ISLANDA: DEMOCRAZIA DIRETTA E INTERNET PER LA COSTITUENTE

La nuova Atene forse sta già sorgendo tra i ghiacci ed i vulcani dell’Islanda. Un articolo comparso su Il Corriere della Sera, di Maria Serena Natale, ha fatto conoscere all’Italia un esperimento molto avanzato di integrazione tra democrazia, tecnologia ed estrazione a sorte. È la stessa giornalista ad utilizzare espressioni come “agorà virtuale” e a citare la democrazia diretta dell’antica Atene. Per noi di Internauta la lettura del resoconto è la conferma di una tendenza che speriamo andrà sempre più affermandosi.

L’isola scandinava ha pagato un prezzo altissimo alla crisi economica del 2008, e da allora è iniziato il progetto di riscrittura della Costituzione. Sono stati eletti 25 costituenti per redigere il testo. Il loro punto di partenza è stato un documento di oltre 700 pagine scritto da una commissione, che ha riordinato le osservazioni di 950 cittadini islandesi estratti a sorte e riuniti nel National Forum. Il metodo dell’estrazione a sorte comincia dunque a riaffacciarsi nel mondo occidentale, oltretutto per contribuire alla stesura di un testo costituzionale.

Ma non si esaurisce qui la spinta innovativa che l’Islanda ha deciso di dare al momento più alto della costruzione giuridica di uno Stato. I 25 costituenti stanno utilizzando i social network, come il canale YouTube o Facebook o Twitter per diffondere le dirette delle proprie riunioni e le bozze dei propri lavori, e, soprattutto, per raccogliere le osservazioni e le proposte dei cittadini.

Terminata questa fase ci sarà, tra giugno e luglio, un referendum ed una decisione parlamentare che ratifichino il nuovo testo costituzionale.

Dunque oltre ad un intelligente (e speriamo esemplare) utilizzo del metodo randomcratico, democrazia diretta e tecnologia sono state protagoniste in questo processo. Il primo ministro islandese, la socialdemocratica Johanna Siguroardottir, ha dichiarato che non era pensabile una revisione costituzionale “senza la diretta partecipazione del popolo”, e il popolo è stato chiamato ad esprimersi come mai aveva fatto in passato.

Tommaso Canetta

SPAGNA: Piazze antisistema

E’ presto, forse, per vedere la madrilena Puerta del Sol, nera di giovani, altrettanto insurrezionale quanto le piazze della rivoluzione araba. Anche se Felipe Gonzales, il padre nobile della partitocrazia all’italiana, a lungo capo del governo e dunque massimo bersaglio dell’antipolitica, ha commentato che il fenomeno “sigue la estela” delle rivolte del mondo arabo (così come i Re Magi seguirono la Stella per raggiungere Betlemme). Nel capire e persino elogiare l’ammutinamento cominciato il 15 maggio Felipe fa l’elder statesman. Legittima, o mostra di legittimare, l’ammutinamento: “Dicono che votare non vale niente” “Reclamano una cittadinanza permanente e non solo ‘de voto’. E’ sensazionale che i politici importanti hanno accuratamente evitato di attaccare i manifestanti (a parte Mariano Rajoy. capo dell’opposizione conservatrice, il quale ha borbottato: ”lo facil es criticar a los politicos”). Il presidente Zapatero è stato pieno di rispetto per gli Indignati. Esperanza Aguirre ha additato il significato antisistema degli avvenimenti nelle piazze delle grandi città. Inaki Gubilondo ha deplorato il ‘narcisismo dei partiti” e affermato che dovranno rifondarsi.

E’ presto, dicevamo, per presagire grosse svolte. Non è presto, invece, per constatare che gli Indignati spagnoli hanno precorso in inventiva i coetanei italiani, i quali finora hanno solo trasferito voti dai partiti tradizionali a un partito potenziale, restando ostaggi della malapolitica. I gridi di battaglia spagnoli sono più netti: NO LES VOTES, Un politico vale l’altro, La democrazia deve essere reale e non consistere nelle elezioni.

