Manuel Azagna, paradosso della storia spagnola

Il Regno di Felipe VI e il mondo hanno assistito senza troppa angoscia all’agonia della Terza repubblica di Catalogna, uno Stato ‘sovrano’ vissuto per poche ore. La Prima, del 1931, non durò di più; la Seconda, del 1934, sopravvisse una notte e fu seguita da vari processi. Tra gli arrestati ci fu Manuel Azagna, non molto prima presidente del governo: non era stato custodito in carcere, bensì a bordo di una nave militare alla fonda. Carles Puigdemont, momentaneo padre della Catalogna, ha dovuto rassegnarsi a non fare nemmeno lo statista in esilio.

L’aspirazione ‘nazionale’ di metà scarsa dei catalani è stata liquidata dalla generale consapevolezza che né la storia, né il futuro amano i micropatriottismi. Meno che mai può amarli un paese, la Spagna, che fu grandissimo e che ottantuno anni fa fu dilaniato dalla guerra civile. Con un po’ d’ottimismo possiamo dire che il sentimento di fondo degli spagnoli è stato ipotecato ‘per sempre’ dall’orrore del 1936 e del quarantennio che gli seguì. Con le sue consegne nazionalistiche Carles Puidgemont è un ambizioso Nessuno, a confronto coi protagonisti della tremenda tragedia spagnola. Il più sfortunato, o enigmatico, o paradossale tra tali protagonisti fu Manuel Azagna, secondo e ultimo presidente della Repubblica di Spagna, nata il 14 aprile 1931 e spenta dalla vittoria militare di Francisco Franco.

La parabola di Manuel Azagna fu strana. Nato nel 1880, di famiglia agiata, al momento della fine della monarchia borbonica (1931), non dominava affatto la scena spagnola. Era uno dei molti che avevano portato avanti, più o meno efficacemente, l’opposizione ad Alfonso XIII, ai suoi ministri e notabili. Azagna si era segnalato, oltre che come drammaturgo di modico rilievo e letterato di pochi lettori, come segretario esecutivo dell’Ateneo madrileno, un organismo culturale non un’istituzione universitaria, come il nome farebbe pensare. Aveva vinto un concorso per funzionario di concetto di un ministero.

Nel 1914, esplosa la Grande Guerra, Azagna fu tra gli scervellati fautori di un intervento spagnolo a fianco dell’Intesa (fu sventato da un premier conservatore, Eduardo Dato, poco dopo ucciso da un anarchico). Azagna voleva una guerra assurda perché era un ammiratore incondizionato della Francia, in particolare delle glorie e istituzioni militari francesi. Il militarismo repubblicano d’oltre i Pirenei era per il Nostro un insuperabile modello politico e tecnico.

Non doveva avere riflettuto abbastanza sulla disastrosa sconfitta francese del 1870 per mano della Prussia di Bismarck. Bastarono due giornate campali per annientare l’esercito che, sulle glorie napoleoniche, si credeva il più potente d’Europa; per provocare la fine del Secondo Impero, la caduta del Napoleone minore, la Comune parigina coi suoi diecimila morti e infine la nascita della Troisième République, destinata a finire nel 1940 per gli sfondamenti dei feldmarescialli di Hitler.

Finita nel 1930 la dittatura di Miguel Primo de Rivera – insolitamente bonaria, popolareggiante e appoggiata dal partito socialista, allora un partito di onesti – le elezioni dell’aprile 1931 segnano la fine della Monarchia, la proclamazione della Repubblica, l’insediamento di un governo provvisorio di soli esponenti repubblicani: uno di essi è Manuel Azagna, di colpo rivelatosi oratore trascinante.  Autore di uno studio sulla politica militare francese e membro di una delegazione spagnola invitata da Parigi durante la guerra a visitare il fronte, Azagna viene catapultato a ministro della Guerra. In quella carica l’uomo di teatro e di convegni riesce a prendere misure talmente energiche -momentaneamente sottomettendo l’establishment militare- che alla prima crisi ministeriale (14 dicembre 1931) raggiunge il vertice: presidente del governo. La Spagna scopre in Azagna l’incarnazione dello spirito repubblicano e laico.

Il Nostro capeggia una compagine di radicali e di liberalprogressisti. Pur non essendo un oltranzista dell’anticlericalismo -altri esponenti lo superano in volontà di abbattere il potere sociale della Chiesa- Azagna si caratterizza come il condottiero della svolta borghese a sinistra: è sua l’affermazione “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.

Tuttavia ora che domina la nazione il Nostro non riesce a operare riforme e svolte di portata paragonabile a quelle attuate in ambito militare. Attua pressocché niente -con lui gli altri leader repubblicani- sul nevralgico fronte della riforma agraria, il fronte che esigerebbe le misure più audaci a favore dei contadini senza terra, proletari affamati che posseggono solo le loro braccia. Nelle regioni del latifondo e della monocoltura cerealicola, specie Andalusia ed Estremadura, i braccianti politicizzati dagli anarchici  -il loro movimento è lì il più forte al mondo- tentano di ottenere la spartizione della terra. Invece il programma avviato sotto Azagna è esiguo, lento, pressoché nullo. Esplode il ribellismo contadino, anche armato.

Ad esso il capo del governo progressista reagisce con inattesa durezza: almeno una volta autorizza le forze di repressione a sparare sui rivoltosi delle campagne: sparare ‘al ventre’, per uccidere. Le priorità di Azagna sono altre: sono il trionfo della repubblica e della laicità, sono la razionalizzazione delle strutture; non il riscatto delle plebi agricole, non la terra ai contadini. Risultato, una fase di conflitti violenti che fa scorrere molto sangue nel primo biennio repubblicano. L’immagine giacobina e radicale di Azagna si indurisce al di là delle previsioni. Il regime si dimostra incapace di difendere la pace sociale; Azagna che lascia incendiare le chiese e moltiplicarsi i conati di tipo rivoluzionario risulta la personificazione di tale inettitudine repubblicana.

Nell’autunno 1933 il governo progressista perde le elezioni politiche. Le destre, cattolici e monarchici in testa, intraprendono a disfare dal potere le riforme repubblicane. Per i progressisti respinti all’opposizione è il ‘bienio negro’. I fatti del 1934 sono particolarmente gravi: insurrezione dei minatori asturiani (che sanno adoperare la dinamite), tentativo di secessione della Catalogna. Manuel Azagna dà qualche appoggio al secessionismo, viene arrestato e processato, però assolto. La sua stella appare al tramonto.

Invece nel febbraio 1936 il letterato dell’Ateneo che è sembrato addomesticare i militari trova la forza di portare alla riscossa la coalizione progressista, ora chiamata Frente Popular: Azagna è di nuovo capo del governo. Anzi si sente abbastanza demiurgo da ottenere la deposizione del capo dello Stato, Niceto Alcalà-Zamora, e da farsi eleggere al suo posto. Ebbene da quel momento il prodigio di autoasserzione che è entrato nel palazzo dei re smette di esercitare un ruolo politico. Affida il governo a suoi fidi, Santiago Casares Quiroga prima, José Giral dopo, e si mette a fare il re merovingio, che non governa né regna. Meno che mai il capo dello Stato fa qualcosa per sventare l’insurrezione dei generali e la Guerra Civile. Dal 17 luglio 1936 al trionfo finale di Francisco Franco l’uomo che incarna la Repubblica è come inesistente. E’ il paradosso Manuel Azagna.

Al vertice della Spagna assalita dai generali agiscono i capi di governo che si succedono -Giral, Largo Cabalallero, Negrin-, agiscono personaggi politici minori, agiscono i capi comunisti, agiscono emissari e sicari di Stalin: non Manuel Azagna che era stato  il dominus della Nazione. Piuttosto Azagna scrive: scrive pagine in genere intelligenti o alate, rivolte soprattutto a un assiduissimo e penetrante diario.  Inoltre scrive quotidianamente a un suo confidente e cognato, Cipriano Rivas Cherif, uomo talmente intrinseco del presidente da suscitare una tenace leggenda su una omosessualità del capo dello Stato.

L’altro impegno grosso di Manuel Azagna mentre la Spagna si uccide è di curare i propri lavori letterari, in particolare di far rappresentare e recensire le cose per il teatro; e poi di autoanalizzarsi; di giudicare, quasi sempre sprezzantemente, altri personaggi; di ascoltare Beethoven e altri sommi; di contemplare e descrivere paesaggi; di coltivare fiori. Questo soprattutto fece il padre della Repubblica nell’intero corso della Guerra Civile.

