LA RESISTENZA COME LA GRANDE GUERRA GLORIE PER SOLI PATRIOTTARDI E SETTARI

Non poteva che andare così: le azioni partigiane che provocarono rappresaglie appaiono gloriose ai fautori della Resistenza; sono giudicate spietate e infami dalle popolazioni che subirono le vendette, nonché dagli avversari della Resistenza (sono assai più numerosi di quel che ci eravamo abituati a pensare). Tutto ciò è addirittura banale; merita solo qua e là dei distinguo. Per esempio non è stato detto abbastanza chiaro che a volte i capi comunisti non approvarono l’assassinio quale strumento principe della resistenza: anche per l’esiguità degli apporti di tutti i Maquis alla sconfitta del Reich. Vedremo un eccidio ‘proletario’ che Palmiro Togliatti disapprovò.

Forse, non sempre, le ricerche degli storici stranieri sono alquanto meno segnate dalle posizioni ideologiche. Uno di essi, Michael Foot docente all’University College di Londra, pubblicò nel 2009 un libro Divided Country (“Fratture d’Italia” nella traduzione italiana) specificamente concentrato sulla memoria divisa, cioè sulle contrapposizioni della memoria “da Caporetto al G8 di Genova”. Una delle idee-forza del libro è: “Molti di quanti per le rappresaglie persero parenti o amici accusano i partigiani di avere provocato i massacri, di non essere stati in grado di proteggere le popolazioni, di non essersi consegnati per risparmiare queste ultime. Pertanto la responsabilità delle stragi, benché perpetrate da truppe tedesche, era dei partigiani che avevano compiuto attacchi inutili e scriteriati, lasciando i civili indifesi e scatenando la ferocia dei tedeschi. Queste ‘scandalose’ narrazioni si scagliano contro i tradizionali discorsi di sinistra sulla resistenza”.

Così, quanto all’eccidio alle Fosse Ardeatine, “molti romani restano convinti che i partigiani, i cui attacchi provocarono la ritorsione nazista, avrebbero potuto e dovuto consegnarsi”. Invece secondo Foot “un’intera generazione fu contaminata dalla memoria antipartigiana, nonostante i partigiani non avrebbero potuto evitare la rappresaglia consegnandosi”.

Questo “nonostante non avrebbero potuto” è fondato in quanto le SS abbiano fatto la rappresaglia immediatamente dopo l’attentato. E’ perfettamente falso ove in realtà i sicari abbiano avuto il tempo di sacrificarsi al posto degli ostaggi. La giustificazione degli attentatori è che i germanici non fecero un bando minatorio, bensì scelsero i condannati a morire, li trasportarono alle Fosse Ardeatine e li uccisero. Una giustificazione grottesca: gli attentatori erano certi che la rappresaglia ci sarebbe stata, per gli spietati precedenti nell’intera Europa occupata. Anzi avevano fatto l’attentato nella speranza che Roma, colpita da una reazione germanica molto crudele, si sollevasse. Non si sollevò.

Dunque c’è solo una differenza quantitativa tra le “spallate di Cadorna”, che produssero il grosso dei morti della Grande Guerra, e le glorie partigiane. Le une come le altre furono supreme ferocie contro l’uomo. Oggi è quasi unanime l’odio per i Grandi Criminali che condannarono a morire tanti uomini che non si curavano di Trento, di Trieste, della grandezza diplomatico-militare del Regno. Perché non dovremmo odiare coloro che imposero la loro volontà assassina, immolando tanti civili che volevano vivere, non scacciare l’invasore né i suoi alleati?

Va detto che a proposito delle Fosse Ardeatine l’autore britannico accantona scopertamente lo sforzo di imparzialità che mette a proposito di altre rappresaglie. Arriva a scrivere: “La storia della mancata consegna degli attentatori faceva parte della propaganda del Vaticano, che accusava gli antifascisti delle ritorsioni tedesche”. Ammette però: “Queste falsificazioni della storia sono legate in parte anche ai dubbi sul ruolo dei partigiani stessi, dubbi ricorrenti persino nella sinistra.” Questi dubbi sono spesso conclamati dallo stesso Foot: “Come in Spagna, i comunisti non erano restii all’eliminazione fisica degli avversari (…) La storia della resistenza diventa reale quando viene raccontata nella sua interezza, con tutti i suoi vizi”.

