RATZINGER LASCIA ENTRARE IL FUTURO

Le forze fisiche del Papa scemavano, ma non fermiamoci alle giustificazioni mediche della Rinuncia. Essa è anche, non può non essere, 1) l’enunciazione di una crisi epocale della Chiesa e della fede; 2) l’ammissione di una sconfitta; 3) la formulazione dolorosa della prospettiva di un futuro incompatibile con la coerenza del papato all’antica. Un pensatore, diciamo pure un uomo superiore, come il Papa non poteva ingannarsi sull’impotenza della Chiesa di fronte alle sfide sempre più aggressive della modernità. Non sfide cui qualsiasi pontefice possa sottrarsi al riparo del retaggio; tanto più in quanto sia un retaggio da ripudiare. Questo papa è stato soprattutto custode della tradizione, ma in quanto maestro di teologia, cioè in quanto ideologo e filosofo della fede, era consapevole come nessun altro della minaccia mortale che incombe su tutti i credi trascendenti, non solo sul cattolicesimo.

Un’ammissione di sconfitta, ipotizzavamo, perché otto anni di pontificato non hanno né risolto problemi, né allestito basi di partenza verso il futuro. Un po’ è andata come a Flavio Claudio Giuliano imperatore, l’Apostata, che tentò di riaprire i templi degli  Dei pagani. Benedetto XVI provò a far risorgere l’inconcussa fede antica, ma quello che chiamava relativismo è stato più forte.

Infine Ratzinger sa che scelte rivoluzionarie attendono la Chiesa: non solo per respingere gli assalti dell’ateismo, anche per cogliere le possibilità di forte rilancio religioso le quali apparivano scomparse per sempre, e invece si alzano: rilancio riferito non tanto alla Rivelazione quanto all’insopprimibile bisogno del divino anche negli uomini del Terzo Millennio. Quando Dio muore, gli uomini ne vogliono un altro, altrettanto Luce del mondo.

Ratzinger sa che se la Chiesa si rifondasse temerariamente, forse ritroverebbe sul piano spirituale il ruolo superbo dei tempi, foschi ma immensamente vitali in termini terreni, di Indebrando da Soana (Gregorio VII) e di Lotario di Segni (Innocenzo III), protagonisti superiori a tutti i sovrani della Terra. Un papa sovvertitore che con le azioni, non con le parole, dichiarasse chiuso il ciclo bimillenario e il paradigma romano, si proporrebbe come maestro del mondo: tanto è ancora il potenziale del senso religioso dell’esistenza (v. in questo Internauta “Da papa a parroco del mondo”). E Ratzinger sapeva di non poter essere il Sovvertitore/Rifondatore.

Messa così, la Rinuncia dell’11 febbraio 2013 acquista un significato epico, come profetica  fu, sette secoli fa, quella dell’eroico eremita da Morrone. Fu una scelta molto più drammatica di questa. Ma Benedetto XVI è stato certamente sconfitto nel conato di aggiungere idealità alla Chiesa istituzionale, senza prima diroccarla. Per quello che si sa, Benedetto voleva nobilitare, arricchire di spirito, non riformare né deviare il corso del cattolicesimo. Era missione impossibile, anche perché egli è stato colpito da autentiche sciagure, quali lo scandalo della pedofilia o l’allargata repulsione verso i beni materiali della Chiesa. Anche le lotte di fazione in Vaticano sono state una sciagura, però non grave come le turpitudini del decimo secolo, le infamie del papato quattrocentesco  e il non breve durare del nepotismo. Le divisioni della Curia sono normale dialettica tra concezioni e interessi al vertice di un grande organismo temporale, e non sono vituperevoli come i peccati negli oratori e nei seminari.

Per aprire tempi nuovi non servirà un papa liberal, ne servirà uno rivoluzionario. Dovrà rigenerare non solo la Curia -sia in quanto alta burocrazia, sia in quanto governo collegiale della cattolicità- ma la Chiesa intera. Non riuscirà senza chiudere fisicamente e vendere i palazzi romani, cioè senza sconfessare il retaggio che essi tramandano. Ogni volta che sul soglio di Pietro salirà un papa di alto sentire, il mondo si attenderà che ingaggi una lotta frontale con la Curia. Non potrà vincere senza troncare la continuità. La Chiesa della continuità non ha futuro. Quella della palingenesi si trasfigurerà e, per così dire, ‘erediterà la terra’ in quanto unica religione/ideologia sopravvissuta alla moria delle dottrine che hanno guidato gli ultimi secoli. Questa palingenesi stordirebbe e coinvolgerebbe il mondo. Ma il cristianesimo dovrà essere se stesso e il suo contrario. Finita nel disonore l’idea marxista, oggi si contrappone al messaggio evangelico  solo il miserabile materialismo capitalista/consumista, con i suoi vari satelliti.