Ecco l’enigma, o il paradosso, Manuel Azagna. Inspiegabile l’ascesa, dal modesto intellettuale che era. Inspiegabile il settarismo esasperato da capo del primo biennio del regime. Inspiegabile la nullità dell’azione politica dal momento della conquista del vertice assoluto all’epilogo drammatico di riparare sconfitto in Francia. Passò la frontiera a piedi -non era ancora dimissionario- confuso nella fiumana di fuggiaschi e di sconfitti che scampavano alla ferocia del vincitore.

E’ quasi sicuro che, insolitamente intelligente com’era, considerò persa la guerra civile sin dal primo momento; comunque dal momento del massacro della caserma madrilena della Montagna, prima delle stragi belliche compiute dalla sua parte (manco a dirlo, ci furono altrettante atrocità dei ribelli). Tuttavia, come fece zero per scongiurare lo ‘Alzamiento’ dei generali, fece poco di utile per favorire una pace di compromesso allorchè quest’ultimo era ancora possibile, cioè quando il trionfo di Franco era probabile ma non sicuro.

Negli ultimi mesi della guerra, dopo che l’esercito repubblicano si era svenato nella terribile battaglia dell’Ebro, Azagna provò a fare vane ‘avances’ diplomatiche all’estero, all’insaputa del capo del governo e dei suoi consiglieri sovietici. Il premier Juan Negrin voleva la prosecuzione ad oltranza della guerra: secondo lui le potenze occidentali sarebbero presto entrate in guerra coll’Asse, quindi “non avrebbero permesso” la vittoria finale del Caudillo. Negrin in realtà non poteva fare molto affidamento su una salvezza, ad opera delle democrazie occidentali, della repubblica amata dalla sola Urss (più il Messico per quel che valeva).

Conclamato il trionfo di Francisco Franco, Manuel Azagna deve rifugiarsi in Francia passando la frontiera a piedi, confuso tra gli sconfitti. Morirà a Montauban l’anno dopo, portando con sé il mistero del Carneade divenuto statista brillante e inutile.

A.M. Calderazzi

Fodella sul coma della democrazia rappresentativa

Per quel che ne so, l’economista Gianni Fodella dell’università statale di Milano, autore su Internauta di “Riflessioni sull’arte di governare”, ha fatto un percorso di conversione che si avvicina a quello di Agostino, futuro vescovo di Ippona in Numidia.  Questi passò da una convinta militanza nella fede di Mani al cattolicesimo romano, anzi ambrosiano. Fu il grande Ambrogio a convincere e a battezzare Agostino. Le  spoglie del vescovo di Ippona riposano a Pavia nella chiesa, cara a Dante Alighieri, di san Pietro in Ciel d’Oro.

Non è sicuro che Ambrogio fece trionfare in toto la verità spegnendo in Agostino la fede manichea. E’ invece sicuro che l’insegnamento evangelico, così lineare, dovette imporsi per razionalità oltre che per pregnanza sugli affreschi cosmogonici del persiano Mani. L’insanabile contrapposizione manichea tra i due principi assoluti, il Bene e il Male, era molto incisiva, ispirò più di un’eresia medievale e potrebbe persino riaffiorare. Tuttavia si può capire che il figlio del decurione romano e di Monica sia rimasto incantato dalla semplicità del messaggio cristiano.

Il sistema religioso manicheo, così vicino al pensiero gnostico, la faceva un po’ troppo difficile coi tentativi della Materia di impadronirsi della Luce, coi ruoli della Madre dei Viventi, dell’Uomo primigenio, del Nous che risale in Cielo, del corpo e della psiche che restano prigionieri, del principio buono che crea l’universo per liberare le particelle celesti catturate dalla materia e per separare la luce dalle tenebre. Forse ad Ambrogio bastò leggere ad Agostino il Discorso delle Beatitudini e il futuro vescovo di Ippona diverrà il più amato tra i Dottori della Chiesa, maestro anche dei protestanti. Sarà agostiniano Martin Lutero, ricostruttore del Cristianesimo. Non per niente gli storici cattolici parlano di una “scia protestantica” dell’agostinismo.

Gianni Fodella, che c’entra? C’entra in quanto anch’egli, come Agostino, ha accettato di convertirsi. Un tempo, magari lontano, anche il nostro economista credeva che la democrazia delle urne, dei parlamenti e della naturale leadership dei politici eletti, dei professionisti della rappresentanza, fosse il Sistema obbligato per l’Occidente. Invece il suo scritto recente su Internauta segna l’elaborazione di un pensiero diametralmente opposto.

“Governare non è un mestiere” ha scritto Fodella. Può governare chiunque possegga le virtù del padre di famiglia e del buon cittadino. Il voto alle elezioni non stabilisce chi è probo e capace. Neanche gli studi fatti e il lavoro svolto sono decisivi: per rappresentare il popolo occorrono soprattutto buon senso, capacità di ascoltare e anche modestia, in una parola umanità. Bisogna diffidare della capacità di parlare in pubblico: il governante non deve possedere le doti del piazzista. Dunque il governante deve essere un cittadino indicato dal caso. La professione del politico di carriera va cancellata.

Un cittadino indicato dal caso: è il cuore della conclusione maturata da Fodella e da altri a valle della secolare appartenenza di quasi tutti al furfantesco pensiero unico della rappresentanza. La rappresentanza è il congegno che espropria la sovranità dei cittadini e la consegna ai mestieranti della politica e ai mandatari dei gruppi d’interessi. L’uguaglianza tra i cittadini e la loro sovranità si realizzano solo se si può essere sorteggiati per governare. Quando Atene era capitale della civiltà occidentale un coltivatore di ulivi veniva spesso sorteggiato a fare l’arconte.

Venticinque secoli dopo, e nelle circostanze di un mondo tiranneggiato dalla complessità, è giocoforza peraltro attenuare la purezza talebana dei principi egualitari, la quale produrrebbe guasti. Quindi è verosimile che un giorno la democrazia del sorteggio riduca drasticamente sul piano dell’operatività le dimensioni della Polis sovrana: p.es. da 60 a un milione di cittadini sovrani.

Un milione sono anche oggi in Italia i professionisti della politica, dal portaborse del consigliere di zona al notabile in chief che siede al Quirinale: ma nella democrazia del futuro saranno sorteggiati, non espressi dalla frode elettorale; più ancora, agiranno per tot mesi, senza possibilità di riconferma, non a vita.  Decisori e gestori operativi, compensati modicamente e spogliati di ogni privilegio, assiduamente controllati dagli altri cittadini sovrani pro tempore, nonché dal referendum permanente di tutti quei cittadini ‘anagrafici’ che vorranno e sapranno agire on line, potranno malversare e rubare assai meno che oggi. Avverto che le ipotesi di cui agli ultimi tre paragrafi sono mie, nell’ambito naturalmente del principio del sorteggio.

Il nostro economista riflette che passare dalla rappresentanza truffaldina al sorteggio è sì un’utopia, ma è da realizzare o almeno da avvicinare. La politica dell’Occidente si basa oggi sulla menzogna, sulle enunciazioni disoneste, su programmi sempre disattesi (anche in quanto non esistono più i progetti sociali e i partiti hanno perso ragion d’essere). Si impone il teatro della politica, e gli attori che hanno sostituito le leadership tradizionali sono, dice il Nostro, parassiti senza scrupoli, non meno rapaci e prevaricatori degli aristocratici di un tempo.

Fodella ha abiurato la fede di un tempo lontanissimo, quando il parlamentarismo era un ideale; oggi non potrebbe essere più screditato e odiato. Ma come Agostino da Ippona trovò ad accoglierlo un popolo già immenso, Fodella sa di imbattersi una miriade di volte in formulazioni tipo la sola alternativa al regime dei partiti e dei professionisti delle urne è la democrazia semi-diretta. Poiché quest’ultima è impossibile se le popolazioni sono immense, è giocoforza il sorteggio, che ridimensiona la Polis ai numeri dell’Atene del V secolo a.C.

Dunque il popolo potenziale dei fautori del sorteggio è vasto. Se il ‘ritorno ad Atene’ non appare vicino è in quanto la rappresentanza ha una magagna in più: tiene i cittadini rassegnati alla sudditanza nei confronti dei Proci usurpatori, meritevoli dell’arco possente di Ulisse.

Antonio Massimo Calderazzi

Un saggio inedito di Tolstoj invita all’insubordinazione politica. Anche oggi.

Guerra e Rivoluzione, un saggio di Lev Tolstoj del 1906 ancora praticamente inedito, è stato recentemente pubblicato, a cura di Roberto Coaloa, da Feltrinelli. Sarebbe più giusto definirlo un pamphlet per la forza e rilevanza sociale dei temi trattati. Le estreme riflessioni politiche di un Tolstoj ormai vicino alla morte, hanno lasciato all’umanità una visione di pace, di fratellanza e insieme di insubordinazione verso il potere politico che resta, più di un secolo dopo, inattuata e magnifica.

