ANCHE I GAPPISTI DI BORSA SONO TURGIDI DI FEDE

Un’importante gazzetta finanziaria americana ha illustrato un articolo sulla crisi, in USA e altrove, con le fotografie di 18 operatori di borsa, chiamiamoli traders, con le mani nei capelli, le bocche contratte e altre mimiche dello sgomento mentre i tabelloni elettronici annunciano i soliti tracolli. Le immagini sono pregnanti: i traders sono miniprotagonisti del nostro tempo come nel 1944-45  furono i partigiani dei Gap, manovalanza della ferocia che uccideva, p.es. il filosofo Gentile o i parenti dei fascisti o i tirolesi di via Rasella, su decisioni recapitate loro da intrepide portaordini cicliste, future deputate togliattiane.

I traders si espongono ai crolli ogni giorno perché il Sistema viva. Non sono loro i responsabili dei misfatti finanzcapitalisti, così come i gappisti in bicicletta non decidevano bensì attuavano le esecuzioni. Un credo ideologico accomuna i sicari di Borsa a quelli del Gap. I secondi avevano fede nel comunismo, allora tutt’uno con lo stalinismo; i primi hanno fede nella santità del denaro. I gappisti avrebbero potuto dubitare che fosse giusto uccidere, sprattutto alle spalle, soprattutto da angoli relativamente sicuri, soprattutto quando tutto era studiato in funzione di un’immediata fuga che scaricava su altri, innocenti, l’immancabile rappresaglia. I sicari partigiani, se non gli andava storto, ricevevano onori, posti, seggi  a Montecitorio. I gappisti di Borsa, quando non si mettono di traverso le quotazioni, guadagnano molto. Eppure potrebbero chiedersi se la loro professione sia onorevole.

E’ certamente vero che la finanza non è tutta rapinatrice né tutta fraudolenta. Però chi sa montare arcani modelli matematici per prevedere andamenti e ‘futures’ ha ampie risorse mentali e -non si direbbe- etiche per giudicare la liceità di un contesto che, per produrre i parossismi di disuguaglianza che conosciamo, non può che impoverire, magari di poco, i molti per arricchire i pochi. Tempo fa Alessandro Profumo, allora capo di Unicredit, confidò compiaciuto a chi lo intervistava che la sua mamma lo rimproverava “Guadagni troppo” e che lui, figlio amorevole, la rassicurava “E’ perché sono molto bravo”. Bravo sicuramente sì, se lasciando Unicredit ha percepito quaranta milioni (a carico dei microcorrentisti qui sotto derisi), e se da qualche mese si offre alla patria in pericolo come il manager-in-chief moderno e benvisto a sinistra che mette fine al marasma senza impensierire i traders. Tuttavia qualche conto non deve tornare se una Procura lo ha indagato, magari sbagliando, in compagnia di altri bravi bravissimi escogitatori di operazioni finanziarie.

I gappisti di via Rasella e del Salviatino a Firenze (lì, sulla porta di casa, la ‘giustizia di popolo’ freddò Giovanni Gentile) non si ponevano domande perché erano turgidi di fede stalinista e il capobanda stalinista di zona aveva mandato a dire di uccidere. I traders non si fanno domande perché hanno pronunciato  voti di capitalismo;  in più sanno che il capitalismo non è la religione dei soli ricchi: pure di oceani di aspiranti al ceto medio. Per esempio, a decine di milioni di italiani -anche se iscritti alla Fiom, se votanti per Vendola, se impegnati in decine di cause umanitarie, se coll’anima macrobiotica- non sognatevi di toccare il mercato e la libertà. A partire dagli anni Sessanta il mercato ha dato alle decine di milioni di mini-agiati una casa in proprietà con garage. A nessun figlio di messo comunale il mercato ha negato laurea breve e vacanza a Formentera.

Così, se il gappista di Borsa non ha scrupoli è in quanto, in aggiunta alla fede danarista, sa che il grosso dei miniredditi suoi connazionali non si fa domande. E che nessun quotidiano liberopensatore di De Benedetti e nessun furibondo  santoro bolscevico si sogna di spiegare che la nostra malattia non  passa eleggendo Obama o Anna Finocchiaro senza anche espropriare la ricchezza, senza riscrivere il Codice civile per rimpicciolire i diritti acquisiti, sia elitari sia di massa. Più ancora: misfatti e vergogne resteranno se non rinnegheremo il benessere e gli alti consumi esaltati da ‘Repubblica’, rotocalco con cadenza quotidiana e pubblicità d’alta gamma.

Il gappista del ’44 la faceva franca confondendosi nella gente. Il gappista dello Stock Exchange pure si confonde nella gente, fatta prevalentemente da mezzi spiantati, che però non rinunciano a sognare, magari per i figli, guadagni e mini-bonus da trader.