Il futuro cristianesimo sommovitore avrà la forza dirompente dell’Islam delle origini, se troverà un Maometto.

l’Ussita

DA PAPA A PARROCO DEL MONDO

Parroco del mondo: ma non solo a beneficio della Cristianità. Anche per umanizzare un pianeta dominato da ferocie e consensi triviali. Diciamo il papa, non perché meriti di primeggiare sui grandi della Terra; sono passati molti secoli da quando risultò falso il vanto d’essere vicario di Cristo e primo dei sovrani. Diciamo il papa perché è solo tra i Grandi a poter fare scelte rivoluzionarie senza doverle contrattare con altri poteri. E solo il papa, portatore sommo delle istanze di continuità, può fare la scelta rivoluzionaria di rinnegare la continuità che uccide.

Facile sostenere che, passati due millenni, è il retaggio in sé che sta spegnendo il cattolicesimo, la parte più importante della cristianità. Meno facile argomentare che l’umanità intera si gioverebbe, almeno di rimbalzo, se un papa del futuro non lontano deviasse -di colpo, non gradualmente- la rotta della sua Chiesa. E che la novità sarebbe così dirompente da impressionare il resto del mondo. In primis l’Occidente, poi gran parte del pianeta, condividente  o no i valori di rottura proposti dal Mosé dei cattolici, non sarebbero più gli stessi.

I nuovi valori non deriverebbero dai concetti: scaturirebbero dai fatti. I papi della modernità hanno fatto inutilmente migliaia di enunciazioni, invocazioni, appelli. Un magistero ininterrotto, smisurato, spesso discutibile e sempre più inefficace. Sarebbe meglio se un pontefice come Ratzinger, ricco di un insolito prestigio intellettuale, si chiudesse nell’intenso silenzio della meditazione. Non più quotidiani moniti a fin di bene, progressivamente più scontati e senza effetti.

Per ciò che sappiamo non sarà Benedetto XVI a varcare il più fatale Rubicone della storia. Quello tra i suoi successori che lo farà devierà i tempi, aprirà un’altra era. Non tanto per i credenti, sempre più minoranza, quanto per l’intero consorzio umano. Annuncierà una grande rivoluzione, e i messaggi delle grandi rivoluzioni arrivano a tutti.

I fatti non le idee, anche se coraggiose, saranno rivoluzionari. Il pontefice Demolitore e Ricostruttore dovrebbe proclamare la chiusura di un ciclo più che bimillenario, la morte della Chiesa costantiniana e il ritorno alle origini eroiche. Dovrebbe abbandonare Roma, trasferirsi in un monastero e nelle sue celle allogare i non molti uomini e donne richiesti dalla conduzione della Nuova Chiesa mai più centralizzata/ monarchica. Dicasteri, ambasciate, nunziature, riti diplomatici, eventi mediatici, zero. La Santa Sede non sarebbe più né uno Stato, né alcun tipo di potentato: solo un Tempio, casa del Signore, coi suoi sacerdoti, accoliti, conversi ed economi, casa senza confronti più povera della sinistra opulenza di san Pietro (sito da ristrutturare come sarebbe piaciuto al Nazzareno).

Cessando d’essere sovrano, sia temporale che spirituale, il papa tornerebbe il servus servorum Dei di Gregorio Magno,  come tale molto più di prima maestro dei popoli. Quanti delitti della Chiesa dovrebbe confessare: partendo persino prima del saeculum obscurum, il X, quando la senatrix Marozia fu l’amante di un papa (Sergio III), l’assassina di un altro (Giovanni X) e la madre di un terzo (Giovanni XI), finché non venne imprigionata dal figlio del suo terzo matrimonio, Alberico, che si fece signore di Roma per ventidue anni. Quanti dogmi e quante condanne andrebbero sconfessati: ultimi quelli incomprensibili come l’infallibilità del pontefice (1870), l’Immacolata concezione (1853), il Sillabo (1907), il giuramento antimodernista imposto al clero (1910), il Codice di diritto canonico (1917), l’enciclica antiecumenica del 1928, gli accaniti pronunciamenti contro il controllo delle nascite.

