LE OPERE LE CIFRE DI UN DRACONE SPAGNOLO DEL ‘900 CHE AMAVA I POVERI

Noi che annunciamo la venuta di Dracone -affronterà le sfide dell’economia e della società; libererà lo Stivale dall’usurpazione dei Proci di regime- ricordiamo che poco meno di un secolo fa, tra il 1923 e il ’30, la Spagna ebbe un ‘Dictador’ benevolo, Miguel Primo de Rivera. Compì grandi realizzazioni, risultò nei fatti il miglior governante spagnolo dal faticoso riformismo di Carlo III di Borbone (1716-88) e dei ministri riformisti alla Campomanes.

Si tratta tra l’altro di intenderci sul significato di dittatura. Juan Pablo Fusi, cattedratico dell’università complutense a Madrid, si è preso la briga di contare quante erano nel mondo le democrazie tra il 1922 e il 1942.
Il loro numero scese da 29 a 12. Solo in Europa sorsero dittature in Russia, Ungheria, Italia, Spagna, Portogallo, Polonia, Lituania, Jugoslavia, Germania, Austria, Lettonia, Estonia, Bulgaria, Grecia, Romania.
In questa sede non ci soffermiamo sul bene e sul male delle dittature.
Per la Spagna menzioniamo solo che il suo ‘miracolo economico’ avvenne tra gli anni Cinquanta e il 1975 sotto il caudillo Francisco Franco. Ma che le premesse di esso miracolo e la nascita del Welfare State sorsero a partire dal 1923 per volontà di Miguel Primo de Rivera.

Quanto ai fatti concreti e misurabili della fase Primo, meglio lasciare la parola a Ramon Tamames, cattedratico dell’università di Madrid, un economista che ha anche insegnato alla Sorbona e che, come parlamentare dell’arco costituzionale, ha firmato la Costituzione antifranchista del 1978. Per Tamames il primo dei conseguimenti economici della Dittatura fu il deciso abbandono della guerra coloniale in Marocco. Quella guerra era il principale dei costi, finanziari politici umani.
Il secondo grande conseguimento fu l’avvio della riforma generale, riforma di quasi tutto. Tamames mette in rilievo che il miglioramento del ‘marco general macroeconomico’ fu premessa di ogni avanzamento. Le innovazioni compresero esperimenti corporativi, affrontati in collaborazione coi sindacati socialisti. Aiutati dal largo protezionismo doganale, gli esperimenti realizzarono grossi incrementi produttivi. I risultati più vistosi furono conseguiti nelle infrastrutture e nella creazione di imprese pubbliche. “La Dittatura, scrive Tamames, fu un laboratorio permanente di riforme. Decisivo il lavoro in materia di politica sociale, merito di Eduardo Aunos, un interessante trentenne deluso dal parlamentarismo.
Con la collaborazione del movimento socialista, Aunos concretò il nuovo ruolo dello Stato come intermediario tra capitale e lavoro. Il Dittatore tentò addirittura di costruire un assetto di regime comprendente il partito socialista e la sua Unione patriottica.

Nasce il Welfare State

Tamames storico dell’economia ha confrontato la spesa dello Stato tra il 1920 e il ’30: per l’istruzione pubblica risulta un aumento del 50%; per provvidenze benefiche del 98%; per la sanità del 200%; per la protezione dell’infanzia del 2.246%; per sussidi e pensioni ai lavoratori agricoli tra 700 e 800%. Il numero degli insegnanti passò in quattro anni da 30 a 34 mila. Le scuole elementari crebbero da 27 mila nel 1922 a 32 mila nel 1929. Tra il 1913 e il ’23 l’investimento dello Stato in case popolari era stato in media annuale di 7,8 milioni di Pesetas, passò alla media di 261 milioni tra il 1923 e il ’29 (tale ritmo, così eccedente le risorse disponibili, dovette essere ridotto nel 1928). I conflitti di lavoro quasi sparirono: da 3 milioni di giornate perse nel 1923 a 313 mila nel 1929: ma la condizione proletaria migliorò fortemente, anche grazie al taglio delle spese militari. P.es. i cadetti delle accademie militari scesero da 1192 nel 1922 a 200 nel 1929. All’avvento della Dittatura 150 generali vennero accertati eccedenti. La fine delle operazioni militari in Marocco dilatò la spesa civile.
Quando nel 1926 fu emesso un prestito di 3540 milioni di Pesetas, il grosso fu destinato a nuove opere pubbliche. Il fatto rilevante fu che con Primo de Rivera -‘un keynesiano prima di Keynes secondo il prof. Juan Velarde’- si utilizzò il debito non per la spesa corrente, ma per opere idrauliche, strade e ferrovie e molto altro. Importante fu l’aumento del prelievo fiscale. La buona risposta del pubblico ai prestiti si spiegava con la fiducia nel regime.

