1921: IL GRANDE GIOLITTI BATTUTO DAI LILLIPUZIANI. ACCADRA’ A RENZI, PER L’IDENTICO ERRORE

Quasi opposte come sono le figure politiche e umane di Giovanni Giolitti e di Matteo Renzi, probabilmente le loro parabole storiche risulteranno pressoché uguali. Il secondo è, tra i politici delle due/tre repubbliche dello Stivale unito, il più brillante, il più assertivo, il più rinascimentale; in ogni caso, il solo che abbia provato ad innovare. Giolitti fu il maggiore dei primi ministri del Regno tra Cavour e Mussolini. Aggiornò il sistema liberal-capitalista, scongiurando che restasse un’oligarchia di notabili reazionari e che fosse abbattuto, come altre monarchie, dalla Grande Guerra e dalle ondate rivoluzionarie che seguirono.

Tuttavia, dopo avere imperato sulla politica italiana del primo quindicennio del secolo, lo statista piemontese subì la sua più grave disfatta nel maggio 1915, quando fu soverchiato dall’infatuazione guerresca della piccola borghesia interventista stordita dai lirismi di d’Annunzio, dalle suggestioni progressiste, dal denaro della propaganda franco-britannica. Il ‘dittatore parlamentare’ della Terza Roma non riuscì a difendere la nostra sacrosanta neutralità. Risultato, seicentomila morti, tragedie smisurate, i conati di bolscevismo, dunque il fascismo; poi le sciagure del secondo conflitto mondiale, la caduta del Paese ai partiti rapinatori: masnade dei peggiori professionisti dell’impostura elettorale sulla scala dell’intero Occidente.

Giolitti sembrò rialzarsi e rifulgere con le luminose, dure verità del ‘discorso di Dronero’, il 12 ottobre 1919. Umiliato nel 1915, tornò al potere nel giugno 1920, alla caduta di F.S.Nitti. A Dronero, il suo collegio elettorale, aveva ripreso il suo ruolo di primo tra i governanti italiani pronunciando una dura requisitoria contro i responsabili della tragedia bellica, nonché contro l’aggravamento delle storture del nostro sistema. Così la riassumono gli storici francesi Pierre Milza e Serge Berstein, autori di ‘Le fascisme italien’: “Denunciando i vizi del sistema oligarchico che aveva gettato l’Italia in guerra contro la volontà del popolo, Giolitti formulò a Dronero un programma neo-liberale adatto alla situazione. Bisognava che in futuro, con una modifica dello Statuto albertino, il Parlamento potesse pronunciarsi sui trattati e sulle dichiarazioni di guerra. Bisognava liquidare il passato, aprire una ‘inchiesta solenne’ sulla guerra, sulla condotta delle operazioni, sui grandi contratti di forniture, per far sapere al Paese come erano stati sprecati miliardi. Giolitti proponeva forti tagli alle spese militari, un’imposta progressiva sui redditi e sulle successioni, un prelievo eccezionale sui patrimoni e sui profitti di guerra. Le classi privilegiate che avevano condotto l’umanità al disastro non potevano essere più sole a dirigere il mondo, i cui destini sarebbero stati ormai nelle mani del popolo”.

A destra si levò contro il Nostro l’accusa di sinistrismo: qualcuno parlò di ‘bolscevico dell’Annunziata’ (pedestre riferimento all’Ordine cavalleresco dell’Annunziata che innalzava i pochi insigniti a ‘cugini del Re’). Le elezioni del 16 novembre 1919 dettero ragione a Giolitti: vittoria incontestabile per le forze di sinistra e per gli avversari della guerra. Giolitti sembrò aver salvato la democrazia liberale. Invece fu presto abbattuto dalla vecchia politica: da quel parlamentarismo e partitismo che in passato aveva padroneggiato e fatto docile. Le elezioni del maggio 1921 tradirono in pieno le sue attese: si dimise il 1° luglio. Le divisioni tra le consorterie di notabili menomarono per sempre la fiducia del popolo nelle istituzioni. Inevitabilmente trionfò il fascismo.

Il parallelismo con la parabola di Renzi è impressionante. La logica del sistema generato dal settarismo della Resistenza e della Costituzione partitocratica farà fallire la maggior parte dei grandi progetti del Rottamatore; così come quasi un secolo fa il parlamentarismo disfece lo statista di Mondovì. Giolitti aveva sopravanzato tutti; le sue proposte erano le più idonee ad affrontare la grave crisi sociale, a sventare le minacce del bolscevismo velleitario di Gramsci e dei socialisti massimalisti, a contenere le ben più concrete violenze del fascismo. Ma fece l’errore di continuare a credere nella via legale nelle virtù delle urne, laddove i Parlamenti e il liberalismo erano morenti: non solo in Italia. Poco dopo l’avvento di Mussolini ci furono quello di Salazar in Portogallo, quello di Miguel Primo de Rivera in Spagna, entrambi accolti entusiasticamente dai cittadini. Giolitti non si era accorto di quanto cambiavano i tempi. Cominciava l’agonia di Weimar. Le soluzioni più o meno autoritarie si profilavano o prevalevano altrove: Pilsudski in Polonia, Horthy e il conte Bethlen in Ungheria, Avarescu in Romania, monsignor Seipel a Vienna.

Dunque la fase aperta dalla Grande Guerra era congeniale alle soluzioni anti-demoplutocratiche, antiparlamentari e giustizialiste. Giolitti voleva conciliarle in Italia coi giochi di un parlamentarismo che boccheggiava tra le occupazioni delle fabbriche e delle terre e le sopraffazioni squadristiche. Avrebbe dovuto puntare non su don Sturzo e su Turati, bensì sui metodi spicci dei capi militari, in quel momento circonfusi di prestigio per aver finito col vincere la guerra. Per esempio sul ruvido ligure Enrico Caviglia, che aveva comandato l’Ottava Armata e a cui Giolitti affiderà di liquidare in poche ore la sedizione di d’Annunzio a Fiume. Scelse invece, forse per una precoce senilità di settantottenne, il vecchio strumento del notabilato oligarchico: elezioni anticipate per rafforzare l’esecutivo. Invece le urne frantumarono lo schieramento rinnovatore che vagheggiava. Il ‘Dittatore parlamentare’ che non si fece Dictator vero -quello della Roma repubblicana nei momenti duri- fu annientato da un parlamentarismo che nell’emergenza del 1920-21 egli avrebbe dovuto spazzare via.

Uguale sarà il destino di Matteo Renzi. Ha creduto di poter rottamare la vecchia politica in alleanza con quest’ultima: con Montecitorio, con palazzo Madama, con la Corte costituzionale bastione del partitismo, col Quirinale pinnacolo e vertice della Casta, con le bande della cleptocrazia. Il gattamelatesco Fiorentino sta facendo a 39 anni lo stesso sbaglio del vegliardo che a Dronero era apparso un gigante (e che Georges Sorel, il teorico dello sciopero rivoluzionario, aveva immaginato volesse instaurare e capeggiare una Repubblica).

Matteo Renzi ci fece credere che volesse raddrizzare la vecchia politica. Governando ci ha chiarito che intende fare l’eversore perbene col consenso delle Istituzioni. E’ certo che si illude. Farebbe ancora in tempo a ibernare for good dette istituzioni. Come? Motivando e guidando un pugno di giovani ufficiali giustizialisti: le occasioni non mancheranno perchè, emuli dei capitani portoghesi che nel 1974 rovesciarono senza sparare il regime salazarista, ci liberino della partitocrazia ladra. Poche ore fa i furfanti del parlamento hanno votato per riprendersi un finanziamento pubblico che speravamo abolito. Il sistema non punisce quei ladri di Stato. Lo facciano i centurioni di un Renzi che apra gli occhi. Magari svegliato dalle Afroditi che illegiadriscono il governo.

A.M.C.

LE NOSTRE OPZIONI: DRACONE (NON RENZI), LA PALUDE CIOE’ I LADRI, POI SALAZAR

I benpensanti/legittimisti temono l’antipolitica come fosse la calata degli Unni (Attila ne divenne il capo assassinando il fratello Bleda). Ma i benpensanti/legittimisti sbagliano. Lo Stivale non avrà salvezza se le Istituzioni della malarepubblica non crolleranno come le mura di Gerico.

Coi suoi difetti, Matteo Renzi è l’unica chance di qualsivoglia prospettiva di semiriformismo gradualista e legalitario. Ma egli sarà sconfitto: dalla palude, dalle sabbie mobili, dalla sua stessa furbizia, dal proprio atlantismo. Non dai lillipuziani che lo combattono. Quando egli cadrà, quel po’ di iniziativa che aveva suscitato si spegnerà e il gioco tornerà al doroteismo deteriore. Dietro la facciata forse perbene di uno o più Mattarellidi, governerà un malaffare reso più imbattibile dal fatto di allearsi con spezzoni liberi di nuovismo 5Stelle, di Podemos e simili,

Per i cambiamenti veri ma indolori non esiste alcuna possibilità. Si prenda, per dirne una, la burocrazia medio-alta che fa cerniera coi cleptocrati del potere. Quando tradisce -lo fa spesso- essa è lercia quanto la nostra politica. Ma, blindata dai diritti acquisiti, dai Tar, dai sindacati, dalle prassi, solo un Terrore alla 1793 (o alla bolscevica o alla purga staliniana) potrà sgominarla. Ora si è messa a proteggerla anche la Corte costituzionale: solo per il suo ingiungere allo Stato di fare bancarotta in pro dei burocrati la Corte andrebbe abolita; ma c’è tanto altro a suo carico. La repubblica del Malaugurio non sarebbe tanto pessima se a farla oppressiva non ci fosse la Carta stesa dai giuristi del padronato partitico. Il Quirinale poi non scherza come bastione della Casta. Mattarella si ricordi: presiede uno Stato-canaglia. Potrà costringersi a restare personalmente integerrimo: ma è proprio di un prestanome integerrimo che il Milieu marsigliese ha bisogno.