Di che Guerra e di che Rivoluzione si parla? La guerra è la sanguinosa ed inutile guerra russo-giapponese del 1905 e la rivoluzione è la prima delle tre rivoluzioni russe che si aprì con la cosiddetta krovavoe voskressen’ie, la domenica di sangue: il 22 gennaio 1905 un’intera piazza che manifestava pacificamente si lasciò mitragliare e sciabolare senza alzare un dito.

Tolstoj, profondamente scosso dagli eventi, affida alla penna le sue ardenti verità. Si tratta di un Tolstoj estremista, pacifista non violento, vegetariano, lo stesso che ingaggiava profondi dialoghi epistolari con Gandhi-al Mahatma proprio l’ultima lettera mai scritta da Tolstoj- e che si opponeva alla violenza persino sugli animali, figlia, come la violenza sugli uomini, della stessa perversione: “finche ci saranno mattatoi, ci saranno campi di battaglia”.

Nell’ottobre del 1905 scrive sul suo diario: “la rivoluzione è al suo culmine. Si uccide da entrambe le parti. La contraddizione, come sempre sta nel fatto che con la violenza l’uomo vuole frenare, arrestare la violenza”. Questa è la summa dell’etica tolstoiana, che tanto influenzò lo stesso Gandhi. Lo scrittore austriaco Stefan Zweig riassume l’etica di Tolstoj dicendo che egli riformula la parola evangelica “non resistere al male” e le dà questa interpretazione creativa “non resistere al male con la violenza”. Solo così il messaggio cristiano potrà davvero venir realizzato, spezzando, come dice René Girard, il meccanismo mimetico che obbligherebbe l’uomo a rispondere a violenza con altra violenza.

Il mondo non è come dovrebbe essere, questo è il punto di partenza di Tolstoj in questo inedito saggio. Uomini che non si conoscono e che non hanno motivo di farlo si massacrano, spinti a farlo da istituzioni fittizie quando, nella realtà, non esiste alcun buon motivo per compiere alcuna guerra. Come Rousseau, Tolstoj sembra chiedersi come sia possibile che l’uomo, nato libero, ovunque sia in catene, oppresso da forme di potere di volta in volta più diverse, più sottili, ipocrite, invisibili. Non importa che abito si metta il potere, assoluto, democratico, teocratico o laico: nulla di buono per i popoli potrà mai uscirne. Le forme sociali cambiano ma i rapporti fra gli uomini restano invariati “come un corpo che nella sua caduta cambia la sua posizione, mentre la linea che segue il baricentro, il centro di gravità resta invariabile”. E ancora insiste Tolstoj: “lanciate un gatto da un’altezza: può rigirarsi su se stesso, avere la testa in alto o in basso, il suo centro di gravità non uscirà dalla linea di caduta. E la stessa cosa dei cambiamenti delle forme esteriori della violenza governativa”.

Evidente lungo tutto il saggio è la profonda avversione che Tolstoj nutre verso i governi e l’autorità politica in qualsiasi forma essa si manifesti. Secondo il grande romanziere russo, l’umanità è talmente avvezza all’errore, a pensare che i governi come gli stati siano necessari che non s’accorge che da tempo, forse da sempre, essi sono un superfluo male:“…lavorando essi stessi alla loro servitù, poiché credono alla necessità dello stato, gli uomini fanno come gli uccelli che, davanti alla porta aperta delle loro gabbie, restano dentro le loro prigioni, un po’ per abitudine e un po’ per conoscenza della libertà”.

Le sue riflessioni sull’irredimibile ingiustizia di ogni autorità e della necessaria perversione di chi possiede ed esercita il potere restano questioni fondamentali. Le tante, articolate autorità che governano oggi il mondo, sono esse legittimate? Sono addirittura necessarie? E come fare per portare a termine quello che Locke chiamò l’appello al cielo, come liberarsi dal tiranno ingiusto, corrotto, incapace e tornare allo stato di natura? Non con la violenza ci dice Tolstoj, né, tantomeno, con vani tentativi di riforma: ogni uomo che dovesse toccare la mela d’oro del potere si corromperebbe. Solo l’unione pacifica ed egualitaria dell’umanità, che Tolstoj vede come il vero destino del mondo, potrà restituire l’uomo al proprio cammino cristiano.

Il rifiuto di obbedire al governo e di riconoscere i raggruppamenti artificiali in stati deve portare l’uomo “alla vita naturale piena di gioia e tutta morale delle comunità agricole sottomettendosi ai loro regolamenti, comprensibili a tutti e risultanti dal mutuale consenso e non dalla costrizione”. Non è un caso che la comunità agricola, su cui Tolstoj insiste con forte commozione, in russo si dica mir, che vuol dire anche mondo e, ancor più importante, vuol dire pace. Allora, tornati allo stato di natura, nessuna autorità e nessuna violenza sarà più necessaria poiché l’autorità deriva dal peccato originario (stavolta terrestre), e cioè l’appropriazione della terra con le differenze economiche –e quindi i conflitti- che ne sono derivati: “Colui che da solo possiede delle decine di migliaia di ettari in foreste ha bisogno di protezione quando vicino a lui milioni di uomini non hanno la legna per scaldarsi”.

Lo stato e l’autorità sono insomma ontologicamente ingiusti, perché nati e strutturati per assoggettare tanti a vantaggio di pochi. Sembra di sentire Marx, ma Tolstoj va oltre le classi e parla all’umanità intera.

Libertà, Uguaglianza e Fratellanza, valori cosi miseramente calpestati dalla storia, sono ancora gli ideali giusti e lo resteranno fino a che non verranno realizzati, ma, insiste Tolstoj, realizzarli con la violenza renderà vano, un’altra volta, il tentativo.

I potenti di oggi sono immuni da quest’errore? La presunzione dell’occidente di aver raggiunto la migliore forma di gestione del potere, dei soldi, della terra, degli uomini ci pone di fronte alla solita domanda scomoda: davvero si può esportare un modello, anche il migliore modello politico ed economico, senza compiere violenza sul prossimo? Chi dà il diritto ad una fittizia struttura statale di violare una reale libertà e una vita, di imporle tasse ingiuste, spesso di rubare, di condannare a morte? Quale meccanismo perverso autorizza, giustifica e addirittura loda un sistema di questo tipo? La salvaguarda della vita e dei diritti fondamentali secondo la classica letteratura politica da Hobbes in poi. Per Tolstoj invece queste sono menzogne colossali e la necessità dello stato è una superstizione fasulla. “Come vivremmo-si chiede- senza essere assoggettati a nessun governo?”

“Come viviamo oggi ma senza le bassezze che commettiamo a cagione di questa orribile superstizione. Noi vivremmo lo stesso ma senza togliere alla nostra famiglia il prodotto del nostro lavoro; non più sotto forma di tasse di diritti di dogana che servono solo alle cattive azioni; noi non parteciperemmo più agli arresti della giustizia, alla guerra, né a qualsiasi altra violenza che commette della gente completamente sconosciuta a noi”.

Il libro di Tolstoj, che copre, oltre all’analisi politica riportata, temi morali religiosi e storici, colpisce per la grandezza del pensiero, anche se a tratti risulta impossibile, estremo, utopico.

Ma l’utopia è necessaria per qualsiasi progetto umano e politico, come ricorda lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano con queste belle parole:

“Lei è all’orizzonte. […] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare.”

Tolstoj ci aspetta, secoli davanti nel nostro cammino comune e questo libro ne è una fortissima, vivida testimonianza.

Raimondo Lanza di Trabia

Per la lettura: Guerra e Rivoluzione di Lev Tolstoj, (2015 Feltrinelli, p.177)

IL TERRORE DEL 1793 E QUELLO INCRUENTO CHE COMPETEREBBE A MATTEO RENZI

Dove vi siete nascosti, perché siete ammutoliti, voi che credevate nella risanabilità del Sistema? Voi che avevate orrore dei giustizialismi, che confidavate nei passi graduali, nella terapia delle urne,  nell’indottrinamento civico, nella mobilitazione dei progressisti, nei girotondi, nei festival del libro, nei ritiri per studiare il pensiero di Rodotà? Ora che avete le prove assolute che la Repubblica nata dagli eroismi assassini della Resistenza, e salvata dalla saggezza del Colle succursale di Capitol Hill, è il porcile dell’Occidente?

