizzati, ma, insiste Tolstoj, realizzarli con la violenza renderà vano, un’altra volta, il tentativo.

I potenti di oggi sono immuni da quest’errore? La presunzione dell’occidente di aver raggiunto la migliore forma di gestione del potere, dei soldi, della terra, degli uomini ci pone di fronte alla solita domanda scomoda: davvero si può esportare un modello, anche il migliore modello politico ed economico, senza compiere violenza sul prossimo? Chi dà il diritto ad una fittizia struttura statale di violare una reale libertà e una vita, di imporle tasse ingiuste, spesso di rubare, di condannare a morte? Quale meccanismo perverso autorizza, giustifica e addirittura loda un sistema di questo tipo? La salvaguarda della vita e dei diritti fondamentali secondo la classica letteratura politica da Hobbes in poi. Per Tolstoj invece queste sono menzogne colossali e la necessità dello stato è una superstizione fasulla. “Come vivremmo-si chiede- senza essere assoggettati a nessun governo?”

“Come viviamo oggi ma senza le bassezze che commettiamo a cagione di questa orribile superstizione. Noi vivremmo lo stesso ma senza togliere alla nostra famiglia il prodotto del nostro lavoro; non più sotto forma di tasse di diritti di dogana che servono solo alle cattive azioni; noi non parteciperemmo più agli arresti della giustizia, alla guerra, né a qualsiasi altra violenza che commette della gente completamente sconosciuta a noi”.

Il libro di Tolstoj, che copre, oltre all’analisi politica riportata, temi morali religiosi e storici, colpisce per la grandezza del pensiero, anche se a tratti risulta impossibile, estremo, utopico.

Ma l’utopia è necessaria per qualsiasi progetto umano e politico, come ricorda lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano con queste belle parole:

“Lei è all’orizzonte. […] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare.”

Tolstoj ci aspetta, secoli davanti nel nostro cammino comune e questo libro ne è una fortissima, vivida testimonianza.

Raimondo Lanza di Trabia

Per la lettura: Guerra e Rivoluzione di Lev Tolstoj, (2015 Feltrinelli, p.177)

PUTIN’S EVIL AND THE COMPLICITY OF THE CHURCH

“No man can serve two masters. Either you will hate the one and love the other, or you will be devoted to the one and despise the other.” (Mt. 6:24)

Putin ordered the hit on Nemtsov as he has done on seven others: Paul Khlebnikov, Alexander Litvinenko, Boris Berezovsky, Anna Politkovskaya, Natalya Estemirova, Anastasiya Baburova, Stanislav Markelov. Putin, the leader of one of the most powerful nations in the world, is nothing but a serial killer. He would have done Stalin proud as a KGB-politician where reason, commonsense, honesty, incorruptibility and freedom of speech are eschewed for the more brutal political arts of deception, corruption, dishonesty, propaganda, and murder. It is baggage Russians just can’t seem to get rid of. From its founding under Peter the Great to the present day, Christian morality has had little or nothing to do with Russian governance. Power alone is worshipped. Truth, Goodness, Wisdom, Temperance, Simplicity—these have had no influence on Russian life whatsoever. The only honest leader Russia has seen in many centuries was himself a victim of these evil forces—Mikhail Gorbachev.

The root problem is the Orthodox Church. Historically, it has made a pact with the devil. The Kremlin says “Don’t enter politics, and as a reward we’ll let you continue to hold your (poorly) attended services. Just don’t mix politics and religion—and your future will be secure .” To which the hierarchy of the Russian Orthodox Church, historically, has willingly and obediently responded with an enthusiastic Yes! And so, in exchange for a bit of earthly power, the Russian Orthodox Church has closed its eyes to oppression, corruption, cruelty, dishonesty, and murderous domestic and foreign policies. Instead of allowing religion to change the hearts of men, so that a new society can emerge, one devoted to the entire nation’s spiritual and material well-being, it has allowed evil to flourish, mistakenly thinking that its true power comes from man and not from God.

Without strict morality, no government—or church—can lead its people well and truly. We in America like to point fingers at other countries or leaders while ignoring the overwhelming stench of corruption everywhere present. The Republican Party, for example, is brazenly corrupt, being nothing but the hand-maiden of the 1% richest in the land. (As one example, it has sided with Corporate America in its campaign against the idea of climate change, so corporations won’t have to spend money to eliminate pollution. The welfare of the US and the world counts for nothing here. Naturally the biggest polluters reward their servants handsomely come re-election time. And so it goes in American politics.) Moreover, the only religion that seems to gain adherents today in America is the religion of complicity with evil, the religion of gross ignorance, and the religion that talks of Christ but in practice embraces the (d)evil in the guise of Avarice, which issues into mere Power—power to serve the richest 1%.

Russia, situated as she is between the East and West, could have proved to be inestimably powerful in a good way as a mediating force between two different, and often competing, world-views. Instead, her rulers—evil almost to a man (or woman)—have thought only in terms of increasing their own mundane power and wealth. Sadly, the Russian Orthodox Church could have played a world-historic role in Russia as the guarantor of Virtue and Wisdom, with all that that implies politically. Instead, it sold its soul to the devil for a handshake and little more.