La Carta dell’impostura recita che la repubblica è fondata sul lavoro. Menzogna, è fondata sulle tangenti e sulla rapina, gestita da un monopartito di regime che, parafrasando la formula del giornalista Fabio Martini, va chiamato Partito Nazionale Unico del Furto (PNF). Ormai è dimostrato che il Settantennio ha un solo vanto rispetto al Ventennio: non muove guerre di conquista o di follia (come quella dichiarata 75 anni fa, questi giorni di giugno). Non si spinge oltre il militarismo mercenario al servizio del Pentagono. Non delinque oltre la servilità atlantista. Per tutto il resto occorre la lente d’ingrandimento, anzi il microscopio elettronico, per individuare una superiorità rispetto all’andazzo sotto Mussolini. Potevamo risparmiarci gli eroismi e gli assassinii della Guerra civile.

Questa repubblica è un organismo che non ha più anticorpi contro la corruzione. E’ come uno Zarevic emofiliaco: la Zarina può sperare solo nel fosco monaco Rasputin. Di qui la convinzione di molti: ci avviciniamo al limite estremo del declino politico. Basterà che le voci di ripresa si dimostrino fandonie perché un uomo di fegato più coerente e più duro di Renzi si faccia il nuovo Salazar: lo Stivale acclamerà, persino più che il Portogallo del 1933. Quel regime finì solo quarantuno anni dopo, e lo abbatté una congiura di ufficiali al comando effettivo di unità armate. Peggio per Renzi se non studierà il metodo Salazar.

Chi abbia orrore dei rimedi poco liberali -sennò non sarebbero giustizialisti- alle malattie dell’Italia, si convinca che le riforme allegrone di Renzi sono asini che volano. La sola alternativa al giustizialismo per le spicce è, non proprio Pol Pot ma Dracone, il governante che nel VII secolo a.C. aprì la strada alla legislazione razionalizzatrice di Clistene, l’alcmeonide che precedette il grande parente Pericle. Dracone rappresentò l’uomo della severità implacabile. Oggi Egli cancellerebbe in toto ciò che ci affligge, cominciando dal mestiere del politico, dalle assemblee elettive, dalle elezioni che confermano al potere il Partito Unico Nazionale del Furto.

Quanto ai burocrati, così facili a tradire la collettività che dovrebbero servire, per loro ci vorrà un’incruenta decimazione: uno ogni dieci, scelto dal sorteggio, vada senza processo destituito ed espropriato di quanto possiede. Così gli altri capiranno. Sarà riabilitato solo in caso di eventuale assoluzione definitiva in un processo tassativamente successivo alla decimazione. Ricorsi sabotatori al Tar o altrove, zero.

Il fatale Dracone non avrà speranze se non farà la mezza rivoluzione cui è tenuto: niente Consulta, niente Carta usbergo della cleptocrazia, niente garantismi. Non volendo Dracone tenetevi la palude, infestata dai coccodrilli e dai ranocchi della democrazia rappresentativa: Scalfari, Rodotà, Rosy Bindi, persino quel tot bamba dei 5Stelle che punta quasi tutto sul parlamento; su una legalità repubblicana che sarebbe molto piaciuta a quel nostro compaesano, Al Capone.

A.M.Calderazzi

KANZLER RENZI SI AFFIANCHI UNA GIUNTA 30 CITTADINI SCELTI RANDOM DAL COMPUTER

Il Renzi riformatore delle istituzioni è un Gulliver nel paese di Lilliput. Presi singolarmente, i lillipuziani (la classe politica) sono minuscoli; ma sono tanti, e alla fine riescono a immobilizzare il gigante. Matteo Gulliver voleva fare l’audace legislatore e invece dovrà contentarsi, se gli andrà bene, di una nuova legge elettorale. Vanta che essa sarà presto imitata da altri paesi, ma sbaglia: un metodo di elezioni vale un altro. Sono le elezioni che dovrebbero sparire, sostituite dal sorteggio.

L’aspirante Kanzler dovrà anche contentarsi di rimpicciolire, e riempire di portaborse locali, un Senato che andava semplicemente abolito. Oltre a tutto, non sentiamo parlare di rendere lillipuziana la sede di tale senato, tenuto in vita per non ingrossare le armate di politicanti disoccupati/esodati. Nessuno si meraviglierà se il bilancio della futura assemblea di salvataggio, lungi dall’essere miniaturizzato, risulterà quello del Senato vecchio, sfoltito qua e là.

Che riforma è una che conferma quasi tutte le cose come sono, invece di capovolgerle? Si veda il ruolo dell’uomo del Colle. In prospettiva è doverosamente destinato ad assomigliare a un Bundespraesident cerimoniale, prezioso per non sprecare il tempo e il drive del Cancelliere, unico governante vero. Invece Gulliver mantiene il cosiddetto capo dello Stato su un trono maestoso, spropositato e preso troppo sul serio per quello che è il suo ruolo effettivo. E’ apparso sì capace di deporre Berlusca: ma Berlusca si è deposto da sé dimostrandosi pessimo tra gli statisti ed elargendo ricchezze a un corpo di ballo di troie.

Tenendo il Quirinale al vertice della Nazione, Gulliver appesantisce l’esposizione sua e dell’inquilino del Quirinale al processo di impeachment che entrambi un giorno meriteranno per avere perpetuato lo scempio di una reggia troppo costosa, fatta per i papi peggiori della storia cristiana.

La logica del Buongoverno esigerebbe la cancellazione di gran parte delle categorie almanaccate dai costituzionalisti, e la rottamazione della Costituzione stessa. Per esempio, il tempo e l’energia del Cancelliere non vanno sperperati in compiti di rappresentanza. Per questi ultimi ci vorrebbe un ciambellano ad hoc, e non uno pseudo-monarca settennale che si suppone fare il capo supremo degli eserciti, nominare i ministri e sciogliere le camere, dunque in teoria essere l’uomo di vertice. Per deporre corone al Vittoriano, ricevere boriosi ambasciatori spesso da operetta e dare un’occhiata frettolosa alle loro credenziali, basterebbe un ciambellano sorteggiato per 6/12 mesi, non rinnovabili, tra magistrati medio-alti in pensione. Basterebbe anche il titolo di Primo Cittadino e non di presidente, basterebbero poche decine di funzionari, lacché q.b. (quanto bastano) e un solo corazziere per i selfie delle ambasciatrici. I costi si nanizzerebbero e l’operato del Cancelliere migliorerebbe.

Anche perché il Cancelliere farebbe bene a farsi affiancare da una piccola giunta di una trentina di consultori/controllori, scelti a sorte da un computer centrale programmato ad hoc tra persone in possesso di requisiti particolari: culturali, professionali, di volontariato caritatevole ed altri. Nessuno di essi dovrebbe essere affiliato a partiti o a gruppi di pressione. La sperimentazione di modesti meccanismi di democrazia semidiretta consentirebbe a tempo debito di varare la partecipazione dei cittadini al governo della Polis, sempre utilizzando il procedimento randomcratico. In uno stadio finale della sperimentazione lo stesso Cancelliere, responsabile unico dell’Esecutivo, potrebbe essere sorteggiato tra i cittadini oggettivamente più qualificati di tutti.

In una fase iniziale questa giunta di ‘cittadini coinvolti’ avrebbe soprattutto la funzione di stabilire un principio: che persone scelte randomcraticamente possono dare un contributo senza essere state designate dalla classe politica e dalle urne. Gradualmente verrebbero aggiunti altri compiti, fino al giorno che la giunta dei cittadini consultori, dilatata fino a un centinaio di membri, diventasse una seconda camera, non eletta ma sorteggiata, dotata di poteri limitati. Sostituirebbe il Senato dei portaborse locali.

A.M.C.

CONTRO IL MALAFFARE E I PARTITI ROTTA GOLLISTA VERSO UNA DEMOCRAZIA MIGLIORE

Il solo aspetto d’interesse dei più recenti tra gli scandali di giornata è che nell’assetto attuale il decisionismo di Matteo Renzi -l’unico che esista- nulla potrà contro i cleptocrati. La lotta al duopolio Casta-imprenditoria tossica doveva essere la prima priorità del Rottamatore; non quelle che egli chiama riforme costituzionali e invece sono aggiornamenti cosmetici.

Che un anno dopo l’avvento del renzismo si venga a sapere di Incalza, di Lupi, del Rolex al figlio del ministro, della casa romana donata alla figlia di Incalza, ci dà la certezza che le tangenti -sostanza del regime- non saranno nemmeno scalfite dal Rottamatore. Se anche fosse ambizioso e inarrestabile come il Bonaparte primo console, Matteo sarebbe addomesticato oppure disarcionato dal Sistema Italia. Perché il Sistema Italia è corazzato dalla Costituzione manomorta, dallo stato di diritto, dai codici, dall’omertà dei mille parlamentari e del mezzo milione di parassiti e farabutti che vivono di politica.

Matteo Renzi, conclamato il più efficiente tra i nostri Proci nel perseguimento dei propri fini, sarà sconfitto dalle controffensive degli interessi, dalle prassi, dalla continuità, dalle Istituzioni, dalla Costituzione che è la fortezza inespugnabile del sopruso cleptocratico. Renzi ha scelto di agire entro la legalità, e la legalità è come l’inverno che trasforma in ghiaccio il mare di Barents. Bonificare lo Stato-canaglia fondato da De Gasperi-Togliatti-Nenni in combutta col malocapitale è di fatto impossibile. Nessuno riuscirà a cambiare le cose a termini di legge.