Il capitolo ‘Resa dei conti e Memoria’ di “Fratture d’Italia” reca come epigrafe, a pag.353, il paragrafo di uno spregevole celebratore delle ferocie partigiane, Beppe Fenoglio: “Tutti, tutti li dovete ammazzare, non uno di essi merita di meno (…) Chi quel giorno non sarà sporco di sangue fino alle ascelle, non venitemi a dire che è un buon patriota”. Foot ha dedicato la sua opera a tratti settaria “a mio zio Michael Foot”: è possibile che lo zio fosse il Foot che negli anni Sessanta fu a lungo il capo della sinistra del Labour. Il Nostro rievoca alcuni fatti del regolamento dei conti tra vincitori e vinti, dopo il 25 aprile, che dovettero entusiasmare il mite Fenoglio.

Il 28 aprile quarantatre soldati della Repubblica Sociale che si erano già arresi, sventolando bandiera bianca, furono fucilati contro il muro del cimitero di Rovetta (val Seriana). Foot descrive così la modalità di un altro fatto, a Schio, anch’esso a guerra terminata: “I partigiani trovarono in un bar il direttore del carcere dov’erano rinchiusi i prigionieri. Aveva con sé le chiavi della prigione. Fucilarono una settantina di repubblichini, che stavano per essere liberati. La strage fu criticata da Togliatti e da altri comunisti. (…) Nel settembre 1945 un processo contro gli stessi uccisori si concluse con due ergastoli e tre condanne capitali (queste ultime mai eseguite). Alcuni degli accusati erano già fuggiti in Cecoslovacchia o in Jugoslavia. Un nuovo processo si tenne a Milano nel 1952, con un ergastolo e sette condanne in contumacia. Sulla scia dell’eccidio la ‘Unità’ attaccò una parte degli assassini come ‘falsi partigiani e trotzkisti’.

Ecco la nostra conclusione: è arrivato il tempo di rifiutare l’obbligo di contestualizzare la ferocia. Basta: settanta anni di verità di regime, di verità addomesticate e di verità taciute sono troppi. Nazisti e fascisti furono spietati; spietati, in nulla migliori, furono i partigiani, soprattutto quelli che condividevano principi e metodi prima leninisti-bolscevichi, poi stalinisti. E, magari volendo contestualizzare ancora, diciamo oggi ciò che un tempo era blasfemo: la Resistenza non é stata più umana e più nobile della Grande Guerra. Entrambe furono articoli di fede per gli invasati della patria e per i settari; furono una sventura, cioè un crimine, per tutti gli altri.

A.M.C.

SETTANTA 25 APRILE: SEMPRE PIU’ MALAREPUBBLICA

Intonare Bellaciao è un adempimento di regime, come a Napoli la liquefazione del sangue del Santo. Entrambi i riti non sono esenti da rischi. A volte la liquefazione non avviene, tanto è vero che i fedeli esultano quando avviene. Bellaciao suscita sempre più avversione. Risultano intrepidi, dunque, i gerarchi i prelati i sagrestani della vigente Cleptocrazia a non sorvolare quando il calendario segna 25 Aprile. Più ancora, a non implorare da Mattarella un motuproprio che chiuda Aprile al 24.

Il rischio della brutta figura -sono sempre meno coloro che si curano dell’epopea partigiana- è fatto serio da una circostanza bizzarra: i più testardi tra i celebratori della Liberazione hanno l’impudenza di salmodiare che è alla Resistenza che dobbiamo ciò che abbiamo e che siamo. Scervellati, anzi cretini: dimenticano che abbiamo il peggio dell’Occidente: più tangenti in assoluto e l’anima più cariata.

Siamo certamente più benestanti e comodi che nel 1945. Ma è merito di settant’anni di pace, della ricchezza capitalista, della globalizzazione, dei galoppi delle tecnologie, dei voli low cost, dell’allentamento dei costumi, delle nozze same sex, di altri fattori innumerevoli. Non dell’eroismo e degli assassinii dei partigiani, produttori di rappresaglie efferate. Sono meglio messi i tedeschi, che non ebbero la fortuna di una sollevazione antifascista e di una epopea bellaciao.

