LE COSE GROSSE CHE RENZI NON FARA’ LE FARA’ SOLO UN EVERSORE VERO

Uno che credette in un Matteo Renzi unico potenziale demolitore e ricostruttore del nostro sistema politico, deve riconoscere d’avere sbagliato. Un anno e mezzo di governo è la prova che Egli non può e non vuole cambiare le cose grosse. Centinaia di propositi minori, qualche provvedimento apprezzabile, ma quasi tutto resta come prima, con in più la vulnerabilità del benessere consumistico. La pessima tra le Costituzioni moderne grava sempre su di noi, intatta, a organare il più intoccabile dei cattivi assetti collettivi dell’Occidente.

A valle del trionfo del Rottamatore abbiamo un capo dello Stato che incarna, come nessuno potrebbe meglio, la continuità e invincibilità del Vecchio Ordine. Abbiamo un debito schiacciante e un spesa reale che crescono invece di diminuire. La Ragioneria dello Stato sta rivedendo al rialzo le previsioni di spesa di quasi tutti i ministeri. Beninteso le maggiori uscite che si annunciano non sono richieste se non marginalmente da erogazioni virtuose, p.es. per soccorrere i veri profughi di guerra, o per investire in quelle regioni semi-desertiche dell’Africa dove in due anni è piovuto una sola volta e non sopravvivono gli uomini e il bestiame di cui campavano. Nessun programma nuovo e meritevole, invece sì il mantenimento di andazzi e di disvalori.

Fatto p.es. un piccolo taglio (25 milioni) alla vergognosa spesa per le nostre ambasciate, esse costeranno ancora, da sole, 629 milioni. Un Renzi avrebbe dovuto amputare di mezzo miliardo questo capitolo, il capitolo della vanagloria parvenue delle sedi diplomatiche tra le più chic, fatue e inutili del pianeta. Al confronto è quasi rispettabile -è tutto dire- l’incremento (450 milioni) del bilancio della Difesa; bilancio che dovrebbe essere addossato quasi per intero a quelli del Pentagono/della Nato.

Non è stato né chiuso e venduto al migliore offerente, né interamente convertito nel maggiore museo del mondo, il palazzo del Quirinale, eccessiva reggia di un caponotabile, monumento della ferocia anticristiana di alcuni papi del Rinascimento, poi dell’egoismo di quattro monarchi sabaudi. Il solo bilancio corrente della reggia, per non parlare del suo valore immobiliare, basterebbe a finanziare gli impianti solari o eolici per estrarre acqua dagli strati profondissimi di alcune terre subsahariane; o per dissalare un po’ di mare. La durezza di cuore dei nostri governanti, dal primo all’ultimo imbellettati di socialità, stupisce gli osservatori più malevoli.

Matteo Renzi non ha fatto e non farà niente per contenere l’invasione dei migranti economici, nell’unico modo che è possibile: un gigantesco, doloroso per i contribuenti, piano Marshall contro la miseria nel mondo. Troppo legato, Renzi, al concetto tradizionale secondo cui uno Stato non ha obblighi etici fuori dei propri confini. I miserabili crepino; gli elettori possidenti siano sgravati di tasse, laddove dovrebbero essere convinti/costretti ad accettare di impoverirsi.

Matteo Renzi non è nemmeno certo di riuscire a depotenziare un Senato grottescamente dannoso. In realtà esso non va depotenziato, va abolito: contestualmente alla riduzione a un terzo del numero, del costo e della nocività dei deputati (come di tutti gli altri gerarchi espressi dalle urne).

Quali siano stati nel settantennio post-fascista gli uomini e i partiti del potere, noi non abbiamo un ordine democratico, non uno preferibile ai regimi rozzamente autoritari. Abbiamo un ordine plutocratico-parlamentare nel quale gli elettori bassi sono in tutto impotenti, la ricchezza e le collusioni restano decisive, i divari sociali si allargano invece di ridursi, la corruzione e il cinismo di massa dilagano.

Sia chiaro: le grandi opere che Renzi non farà, nessun altro le farà. La nostra classe di potere è una scadente consorteria di reucci-proci, i principali tra i quali -i Prodi, i Berlusconi, i D’Alema. i Bersani, i Letta, gli improvvisati che tentano di sostituirli- hanno dimostrato ad abundantiam la loro nullità quali conduttori del Paese. Questo dà la certezza che quando Renzi cadrà, le prospettive saranno persino peggiori. La Repubblica, nata malata di partitismo ladro, non può essere riformata. Non può guarire. Va abbattuta con le sue Istituzioni da un soprassalto di consapevolezza e di vitalità.

Bisogna ripudiare la nostra legalità. E’ la legalità di uno Stato-canaglia, fondato e malversato dai peggiori tra noi.

A.M.C.