Finito il franchismo, la Spagna imboccò in spirito d’imitazione la via della combutta all’italiana, vituperevole all’estremo soprattutto in quanto fatta per degenerare in corruzione sistemica. Oggi Puerta del Sol è una rettifica, un inizio di redenzione.

Gli italiani, che nei millenni inventarono tante formule di civiltà, non sono stati all’altezza del loro passato. I nostri giovani non si sono ancora spinti oltre posizioni vagamente trasgressive, mai eticamente superiori alle trasgressioni di Arcore e Montecarlo. Invece i giovani spagnoli sembrano avventurarsi in territori inesplorati, col coraggio che fece grandi gli avventurieri delle conquiste, partiti soprattutto dall’Estremadura. Il territorio della nuova Conquista è, a lume di logica (ma lo affermano implicitamente i rivoltosi), quello della democrazia diretta e non delegata; della politica senza politici di professione e senza partiti e massonerie di potere.

Non è affatto da escludere che il movimento perda slancio, tanto potente è la forza d’inerzia e tanto trepida non può non essere la vocazione rivoluzionaria in un paese che combattè la più aspra e la più nobile delle guerre civili.  E’ acquisita ad ogni modo l’audacia concettuale di rifiutare finalmente l’impostura elettorale. Forse i giovani di Puerta del Sol inventeranno o almeno cercheranno un congegno di democrazia diretta che abbia senso nel XXI  secolo. Forse sarà affine al congegno neo-ateniese e randomcratico che alcuni di noi di “Internauta” proponiamo con convinzione assoluta. Più appare un’ubbia, più futuro ha.

A:M:Calderazzi



SELF-GOVERNIAMOCI!

Schizzo di Randomcrazia

Ormai sappiamo con certezza, dopo 66 anni dal 1945 come dopo 140 anni di Repubblica francese e 222 anni di Costituzione americana, che la democrazia occidentale è una combutta tra denaro, carrierismo dei politici, tangenti e altri cento modi di malaffare. Se si preferisce non chiamiamola combutta bensì joint venture, mezzadria, soccida.

Le ultime conferme, perfettamente superflue, sono Affittopoli e Sanità nella Puglia sotto Vendola.. E’ tassativo, al di là di ogni dubbio: i politici democratici di professione, con loro consorti compagne e compari, derubano dal 1945 i vecchi di quasi tutti gli ospizi, i degenti di quasi tutti gli ospedali, gli assistiti -orfani ciechi compresi- di quasi tutti gli enti caritatevoli della Cleptorepubblica. Anche chi scrive, nel suo piccolo, si imbattè in un medio politico – rigorosamente di sinistra: ma destra o sinistra, importa?- che con sommessa soddisfazione spiegava, nel nobile appartamento di una metropoli del Nord che gli faceva da ufficio di un business interamente basato sulla committenza pubblica: “Ce lo possiamo permettere perché un ente ex-religioso che il Partito amministra ce lo dà per poco”.

Questo, il saccheggio la repubblica delle fedine penali è il sistema rappresentativo, il nostro mubarakismo. Un giorno crollerà, forse un po’ prima del previsto. “Altri Proci cadranno” profetizzava in febbraio la home page di . Cadranno, a Dio piacendo. Ma che metteremo al posto del loro ladrocinio?

La risposta, imperativa, viene dal titolo di questo Schizzo di randomcrazia: spazzare via i politici a vita, cellule tumorali della libertà. Farla finita con le elezioni, sono reti per catturare a milioni i voti/sardine. Chiusa la cava dei voti, i politici a vita andranno fuori business. Abolire le urne (a parte rari voti referendari), sequestrare i beni dei Proci e loro signore, confiscare anche quelli dei partiti, in acconto agli indennizzi dovutici per l’ininterrotta usurpazione con rapina.

