QUANDO L’AMERICA ERA LA FIDANZATA DEL MONDO

Fino a Franklin Delano Roosevelt, il guerrafondaio che mediante l’intransigenza del negoziato con Tokyo ottenne a Pearl Harbor di arruolare il paese a difesa dell’ordine plutocratico, l’America era la fidanzata del mondo. Non si poteva non amarla, e questo in ogni caso ingiungeva Hollywood.

Oggi che l’America assomma da sola tutti i guasti delle società ricche, anziane ed egoiste, è struggente leggere certe premonizioni degli anni Ottanta di due secoli fa. “Comincia a morire la fase migliore dell’America” scrisse nel 1889 Theodore Roosevelt nel libro ‘Ranch Life’. A differenza del giovane parente che trionferà con le menzogne e le Fortezze Volanti, il primo Roosevelt era un uomo di principii. Per due anni, futuro presidente degli Stati Uniti, aveva fatto l’allevatore nel Dakota. Il suo libro additò nel cow boy il campione spavaldo e ammirevole della stirpe dominatrice del Nuovo Mondo. Chi non ne sentiva il fascino, anzi il carisma?

Nell’inverno 1886-87, mentre gli intellettuali di Londra, Parigi, Vienna (e perché no. Boston) si limavano le unghie letterarie, le tormente del West decimavano le mandrie bovine e mettevano in risalto la tempra dell’America. Era la sola giovane e vergine tra le nazioni: la Gran Bretagna troppo materialista e padrona, la Francia “corrotta fino al disgusto” secondo Henry Adams, uno Scipione del Massachusetts (pronipote del primo successore di George Washington, nipote di John Quincy Adams, presidente dopo Monroe). Contrapporre l’adolescenza americana al cinismo e alla stanchezza del Vecchio Mondo era il protoconcetto dell’identità nazionale, la ragion d’essere della Repubblica delle praterie e delle foreste.

Il presentimento dello spegnersi della virtù sorse prima del volgere del secolo della Frontiera, il diciannovesimo. Le macerie e gli strazi della Guerra di Secessione, l’eroismo della Frontiera, furono seguiti da un’età di ricchezze facili, di speculazioni gigantesche, dei fatti di corruttela della società che diventava urbana sotto il pastrano glorioso del presidente Ulysses S. Grant, il generale che aveva condotto alla vittoria l’esercito nordista. Cominciò W.D.Howells, caposcuola del realismo letterario, a lamentare la carie che coll’allargarsi della ricchezza svuotava i valori dell’America. Ciononostante scriveva da Venezia (1862): “La mia preghiera più fervida è che l’America assomigli sempre meno all’Europa, sempre più all’anima dell’Oregon”.

L’Oregon era “la foresta primigenia su cui aleggiava lo spirito dell’America”. I cacciatori e i boscaioli che si erano spinti il più lontano possibile dalle città sull’Atlantico erano gli eroi

eponimi di una stirpe pioniera che nessun Tocqueville, la mente occupata dalle illusioni della democrazia addomesticata e borghese, aveva saputo raccontare. Washington Irving, primo cantore della selva americana, incrinò le certezze intellettuali del pensiero europeo: solo la foresta americana era libera e nobile, non minacciata dai soprusi del denaro. I settlers della regione delle sorgenti dell’Ohio tentarono di chiamare Westsylvania il loro Stato che nasceva. Ci si può chiedere perché nessuno abbia pensato di dare alla nazione il nome ‘United Forests of America’.

A due secoli interi da quel tempo favoloso, lo spiritualismo che contro le apparenze acquisitive era l’essenza del messaggio americano si è completamente essiccato, anzi spento. Il Nuovo Mondo non suscita più pensieri adolescenti. Ha ripudiato l’iunnocenza: sarebbe grottesco se qualcuno sul Potomac la vagheggiasse ancora. Ciò che restava dello Spirito Americano è finito come una medusa lasciata sulla sabbia, anzi come una balena spiaggiata. Le genti che amarono la patria di Washington Irving sanno di dover guardare verso altri astri.

L’America straricca e devastata da militarismo e consumismo è talmente senile da non essere più nemmeno idonea al ruolo di Santa Alleanza voluto da George W. Bush. Non riesce più a mandare spedizioni militari che competano coll’efficienza dell’esercito dei Figli di San Luigi: lo mandò il re di Francia a reprimere i patrioti spagnoli che nel 1812 da Cadice avevano additato l’orizzonte delle libertà costituzionali. Troppo senile l’America di Obama per saper capeggiare i reazionari del pianeta. Dovranno cercarsi un altro Metternich.