Dopo le retate di Venezia, Milano-Expo, Genova et cet., dopo lo scoperchiamento di tutte le fogne,  le Regioni, le Asl, i grandi e piccoli appalti, ogni altro bubbone e pustola della democrazia capitalista; dopo la recidivazione delle parate militari, con Frecce tricolori; dopo il rifiuto da impeachment di mitigare lo sfarzo di più di un Quirinale; dopo gli ammutinamenti disgustosi alla Rai al Senato al Cnel; dopo le miriadi di vitalizi delinquenziali e di casse integrazione a decenni; dopo i raddoppi del vassallaggio a Obama; dopo le conferme che il malaffare repubblicano si aggrava: continuate a nutrire fiducia, o arrossite? Gaetano Salvemini, che chiamava  malavita il giolittismo, che direbbe della Geenna per la cui perpetuazione Napolitano, stalinista pentito cioè ribollito, vuole più spese militari?

Sapete per certo che il fattore Renzi, straordinario come potrebbe ancora risultare, quasi nulla potrà contro i mali più antichi di un contesto unethical come il nostro. Dovesse come Eracle riuscire in tutte le fatiche e attuare tutti i piani, il miglioramento sarebbe esiguo: visto che le sue imprese dovrebbe compierle nel quadro della legalità, Costituzione, prassi consolidate, altari della patria, feste 2 giugno, corazzieri, corti supreme, autorità di garanzia,  codici, burocrazie, sindacati, conquiste del buonismo. E d’altronde, se Renzi fallirà,  nessun altro personaggio della repubblica di Benigni e Galan farà il poco che con Renzi è verosimile.

Da tutto ciò che deriva? Che per le novità dirompenti occorre, appunto, la rottura. La frantumazione della legalità. Non solo di quella costituzionale, formale, anche di quella materiale che fa la vita di tutti i giorni. Un tempo si diceva ‘verrà la Rivoluzione’. Oggi la rivoluzione è un filamento di lampadina bruciata. Meglio parlare di demolizione controllata, di fatto tellurico da scala Mercalli bassa.

La legalità codificata nel 1948 dai giuristi del CLN protegge il Grande Reato. Va azzerato l’assetto per intero, vanno stracciate la Carta e l’Alleanza atlantica, cancellati i diritti acquisiti (cominciando da quello di proprietà), immolati o umiliati i partiti, i sindacati, le lobbies, le corporazioni. Vanno decimati da vivi i burocrati, i generali, i boiardi. Queste cose non le permetterà la legalità dell’Europa dei catasti immobiliari e delle banche; forse bisognerà uscirne, accettando le inevitabili perdite di Pil, assuefacendoci a tornare alle ristrettezze d’anteguerra.

In assenza della Grande Guida, chi persuaderà il popolo ad esigere le cose grosse? Qui avete ragione voi che idolatrate la rappresentanza elettorale, voi che detestate la prospettiva -sicura- che presto o tardi la civiltà politica delle urne morirà, sorgerà la democrazia diretta selettiva. Avete ragione in questo: se l’antropologia è come è da millenni, noi il popolo siamo solo un po’ migliori degli oligarchi ladri. Il fatto è, peraltro, che noi il popolo siamo sessanta milioni, dunque non riusciamo singolarmente a fare il male degli oligarchi. L’imperativo dell’ora, l’emergenza, è di azzerare gli oligarchi, i Proci banchettatori, non di raddrizzare le gambe dei cani, non di cambiare gli stivalioti. Per questo ci vorranno i secoli.

Nell’immediato va abolita la professione politica, chiudendo le  urne.  E va decimata la burocrazia: un dirigente e un funzionario su dieci estratti a sorte, destituiti e confiscati dei beni, prima dei rinvii a giudizio: perché gli altri nove capiscano. I colpiti che i processi potranno dichiarare innocenti riceveranno indennizzi, ma non grande cosa. Una fase di incruento Terrore è indispensabile. Quello del 1793-94 ghigliottinò 42 mila francesi, compresi  i suoi inventori Danton, Hébert, Saint-Just, i fratelli de Robespierre. Il Terrore che spetterebbe a Renzi manderebbe ai campi di lavoro e spoglierebbe di tutto 42 mila italiani, uno più uno meno, tra eletti del popolo sovrano, faccendieri, imprenditori tangentisti, sindacalisti intransigenti, eccetera. In più, un mezzo milione di pesci piccoli perderebbero appartamenti, redditi plurimi, sistemazioni tipo Rai per i figli.

Se Matteo Renzi, intimidito dal Primo Presidente della Casta e dalle fatwe di Zagrebelski, non agirà alla grande (ma, avendo moglie e figli, non faccia come quel maggiordomo del principe di Condé, che si  uccise per il rimorso di non aver servito al suo signore il piatto preferito. Piuttosto vada anch’egli a Capalbio  a studiare il pensiero di Rodotà). Se Renzi, dicevamo, non agirà, chi opererà il Grande Sconquasso, il Redde Rationem annunciato dal Vangelo (Matteo XII, Luca XVI), dall’Epistola ai Romani e dagli Atti degli Apostoli?

L’insurrezione spontanea di popolo no, al massimo premierà i Proci di altre fazioni- le urne sono fatte così. Invece funzionerà un 25 Aprile 1974 portoghese, un Putsch di ufficiali giustizialisti/nasseriani-alla-1952. Non vi piace? Allora fate voi progressisti diplomati a Weimar. Anzi a Madrid, quando rantolava la repubblica del ‘No Pasaran!’

A.M.C.

I ‘VESPRI SICILIANI DUE’ ESIGONO UN ALTRO 25 LUGLIO 1943

Gli opinionisti importanti hanno smesso di disprezzare l’antipolitica. Ne sono costernati. Anticipano che la coprorepubblica andrà dove addita la Sicilia. Non dicono ancora abbastanza apertamente che, se i Vespri Siciliani del 1282 massacrarono gli occupatori francesi, scacciarono quelli che non scannarono e dettero l’isola a Pietro III d’Aragona, i Vespri del 2012 hanno avviato il crollo del sistema finora tenuto in piedi dagli ukase omertosi della Corte costituzionale. Come vedremo a parte -v. in questo Internauta “Almeno la rivoluzione menscevica di Michele Ainis”- l’unico autentico difensore del regime è un demolitore, Ainis.

Al grido da Vespri “Non resta che la rivoluzione”, Ainis propone di consegnare una delle Camere a cittadini “scelti a caso dal sorteggio”. Lo chiamiamo l’unico difensore del regime in quanto, se il 9 giugno 1940 una congiura avesse abbattuto Mussolini e scongiurato l’intervento in guerra, oggi il potere fascista festeggerebbe i 90 anni, e i tromboni della democrazia, da Scalfari in giù, avrebbero fatto carriere tutte fasciste. Anche perché il Regime degli orbaci neri avrebbe operato aperture qua e là, alla Caudillo e alla Fraga Iribarne. Ainis salva sul serio la Casta ingiungendole di mollare metà del Parlamento e di accettare in parte il sorteggio al posto delle elezioni, spogliatrici della sovranità popolare.

A valle dei casi di Sicilia gli editoriali d’allarme e i commenti luttuosi sono centinaia. Dicono che il crollo della partecipazione al voto è una sciagura, però arrivano a suggerire che la gente non voti alle politiche, perché non voti per Grillo. Danno per certo nel 2013 il 20% alle 5 Stelle, con conseguenti ingovernabilità e default. Un opinionista perfido ha aggiunto al 53% di astenuti un 7%, più o meno, tra schede messe nelle urne, però bianche o nulle (queste ultime, in genere, lardellate di maledizioni e oscenità all’indirizzo dei bonzi della democrazia); sicché i nemici dichiarati del sistema raggiungono in Trinacria il 60%. Ma allora, diciamo noi, andrebbe contabilizzato il mare di elettori che hanno sì votato, ma turandosi il naso, trattenendo il vomito e in più odiando i padroni da cui non hanno il coraggio o il senno di affrancarsi. Risulterà così una percentuale di fautori della partitocrazia non molto lontana da quel 4-5% che rilevazioni di alcuni mesi fa accreditavano alla classe  politica.

Non facciamoci accecare dall’ottimismo. L’Al Capone collettivo che delinque dal potere non è ancora finito a Sing Sing. I nostri parlamentari hanno ancora il vitalizio dopo un solo mandato. Quelli con venti e trenta anni di carica sono altrettanti Cresi del denaro scroccato o rubato. C’è ancora, eccome, il pericolo che mettano uno di loro al Quirinale. Non illudiamoci che siano le urne a liberarci. Per ora non ci rimane che leggere con finta compunzione gli opinionisti che difendono l’ordine costituito (però si preparano a inneggiare all’eversione).

