COME CHIAMEREMO IL NEOCOLLETTIVISMO CHE DOVREMO DARCI

Morto nel disonore il comunismo, e assodata al di là di ogni dubbio l’irrilevanza delle varie famiglie del sinistrismo gauchiste, resta che l’avvenire è di una variante migliore del collettivismo. Dovrà essere opposta a quelle leninista e maoista, dovrà ispirarsi all’egualitarismo fraterno del convento, della gilda o del kibbuz. Senza la svolta neocollettivista non è concepibile alcuna delle bonifiche e delle opere di giustizia che la società attende, in Occidente come nell’Islam e altrove: ridurre a poca cosa i divari tra i redditi e le condizioni, cioè cancellare i miserabili come i veri e propri ricchi; attaccare i privilegi della proprietà, l’idolatria della crescita, la divinizzazione dell’impresa; azzerare gli abusi dell’alto mandarinato (manager pubblici e privati, top burocrati, generali) e delle professioni indecenti (politici, sindacalisti scervellati, campioni sportivi, stilisti di moda e simili). Solo la disciplina, e anche la coercizione, di un neocollettivismo ancora da progettare realizzeranno le bonifiche e le opere di giustizia. Non farà le une e le altre la sinistra convenzionale a ‘la Repubblica’: è insincera e buona a niente.

Il problema è non solo configurare questo neocollettivismo del futuro, ma anche come chiamarlo. La categoria di comunismo è definitivamente fuori gioco. Il comunismo realizzato  e quello fantasticato dagli ultimi mohicani (intellettuali con arteriosclerosi, cineasti male aggiornati, energumeni antagonisti, etc.) darebbero la certezza assoluta che mai la giustizia trionferà (e mai si spegnerà l’odio dei popoli che provarono lo stalinismo). La parola ‘socialismo’ è usurata all’estremo e in più, specialmente in Italia, Spagna e persino Francia, è sconcia. Per poterla pronunciare a tavola o in presenza dei bambini essa va accompagnata da un altro termine, p.es. socialismo del kibbuz o del convento, guild-socialism e simili.

Al suo inizio ‘Internauta’ richiamò gli apporti di Rodolfo Mondolfo al concetto di socialismo non leninista, cioè umanistico, e quelli di Ramiro de Maeztu al Guild Socialism (sorto in Gran Bretagna quale alternativa al fabianesimo; quest’ultimo si evolse nel Labour, presto ministeriale, liberista e satellite degli USA).  Qui, un anno dopo, segnaliamo con rispetto il ‘socialismo humanista’ di Fernando De los Rìos. Egli fu personaggio storico parecchio più di Rodolfo Mondolfo, che anch’egli voleva il socialismo, anzi il comunismo, libero e amico dell’uomo. Luogotenente di Pablo Iglesias  (fondatore nel 1879 del movimento socialista spagnolo,  incarcerato otto volte, Iglesias fu socialista di una razza opposta a quella dei Craxi, Felipe Gonzales, Blair, Schroeder, Zapatero), De los Rìos fu cofondatore e ministro importante della Repubblica del 1931. Durante la Guerra civile operò quale ambasciatore a Parigi e a Washington a favore della causa repubblicana. Cattedratico di filosofia politica in vari atenei, anche americani, resse brevemente quale rettore l’università di Madrid. Con Juliàn Besteiro, fu il maggiore esponente della tendenza riformista nel partito socialista e nel governo repubblicano. Nel suo nome si riassume il ‘Socialismo Humanista’.

Come vent’anni fa scriveva Elias Diaz, cattedratico a Madrid, “nulla fu più distante dal pensiero ‘humanista’ di De los Rìos dell’economicismo e del meccanicismo derivati dalle interpretazioni positiviste del marxismo”. Rifiutava di prendere la lotta di classe -quale era  nel suo tempo, violenta e persino armata- come valore e centro dell’etica socialista. E mai ammise una proprietà sociale/statale senza libertà. Lo spirito e l’esempio di De los Rios siano, anche sul piano teorico, un modello per l’oggi”.