E più gli States generano ricchezza e dilatano a dimensioni di firmamento gli arsenali bellici, più si fanno tutt’uno con la vecchiaia del creato. Più di ogni altra grande civiltà, l’America avrà bisogno di un big bang che ne sconvolga l’anima: come accadde all’Arabia beduina quando Maometto prese a predicare.

L’Islam, l’arcinemico odierno dell’ordine americano, aiuterà di fatto a rigenerare menti e cuori dell’America?

A.M.Calderazzi

ROOSEVELT KENNEDY JOHNSON OBAMA LA SENESCENZA DELL’AMERICA

Noi non sappiamo se i droni i missili i bombardieri ricacceranno l’avanzata nell’Irak del ‘Califfato’ jihadista. Né se l’esercito di Baghdad continuerà a evaporarsi così come accadde ai primi di giugno: dicono abbia abbandonato all’avversario corazzati e materiale bellico statunitense per un miliardo e mezzo di dollari.

Quello che sappiamo per certo è che a 407 anni dal sorgere a Jamestown della prima colonia britannica nel nord del Nuovo Continente, l’America è entrata nel suo V secolo e in un’amara età senile. Era stata la fidanzata del mondo; prima ancora, quando il mondo non la conosceva, quando il Tesoro aveva debiti non fondi, quando la burocrazia federale contava poche decine di persone e l’esercito permanente meno di 700 uomini, l’America era stata un’adolescente maliosa. Nel 1778, due anni dopo la Dichiarazione d’Indipendenza, Robert-Jacques Turgot, lo statista riformatore francese, vergò le celebri righe: “America, speranza del mondo, ne diventerai il modello”. Nel rilevare che Thomas Jefferson aveva espresso ‘il meglio dell’America’, gli storici Morison e Commager definirono così questo meglio: “l’idealismo, la semplicità, lo spirito giovanile, l’ottimismo”. A quel tempo l’America non fu un abbaglio collettivo, una suggestione  generatrice di miti. Fu davvero idealismo e giovinezza.

Oggi che essa non ha più nessuna delle sue anime adolescenziali, è certo semplicistico concludere che nessuna società avrebbe potuto incarnare a lungo la purezza quasi- utopistica della Repubblica bambina. Come che sia,  a quattro secoli compiuti l’America  è una detestabile ereditiera, ricchissima ma sfigurata  dalla vecchiaia e dall’obesità, incattivita dalle frustrazioni e da più d’una sconfitta disonorevole. Ancora tolda comando del capitalismo globale,  è però  perseguitata da una Nemesi (la dea della vendetta e della morte) inesorabile: il militarismo bellicista. E’ la Nemesi di se stessa. Nessun grande impero della storia è stato altrettanto condizionato, coartato, dal fattore  militare, dal potenziale di muovere spedizioni e di conquistare regni. Dwight Eisenhower, il più vittorioso dei generali del 1945, cominciò prima dei sociologi a denunciare l’ingrossarsi negli States del Military-Industrial Complex.

Dal patologico gigantismo del proprio apparato bellico l’America è condannata a destinare risorse sempre più mostruose alla preparazione di guerre eventuali, tutte concepite teoricamente per vincere. A differenza che in un passato che al più tardi si chiuse nel 1945, le imprese belliche di Washington sono tutte, più o meno, fallite. L’elenco è impietoso: Corea, Vietnam-Laos-Cambogia, imprese minori quali Baia dei Porci, Libano, Somalia, poi in grande e in feroce Irak e Afghanistan.  Abbiamo omesso il trauma grave della ‘Loss of China’. Tenere la Cina contro la conquista nipponica era stato il motivo più immediato della decisione di F.D.Roosevelt di fare guerra al Giappone; sconfitto il quale Washington affidò al generale Marshall, non meno vittorioso di Eisenhower e di MacArthur, la mission impossible di strappare la Cina al comunismo di Mao. Nel 1968 James C.Thomson, uno degli esperti del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca per l’Estremo Oriente, indicò nella ‘Loss of China’ il primo dei moventi di Kennedy nella decisione di muovere guerra in Indocina. L’incanaglimento e la disfatta uccideranno l’orgoglio dell’anima americana.