“Il senso perduto dell’emergenza” si intitola l’editoriale di P.L.Battista (Corriere 31 ottobre). Deplora: “I partiti non hanno capito che un astensionismo rivendicato così esteso è un segnale di rivolta. Che siamo prossimi al ripudio globale. Che manca pochissimo per raggiungere il livello più basso della credibilità dell’intero sistema dei partiti (…) Essi stanno diventando la fabbrica del qualunquismo nazionale, di un disprezzo tanto globale. In Sicilia si è rotto un tabù. Finora l’astensionismo è stato visto come disaffezione contenuta. Ma in Sicilia la disaffezione ha voluto parlare. L’ultima chiamata: ecco il messaggio siciliano”.

Elenco dei trapianti d’organi che Battista prescrive per allontanare la fine: ‘ridurre al minimo i finanziamenti ai partiti; ridimensionare le Province; calmierare le spese delle regioni; fare una legge elettorale decente’. Abbiamo così la prova che anche Battista, alla testa dei Giornalisti-per-il-Vecchio, ha perso il senso dell’emergenza. Il suo cataplasma è tardivo, e forse non ci sarà. La ‘legge elettorale decente’ varrà meno di zero per fermare il banchetto dei Proci. Il peggio non sarà scongiurato. La situazione resterà quella della vigilia dello sbarco nemico in Sicilia. Michele Ainis, solo ipovedente in una terra di ciechi, addita la salvezza in una prima rottura vera, in un ripudio della Costituzione-manomorta: “Non resta che la rivoluzione”.

Il Colle e i Monti potranno sforzarsi di accontentare alquanto P.L.Battista (non Ainis) ma nulla più, e falliranno. Per salvare la ‘loro’ repubblica dovrebbero almeno trovare il coraggio cui si costrinsero re Vittorio e Badoglio il 25 luglio 1943: correndo rischi, arrestarono Mussolini. I Due che gestiscono a Roma dovrebbero arrestare i capi e vicecapi della Nomenclatura; salvare a sorteggio 200 parlamentari e deporre tutti gli altri. Dovrebbero affamare le Istituzioni fermando ogni pagamento a loro favore. Per prudenza dovrebbero allertare i corpi militari più efficienti. In ogni caso dovrebbero agire nella certezza che il Paese esulterebbe, che i gerarchi spodestati si accoderebbero. Andò così il 26 luglio 1943: sollievo, tripudio generale. Non un ‘moschettiere del Duce’ osò qualcosa. Non un uomo di ‘Repubblica’ protesterebbe. Forse Santoro & Lerner fuggirebbero; forse no.

A.M.C.

COME SOPRAVVIVERE SENZA FUTURO

Dice Donatella Viti, che lavorò in un rinomato ufficio studi: l’Italia non ha più un futuro. Anzi l’Europa. Per qualcuna delle nazioni europee, forse Viti si dispera troppo. Per lo Stivale, chissà. Sono morti tutti gli imperi grandi, perché non potrebbe morire l’improvvisata prosperità degli Eighties craxiani?

I filosofi della storia dicono che i popoli non muoiono, e magari hanno ragione. Però non è detto che vivano sempre nelle circostanze migliori. Le plebi campavano negli stenti ai tempi gloriosi di Ottaviano Augusto. Oggi sono plebe (agiata) la maggior parte degli italiani (il 99% degli americani, dicono quelli di Occupy Wall Street). Non è escluso che le masse dell’Occidente ex-padrone del mondo debbano un giorno adattarsi a vivere del poco, come al tempo di Ottaviano, come a quelli Belle Epoque di Parigi quasi-capitale della finanza internazionale.

Vivremo dunque, ma non necessariamente come oggi, quando quasi non circola più un’utilitaria e quando una coppia che lavora in fabbrica non scende mai sotto i 30 mila all’anno, confortevoli per qualsiasi focolare plebeo. Non sarà un dramma. Sono superflui la maggior parte dei nostri consumi. Se invece la regressione alla vita semplice ci apparirà una sciagura, allora sì ci attendono giorni grami.

Il lavoro sarà di relativamente pochi, dunque perderà la sua egemonia. Tutti gli altri dovranno mangiare senza lavorare. Neanche questo sarà un dramma, purché la società si converta in una compagine di sopravvivenza, nella quale agli ultimi sia assicurato il minimo. Fattori oggi imprevedibili costringeranno a grossi arretramenti i ceti del privilegio spinto, oggi pervenuti a guadagnare quanto cinquecento lavoratori manuali o altrettanti borghesi proletarizzati. Nessuno sa quali fattori risulteranno coercitivi, anzi rivoluzionari, ma la probabile rottura della pace sociale avrà chiari effetti livellatori.

Una cosa sembra certa: il travaglio attuale di questo capitalismo -seguirà probabilmente un capitalismo diverso- non farà risorgere la mummia del marxismo-leninismo. Sarà perfettamente vano richiamarsi a Rosa Luxemburg, a Stalin, Gramsci, Togliatti, Dolores Ibarruri; sarà vano esaltare le glorie della lotta partigiana -tutte lampadine fulminate che non danno più luce. Questo capitalismo forse va verso la fine, ma chi lo spegnerà non assomiglierà agli antagonisti che conosciamo.

Le fedi religiose, finora rifiutate o snobbate come agenti del cambiamento sociale, potranno essere la rivelazione giustizialista di un avvenire non troppo remoto. Se si metterà in movimento, questo inedito giustizialismo attingerà una forza straordinaria da millenni di conati, di avanzate e di sconfitte del senso religioso del vivere. In ogni caso si alimenterà di un bacino sotterraneo profondissimo di aspirazioni millenaristiche. E’ per la mancanza di questa ‘riserva strategica’ che tutti i movimenti rivoluzionari laicisti e materialisti sono caduti e sono destinati a non rialzarsi.

Forse la Donatella dell’incipit vede giusto: non abbiamo più il futuro di una volta. Ne abbiamo un altro, sorprendente.

l’Ussita 

LA CONGIURA DEI CATILINI

Lucio Sergio Catilina, il Congiurato per antonomasia, non aborrì il governo di Cicerone – suo mortale avversario; grande avvocato e uomo di lettere ma politico un po’ alla Prodi- tanto quanto lo scrivente disistima la repubblica oligarchica nata dalla Resistenza e cresciuta nelle tangenti. Eppure il suddetto scrivente, quando da Wall Street arrivò la crisi che oggi ci costerna, fu talmente fesso da prevedere: questa volta sarà diverso, la nostra classe politica farà un gesto, mostrerà di voler condividere i sacrifici e gli sgomenti dei suoi elettori. Si limerà alquanto gli introiti, i privilegi, i fringe benefits, i vitalizi in tempo reale. Sergio Rizzo, sommo esperto con G.A.Stella del saccheggio dei politici, stima a 3 miliardi il costo del Parlamento +Quirinale. Tutta la politica, 23 miliardi secondo la ricerca UIL.

Invece zero. Anzi hanno accettato senza riluttare gli ulteriori incrementi retributivi imposti ex lege dalle scale mobili più amiche -dei presidenti di cassazione, dei contrammiragli, dei protonotari, degli arciciambellani. Anche volendo, hanno spiegato, non potremmo rifiutare. Accettare era, e sarà, atto dovuto.

Né io scrivente fesso né voi intelligentoni ci aspettavamo leader e Mosé così sfrontati. Credevamo avrebbero destinato uno zero virgola % ad opere di carità: orfani degli annegati nel Mediterraneo, vittime di Fukushima o semplicemente carta igienica per i nostri asili. No. Zero. Forse che Al Capone si autoriduceva gli incassi?

Ciò è OK in termini di legge. Però non si lamentino, gli Al Caponi che siedono nei centomila seggi e poltrone della repubblica sorta dal sangue dei partigiani+fascisti e dallo stress degli avvisi di garanzia, se in ogni contrada dello Stivale sorgeranno piccoli Catilini ad odiare le Istituzioni e i loro gerarchi. Lucio Sergio Catilina fu sconfitto e ucciso in battaglia dalle parti di Pistoia. I molti Catilini sentiranno di vendicarlo sognando per i loro politici -quando verrà il Giustiziere, ed essi tripudieranno- campi di lavoro, fili spinati e ranci disgustosi. Con confisca dei beni, quasi tutti profitti e furti di regime.