Len Sive Jr.

LETTERA DA SAN PIETROBURGO

L’Europa non capisce la Russia. Mercato contro patriottismo

Trovarsi in Russia in un momento come questo, pur da studente squattrinato, è, per certi aspetti, un privilegio. Non tanto perché è molto conveniente fare la spesa e andare a teatro, grazie al tasso di cambio dell’Euro che, in questi giorni, si aggira intorno a quota 67 rubli; molto più interessante è osservare l’effetto economico e soprattutto politico delle sanzioni di UE e USA.

Le sanzioni sono uno strumento squisitamente occidentale, diciamo Americano, per rimettere i riga gli “stati canaglia». Sono un’arma spesso inefficace, ma che si sta affilando sempre di più. Se decenni di sanzioni non sono riusciti a rovesciare i regimi di Cuba e Nord Corea, è possibile che Putin, se non trova mercati e fonti di sviluppo e di credito alterativi all’Occidente, possa perdere molta della popolarità che ha ottenuto con il suo quindicennio d’incredibile crescita economica. Tanto più che le sanzioni colpiscono la Russia in un momento difficile: il prezzo del petrolio è sceso intorno ai 60 dollari al barile, i prezzi salgono a vista d’occhio e l’ economia russa è ufficialmente in recessione.

Ma al cittadino russo importa poco dei numeri. Ciò che più ferisce i Russi, popolo molto suscettibile, è che l’Europa si sia messa a fare da pappagallo all’America e abbia, a propria volta, imposto sanzioni. Più volte, giovani e meno giovani, da studenti a baristi, mi hanno espresso il loro sincero dispiacere per questa situazione, che loro prendono sul personale, e si sono molto rasserenati quando garantivo loro che io, al posto dell’UE, non avrei imposto questo tipo di sanzioni. I Russi amano gli europei e vogliono i prodotti europei. E’ divertente aggirarsi per i supermercati e contare la quantità di riferimenti all’Europa. Ne ho appuntati alcuni. Sul latte in polvere ed il caffe spesso si trova scritto« qualità europea». Il caffè istantaneo, tipo Nescafé, ma russo, richiama «le mattine a Parigi». La passata di pomodoro è «buonissima», e la marca locale di pasta annuncia che è proprio cosi che mangia « la vera Italia».

Sembrerebbe, dunque, semplice: vietare ai russi i prodotti europei e peggiorare gli indicatori macroeconomici è sufficiente per causare una rivolta anti Putin e, quindi, un riallineamento alla visione del mondo di Washington. Forse sarà cosi e non sarebbe, forse, un male per la Russia trovare un nuovo leader, ma l’Europa e l’ America non capiscono fino in fondo che la Russia, prima di essere un Mercato, è una Patria.

C’è un fattore storico. La Russia per quanto si avvicini all’Europa, resta sempre Russia. Si pensi alla campagna militare di Napoleone. La classe dirigente russa e gli alti ranghi dell’esercito erano talmente esposti all’influenza della Francia che non solo parlavano francese meglio del russo, ma addirittura, durante la guerra, gli ufficiali russi erano vestiti come gli ufficiali francesi. Questo creava non pochi problemi, e succedeva che ufficiali russi finissero crivellati dai colpi dei propri soldati. I generali e ufficiali russi allora non trovarono altra soluzione che smettere di radersi. Con la barba tornò a poco a poco la lingua russa e l’idea del popolo russo come popolo eletto, benedetto da Dio. E, quando Napoleone entrò a Mosca, i generali russi ordinarono di appiccare il fuoco alla città per non farla cadere nelle mani di un francese, per quanto straordinario.

Il popolo russo, se vuole, può soffrire pene indicibili, e non c’è argomento più convincente per lui che farlo in nome della terra russa. Nessuna sanzione eguaglierà mai la carestia indotta dall’assedio di Leningrado, protrattosi per 900 giorni ad opera dei tedeschi, assedio ancora fresco nelle menti e nell’identità di Pietroburgo, definita “citta eroe” dal governo Russo.

Oggi, peraltro, non c’è bisogno di autodistruggersi, né di soffrire la fame, per salvaguardare la propria identità. Il mondo non è solo l’America e l’Europa. Se le altre nazioni BRICS, dotatesi da luglio di una propria banca di investimento, la New Development Bank, riusciranno a fornire il credito necessario, forse le cose possono cambiare. In un mondo multipolare, le fonti di sviluppo e di credito devono essere tante e non solo l’occidente. Un occidente che fatica sempre più a capire la Russia, e quindi a dialogare sullo stesso piano. Turchia, Cina e India, al contrario, hanno firmato o negoziato negli ultimi mesi contratti da favola col governo russo, ottenendo chi sconti sul gas, chi promesse di ulteriore cooperazione in termini di energia, sicurezza e sviluppo.