Per esempio. Occorrerebbe l’elettrochoc di cancellare tutte le pensioni d’oro e tutte le iperliquidazioni; di colpire forte le grosse eredità; più ancora, di destituire in tronco la maggior parte dei superburocrati, e poco male se alcuni di essi non meritassero appieno di espiare. Salus populi suprema lex esto dicono le Dodici Tavole; dunque ogni sacrificio sarebbe giusto. Per dirne una: non difettiamo di burocrati meno arrivati (tra l’altro più giovani e meno costosi) abbastanza sperimentati da saper rimpiazzare i destituiti. Ebbene il sistema vieta di potare, di destituire for good. Eppure la sola via per risanare la funzione pubblica sarebbe la decimazione: estromettere a sorte un funzionario su dieci (gli altri capirebbero), processarlo per i tipici reati dei funzionari, addossargli l’onere di dimostrarsi innocente, e si fotta lo Stato di diritto. Idem andrebbe fatto a carico degli appaltatori e dei faccendieri: non attendere che compiano i reati ma colpirli preventivamente, salva la possibilità di dimostrare infondata la misura punitiva.

In altre parole. Nel contesto italiano solo il Terrore, non cruento come nel 1793-94 però con garantismi zero, metterebbe in fuga le orche assassine della corruzione. Ma occorrerebbe una crisi prerivoluzionaria. Mancando questa e senza l’elettrochoc di misure draconiane il popolo resterà per sempre impotente.

Invece di farsi impressionare o condizionare dalle sciocchezze di alcune Vestali del parlamentarismo contro la deriva autoritaria e contro l’uomo solo al comando, Renzi dovrebbe attuare la deriva e, in larga misura, fare da solo o con gente in gamba sul serio. Meglio che queste cose le faccia lui, forzando al limite il quadro legale, che sfidanti estremi tipo i colonnelli greci del 1967 : essi non avrebbero altra risorsa che la violenza delle armi.

Sono incurabili i mali di questo regime. Il meno che occorra fare è smontare in grande la Costituzione e ricostruirla come fece Charles de Gaulle. Le cose hanno provato che egli non era né un oppressore né un tiranno; che spegnendo la cianotica Quarta repubblica prese la decisione giusta. Aveva sì molta tempra. Ma anche Renzi ha più tempra dei suoi pari. Non ha la legittimità storica di de Gaulle, anche se una modica quantità se l’è guadagnata. Dopo tutto de Gaulle non vantava alcuna gloria militare, non era nemmeno un generale vero.

Renzi rafforzi molto la sua energia, a fin di bene. Cerchi di configurare un gollismo giovane, conservatore in quasi niente. Faccia tesoro della lezione francese e di quella svizzera. La prima è che mortificare i partiti e il parlamento non è totalitarismo. La seconda, che introdurre la democrazia vera, quella semidiretta e, diciamo così, elettronica- come esige il nostro tempo- produrrà il Buongoverno.

Antonio Massimo Calderazzi

COME EVOLVERA’ LA MONARCOREPUBBLICA FONDATA DA RE GIORGIO&RENZI

La ‘cronaca dell’imminente’ che qui segue riprende la narrazione, sempre di Porfirio, “Il regime boccheggiava ma lo salvano re Giorgio&Renzi”. Vi si riferiva dell’idea concepita da Quei Due per scongiurare la morte del regime: lo Stivale non ne può più della repubblica partitica e ladra, facciamola evolvere in monarco-repubblica a impianto semidinastico. Non più la brusca cesura del 2 giugno 1946, non più il baratro tra la livida repubblica dei mitra partigiani e un passato non indegno che fece l’Unità. Bensì una Regia Repubblica capace di mondarsi degli errori e così ricacciare l’ondata antipolitica, tanto intrisa di populismo e di invidia sociale.

A questo Grande Disegno che dà vita alla Quinta Italia (pendant  cisalpino della gollista Cinquème  republique, però ingentilito dal recupero dei Troni) l’irresistibile Matteo apporta l’eccezionale talento di rottamare tutto senza actually  cambiare niente. L’anziano monarca partenopeo conferisce la sua biografia di multa passus. Iperprofessionista della politica politicienne, le ha passate tutte, dallo stalinismo al fermo impegno nord-atlantico circonfuso di gloria afghana e coronato di droni, dalla milizia proletaria a quella liberista baciata dalla caduta del Muro).

Per riassumere: la Repubblica dei ladri ha esasperato il popolo, allora abbelliamola con un controllato recupero del retaggio monarchico, quando la classe di governo era ricca di suo e rubava meno. La propedeutica di questo recupero è stata appunto il senso dell’ultimo biennio di Giorgio. E Renzi è confluito.

La transizione alla Monarcorepubblica comincia con chi succede a re Giorgio (e ha  accettato le regole d’ingaggio). Essa transizione troverà pieno compimento allorché il dominus di palazzo Chigi subentrerà al successore -uomo, donna o in between che sia- di re Giorgio. In omaggio al dettato costituzionale che al Quirinale esige un almeno cinquantenne, l’ascesa al trono di Matteo non potrà avvenire all’esatto termine del Settennato che seguirà al Novennato mergellino; bensì tre anni dopo. Quest’ultima difficoltà sarà agevolmente aggirata: a) implorando l’Uscente di restare per i tre anni che mancheranno al Fiorentino, oppure b) accorciando il mandato di chi seguirà al successore che conosceremo a giorni, accorciandolo attraverso dimissioni spontanee o incoraggiate; in alternativa, ricorrendo ad uno dei mezzi innumerevoli volte impiegati nel Rinascimento nostra gloria (veleno o pugnale).

Insediandosi sul Colle, re Matteo sarà il quarto della dinastia dei Giorgidi (terzo se non contiamo il fondatore, il consorte di Clio). E tuttavia: nella nuova legittimità istituzionale e storica sarà ingiusto e contraddittorio, date le note finalità, escludere le case regnanti ante- 1860. Pertanto lo schema Renzo&re Giorgio prevede di affiancare a ciascun  futuro capo dello Stato un vice capo-coronato espresso dalle dinastie pre-unitarie. Un Savoia innanzitutto: non lo screditato ramo Carignano di Vittorio Emanuele IV, bensì uno collaterale, un Aosta, un Savoia-Genova, un Savoia-Abruzzi dell’Esploratore polare.

Più delicato catapultare al vice-Quirinale uno dei Visconti, Sforza o Gonzaga che pullulano nel Nord assieme ai rampolli della nobiltà dogale di Venezia e di Genova. Un posto è assolutamente da garantire a un Asburgo-Lorena, a un Asburgo-Este e soprattutto a un Borbone (regnarono in Toscana, a Modena-Reggio e, tutt’altro che least, a Napoli).

Volendo affiancare ad ogni futuro presidente un portatore di legittimismo, con mandati di sette anni ciascuno le possibilità di rotazione sarebbero esigue. Il rimedio sarà di nanizzare il mandato del vicepresidente dinastico.

Soluzione migliore sarà di riservare alle dinastie cessate i governi locali. Fioriscono i progetti che rimaneggerebbero Regioni e Province: cosa di più naturale che far rivivere gli Stati principeschi anteriori alle usurpazioni dei plebisciti 1860? Restituendo Mantova a un Gonzaga, Bologna a un Bentivoglio, la Romagna al cardinale legato, le Due Sicilie a un Borbone, il distacco tra popolo e Istituzioni si ridurrebbe a poca cosa.

Un caso a sé sarebbe la Sicilia. I Borboni di Napoli non si identificarono abbastanza con la Trinacria. Forse andrebbe fatto un sorteggio tra le grandi case isolane. Potrebbe così avere una chance il nostro Raimondo Lanza di Trabia, da poco corrispondente di ‘Internauta’ da San Pietroburgo. Volendo una donna, ci sarebbe la nostra Monica Amari: non solo è nipote di Michele, senatore, ministro e  massimo storico degli Arabi di Sicilia, ma alla lontana è saracena di rango essa stessa.

Porfirio

IL REGIME BOCCHEGGIAVA MA LO SALVA LA PENSATA DI RE GIORGIO&RENZI

Per un tot di settimane e mesi, magari anni, il marasma preagonico del sistema risulterà fermato, persino mai cominciato. Trovato a giorni il Novello Sire, i giornaloni alla testa di tutti i media intoneranno Te Deum esultanti. Sembravamo perduti, invece abbiamo imboccato la strada della salvezza. Ce l’ha aperta un’idea di Quei Due: la repubblica ha tediato, semi-restauriamo il Regno.  Saldiamo il ciclo repubblicano a quello sabaudo della nostra storia; amalgamiamo la Più Bella delle costituzioni allo Statuto Albertino. Si fa una continuità ragguardevole, 167 anni. Il Risorgimento idolatrato dai nostri nonni più la belluina audacia della Resistenza, più le conquiste dei cassintegrati. 167 anni unificati sotto il bianco Stellone d’Italia.

Sorto monarchico (J’attends mon astre  fu antica divisa sabauda), lo Stellone -ricordiamolo- è nello stemma della Repubblica. Quest’ultimo non dovremo nemmeno cambiarlo, salvo ritocchi, se ufficialmente torneremo a Carlo Alberto (‘Anch’egli è morto, Dio, per l’Italia’  poetòCarducci). Di Statuti albertini ne avemmo addirittura due: il primo,  che Carlo Alberto  aveva octroyé da reggente di Sardegna, fu cancellato con sdegno da re Carlo Felice. Internauta ne celebrerà il bicentenario nel 2021.

Nessuna torsione eversiva in questa ricostruzione della nostra vicenda nazionale. Semplicemente Re Giorgio&Renzi profittano della lungimiranza dei padri e nonni Costituenti. Quelli avevano previsto che dopo settant’anni  lo Stivale non ne avrebbe potuto più dei partiti usurpatori e ladri della Casta; pertanto i loro giuristi scrissero una Costituzione manomorta, immodificabile, immarcescibile, ma pensata in modo da non farci correre il rischio di qualche correzione e novità. La Carta manomorta ha questo di provvidenziale: il popolo non sopporta più i politici che elegge (peggio per lui che li elegge, sapendoli farabutti e Proci), ma il congegno consente che essi governino senza consenso, contro il popolo.

Tale congegno, quasi il top della stabilità/governabilità, è stato testato con risultati lusinghieri nel biennio finale di Napolitano: al Paese, alla Plebe inferocita, si sono dati in pasto tre governi-kamikaze (Silvio-Monti-Letta) per poi insediarne un quarto senza confronti più gradevole, elettrizzante per chi volesse novità e rassicurante per chi le rifiutasse. Un’operazione degna del ‘connubio’ Cavour-Rattazzi (1853), premessa e anticamera  dell’Unità.