Catilina jr

FERRARA RIMPIANGE BUSH

Una ricetta semplice per l’Egitto in fiamme

Di fronte all’Egitto che brucia molti trattengono il respiro e i più si interrogano perplessi sul da farsi: uomini di governo, opinionisti, uomini della strada attenti alle cose del mondo. E si spiega. La posta in gioco è alta e nessuno sa cosa ci aspetti dietro l’angolo. Tutti si affannano a consultare i veri o presunti esperti, che però raramente sono anche profeti e quindi, di regola, non azzardano pronostici circa gli ulteriori sviluppi e l’esito finale di un incendio peraltro non meno imprevisto del crollo dell’Unione Sovietica. Un autorevole settimanale tedesco assicurava, alla vigilia del suo scoppio, che quanto succedeva in Tunisia non poteva estendersi al vicino Egitto. D’altronde, gli stessi esperti dicono tutto e il suo contrario riguardo ad una delle principali incognite della crisi: chi sono e cosa vogliono i Fratelli musulmani: estremisti irrecuperabili o interlocutori accettabili per le forze democratiche locali e per l’Occidente, mosche cocchiere di Al Qaeda oppure no, ecc.

Non tutti, però, hanno solo nebbia davanti agli occhi nè tutti si scervellano per diradarla. Tra chi neppure si preoccupa di appurare come stiano veramente le cose e dove possano andare a parare, avendo già idee chiarissime e ricetta pronta, spicca Giuliano Ferrara. A differenza di Lenin, che ci aveva messo un po’ per rifinire e diffondere il suo “che fare” nella Russia del 1917, il nostro Elefantino ha fulmineamente diramato per l’occasione un ordine del giorno secco e preciso. Gioco facile, per lui, che credevamo avesse avuto almeno qualche ripensamento sugli strumenti da usare negli scontri di civiltà e quindi sull’esempio da seguire: quello di George W. Bush. Di un uomo, cioè, la cui immagine consolidata sembrava ormai quella di uno dei peggiori presidenti americani o addirittura il peggiore in assoluto; e non solo, naturalmente, per i misfatti in politica estera.

Per Ferrara, invece, GWB resta un modello ineguagliabile, protagonista di una “grandissima presidenza di guerra”, l’unico capace di “contrastare, combattendo, la deriva di una grande civiltà”, così diverso dall’imbelle Carter, da Reagan, persino da Bush papà, che colpì Saddam ma non seppe finirlo, e da Clinton, che non disdegnava il ricorso alla forza ma la usò per difendere i musulmani bosniaci e albanesi dai serbi cristiani. Senza sottilizzare troppo e apparentemente in preda a repentina angoscia (nonostante i grandi successi di GWB), Ferrara scrive che “bisogna fare in fretta perché il contagio dell’Umma islamica è frenetico, incalzante” e “nell’irresponsabilità imperiale degli USA comincerà un altro ciclo di guerre e sangue, ma stavolta con l’Occidente dialogante, a mano tesa cioè insicuro di sé, in posizione di impotenza conclamata”.

Ed ecco allora la ricetta: “bisogna sperare che Obama inverta la diplomazia della mano tesa e del ritiro dal Grande Medio Oriente, affidando al generale Petraeus, al Pentagono, al Dipartimento di Stato, al National Security Council, alla CIA la definizione immediata di una nuova proposta strategica per l’ordine internazionale minacciato”. In altri termini, predisporre un’altra bella guerra preventiva a dispetto dei conclamati fallimenti della più parte di quelle anche non preventive intraprese dagli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale; la vittoria maggiore è stata quella pacifica sull’URSS.

Mentre si apprestano ad abbandonare l’Irak ad un destino quanto mai incerto e verosimilmente anche l’Afghanistan, in mani di sicuro non amiche, gli Stati Uniti, per di più economicamente indeboliti, dovrebbero dunque innescare di propria iniziativa un nuovo “ciclo di guerre e di sangue”. La cosa sembra non ripugnare, ma è il caso di stupirsene?, neppure al Ferrara crociato sia pure poco fortunato contro l’aborto. Dopotutto, la vita umana sarà anche sacra in tutte le sue fasi, ma resta a preziosità variabile. Se in Irak la popolazione civile è stata falciata a diecine di migliaia, i boys caduti sono appena tremila.

Franco Soglian

LAVORO E’ IL NOME DELLA VITA

L’Egitto e la Tunisia configurano e rappresentano forse il futuro dell’Italia?

Non è escluso, se si tiene conto che il sommovimento (in inglese shaking off, in arabo intifada) che scuote oggi questi paesi trova la sua base soprattutto in un dato, essenziale per il genere umano: la mancanza di lavoro e quindi di reddito.

In Italia la situazione non è arrivata al punto di rottura per tre importanti ragioni: livelli di reddito, sistema pensionistico, dinamiche demografiche.

Non soltanto il tenore di vita medio è qui molto più elevato, ma la previdenza sociale garantisce oggi agli anziani pensioni sufficienti ad aiutare economicamente figli e nipoti. Per questo in Italia non ci rendiamo ancora conto di quanto grave sia la situazione di pericolo che sovrasta il nostro Paese. Se i figli tra i 40 e i 50 anni perdono il lavoro, o ne hanno uno precario e sottopagato, i genitori possono ancora aiutarli, e su questo aiuto possono contare anche i nipoti tra i 20 e i 30 anni. Ma fino a quando? Ancora non per molto, dato che abbiamo dato vita alla previdenza sociale quando eravamo poveri e, ora che siamo ricchi (forse ancora per poco), la stiamo smantellando dicendoci che costa troppo.

E veniamo alla terza ragione, quella demografica. Nel 1963 la popolazione italiana (52,2 milioni) era quasi pari a quella delle popolazioni di Egitto (27,3 milioni) e Turchia (27,8 milioni) messe insieme. La situazione in questi decenni è radicalmente mutata: le popolazioni di Egitto (78) e Turchia (73) messe insieme contano oggi per oltre due volte e mezza la popolazione dell’Italia (60). Si tratta di una massa di persone nel fiore degli anni alla quale non è bastata l’emigrazione per alleviare il carico della disoccupazione in patria. La previdenza sociale inesistente o scarsa e i redditi medi modesti non permettono agli anziani, che sono comunque una
minoranza, di aiutare i giovani. Questi si trovano senza lavoro e non hanno modo di gettare le basi per una vita dignitosa delle loro famiglie. Eppure hanno spesso studiato, con grandi sacrifici loro e delle famiglie di origine, e questo accresce il rancore verso i pochi privilegiati.

Hanno pazientato fin troppo per sfogare la loro rabbia nei confronti di chi li ha governati, e mal governati per giunta. Ma la democrazia, parola che sono costretto mio malgrado ad usare (non ostante abbia ormai perso ogni significato proprio poiché ogni forma di governo si arroga il diritto di dirsi democratica), non basta ad affrontare il vero problema che sta alla base del desiderio in atto di scrollarsi via, di sbarazzarsi (shaking off, intifada) di ciò che non si sopporta più. Ma purtroppo non basta cambiare il governo, dar vita a un altro meno oppressivo per risolvere il problema della mancanza di lavoro.

Nel 1944 W. H. Beveridge definiva l’obiettivo del pieno impiego come “having always more vacant jobs than unemployed men, not slightly fewer jobs” e da qualche decennio i governi hanno di fronte il ben più serio
problema della disoccupazione strutturale di massa. Tuttavia nessun governo ha avanzato serie proposte per farvi fronte, men che meno per risolverlo.

Nel frattempo, avviata silenziosamente ma apertamente da alcuni decenni, la diffusione della microelettronica nella produzione di beni e servizi ha cambiato radicalmente il quadro sociale.

Oggi la ripresa dell’occupazione non può avvenire come in passato grazie ad investimenti adeguati; e se nuovi investimenti vi saranno l’occupazione non potrà che soffrirne, e non invece tornare a crescere come dicono di sperare i nostri politici e come vorremmo credere noi cittadini.

Si incoraggiano i giovani a studiare nelle istituzioni scolastiche fino ai gradi più elevati e molti di noi (quasi tutti) pensano che occorrerà maggiore istruzione per trovare più facilmente lavoro, per essere più
produttivi e quindi meglio remunerati come lavoratori. Il risultato di queste credenze e di questa spinta a privilegiare l’istruzione formale è non soltanto la scomparsa dei mestieri artigiani (una strada segnata
da un lungo e faticoso apprendistato di cui i giovani percepiscono la durezza e che perciò rifuggono) ma anche la formazione di schiere di giovani frustrati nelle loro illusioni di promozione sociale.

La scolarizzazione di base di massa – quella che ha portato la quasi generalità degli abitanti dell’Europa a saper leggere, scrivere e far di conto – è divenuta oggi l’istruzione universitaria di massa. Ma questo vasto e generalizzato consumo di istruzione fino ai livelli più alti non ha portato i benefici sperati. La trasmissione di ogni tipo di conoscenza, fatta in modo che chi la riceve sia poi in grado di applicarla nella sua vita di lavoro, avviene sempre attraverso un apprendistato che può essere più o meno severo. La società di oggi sembra chiedere di meno anche al medico, all’ingegnere, all’architetto, al tecnico di qualsiasi settore. Tutte queste figure possono contare, oggi molto più di prima dell’avvento della microelettronica, su prassi sempre più consolidate che non richiedono scelte individuali, e sull’aiuto di macchine che sembrano in grado di fare tutto da sole. Sembra essere una situazione migliore di quella di prima, dato che richiede molto meno impegno. Tuttavia, l’altro lato della medaglia è rappresentato dallo scarso utilizzo di quelle doti di creatività insite in ogni essere umano e dalla frustrazione che ne consegue.

