TRE DISREPUBBLICHE: 2 DI SPAGNA, E LA NOSTRA MALNATA DALLA RESISTENZA

Le disrepubbliche odiano gli ideali grazie ai quali sorsero, e operano la loro rovina.  La prima delle disrepubbliche spagnole, quella stranamente denominata “Gloriosa”, durò undici mesi dal febbraio 1873, nei quali si dette quattro  presidenti (Figueras, Castelar, Salmeron, Py y Margall).
Non merita  particolari menzioni, a parte i contrasti tra unitari e federalisti e non pochi tentativi di ribellione sociale. Nel dicembre 1874 fu agevole al generale Martinez Campos restaurare la monarchia borbonica nella persona di Alfonso XII, figlio della regina Isabella II, che le Cortes avevano deposto nel 1868.

La lunga fase che seguì fu sempre più travagliata. Ai problemi di sempre – guerre carliste, lotte tra fazioni partitiche e militari, contrasti tra ricchi e miserabili- si aggiunsero il disastroso conflitto con gli Stati Uniti, la perdita dell’impero, i rovesci nella colonia marocchina. Nel 1923 la situazione del Paese era drammatica al punto che non solo la maggioranza dell’opinione pubblica ma anche i circoli intellettuali capeggiati dal filosofo Ortega y Gasset invocarono l’avvento di un dittatore militare. Nei primi anni il generale Miguel Primo de Rivera governò meglio di tutti i predecessori di due secoli: ripristinò la pace che le violenze nelle strade, gli scioperi, lo scontro tra le classi avevano distrutto.  Il dittatore volle redimere i ceti  umili dagli aspetti più neri della miseria, istituendo  varie provvidenze da Stato sociale, mediando nei conflitti tra capitale e lavoro, modernizzando, dando impulso con le opere e gli interventi pubblici alla crescita.
Nel 1930 il dittatore fu costretto a volontarie dimissioni dall’ostilità di vari gruppi di potere. L’anno dopo una consultazione elettorale dette la vittoria ai candidati di fede repubblicana. Re Alfonso XIII andò in esilio e la Seconda Repubblica fu proclamata il 14 aprile senza contrasti gravi, anzi in un clima di esultanza. La politica spagnola sembrò avere scelto di razionalizzarsi, dopo le convulsioni e le contraddizioni dell’intero Ottocento.

L’euforia passò presto. Dopo pochi mesi le violenze settarie esplosero furibonde e presto si disamorarono della Seconda repubblica quei conduttori dell’opinione pubblica che la avevano additata come l’ineluttabile destino della Spagna. Anche a volere ridimensionare le turbolenze, gli assassinii, gli scontri armati nelle strade, gli incendi di chiese e di conventi, va detto che la Seconda repubblica si consegnò subito a gruppi di potere sorprendentemente incapaci.  Manuel Azagna, massimo regista della nuova fase in quanto presidente del governo, poi in quanto capo dello Stato, si rivelò del tutto inferiore alle sfide del suo tempo. Un letterato fattosi uomo d’azione, Azagna fu posseduto come pochi dagli imperativi settari. A tutti i costi volle far trionfare la laicità, di fatto l’anticlericalismo, in ogni piega del tessuto nazionale in quanto, proclamò, “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.  Mostrò di non sentire i problemi sociali, tralasciò i termini economici della dialettica politica. La priorità di Azagna non era di organizzare una società operosa ed equa, era di farla razionale e laica. Capo di un piccolo partito radical-progressista, non provò nemmeno a coinvolgere i grandi numeri  nel disegno suo e delle minoranze che lo fiancheggiavano.

