NIENTE CAMBIERA’ SENZA LA DUREZZA DI DRACONE

Un anno fa un pezzo di Internauta si intitolava “Cambiare non basta. Passare alle demolizioni”.
Di fatto il cambiamento è stato accennato qua e là, ma i risultati sono irrisori. Al momento sono stati estromessi dal potere oligarchi e gerarchi del Settantaquattrennio. Però i nuovi detentori sono impotenti, bloccati nella loro avanzata dalle mura inviolabili della Costituzione, una vendicativa manomorta che serra tutto quanto afferrò.
La Costituzione è una rocca formidabile a difesa dell’immobilità.

Le opere che il cambiamento esigerebbe sono tutte vietate dalla Carta costituzionale, dai suoi tribunali e dai liberti (idealmente ex schiavi del Ventennio) che signoreggiano nei grandi media coi loro editoriali faziosi. Per esempio, occorrerebbe tagliare i costi improduttivi della collettività al decuplo di quanto è immaginabile a termini di Costituzione.
Andrebbero aboliti tutti i “diritti acquisiti” al di sopra di livelli modesti, i livelli della borghesia minuta; i diritti acquisiti, tipo le pensioni delle vedove degli ammiragli, degli alti burocrati e, perché no, dei magistratide, che imperversano blindati dalla Costituzione, e svenano gli erari. A dette vedove, redditi di cittadinanza.

Andrebbero respinti gli andazzi millenari in materia del cosiddetto “prestigio delle Istituzioni”. Andrebbe ripudiata la conformità agli usi tradizionali della diplomazia, quali lo scambiare ricevimenti mondani tra ambasciate, presuntuose e inutili. Anzi andrebbero chiuse tante, quasi tutte, le ambasciate. Hanno senso oggi, all’interno dell’ Unione Europea?
E abbiamo abbastanza nemici sul pianeta da dover mantenere Forze Armate? Tra l’altro la Patria dovrebbe perdere per sempre il diritto di chiamare a combattere in guerra; e il mestiere volontario delle armi andrebbe scoraggiato, e tra le donne vietato.
Comunque non merita protezione una malarepubblica fondata dai mitra partigiani ma gestita alla monarchica, cioè soprattutto nell’interesse dei privilegiati. Le istituzioni e le regole del gioco dovrebbero cambiare tutte.

Sembra certo che il nostro Debito diverrà schiacciante, ma non si pensa a rimedi che non aggravino le tasse dei più. L’alternativa, ovvia e giusta, sarebbe che vendessimo tutto quel superfluo che il mercato internazionale accettasse di comprare, dalle partecipazioni pubbliche alle opere d’arte e ai palazzi dello sfarzo.
La collettività sopporta per esempio i costi di centinaia di immobili di prestigio: dovrebbe liberarsene, traslocando istituzioni, dicasteri, presidenze cominciando dalla più “alta” di tutte, in edifici senza vanagloria, semplicemente funzionali e all’occorrenza in periferia.
Trasformati in poli museali e perchè no in grandi alberghi o in B&B smisurati, il Quirinale e molte dozzine di iperpalazzi darebbero di che ridurre in fretta l’indebitamento.

Ma occorrerebbe una volontà e una razionalità cui la Repubblica demoplutocratica non è all’altezza. Essa figura ancora sinistrista, ma ha istinti pressocché monarchici. In più soffre della stessa paralisi delle decisioni forti che colpisce tutte le democrazie rappresentative.
Finchè non creeremo qualcosa di diverso dalla democrazia rappresentativa, le svolte vere le faranno solo i colpi di stato. La legalità è troppo dalla parte della conservazione. Le realtà negative, cominciando dalla Costituzione, vanno eliminate con la scure dell’arconte Dracone, il primo e il più energico dei legislatori di Atene.

A.M.Calderazzi

IL CIMITERO DELLE REPUBBLICHE RISCHIERA’ DI NON AVER POSTO PER LA NOSTRA

Dovesse la malarepubblica nata tra il 1945 e il ’48 morire -come non sarebbe poi tanto male -è sicuro che per essa ci sarebbe posto nel cimitero delle repubbliche? Esiste il cimitero degli elefanti e c’è quello delle repubbliche. Quelle nate e morte in Europa negli ultimi 220 anni sono un paio di dozzine: alcune importantissime, altre assai meno. Prima a nascere, poi a morire più volte, fu la Repubblica francese: comparve nel 1792, nel 1848,  nel 1944-45,  nel 1958.