Che fare? Occorre in primo luogo analizzare seriamente e a fondo la realtà del mondo del lavoro di oggi, che accomuna tutti i sistemi economici, ricchi e poveri. Dobbiamo rassegnarci all’evidenza che mostra come sarà necessario sempre meno lavoro umano per produrre i beni e i servizi che le macchine sfornano, ma vi sono i servizi alla persona di cui vi è un crescente bisogno e che le macchine non possono soddisfare.
Accettare che la formazione non sia delegata alle sole istituzioni scolastiche. Riconoscere apertamente e con i fatti che l’era del mestiere che condiziona per la vita chi lo pratica non ha più ragione di essere e rivedere quindi come complementari i ruoli della formazione scolastica, del tirocinio e del lavoro.

Se la normale giornata di lavoro fosse di 4 ore anziché di 8, la quasi totalità dei posti di lavoro sarebbe alla portata anche dei giovanissimi e delle casalinghe, che potrebbero così contribuire al reddito della famiglia, alleviando nel contempo le responsabilità del capofamiglia, la figura tradizionale intorno alla quale ha sempre orbitato il mondo del lavoro. Si aprirebbero così nuovi orizzonti che permetterebbero agli individui di apprendere e praticare mestieri che non ne condizionerebbero la collocazione nella gerarchia sociale. Tutti potrebbero studiare e lavorare allo stesso tempo, creando così le basi per rendere ciascuno padrone della propria vita e del proprio destino, realizzando così ciò che, con linguaggio non più consono ai tempi, veniva chiamata una vera DEMOCRAZIA.

I popoli del Mediterraneo, per la civiltà di cui si sono nutriti e che hanno donato a una parte rilevante del mondo, per le sofferenze che hanno patito, per le esperienze che hanno accumulato nei millenni, dovrebbero – spinti dalla necessità ma anche dalla volontà – essere i primi a indicare una nuova strada che non si trova nel programma politico di alcun partito ma che i popoli che hanno dato al mondo (e cito soltanto alcune delle arti e delle scienze) l’architettura egizia, la filosofia greca, la matematica e l’astronomia arabe, la musica, la cucina e l’urbanistica italiane sono in grado di percorrere con la tenacia e la determinazione che l’urgenza del problema richiede.

Gianni Fodella
docente
Università degli studi di Milano

INSURGENT ISLAM

With flames of revolution raising high in the skies of the Arab (or Moslem?) universe, we can only contemn the interpretation “populations are struggling for democracy and civil/human rights”. Those populations hate their despicable despots, yes. They will enjoy ‘liberation’ (whatever liberation will mean), of course.

But too many millions have no prospect of work. They know too many facts of corruption, oppression and illegality in public life. They are conscious of too much distance from the lot of the proletarians and the one of the priviledged, including the siblings of people in authority. Probably the majority of revolutionaries would go back to docility, should they be offered a job. Democracy alone promises nothing to them.

But do we risk overestimating the importance of the Islamist factor? We do, in part. Perhaps a great many protesters would not expect to get an income, should fundamentalism triumph. So let’s be cautious in searching for religious motivations. On the other hand, Islam is not religion only. It is a cultural identity and a civilization, is a vast and proud ‘nation’, is the memory of an empire and the longing for revenge. In addition, fundamentalists have historically demonstrated their capacity to meet the basic needs of common people, in many ways. While the prospect of more democracy, more parties, more robber politicians will not impel to rebellion, a great many hungry people will expect something for them from ‘a call to arms’ of their religious leaders or propagandists. A tenet of their faith is social justice, while secularism and modernization announces almost nothing in terms of real, weighty solidarity with the proletarians.

In such a sense any fundamentalist mobilization is, or can be, more relevant than all efforts to conquer minds and hearts to the precepts of the Western political science -free elections. decent parliaments, the approbation of Western diplomats, presidents and media. Daily bread, not democracy or modernity, is the paramount aspiration of most Egyptians, Tunisians, Syrians, Sudaneses, Saudi Arabians, Yemenites, Afghanis and other Moslems.

The clash between secularism and fundamentalism is long a reality of the modern Islam, even in non Arab (or not entirely Arab) contexts as Nigeria or Sudan.The panislamist drive was born in the XIX century as a counteroffensive against the Western colonialism that had subjugated most Moslem countries. Such counteroffensive had several prophets, theorists and leaders. They advanced a variety of doctrines and battle cries. In the Arabian peninsula Muhammad Ibn Abd al-Wahhb (1703-92) preached a very strict adherence to the traditional faith, a one which the Saudi dinasty later adopted. In Afghanistan an intellectual/politician who acquired a large following under the name Jamal al-Din Afghani (but he was born in Persia) became the champion of a Moslem revenge. Egypt is the cradle of the Moslem Brotherhood. Its founder was Hassan ibn Ahmad al- Banna. Born in 1906, he was killed in 1949. A disciple of his, Sayyid Qutb, wrote in a book that social justice had to be the basis and essence of any future Moslem nation. The Nasserist regime executed Qutb for subversive acts (but he was no terrorist). Presently the Brotherwood is the single well organized movement in Egypt. In 1981 an Islamic extremist killed the Egyptian president Anwar es-Sadat, who had signed a peace agreement with Israel.

In eastern Sudan sheikh Muhammad Ahmed proclaimed himself the Mahdi (savior), organized a state and an army that in 1885 defeated the British troops, killed their commander, general Charles George Gordon, and conquered Khartum. Movements and efforts somewhat connected with religious revival, also several jihads, arose in several countries of Africa and the Middle East. In Asia of course large nations such Pakistan and Iran were the products of the Islamic fundamentalism. Today the haters of Islamism are afraid that Egypt will become another theocratic Iran.

We have seen that Moslem thinkers and leaders have consistently emphasized that social justice is the basis and the heart of the faith. Therefore we can expect that fundamentalism will succeed in amalgamating with the revolutionary waves of today. By promising new, untried ways to better the condition of the vast masses of poor believers, fundamentalism might win the political victories that proved impossible in the past three centuries. Such eventual victories will probably be the result of a combination of forces -political, social, cultural, religious ones. Given the right circumstances, Islamism could even join its arch-enemy, westernization/modernization. Reactionary elements are not absent in pan-islamism, but even they may combine with adversaries in order to demolish or weaken the present structure of most Moslem societies.

A.M.Calderazzi

EVOLUZIONE, NON RIVOLUZIONE, PER UN SISTEMA NEO-ATENIESE

Leggendo il documento “Il Pericle elettronico” [dossier sulla tecnodemocrazia selettiva, materiali anglo-americani sulla superfluità delle elezioni e dei politici. La soluzione randomcratica: una nuova polis sovrana di super-cittadini scelti dal sorteggio] appare condivisibile il concetto di ritorno ad una democrazia in un certo senso “diretta”, l’utilizzo della tecnologia per consentire tale ritorno, l’impiego del metodo dell’estrazione e, soprattutto, l’idea di selezionare i più competenti e degni per ricoprire gli incarichi, attraverso una scrematura via via più ardua.

Sorgono tuttavia delle domande in ordine a certi aspetti problematici delle idee proposte.

Come evitare, in primo luogo, derive populiste, estremismi, degenerazioni dittatoriali, come garantire la salvaguardia di taluni principi liberali storicamente invisi al popolo (il divieto della pena di morte, di pene esemplari o umilianti, o il concetto di pena rieducativa e non punitiva etc), come tutelare le minoranze, come evitare, in materie quali la politica economica o la politica estera, decisioni prese con la “pancia” dalla gente, e non con la “testa”?

Pare subito una buona risposta la suddetta selezione delle persone che andrebbero a ricoprire gli incarichi. Se chiunque può, in teoria, accedere a qualsiasi funzione di governo grazie all’estrazione, in pratica va garantito che vi acceda solo chi ha competenze e conoscenza sufficienti, indipendentemente poi dalle opinioni personali, per poter decidere con cognizione di causa. L’idea di “macrogiurie”, avanzata ne “Il Pericle elettronico”, pare estremamente interessante da questo punto di vista. Evitare poi che le decisioni vengano prese in modo immediato, ma che, anzi, sia garantita una ampia discussione preliminare, è un altrettanto valido deterrente contro scelte emotive e non razionali.

