CROLLINO QUESTE ISTITUZIONI COME LE MURA DI GERICO

Si rampogna, ci si straccia le vesti, per le Offese alle Istituzioni. Ma esse che sono, come sono? Leggiadre come le Grazie, ossia le tre Càriti dei greci (Eufrosine, Aglaia e Talia, figlie, tanto per cambiare, di uno Zeus più infaticabile di D.Strauss-Kahn)? Illibate come le sei Vestali, che se perdevano la verginità prima d’aver servito trent’anni nel tempio di Vesta venivano seppellite vive? Sororali e pie come le compagne di Maria ai piedi della Croce?

Abbiamo abbellito troppo. Le nostre Istituzioni sono le deformi cariatidi che puntellano la Più Bella delle costituzioni: parlamento a due Sentine; centinaia di presidenze, consulte, consigli; migliaia di collettori periferici di tangenti e acque reflue; una partitocrazia sfrontata; metà di tutta la corruzione d’Europa; la peggiocrazia al potere; i diritti delle frange trasgressive piuttosto che i sentimenti dei più. Le Istituzioni statuiscono le nostre sventure.

Sono il riferimento finale delle imprese che chiudono (mille al mese, contando le piccole), i saccheggi e i furti con destrezza dei politici, dei boiardi, dei mandarini infedeli. Alle Istituzioni devono riconoscenza i ricchi se diventano sempre più ricchi. Esse sono i top manager superpagati laddove dovrebbero lavorare gratis, come fece Lee Iacocca per tenere in vita Chrysler. Alle Istituzioni devono riconoscenza i poveri sempre più poveri.

Di Josè Antonio Primo de Rivera, fondatore del falangismo sociale, fu detto e scritto dai settari -dagli altri no- tutto il male possibile. Ma che avesse più cuore dei nostri intellettuali di sinistra, lo dica questo suo brano: “Si vive Usted en un Estado democratico (lui aveva scritto ‘liberal’), procure ser millionario, y guapo, y listo (furbo), y fuerte. Pero ay de los millones de seres (esseri) mal dotatos! Para esos el Estado democratico es feroz. Para esos -sujetos de los derechos mas sonoros y mas irrealizables- seran el hambre (fame) y la miseria. Vosotros, ciudadanos pobres, si no aceptàis las condiciones que nosotros os impongamos. morireis de hambre, rodeados de la maxima dignidad democratica!” Superfluo aggiungere che lui Josè Antonio, marchese e figlio del Dictador, era “guapo y fuerte”.

Le Istituzioni sono quasi tutti i volti del nostro Stato canaglia, forte solo coi deboli. Sono i faccendieri, i portaborse, i signori delle tessere e delle urne, i trombati preposti agli enti inutili, i quirinalisti e gli altri giornalisti di palazzo, i tanti parassiti e  farabutti che manteniamo signorilmente. Sono la Rai invincibilmente scroccona e pullulante di parenti. Sono Berlusconi, Boldrini e altri figuri da vituperio. Sono le scuole che non possono fare manutenzione né comprare la carta igienica. Sono i vitalizi camorristici dei bonzi di Stato, degli ‘ndranghetisti mimetici, dei consiglieri di tutte le Regioni. Sono i disoccupati senza soccorsi -se non ci fossero le mense dei preti, i loro figli non mangerebbero- laddove i cassintegrati iperprotetti percepiscono per lunghi anni.

Le Istituzioni sono un debito pubblico che si ingrossa laddove lo si era dichiarato criminalmente alto. Sono le troppe tasse sui morti di fame.     Sono i miliardi per gli F35, le fregate, i droni, le altre super-armi che deliziano il similsovrano Partenopeo e i suoi feldmarescialli a quattro stelle. I quali ultimi fanno di noi la più implausibile delle nazioni mercenarie al servizio -non retribuito- degli USA. Anche i generali egiziani sono asserviti al Pentagono, ma da esso si fanno pagare.

Le  Istituzioni sono le menzogne sfrontate: che la mano pubblica possa riaprire le fabbriche che chiudono, creare posti di lavoro, trattenere le imprese che preferiscono la Polonia. Sono le maestranze delle fabbriche senza mercato: fingono di lottare per la dignità del lavoro, in realtà  pretendono il benessere piccoloborghese a spese dei contribuenti.