Tamames sottolinea un titolo apparso nella stampa britannica e in alcune delle principali guide turistiche dell’epoca: le nuove strade spagnole erano “le migliori del mondo”. Qualcosa di simile andava detto delle nuove ferrovie. Il corso caratterizzato dagli indirizzi protezionisti e corporativi incrementò l’industrializzazione, grazie agli interventi pubblici che negli Usa qualificheranno il New Deal. In agricoltura si allargarono i comparti intensivi (cotone agrumi). Crebbero gli investimenti dall’estero e si diede impulso alle infrastrutture di base. I critici obiettano che i successi economici della Dittatura furono favoriti dal boom mondiale degli anni Venti; peraltro l’ultima fase di Primo coesistette con l’inizio della Grande Depressione. Il corporativismo del Dictador fu influenzato dal pensiero sociale cattolico, teso ad armonizzare capitale e lavoro e a valorizzare gli indirizzi di Welfare State del tardo bismarckismo. Gli avversari di Primo dettero il massimo rilievo a vari episodi discutibili -scandali- nelle transazioni economiche della Dittatura, p.es. le grandi concessioni ferroviarie. Tuttavia, rileva Tamames, è un fatto che il Dittatore morì, circa due mesi dopo il volontario abbandono del potere, in un modesto albergo parigino. L’ex dittatore, generale e Grande di Spagna era in ristrettezze.

Quando si istituirono i coraggiosi comitati paritari tra proprietari e lavoratori, si osservò giustamente che il Dittatore e la UGT (centrale sindacale socialista) provavano ad innalzare le sorti del proletariato attraverso la Gazzetta Ufficiale. I comitati li creò il ministro del Lavoro Eduardo Aunos; tentò persino di estenderli al settore agricolo, ma ‘la mano onnipotente dei grandi proprietari riuscì a frenare i propositi di fermare la lotta di classe nelle campagne’. Quando venne la Repubblica del 1931, fermare la lotta di classe nelle campagne fu quello che tentò il ministro del Lavoro socialista Largo Caballero, il quale era stato membro di un organo di vertice della Dittatura, anzi era stato amico di Primo de Rivera. I capi della repubblica, partendo dal presidente Azagna, non assegnavano abbastanza priorità alla giustizia sociale nelle campagne. Su scala generale i ‘comités paritarios’ consentirono ai socialisti di moltiplicare le loro organizzazioni di base. Al termine della Dittatura gli iscritti alla UGT erano aumentati del 50% rispetto al 1923; i sindacati anarchici praticamente sparirono,

Il regeneracionismo di Joaquin Costa, il maggiore tra gli intellettuali della generazione del ’98, ispirò l’azione di Primo nelle campagne: opere irrigue e riforestazione innanzitutto, incremento della zootecnia e delle colture intensive, crediti agevolati per sconfiggere l’usura che strozzava i coltivatori. Nel paese la produzione di energia elettrica, soprattutto da salto d’acqua, più che raddoppiò: da 1040 milioni di kwh del 1923 a 2433 milioni nel 1929. Sorsero dal nulla quattro comparti produttivi: carbone. nitrogeno, fibre artificiali, auto. L’attività delle banche di proprietà pubblica esplose. Primo de Rivera riuscì a guarire l’indolenza degli spagnoli nel campo delle infrastrutture. Fecero lunghi passi avanti i programmi d’irrigazione, si ammodernarono le ferrovie e le strade, nacque una rete di distributori di carburanti; si migliorarono porti, nacquero aeroporti e alcune linee dell’aviazione civile. Le opere pubbliche ebbero un piano organico. Si suscitò una domanda formidabile per le materie prime. La ‘politica hidraulica’ si configurò, in armonia con Joaquin Costa, come la massima espressione dell’azione economica della Dittatura. Le realizzazioni che si fecero in Spagna servirono nel New Deal di Roosevelt come modelli per la Tennessee Valley Authority, nonché per i piani dei grandi bacini fluviali: del Missouri, del Columbia, etc. Manuel Lorenzo Pardo, il principale artefice di questi programmi, portò avanti la sua opera in stretta collaborazione col socialista Indalecio Prieto, che sarà tra i principali ministri della Repubblica.