La Russia, come diceva Churchill, è un indovinello racchiuso in un enigma avvolto in un mistero. Ma oggi, a differenza di allora, non c’è solo l’occidente a cercare di risolverlo. Se i cinesi, gli indiani o i turchi arrivassero alla soluzione prima di noi?

Raimondo Lanza di Trabia

THE RESURGENCE OF UNTRAMMELED POWER OF RUSSIA AND CHINA

When the Berlin Wall fell, its crashing din was heard around the world: and for millions of people it was music to their ears. This was not just any event—here was final proof that the evil and, what was equally important politically and economically, the utter impracticality of Communism could not be sustained because it ran directly counter to human nature. Its rhetoric, of course, like all propaganda, was positive and hopeful, but its reality proved altogether different. In practice, Communism created even more injustice, more absurdities, more practical problems, more suffering and death in history by far than any other economic or political system. Communism, and its historical partner in unequalled savagery, Nazism, will for all time remain lasting monuments of unexampled hubris, unreason, atheism, and unalloyed evil. If some men and women can be saints, these two movements show starkly that under their influence many more can become devils.

While history does indeed appear to show that the rich inherently seek ever more power and wealth at the expense of the middle- and lower-classes (without of course ever acknowledging such), the utopian image of Communism set up unique expectations of an everlasting earthly Paradise: where mankind would now be free of avarice, of cruelty to his fellow man, and of the naked lust for power. Communism’s power was that it proclaimed a new humanity. But in reality, of course, it could accomplish no such thing. For human nature doesn’t change. The old class structure was replaced by a new (Communist) class structure. The freedoms, and limitations, of the old system were swallowed up in an all-embracing savage totalitarianism.  Big Brother had arrived. The Utopia so blindly hoped for, and believed in, was revealed to be just another earthly hell from which millions sought to escape—so many in fact that Communism had to build walls to lock its people in, which is why its sudden, dramatic crashing downfall was the cause of such hysterical jubilation world-wide.

Now we see, in both China and Russia, a new era of libido dominandi—of the lust for power. Of course, they can’t and won’t publicly declare this—since when does evil ever speak the truth?  Still, evil, in its unconscious bow to goodness and reason, must pretend at least to operate under the highest motives; but its actions show unequivocally that power and domination are China’s and Russia’s twin goals.

Russia’s motives revolve around pure power. Putin (and Russia’s military) doesn’t want Russia to be thought of as a second-rate military power—and, being the little man that he is, personally wants to be accorded respect, as well as to be feared, by the world, but especially by the US. It wants a share in world dominion; and it chafes under the greater economic and military power (and he would add hubris) of the US. Putin is a small man with a large ego. He cares little about his own people or their future, otherwise he would develop, or allow to be developed, Russia’s economy in all of its diversity instead of making it depend entirely upon the exportation of oil and gas as it now does. In this Putin shows himself to be anything but a statesman, or to have any other real goals than power for power’s sake. He hears the siren call of libido dominandi. And in this he adds his name to an endless list of tyrants in history.

China has a similar desire to dominate. But unlike Russia, which is trying to relive the good old days of Soviet domination, China seeks world power in large part to make itself an irresistible economic powerhouse. It has now, and will have much more in the future, great economic problems at home it must deal with: lack of vital minerals, oil, gas, etc.; millions of homes, buildings, and schools that are unsoundly built and therefore vulnerable to earthquakes or other natural disasters; lakes and rivers dried or drying up; forests denuded; corruption top to bottom; pollution of unimaginable intensity and duration, etc.  China, for political as well as military reasons, doesn’t want to be dependent on the outside world. So it seeks regional domination in order to remain the economic engine of Asia, and will enforce that superiority militarily more and more over time. Its words do not match its actions: its rhetoric is peace and conciliation, but its actions spell confrontation and conflict. Once China gets used to exercising the full panoply of power throughout Asia, it will add world dominion to its desiderata.

The world fondly hopes, and fondly believes, that war, especially world war, is an outworn relic of a bygone era; that the human race, having endured so much suffering and death in the last century, has finally come to its senses and will neither engage in nor permit another such global tragedy.  But the storm clouds of war are slowly gathering once again. Communism, past (Russia) and present (China), is not yet finished cursing the world.  Incalculable suffering, in Europe near the former Soviet Union and in Asia, is only a misstep away. Tyrants—Xi Jinping of China and Putin of Russia—are strutting the world’s stage once again. The lessons of history have already been forgotten. And so, pronounced Santayana, we shall be forced to repeat them.

Len Sive Jr.

ECONOMICS TRUMPS POLITICS AND HUMAN RIGHTS

Great Britain and Germany both refuse to isolate Russia or to boycott her exports: Germany needs her gas and oil, and German companies have invested 22 billion in Russia; and England wants her cash for its financial markets. Putin sees this economic opening and, utilizing it, is now pushing for a referendum in Crimea in 10 days’ time with which to cement his grip on power there and, with Russian troops still in Crimea, to continue pressuring the Ukrainians to abandon their drive for closer ties with the EU and US. Despite Kerry’s refusal to believe it, this is indeed a zero-sum game.

