USA: TITANI FILANTROPI E NANI DEL MALAFFARE

Che lo spirito dell’America appartenga ai ‘common men‘ è un articolo di fede di non pochi parolieri di Broadway e di Tin Pan Alley.
Nel 1942 un grande musicista, Aaron Copland, compose una ‘Fanfare for the Common Man‘ che è una delle creazioni più amate dal paese dei miti, diciamo così, realizzati. Tuttavia non furono propriamente ‘common‘ i pionieri e i fuorilegge della Frontiera: né lo furono i titani del denaro che verso la fine dell’Ottocento dominarono l’esplosione industriale.
Alcuni di essi furono non solo ‘poco comuni’, ma anche straordinariamente dissimili dai loro pari d’Europa e di altri continenti. Parliamo di una specie umana tra le più rare al mondo: quella dei filantropi estremi, sorta autoctona nel bizzarro reame degli ultraricchi a stelle e strisce.

John Davison Rockefeller fu mandato a ventunanni nei campi petroliferi della Pennsylvania a capire se avevano un potenziale commerciale.
Fino a quel momento il grezzo veniva imbottigliato in flaconi con la scritta ‘Genuine Petroleum‘, e vantava di curare un certo numero di patologie.
Nel 1859 cominciò a essere distillato in kerosene, e si aprì l’era degli idrocarburi. Il giovane di cui trattiamo tenne per sè l’intuizione del futuro, visto che presto avviò una piccola raffineria a Cleveland nell’Ohio.
A trent’anni creò la Standard Oil Co. of Ohio, comprò altre 25 raffinerie e un triennio dopo risultò dominare tutto il settore americano della raffinazione, carri cisterna e oleodotti compresi. Il Nostro fu probabilmente primo tra i ricchissimi a decidere, verso i sessanta, che tanto ben di Dio andava condiviso. Alla fondazione che istituì col proprio nome assegnò 530 milioni di dollari per la ricerca medica.

Andrew Carnegie, altro uncommon man, cominciò dal niente e quando fu miliardario prese ad assegnare fondi giganteschi a università, ospedali, parchi pubblici, auditorii e a tremila biblioteche. Alla moglie e ad una figlia che gli sopravvissero lasciò relativamente poco: considerava sbagliato arricchire troppo la famiglia. Si fece molti nemici e detrattori, ma il suo disdegno verso la ricchezza ereditata era genuino, e naturalmente non era condiviso.

Gli eredi dei titani del business misero ogni impegno nell’ostentazione.
Per esempio decisero di far nascere un luogo esclusivo per i loro soggiorni estivi sull’Atlantico. A Newport, Rhode Island, si aggregarono residenze sontuose modellate su quelle della massima nobiltà. Il curioso è che si compiacevano di chiamare le loro Versailles con nomi alla mano, graziosi e non altisonanti, come ‘cottages‘.

Quella dei Vanderbilt risaliva a un fondatore, primo nome Cornelius, il quale aveva cominciato come capitano di un traghetto che collegava Manhattan a New Brunswick.
Pervenne a possedere una flotta di mercantili e di transatlantici, alcune ferrovie ed altro. Dette il suo nome ad una università a Nashville, Tenn., ed ebbe la fortuna di un figlio fattivo che seppe raddoppiare i soldi ereditati.
Il cottage di Newport era ornato di arredi che costarono il quadruplo rispetto all’edificio. Ricevette la visita di un cognato dello Zar di Russia, il quale dichiarò di non aver mai visto tanto lusso. Ad un certo pranzo gli invitati furono esortati a servirsi da un vassoio di rubini, diamanti e zaffiri. Nei bui sweat-shops (opifici tessili) di New York lavoravano alle prime macchine da cucire, sedici ore di fila, ragazzini pagati $1,20 al giorno.
Non prima del 1914 la paga media delle fabbriche raggiunse i $2,40 al giorno (ma presto Henry Ford quadruplicò, perché le maestranze potessero comprarsi la T Model). Per non parlare del milione di contadini irlandesi che la ‘potato famine‘ aveva ucciso nel triennio 1845-48.