Nella fase Primo de Rivera ci si impegnò a difendere le prospettive di crescita della rete ferroviaria di fronte al maggiore dinamismo del trasporto su strada. Si può dire che il turismo spagnolo, così ricco di futuro, nacque sotto la Dittatura. Fu creata la Red de Paradores, unica al mondo in quanto iniziativa statale. Prima della Red varie città mancavano in tutto di hotel. Nel 1929 si tennero le Esposizioni universali di Siviglia e di Barcellona. Nel 1923 il settore petrolifero, in crescita spettacolare, era monopolizzato dai trust Standard Oil e Royal Dutch Shell, più la società ispano-francese Porto Pi. La Dittatura creò il Monopolio de Petroleos e la compagnia statale Campsa.

Dighe, irrigazioni, ferrovie, strade, porti, cantieri, arsenali, iniziative imprenditoriali di vario genere, case popolari, pace nel Marocco, soprattutto moltiplicazione della spesa sociale e delle provvidenze a favore dei ceti popolari e degli ultimi. Sono elencazioni da rileggere attentamente: furono le opere più concrete di tutte. Siamo sfidati a trovare nel mondo un sistema democratico-liberale che negli anni Venti del Novecento abbia saputo fare quanto Miguel Primo de Rivera: senza ferocie, senza violenze poliziesche. “Dittatore senza morti” lo chiamò il socialista Indalecio Prieto, leader di primo piano dell’esperienza dell’infelice Repubblica. Molti studenti e gli intellettuali politicizzati denunciarono le violazioni alla Costituzione. I ceti bassi furono beneficati nel concreto, abbastanza in grande.

Antonio Massimo Calderazzi

SCENARI MESSIANICI LA SANTA UTOPIA DELLA RIGENERAZIONE CULTURALE

Entrati nel Terzo Millennio e tramortiti dal falso trionfo del Mercato, più che mai abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale. Ma, fatti accorti della colossale truffa del tardo-maoismo, la sola rivoluzione che possiamo concepire è rigenerarci in spirito. La rivoluzione all’antica, quella delle bandiere rosse e delle stragi, è il nulla. Invece il ‘Regeneracionismo’, movimento intellettuale di fine Ottocento, fu la pagina più alta della Spagna moderna.

La rigenerazione è una prospettiva d’utopia, proprio perché grandiosamente profetica. Per noi italiani, come per ogni altra società di industrializzazione matura, rigenerarci è ammutinarci contro i nostri idoli e contro noi stessi. E’ irrompere fuori della cultura del benessere, della proprietà individuale, del capitalismo, del lavoro al di sopra di tutto, delle conquiste sindacali, della ripresa della crescita e dei consumi, dell’edonismo.

Una prospettiva utopica dunque: ma chiamarla messianica è meglio. Il Paese d’Utopia non nacque mai. Invece un Messia deviatore della storia potrebbe sorgere. Sorse Cristo; sorse Maometto che costruì l’Islam, muovendo da un grumo di tribù cammelliere e analfabete.

Restringiamoci all’Italia. In apparenza basterà il poco e il vano, basterà una rianimazione del Pil, perché passi la Grande Paura e quasi tutto torni come prima. Le masse, i grandi numeri, si contenteranno.

Tuttavia anche lo scenario opposto è verosimile. Se le chiusure di imprese e i licenziamenti aumenteranno -qualcuno ha previsto tra pochi anni l’uscita dell’Italia dai 20 paesi più industrializzati- l’esplosione sociale non è obbligatoria. Il colpo di stato sì. Esso è una via maestra del dinamismo. Il processo democratico-parlamentare, dopo un paio di secoli di conati, non è più in grado di produrre alcun cambiamento e nemmeno di sopravvivere.

Uno Stivale terrorizzato dal declino applaudirà quasi unanime all’azione di un Demagogo di razza, capace di trascinare, non solo di praticare le astuzie animali che producono voti. Ma altrettanto e più efficace, sul piano immediato, sarà il golpe militare alla Miguel Primo de Rivera. L’avvento (1923) della sua Dittatura fu salutato festosamente da quasi tutte le fazioni di una Spagna costernata dai fallimenti del costituzionalismo liberale e dall’accelerazione del crollo nazionale. Con gli strumenti autoritari della disciplina militare Primo de Rivera poté attuare nel primo quinquennio di potere opere molto importanti: avviò la modernizzazione, irrobustì le attività economiche e le opere pubbliche, azzerò il monopolio dei politici liberali cioè dei ceti abbienti, avviò un rudimentale Welfare State, primo della storia iberica; costruì case e ambulatori per i poveri. In breve si fece amico il popolo, esasperò le  classi alte cui apparteneva da generale marchese e che alla fine lo deposero.