Nel decennio 1840-50 dell’Ottocento -un’era geologica prima- l’America era entrata in una fase di espansione prodigiosa. Da una formula proposta nel 1845 da un giornale di New York fu chiamata del Manifest Destiny: essere un disegno provvidenziale che gli USA si allargassero fino al Pacifico e ai Caribi. Essere nell’ordine delle cose che i pionieri venuti dall’Est prevalessero sulle popolazioni indigene: anche in quanto essi portavano valori, ideali, istituzioni moderne. Conseguenza immediata del Manifest Destiny fu l’annessione di Texas, Oregon, California, New Mexico, Utah. Tutto ciò, pur comportando spoliazione dei nativi, apparve al mondo logico, dunque da accettare. L’America divenne un mito radioso: tra l’altro non entrava in conflitto con l’Europa, che ancora controllava il mondo. ‘America si configurava come forza creatrice, fattore generale di progresso. Diventando grande, l’America ingrandiva il mondo.

Tutto ciò durò fino alla Prima Guerra Mondiale, quando l’Europa dilaniata smise di compiacersi dei trionfi dell’America, al contrario dovette invocarne l’aiuto materiale prima, la guida diplomatica poi a Versailles. Col passaggio della Casa Bianca  a Woodrow Wilson l’America si snaturò. Intervenendo nel 1917 Wilson pose le basi del primato globale; se Franklin Delano Roosevelt, il plutocratico Messia del bellicismo,  fondò l’impero  americano, Wilson fu il Giovanni precursore.

F D Roosevelt, massimo guerrafondaio della storia nazionale, fu anche il più bugiardo dei suoi statisti. Con accanimento inflessibile portò in guerra una nazione che restava isolazionista non solo per egoismo, ma in quanto manteneva fede nel valore della propria diversità rispetto ai conflitti e alle miserie della storia europea. FDR mise in atto una lunga serie di stratagemmi per aggirare gli ostacoli che la Costituzione, il Congresso e l’opinione pubblica opponevano all’intervento. A  metà del 1940, sei mesi prima di Pearl Harbor, gli USA si proclamavano già alleati della Gran Bretagna e già coinvolti nella guerra nell’Atlantico. L’attacco a Pearl Harbor fornì l’occasione perfetta per portare l’America nel conflitto:  però sulla menzogna che il Giappone avesse assalito a tradimento. In realtà Roosevelt aveva provocato la reazione nipponica col  rifiuto assoluto dei compromessi ripetutamente proposti da Tokyo. Nel 1949 la vittoria del comunismo cinese e il trionfo dei nazionalismi asiatici cancellarono le posizioni di predominio occidentali in Asia per mantenere le quali Washington aveva voluto la guerra del dicembre 1941.

Se Wilson aveva creato le premesse per l’impero americano, Roosevelt fu il massimo autore della degenerazione in superpotenza planetaria, dunque della trasformazione dell’America nel paese più militarista della storia. Seguirono Kennedy e Johnson, laddove Nixon accettò la disfatta inevitabile. All’aprirsi del Terzo Millennio d.C. la dottrina di G W Bush della guerra preventiva portò alle conseguenze ultime il bellicismo di Roosevelt e Kennedy.

In anni recenti, già avviato il ritiro dall’Irak e dall’Afghanistan, sembra che Washington spendesse 25 miliardi di dollari l’anno per puntellare un paio di governi fantoccio. Qualcuno si sente di negare che se avesse donato ai poveri del mondo una frazione delle smisurate ricchezze bruciate in armi,  spedizioni belliche e sinistre diplomazie dell’illusione egemonica, l’America sarebbe amata  invece che odiata da metà del mondo? Che sarebbe regina dei popoli, come brevemente apparve sul punto d’essere settant’anni fa?  Apparve specialmente in quanto lo scettro del comando cadde dalle mani di Roosevelt, per essere raccolto da quelle più sagge di Harry Truman.

E’ disdicevole raccontare la storia coi ‘se’. Tuttavia, come non chiederci cosa sarebbe stato il secondo dopoguerra se FDR non fosse improvvisamente morto? Non si possono processare le intenzioni, però come escludere che il Grande Guerrafondaio a) avrebbe potuto tentare di abbattere in Cina,  coll’immensa armata che Marshall non ebbe, il potere comunista;  b) che una volta constatato che Stalin non era l’alleato democratico che fingeva di immaginare, bensì il nemico assoluto da sbaragliare nella Guerra Fredda, egli Roosevelt sarebbe stato tentato di allargare contro l’Urss la crociata della Carta Atlantica?