Renzi è lo statista occidentale che ha fatto più strada quasi senza  muoversi di un passo. Riforme una più clamorosa dell’altra, però impercettibili. Bizzeffe di innovazioni virtuali senza toccare una virgola della Costituzione; piuttosto valorizzando le prerogative monarchiche del Quirinale. Che c’è di strano o di male? Nel 1789 alcuni Fondatori cercarono sul serio di proclamare George Washington re degli Stati Uniti.

Tra un certo numero di giorni il connubio Renzi-re Giorgio verrà hopefully  allungato di sette anni. Colui/colei che salirà al trono sarà proclamato Risorsa della Patria, e per un po’ il Paese si calmerà. I media descriveranno la Risorsa come il compendio di quasi tutte le virtù, tempra, sapienza, calore umano, congenialità agli intonachisti come alle élites. Molti italiani patriottici alla Aldo Cazzullo riscopriranno lo Stellone ingiustamente dimenticato, così come nella limitrofa Francia è tornata di moda Marianna, giovane dea repubblicana, patrona tra l’altro dei vignettisti blasfemi e dei transgender del globo.

Il presupposto di sviluppi così costruttivi: la Casta si è ricompattata, superando le sue divisioni. La mano ferma e la moral suasion  le ha messe re Giorgio, il resto l’ha conferito Renzi. Minacciando di smantellare non tutto ma molto, poi non smantellando niente, Renzi ha rafforzato gli ormeggi e riparato le falle del traghetto “La Casta”. Ora galleggia bene, non minaccia più di affondare. Resterà quanto basta in cantiere, poi riprenderà il mare, più superbo di prima. L’unità dei politici di professione fa la forza.

Il colpo di genio è stato  far risultare che una componente monarchica fa bene alla repubblica. I partiti maneggiano e rubano, i politici peggio, ma nella Reggia sul Colle c’è  con la sua corte un dinasta che vigila e corregge. Perché correre l’avventura di istituzioni nuove, perchè rinunciare alle dolci certezze e magagne delle urne? Perché fare a meno delle prassi, delle tradizioni, convenzioni e concertazioni, degli andazzi persino? Le scarpe sformate sono le più comode.

Niente salti nel buio. Renzi ha dimostrato possibile di galvanizzare gli animi senza cambiare nulla: non un super o mini burocrate licenziato, non un vitalizio negato, non un

gioiello venduto, non un reato da carcere duro in meno. Questo l’apporto di Matteo; re Giorgio ha dato fideiussione di correttezza istituzionale. In compenso molti tratti stilistici sono cambiati: fresche Veneri capeggiano dicasteri e diplomazie  con guance tirabaci e glutei da paradiso delle urì, dunque nessuno sostenga che non accade nulla. Le riforme di Renzi, sempre integrali anzi micidiali, sempre rassicuranti, cambiano tutto senza cambiare nulla. Se arriverà il Quantitative Easing, cioè la Ripresa, il gioco sarà fatto.

La repubblica ‘alla monarchica’ di Adolphe Thiers dette alla Francia, sorella latina, un settantennio di Belle Epoque e prosperità. Se il nostro settantennio repubblicano si salderà

al Regno dei Savoia e al sesquimillennio di governo pontificio, sfuggiremo alle incognite delle novità grosse, terrorizzanti: in primis quella scelleratezza della democrazia diretta, senza urne, senza politici ladri e a vita!

Porfirio

UN PRIMO CITTADINO A TURNO E NO QUIRINALE AL POSTO DEI MONARCHI DA STRAPAZZO

C’è un altro ruolo da rottamare, quello del presidente della repubblica. Lo derivammo, così spropositatamente lungo – sette anni, laddove consoli da 12 mesi fecero grande Roma e ad Atene c’erano arconti da un giorno- dalla Costituzione francese del 1875. Era stata votata da una maggioranza parlamentare monarchica, e monarchico dichiarato fu il secondo presidente della Troisième République, Mac-Mahon. L’ultimo monarca di Francia era stato Napoleone III, nipote del Grande. Eletto presidente della Seconda repubblica nel l848, si era trasformato in imperatore quattro anni dopo. Non aveva regnato male: capiva i proletari e, pur amando di più la borghesia che industrializzava il paese, li aveva qua e là sostenuti. Ebbe la sventura di farsi coartare a muovere guerra alla Prussia (in pratica alla Germania prossima ad unificarsi e a diventare possente). Fu sconfitto rovinosamente.

La repubblica che era seguita alla disfatta e alla Comune parigina si rialzò in fretta: ricca di capitali, divenne il secondo più vasto impero coloniale al mondo. Seguirono due guerre mondiali (la seconda apportatrice di una sconfitta definitiva) e venne una Quarta Repubblica con i difetti più gravi della Terza, in primis il parlamentarismo estremo. Alla fine la Francia fu salvata, per mano di un generale, da una Quinta repubblica mondata delle lebbre della Quarta e della Terza.

I Costituenti italiani del 1947, più sconsiderati di quelli domati da de Gaulle. vollero un capo dello stato apparentemente forte -in realtà comandavano i partiti prevaricatori- e per un mandato troppo lungo, laddove nel 2002 la carica del presidente francese sarà opportunamente accorciata a 5 anni. Eletto dal popolo e largamente responsabilizzato, il presidente francese è uno statista migliore del nostro, eletto dalla Casta nella più completa irrilevanza dei cittadini. Fino alla crisi del 2007-08 il nostro presidente è stato un vaso di coccio tra  ferrei vasi partitici. Fu il fallimento del governo Berlusconi a trasformare Napolitano in un decisore forte e persino arbitrario: re Giorgio.

Oggi la Casta si trova di fronte alla scelta di un capo di stato che,  secondo come evolverà la crisi dell’economia e del regime, potrà risultare o no qualcuno; oltre a tutto dipenderà dal fattore forse nuovo, forse no, rappresentato da Matteo Renzi. Il successore di Napolitano sarà probabilmente scelto perchè non intralci il Rottamatore in una fase iniziale. Dopo, potrà accadere di tutto: dalla crisi di regime acuta e duramente rinnovatrice alla ricaduta nei giochi esiziali del partitismo cleptocratico. In un caso come nell’altro il ruolo del capo dello Stato resterà scadente, bisognoso di un ripensamento integrale. L’eventuale continuità col settantennio della Casta sarà micidiale.

In un ordinamento razionale la mezzadria tra due personalità costituzionalmente forti al vertice dello Stato non avrà senso. Piuttosto dovrà rafforzarsi nettamente il capo del governo, trasformato in Cancelliere espresso dal popolo. In tal caso dovranno ridursi sia le prerogative del capo dello Stato, sia quelle del potere legislativo (il parlamentarismo è un fatto degenerativo).

Sarebbe giusto che il presidente della repubblica perdesse quasi tutti i poteri che ricordano quelli del monarca. Gli resterebbero le funzioni cerimoniali e protocollari, quelle che non meritano di impegnare il Cancelliere espresso dal popolo.  Nella regia forte di tale cancelliere, a lui spetteranno quasi tutte le funzioni assegnate al capo dello Stato da una carta statutaria oggettivamente pessima: ha fatto sorgere un ordinamento stimato solo dai farabutti che lo sfruttano. La fiducia nelle Istituzioni volute nel 1947 si è ridotta a percentuali da farsa.

Per la funzione nominale che è opportuno resti al Primo Cittadino non va cercato un protagonista, una personalità con un passato e un’ambizione importanti. Dovrebbe bastare la rotazione annuale tra personaggi degni di onorabilità, scelti per sorteggio in un ruolo di soggetti dotati di determinati requisiti oggettivi, p.es. magistrati o studiosi di alto livello, benemeriti del volontariato e simili. Il Primo  Cittadino non dovrebbe essere rieleggibile né essere prescelto per altri ruoli politici.

Dovrebbero essere imperativi l’abbandono della reggia del Quirinale e la scelta di una sede decorosa ma senza alcuno sfarzo, con un bilancio e un personale non superiori al decimo degli attuali. Tutti i presidenti repubblicani finora eletti andrebbero processati per non avere rifiutato di mettere piede in un edificio che è la negazione assoluta della sobrietà e della moralità repubblicane. I loro beni e quelli lasciati agli eredi dovrebbero essere confiscati per indennizzare i contribuenti degli oneri loro imposti dal Quirinale e sue dipendenze. Uguale procedimento dovrebbe avocare gli eccessi di reddito dei professionisti politici -e loro eredi- di carriera pubblica insolitamente lunga. Per esempio il sessantaduennio di parlamento, poi di Quirinale, originariamente imposto per Giorgio Napolitano dal Partito comunista andrebbe sanzionato come un sopruso e un sovraprofitto di regime.

A.M.C.

OSTELLINO FA IL CATONE L’UTICENSE MA SBATTE LA TESTA CONTRO IL FUTURO

Nella sua coerenza di ultimo dei minghettiani (nel senso di legittimisti del liberalismo), Piero Ostellino rimbrotta si può dire ogni giorno dal ‘Corriere’ l’intero popolo dello Stivale perché non si attiene a Adamo Smith. A modo suo, l’ex-direttore ha qualche ragione. Perché rinunciare a tre secoli di tradizione liberale, sia pure mummificata, allorquando il pensiero marxista è morto e il suo solo sfidante, la dottrina sociale della Chiesa, sembra Sisifo: ogni volta che si avvicina alla cima del monte, il macigno che è condannato a issarvi rotola giù a valle. A un certo punto scende in campo un superpapa un po’ argentino: e non succede niente. Il masso rotola.

Ci sarebbero, deve ragionare Ostellino, tutte le condizioni per ingiungere “Alzati dalla tomba” al liberalismo di Marco Minghetti. Invece nessuno ne vuole sapere. I nostri politici e politologi danno dispiaceri all’ex-nume di via Solferino. Allora, chi prende sotto la protezione del suo mantello protoliberale? Il Partito democratico e i sindacati. Se non ci credete, leggete “La rottamazione fa male alla Sinistra” (Corriere 29 ottobre ’14).