Interestingly, perhaps now the NSA’s interception of the German Chancellor’s phone calls, and the monitoring of Russia’s, wasn’t such a bad idea after all. Certainly Snowden’s aiding Russia by disclosing the reach of the NSA has made the world, as we have seen in the Crimea, a much less safer place now than before. And Snowden’s new friends (Russia and China) have revealed themselves to be far less concerned about human rights than the country which he forsook, indeed, to be eminently authoritarian and militaristic, with no respect for human rights. (China seized Tibet and committed, and still commits, grave human rights violations there; and both China and Russia freely commit abuses daily against ethnic minorities and political opponents.) The only country able to stand up to them, the US, Snowden has irrevocably weakened, making the world after his disclosures a much more dangerous place indeed. Edward’s vainglory and hubris blinded him as to who the real enemies are. Does he really believe that the US is a greater threat to world peace than either China or Russia? Edward forgot something very elementary about life: without prudence, one finds “The road to hell is paved with good intentions.”

Again we see in world history how economics trumps politics: what ought to be done by the EU isn’t being done; and as a result Putin knows there is a breach in the wall of diplomatic sanctions for him to escape through. What might have forced him to withdraw due to the unyielding unanimity of the EU, he can now more safely afford to ignore given the disunity within EU’s ranks, and hence the lower level of sanctions threatened. The West has lost this crucial battle with a dictator who is no respecter of nations or of laws; and that will only embolden him further, and give sustenance to China’s hegemonic desires as well.

The world thinks in enlightenment terms; that is, that man’s sinfulness is an outmoded concept, a leftover of a bygone theological era; that one need only tie countries closer together economically, and eternal peace and prosperity must and will be the inevitable result. No: a leopard can wear a Brooks Brothers suit, but underneath, like it or not, it remains a leopard still. Russia has (and has always had) an authoritarian leader.  To appease such usually ushers in greater trouble later. Putin wants the power of the former Soviet Union redivivus. Great Britain and Germany have unwittingly aided him in his power quest, and in the process sacrificed the territorial integrity of The Ukraine—and shown Putin all too clearly that, so far at least, he has nothing to fear from the EU, which up till now has shown itself to be a weak and vacillatory body with no stomach for confrontation when and where it counts.

 Len Sive Jr.

POSSIBILE ANCHE IN RUSSIA UNA SIMILE RIVOLTA?

Se aumenta il prezzo della vodka…

Ancora una volta l’umanità è colta alla sprovvista da un moto tellurico non previsto dai veri o presunti esperti e dai profeti o aspiranti tali. Dopo il ribaltone del “campo socialista” e la crisi economica planetaria tuttora da digerire sono arrivate le rivolte a catena nel mondo arabo. Non stupisce perciò che da varie parti si cominci a guardarsi non solo intorno ma anche dentro casa con qualche inquietudine. E’ il caso della Russia, dove non mancano le reazioni cinicamente compiaciute: per il rincaro delle fonti di energia che avvantaggia la sua monoproduzione, per la caduta o l’indebolimento di regimi sostenuti dagli Stati Uniti, per la sperata distrazione del terrorismo islamista dal teatro russo. Ma si parla anche di “lezioni arabe” che il regime di Putin e Medvedev non dovrebbe ignorare. Il settimanale “Argumenty i fakty”, nel n.6 di quest’anno, confronta la situazione nazionale con quella dei paesi terremotati per domandarsi se un sisma analogo non potrebbe colpire la stessa Russia. Ecco quanto scrive in proposito una rivista che è stata protagonista della liberalizzazione gorbacioviana ma poi aveva ripiegato su posizioni molto cautamente critiche nei confronti del potere.
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“Fin dai primi giorni della rivoluzione in Tunisia e poi in Egitto politici ed esperti hanno cominciato a tracciare paralleli con la Russia. Che cosa ha mosso la gente in questi paesi e perché la loro esperienza può insegnare qualcosa ai nostri poteri?

1. Corruzione. La venalità dei funzionari e della polizia in vari paesi arabi è impressionante. Nella graduatoria della corruzione nel 2010 secondo “Transparency International” l’Egitto occupa nel mondo un “onorevole” 98° posto , l’Algeria il 105° e lo Yemen il 146°. Nella stessa graduatoria la Russia giace ancora più giù, al 154° posto! Più in basso si trovano soltanto la Somalia, il Burundi e un’altra dozzina di paesi.

2. Clanismo e favoritismo. In Tunisia i familiari del deposto presidente detenevano il monopolio della vendita di alcolici; non a caso i loro negozi sono stati assaltati per primi. E chi non sa delle proprietà di alcuni congiunti di sindaci o ex sindaci (basti citare il solo Luzhkov), governatori e ministri russi?

3. Divario di redditi. L’élite si arricchisce, la massa indigente della popolazione continua ad impoverirsi. Dei quasi 80 milioni di egiziani il 40% vive con due dollari al giorno. Al confronto il nostro livello di vita appare complessivamente discreto, e tuttavia il divario dei redditi cresce: in Russia il 10% dei più poveri introita 17 volte di meno del 10% più benestante, e quanto ai miliardari in dollari siamo superati solo dagli Stati Uniti. “Il regime egiziano e quello russo hanno arricchito solo un ristretto gruppo di persone”, afferma l’oppositore B. Nemzov.