E dopo la nostra Tunisi/Cairo/Tripoli? Dopo, tolta la delega ai politici e cioè ripresaci la sovranità, non possiamo che passare alla democrazia non delegata. Tornare concettualmente alle origini, quando la democrazia ateniese era diretta (con giudizio). Certo, Atene era una polis di non più di 40 mila cittadini potenzialmente arconti, tutti maschi e di buon lignaggio. Noi siamo 60 milioni: non possiamo legiferare e governare tutti insieme. Però possiamo darci il turno tra i più provveduti di noi, cioè dopo avere separato col setaccio la farina dalla crusca.

E’ qui il cuore della proposta randomcratica, abbozzata una ventina d’anni fa in alcuni atenei degli USA. Essendo impossibile la democrazia diretta universale, facciamola per segmenti, a turni brevi. Per esempio l’1% degli iscritti all’anagrafe possono costituire ogni sei mesi una ‘macrogiuria’ legiferante e governante grazie all’informatica e al sorteggio computerizzato, progressivo al suo interno. A parte che ad Atene si faceva così, nelle corti di giustizia odierne le giurie sono ‘campioni di popolo’ che decidono l’innocenza o la colpa; infatti la giustizia appartiene al popolo e non ai giudici togati, tecnici del diritto. Non potendo giudicare in blocco, il popolo giudica per giurie sorteggiate. Il sorteggio fa i cittadini di qualità tutti uguali, tutti ‘sovrani’. I giurati sono scelti random, su elenchi di persone in possesso di certi requisiti, non sull’Anagrafe generale.

Ecco la proposta randomcratica: programmare un sistema informatico centrale perché esso selezioni random, con i criteri voluti, una macrogiuria di, metti, 600 mila ‘supercittadini’, o cittadini attivi, o sovrani, i quali, a turni brevi -da 6 a 12 mesi- decidano su certe materie, esprimano per sorteggio i decisori sulle altre materie. Con ulteriori selezioni al proprio interno, progressivamente più ardue, l’élite sorteggiata potrà anche governare negli esecutivi dei vari livelli, dal villaggio alla nazione.

La scelta del computer non avverrà dunque sulla totalità degli iscritti all’anagrafe: sarebbero troppi e mediamente troppo poco qualificati. Forse che oggi conta la massa semianalfabeta? contano i peggiori tra i pochi, tra gli oligarchi da strapazzo? Il computer centrale può, con le modalità e i controlli necessari, estrarre random le persone qualificate nel senso voluto: cultura, esperienze lavorative, conseguimenti, meriti civici e simili, il tutto in rapporto a parametri oggettivi e accertabili.
Abbiamo ipotizzato che il corpo politico giusto sia l’1% della popolazione, selezionato random per 6-12 mesi in funzione dei requisiti desiderati. Per dire: un mastro falegname da 10 anni sì, un commercialista indagato o una valletta no. Ai giovani con qualche merito un punteggio in più (per premiare la giovinezza) , a quelli rappresentanti solo la loro patente, una penalità.

Al livello base della supercittadinanza-a- turno, o cittadinanza sovrana pro tempore, chiunque potrebbe essere sorteggiato come consigliere o borgomastro di piccolo comune. A livello delle metropoli, delle Regioni e dello Stato i sorteggi di alto grado avverrebbero su elenchi sempre più ristretti, con criteri progressivamente più rigorosi e in rapporto a competenze crescenti. Il ministro o il capo del grande ente sarebbe sorteggiato tra le 50 persone con i dati meritocratici massimi. Uno che gestisce la grande banca può governare il grande ministero, o tutti i ministeri. Per utilizzare il leader geniale privo di credenziali oggettive, troveremmo il sistema; del resto lo troverebbe lui, essendo un genio. I Cinquanta potrebbero anche turnarsi al vertice dello Stato (ma come Primo Cittadino di rappresentanza, sorteggiato, andrebbe bene il mastro falegname di cui sopra. Un contadino di Atene poteva essere Arconte per un giorno: dall’alba al crepuscolo, diceva la legge. Più semplicemente, al vertice della Confederazione svizzera si avvicendano i membri dell’Esecutivo. Ma il falegname probo è meglio di un ministro svizzero.