Chiarisce Ostellino: “Personalmente non nutrivo e non nutro alcuna simpatia per la signora Bindi né per Massimo D’Alema. Ma ciò che inquieta è che in gioco non sono loro, ma una parte della nostra storia, della nostra tradizione politica, e con essa il futuro del Paese. Il Pd avrà i suoi difetti ma rappresenta pur sempre alcuni milioni di cittadini. Di una sinistra decente e sanamente riformista c’è bisogno. Ciò di cui non c’è bisogno è  un nuovo duce” (sarebbe Matteo Renzi).

Se Bindi e D’Alema non suscitavano le simpatie dell’ex-direttore scientifico dell’Ispi di Milano, dove la troverà un’incarnazione amabile della sinistra “decente e sanamente riformista”? E se essa incarnazione non è a portata di mano, se i Cuperlo i Civati i Mineo   gli appaiono scarsini come competitori di Renzi, non siamo autorizzati a sospettare che non di una sinistra migliore Ostellino sente necessità, bensì di un altro David Ricardo che si alzi dalla tomba come Lazzaro di Betània, fratello di Marta e Maria?

Insomma il nucleo dell’intervento di cui ci occupiamo non è propriamente il ritorno in salute di una sinistra che boccheggia;  bensì la resurrezione del liberalismo. La sostanza dell’argomentare dell’ex-grande di via Solferino è la filippica contro Renzi, colpevole di infischiarsi della scuola liberale. Lo imputa di “un’operazione personale di potere per liberarsi dei concorrenti”, di una irrisione dei sindacati “che coll’aria che tira è come sparare sulla Croce Rossa”. Infuriato al punto di definire “ragazzotto fiorentino” uno che ha dimostrato di sapere il fatto suo come nessun altro, Ostellino se la prende con un “Paese cialtrone”, con gli italiani che rischiano di “finire nel tunnel di una ridicola autocrazia mascherata da riformismo, che attraverso la leva fiscale faccia perdere loro le libertà individuali”.

Ecco il senso vero della disfida del Nostro: protestare perché qualche calcio negli stinchi del regime, invece di venire dai soliti innocui -i sindacati; i sinistri duri e puri che mai dettero vero fastidio all’One Per Cent- promette d’essere sferrato da un fiorentino che non ha riverenza per i padri nobili, destra o sinistra non importa. A Ostellino, nella concitazione, sono sfuggite persino allusioni a qualche affinità “con Stalin, Hitler e Mussolini” di un Renzi “che le stigmate dell’autocrate le ha tutte”.

Insomma, Piero Ostellino fa il Catone l’Uticense, pronipote diminutivo del Catone importante. Diminutivo, però difensore ostinato della tradizione repubblicana, senatoria, cioè classista/oligarchica, agghindata all’antitirannica. Avversò quel poco che poté Giulio Cesare, salvo a suicidarsi quando fu sul punto di cadere nelle mani del Dictator (il quale verosimilmente avrebbe perdonato lui come perdonò non pochi nemici sconfitti).

Ci permettiamo un consiglio: Ostellino torni a rimuginare su David Ricardo. Lasci perdere l’Uticense: pestava l’acqua nel mortaio, non piacque molto a Cicerone, cadde in sospetto di Pompeo di cui era luogotenente. Soprattutto, si avviticchiava al passato, laddove Cesare inventò un impero semimillenario.

Non finga Ostellino di avere a cuore il ruolo della nostra sinistra, così immeritevole. Lo angoscia piuttosto la morte del liberalismo,  farmaco scaduto da ben oltre un secolo. Ce l’ha con Renzi come l’Uticense con Cesare. Ma anche Renzi, come Cesare, cerca di inventare un futuro.

A.M.C.

FA STRAGE A SINISTRA LA DEMENZA PANDEMICA

Due immani cetacei, un capodoglio e un’orca assassina, boccheggiano sulla spiaggia dello Stivale dove si sono arenati. Avendo ancora residui di vita, gli spasmi della loro agonia fanno impressione. In acqua erano ferocissimi, sterminavano la fauna, dilaniavano le balene, rovesciavano le baleniere, divoravano gli equipaggi. Ora muoiono.

Il capodoglio è il sinistrismo. Con Gramsci fu similbolscevico, cioè rivoluzionario a parole; divenne stalinista;  poi comunista da Cinecittà; oggi  è ridotto a patrocinare  ardite innovazioni erotico-coniugali. Le grandi opere egualitarie di sinistra sono fallite tutte: da quelle europee del socialismo reale manu militari  a quelle asiatiche del trionfo capitalista in costume Mao. I popoli del pianeta che conobbero il potere marxista lo odiano persino al di là del giusto.

L’orca è il sindacalismo finora consociato al potere. La killer whale  faceva strage di foche cioè di imprese, piccole medie grandi. Se  soccombono tante di queste ultime, se i jobs spariscono a milioni, se gli investitori si dileguano, è soprattutto grazie a settant’anni di  ‘conquiste’  che esportano il lavoro invece che i prodotti. I giovani che il presente e il futuro sgomentano sanno che pagheranno sempre più caro il benessere quasi-borghese conseguito dai padri iperorganizzati, quando le vacche erano grasse e contrastare i sindacati era addirittura reato.

Il sindacalismo viene detto novecentesco, però la sua parabola è durata più di un secolo. La Confederazione generale del lavoro nacque solo nel 1906, ma la redenzione del proletariato cominciò nell’Ottocento. L’assalto al potere padronale fu sacrosanto allora; nel secondo dopoguerra divenne esercizio di privilegi e di omertà. Più tardi, di fronte al prorompere della concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione, il sindacalismo si è dato al killeraggio delle imprese occidentali (che pure hanno le loro colpe).

Oggi il sinistrismo e il sindacalismo dell’Occidente propugnano solo cause perse. Fagocitati dal lifestyle consumista, i lavoratori non sono più disponibili per la Rivoluzione, che era la loro arma di deterrenza assoluta. Togliendo i mercati all’Occidente, con ciò stesso la globalizzazione cancella la ragion d’essere del sinistrismo e del sindacalismo. La storia non è finita, come almanaccava quel Fukuyama. E’ certamente finita la commedia della conflittualità rampante. Manifestare con fischietti e avvolti di rosso è sempre più cretino.

A questo punto scoppia l’autentica pandemia di casa nostra: sinistrismo parlamentare e sindacalismo escono di senno. Il 25 ottobre 2014 sono entrati in una guerra che non potranno non perdere. Era già meno folle l’intervento di Mussolini, il 10 giugno 1940.

Più i due ismi attaccheranno, più saranno sbaragliati. Uno sciopero generale moltiplicherà i voti di Renzi e lo divinizzerà come asfaltatore di confederazioni. A sinistra si interstardiranno a esigere ‘politiche per il lavoro’ le quali, richiedendo risorse, sono perfettamente inconcepibili. Nell’ordine capitalista i salari e i ‘diritti’ che si vogliono difendere presuppongono gli imprenditori; gli imprenditori presuppongono i mercati; i mercati sempre più vanno ai produttori nuovi, quelli che non pagano salari a noi.

Tutto ciò il sinistrismo e il sindacalismo lo sanno, perciò invocano gli investimenti pubblici che sono impensabili senza aggravare le tasse su tutti. “Non su tutti, solo sui ricchi” protesta la Camusso. Ma la patrimoniale grossa sui soli ricchi, pur santa,  implica l’uscita dal liberismo, dal Codice civile, dall’Europa, dalle ìstituzioni della repubblica a presidenza monarchica-atlantista-obbediente agli USA-fanatica di quello sfarzo ufficiale che costa più della manutenzione di scuole e torrenti.

Dunque gli investimenti pubblici che creino lavoro sono asini che volano. Che i Fassina e le Camusso credano di proporli – non a chiacchiere innocue come di norma, ma con le lotte dure, con lo sciopero generale, addirittura coll’occupazione delle fabbriche- è prova che a sinistra si è persa la ragione. L’occupazione delle fabbriche, poi, è una trovata neo-gramscista che sembra uscita dalla comicità al semolino di Erminio Macario.

Giorni fa il guru Massimo Cacciari ha rimproverato a Matteo Renzi d’avere annunciato un’epocale fine del posto fisso senza curarsi dello sgomento suscitato. Ma per chiudere la bocca a questo Renzi che si vuole thatcherizzato occorrerebbe saper fare la rivoluzione. La sanno fare Cacciari Camusso Fassina Landini? Se sì-ehm- diranno ai milioni di seguaci immaginari che dopo la rivoluzione non ci saranno né buste paga né conquiste né diritti: solo distribuzione di utili eventuali e magri (l’Asia sempre più produrrà per il pianeta intero)?

Diranno ai  loro guerrieri che, mancando la rivoluzione, la salvezza verrà solo da una Mitbestimmung assai meno dolce per i lavoratori di quella germanica?

Diranno che il benessere anni Ottanta è da dimenticare, la decrescita forte da accettare, le umili virtù e le scodelle di minestra di padri e nonni da riscoprire?

A.M.C.

IL CORRIERE RINGIOVANITO COME PUO’ APPREZZARE I VECCHIUMI?

Non sappiamo perché, ma il Codice canonico impone, perché una causa di beatificazione si concluda, la “ricognizione delle spoglie di un servo di Dio”. Nemmeno sappiamo che tanfo, o al contrario che olezzo di santità, si diffonda all’apertura dei venerati sepolcri.

Ogni fragranza è da escludere, ove si faccia ricognizione dei precetti politici di Claudio Magris. Giacciono in un articolo -meglio, un avello-  comicamente intitolato “Salvate i parlamentari da tentazioni populiste”: quasi i parlamentari siano quei giovani ateniesi destinati ogni anno alle fauci del Minotauro (il mostro nato dall’adulterio con un toro dell’integerrima Pasife, moglie di re Minosse). Salvate dunque i martiri giovinetti di Montecitorio/Montemadama!