Lo scrittore partigiano forever -mitra sempre a portata di mano- Giorgio Bocca fa lo straordinario annuncio che “la Resistenza ci ha dato la nostra Religione civile” (qualcosa di più importante del “Mito fondativo” di cui parla Gustavo Zagrebelski). Alla buonora, ecco cancellati grazie al giornalista mitragliere i dubbi sulla trascendenza e sull’aldilà! Ora sappiamo perché siamo nati e dove andremo! La religione civile non ci dice il nome del Creatore: è improponibile il nome di Stalin, secondo Aristotele il ‘motore immobile’ della Resistenza. Tuttavia essa religione ci ha fatto conoscere i suoi arcangeli e pontefici: Walter Audisio alias colonnello Valerio, Cino Moscatelli, Pertini che vantò d’avere personalmente ordinato l’esecuzione di Mussolini, Giorgio Amendola che volle via Rasella, etc.

Bocca dovrebbe farci sapere come e dove la Religione Civile agisce, ispira le nostre esistenze. Sono decenni che gli italiani sanno: la repubblica nata dalla Resistenza è il peggiore contesto collettivo del mondo avanzato, gestito da una classe di politici professionisti quasi tutti più o meno farabutti. I quali rubano anche quando non sono indagati accusati sospettati; rubano per il solo fatto d’essere troppi e troppo turpi, di costare caro, di addossare sul contribuente parenti compari e correi. Tutti i sondaggi e le

ricerche -si veda l’ultimo rapporto di Ilvo Diamanti- attestano infima la stima dell’opinione pubblica in ciò che abbiamo.

Il nostro è un autentico Stato-canaglia, “forte coi deboli” con quel che segue, perennemente senza risorse quando si tratta di mettere in sicurezza le scuole e di ridurre l’affollamento delle carceri, spudoratamente fermo nel non tagliare le spese per il prestigio (vedi le molte infamie della reggia del Quirinale, delle ambasciate principali, di tutti i palazzi Spada di tutte le somme Istituzioni). Lo Stato fondato dai mitra partigiani è pronto a chiudere i reparti di oncologia infantile, lentissimo anzi immoto a ridurre i compensi di boiardi e superburocrati (il capo di Poste Italiane, 1,2 milioni).

La nostra è la Repubblica delle Tangenti e l’Everest della Corruzione. Si susseguono i 25 Aprile delle menzogne, si inventano insegnamenti e retaggi della lotta partigiana, si esaltano le prodezze e si tacciono i crimini delle bande. Si insulta la memoria degli infoibati: tutti fascisti, tutti meritevoli di quanto hanno avuto. Massacrati 12 mila di soli “domobrauci” sloveni (lo ha scritto il 22 aprile su ‘Repubblica’ Boris Pahor). Si denigra persino il rimpianto dei molti sinistristi che lamentano il ‘tradimento della Resistenza’. C’è forse stato il “totale rivolgimento politico-istituzionale” (si legga l’Alberto Asor Rosa di giorni fa), oppure i ricchi imperversano più di un secolo fa? La corruzione non è alla metastasi avanzata? Allora dove e quando funziona la Religione Civile?

Il presidente della Repubblica e della Casta va dicendo che la Resistenza fu soprattutto rivolta morale contro il fascismo. Ebbene Mattarella sappia che si trova al Quirinale, e che i Proci banchettano sicuri, in quanto non è ancora cominciata la rivolta morale contro il regime suo e loro, sorto nel ’45. Essa comincerà quando il popolo -lo stesso che inneggiava al Duce fondatore dell’Impero- scoprirà che il Ventennio non fu peggiore del Settantennio.

A.M.C.

LE RIFORME SARANNO ESILI, QUASI NON CE NE ACCORGEREMO

La scorsa mattina ‘Repubblica’, il Volkischer Beobachter  della cleptocrazia nata dalla Resistenza, si scopre nauseata, anzi desolata, di un fatto tutto considerato quasi marginale: i vitalizi agli ex-consiglieri regionali, compresi o no altri bricconi, ci costano 170 milioni l’anno; ma la cosa peggiorerà, per un meccanismo fatevelo spiegare dal Beobachter.

Volessimo contare le altre espressioni di sdegno stampate o recitate nello Stivale, solo a partire da Mani Pulite, sarebbe come numerare le stelle  del cielo o i granelli di sabbia del mare. I luoghi e le occasioni della malvivenza dei politici sono sterminati: dalle migliaia di miliardi elargite in settant’anni per dare voti ai partiti grandi e minimi, alle spese immorali per il Quirinale e per non una ma tre dimore presidenziali extra (San Rossore, Castelporziano, villa Rosebery).