Nei primi anni Trenta del ‘900 il popolo spagnolo voleva anzitutto la riforma agraria. La classe politica capeggiata da Azagna non tentò seriamente di dare la terra ai braccianti e ai contadini minimi.
Quei politici che avevano dietro di sé le masse -innanzitutto i socialisti, i  comunisti, gli agitatori anarchici- non ebbero la saggezza di impostare programmi che convincessero il popolo. Nel frattempo lo scontro politico-sociale si infiammò al punto di suscitare la reazione estrema dei nemici della repubblica, della laicità, del progressismo neoilluminista.  Quando la militanza sinistrista superò i livelli che nel passato i gruppi di destra avevano tollerato, quando in particolare i delitti politici e i conati rivoluzionari si ingigantirono, i settori più combattivi dell’esercito e della politica trovarono il nerbo di insorgere con le armi.
La Seconda repubblica perdette quasi metà del suo territorio sin dai primi giorni della Guerra Civile. Da quel momento l’impegno dei suoi governanti si concentrò nel vano conato di abbattere il nemico con le armi: dopo aver tentato di repubblicanizzare   la società e le istituzioni, con gli schemi e con gli slogan, si dettero la missione di vincere la guerra contro avversari meglio organizzati e meglio aiutati dall’estero. Tra l’altro la maggior parte dei professionisti delle armi si erano uniti all’Alzamiento dei generali.
I governanti di Madrid credettero di supplire coi consiglieri sovietici, coi commissari politici, con gli esponenti soprattutto letterari delle sinistre internazionali.  Forse i governanti furono galvanizzati -meglio, storditi- dall’iniziale successo della difesa di Madrid e dall’afflusso di molti volontari stranieri.

Risultato, per tre anni i capi repubblicani forzarono a combattere le loro forze per farle sterminare da un nemico più potente e meglio motivato.
A partire dal 1937 i nazionalisti vinsero, magari per tappe, quasi tutte le prove sul campo. La battaglia dell’Ebro, sforzo militare  supremo della Repubblica, si risolse in una sconfitta totale che cancellò la capacità bellica della Repubblica. I fondatori della Repubblica fallirono nello sforzo di edificare una società repubblicana;  fallirono nel tentativo di sopravvivere. Abbiamo visto che Azagna fu il più rappresentativo e il più insipiente tra i gestori. Dopo avere sorpreso gli spagnoli, anzi il mondo, coll’unilaterità e l’arroganza del suo agire, il Capo dello Stato dovette riparare in Francia a piedi, confuso nelle centinaia di migliaia di profughi e di sconfitti.
Il capo del governo Juan Negrìn agì con più realismo, ma i suoi risultati furono altrettanto disastrosi.  L’idea-madre di Negrìn fu che se l’esercito e ciò che restava della repubblica fossero stati capaci di resistere alquanto più a lungo, il secondo conflitto mondiale avrebbe salvato la repubblica: le democrazie occidentali non avrebbero permesso a Franco di vincere.

Sappiamo che Londra e Washington mai concepirono di abbattere Franco per amore della repubblica amata da Stalin. L’idea-madre di Negrìn era insensata. Le ultime settimane della sciagurata repubblica videro lo scontro armato tra repubblicani: tra i reparti del colonnello Casado -con lui tutti coloro che volevano la resa immediata- e le residue milizie comuniste. Forti delle forniture belliche dell’Urss, i comunisti della Ibarruri e di Togliatti avevano di fatto governato ciò che restava della nazione e delle sue milizie. Da quando nacque, la Seconda repubblica non fu che una successione di errori. I rari successi sul campo non furono mai decisivi, e le glorie della difesa di Madrid furono spazzate via nel momento stesso che Franco risultò miglior interprete del Paese.

La terza delle Disrepubbliche, la Nostra, è stata senza confronti meno bislacca e più vitale. Vive ed è uno Stato considerevole. Considerevole è anche la Spagna, ma è di nuovo una monarchia: con tutta l’euforia dell’aprile 1931 e con tutta l’allucinazione ‘costituzionalista’ di Manuel Azagna. Da noi per fortuna non esistono le condizioni perché una delle dinastie estinte venga restaurata, come accadde in Spagna.  Invece esistono le condizioni perché la Nostra resti disrepubblica.