Poche scoperchiature di bara prendono alla gola quanto il più recente pensiero del Magris statista, fatto di zaffate secoli XVIII-XIX. Egli esordisce definendo tacitiana un’operetta di Bruno Visentini. A stare a lui, Visentini era un imprenditore/pensatore talmente proiettato nel futuro da non avere alcunché da dire al presente (si ricordano di lui un tot di giornalisti in quiescenza; più un collega-pensatore quale Carlo De Benedetti). Claudio Magris, che divenne un divo con Danubio –libro geniale- si conforma questa volta a modi mentali da autodidatta. Elogia la “bruciante pregnanza” della posizione Visentini sulla questione istituzionale di 68 anni fa, monarchia o repubblica. Non voleva che a decidere  fosse un referendum: popolo di ebeti. “Il plebiscito, e le varie forme di democrazia diretta, sono democratiche ed educatrici nei Paesi di coscienza politica molto evoluta”.  Era necessario “il filtro di una classe politica”.

Oggi, passato un settantennio di scandali dal bruciore della dottrina Visentini, il prof.Magris ha il greve imbarazzo di  dover riconoscere: “La democrazia parlamentare si trova in una crisi assai grave; cresce la tendenza alla democrazia diretta e all’insofferenza per il filtro della classe politica”. Nel suo smarrimento, il discepolo di Visentini si aggrappa a  Ferruccio De Bortoli “le cui critiche a Renzi erano fondate su quelle al dilagare della democrazia diretta  e sull’eclissi della democrazia parlamentare”. Utile testimonianza sul marasma pre-agonico delle Istituzioni ancien-régime.

Audacemente fresco, anzi avveniristico, il rimpianto del liberalismo, “calibrato meccanismo di pesi e contrappesi”; dobbiamo salutarlo con la riverenza del tempo quando ci si toglieva il cappello al passaggio dei funerali. Gli scherni al liberalismo fervevano già un secolo e mezzo fa, allo zenith del parlamentarismo francese, così pochade. Il quale perdette la Troisième République nel 1940, la Quatrième nel 1958, quando quest’ultima dovette arrendersi a un generale (ma de Gaulle era più in gamba di quel suo predecessore, Georges Boulanger, che arrivata la prova aspra si suicidò sulla tomba dell’amata).

2014: il parlamentarismo è screditato e maledetto come più non si potrebbe. “In Italia, Magris riconosce, la situazione è drammatica, anche per l’indecente degenerazione morale e civile di quella classe politica cui si richiamava Visentini”. E’ da chiedere: che senso ha per Magris ipotizzare che “nasca una nuova classe politica degna di questo nome e non di quello di casta: termine anzi troppo lusinghiero”. Che senso ha quando, se si guarda intorno, Magris non vede che uno smisurato ‘filtro’ di soli ladri e imbroglioni? Si vedano in proposito le fiere proteste di innocenza di un Galan, che poco dopo patteggia una pena non leggera.

Magris farà un gran bene al Paese quando lo avvertirà dell’avvenuta nascita di una classe politica interamente composta -com’egli rimpiange non sia- “dei Catoni e dei Bruti”, cioè di maestoso senso dello Stato. L’avessero assegnata, la questione istituzionale del 1946, al quadrumvirato Catone-Bruto-Visentini-Magris! Sarebbe stata repubblica, of course: ma quanto sarebbe assomigliata all’Empireo, il più esterno dei cieli, il solo immobile secondo le antiche teorie astronomiche! L’Alighieri, com’è noto, vi alloggiò i beati; esso cielo consisteva di ‘luce intellettual piena d’amore’, emanante direttamente da Dio e non dalla concertazione tra partiti, sindacati e poteri forti. Se si incaponirà a cercare il perfetto Stato liberale, Magris non dovrà risalire alla Scolastica  tomista. Gli basterà fermarsi ai tempi umbertini, quando la classe degli ottimati liberali dette le sue  ultime prove di nobile disinteresse: si veda l’affare della Banca Romana e quello dell’Ospedale Mauriziano a Torino.

L’avvertenza l’avevamo  fatta nell’incipit: a scoperchiarli, i sarcofagi possono dare olezzo di santità, ma anche fetore di vecchiume, o peggio.

Porfirio

RENZI ASSUNTO TRA GLI DEI IMMORTALI SE CANCELLERA’ I SINDACATI

Scenario Uno: Renzi batte a braccio di ferro l’Arcibefana delle maestranze organizzate e si limita ad abolire l’Art.18: l’indice di popolarità sale moderatamente. Tutto il resto, come  prima.

Scenario Due: Renzi fa arrestare in massa i duri del sindacalismo e li deporta in Nigeria, per di più impegnandosi a non pagare riscatto in caso di rapimento Boko Haram. I sindacati, soppressi. Risultato: Renzi è divinizzato a furor di popolo (‘Santo subito’), rinasce il culto romano dell’Imperatore.

Di fatto il culto l’aveva prefigurato Alessandro il Macedone, facendosi identificare col Dio Ammon/Zeus dai sacerdoti egizi. Ma il primo sovrano-dio dei Romani fu Cesare Ottaviano, l’Augustus (‘Colui che accresce la prosperità collettiva’). Il culto di Matteo sarà razionale, moderato. Salvo i casi aberranti di hubris/paranoia, tipo Caligola e Commodo, i romani non veneravano l’Imperatore se non  pragmaticamente: perché assicurasse felicitas allo Stato più che agli individui, nella vita terrena non in quella celeste.

Se ci libererà per sempre dai sindacati, Matteo immortale riceverà il culto divino, come a Roma caput mundi: genuflessioni, incensi, ceri, intense liturgie di riconoscenza. Soli miscredenti e bestemmiatori, i 3000 licenziati in violazione dell’Art.18, più una parte della vecchia guardia podagrosa (bersaniana-dalemiana) e dei giovani antichi. In Nigeria la Camusso sposerà Cuperlo, ma l’unione di fatto non reggerà alle prove dell’incontinenza terza età.

E’ vero, molti si attenderanno troppo dalle frotte di investitori che affluiranno da tutti gli Stock Exchange del mondo globalizzato. Si fa presto a dire investimenti. La crescita è una Fata Morgana, faremmo bene a farcene una ragione. La sparizione dei permessi sindacali non basterà a risolvere i problemi che fanno la vita grama.

Però prevarrà la gioia della liberazione. Non più le deprimenti marce di cassintegrati ed ex-maestranze in mantellina rossa, fischietti, fustini di lubrificante sublimati a tamburi della lotta; non più insulsi cortei per pretendere l’impossibile: che le fabbriche uccise dalla concorrenza asiatica, persino mozambicana e slovacca, vadano avanti a pagare salari,  a rispettare conquiste e diritti.

Va da sé, il divo Matteo dovrà fare per intero il lavoro della divinità provvidenziale. I sindacati andavano annichiliti, in quanto correi in tutto il mondo dell’ingigantimento dei divari sociali, One per cent contro tutti. Contestualmente alla cancellazione delle “lotte”- vittoriose quando le vacche erano grasse, sbaragliate da oggi in poi- Matteo immortale, in quanto partner di un grande disegno di salvezza, abolirà for good il rapporto Datore-Prestatore di lavoro. Trasformerà tutte le imprese (negozietti e  mezzadrie rurali escluse) in cogestioni quasi paritarie. Le maestranze conteranno eccome: parteciperanno alla proprietà e al management, con quote da un decimo alla metà secondo gli apporti, i ruoli, le situazioni. Resi in molti modi comproprietari, corresponsabili della sopravvivenza e delle fortune dell’azienda, i lavoratori linceranno chi tenterà di resuscitare le lotte e i diritti. Dovranno aguzzare l’ingegno, darsi da fare perché si producano beni e servizi richiesti dal mercato, non alluminio sardo. Dopo  un calvario di sforzi le fabbriche superflue saranno lasciate morire: alle famiglie assegno di pura sopravvivenza, non di difesa della cantinetta simil-borghese e delle vacanze in B&B.

Per aiutare i lavoratori orfani dei sindacati a diventare soci dei capitalisti, Renzi divinizzato confischerà le grandi fortune, taglierà il decuplo di quanto ha cominciato a fare. I dipendenti delle Camere saranno pagati come parroci di campagna. Il Quirinale e gli altri palazzi del prestigio, chiusi e venduti  agli asiatici. Il Pil e la prosperità di massa scemeranno parecchio, ma parsimonia e ristrettezze faranno bene a tutti, ci risaneranno del consumismo.

Queste e molte altre felicità se, cancellando le Unions e disdetto il patto del Nazareno, il divo Renzi si farà adorare come un imperatore romano.

Porfirio

GLI ULTIMI GIORNI DELLA POMPEI DEMOPARLAMENTARE

Si lamenta, Michele Ainis, che siamo alla “Fine silenziosa del referendum” (Corriere della Sera, editoriale 15 luglio). Si aspettava qualche impulso al futuro, cioè alla democrazia diretta selettiva, da parte di un Demiurgo fiorentino il quale -ove riesca- salverà il sistema del passato, dunque della Casta capeggiata dal monarca del Colle? La maggior parte delle persone raziocinanti si augurano che Matteo Renzi non fallisca; con loro c’è anche chi scrive, anche se meno benpensante di loro. Ma l’auspicato successo di Renzi non sfiorerà nemmeno l’ambito della democrazia diretta e del referendum, visto che allontanerà di un tempo X la fine della delega elettorale ai grassatori della Cleptocrazia.

“Le Costituzioni, scrive Ainis, invecchiano come le persone. Però a differenza di noialtri possono ringiovanire (…)  C’è nella gente voglia di decidere. Di qui la crisi delle assemblee parlamentari è un fenomeno mondiale, non solo italiano. Negli USA Benjamin Barber propone di rimpiazzarle con i sindaci. La Primavera araba le ha sostituite con le piazze. In Europa il ritiro della delega si esprime con la diserzione delle urne e con la domanda di Democrazia Diretta. Ecco perché ovunque si moltiplicano le consultazioni online dei cittadini, sugli argomenti più svariati. Ed ecco perché i referendum sono in auge dappertutto”.