La più compianta tra le repubbliche fu quella detta di Weimar, che non fu mai a Weimar bensì a Berlino. Fu proclamata da Philipp Scheidemann il 9 novembre 1918; due ore dopo Karl Liebknecht   ne proclamò un’altra, ispirata alla Russia dei Soviet. Weimar fu assassinata da Hitler, appena eletto a termini di Costituzione presidente del Reich (30 gennaio 1933).

Un’altra scomparsa grossa, amaramente rimpianta dai suoi partigiani, fu quella della Seconda repubblica spagnola, nata nel 1931 e attaccata frontalmente il 18 luglio 1936 (scoppio della Guerra Civile). La Prima repubblica di Spagna era durata ancora meno  mesi, dal 1873 al 1875; vi pose fine la restaurazione dei Borboni e l’alternanza al governo dei due maggiori partiti costituzionali, il conservatore e il liberale. Poco distinguibili tra loro, entrambi coalizioni di notabili, si succedettero  regolarmente al potere. Furono liquidati nel 1923 dalla dittatura razionalizzatrice ed efficiente del gen.Miguel Primo de Rivera.

La Repubblica d’Austria durò dal 1919 all’Anschluss del 1938; anche lì, come in Ungheria, in Baviera, in Sassonia sorse un’effimera repubblica rivoluzionaria. Anche la Germania comunista (DDR) fu organizzata in repubblica, dall’ottobre 1949 alla caduta del Muro di Berlino. La riunificazione germanica fu proclamata nell’ottobre 1990; diciamo che la DDR non fu mai uno Stato sovrano.

Molto sofferte le vicende della Repubblica polacca. In quella nazione le lotte risorgimentali erano andate avanti buona parte dell’Ottocento, finché verso il 1890 gli scontri di fazione videro l’emergere di Pilsudski, che avrebbe dominato la Polonia fino alla morte nel 1935. Egli figura nella storia come un generale, ma era stato militante rivoluzionario, a lungo confinato in Siberia, cofondatore del partito socialista. Nel 1919 primo capo dello Stato indipendente, tra il 1920 e il ’21 portò la guerra contro il neonato Stato sovietico. Avverso alla Costituzione del 1921 che limitava le sue prerogative, nel 1926 prese tutto il potere nelle sue mani. La Repubblica di Polonia non venne meno prima del 1939 (invasione germanica-sovietica), tuttavia la posizione di Pilsudski fu talmente forte da configurare un regime non assimilabile a un normale ordinamento repubblicano d’Occidente. Nel 1916 le Potenze centrali  avevano addirittura organizzato una Polonia indipendente retta da un monarca.

Le Repubbliche baltiche sorsero nel 1918 (l’Estonia  alcuni mesi prima) e furono spazzate via  dall’invasione sovietica. L’Islanda acquistò la completa sovranità repubblicana nel 1944. Vissero una stagione abbastanza significativa, come potenze medio-piccole non allineate né coll’Ovest né coll’Est la Iugoslavia e l’Egitto. Quest’ultimo è perfettamente vivo, anche se schiacciato dall’eccesso di popolazione; è un osso duro anche per gli USA, che al momento vi esercitano l’egemonia. Tra il 1958 e il ’61, assieme a Siria e a Yemen, l’Egitto tentò di erigere la Repubblica Araba Unita.

Pure la Cecoslovacchia subì l’aggressività della Germania ma delle sciagure della nazione furono  responsabili anche i governanti di Praga, resi troppo sicuri di sé dai favori dei vincitori della Conferenza di Versailles. Quanto alla Jugoslavia, essa fu ingannata dai detti vincitori al punto di credere di potere riprendere le annessioni della Grande Guerra.

Infine la Grecia. Sorta nel 1830 come regno, nel 1924 era diventata repubblica, per tornare al re nel  1946. Nella guerra civile del secondo dopoguerra la normalità istituzionale era stata dilaniata, con un governo partigiano comunista, capeggiato da Marcos Vafiadis, e una monarchia combattuta con le armi.  Quest’ultima fu definitavamente abolita nel 1973.

Se l’Italia raggiungerà il luogo dove riposano le repubbliche defunte nel Novecento, soffrirà di scarsità di spazio cemeteriale. Ma non è detto che debba andare al camposanto: forse le nostre istituzioni riusciranno ad emendarsi. Oppure qualcuno troverà il modo per correggere gli errori più gravi.