Essa nacque sull’impulso e sulla fede che ‘res publica’ fosse la forma di governo ideale.  Ma gli ingegneri, i geometri e i giuristi di questa repubblica le assegnarono una fisionomia monarchica: un’immagine cinica quale non dispiacesse ai peggiori dei papi e ai Savoia. I Padri fondatori non vollero che la repubblica incarnasse le essenziali virtù repubblicane: sobrietà, semplicità come rifiuto dello sfarzo e del superfluo, onestà.  In quanto fondata sul malaffare, la Nostra non è onesta. Dove è possibile sprecare e malversare, essa spreca e malversa. E non è votata alla semplicità, non le repelle lo sfarzo: con le sue due regge estive, il Quirinale divinizza il superfluo anche quando il Paese boccheggia come oggi.
Centinaia di istituzioni e di residenze pletoriche torreggiano sullo Stivale.
La Nostra incarna al meglio il rifiuto dei valori che nei millenni proiettavano la repubblica come reggimento superiore alla monarchia.
La Nostra è un repubblica spergiura e transfuga: una disrepubblica, appunto.

Antonio Massimo Calderazzi

IL ‘ME DUELE ESPAGNA’ CHE DILANIO’ MIGUEL DE UNAMUNO

Quando nel 1930 Unamuno rimpatriò dal mite esilio inflittogli sei anni prima dal generale Primo de Rivera -un dittatore bonario che governò la Spagna meglio di decine di predecessori e successori- , l’accoglienza che gli fecero le moltitudini degli ammiratori e dei seguaci fu trionfale al punto che molti, specialmente all’estero, presero a considerarlo un Mosè spirituale, o almeno il sommo eccitatore degli spagnoli, incarnazione come nessun altro di visioni e sentimenti iberici, in una fase che già volgeva a tragedia. Miguel de Unamuno visse, scrisse, insegnò fino all’ultimo giorno del 1936. Però non assurse a vero condottiero o pastore della nazione.

Fece impressione quando, mesi prima di morire, si erse in una cerimonia all’università di Salamanca di cui era ‘Rector perpetuo’ contro l’estremismo combattentistico-falangista del generale Millàn Astray. Astray aveva condensato nella formula “Viva la Muerte” la sua fede di grande mutilato guerriero; e aveva aggiunto ‘Mueren los intelectuales’. Unamuno oppose sdegnato le ragioni dell’intelligenza contro quelle dell’eroismo soldatesco: “Avete la forza e vincerete, ma non convincerete”. Lo calmò e protesse donna Carmen Franco, moglie del Caudillo: gli offrì il braccio e lo portò via dalla grande aula magna (Paraninfo) dove la schiera dei legionari di Astray rumoreggiava minacciosamente. Quella volta Unamuno si riaffermò politico e pensatore intransigentemente libero: aveva aderito alla ribellione dei generali, ma contrastò uno dei miti dei futuri vincitori della Guerra Civile. Francisco Franco lo destituì. Cattedratico a 27 anni alla più illustre delle università spagnole, era stato eletto rettore a 36 anni.

Il politico Unamuno fu contraddittorio tutta la vita. Si era imposto nel 1924 come immediato oppositore del colpo di stato di Primo de Rivera.
Il dittatore lo aveva condannato al confino a Fuerteventura.
Lì la sorveglianza poliziesca non fu abbastanza serrata da impedirgli una fuga in Francia, organizzata e finanziata da un editore francese molto interessato alla pubblicità propiziata dalla ‘persecuzione’ dell’oppositore già famoso in Europa. Forse Unamuno era al corrente, forse no, che il Dictador lo aveva già indultato. Il fuggitivo visse e operò prima a Parigi, a contatto con i maggiori intellettuali, poi si installò a Hendaye, città francese unita da un ponte alla città spagnola dello stesso nome. Lì redasse un periodico politico in collaborazione con un altro esule, Ortega y Gasset, fratello del filosofo Josè, uno dei fondatori – presto deluso- della Repubblica.

Poco dopo la neonata Seconda Repubblica assegna riconoscimenti e onori all’accanito oppositore di re Alfonso XIII: è reinstallato rettore a Salamanca; viene eletto alle Cortes (caratteristicamente, egli che si era professato socialista non è collegato ad alcun partito). Ma presto il cielo della Repubblica si fa tempestoso: arriva la Guerra Civile a straziare Unamuno. Eppure aveva o avrebbe sostenuto essere quella civile l’unica guerra degna di combattere. Tutte le altre, imposte da monarchie o da repubbliche o dal patriottismo o da questa o quella Causa, erano indegne: e aveva ragione.