Quanti Concordati si dovrebbero stracciare, quanti interdetti ritirare. L’intero modello incentrato sul ‘sistema romano’ vigente dal XI secolo andrebbe ripudiato. La Nuova Chiesa, pur severa verso la banalizzazione dell’aborto e la dissacrazione dei costumi, non dovrebbe combattere ma aiutare il birth control, ovunque la miseria venga aggravata dalla crescita demografica. Come scriveva il teologo tedesco Hans Kung, cui Roma nel 1979 proibì di insegnare, la Seconda Chiesa dovrà mettere fine al culto della personalità e rinunciare ai troppi viaggi pontifici,  proclamazioni di Santi, pellegrinaggi ed altri eventi di massa organizzati dagli specialisti. Rinunciare persino alle enfatiche ammissioni di peccati, quasi mai seguite da atti di concreta coerenza. Hans Kung ebbe a invocare un Giovanni XXIV che riprendesse l’opera grande di Roncalli. Ma Roncalli, con tutto l’affetto che meritò, fu ancora un papa del passato. Con lui e dopo di lui le canonizzazioni, l’incremento delle devozioni popolari (p.es. il Cuore di Gesù e quello di Maria) sono continuati, a detrimento della ricerca e del pensiero. La spiritualità si è approfondita solo nei cenacoli quasi catacombali  della Chiesa di base.

Il grande Demolitore che l’avvenire porterà non si limiterà a riproporre la dottrina sociale della Chiesa -con tutta la sua superiorità sul marxismo e sul liberalismo- ma smaschererà per sempre, con nomi e cognomi, l’egoismo degli abbienti. Dovrà rifiutarne il tradizionale e non disinteressato ossequio verso la Chiesa istituzionale. Dovrà silenziare i media furfanteschi dai quali gutturali voci d’inflessione balcanica o africana promettono ai più semplici che inoltreranno le loro suppliche al Cuore della Madonna. Voci gutturali che incessantemente scandiscono le coordinate bancarie per i versamenti al suddetto Cuore.

Quando queste e altre asprezze saranno non enunciate ma compiute  (tra l’altro mettendo al lavoro nella vigna del Signore le donne, finora discriminate, quasi avessero mezza anima: laddove è solo davanti all’altare che meritano più dei maschi); quando queste cose avverranno, la Nuova Chiesa provocherà gli uomini, religiosi o atei, come non era più accaduto dai tempi apostolici.

Il mondo sarà sfidato a non essere più se stesso, materiato di malvagità. Solo i migliori accetteranno la sfida, ma la loro forza non sarà irrisoria. Non poche iniquità, come i privilegi della nascita e gli eccessi della ricchezza, risulteranno non più tollerabili. I potenti gestori della modernità, i signori dei grattacieli, saranno confrontati dagli esempi che verranno da quel disadorno monastero caput mundi, e a volte proveranno ad emendarsi.

Molto risulterà merito di un papa fattosi Parroco del mondo. Non sarà il ritorno all’Eden: ma qualche guerra sarà scongiurata, qualche portaerei convertita in dormitorio per i miserabili, qualche animale da calcio o da moda espropriato dei sozzi milioni, espropriato assieme a chi lo fa ricco.

l’Ussita

FATTA DALLA CURIA, LA RI-EVANGELIZZAZIONE DELL’OCCIDENTE ABORTIRA’

A fine giugno 2010 la Santa Sede fece un gran parlare di una “novità decisiva del papato Ratzinger”: l’istituzione del pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione dell’Occidente, evangelizzazione definita ‘una sfida da raccogliere come nei primi tempi della Chiesa’. Forte rilievo anche sul capo di questo ulteriore organismo di Curia, l’arcivescovo Rino Fisichella, rettore dell’università Lateranense, presidente della pontificia Accademia della vita, ed anche Cappellano della Camera dei Deputati.

Superiamo, con tutto lo sforzo di cui siamo capaci, la ripugnanza per quest’ultima credenziale, Cappellano della Camera. Passi se tale ‘dignità’ appartiene alla famiglia delle antiche cariche di palazzo come ciambellano, siniscalco (tagliava le carni per il re), cerimoniere, et cet. Se invece il cappellano di Montecitorio fosse davvero supposto di dirigere le anime di Montecitorio, chi non riderebbe?

I parlamentari sono il segmento più immorale di ogni società. Sono i peggiori. Non è sicuro abbiano una vera e propria anima. Se sì, la venderanno/sono in trattative per venderla a Mefistofele, più probabilmente alle lobbies che pagano in voti o in bonifici esteri. Quanti si saranno fatti ispirare dal Cappellano? E se quest’ultimo non è un umile cappuccino ma un alto prelato di curia, uno -è stato detto- “che conosce la politica”, come non essere certi che Egli non può che aver fatto il sensale di influenze e il plenipotenziario d’affari tra i Sacri Palazzi e i Proci usurpatori?

Ma persino un cappellano dei Proci -uno che secondo le cronache ha guidato un pellegrinaggio a Mosca e a San Pietroburgo di deputati e senatori, intensa occasione di ascesi per anime assetate di trascendenza- persino un cappellano che conosce la politica può pensare pensieri giusti. Leggiamoli. Appena designato Nuovo Evangelizzatore d’Occidente, mons. Fisichella si disse seguace di Dostoevskij: “Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere, credere proprio, alla divinità di Gesù Cristo?”.