Tutte le cariche andrebbero retribuite modestamente. Le spese di prestigio e lo sfarzo di tipo quirinalizio sarebbero reati (il sommo palazzo è da chiudere e da vendere a chiunque lo paghi bene). I bilanci di tutte le assemblee oggi elettive dovrebbero essere tagliati di due terzi. Nessun rinnovo di mandato, cioè ri-sorteggio, prima di ‘x’ anni (perché non rinasca la tentazione della carriera politica). I supercittadini riceverebbero a casa le informazioni e le documentazioni oggi fornite agli eletti. Niente portaborse, pochi rimborsi, indennità avare. Per legislare nella Bulé i coltivatori attici si portavano da casa pane e olive.

Il passaggio alla randomcrazia ingigantirebbe il ruolo dei burocrati e degli esperti. Perciò ciascuno degli uni e degli altri, al di sopra di determinati livelli, andrebbe stabilmente sottoposto a una giunta di tre o quattro controllori e sospettatori, anch’essi sorteggiati frequentemente tra i supercittadini; si insedierebbero fisicamente negli uffici dei controllati. Per i furbi e gli infedeli, confisca dei beni (anche dei consorti e dei congiunti) e campi di lavoro coatto, prima delle sentenze definitive.

Quella che le urne ci impongono è una classe dirigente tutta di indagandi.

Allora self-governiamoci random, senza politici! Seicentomila alla volta.

A.M.Calderazzi

RANDOMCRACY: How it would work

On March 22, 2010 the “Daily Babel” carried an editorial titled RANDOMCRACY: the case for a Neo-Athenian Direct Democracy. The opening statement was: “We’re slowly watching Democracy transform itself into nothing more than a stage-play put on by a media-savvy, bank-friendly plutocracy. The average citizen today has no more say on how his or her government should govern, than a dog has in making requests from his master”.

The concept of a random and selective way to a direct, popular sovereignty was born in the United States some twenty years ago. The idea was: representative democracy is a sham, as the electoral mechanism is responsible for the usurpation (= illegal seizure of power) by an oligarchy of professional, career, lifelong politicians, normally corrupt or corruptible. In order to be elected or re-elected, a professional politician must either own really vast money (which is plutocracy) or sell his/her vote and influence to the lobbies, one of the de facto lobbies being docile voters who trust campaign promises.

The radical alternative to pluto/klepto-democracy should be (in due time will be) direct democracy: going back to Athens, where democracy was invented some 25 centuries ago. However the Athenian direct democracy implied very small numbers of full, privileged, male citizens. No woman, no foreign-born, no slave. In a colossal country of today the right thing to do is canceling the electoral process (voting would stay in referenda only) and reducing the sovereign citizenry to a “macro-jury” made of a small percentage of the entire population: its temporary members (f.i. 6 to 12 months) would be randomly selected by a computer-assisted lot. No elected official at all. The ‘macro-jury’ concept is referred to the body of persons who are randomly (within limits) selected to render verdict in court in lieu of the entire people, which in theory is the source of justice. Such source is not the professional judge. He or she transforms the popular (=jurors’) verdict into a technical sentence.

A succession of computerized lots within the small percentage of pro tempore sovereign citizens (hyper-citizens) would select, with progressively more demanding criteria, the persons to act at the various levels of government. Say, plain persons could be added to better qualified ones in the bottom level of the macro-jury, the level where the small town councillors would be drawn. Well higher qualifications should be necessary to those among whom the members of state or national legislatures would be randomly selected by the computer.