John Pierpont Morgan imperatore di Wall Street aveva una faccia feroce, dominata da un muso da caimano. Invece aveva studiato a Goettingen, fu un raffinato intenditore, riempì la Morgan Library a un angolo di Madison Av. di opere d’arte, libri e manoscritti antichi di gran valore.
Possedette o controllò fortune così gigantesche da poter rilevare i beni di Andrew Carnegie re dell’acciaio e far nascere la U.S. Steel, massima tra le corporations siderurgiche del mondo. Finanziò Stati sovrani impegnati in guerre o in smisurate opere di pace, nutrì milioni di profughi.
Soprattutto resse la finanza americana con i fondi e il prestigio del governatore di Banca Centrale che gli USA non avevano. Più di una volta intervenne col denaro proprio e con quello delle banche che gli obbedivano per scongiurare crolli rovinosi. Da solo salvò il credito della città di New York, minacciato dalle banche londinesi.
Con un colpo di audacia straordinaria salvò la riserva aurea del U.S. Treasury emettendo bonds per 65 milioni di dollari. Solo il presidente Theodore Roosevelt, arcinemico dei trust e di quelli che chiamava i malfattori della ricchezza, ebbe il coraggio e i mezzi costituzionali per abbattere un monopolio che J.P. aveva organizzato su tutti i trasporti tra i Grandi Laghi e il Pacifico.

Nel secolo XIX gli Stati Uniti conobbero crisi, anche sociali, e dure fasi recessive: ma la bonanza durò per ventinove anni nel Novecento. Un segnale premonitore venne nel 1928, quando il presidente Cavin Coolidge annunciò che non si sarebbe candidato per la rielezione. Si intuì che incombevano tempi neri. Era stato vicepresidente di Warren Gamaliel Harding, non però implicato nelle malefatte di vari personaggi di quest’ultimo.
Quando Harding morì, la notizia raggiunse il vicepresidente che si trovava nella casa paterna, nel Vermont. Il genitore era un ‘notary public‘, così fu lui che raccolse il giuramento del figlio di ‘proteggere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti’. Il figlio era arrivato così in alto perchè era piaciuta la sua ‘dottrina’ da governatore del Massachusetts in merito a un’agitazione sindacale dei poliziotti di Boston: “Il diritto di mettere a repentaglio la sicurezza non spetta a nessuno, mai, in nessun luogo”. Gli americani amarono questo presidente così tranquillizzante, dopo i passaggi sgradevoli della presidenza Harding.

L’America aveva scelto Warren Gamaliel Harding nel 1920, dopo gli otto anni nervosi, e anche luttuosi di Woodrow Wilson, il precursore dell’impero planetario di F.D. Roosevelt. Warren G. non aveva particolari qualificazioni politiche, ma il suo era il look dello statista ‘normale’ e non esagitato o messianico come Wilson. Il regno di Harding fu più o meno discusso quanto quello di Grant, che la storia ricorda sia come comandante supremo unionista nella Guerra di secessione, sia come capo di un’amministrazione inquinata dai fatti corruttivi. Un ministro e altri dignitari di Harding saccheggiarono il denaro pubblico eludendo a lungo i sospetti della gente. Un amico del presidente fece due anni di carcere. Un suo Attorney General dovette distruggere le proprie carte bancarie al momento d’essere processato. Il Segretario all’Interno si fece pagare per dar via parte della riserva di petrolio del governo federale. Il capo del FBI si prese un sostituto che era stato condannato per omicidio. La figlia di un ex presidente definì in termini blandi Warren Gamaliel Harding: ‘Non è cattivo, è solo inetto’. Insomma il congegno istituzionale degli Stati Uniti non fu sempre esemplare come predica l’atlantismo demoplutocratico.