Il Barack Obama che dai satelliti Nato esige più spese militari -”perché la libertà non è gratis”-, pratica la stessa menzogna dei suoi maestri Wilson Roosevelt Kennedy Johnson: gli altri  presidenti “progressisti” che hanno incarognito e umiliato di sconfitte l’America senile.

Anthony Cobeinsy

NON 50 MILIONI I MORTI SE A DOWNING ST CI FOSSE STATO KEYNES

Ha scritto il recensore, Massimo Giannini, di Sono un liberale?, raccolta Adelphi di saggi di John Maynard Keynes (opportunamente presentato come ‘cervello straordinario’ e come il progettista della vera Terza Via tra socialismo e capitalismo) che un presupposto fondante del pensiero di Keynes era .

E’ passato mezzo secolo da quando un’affrettata valutazione di John F.Kennedy, appena eletto ma non ancora insediato alla Casa Bianca, decise il fatidico intervento in Indocina, negazione frontale del pacifismo di Keynes. Il presidente Eisenhower, il generale più vittorioso del mondo, aveva sconsigliato: ma l’irresistibile ex-sottotenente di vascello aveva bisogno di un’impresa bellica per consacrarsi continuatore del bellicismo democratico Wilson-Roosevelt-Truman; ed ebbe il suo glorioso Vietnam. Nei cinquant’anni che sono trascorsi ci siamo riavvezzi a considerare la guerra un fatto ordinario, quasi un male minore. Nazioni oggi pacifiche come la Germania e l’Olanda, paesi poco marziali come lo Stivale (più brillante nelle sfilate di moda, nelle coppe Uefa e nei festival del provolone che nelle dure prove delle armi), hanno mandato combattenti in Afghanistan, e vergogna ad obiettare.

Ho sotto gli occhi le cifre, accettate non da tutti ma da molti, dei morti nella Seconda guerra mondiale: “Persero la vita circa 50 milioni di persone, di cui 30 milioni nella sola Europa (Massimo Salvadori, Storia dell’età contemporanea, Torino, Loescher, 1976). L’Urss soffrì le perdite più gravi, 20 milioni, di cui 13,6 milioni soldati); la Polonia perse il 22% della popolazione (oltre 6 milioni di abitanti); la Germania 5 milioni, gli USA 290 mila, tutti militari”. 50 milioni di morti: come se in qualche momento della storia antica un continente come il nostro fosse rimasto vuoto. Prima di fare pensieri irresponsabili, ma anche comici, tipo “se lasciamo il fronte afghano, perdiamo il prestigio di grande paese” ricordiamo: il Keynes che predicò il rifiuto quasi assoluto della guerra, ‘anche a costo di far passare la Gran Bretagna per un paese debole’, aveva con altri rappresentato alla conferenza di Versailles quella che allora figurava ancora la quintessenza della potenza imperiale.

Primo responsabile del conflitto da 50 milioni di morti fu Hitler. Ma Hitler, la sua guerra, non l’aveva voluta mondiale, sapeva di non poterla vincere. L’aveva voluta limitata a un’Europa centro-orientale da annettere al Reich millenario. Fece varie proposte di pace a Parigi e a Londra. Fossero state accettate, Roosevelt non sarebbe riuscito a gettare nella lotta gli USA. Furono altri, non Hitler, a fare planetario il conflitto, con giustificazioni ideologiche valevoli solo per i macellai di popoli, solo per quanti consideravano scandaloso il rifiuto ‘quasi assoluto’ di Keynes. I condottieri di questo bellicismo furono Churchill, Roosevelt, i guerrafondai nipponici e Stalin per avere riarmato al punto di spingere il Fuehrer ad attaccare per primo. Dietro di loro vennero, molto scervellati, Daladier e quegli altri governanti parigini i quali, a quattro lustri da una mattanza da un milione e mezzo di caduti solo francesi, dichiararono guerra alla Germania ai sensi di un pezzo di carta tra diplomatici che garantiva a Varsavia un soccorso militare (che non ci fu), perché non fossero scalfiti il prestigio Belle Epoque del Quai d’Orsay e quello, appannato da Sedan, dell’ ‘esercito di terra più potente al mondo’.