Va rilevato però che la repubblica sognata da Unamuno, da José Ortega y Gasset e da tanti altri era tutt’altra cosa da quella costruita dai gerarchi del nuovo regime. Il maggiore tra questi ultimi, Manuel Azagna prima ministro, poi capo del governo, infine sciagurato capo dello Stato, fece l’errore capitale di attribuire priorità assoluta alle iniziative ed asserzioni laiche e costituzionali, invece che a mitigare la miseria del proletariato e che a soffocare la violenza settaria, fatta soprattutto di assassinii.
Nata il 12 aprile 1931, mesi dopo la Repubblica era già devastata.
Le istituzioni crollarono non solo per i cannoni delle divisioni nazionaliste, anche per la loro sostanziale irrilevanza. Aveva ragione Unamuno a rifiutare le parole d’ordine dei progressisti oltre che gli estremismi dei seguaci di Franco. La gloria dei grandi intellettuali spagnoli nulla poté contro la ferocia delle contrapposizioni. Se il ruolo politico del più famoso degli spagnoli colti fu irrisorio, fallirono tutti gli altri che tentarono di edificare un sistema migliore della monarchia. Novant’anni dopo, la Spagna ha ancora un Re e una Corte di aristocratici. Il bagno di sangue è stato inutile.

Miguel de Unamuno fu poeta, romanziere e filosofo oltre che bardo di una Spagna ideale, anelito e dolore della sua esistenza: “me duele Espagna”. Non spetta a chi scrive accennare alla produzione letteraria (anche se ad essa il Nostro dovette tanta parte della sua fama). Si è parlato di un Unamuno esistenzialista, oppure mistico e irrazionale, di un ‘gemellaggio’ con Antonio Machado, di una matrice romantica. Filiazioni di tale matrice furono in Unamuno l’anti-intellettualismo, la sfiducia nella ragione, nella tecnologia e nella scienza. Egli scandiva spesso ‘mi agonia, mi lucha por el cristianismo, la agonia del cristianismo en mi, su muerte y su resurreccion’. Per tutta la vita diffidò dell’entusiasmo per il progresso, dello scientismo, della scienza stessa ‘fattasi religione per tanti’. Quasi tutti i critici e gli esegeti additano nel Nostro lo stoicismo tragico, l’iperindividualismo, l’intimismo impudico, l’ossessione iberista. Ancora di più additano lo spasimo religioso, l’attrazione della teologia, le imboscate della fede contrapposta alla ragione. Per uno studioso autorevole, José Luis Aranguren, Unamuno anelava ad una ‘civilizaciòn del cristianismo’; meglio ancora, per una ‘ecclesiastizaciòn del pueblo cristiano’.
Per lui l’ateismo è ‘un lusso’ e gli atei ‘vivono parassitariamente nelle società cristiane’. A questo punto si spiega meglio l’adesione del socialista antimonarchico Unamuno all’insurrezione dei generali contro la Repubblica. Non aveva Manuel Azagna asserito “la Spagna ha smesso d’essere cattolica”?