Le Istituzioni sono tagliare i reparti di oncologia pediatrica invece che  le ambasciate, che centinaia di altre cattedrali della vanagloria, che altri lupanari del malcostume.  Sono il non chiudere il Quirinale grosso corpo del reato, reggia dei peggiori papi della storia, oggi quasi tutti residenti all’Inferno. Sono agghindare i Due Marò, per le telecamere, con uniformi sartoriali da fotomodelli, e ciò per alludere alle eccellenze della nostra moda pederasta. Sono la fecalità del contesto e della temperie.

Insomma chiunque viva nella Malarepubblica, o ci abbia a che fare, conosce gli sconci che sono la realtà delle Istituzioni. Che scempiaggine è ergersi alla loro difesa, laddove sono da abbattere?

L’odio del popolo sta montando. Se la congiuntura economica si farà misericordiosa, le Istituzioni otterranno uno o più rinvii dell’esecuzione,

quelli che ottengono gli inmates dei bracci della morte statunitensi. Ma condannati sono,  gli inmates come le Istituzioni. Che crollino, come le mura di Gerico agli squilli delle trombe di Giosuè, il successore di Mosè. Con o senza l’impulso di un pugno di eversori di genio, il popolo si liberi delle Istituzioni.

Siamo entrati nell’era dei prodigi tecnologici.  Progettiamo di estrarre minerali dagli asteroidi e da Marte. Quasi nulla è più impossibile alle genti che decidano di gestirsi da sé: democrazia diretta o semidiretta. Che ambiscano a impadronirsi delle poche Istituzioni giuste: perché divengano l’opposto  delle nostre.

Porfirio

PRESIDENZIALIASMO MARIUOLO MEGLIO CHE TENERCI LA ‘COSTITUZIONE PIU’ BELLA’

Il presidente della Castocrazia intima giornalmente dalle sciabole dei Corazzieri che si facciano le riforme (manco a dirlo, in questo guadagna benemerenze). Il suo premier di fiducia, Nipote dello Zio, è addirittura sbottato con la foga di un ardito di F.T. Marinetti: “Mai più un capo dello Stato eletto come l’ultima volta” (l’ha detto in modo slightly different, ma il senso è questo). Istituiremo il semipresidenzialismo, annuncia l’ala marciante dei novatori.  Ci regalano qualche novità?

La risposta giusta la dette Laocoonte, il sacerdote di Apollo a Ilio, nel rimirare il Cavallo di legno regalato dagli achei: “Timeo Danaos et dona ferentes” . Ne riferiamo le parole nella lingua di Virgilio (Eneide, II, 49), in quanto ignoriamo l’idioma dei troiani, ellenofoni fino a un certo punto. Dal dono degli elleni sarebbero usciti i distruttori di Ilio. E’ naturale che oggi noi piccoli laocoonti temiamo la fregatura. Oltre a tutto sappiamo quanto al Sacerdote andò male per aver capito: dal mare emersero due grossi serpenti mandati da Atena, dea nemica, e stritolarono lui e due figli innocenti (v. la famosa scultura ellenistica).

Con tutti i suoi limiti – ne ha eccome- il semipresidenzialismo nelle mani di de Gaulle fu il maglio che in un colpo solo sfasciò la Quatrième République, meno deteriore delle nostre due o tre malerepubbliche ma comunque pessima. Nelle mani dei cleptocrati di qui, si può dubitare che esso sarebbe la scialuppa di salvataggio per il sistema voluto dalla Più Bella delle costituzioni?

Un manipolo capeggiato da Rosy Bindi si dispone a perire con le armi in pugno pur di fermare il semipresidenzialismo. Noi odiatori del regime, fautori della democrazia diretta, potremmo dover dare ragione alla  oltranzista del partitismo? Il pericolo c’è. L’effetto combinato del retaggio italiano, dei precetti della Più Bella e della vocazione fraudolenta della nostra politica potrebbe far sì che ci teniamo tutte le magagne del parlamentarismo ladro più gli scontri d’interesse tra le vecchie aggregazioni di potere e quelle nuove suscitate dalle ‘riforme’. I partiti e le lobbies sono tornati a co-gestire la Francia nonostante i portati positivi del semipresidenzialismo e della Quinta Repubblica. Non per niente a Parigi, scomparso De Gaulle, hanno governato una successione di partitòcrati travestiti da grandi manager (Pompidou) o da intellettuali machiavellici (Mitterrand). Su Hollande, vedremo. Da noi, il meno male sarà forse  Enrico Letta, il Venerdì del Robinson Crusoe del Colle.