4. Disoccupazione e mancanza di prospettive di carriera. In Tunisia sono senza lavoro circa il 25% dei giovani istruiti, nello Yemen la disoccupazione è al 35%. In Russia la disoccupazione ufficiale è intorno al 7%, ma il popolo è irritato dal crescente afflusso di lavoratori stranieri e dall’occupazione dei settori più importanti da parte dei connazionali rientrati dall’estero.

5. Immutabilità del potere. Il presidente tunisino Ben Ali ha governato per quasi 23 anni, l’egiziano Mubarak per 30, lo yemenita Saleh per 32, il libico Gheddafi per 41 anni. Tutti hanno cercato di predisporre la successione: Ben Ali patrocinava il genero-oligarca, i capi egiziano e yemenita i loro figli.

6. Repressione dell’opposizione e delle libertà civili. In Tunisia non si poteva apprendere la verità sullo stato delle cose dalle fonti ufficiali. Valvola di sfogo, e poi anche strumento per organizzare la protesta, è diventato Internet. In Algeria ed Egitto i governanti hanno mantenuto per decenni lo stato di emergenza per non dover allentare le briglie. In Russia le notizie diffuse dalla TV di Stato differiscono fortemente dal quadro degli eventi offerto da Internet, come ha confessato di recente lo stesso presidente della federazione. Quanto alle briglie strette la storia delle persone regolarmente bastonate dagli OMON [polizia speciale] e dei dissenzienti incarcerati è nota a tutti…

Si può sperare che l’esempio del rovesciamento dei dirigenti tunisini, egiziani, ecc. faccia rinsavire la nostra élite? E che essa capisca finalmente che lo stridente divario tra poveri e oligarchi, il monopolio di un solo partito, la persecuzione degli oppositori e dei difensori dei diritti umani e l’irresolutezza nella lotta contro la corruzione ci portano in una direzione pericolosa?”

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Lo stesso numero di “Argumenty e Fakty” ospita anche un articolo a firma di Boris Notkin, un conduttore televisivo (in Russia la TV è sotto controllo statale pressocchè totale) che descrive una situazione nazionale oltremodo insoddisfacente e si spinge fino a prospettare l’incombere di un nuovo 1917. Ecco la conclusione di tale articolo.

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“Oggi la nostra élite (scusate il termine) farebbe meglio ad incoraggiare la pubblicazione non delle malefatte degli esecrandi rivoluzionari ma degli studi su come nel 1917 le umiliazioni sociali, nazionali e morali confluirono in un torrente impetuoso che non riuscirono a fermare né la magnifica polizia segreta dello zar né l’autorevolezza della Chiesa. Sarebbe altresì auspicabile che si riflettesse sull’eventualità che nei circuiti di Internet spunti il clone di quel geniale populista che per vendicare il fratello distrusse d’un sol colpo l’intero sistema feudale del paese.

Non ci si deve poi cullare nell’illusione che il popolo rimanga inerte e passivo. La passività dipende anche dal fatto che nell’era post-Gorbaciov si è copiosamente usato il più potente sedativo delle masse: la vodka a buon mercato. Perciò la reazione alle umiliazioni sociali non ha raggiunto lo stadio della protesta organizzata ma si è riversata sugli eccessi di sbornia. Ora però il prezzo del ricorso a questo calmante, cioè il degrado umano e demografico, è diventato intollerabile. Alla fine l’hanno capito anche in alto loco e cercano di combattere il male alzando il prezzo della vodka. Ma se oltre ad aumentare i prezzi il potere tornerà a chiudere i canali dell’informazione quasi gratuita esso dovrà seriamente preoccuparsi delle cause delle trombosi che ostruiscono le arterie vitali dei singoli cittadini come dell’intera Russia”.

Franco Soglian

VSIATKI

CORRUZIONE IN RUSSIA: SISTEMICA

La corruzione è il problema più grave della Russia, annunciava cinque anni fa l’Economist, e non è detto che ci ripensi dopo la recente estate di fuoco. Era la Russia gratificata da una crescita economica impetuosa ancorché alimentata quasi esclusivamente dai proventi dell’esportazione di petrolio e oscurata dal crescente divario tra ricchi (con i malfamati “oligarchi” in testa) e poveri. Cominciava ad emergere un inedito ceto medio più o meno borghese, con annesse prospettive di sviluppo della cosiddetta società civile e di sperata evoluzione democratica di un regime semi-autoritario e discretamente repressivo, e peraltro capace di assicurare stabilità politica e maggiore considerazione internazionale rispetto all’ultimo decennio del secolo scorso.