Antonio Massimo Calderazzi

UNA VOLTA ALLA CASA BIANCA IL GRANDE GRANT LA DETTE VINTA AL MALAFFARE

Riflettendo sui due mandati compiuti da presidente degli Stati Uniti (1868-76) Ulysses S. Grant, supremo comandante di quell’esercito nordista che vinse la Guerra di Secessione, confessò che agli inizi ignorava tutto del mestiere di governare. Immaginò che gli elettori lo avessero votato in quanto uno che aveva trionfato in un conflitto così aspro (620 mila caduti) era affidabile come gestore della cosa pubblica. E invece Ulysses S. Grant non risultò molto meritevole del pregiudizio benigno.
Per cominciare, gli storici Ernest R.May di Harvard e John W. Caughey di UCLA scrissero che alla Casa Bianca il generale si fece catturare dalla mala logica dello ‘spoils system’: “Si circondò di amici, parenti e professionisti della bassa politica (a parte Hamilton Fish, un segretario di Stato di prim’ordine). Gli bastò che i collaboratori lo ubbidissero alla lettera come facevano gli ufficiali durante la guerra, mentre era chiaro che non pochi della sua Amministrazione agivano male”.

A sette mesi dall’insediamento, un suo cognato aiutò due finanzieri senza scrupoli, Jay Gould e James Fiske, a fare insider trading in grande. Quando se ne rese conto il presidente reagì, ma il male era fatto e un Black Friday restò come una macchia. Anche perchè in quei giorni un’inchiesta del New York Times mise a nudo la corruzione nelle autorità di New York City: con altri malfattori di Tammany Hall il boss William Marcy Tweed “sifonò 200 milioni di dollari dal Tesoro municipale” (a quell’epoca la terra nel West si poteva comprare a 1,5 dollari l’acro- n.d.r.). Qualche tempo dopo (1870) i magnati del business ricorsero a Grant perché scongiurasse un verdetto della Corte Suprema pregiudizievole per certe loro operazioni; il generale presidente li accontentò nominando due nuovi giudici supremi, due grossi avvocati delle onnipotenti ferrovie. ‘Packing the Court’ si chiama così la dubbia consuetudine della Casa Bianca di fare infornate di amici nel sommo palladio della democrazia. Nei suoi quattro mandati il patrizio Franklin Delano Roosevelt si avvalse largamente della singolare prerogativa di ‘equipaggiare’ la massima magistratura.
Non ci fosse stata la prerogativa, il New Deal avrebbe fatto ben poca strada.

Grant non esitò a tentare di annettere la Repubblica Dominicana utilizzando per il negoziato un suo emissario, dunque ignorando il prestigioso segretario di Stato. Invece Hamilton Fish riuscì a trattenere il marziale presidente dall’anticipare di vari anni la guerra con la Spagna (la quale verrà nel 1898). Gli spagnoli avevano catturato la nave corsara ‘Virginius’ fucilando 53 pirati, alcuni dei quali americani di cittadinanza.
Il signorile Hamilton Fish si contentò di un indennizzo ( 80 mila dollari) a favore di vedove e orfani dei fucilati. Invece il generale presidente ce la fece ad ottenere una specie di diritto d’opzione sulle isole Hawaii: non sarebbero mai state cedute ad altra potenza.
Altri scandali: personaggi dell’Esecutivo e del Congresso si compromisero col Crédit Mobilier, chief contractor per la Union Pacific Railroad, nonché con distillatori clandestini di whiskey che avevano frodato il Fisco per milioni di dollari. E nel 1876 il Segretario alla Guerra accettò tangenti per assegnare un ‘trading post’ in territorio indiano controllato dal’Esercito. Nel giudizio degli storici succitati, l’unico merito della tarda presidenza Grant fu che ridusse le prepotenze dell’occupazione militare nel Sud sconfitto: soprusi ai danni dei bianchi umiliati.

Messa così, va detto che un secolo fa l’istituzione monarchica salvò forse lo Stivale da una presidenza del maresciallo Cadorna che magari sarebbe piaciuta al parlamentarismo repubblicano. E’ vero che le vittorie di Luigi Cadorna e di Pietro Badoglio furono meno smaglianti di quelle di Ulysses S.Grant. In realtà probabilmente nessuno dei detti marescialli avrebbe abbagliato le menti e i voti degli italiani.
Oggi poi non rischiamo un capo con molte stelle: come condottieri non abbiamo che un Armani, un Carlo DeBenedetti e un supermanager calcistico di cui ignoro il nome.

Antonio Massimo Calderazzi