Questi e molti altri moti dell’animo unamunesco non erano fatti per essere apprezzati dalle schiere più “loiche” della cultura spagnola. Il loro capo, José Ortega y Gasset, polemizzò accanitamente con ‘l’energumeno’ e ‘gigantista’ Unamuno. Lo accusava di esprimersi e di agire oltremisura, con spiriti eccessivi, irrazionali, emotivi, persino demoniaci: si veda la famosa esclamazione in favore della guerra civile. C’è da dire che i molti lamenti sul fratricidio rientrano nella più larga meditazione poetica del Nostro su Caino, l’assassino di Abele, e sulla ‘envidia’: “Lo mas del llamato en Espagna tradicionalismo no es sino cainismo”. Ortega mantenne la sua critica persino nel necrologio che scrisse in morte di Unamuno la prima notte del 1937, ‘anno terribile, anno di purificazione, anno di cauterizzazione’. Ortega ricordò che la morte fu “su perenne amiga-enemiga. Toda su vida, toda su filosofia han sido, come las de Spinoza, una ‘meditatio mortis’. Anche nell’occasione luttuosa, Ortega non rinunciò a puntualizzare il ‘feroz dinamismo’, unito al ‘coraggio senza limiti’ del ‘Gran Celtibero, il rettore a vita. E insisté: “Su pretension de ser poeta lo hacia evitar toda doctrina”, allorquando “la mission inescusable de un intelectual es ante todo tener una doctrina taxativa, inequìvoca y, a ser posible, formulada en tesis rigurosas, facilmente inteligibles.
Porque los intelectuales no estamos en el planeta para hacer juegos con las ideas y mostrar a las gentes los bìceps de nuestro talento, sino per encontrar ideas con las cuales puedan los demas hombres vivir. No somos juglares, somos artesanos, como el carpintero, como el albagnil.” Il giudizio di Ortega y Gasset restò dunque severo anche nella chiusa del necrologio sul suo più fortunato competitore per l’amore degli spagnoli e non solo: “La voce di Unamuno ha risuonato senza mai interrompersi per un quarto di secolo. Al suo tacere per sempre temo che vivremo un’era di silenzio atroce”.

Molti titoli delle opere del rettore sono intensi, pregnanti, pieni di destino. Alcuni: ‘Del sentimiento tràgico de la vida.’ La agonìa del cristianismo. ‘En torno al casticismo. ‘Vide de Don Quijote y Sancho. ‘Andanzas y visiones espagnolas. ‘Contra Esto y Aquello. ‘Paisajes del alma. ‘ Paz en la Guerra. ‘ San Manuel Bueno martir.

I fatti della vita di Unamuno impressionano. Nato a Bilbao il 29 settembre 1864, vince la cattedra di greco alla prima università del Paese, Salamanca, a 27 anni; ne diventa rettore a 36. Viene destituito nel 1914, nel 1923, poi almeno altre due volte. Condannato al confino nel 1924, dopo quattro mesi viene indultato ma decide di esiliarsi: prima a Parigi, poi a Hendaye sul confine con la Spagna. Sei anni dopo rimpatria e passa a insegnare Storia della lingua spagnola. Con la nascita della Repubblica riprende il rettorato a Salamanca, presto proclamato rettore a vita e onorato coll’istituzione di una cattedra al suo nome. Scoppiata la Guerra Civile, Unamuno accusa il governo repubblicano di avere “infranto il sogno di una repubblica libera e liberale, di avere consegnato il potere nelle mani dei pistoleros”.
Destituito da rettore a vita, è reintegrato dalle autorità franchiste.
Si oppone clamorosamente al generale Millàn Astray fondatore della Legione. Perde ancora una volta la carica di rettore. Muore l’ultimo giorno del fatale 1936.

Sappiamo che Unamuno fu uomo di antagonismi. Per dirne solo uno, egli basco definì più volte il ‘vascuense’ una lingua “rural y archeologica, incapaz de convertirse en lengua de cultura”. Non riconosceva il ‘diritto’ dei catalani di affrancarsi dalla gloriosa tradizione dello spagnolo; tradizione che si identifica con ciò che nei secoli fece la Castiglia. La Castiglia impose certamente la sua egemonia: non è detto comunque che il grande basco accettasse un giudizio di Carlo V: ‘El idioma castellano ha sido hecho por hablar con Dios’. José Luis Aranguren chiuse un suo saggio “Unamuno y nosotros” esaltando in Lui il pensatore anticonformista che si oppose alle derive del pensiero moderno: “omogeneizzazione, integrazione, adattamento”.