Primo de Rivera non era un grand’uomo, nemmeno un grande militare. Semplicemente ebbe il talento di organizzare la congiura giusta contro le istituzioni legali, di vincere in poche ore senza usare le armi. Ebbe anche la tempra di rischiare: per i capi dei ‘pronunciamientos’ che fallivano usava spesso  la fucilazione. In più di altri il generale marchese aveva mente aperta verso il futuro e disprezzava l’egoismo degli altri Grandi di Spagna che affamavano i braccianti dei loro latifondi.

I governanti repubblicani che gli succedettero, sinistristi, produssero solo lacerazioni, dunque la Guerra Civile.  Dopo la quale il potere  fu intero di  un generale tutt’altro che generoso come Primo ( però a modo suo Francisco Franco aprì le porte al progresso  economico e  alla modernità). In qualche misura i governanti d’oggi, qualunque il loro partito, profittano nel gestire la Spagna dei correttivi di sistema introdotti novant’anni fa da un dittatore militare, erede del dispotismo illuminato di Carlo III e di altri Borboni.

L’ipotetico gestore militare di una parentesi del nostro avvenire potrà tradire la sua missione governando nell’interesse del capitalismo e del classismo tradizionale, come fece Pinochet (in un Cile, peraltro, oggi più prospero e più ricco di futuro). Oppure al contrario facendo come Ataturk, che seppe rompere quasi tutti gli stanchi equilibri della Turchia ottomana. O facendo come Nasser, che gettò le basi di un “socialismo arabo”, poi degenerato in oligarchia conservatrice. Oppure infine imitando altri condottieri del passato che, da Giulio Cesare in poi, deviarono la storia disponendo della forza armata contro l’inerte immobilismo delle istituzioni, contro la manomorta della legalità.

Ecco uno scenario messianico per lo Stivale. Un militare emulo di Ataturk, di Nasser, degli ufficiali giustizialisti della ‘rivoluzione dei garofani’ in Portogallo, si impadronisce del potere -con facilità estrema e senza sparare, date le circostanze di crisi grave e di odio per i politici nelle quali  agisce- e demolisce tutto ciò che va abbattuto. Destituisce gli eletti, i cooptati e ogni altro gerarca, cancella la Costituzione partitocratica, chiude e vende il Quirinale, taglia di un quarto i dipendenti, oblitera le istituzioni e i meccanismi di regime, avvia l’unico congegno politico alternativo al morente parlamentarismo: la democrazia diretta selettiva. Un assetto in cui la deliberazione e il governo appartengano per turni brevi a pochi cittadini sovrani, selezionati dal sorteggio e non dalle urne. E’ stato calcolato che oggi oltre un milione di italiani vivono solo della politica e la gestiscono da soli a loro profitto. Tanto vale far avvicendare nel potere, per scaglioni, un milione di supercittadini individuati e controllati dal computer.

Scacciati i mercanti dal Tempio, il Giustiziere si allea con una personalità spirituale di statura eccezionalmente alta per assalire insieme il capitalismo/sviluppismo/consumismo/edonismo. Una specie di Bergoglio (il quale però non rinunci come ora al suo vasto potenziale; il quale compia atti concreti invece che solo esclamare e solo gesticolare), una specie di Bergoglio  riesce a indebolire alquanto le millenarie strutture del materialismo. La parte più coltivata della società si convince che una genuina svolta semisocialista e avversa all’economicismo, o se si preferisce un rafforzamento spinto del comunitarismo solidale, non è una vittoria delle sinistre insincere e inconcludenti, ma è il progresso

Così l’alleanza tra il Distruttore della partitocrazia ladra e una Guida morale sovverte i mortiferi assetti attuali. I redditi più alti vengono decapitati per dare pane ai senza lavoro. La proprietà risulta indebolita. I diritti acquisiti vengono nanizzati. Le masse si persuadono che nell’Occidente lo sviluppo ininterrotto è finito; che occorre accettare la decrescita e viverla in termini positivi; che quasi tutto il non essenziale va respinto; che si può vivere di poco come i più facevano fino a un paio di generazioni fa.

Compiuta la bonifica, attuato il compito di braccio secolare della Guida delle coscienze, il Giustiziere lascia il potere, spontaneamente come i dictatores della repubblica romana antica, oppure congedato dai conduttori della Democrazia Diretta  (il Duce fu congedato da un pugno di alti gerarchi, più un re). Guarito dalle infezioni più gravi lo Stivale prende a reggersi senza classe politica, scommettendo sul senso di responsabilità e sull’intelligenza dei migliori, nonché sulla consultazione permanente del popolo attraverso la telematica.

Tutto ciò è utopia, certo. Ma senza un’attesa messianica il futuro è desolato. Meglio il sisma della Rigenerazione, aspra come una rivoluzione del passato.

l’Ussita