Per contro, la principale erede dell’URSS doveva fare i conti non solo con la persistente aggressività del terrorismo e della criminalità, organizzata e non, ma anche, appunto, con la corruzione. Con un antico morbo, cioè, diffuso e saldamente radicato in ogni angolo dell’immenso paese, e appena più accentuato in Cecenia e dintorni, già devastati dallo scontro con il separatismo locale e l’estremismo islamico. Un flagello che non risparmiava alcuna componente della società e dell’apparato statale: politica e burocrazia, mondo degli affari e magistratura, forze armate e forze dell’ordine. Una piaga, per di più, in via di estensione. Alla fine degli anni ’90 la Russia si aggirava intorno ad un già indecoroso ottantesimo posto nella classifica mondiale della corruzione. Nel 2005 è precipitata al 126°, condiviso con Niger, Sierra Leone e Albania, e nel 2008 al 147°, in compagnia di Bangladesh, Kenya e Siria. Il voto era 2,1 su 10, contro il quasi 8 della Germania, il 7 abbondante degli Stati Uniti, il 3,5 della Cina.

A differenza di quanto accadeva nell’URSS, dove singoli corrotti venivano di tanto in tanto persino giustiziati ma parlare di corruzione come malanno nazionale poteva condurre in carcere o in manicomio, nella Russia post-comunista il tema non è affatto tabù. Denunce di varia provenienza e sollecitazioni di contromisure non sono mai mancate, né sui media, benché via via addomesticati in larga parte, né in parlamento. Appositi progetti di legge, risalenti al lontano 1994, sono rimasti tuttavia arenati per lunghi anni, sicuramente per cattiva volontà dei rappresentanti del popolo ma anche per il disinteresse o lo scarso impegno al riguardo dei massimi dirigenti, dato che la grande maggioranza della Duma è ligia al potere supremo pur con qualche libertà di critica. Del caso più eclatante di messa sotto accusa per corruzione è stato vittima politica un capo del governo, Michail Kasjanov, destituito nel 2004 probabilmente per avere coltivato ambizioni presidenziali, trovandosi tra l’altro alla testa proprio di un sia pur inerte comitato per la lotta contro la corruzione.

Qualcosa sembra però essere cambiato a partire dal 2008, l’anno in cui la crisi economica mondiale ha cominciato a ripercuotersi, ben presto duramente, anche sulla grande Russia “emergente”. Una coincidenza, verosimilmente, non casuale. La corruzione ha i suoi costi, nella fattispecie oltremodo elevati e ovviamente tanto più onerosi nella nuova situazione. Il volume complessivo dei movimenti di denaro a scopo corruttivo è stato stimato in 250-300 miliardi di dollari all’anno, pari a circa un quinto del Pil e al doppio del bilancio federale. Il grosso di questa cifra viene sborsato dalle imprese, con un versamento medio che tra il 2000 e il 2008 sarebbe cresciuto da 10 mila a 130 mila dollari. Oltre due terzi degli uomini d’affari, secondo il ministero dell’Interno, erano coinvolti nel giro, e alla corruzione veniva destinata più della metà degli introiti della criminalità.

Gli imprenditori, compresi i grandi manager anche statali o parastatali, accampano come scusa la necessità di ottenere entro tempi ragionevoli, o di ottenere tout court, le diecine di permessi e autorizzazioni lesinate da una burocrazia tanto avida quanto pletorica; il numero dei pubblici dipendenti è raddoppiato in una quindicina di anni, a dispetto dell’incessante declino demografico. Minori scuse, al di là delle retribuzioni generalmente parche, possono trovare quanti estorcono ai (o accettano dai) comuni cittadini, per tutta una serie di prestazioni od omissioni, versamenti il cui ammontare complessivo contribuisce, pare, per il 15-20% al totale del denaro sporco circolante. Si tratta, in questo caso, della “corruzione bassa”, ossia delle bustarelle intascate, in base a vere e proprie tariffe, da poliziotti, insegnanti, medici e altro personale sanitario, ecc. Bassa, ma non per questo meno nociva e temibile, come avverte da tempo uno dei personaggi pubblici più impegnati a combatterla (Vedi nota).

I danni che un simile stato di cose infligge al paese, per quanto non esattamente misurabili, sono sicuramente ingenti. Quelli subiti dall’economia nazionale ammontano, secondo certi calcoli, a 20 miliardi di dollari all’anno. Mentre le imprese, tuttavia, possono sempre scaricare i costi delle tangenti su consumatori, utenti, ecc., questi ultimi sono impotenti difronte a prezzi che proprio per quella causa vengono autorevolmente giudicati almeno tre volte superiori al giusto. Con ogni probabilità, inoltre, la corruzione concorre a spiegare come mai in Russia, in piena crisi finanziaria con conseguente recessione, i prezzi al consumo abbiano continuato a salire mentre nel resto del mondo (benchè non in Italia, ma qui una parziale analogia non è certo casuale) incombeva lo spettro della deflazione.