In secondo luogo, è problematica la gestione dell’informazione in un sistema di democrazia elettronica diretta. Come evitare che chi gestisce il quarto e il quinto potere possa godere di un’influenza determinante sulle decisioni prese dal popolo?

La pluralità dei mezzi di informazione è, in fondo, solo un’opportunità, non una garanzia di risultato. Se il 90% della popolazione si forma un’opinione basandosi su 3 telegiornali di proprietà della stessa persona (ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente voluto), la presenza di altre centinaia di media è pressoché irrilevante.

Una buona soluzione potrebbe essere richiedere, a coloro che vengono estratti per esercitare funzioni di governo, di dimostrare di essere a conoscenza della realtà dei fatti, dei dati oggettivi coinvolti nell’argomento, e non solo delle opinioni trasmesse da alcuni media. Se la pluralità dei mezzi di informazione, come detto, è un’opportunità, deve poter governare solo chi la coglie.

Da queste prime due grandi aree problematiche, ne discende quasi automaticamente una terza: come predisporre la selezione dei governanti?
Le recenti innovazioni tecnologiche aprono le prospettive più interessanti. Internet permette una diffusione gratuita, ampia ed immediata della conoscenza, e quindi non c’è più motivo per ritenere che al povero sia concesso un accesso all’informazione inferiore al ricco. I computer, poi, permettono la predisposizione di test, il più possibile oggettivi, che saggino le conoscenze dell’esaminato. Non è poi così futuribile, dunque, pensare di sottoporre gli estratti a sorte ad una selezione via computer, per poterne valutare le competenze (oltre ad un’analisi tramite dati e titoli, circa esperienze ed assenza di precedenti) su temi specifici o generali, a seconda dei casi.

L’obiettivo di questa nuova forma di democrazia dovrebbe essere salvaguardare, ed anzi implementare, la competenza dei governanti, recuperare la partecipazione alla gestione dello Stato, e, soprattutto, innovare il metodo di governo portando il disinteresse personale, garantito dalla mancanza di elezioni e dall’estrazione a sorte, al centro del sistema.

Sarebbe poi, a tal proposito, utile ragionare in termini di “evoluzione” e non di “rivoluzione”. Il sistema della “democrazia neo-ateniese”, se la vogliamo chiamare così, può infiltrarsi in modo progressivo nel corpo malato della democrazia rappresentativa, semplicemente grazie alla spinta di un’opinione pubblica che ama essere coinvolta, ma detesta doversi impegnare a fondo nel coinvolgimento. In un sistema rapido, gratuito e semplice, come quello possibile grazie alla tecnologia di Internet, il desiderio di partecipazione sarebbe facilmente canalizzabile. La creazione di proposte semplici e fattibili, su cui convogliare il consenso popolare, per poi imporle ai soggetti istituzionali dell’attuale sistema potrebbe essere un primo passo. La sperimentazione del sistema neo-ateniese dovrebbe cominciare in ambiti ristretti, per poi allargarsi sfruttando l’eco mediatica di simili tentativi. Gli stessi partiti potrebbero essere interlocutori, in quanto contenitori di persone potenzialmente interessate, nella fase iniziale.

Il dibattito può essere utilmente portato anche a livello di Unione Europea che, per la sua attuale struttura ancora ibrida ed indefinita, e per la sua prospettiva di diventare il futuro governo dei cittadini europei, appare l’ambito ideale per tale riflessione.

Quale democrazia manca all’Unione europea?

A seguito della crisi greca si sono levate molte voci che indicavano come la migliore delle soluzioni possibili una più profonda integrazione nell’ambito dell’Unione europea.

Tuttavia, non appena viene proposto il rafforzamento del metodo comunitario, subito si leva un coro di voci contrarie. I vari governi nazionali, da ultimo quello di Angela Merkel, si affrettano a dichiarare che le prerogative dei parlamenti nazionali non possono essere compromesse. L’argomento principe per contrastare il trasferimento di poteri a Bruxelles è il cosiddetto “deficit democratico dell’Ue”.

Si può notare come tale argomento non venga quasi mai usato per lamentare gli abusi di un potere centrale fautore di interessi propri a discapito di quelli dei cittadini, o gli sprechi dissennati che, grazie a un più diretto controllo dei governati sui governanti, sarebbero evitabili. Al contrario, la mancanza di democraticità dell’Unione è fatta oggetto di attenzione quando vengono prese decisioni impopolari ma fondamentalmente giuste, e quello che sembra più spaventare nel procedimento decisionale europeo, è la minore possibilità di ricattare il legislatore da parte di minoranze consistenti e portatrici di forti interessi.

Nelle democrazie rappresentative occidentali è difficile per i governi prendere decisioni se ledono interessi particolari sufficientemente diffusi o tutelati. E’ parimenti difficile ignorare certi moti di opinione pubblica, spesso figli di episodi di cronaca o comunque dell’emozione del momento.

Ma è di questa democrazia che l’Unione europea ha bisogno?

Sembra doversi constatare che il concetto di democrazia di cui l’Unione europea sarebbe carente, è il sunto degli aspetti peggiori della democrazia stessa: incapacità di superamento degli interessi particolari, ricattabilità del legislatore ad opera di gruppi di interessi, adeguamento acritico alle pulsioni dell’opinione pubblica, frustrazione del bene comune.

Un aumento dei poteri dell’Unione europea è inevitabile, e quindi un problema di controllo su chi esercita tali poteri esiste sicuramente. Invece di trasferire a Bruxelles i peggiori frutti del nostro sistema democratico-rappresentativo, perché non pensare a strade alternative?

Se le persone che hanno le competenze e le capacità per far parte, ad esempio, di un’autorità di controllo sulla gestione dell’economia europea non sono più che poche decine per Stato, invece di prevedere che esse vengano elette, o nominate da eletti, perché non azzardare che siano sorteggiate? Una volta selezionati i cento migliori esperti europei, estraendone a sorte dieci nominativi, si avrebbe al contempo la garanzia della competenza, e l’assenza della ricattabilità, dei favori e dei favoritismi.

Nessuno nega che un tale sistema di “random-crazia” porrebbe dei problemi, ma è altrettanto innegabile che molti dei problemi attuali sarebbero risolti, e il costante deterioramento dei regimi democratico-rappresentativi impone una riflessione sistematica.

Iniziativa legislativa popolare: il nuovo ruolo della telematica

A seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (1° dicembre 2009) è stato introdotto nell’ordinamento dell’Unione europea l’istituto dell’iniziativa legislativa popolare. E’ ora possibile per un milione di cittadini europei, appartenenti ad un significativo numero di Stati membri, invitare la Commissione a presentare una proposta legislativa.

Perché i cittadini europei possano esercitare concretamente questo diritto, tuttavia, è necessario che Parlamento europeo e Consiglio adottino un regolamento. Una prima proposta in proposito è stata presentata dalla Commissione il 31 marzo. Si prevede che il milione di cittadini necessari debba provenire da almeno un terzo degli Stati membri (attualmente quindi nove), e che sia necessario un numero di firme minimo per ogni Stato. La parte più interessante della proposta di regolamento riguarda le procedure per la raccolta delle firme (o “dichiarazioni di sostegno”), in cui si prevede che queste possano essere raccolte su carta o per via elettronica.

Vale la pena sottolineare l’importanza sostanziale del nuovo metodo di raccolta on-line delle adesioni. In una società in cui ampie fasce della popolazione (i giovani, specialmente) trovano più semplice, e più normale, sottoscrivere una petizione on-line, o partecipare ad una catena di mail, o iscriversi ad un gruppo su facebook, che non firmare per un referendum, legare un diritto di pre-iniziativa legislativa ad uno strumento come internet può essere utile ed innovativo. Se l’esperimento dovesse avere successo, si potrebbero ipotizzare infinite applicazioni del medesimo metodo, non solo in sede europea, ma anche nazionale e locale.

Altrettanto incoraggiante è poi la posizione della Commissione, ad ora non intenzionata a cedere alle perplessità degli Stati membri sulla raccolta firme on-line. Se ai dubbi ed ai problemi, legittimamente sollevati dagli Stati, si sarà in grado di dare risposte efficaci da un punto di vista tecnico e operativo, non si consentirà alle inconfessabili perplessità di alcuni Stati membri, riguardo qualsiasi innovazione nel senso di una “democrazia elettronica”, di nascondersi dietro a critiche di buonsenso o a spauracchi da complotto-hacker. Come già spesso in passato, così anche oggi l’Unione europea potrebbe trovarsi a svolgere un ruolo di avanguardia rispetto ai suoi Stati membri.

Tommaso Canetta