Le prospettive dell’etica pubblica e della salvezza della Polis sono fecali. ‘Repubblica’ ci dirà chi farà la Liberazione dai ladri, ben più sacrosanta di quella di 69 anni fa? Matteo Renzi? Ma per gli orbaci del Regime, Renzi è una specie di Dillinger, un Pericolo pubblico numero Uno, perdipiù appestato di ebola. Nella logica delle Istituzioni e con la loro omertà troveranno modo di liquidarlo.

Esiste un altro protagonista da cui attenderci qualcosa? Non a destra; a sinistra c’è una combutta di conservatori tetragoni, perfettamente congeniali alla teologia di “Repubblica”, che è progressista solo quando si tratti di dissacrare  costumi millenari, p.e. le nozze riproduttive,  e di difendere i privilegi medio-altoborghesi.

‘Repubblica’ non sa vergognarsi del regime alla cui cupola appartiene: e questo è logico. Non è logico che non additi una via di fuga dalla palude mefitica in cui siamo. Se la sente ‘Repubblica’ di proporre un’ulteriore apertura di credito a favore dei Proci che gozzovigliano? Nessun paese civile  è stato governato così a lungo dai ladri. ‘Repubblica’ finge di non sapere  che il nostro assetto di sistema è stato fissato in modi che lo fanno immodificabile.  La Costituzione, le Istituzioni, la Consulta, le garanzie, le prassi, i diritti acquisiti, le logiche delle corporazioni, le varie sottosovranità, imprigionano tutto in una manomorta invincibile.

‘Repubblica’ è capozelota della demoplutocrazia dei partiti. Come tale è impossibilitata a vedere le altre realtà e le altre opzioni cui molti nel mondo guardano. La più minacciosa è, inevitabilmente, uno Stato autoritario sì ma meno lordato dalla corruzione, più esattamente dal denaro. Un’altra, destinata a vincere un giorno, è il passaggio a questa  o quella formula di democrazia diretta, una che azzeri il meccanismo della rappresentanza,  quella delega ai politici che spoglia i cittadini e perpetua l’usurpazione.

‘Repubblica’ è incapace di capire che non le riforme ‘possibili’ ma la bonifica integrale e le demolizioni nette redimeranno la nostra politica. Le riforme sono un mantra scadente, ormai svuotato di efficacia. Da qualche tempo il più alto dei bonzi del tempio proclama indispensabili le innovazioni. Per una volta dice giusto: ma quasi nessuno lo prende sul serio. Questa repubblica è un edificio da abbattere, per ricostruirlo tutto diverso.

A.M.C.

ORAZIO PIZZIGONI: I RAGAZZI DI MUGGIO’

INTRODUZIONE

 

IL SENSO DELLA VITA

 

Questo libro racconta la storia di un gruppo di giovani – i ragazzi di Muggiò – che presero posi­zione contro il fascismo e i tedeschi, durante la Seconda guerra mondiale, assumendosi respon­sabilità che comportavano grossi rischi. Sulla base di una scelta maturata in un contesto carico di tensioni ma fuori, almeno in una prima fase, degli itinerari che hanno trovato largo posto nella pubblicistica ufficiale. Ragazzi normali, con desideri, interessi, impulsi vitali normali che insieme decisero di impegnarsi dalla parte della libertà e della giustizia, ideali che conoscevano solo in negativo, come rifiuto del fascismo e delle sue logiche. Un libro che ho potuto scrivere grazie a due medici, uomini di scienza, di cultura e di grande umanità. Il professor Vittorio Pricolo mi salvò la vita il 24 aprile 1945 con un intervento chirurgico difficile reso necessario da una brutta ferita all’addome. Quindici anni dopo, il professor Vittorio Staudacher mi liberò da un’ occlusione intestinale provocata da una stenosi formatasi al . livello del duodeno, là dove Pricolo aveva sutu­rato uno dei tanti buchi che la pallottola, nella sua pazza corsa, aveva disseminato nello stoma­co e nell’intestino. Le crisi a cui andavo periodi­camente soggetto, e che si facevano di anno in anno più gravi, erano state attribuite ad aderen­ze. Anche gli esami radiologici accurati che avevo fatto sia all’Istituto del cancro sia al Policlinico di Milano avevano escluso la necessità di affidarsi ai ferri del chirurgo. Nel gennaio del 1960 Vittorio Staudacher decise per l’inter­vento, ritenendolo non solo possibile ma anche necessario. Pena la vita. Se sono ancora qui a testimoniare un’ esperienza di oltre mezzo secolo fa lo devo anche a lui. Cinquant’anni dopo Vittorio Pricolo mi rivelò che quella notte non era riuscito a prendere sonno. ‘«Avevo paura di avere lasciato qualche buco aperto» mi confessò. Pricolo quel 24 di apri­le 1945 era di guardia. Toccò a lui mettere le mani nel mio addome, passandone al vaglio ogni cen­timetro. Una grande fatica, accompagnata dalla paura che alla fine risultasse inutile. Anche se non me lo confessò mai esplicitamente.