“El humanismo -puntualizzava il professore Elìas Diaz, se vincula a una doble participaciòn: en las decisiones y en los resultados (…) Junta al Renacimiento, y sin confusiòn con el, la Reforma religiosa del cristianismo serà otra fuente inspiradora del humanismo di De los Rìos. En alguna ocasiòn se autoconfesò ‘cristiano erasmista’ (…) Pero Fernando De los Rìos se declara, sin mas, ‘no marxista’: no acepta, en principio, a Marx, por considerarlo (via Kautsky)  positivista”.  Da ministro della Repubblica come da teorico accademico, De los Rìos avversò il massimalismo della sinistra socialista (poi passata al comunismo) e invece caldeggiò la collaborazione con le forze centriste. Mai rinunciò alla coerenza socialista: “Capitalismo e umanismo sono antitetici”.

Ecco dunque una possibilità in più per chi voglia dare un nome al corso neocollettivista che l’avvenire ci promette, e che le malazioni passate e presenti ci vietano di chiamare socialista. Alle opzioni “kibbuzsocialismo”, “guild socialism” e “socialismo del convento” si aggiunge -nel nome di Rodolfo Mondolfo e di Fernando De los Rìos- “socialismo umanista” o “social-umanismo”.

A.M.C.

RODOLFO MONDOLFO, NOSTRO RIFERIMENTO

Tra le malattie che hanno ucciso l’idea socialista e quella comunista primeggiano la voracità ladra degli appaltatori della prima, la ferocia dei gestori della seconda. Sapere questo non spegne il rimpianto di quando esistevano alternative all’ipercapitalismo, oggi esso stesso in cattiva salute.

Come ci disgustano, da una parte, la disonestà e disinvoltura del craxismo, del felipismo spagnolo, del blairismo, e dall’altra l’arroganza, il settarismo, l’inumanità, l’autolesionismo praticati da Lenin a Togliatti, da Thorez e dalla Ibarruri a moltitudini di intellettuali opportunisti, così ci cresce dentro l’ammirazione per le grandi figure del socialismo umanitario. Primo, Rodolfo Mondolfo il cui magistero abbiamo evocato nelle poche righe di presentazione di “Internauta”, un mese fa.

Col fratello Ugo Guido, anch’egli lavoratore nella vigna di Critica Sociale, Rodolfo ebbe la grandezza di contrapporsi immediatamente ai campioni del marxismo autodistruttivo: non solo Lenin e Stalin, anche il falso profeta Gramsci e il serpino Togliatti, poi i centomila sicofanti che schernivano il socialismo etico dai caffè di St.Germain, dalle terrazze romane, dalle tavole rotonde e dai teleschermi del sinistrismo insincero. Nel 1920 Gramsci rimproverava a Mondolfo che il suo amore per la rivoluzione fosse ‘grammaticale’ e irrideva alla ‘pedanteria professorale e pantofolaia che pretendeva di fissare limiti alle rivoluzioni’. Non avrebbe scritto, il fondatore de “L’Unità”, che il partito comunista doveva “prendere il posto, nelle coscienze, della divinità o dell’imperativo categorico”; così allineandosi a Stalin e a Zdanov?

Decenni dopo il tardobolscevico di rito milanese Lelio Basso sosteneva ancora che la causa primordiale della dittatura leninista-stalinista era stata ‘la minaccia di schiacciamento’ da parte delle potenze capitaliste, non il feroce imbarbarimento del Partito e la sua ‘funzione dominatrice’ sulle masse. Per quasi un secolo gli intellettuali ‘di tendenza’ (compresi i tanti che si erano adattati assai bene al fascismo) avevano insultato gli assertori alla Mondolfo di un socialismo per l’uomo, non per il Partito. E insultarono ancora quando, morto Stalin, il sistema moscovita continuò a stroncare con le armi a Poznan a Berlino a Praga a Budapest la velleità delle masse di rivendicare le loro esigenze reali.