In proposito il costituzionalista dell’università Roma3 fornisce notizie significative. “Fino al 1900 nel mondo vennero celebrati 71 referendum. Nel mezzo secolo successivo se ne aggiunsero 197; 531 dal 1951 al 1993; ormai non basta il pallottoliere per contarli”. Tuttavia -è sempre Ainis- “su questo versante la riforma nega un’iniezione di gioventù alla nostra Carta. Gli unici due strumenti di democrazia diretta introdotti dai Costituenti furono le leggi popolari e il referendum abrogativo. Senonché le prime si sono rivelate altrettante suppliche al sovrano, che non le ha mai degnate di uno sguardo. Il secondo, è stato generato con 22 anni di ritardo, senza mai diventare adulto”.

Lasci perdere, Ainis. Non invochi più “qualche correzione” da parte del governo. Smetta di confidare nelle Istituzioni. Il sovrano ‘che non degna di uno sguardo le leggi popolari’ è da noi una classe politica camorristica. La democrazia rappresentativa vive dovunque una vecchiaia estrema. In Italia appare resistere, pur in vari segni di catalessi: infatti i cleptocrati saccheggiano più che mai, uno scandalo al dì. Ma il coma del parlamentarismo si avvicina anche altrove. Gli immensi balzi in avanti della tecnologia rendono logica e agevole come mai nella storia la chiamata di molti cittadini a condurre la Polis in proprio.

A.M.C.

I PROCI DI ULISSE MORIRONO TUTTI: PER I NOSTRI SERVIRA’ DRACONE NON RENZI

Nell’amministrazione comunale di Rovigo (che è Veneto non Campania né Calabria) i 16 dirigenti si sono spartiti 70 mila euro extra bilancio ordinario nelle 5 ore intercorse tra caduta del sindaco e nomina di un commissario prefettizio. Il sottosegretario Chiarini ha parlato di ‘insulto al buon senso’. Ma si può parlare di buonsenso, quando si tratti dei (modesti) mariuoli  rovigotti, di quasi tutti i politici della Penisola o dei disgustosi 1500 dipendenti di Montecitorio? Questi ultimi stavano ammutinandosi perché la presidente Boldrini, prima buona azione dal giorno dell’insediamento, provava ad applicare loro il tetto dei €240 mila per i burocrati apicali, e riduzioni proporzionali per gli altri. Non solo gli apicali, anche la bassa corte dei commessi, elettricisti e parrucchieri,  si sono erti a fiera difesa della ‘autodichia’ del sommo tra gli organi costituzionali. Nello stralunamento di Rodotà e Beppe Grillo, detti orghen  sono palladio di libertà e democrazia.

Alzi la mano chi non è stomacato, o tentato di sparare. Nel momento più basso della stima popolare per il sistema politico elargito dalla Resistenza, nel nadir delle  prospettive dei giovani, €240 mila sono il quintuplo del giusto. Peraltro: come non capire lo sdegno dei millecinquecento mandarini, commessi, elettricisti ed altri sacerdoti di libertà e democrazia? Il loro capobonzo, il segretario generale, superava di molto i 400 mila annui. I sottobonzi chiamati ‘consiglieri’ arrivavano a 300 mila, i parrucchieri e gli elettricisti a 90 mila. Qualsiasi decurtazione è of course sacrilega, fra l’altro vulnera la  bellissima Costituzione di Benigni, Fiorito e Galan.

Ma per Sergio Rizzo (Corriere 26 luglio) la situazione è molto più orrenda:”Compensi astronomicamente ingiusti. Privilegi inenarrabili. Folli automatismi: una generosissima scala mobile e un meccanismo di scatti capace di far salire anche del 400% lo stipendio netto. Regimi pensionistici che non hanno pari nel lavoro pubblico e privato. Lo stipendio medio di un dipendente di Camera e Senato supera €150 mila lordi l’anno, mentre quello del loro collega della Camera dei Comuni britannica si aggira attorno ai €40 mila. Quattro a uno”.

“ Le segretissime tabelle retributive del Senato informavano nel 2008 che la retribuzione di un commesso (livello inferiore della scala) raggiungeva a fine carriera €159 mila lordi. Quello di uno stenografo al quarantesimo anno di attività 289 mila, tremila in meno dell’appannaggio annuale del Re di Spagna. Il segretario generale del Senato Antonio Manaschini percepiva €485 mila l’anno quando è uscito da palazzo Madama; pochi anni dopo viaggiava sui 550 mila. Nel 2012 ha reso nota la sua pensione: €519 mila, quasi il doppio dell’indennità di Barack Obama”.

“L’esempio delle Camere ha prodotto guasti a cascata in molte regioni. Nel 2012 i venti Consigli regionali italiani spendevano per il personale quasi 360 milioni. Secondo il governatore della Sicilia, Crocetta, la retribuzione del segretario generale dell’Assemblea regionale sarebbe addirittura più alta dei suoi colleghi di Montecitorio e palazzo Madama. Il personale consiliare siciliano costa 86,6 milioni contro i 20,8 della Lombardia”.

Sergio Rizzo, obbedendo alla consegna ferrea delle Grandi Firme nostrane, non scrive una parola su che fare di fronte a tanto parossismo di saccheggio “nella realtà di un Pil crollato del 10%, di una povertà che cresce a livelli vertiginosi, di una speranza per i giovani di trovare lavoro che è semplicemente inesistente. Questa vecchia impalcatura di privilegi va solo smantellata”. Non dice, Sergio Rizzo, chi la smantellerà e come. Furibonda la denuncia, misteriosa la soluzione.

I Proci di Itaca, che rubavano infinitamente più in piccolo che i nostri politici e i loro correi – burocrati, mandarini, boiardi-  furono scannati senza pietà, dal primo all’ultimo, dall’arco possente di Odisseo. Il popolo italiano, per una discutibile convenzione, non può fare come Odisseo. Non può nemmeno mandare ai lavori forzati. Allora è certissimamente sicuro che nessun nuovo Renzi, anche assai più cattivo di Matteo, saprà farsi vendicatore e giustiziere se non romperà la legalità con la dinamite. Il quadro istituzionale imprigionerebbe chicchessìa, peggio di Prometeo incatenato sul Caucaso perché benefattore degli uomini.

Non sarà Matteo Renzi a dare ciò che merita alla gentaglia che ci opprime. Per esempio quella che tentò di esonerare la Rai da un piccolo sacrificio. P.es. i troppi strapagati, pubblici e privati, che abusano di quella mostruosità  etica che è l’istituto giuridico dei diritti acquisiti. Nulla sarà mai compiuto senza abolire i diritti acquisiti di gamma alta.  Non sarà il Rottamatore circospetto a cancellare i suddetti fecali diritti. Servirà Dracone, onde scongiurare un Pol Pot, beninteso meno assassino. Dracone non è sicuro sia veramente esistito, ma a lui si usa attribuire il primo, inesorabile corpus legislativo ateniese prima di Solone.

Il mite Rottamatore fiorentino affronterà i nostri tumori con le pomate galenicotelevisive invece che con i bisturi e con spietate seghe per ossi. Peccato: si era presentato come l’unica figura di Rigeneratore apparsa nel settantennio demo-cleptocratico della malasorte.

Porfirio

THEODORE ROOSEVELT: HOW WE OVERTHREW CORRUPT TAMMANY HALL

Internauta offre al Rottamatore, come a chiunque altro sogni di combattere la corruzione, la testimonianza di chi vinse una grossa battaglia contro la cupola del malcostume a New York: Theodore Roosevelt. Aiutato, come i  suoi quinti cugini Franklin Delano e Anna Eleanor, dal fatto d’appartenere a una famiglia del grande patriziato, a 37 anni il Nostro fu messo a capo del Police Board della metropoli. Il successo fu totale: governatore dello Stato a 40 anni, presidente degli Stati Uniti a 43, premio Nobel per la pace a 48. Ecco come raccontò la sua bonifica nella rivista Atlantic (1897).

“In New York, in the fall of 1894, Tammany Hall was overthrown by a coalition composed partly of the regular Republicans, partly of anti-Tammany Democrats, and partly of Independents. Under the last head must be included a great many men who in national politics habitually act with one or other of the two great parties, but who feel that in municipal politics good citizens should act independently. The tidal wave, which was running high against the Democratic party, was undoubtedly very influential in bringing about the anti-Tammany victory; but the chief factor in producing the result was the widespread anger and disgust felt by decent citizens at the corruption which under the sway of Tammany had honeycombed every department of  the city government.

The center of corruption was the police department. No man not intimately acquainted with both the lower and the humbler sides of New York life -for there is a wide distinction between the two- can realize how far this corruption extended. Except in rare instances, where prominent politicians made demands which could not be refused, both promotions and appointments toward the close of Tammany rule were almost solely for money, and the prices were discussed with cynical frankness. There was a well-recognized tariff of charges, ranging from two or three hundred dollars for appointment as a patrolman, to twelve or fifteen thousand dollars  for promotion to the position of captain. The money was reimbursed to those who paid it by an elaborate system of blackmail. This was chiefly carried on at the expense of gamblers, liquor sellers, and keepers of disorderly houses; but every form of vice and crime contributed more or less, and a great many respectable people who were ignorant or timid were blackmailed under the pretense of forbidding or allowing them to violate obscure ordinances, and the like.

In May1895, I was made president of the newly appointed police board, whose duty was to cut out the chief source of civic corruption in New York by cleansing the police department. We could not accomplish all that we should have liked to accomplish, for we were shackled by preposterous legislation, and by the opposition and intrigues of the basest machine politicians. Nevertheless, we did more to increase the efficiency and honesty of the police department than had ever previously been done in its history.