Visto come andò a finire, ancora più scriteriato e velleitario fu l’intervento della Gran Bretagna. Oggi la Francia mantiene un ruolo da co-leader d’Europa. Invece il Regno Unito ha perso il massimo impero della storia e solo per modo di dire si è rialzato dalla prostrazione del 1945, anno sì delle celebrazioni di vittoria ma anche della quasi bancarotta e, per Churchill, della sconfessione elettorale.

Non aveva ragione Keynes “anche a costo di far passare la Gran Bretagna per un paese debole?” La sua nazione non avrebbe fatto conti più razionali se a Downing Street avesse insediato l’avversario assoluto della guerra piuttosto che il belluino discendente di Marlbrough che nel 1915 credette di conquistare i Dardanelli?

Anthony Cobeinsy

PRESIDENT ROOSEVELT CONCEALED STALIN’S CRIMES

The world now knows a good portion of what’s worth knowing on the ferocious deeds of the Soviet dictator. The consensus of the historians is that Lenin’s successor put to death or imprisoned several million people. That his victims were more numerous than Hitler’s. In this column we shall deal only with a comparatively minor (on Stalin’s scale) delict: the Katyn extermination of Polish officers, many thousands of them. After Russian president Eltsin handed to Lech Walesa the original order, dated 5 March 1940, to kill all the Polish officers and opposers of communism who were in Soviet hands, no historian nor politician can deny the terrible truth that found in Andrzej Wayda, the director, a tragic witness with his film Katyn.

However many facts are emerging that public opinion still ignores, or is only slowly becoming aware of. For instance, that the British and American governments were informed of the extermination of rightists in Poland since 1942, if not before. Two years later a group of British diplomats signed a secret declaration to the effect that their conscience forbade them to cover said crime for the sake of the war alliance with Moscow. But of course the official position of Washington and London remained unchanged during WW2- the USSR was a brave and noble ally, a stalwart of the glorious crusade against Hitler. President Roosevelt firmly prohibited the divulgation of any news on Stalin’s ‘purges’ and other atrocities, begun in 1923 and become paroxysmal after 1936. The Allied intelligence was perfectly informed of said crimes.

Consequently, after reconquering Smolensk in September 1943, Moscow felt permitted by Washington and London to announce that “the German aggressors had exterminated thousands of Polish officers at Katyn”. No US or British objection was advanced to the Soviet chief prosecutor of the Nurnberg process including the Katyn massacre in the indictment of the German defendants.

But the Machiavellian sheltering ordered by Roosevelt started to end with the president’s death, on April 12, 1945. His successor Harry Truman, whom Roosevelt had handpicked a few months earlier, narrated in his memories that he first thought of reversing the entire filoSoviet policy of the late president while he stood in the Union Station of the capital, waiting for the arrival of the funeral train with the coffin of FDR. Ten days later Truman was recording in his diary “our deteriorating relations with the Soviets”. He instructed Harry Hopkins, the intimate advisor of Roosevelt and Moscow’s best friend in Washington, “to make clear to Uncle Joe Stalin that I knew what I wanted”.

The truth was that the man of the New Deal mistrusted the western coalition’s chances to really prevail on Germany and Japan that deemed it mandatory to save from defeat and reinforce stalinist USSR. President Truman judged that the Soviet Union would have collapsed in 1942 without the immense supplies sent by Roosevelt.

In other words, immediately after the Commander in chief died, the government and the people of the U.S. totally repudiated the war alliance with Russia. Roosevelt had lied to America and to the world on Katyn and on all other Soviet crimes, in order to please Stalin. The FDR’s judgment and policy were suddenly turned upside-down. Stalin became the arch-enemy and a cruel monster, a murderer no less ferocious than Hitler. The USSR appeared as hostile to the West as Carthage was to the imperial republic of Rome. FDR and Churchill had better not suffocated the truth on Katyn and on the Stalinist regime.

However the British war premier was swift in changing his mind on the Russian tyrant: it was he who proclaimed with his Fulton, Missouri, speech the start of the Cold War. For many years on, a third planetary conflict was a terrible menace on humanity- contrary to FDR’s delusions.