Ricordo però che, dopo una decina di giorni, quando ora­mai ero fuori pericolo, mi disse con tono distac­cato, quasi non si riferisse a me: «Se ne salva uno su mille».

Ero fra quei pochi fortunati che riuscivano a cavarsela. Quando andai a trovarlo a Codogno, dove si era ritirato alla fine della sua carriera pro­fessionale, mi accolse in piedi sulla porta di casa, una villetta a un centinaio di, metri dalla stazione fer­roviaria. Magro, segnato dalla malattia, faceva fati­ca a camminare, sorretto dalla moglie. Una paresi l’aveva bloccato alcuni anni prima, togliendogli, lui così vigoroso, la voglia di continuare.

Si ricordava benissimo dell’intervento su quel ragazzo che ave­vano portato mezzo secolo prima in un pomeriggio di aprile in ospedale, più di là che di qua. Aveva riletto, quando gli avevo annunciato la mia visita, la cartella clinica. «Sì, di tutte le ope­razioni importanti che ho eseguito mi sono tenu­to una copia» mi disse. Parlava volentieri. Velocemente.

Era sorpreso che mi fossi ricordato di lui dopo tanto tempo. «Professore non l’ho mai dimenticata. Se sono qui è merito suo». Sorrise, dimostrando di essermi grato per quelle parole. Riviveva la sua giovinezza.

Nel salottino di casa, mi raccontava del suo impegno profes­sionale a Milano, quindi a Pescara come prima­rio, ancora a Milano e, infine, a Codogno. Non era stato facile rintracciarlo.

Nell’ elenco dell’Ordine dei medici di Milano non c’era più. Qualcuno mi consigliò di rivolgermi all’Istituto nazionale che gestisce la previdenza dei medici in pensione. Lì fecero qualche resistenza. Sì, ave­vano in carico Vittorio Pricolo ma non erano autorizzati a fornirmi l’indirizzo. Li pregai di farlo, spiegando le ragioni della mia ricerca. Erano passati cinquant’anni. Anch’io oramai ero entrato in quell’età che non concede più molto. L’età dei bilanci e dei conti con se stessi. Vittorio Pricolo, giovane medico abruzzese che mi aveva tirato fuori dall’abisso, rappresentava per me un conto in sospeso. M’ero portato den­tro la sua figura china su di me.

Un’immagine che avevo messo a fuoco dopo, piano piano, durante i lunghi giorni trascorsi in ospedale, in attesa che la ferita si rimarginasse, affogato den­tro i giornali che ogni mattina ricoprivano il mio letto, espressione di quella riconquistata libertà che non avevo potuto vivere come avevo sogna­to, nel pieno delle forze, in un’esplosione di sen­timenti.

Stavo lì a leggermi gli articoli di tutti i giornali che tornavano a riempire le edicole e che qualcuno mi portava con le ultime notizie. Tutti quei giornali erano per me la libertà, diversi e, nello stesso tempo, uguali per l’entusiasmo che esprimevano. Differenze forse c’erano ma io non le colsi, ubriaco com’ ero di quell’ aria nuova che si respirava e che condividevo con chi mi veniva a trovare.