L’uomo-Comintern Palmiro Togliatti pontificò che nel campo sovietico esistevano . Legioni di scrittori pittori registi di casa nostra inneggiarono a tali ridicole fandonie e vituperarono le invocazioni umanistiche di ogni possibile Mondolfo.

Conosciamo la fine ignobile/grottesca del comunismo. Peraltro ai combattenti dell’ideale si può addebitare di non aver capito fino a che punto il trionfo del capitalismo avrebbe fatto turpe l’anima ai socialisti. Non era mai accaduto che i portatori di una grande causa si trasformassero così fulmineamente in corruttori e in ladri. Forse i boys di Craxi e di Felipe Gonzales non furono più ladri di tanti luogotenenti di Aznar e Berlusconi; ma almeno questi due ultimi condottieri dell’ipercapitalismo non avevano e non hanno alcun obbligo di moralità. E nemmeno ne ha Tony Blair con la sua ricchezza spudorata e la sua livrea di casa Bush-Cheney. I Mondolfo, i Kautsky, gli Otto Bauer non seppero misurare né la forza corruttrice del benessere consumistico, né la tenuità etica di molti che si dicevano socialisti. Ed ecco Fernando Savater, brillante intellettuale spagnolo, rivendicare oggi (come il Niccolò Machiavelli ammiratore di Cesare Borgia): “I politici non hanno bisogno della morale”.

Oggi ‘socialista’ è una parola da non pronunciare a tavola. Semmai si potrà parlare di ‘semisocialism’ o ‘halbsozialismus’, evitando la lingua italiana e quella spagnola. Resta, anzi grandeggia, la dignità del comunismo umanistico additato dal visionario-realista Rodolfo Mondolfo. Per questo andremo ripubblicando qualche scritto antico di quest’ultimo. La nostra sodale Laura Lovisetti Fuà, nipote dei fratelli Mondolfo, ci ha passato alcune loro vecchie carte.

Nato a Senigallia nel 1877, il ventiquattrenne Rodolfo Mondolfo insegnava la storia della filosofia all’università di Torino, dove restò quattordici anni. Fu poi professore a Bologna 24 anni, in Argentina 12. Morì lì nel 1976. Negò l’imperante interpretazione materialistica del marxismo, che egli invece caratterizzò come filosofia attivistica e umanistica. Questa concezione liberale mise al centro di opere quali Il materialismo storico in F. Engels, di un secolo fa, e Sulle orme di Marx, del 1919. Nella filosofia antica rilevò, al di là degli schemi tradizionali, problemi e intuizioni del mondo contemporaneo.

Già nel 1919, poco più di dodici mesi dall’Ottobre rosso, Mondolfo vide con chiarezza inesorabile che il comunismo non poteva che essere dittatura, della classe dominante non del proletariato; e che sarebbe stato odiato e abbattuto dal popolo, anzi dai popoli. Si pensi a quella forma esasperata che fu il maoismo della Rivoluzione culturale. In Cina ha avuto luogo, per reazione, la più gigantesca palingenesi della storia: dalla persecuzione di chi, contadino possessore di un bue o professore di politecnico, era un ‘capitalista da schiacciare’, all’apoteosi finanziaria di oggi, che la Cina è arbitra della solvibilità dell’America sua debitrice. Anche questo era nell’analisi-profezia di Rodolfo Mondolfo.

Vivesse oggi, il loico veggente di Senigallia, forse saprebbe dirci se moriremo di ipercapitalismo. Forse ci insegnerebbe come riproporre una prospettiva di disincantata socialità, dopo 170 anni di errori e di tradimenti che hanno stracciato il concetto stesso di sinistra. Nei suoi limiti, la dottrina sociale di Leone XIII è sopravvissuta ben meglio del marxismo-leninismo trionfatore a chiacchiere, anzi a menzogne.

A.M.C.