A farla breve. La sola esperienza storica di semipresidenzialismo è la Francia. Ma la Francia, attraverso il Generale, inventò il congegno per abbattere la Quatrième, non per puntellarla. Se da noi servirà per  codificare la via Napolitano (=più potere a un fiduciario monocratico della Casta piuttosto che al collettivo dei capipartito) invece che per demolire e poi riedificare, che affare avremo fatto?

Tuttavia non è escluso che qualche modico miglioramento, non voluto,  si possa conseguire. Messa così, assodato che tutto è meglio di questo Esistente, ben venga il presidenzialismo alla romana: truffaldino, ma pur sempre meritevole. Meritevole di che?

Di cominciare a smascherare la bruttezza della Più Bella.

Porfirio

RIDUZIONE DEI PARLAMENTARI? SERVE MOLTO DI PIU’

Quando qualcuno invoca la riduzione del numero dei parlamentari spesso pensa in questo modo di abbattere il debito pubblico italiano. È un’illusione populistica. Mille stipendi, per quanto alti, non sono decisivi da un punto di vista economico. Il punto, semmai, è un altro.

Una delle leggi universali della contrattazione afferma che all’aumentare del numero dei negoziatori aumenta il tempo necessario per un accordo e diminuisce il tasso di efficacia dell’accordo stesso. Avere 630 deputati e 315 senatori, senza contare quelli “a vita”, è un po’ come non averne nessuno. Solo molto più costoso. Non a caso la legislazione negli ultimi anni è in massima parte di origine o europea, e quindi viene imposta alle Camere da Bruxelles, o di origine governativa, ed è quindi il potere esecutivo che si fa legislativo e riduce le Camere al ruolo di meri ratificatori.

Se si volesse ridare veramente centralità al Parlamento, nella teoria della divisione dei poteri il legittimo organo legislativo, servirebbe una cura ben più drastica di quelle proposte nel dibattito politico. Oltre a superare il “bicameralismo perfetto”, dotando cioè una sola Camera del pieno potere di emanare leggi, si dovrebbe ridurre il numero di deputati a qualche decina.

Immaginiamo una Camera composta da 70 deputati, dai 20 ai 40 per i partiti maggiori, una decina per i medi, e singoli soggetti che svolgono una funzione di testimonianza per le formazioni minori (da 6 radicali a 1 radicale non cambia molto). In questo modo sarebbe molto più facile e veloce assumere decisioni e sarebbe molto più difficile a lobby e corporazioni locali far pesare i propri veti durante il processo legislativo.

Le obiezioni più ovvie sono che senza approfondimento si possono prendere anche decisioni sbagliate, che appena 70 deputati non sarebbero in grado di far funzionare le varie commissioni, e che non si potrebbero scegliere i membri dell’esecutivo tra i deputati eletti senza compromettere il funzionamento della Camera.

Partendo dall’ultima, questo non dovrebbe essere un problema se si affermasse il concetto che potere esecutivo e legislativo svolgono due funzioni profondamente diverse e che non sarebbe un problema che fossero incarnati in persone diverse. Al legislativo il compito di dare l’indirizzo politico e, diciamo, di sovrintendere a eventuali modifiche del sistema. All’esecutivo il compito di tradurre gli indirizzi in concreto e di gestire l’andamento ordinario del sistema. Nella Camera insomma starebbero i “politici”, al governo dei “tecnici” (anche legati a una certa area politica) capaci di gestire la macchina dello Stato.

Quanto alle critiche sul legiferare in fretta e male, e sul problema delle commissioni, i due aspetti sono legati. Si potrebbe rivoluzionare l’attuale sistema delle commissioni, stabilendo che i loro membri non siano deputati eletti ma tecnici selezionati e successivamente estratti a sorte. Andrebbero create liste, in modo oggettivo, di persone competenti tra le quali scegliere i – ad esempio – sette membri della commissione. Ovviamente chi ne ha fatto parte una volta non potrà essere ri-estratto per una seconda. In questo modo il potere politico potrebbe dare gli indirizzi, ma non sarebbe in grado di “ricattare” i tecnici che nella pratica traducono tali indirizzi in atti specifici. Alla Camera resterebbe comunque un controllo di ultima istanza su quanto prodotto dalle commissioni, dovendo votare o meno i provvedimenti emanati.

Uno dei peggiori mali di quasi tutti i sistemi politici è l’espansione tumorale della politica in ambiti che ad essa dovrebbero rimanere sottratti. Con un sistema simile a quello qui proposto si restituirebbe al Parlamento la sua fondamentale centralità e importanza, ma si troncherebbero le propaggini tentacolari dei partiti all’interno dello Stato e della società.

Tommaso Canetta