Di Pricolo avevo poi perso le tracce. O, meglio, non le avevo mai cercate, travolto dalle vicende della vita che ci impedisce, nella sua vorticosa corsa, di tenere tutti i fili della sua trama. Anche di quelli che l’hanno segnata in profondità. Adesso che era lì e mi parlava da una poltrona di casa sua, fragile, indifeso, umiliato dalla malat­tia, il mio silenzio durato mezzo secolo mi pesa­va come una colpa. Ne avvertivo l’ingiustizia. Quest’uomo, che mi ricordava momenti della sua vicenda umana con una lucidità che contra­stava con la fragilità del suo corpo e che, quasi in un bisbiglio, forse per non farsi sentire dai suoi, mi aveva dichiarato, veloce, che forse sarebbe stato meglio fosse morto, dava alla mia visita il significato di una confessione. Ero arrivato tardi. Gli anni avevano piegato il giovane medico che mi aveva strappato alla morte in una sala opera­toria di un ospedale della periferia milanese, a Città Studi. Se quel giovane medico non fosse stato di guardia, se un altro fosse stato al suo posto chissà come sarebbe finita quella giornata di aprile. Forse sarei morto e a ricordare quell’ e­pisodio adesso ci sarebbe, probabilmente, una targa alla memoria, stinta dal tempo, testimo­nianza di un avvenimento lontano che nessuno ricorda più, salvo che nelle giornate dedicate alla Liberazione, quando ritornano, per qualche momento, le vite spezzate di tanti giovani che hanno chiuso la loro esistenza d’improvviso, vit­time della crudeltà altrui e, spesso, della loro generosità e inesperienza. Nel mio caso, se avessi avuto una preparazione alle armi meno superfi­ciale, forse me la sarei cavata, sparando prima del tedesco. Forse. O forse no. Sì, la preparazione all’uso delle armi aiuta ma, soprattutto, aiuta l’a­bitudine alla morte che la guerra finisce per inculcarti, annullando sentimenti, rispetto della vita, considerazione degli altri. È difficile supera­re di colpo tutto questo.

Nell’universale carneficina di una guerra si può uccidere, senza odio, senza una ragione specifica che non sia l’istinto di conservazione. Anche in battaglia, chi spara, da una parte e dall’altra, lo fa con relativa facilità perché il nemico si presen­ta spoglio di ogni caratteristica umana.

Senza volto e con la sua storia celata dietro la divisa. Se spari, miri alla divisa e non all’uomo. L’uomo non c’è mai o quasi mai. Se si presentasse con tutta la sua storia e con la ragnatela dei rapporti che ne giustificano l’esistenza – i genitori, i figli, gli amici, i piccoli e i grandi desideri, i colori, i profumi, i sentimenti che ne fanno un essere umano – credo che sarebbe impossibile, quasi per tutti, uccidere.

Solo la divisa e quello che rappre­senta consentono di farlo, annullando quel patri­monio universale di valori che un uomo esprime e attraverso il quale gli altri, per vicissitudini e storie, spesso si riconoscono. Il tedesco che mi aveva sparato lo aveva fatto di fronte alla minac­cia della mia pistola. Quando si è trovato di fron­te a me, con le mie braccia alzate in segno di dife­sa, non ha fatto fuoco.

Il secondo colpo avrebbe potuto finirmi subito, ma non è partito.

Il ragazzo che stava supino sul marciapiede riac­quistava, improvvisamente, la dimensione umana che l’atto di guerra – la canna della mia pistola puntata – aveva cancellato? Non lo so. Me lo sono chiesto tante volte senza riuscire a dare una rispo­sta. Questo tedesco che mi aveva risparmiato resta­va nella mia memoria senza volto. Impressi mi sono rimasti solo la divisa, il cinturone, la sua pistola e, all’ occhiello della giacca, il nastrino di chi aveva fatto la campagna di Russia. Chissà dov’è fini­to e se questo episodio, sicuramente importante per me ma forse insignificante per chi, come lui, aveva trascorso la sua giovinezza su tanti fronti di guer­ra, lo ha accompagnato durante gli anni di pace. Ammesso che se la sia cavata e sia tornato a rian­nodare i fili che la condizione di non-uomo, affogato dentro una divisa, aveva strappato.

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VIA RASELLA, UNA KATYN IN PIU’

Per fare un carotaggio nel sottosuolo degli odierni urlatori contro la minaccia fascista e zelatori della Costituzione ho riletto l’odio che vomitarono contro un magistrato, dieci o dodici anni fa, Giorgio Bocca, Ettore Gallo, Pietro Ingrao, Leo Valiani, A. Galante Garrone e altri sansepolcristi di sinistra. Questo magistrato si chiamava Maurizio Pacioni. Che aveva fatto di male? Non aveva archiviato la denuncia dei parenti di un ragazzo tredicenne dilaniato dalla bomba partigiana di via Rasella.