Questo dunque lo sfondo su cui, nell’ultimo biennio, si è finalmente dispiegata una campagna ufficiale contro il malaffare che ha avuto per principali protagonisti i due massimi esponenti politici del paese. Come su altri fronti, anche qui il nuovo presidente della federazione russa, Dmitrij Medvedev, ha sfoderato un impegno più vistoso del suo predecessore, Vladimir Putin, retrocesso (forse solo temporaneamente) a capo del governo ma generalmente ritenuto tuttora l’uomo forte del regime. Se Putin ha quanto meno superato la propensione a minimizzare il fenomeno o a considerarlo con un certo fatalismo, Medvedev ha fatto della lotta contro la corruzione, ancor prima di entrare in carica, un proprio cavallo di battaglia, propugnando un programma nazionale diretto a risolvere un “problema sistemico” e assumendone personalmente le funzioni di promotore, supervisore e controllore. Con quali esiti? Poco soddisfacenti, per il momento, anche se nessuno poteva illudersi di estirpare su due piedi un male plurisecolare muovendo guerra al quale, da Ivan il terribile in poi, i vari reggitori del paese hanno subito solo sconfitte, come avvertono storici e uomini di cultura russi.

Critiche anche aspre, comunque, non sono mancate a quanto finora è stato messo in campo per raggiungere l’obiettivo. L’apposita legge faticosamente approvata dalla Duma ha finalmente recepito, ma solo in parte, norme e misure previste dalle convenzioni internazionali che la Russia ha da tempo sottoscritto. Al centro dell’attenzione e delle attese sta l’obbligo per tutti i pubblici funzionari di dichiarare pubblicamente redditi e proprietà familiari per rispondere poi di eventuali discordanze con il tenore di vita. All’adempimento hanno cercato di sottrarsi, senza successo, i dipendenti del ministero dell’Interno, compresi i membri della polizia già saldamente in testa nelle graduatorie di impopolarità. Resta ancora da piegare, invece,la resistenza del personale dei servizi di sicurezza, delle dogane e del ministero degli Esteri, che accampano un diritto professionale alla segretezza. I critici, d’altronde, sostengono che l’obbligo della trasparenza rimarrà facilmente eludibile se continuerà a riguardare soltanto beni e introiti del funzionario, del coniuge e dei figli minorenni senza estendersi, come molti reclamano a gran voce, anche agli altri congiunti. E che, inoltre, occorra comminare la confisca di quanto acquisito illegalmente, punire i trasgressori con il licenziamento anziché con semplici multe e vietare qualsiasi regalia ai servitori dello Stato anziché fissare solo un tetto di 3 mila rubli.

Sul piano amministrativo un decreto presidenziale ha prescritto la creazione di commissioni anticorruzione in tutti gli organismi statali, formati da rappresentanti dei loro quadri e presiedute dai loro vice direttori. Dalla competenza anche sanzionatoria di tali commissioni sono però esclusi i funzionari superiori nominati dal presidente della federazione e dal governo. Sembrano perciò ignorate le invocazioni, provenienti anche da detentori del potere periferico (adesso non più eletti dal popolo ma nominati dal Cremlino, in omaggio al principio della “verticalità”), di un buon esempio che deve venire dall’alto se si vogliono ottenere risultati. In linea generale, l’idea lascia scettico, fra gli altri, il vice presidente della commissione della Duma per la sicurezza, Gennadij Gudkov: “Non credo all’efficacia di un controllo da parte di funzionari su altri funzionari. Se mandiamo un caprone a sorvegliare l’orto, non mancherà di conciare da par suo qualche aiuola. Si scateneranno guerre tra le varie sezioni perché tutti cercheranno di inviare propri uomini in queste commissioni”

Gudkov preferirebbe un controllo parlamentare. Ma anche la credibilità dei rappresentanti del popolo in materia è oggetto di forti dubbi. Qualche aspettativa di più si appunta sulla magistratura, meno impopolare di altre categorie malgrado la sua prevalente deferenza verso il potere politico e la sua non granitica incorruttibilità. In effetti i tribunali hanno cominciato a condannare con maggiore frequenza e severità corrotti e corruttori, talvolta anche di rango. Nella rete della giustizia hanno continuato tuttavia a cadere soprattutto i pesci piccoli, e senza che ciò bastasse ad impedire un aggravamento del male nel suo complesso. Secondo dati del ministero dell’Interno, ricavati da quanto emerso in sede giudiziaria, nella prima metà di quest’anno la mazzetta media è aumentata da 23 mila a 44 mila rubli; ancora molto poco, peraltro, visto che l’ammissione in alcune facoltà universitarie può costare fino a 100 mila dollari. Georgij Satarov, direttore di un istituto di ricerca indipendente, osserva in proposito che se la giustizia fosse stata meno tenera con i pesci più grossi quella media sarebbe aumentata di varie centinaia di volte.

Qui naturalmente il discorso non può non sconfinare sul terreno politico. Non pochi in Russia insistono a confidare in ritrovati tecnici più o meno sofisticati per venire a capo del problema, guardando magari a modelli stranieri come ad esempio quelli collaudati in Corea del sud, a Hongkong o a Singapore. Si continua ad additare anche l’esperienza italiana, sorvolando apparentemente sul carattere effimero, nella migliore delle ipotesi, dei successi di Mani pulite. L’opinione pubblica meno timida obietta che il problema potrà essere avviato a soluzione solo nel quadro di un sistema più sostanzialmente democratico, fondato sui controlli dal basso oltre che su uno stato di diritto meno carente di quello attuale. Anche se qui, invece, l’esperienza italiana, e non solo italiana, dimostra che la democrazia sarà indispensabile ma non è certo sufficiente.