Antonio Massimo Calderazzi

I PASSATI ERRORI DELLA CHIESA SECONDO IL CATTOLICO GIL ROBLES

Un paio d’anni dopo il sorgere della Repubblica spagnola (1931), le elezioni generali abbatterono la coalizione progressista che la governava. Si aprì il ‘bienio negro’ dei partiti variamente conservatori al potere, potere che finì nella primavera 1936 con la vittoria del Fronte popular. Il 18 luglio di quell’anno esplose la Guerra civile. José Marìa Gil Robles, figlio di un giurista e deputato carlista (cattolico tradizionalista) ed egli stesso cattedratico di diritto all’università di Salamanca, pervenne ad essere il maggiore esponente della militanza politica dei cattolici e dei conservatori, nonché il numero Due del governo di centro destra. Divenne così popolare ed esercitò il suo ruolo con tanta energia che gli avversari lo combatterono come ‘l’aspirante Duce’. L’evento che decise i generali a ribellarsi contro la Repubblica fu, il 13 luglio 1936, l’assassinio del leader monarchico José Calvo Sotelo, che era stato il principale dei ministri della Dittatura di Manuel Primo de Rivera. Ma Gil Robles e non Calvo Sotelo sarebbe stato la vittima più logica, tanto importante era l’azione che aveva svolto contro il regime di sinistra e in difesa della religione. Messa così, è giusto leggere le riflessioni sulla Chiesa che il capo dei cattolici e della destra parlamentare mise nell’incipit delle sue Memorie (‘No fue possible la paz’).

“Debo a Dios el inestimable beneficio da haberme hecho (fatto) nacer en una familia profundamente cristiana en el que la sana tradiciòn espagnola revestìa caracteres de verdadero culto. Era mi padre demòcrata en lo mas profundo del alma. Consistì para el la democracia en la legìtima participaciòn del pueblo en los negocios pùblicos y, sobre todo, en el deber de las clases directoras de encaminar sus desvelos (sforzi) al mejoramiento y elevaciòn de los humiildes (umili) , en un cristiano anhelo de compenetraciòn y convivencia. Por eso, admirador y defensor (istancabile) de todas las òrdenes religiosas, dedicò un afecto especialìsimo a los Salesianos, que en aquella época extendìan por Espagna su obra redentora de los pobres. Legado (arrivato) io a esa edad en la que se precisa (impone) la disciplina de un colegio, mi padre llevòme (mi portò) al colegio de los hijos de Dom Bosco, y al poner el pie en el patio de recreo, en el que jugaban tantos nignos desvalidos (poveri), me cogiò (prese) de la mano y pronunciç estas palabras: “Hijo mìo, no olvides (dimenticare) que vienes a esta casa a quitar (togliere) el puesto a un pobre y que tienes la obligaciòn de restituir el dìa de magnana el puesto de que hoy le privas”. Aquel primer contacto con un mundo que no era el mìo marcò en mi ser (essere) una huella (traccia) que difìcilmente se borrarà (cancellerà). La lecciòn de verdadera democracia cristiana que recib^ de mi padre en el umbral (soglia) de un colegio salesiano ha venido siempre a mi mente, en los instantes màs (più) crìticos de mi vida”.

“(…) Tras (dopo) el  perìodo de paz mate4rial que significò la dictadura del general Primo de Rivera. llega (arriva) a los lìmites de su màxima tensiòn ese problema decisivo de las relaciones entre capital y trabajo. La situaciòn del campo (delle campagne) reclamaba soluciones ràpidas y tajantes (incisive)(…)

En la Iglesia espagnola habìa comenzado a brotar (germogliare), con innegable retraso (ritardo), un cierto sentido social, que ni llegò (arrivò) a dar sus frutos. Por otra parte, no habìa conseguido liberarse la Iglesia del sello (sigillo)  que le imprimieran varios siglo de lucha por la unmidad de  la creencia (fede), lo que contribuìa a mantener abierta una profunda sima (spaccatura) entre la jerarquìa y el pueblo. Alejada (allontanata) cada vez màs de las realidades vivas del paìs, la Iglesia se presentava al advenimiento de la Repùblioca, injustamente, como una aliada de las clases burguesas. El esfuerzo denodado (coraggioso) de mucho sacerdotes y religiosos,  que dedicaron su vida entera a los humildes, naufragò en la ola (ondata) de incomprensiones y rencores en cuyo lomo (nella quale) cabalgaban ( irrompevano) las masas que se disponìan al asalto del poder”.