E questo ho imparato. Che ci eravamo abituati male. Visto che i diadochi e gli aventi causa di Togliatti andavano in pellegrinaggio alla City di Londra, tubavano coi cardinali, inneggiavano alla Casa Bianca e al Patto Atlantico, intimavano l’amore per le istituzioni e per le Forze Armate, avevamo preso a considerarli contegnosi, nei modi persino gentiluomini. E invece no. L’ordinanza del Gip di Roma fece dimenticare agli eredi di Togliatti d’essere padri nobili della Repubblica, grandi cariche dello Stato, frequentatori della City. Esplosero in urla e insulti, come fanno i killer della ‘ndrangheta dalle gabbie dei maxiprocessi per intimidire testimoni, avvocati e giudici. Promettono incaprettamenti, acido muriatico, altre esecuzioni. Beninteso gli indignati di cui sopra fecero minacce più soft.

Ma è un fatto: dimenticarono il loro status ragguardevole, fecero gli energumeni. Come osava il Gip di Roma mettere a repentaglio l’impunità assegnata ai giustizieri che a via Rasella avevano scacciato l’nvasore e dato la spallata decisiva a Hitler? Mezzo secolo di amnistie medaglie d’oro seggi parlamentari iperpensioni, e ‘un oscuro giudice’ (Bocca lo chiamò così) tentava di invalidare tutto?

Il più diretto fu il sen.Cesare Salvi: senza alzare la voce, sicuro di sé, suggerì al ministro della Giustizia l’azione disciplinare contro il magistrato. Un altro ministro bollò come ‘aberrante’ la decisione del Gip. Fu invece sorprendente Giorgio Bocca: oltre a impartire da ‘Repubblica’ un ulteriore racconto delle proprie gesta partigiane -con specifica sottolineatura di uno o più mitra’- si lasciò andare a un’ammissione: “Gli Alleati erano arrivati ad Anzio e a Cassino, a Roma città pontificia non si sparava, non si attaccava il nemico occupante. L’attentato di via Rasella fu l’operazione dura, ma agli occhi dei gappisti necessaria, per far compiere alla Resistenza romana un salto di intensità e qualità. Il giudice Pacioni -è ancora Bocca- riassume nella sua sentenza la paura, la voglia di diffamazione, la naturale avversione alle minoranze coraggiose. Dobbiamo riderci sopra, dicendoci che non sarà un Pacioni a spiantare la Resistenza, o dobbiamo sentire la tentazione vivissima di fare le valige e andarcene da questo paese di pidocchi?”

Chissà se noi pidocchi saremmo sopravvissuti allo strazio di perdere il mitragliere Giorgio Bocca. Comunque, col suo elogio della decisione dei gappisti romani, il partigiano ‘in aeterno’ di “Repubblica” ci fece più chiaro perché lo stalinismo, alla cui etica si ispirarono i gappisti e tutti gli altri togliattisti, finì odiato più del nazismo. Gli storici, ad ogni modo, concordano: la bomba di via Rasella fu pensata per provocare una rappresaglia tedesca così grave da far sollevare la popolazione di Roma. Non si sollevò.

I decisori, beninteso, vollero una rappresaglia sugli altri, non su loro. Le loro vite erano preziose, si misero in salvo. Indro Montanelli riassunse la questione in modo semplice: responsabili delle Fosse Ardeatine furono coloro che vollero via Rasella. Peraltro uno di loro, Pasquale Balsamo, si fece intervistare per comunicare “di essere tornato combattivo, come un tempo. A molti non è andata giù l’idea che Roma sia diventata la capitale europea della lotta di liberazione”.

Il discorso della capitale europea, variante alla porchetta, pur comicissimo e delirante visto che Roma nel lottare fu un po’ meno leonessa di Brescia e di Varsavia, conferma che i gappisti si fecero accecare da un sogno di gloria settaria, di emulazione tra carnefici Gentaglia più inumana ed odiosa di altre gentaglie.

“Sdoganato Kappler” maledisse il Partigiano forever, quello che rimpiangeva il mitra. E invece l’ordinanza di quel Gip sdoganò tutti noi pidocchi che avevamo capito Stalin e i suoi killer parecchio prima di Krusciov. Sterminarono tutto lo sterminabile.

A. M. Calderazzi