Quando Benedetto XVI parlò di ‘eclissi del senso di Dio’, chiesero a Fisichella, che può fare la Chiesa? Risposta: ”Tornare all’essenziale. Mettere al centro l’annuncio di Gesù (…) Se la Chiesa dimentica il suo scopo, la sua natura, se dimentica di annunciare la salvezza e dare speranza all’uomo d’oggi, allora è inevitabile che divenga uno dei tanti gruppi presenti nella società. Ma noi non siamo questo. Fin dai primi tempi la Chiesa si è distinta da qualsiasi altra comunità perché celebrava l’Eucarestia, annunciava la parola di Dio,  testimoniava la verità. E l’annuncio del Vangelo al mondo contemporaneo richiede testimoni credibili”. Ancora: “Tenere lo sguardo fisso su Gesù Cristo. La Chiesa vive di purificazione e rinnovamento. Dobbiamo riflettere e trovare gli strumenti, i linguaggi e le forme perché l’annuncio di Gesù possa ancora suscitare la fede dell’uomo contemporaneo. Il Papa lo ha detto chiaro: ‘la nostra cultura si è formata grazie al quaerere Deum, alla ricerca di Dio’. Penso al documento più bello e innovativo del Concilio Vaticano II, la Dei Verbum, lo sforzo di riproporre la rivelazione”.

Anni fa un saggista cattolico francese, Bernard Lacomte, ha potuto intitolare un libro su Benedetto XVI “L’ultimo papa europeo”. Il senso della provocazione è di annunciare non tanto il passaggio della tiara ad altri continenti, annuncio non molto dirompente, bensì la fine di due millenni di continuità, il passaggio a tempi nuovi. Per questi tempi nuovi le intuizioni strategiche di Fisichella sono, nelle sue parole, ‘mettere al centro l’annuncio di Gesù’, ‘annunciare la salvezza’, ‘celebrare l’Eucarestia’, ‘testimoniare la carità’, ‘tenere lo sguardo fisso su Gesù’, ‘riproporre la rivelazione’.

Io che scrivo sono un cattolico praticante, rivoltoso sì ma posseduto in pieno dallo spasimo di quaerere Deum. Come posso non concludere, dal programma Fisichella, che per ri-cristianizzare l’Occidente si pensa a semplici aggiornamenti di una comunicazione che dura da 20 secoli, dunque ad un affinamento di natura mediatica?

Il dramma del cristianesimo è che, passato il tempo eroico delle origini, la Chiesa istituzionale ha condotto un’interminabile operazione comunicativa, quasi sempre contraddetta dall’agire concreto. Parole nobili, azioni quasi tutte indegne. Le enunciazioni affinate da Fisichella sono le stesse dei tempi foschi di Marozia, delle Investiture, delle simonie, delle turpitudini rinascimentali, della vendita delle indulgenze, del nepotismo sfrontato, delle guerre papali di conquista, di ogni altro crimine di una storia tremenda.

Se la dicotomia è stata tra parole e opere, sono le opere da riformare non le parole. Da sole

le parole non bastano più. Aggiornarle è un’operazione cosmetica. Tenere  lo sguardo fisso su Gesù è una non-proposta. La Chiesa ha bisogno di fatti, cioè anche di uomini, opposti a quelli di sempre. Ha bisogno di svolte, di amputazioni aspre: in primis di eleggere un papa rivoluzionario, giovanissimo e non cresciuto nella Curia, oppure anche vecchio ma dal cuore ardente, capace di ripudiare quasi tutto del retaggio.

La Chiesa ha bisogno di chiudere il Vaticano, sentina di tanti mali, e di abbandonare Roma. Di destinare ai poveri del mondo quasi intero l’immenso valore di tutto ciò che è vendibile: pacchetti azionari, palazzi, arredi, opere d’arte, tenendo solo il poco che occorre a una Chiesa tornata povera. Le sontuose basiliche-simbolo-dell’errore, come San Pietro, andrebbero trasformate in poli turistici a pagamento, gestiti direttamente dalle suore del Cottolengo o dai portantini dei lebbrosari africani. Anche i consessi di vertice -collegio dei cardinali, sinodi, concìli, grandi diocesi-andrebbero fatti umili, poveri e giovani.

Solo le opere, le cose da toccare, renderanno credibili le parole dell’evangelizzazione. Gli slogan, i teoremi, i sillogismi degli uomini della continuità, no. Le trovate dei teologi comunicatori, mobilitatori di movimenti, riempitori di piazze e di stadi  potranno suscitare titoli di giornale e talk shows. Ma saranno acqua versata sulla sabbia dell’ateismo.

l’Ussita