Beside suffering, in aggravated form, from the difficulties which beset the course of the entire administration, the police board had to encounter certain special and peculiar difficulties. It is not a pleasant thing to deal with criminals and purveyors of vice. It is a rough work,and cannot always be done in a nice manner.

The Tammany officials of New York, headed by the comptroller, made a systematic effort to excite public hostility against the police for their warfare on vice. The lawbreaking liquor seller, the keeper of disorderly houses, and the gambler had been influential allies of Tammany, and head contributors to its campaign chest. Naturally Tammany fought for them; and the effective way in which to carry on such a fight was to portray with gross exaggeration and misstatement the methods necessarily employed by every police

force which honestly endeavors to do its work.

Tammany found its most influential allies in the sensational newspapers. Of all the forces that tend for evil in a great city like New York, probably no other is so potent as the sensational press. If the editor will stoop, and make his subordinates stoop, to raking the gutters of human depravity, to upholding the wrongdoer and assailing what is upright and honest, he can make money.

In administering the police force, we found, as might be expected, that there was no need of genius, nor indeed of any very unusual qualities. What was required was the exercise of the plain, ordinary  virtues, of a rather commonplace type, which all good citizens should be expected to possess. Our methods for restoring order, discipline and efficiency were simple.  We made frequent personal inspections, especially at night, going anywhere, at any time. We then proceeded to punish those who were guilty of shortcomings, and to reward those who did well. A very few promotions and dismissals sufficed to show our subordinates that at last they were dealing with superiors who meant what they said, and that the days of political  “pull” were over while we had the power. The effect was immediate.

A similar course was followed in reference to the relations between the police and citizens generally. There had formerly been much complaint of the brutal treatment by police of innocent  citizens. This was stopped peremptorily by the obvious expedient of dismissing from the force the first two or three men who were found guilty of brutality. On the other hand, if a mob threatened violence, we were glad to have the mob hurt. If a criminal showed fight, we expected the officer to  use any weapon that was requisite to overcome him on the instant. All that the board required was to be convinced that the necessity really existed. We did not possess a particle of the maudlin sympathy for the criminal, disorderly, and lawless classes which is such a particularly unhealthy sign of social development.

To break up the system of blackmail and corruption was less easy. The criminal who is blackmailed has a direct interest in paying the blackmailer, and it is not easy to get information about it.

It was the enforcement of the liquor law which caused most excitement. In New York, the saloon-keepers have always stood high among professional politicians. Nearly two thirds of the political leaders of Tammany Hall have been in the liquor business at one time or another. The influence the saloon-keepers wield in local politics has always been very great, and until our board took office no man ever dared seriously to threaten them for their flagrant violations of the law. On the other hand, a corrupt police captain, or the corrupt politician who controlled him, could always extort money from a saloon-keeper by threatening to close his place. The amount collected was enormous.

In reorganizing the force the board had to make, and did make, more promotions, more appointments, and more dismissals in its  two years of existence than had ever before been made in the same length of time.The result of our labors was of value to the city, for we gave the citizens better protection than they had ever before received, and at the same time cut out the corruption which was eating away civic morality. We were attacked with the most bitter animosity by every sensational newspaper and every politician of the baser sort, because of what we did that was good. We enforced the laws as they were on the statute books, we broke up blackmail, we kept down the spirit of disorder and repressed rascality, and we administered the force with an eye single to the welfare of the city.

Our experience with the police department taught one or two lessons which are applicable to the whole question of reform. Very many men put their faith in some special device, some special  bit of legislation or some official scheme for getting good government. In reality good government can come only through good administration, and good administration only as a consequence of a sustained -not spasmodic- and earnest effort by good citizens to secure honesty, courage, and common sense among civic administrators. If they demand the impossible, they will fail; if they do not demand a good deal, they will get nothing. But though they should demand much in the way of legislation, they should make their special effort for good administration. A bad law may seriously hamper the best administrator, and even nullify most of his efforts. But a good law is of no value whatever unless well administered.

(Theodore Roosevelt , 1897)

IL TERRORE DEL 1793 E QUELLO INCRUENTO CHE COMPETEREBBE A MATTEO RENZI

Dove vi siete nascosti, perché siete ammutoliti, voi che credevate nella risanabilità del Sistema? Voi che avevate orrore dei giustizialismi, che confidavate nei passi graduali, nella terapia delle urne,  nell’indottrinamento civico, nella mobilitazione dei progressisti, nei girotondi, nei festival del libro, nei ritiri per studiare il pensiero di Rodotà? Ora che avete le prove assolute che la Repubblica nata dagli eroismi assassini della Resistenza, e salvata dalla saggezza del Colle succursale di Capitol Hill, è il porcile dell’Occidente?

Dopo le retate di Venezia, Milano-Expo, Genova et cet., dopo lo scoperchiamento di tutte le fogne,  le Regioni, le Asl, i grandi e piccoli appalti, ogni altro bubbone e pustola della democrazia capitalista; dopo la recidivazione delle parate militari, con Frecce tricolori; dopo il rifiuto da impeachment di mitigare lo sfarzo di più di un Quirinale; dopo gli ammutinamenti disgustosi alla Rai al Senato al Cnel; dopo le miriadi di vitalizi delinquenziali e di casse integrazione a decenni; dopo i raddoppi del vassallaggio a Obama; dopo le conferme che il malaffare repubblicano si aggrava: continuate a nutrire fiducia, o arrossite? Gaetano Salvemini, che chiamava  malavita il giolittismo, che direbbe della Geenna per la cui perpetuazione Napolitano, stalinista pentito cioè ribollito, vuole più spese militari?

Sapete per certo che il fattore Renzi, straordinario come potrebbe ancora risultare, quasi nulla potrà contro i mali più antichi di un contesto unethical come il nostro. Dovesse come Eracle riuscire in tutte le fatiche e attuare tutti i piani, il miglioramento sarebbe esiguo: visto che le sue imprese dovrebbe compierle nel quadro della legalità, Costituzione, prassi consolidate, altari della patria, feste 2 giugno, corazzieri, corti supreme, autorità di garanzia,  codici, burocrazie, sindacati, conquiste del buonismo. E d’altronde, se Renzi fallirà,  nessun altro personaggio della repubblica di Benigni e Galan farà il poco che con Renzi è verosimile.

Da tutto ciò che deriva? Che per le novità dirompenti occorre, appunto, la rottura. La frantumazione della legalità. Non solo di quella costituzionale, formale, anche di quella materiale che fa la vita di tutti i giorni. Un tempo si diceva ‘verrà la Rivoluzione’. Oggi la rivoluzione è un filamento di lampadina bruciata. Meglio parlare di demolizione controllata, di fatto tellurico da scala Mercalli bassa.

La legalità codificata nel 1948 dai giuristi del CLN protegge il Grande Reato. Va azzerato l’assetto per intero, vanno stracciate la Carta e l’Alleanza atlantica, cancellati i diritti acquisiti (cominciando da quello di proprietà), immolati o umiliati i partiti, i sindacati, le lobbies, le corporazioni. Vanno decimati da vivi i burocrati, i generali, i boiardi. Queste cose non le permetterà la legalità dell’Europa dei catasti immobiliari e delle banche; forse bisognerà uscirne, accettando le inevitabili perdite di Pil, assuefacendoci a tornare alle ristrettezze d’anteguerra.

In assenza della Grande Guida, chi persuaderà il popolo ad esigere le cose grosse? Qui avete ragione voi che idolatrate la rappresentanza elettorale, voi che detestate la prospettiva -sicura- che presto o tardi la civiltà politica delle urne morirà, sorgerà la democrazia diretta selettiva. Avete ragione in questo: se l’antropologia è come è da millenni, noi il popolo siamo solo un po’ migliori degli oligarchi ladri. Il fatto è, peraltro, che noi il popolo siamo sessanta milioni, dunque non riusciamo singolarmente a fare il male degli oligarchi. L’imperativo dell’ora, l’emergenza, è di azzerare gli oligarchi, i Proci banchettatori, non di raddrizzare le gambe dei cani, non di cambiare gli stivalioti. Per questo ci vorranno i secoli.

Nell’immediato va abolita la professione politica, chiudendo le  urne.  E va decimata la burocrazia: un dirigente e un funzionario su dieci estratti a sorte, destituiti e confiscati dei beni, prima dei rinvii a giudizio: perché gli altri nove capiscano. I colpiti che i processi potranno dichiarare innocenti riceveranno indennizzi, ma non grande cosa. Una fase di incruento Terrore è indispensabile. Quello del 1793-94 ghigliottinò 42 mila francesi, compresi  i suoi inventori Danton, Hébert, Saint-Just, i fratelli de Robespierre. Il Terrore che spetterebbe a Renzi manderebbe ai campi di lavoro e spoglierebbe di tutto 42 mila italiani, uno più uno meno, tra eletti del popolo sovrano, faccendieri, imprenditori tangentisti, sindacalisti intransigenti, eccetera. In più, un mezzo milione di pesci piccoli perderebbero appartamenti, redditi plurimi, sistemazioni tipo Rai per i figli.

Se Matteo Renzi, intimidito dal Primo Presidente della Casta e dalle fatwe di Zagrebelski, non agirà alla grande (ma, avendo moglie e figli, non faccia come quel maggiordomo del principe di Condé, che si  uccise per il rimorso di non aver servito al suo signore il piatto preferito. Piuttosto vada anch’egli a Capalbio  a studiare il pensiero di Rodotà). Se Renzi, dicevamo, non agirà, chi opererà il Grande Sconquasso, il Redde Rationem annunciato dal Vangelo (Matteo XII, Luca XVI), dall’Epistola ai Romani e dagli Atti degli Apostoli?

L’insurrezione spontanea di popolo no, al massimo premierà i Proci di altre fazioni- le urne sono fatte così. Invece funzionerà un 25 Aprile 1974 portoghese, un Putsch di ufficiali giustizialisti/nasseriani-alla-1952. Non vi piace? Allora fate voi progressisti diplomati a Weimar. Anzi a Madrid, quando rantolava la repubblica del ‘No Pasaran!’

A.M.C.