Nel caso russo, ostacoli specifici da superare sono sicuramente la persistenza di un settore economico e finanziario statale non solo massiccio ma in via di ulteriore espansione e le peculiarità di questa stessa ristatalizzazione, che qualcuno d’altronde non esita a bollare in quanto destinata in ultima analisi a favorire interessi privati. La diffusa commistione tra politica e affari era già evidenziata al più alto livello, per un verso, dalla presenza di numerosi ex dirigenti e collaboratori dell’FSB, il servizio segreto erede del KGB sovietico dal quale proviene Putin, al vertice di grandi imprese e organi statali. Per un altro, dal fatto che mentre gli oligarchi ribelli a Putin sono stati costretti all’esilio oppure spogliati e incarcerati come il ben noto Chodorkovskij, i tanti altri rimasti devoti all’ex presidente hanno continuato a prosperare malgrado la crisi e la profonda ostilità che li circonda nel paese. La destituzione in settembre del sindaco di Mosca, Luzhkov, per eccesso di affarismo e arricchimento illecito, sembra un segnale solo parzialmente positivo, tenuto conto che il peso anche politico del personaggio dava certamente ombra ai diarchi. A quanto risulta, la cerchia dei privilegiati tende ora ad ampliarsi, semmai, con politici e burocrati protesi ad investire a loro volta in attività industriali, commerciali o bancarie capitali difficilmente accumulabili senza tolleranze e connivenze orizzontali e verticali.

Così stando le cose, può persino stupire che Medvedev, parlando a fine luglio in veste ufficiale, si sia mostrato persino più insoddisfatto di chi da tempo reclama misure più drastiche. Il capo dello stato ha sottoscritto tale richiesta, infatti, dopo avere riscontrato una “totale assenza di successi significativi” nella campagna in corso e l’insufficienza dei pur aumentati casi di smascheramento e punizione dei colpevoli, che “rappresentano solo la punta dell’iceberg”, per concludere che la repressione deve essere intensificata a tutti i livelli. La combattiva Elena Panfilova, pur definendo risibili le dichiarazioni fiscali di molti notabili, vede invece compiuto un importante passo avanti perché le dichiarazioni di quest’anno potranno essere utilmente confrontate con quelle dei precedenti e del prossimo nonché con le spese dei dichiaranti e dei loro familiari.

Un pronunciamento credibile, quello di Medvedev? Forse sì, a livello intenzionale. Ma per potersene attendere effetti concreti bisognerebbe almeno che avesse visto giusto il sopracitato Saratov, il quale ipotizza che l’establishment russo sia ormai seriamente orientato ad instaurare un vero Stato di diritto: se non altro, per consolidare indirettamente, con la legalizzazione, i frutti privati finora ricavati dalla transizione al capitalismo. Una sorta di condono, insomma, a costo di smentire un antico adagio latino.

Franco Soglian

(Nota)

Elena Panfilova, direttrice del Centro ricerche e iniziative “Transparency International – Russia” e membro del Consiglio presidenziale per il sostegno allo sviluppo degli istituti della società civile e dei diritti dell’uomo, ritiene che il grosso della popolazione russa sarebbe più sensibile all’esigenza di combattere la corruzione se si rendesse adeguatamente conto delle sue conseguenze. Ecco come ne descrive alcune.

Il vostro datore di lavoro si accinge a ripartire i premi tra i collettivi, ma ha dovuto cedere ai controllori di turno una parte della torta, che risulta perciò più bassa di 5 centimetri di quanto previsto. Pagate un tributo alla corruzione, a vantaggio di numerosi “autorizzatori” e “guardiani della legge”, ogniqualvolta fate un acquisto, che si tratti di latte nostrano o di jeans importati. Noi acquistiamo tutto a prezzi superiori di tre volte, come minimo, a quelli giusti. Un’enorme quantità di mazzette e tangenti è compresa nel prezzo per metro quadrato di un’abitazione… Ma il peggio avviene quando vengono vendute la vostra salute e la vostra vita. Una maestra d’asilo affetta da epatite può comprare un certificato medico [di idoneità]. Un guidatore alcoolizzato ma con patente [comprata] può uccidere i vostri figli o renderli orfani al primo incrocio. Comprando un lasciapassare alcuni terroristi arricchiscono un vigile urbano e poi trucidano alcune diecine di persone. Della sicurezza nazionale si occuperà un funzionario che deposita milioni su conti bancari stranieri, compra ville all’estero e vi trasferisce la famiglia? Cosa farà se si troverà nel mirino di servizi speciali stranieri o di uomini di Al Qaeda? (da “Argumenty i fakty”, n. 25, 2010)