JJJ

VIA RASELLA, UNA KATYN IN PIU’

Per fare un carotaggio nel sottosuolo degli odierni urlatori contro la minaccia fascista e zelatori della Costituzione ho riletto l’odio che vomitarono contro un magistrato, dieci o dodici anni fa, Giorgio Bocca, Ettore Gallo, Pietro Ingrao, Leo Valiani, A. Galante Garrone e altri sansepolcristi di sinistra. Questo magistrato si chiamava Maurizio Pacioni. Che aveva fatto di male? Non aveva archiviato la denuncia dei parenti di un ragazzo tredicenne dilaniato dalla bomba partigiana di via Rasella.

E questo ho imparato. Che ci eravamo abituati male. Visto che i diadochi e gli aventi causa di Togliatti andavano in pellegrinaggio alla City di Londra, tubavano coi cardinali, inneggiavano alla Casa Bianca e al Patto Atlantico, intimavano l’amore per le istituzioni e per le Forze Armate, avevamo preso a considerarli contegnosi, nei modi persino gentiluomini. E invece no. L’ordinanza del Gip di Roma fece dimenticare agli eredi di Togliatti d’essere padri nobili della Repubblica, grandi cariche dello Stato, frequentatori della City. Esplosero in urla e insulti, come fanno i killer della ‘ndrangheta dalle gabbie dei maxiprocessi per intimidire testimoni, avvocati e giudici. Promettono incaprettamenti, acido muriatico, altre esecuzioni. Beninteso gli indignati di cui sopra fecero minacce più soft.

Ma è un fatto: dimenticarono il loro status ragguardevole, fecero gli energumeni. Come osava il Gip di Roma mettere a repentaglio l’impunità assegnata ai giustizieri che a via Rasella avevano scacciato l’nvasore e dato la spallata decisiva a Hitler? Mezzo secolo di amnistie medaglie d’oro seggi parlamentari iperpensioni, e ‘un oscuro giudice’ (Bocca lo chiamò così) tentava di invalidare tutto?

Il più diretto fu il sen.Cesare Salvi: senza alzare la voce, sicuro di sé, suggerì al ministro della Giustizia l’azione disciplinare contro il magistrato. Un altro ministro bollò come ‘aberrante’ la decisione del Gip. Fu invece sorprendente Giorgio Bocca: oltre a impartire da ‘Repubblica’ un ulteriore racconto delle proprie gesta partigiane -con specifica sottolineatura di uno o più mitra’- si lasciò andare a un’ammissione: “Gli Alleati erano arrivati ad Anzio e a Cassino, a Roma città pontificia non si sparava, non si attaccava il nemico occupante. L’attentato di via Rasella fu l’operazione dura, ma agli occhi dei gappisti necessaria, per far compiere alla Resistenza romana un salto di intensità e qualità. Il giudice Pacioni -è ancora Bocca- riassume nella sua sentenza la paura, la voglia di diffamazione, la naturale avversione alle minoranze coraggiose. Dobbiamo riderci sopra, dicendoci che non sarà un Pacioni a spiantare la Resistenza, o dobbiamo sentire la tentazione vivissima di fare le valige e andarcene da questo paese di pidocchi?”

Chissà se noi pidocchi saremmo sopravvissuti allo strazio di perdere il mitragliere Giorgio Bocca. Comunque, col suo elogio della decisione dei gappisti romani, il partigiano ‘in aeterno’ di “Repubblica” ci fece più chiaro perché lo stalinismo, alla cui etica si ispirarono i gappisti e tutti gli altri togliattisti, finì odiato più del nazismo. Gli storici, ad ogni modo, concordano: la bomba di via Rasella fu pensata per provocare una rappresaglia tedesca così grave da far sollevare la popolazione di Roma. Non si sollevò.

I decisori, beninteso, vollero una rappresaglia sugli altri, non su loro. Le loro vite erano preziose, si misero in salvo. Indro Montanelli riassunse la questione in modo semplice: responsabili delle Fosse Ardeatine furono coloro che vollero via Rasella. Peraltro uno di loro, Pasquale Balsamo, si fece intervistare per comunicare “di essere tornato combattivo, come un tempo. A molti non è andata giù l’idea che Roma sia diventata la capitale europea della lotta di liberazione”.

Il discorso della capitale europea, variante alla porchetta, pur comicissimo e delirante visto che Roma nel lottare fu un po’ meno leonessa di Brescia e di Varsavia, conferma che i gappisti si fecero accecare da un sogno di gloria settaria, di emulazione tra carnefici Gentaglia più inumana ed odiosa di altre gentaglie.

“Sdoganato Kappler” maledisse il Partigiano forever, quello che rimpiangeva il mitra. E invece l’ordinanza di quel Gip sdoganò tutti noi pidocchi che avevamo capito Stalin e i suoi killer parecchio prima di Krusciov. Sterminarono tutto lo sterminabile.

A. M. Calderazzi