Anthony Cobeinsy

ROOSEVELT ED ALTRI MACELLAI DI POPOLI

L’impostura della guerra democratica

E’ abbastanza corta la lista comunemente accettata dei guerrafondai “immediati”, cioè che presero le decisioni finali e irreparabili, nel Novecento. Guglielmo II; gli austriaci Berchtold e Conrad von Hoetzendorff, qualche altro ministro o maresciallo; i governanti giapponesi dalle guerre a Corea e Cina a Pearl Harbor; Adolf Hitler; Mussolini. Venti, trenta persone. Cento anni di conflitti fecero forse cento milioni di morti, devastazioni anche spirituali e politiche senza numero, ma gli altri responsabili, quelli non compresi nel breve catalogo di cui sopra, tutti assolti. Amnistiati. “Collocati nelle circostanze”. Legittimati dall’amor di patria che li travolgeva, dai doveri di monarchi o reggitori, dai meriti soverchianti di altre loro opere, dalla ragion di Stato. Chi coronò l’edificazione nazionale, chi respinse l’aggressore, chi costruì il socialismo, chi cercò di tenere insieme un impero, chi abbattè regimi totalitari per far trionfare la democrazia e il capitalismo, chi liquidò il colonialismo. Tutti perdonati. Guerrafondai, secondo la consuetudine, solo i Venti o Trenta: con uno smisurato sovrappiù di biasimo per coloro che vennero sconfitti.

Invece le cose non stanno così. E’ vero, quasi tutti gli statisti della storia fecero guerre, e quelli che conseguirono la gloria ne fecero più degli altri. Non possiamo considerarli tutti macellai di popoli. Solo coloro che misero tutto l’impegno di cui erano capaci, tutta l’intelligenza e l’energia, nel convogliare le masse nella mattanza dei conflitti.

Quando credevamo esistere le “guerre giuste” , esoneravamo da colpe coloro che le muovevano: per difendere la patria, per vendicare torti, per conquistare o riconquistare territori, per espandere commerci e industrie. Addirittura esaltavamo quanti bandivano crociate ideologiche: rivoluzione, conservazione, libertà, fascismo, antifascismo, i sacri destini nazionali, le conquiste proletarie, il resto.

Oggi dobbiamo rinnegare tutto ciò, senza alcuna eccezione. L’uomo individuo deve esercitare come mai in passato il diritto di vivere e di non uccidere. Deve rifiutare non solo di morire, anche di soffrire nelle trincee, per la Patria, per la Libertà, per il Socialismo, per l’Antisocialismo. Se la minaccia delle corti marziali e dei plotoni d’esecuzione continuerà a costringere l’individuo a combattere, sarà criminale sopraffazione dello Stato Moloch, non il nobile esercizio di civismo di cui si parlava in passato. La figura dell’eroe spontaneo resterà entro certi limiti ammirevole. Ma l’eroismo non dovrà più imporlo la bandiera, l’allineamento ideale, la solidarietà di classe, ogni altra impostura. Mandare in guerra chi non sia militare professionale, cioè mercenario, non è più un diritto dei governanti. Chi muoverà guerra ipso facto si macchierà facto di crimini contro l’uomo.

In queste pagine parleremo solo di alcuni tra i tanti guerrafondai inspiegabilmente assolti, nonostante il sangue che fecero scorrere. Raymond Poincaré, nel 1914 presidente della Repubblica ma in realtà dominatore della politica estera della Francia. Sergei Dimitrovic Sazonov, al momento di Sarajevo ministro degli Esteri dello Zar e anch’egli egemone, come Poincaré, delle tragiche decisioni che -nel campo dell’Intesa- fecero esplodere la Grande Guerra (senza di quella, il secondo conflitto mondiale non sarebbe venuto, o sarebbe stato un’altra cosa. Forse la Russia non sarebbe diventata bolscevica, forse l’Italia non sarebbe diventata fascista. Certo senza la sconfitta e senza Versailles mai i tedeschi si sarebbero dati a Hitler, perché Hitler non sarebbe sorto).

Parleremo anche di Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti, il quale volle la sua nazione in guerra benché nessun nemico la minacciasse. In realtà volle lanciare l’America come la superpotenza che ancora non era, e in ciò precorse i suoi successori più scopertamente imperialisti, F.D.Roosevelt e Bush junior.

Prima di raccontare il guerrafondaio peggiore e più fortunato di tutti, F.D.Roosevelt appunto, segnaleremo la malazione finale dei capi del comunismo spagnolo. A Franco saldamente insediato al potere coll’irresistibile vittoria del 1939, ritennero di lanciare una “Resistencia armada”, che come movimento guerrigliero non aveva alcuna prospettiva, e infatti non agì, ma fece alcune migliaia di morti nel nome della Rivoluzione. Man mano che lo Stato franchista si dimostrava imbattibile, i contadini e altri proletari aiutarono a sterminare i partigiani.


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