SULLE DUE SPONDE DEL TEVERE PARALLELISMI, AFFINITA’ E RINUNCE

Un anno di Renzi, più o meno come un biennio di Bergoglio. Ininterrotti ribadimenti; volitività senza confini; realizzazioni e opere che deviano la storia, poche. In molti ci attendevamo dal Papa una mezza rivoluzione, quella svolta per cui nulla o poco di importante restasse come prima. Nessuna montagna si è mossa. Dal Premier forse era realistico aspettarci di meno: la politica è l’arte del possibile, possibile nel quale non c’è posto per l’ideale e il top del massimalismo è aspirare al meno peggio.

I conati di riforma di Renzi sono il meno peggio, confrontati alle alternative esistenti. La prima di esse è il berlusconismo. Nel quotidiano della politica come nell’anima della nazione il berlusconismo è la dipendenza di una parte del popolo e di una masnada della Casta da un personaggio ormai insopportabilmente simile nell’aspetto fisico all’Al Capone di prima di Alcatraz, o di Sing Sing o di altro sacrosanto penitenziario. Nella sfera spirituale la dipendenza di troppi nostri compaesani è dal più lubrico dei personaggi del genere fescennino. Che avrebbe pagato, secoli dopo, il poeta Decimo Giunio Giovenale per averlo creato lui come incarnazione di corruttela, licenziosità e sostanziale negazione ad essere statista! Eppure egli Cav ancora impartisce direttive, resta fuori dalle Case Circondariali, vince battaglie giudiziarie, arricchisce smisuratamente principi del foro, cocotte e semplici olgettine, mantiene lo ‘affetto’ di plotoni di deputati.

Le altre alternative: 1) il grillismo, ossia la strumentalizzazione un po’ scervellata degli istinti giovanili di rinnovamento; si è materializzata in conati di parlamentarismo fuori tempo massimo, dunque deteriore. Ripudiata, inevitabilmente, la santa utopia della democrazia diretta; 2) Matteo Salvini o l’ingentilimento del bossismo da bar-tabacchi; 3) il nulla integrale della Gauche degli intellettuali (sort of ) da terrazza romana o da trattoria pugliese specialità orecchiette. A nome della Gauche del Nulla, Stefano Rodotà e altre prèfiche della democrazia effondono lacrime sulla deriva autoritaria rappresentata da Renzi.

E invece Renzi fa benissimo a far rigare il parlamento e le camere. L’uno e le altre meriterebbero ben altra frusta e ben altra ramazza. Le prèfiche si aggrappano alla Costituzione che vuole il parlamento bicamerale spinto. E’ uno dei molti motivi per detestare deridere cestinare la Costituzione.

In presenza delle suddette alternative, è umano che molti nella Penisola abbiano sperato in Renzi: per essere ripagati soprattutto da enunciazioni, promesse, formule. Un anno dopo il ciclone Matteo, il paesaggio italiano presenta poche devastazioni: gli sconquassi, tutti da venire. Come avesse governato un anno Giovanni Goria, il compianto politico astigiano la cui memoria resta imperitura solo grazie all’abnegazione degli storici volontari di Wikipedia.

Questo Matteo, che si era presentato come emulo di Eracle (il figlio di Zeus & Alcmena) come operatore di fatiche più che umane e come generatore di almeno 70 figli, questo Matteo non deve temere alcun impeachment come perturbatore effettivo dei costumi e degli andazzi della Cleptocrazia. E’ vero, per la dira Camussa (la quarta Erinni dopo Aletto, Tisifone e Megera), il premier ha violato l’ordine naturale di cui esse Furie sono severe e vindici protettrici. Ma Camussa esagera. La Casta è in buona salute, e così pure quel suo comparto che sono i sindacati.

Il milione di persone che vivono di sola politica, cioè di sola rapina del denaro pubblico, resteranno al loro posto, quali che siano le smanie riformatrici del Fiorentino. Se questi brandirà l’arma delle elezioni anticipate, arriverà il veto/usbergo del Colle, la vetta più alta della Casta. Se le Province saranno davvero abolite, il nostro Pubblico Impiego non perderà il suo posto, così onorevole, nella classifica dei paesi industriali più burocratizzati. Gli alti papaveri che affittano a bassa pigione appartamenti di proprietà pubblica se li compreranno a poco. Dovesse il parlamento perdere la bicameralità piena dopo la parentesi similducesca (secondo le lagne di Rodotà, beninteso) di Matteo, risulterebbe sesquicamerale (una camera e mezza), con costi invariati. Inappagata resterà l’aspirazione degli ingenui a un Paese rovesciato sottosopra.

Delusi resteranno coloro che, passati 72 anni dall’armistizio di Cassibile (Siracusa) dove i generali G.Castellano e W.Bedell Smith stipularono la nostra resa incondizionata, credevano che lo Stivale potesse aspirare all’indipendenza dagli USA, quindi non essere più coartato a comprare F35, sommergibili d’attacco e missili così sofisticati che se il nemico non esisterà lo creeranno by default.

Direte, ma Bergoglio è un’altra cosa. Sarà. Ciascuno a modo suo ha rinunciato all’occasione assoluta di spezzare la continuità e rifiutare le logiche istituzionali.

Porfirio