Porfirio

NON TIRA ANCORA LE CUOIA LA REPUBBLICA DELLA NOSTRA DISDETTA

Chi dice che lo Stellone d’Italia sta tramontando? Intanto perdura la somma tra le eccellenze: siamo la più longeva, anzi l’unica viva, tra le dieci Repubbliche della Malasorte che hanno segnato la storia contemporanea d’Europa. La Federazione iugoslava imposta dai mitra di Tito fu quella che resisté più a lungo, 46 anni (1945-91). Seguirono, per vent’anni, la Polonia, gli Stati baltici e la Cecoslovacchia, nazione inventata a Versailles a spese dei Sudeti e degli slovacchi (i quali ultimi si vendicheranno secedendo). Spirarono a 14 anni la repubblica di Weimar uccisa da Hitler e la  Quarta francese, meritoriamente liquidata -assomigliando parecchio alla nostra- da Charles De Gaulle. Quella di Spagna, proclamata nel 1931, fu spezzata in due dai cannoni del 18 luglio 1936; era morente nel 1938 dopo la sanguinosa e fallita offensiva rossa dell’Ebro; cessò di vivere la primavera successiva.

Gli spagnoli si erano dati un primo stato repubblicano nel 1873; non arrivò a due anni.

Il nostro regime resiste grazie, abbiamo detto, allo Stellone. Peccato sia abominevole, un regime-canaglia. Ha già battuto tutti i record conosciuti di corruzione e di saccheggio dei politici professionisti. A livello delle menzogne ufficiali vanta una Costituzione ispirata alla socialità, ma i suicidi dei miseri e degli sfortunati si succedono incessanti. Per gli esodati e per quanti hanno perso il lavoro o la dittarella non c’è soccorso che non siano i pasti caldi e gli abiti usati delle parrocchie. La Malarepubblica d’Italia non può elargire buoni-viveri ai più poveri, ma in compenso ordina cacciabombardieri al top delle prestazioni, sommergibili d’attacco e altri equipaggiamenti dal costo proibitivo. E’ recidiva nelle missioni militari all’estero, mercenarie al servizio degli USA ma a carico nostro.

Come scriveva sul ‘Corriere’ un accreditato giornalista di palazzo, Franco Venturini, “esistono grandissime probabilità che quella dell’Afghanistan non sia una guerra vinta (…) ma noi dobbiamo ragionare solo sulla base dei nostri interessi”. Venturini non ha paura del ridicolo, perciò argomenta che combattere nell’Afghanistan – violando la Costituzione architettata dai legali dei partiti ladri- è nel nostro interesse. “Esistono spese -sentenzia il giornalista di corte- che vanno al di là dell’equazione contabile; che sono utili al Paese anche se ne aggravano il passivo; che difendono valori come le alleanze internazionali”. Per gli orbaci dei grandi media la soggezione a Washington è un valore.

Questo è in effetti il pensiero dei governanti ex-antiamericani, comunisti ed equiparati (Prodi, D’Alema, Napolitano, più il borghese impeccabile Mario Monti, cui è andata la bocciatura degli elettori) che ci opprimono: i “nostri interessi” esigono di non badare a spese se è Wahington che richiede (ma non paga) i nostri mercenari). Scongiurare i suicidii non è nell’interesse degli italiani. Ed ecco  che per sette anni ha presieduto e incarnato noi tutti un personaggio che, già luogotenente di Togliatti e seguace di Stalin negli anni che minacciarono il terzo conflitto mondiale, giorni fa è andato alla Casa Bianca a chiedere il rinnovo della patente di atlantismo. Il nostro congegno è tale che persino un eversore d’ingegno come Grillo, appena conseguito un bel successo elettorale, si fa catturare dai giochi parlamentari invece di indebolirli a spallate.

Se quanto precede non squalifica abbastanza gli appaltatori della pessima tra le repubbliche, c’è lo sconcio della priorità tassativa che essi assegnano al vano prestigio dello sfarzo. Il mondo sa che da noi comanda la gentaglia, dotata però di splendide dimore. Non un palazzo di rappresentanza è stato venduto, non un’ambasciata inutile è stata chiusa. Non uno dei gioielli comprati a carico del popolo dalle varie dinastie principesche della Penisola è stato messo all’asta. Per ospitare l’esponente più ‘alto’ dell’oligarchia teniamo aperta la reggia più pretenziosa in assoluto. “Esistono spese che vanno al di là dell’equazione contabile, che sono utili al Paese anche se ne aggravano il passivo”.

I senza reddito abbiano pazienza: fieri come sono che la nostra Malarepubblica resista, mentre le altre nove sono morte.

Porfirio