Of course qualifications should be determined by objective, unquestionable facts. For instance, if managing a serious business is chosen as a pre-requisite to be randomly picked as a member of a given body, the official computer must verify that the said business has been in operation for a number of years. Analogously, if a person claims to be a scientist, evidences should exist that he/she does research work in an university or reputable institution. No arbitrary, disputable element should play a role.

Innumerable additional problems should be solved, changes made, controls introduced. The computer-assisted selections must be beyond any doubt. After the disappearance of professional politicians, advisors, burocrats and technocrats would become too important, so they should be submitted to special supervising committees of hyper-citizens. Myriads of additional issues would confront us. The end result of randomcracy would be the cancellation of career (robber) politicians; the abrogation of evil role of money in the political process; the exercise of sovereignty by revolving sections of the general public; the chances for everybody to be selected for short terms of office, if qualified.

Anthony Cobeinsy

COME LIBERARCI DEGLI OLIGARCHI

I proci del nostro tempo.

Nel 1996 si compì un secolo dalla pubblicazione degli Elementi di scienza politica di Gaetano Mosca, il maggiore scienziato italiano della politica. La sua concezione lasciamola descrivere a uno storico non di casa nostra, Wolfgang J. Mommsen, a lungo cattedratico a Karlsruhe: “Quasi lo specchio della prassi del parlamentarismo italiano, completamente staccatosi dalla democrazia liberale per trasformarsi in un sistema oligarchico in cui i professionisti della politica monopolizzavano i posti chiave dello Stato. Una continua lotta di piccoli gruppi dominanti, ciascuno con un’ideologia adatta ai propri interessi, destinata esclusivamente a giustificare il potere agli occhi delle masse”.

Gaetano Mosca traduceva questi concetti in un’aspra critica del sistema parlamentare, “una forma degradata di democrazia in cui tutte le istituzioni dello Stato si trasformavano in enormi macchine di propaganda elettorale”. Venti anni dopo, nota ancora Mommsen, Vilfredo Pareto si spinge più avanti: ogni fatto politico non è che scontro tra gruppi di potere. “Pareto nega qualsiasi validità oggettiva alle teorie politiche, e non nasconde il disprezzo per l’ordine liberal-democratico del suo tempo: nient’altro che il potere corrotto di un’élite già intimamente degenere”.

Il Trattato di sociologia generale di Pareto è del 1916. Ottant’anni dopo, i rifondatori del nostro regime, tra i quali dominano gli eredi del Pci, della Dc e del Msi, si dichiarano tutti liberal-democratici. Ma le circostanze sono tassative: se prevale il centro-sinistra ritorna appieno la Prima Repubblica. Il centro-destra è anch’esso Vecchia Politica. Nulla di diverso se risorgerà il centro-centro. E’ caduta anche l’ipotesi di una via giudiziaria alla rigenerazione. Non avevano ragione Mosca e Pareto? Sbagliarono solo a non prevedere quanto ladre si sarebbero dimostrate quelle che chiamavano “élites”.

Si traggano le conseguenze da un secolo di conferme rispetto a Mosca e a Pareto. Del resto negli ultimi tempi alcuni politologi di palazzo hanno fatto ammissioni di non poco conto. Per Stefano Rodotà è sbagliato demonizzare tutte le implicazioni della “tecnopolitica”, la quale è un portato della svolta telematica. Il monomane Giovanni Sartori (il quale conosce una sola salvezza, una sola prospettiva di miracolo: “il doppio turno alla francese”) fa meste previsioni sul finale trionfo di quello che chiama “il direttismo”. Per Domenico Fisichella occorre far nascere una “aristocrazia civica”, beninteso nulla a che vedere con parlamenti e altri organi elettivi. Ernesto Galli della Loggia precisa: “Oligarchia è il nome tecnicamente appropriato per la classe dirigente italiana”. Domenico Settembrini ha sottolineato: “Il concetto di democrazia, preso alla lettera, comporta che il governo della città sia affidato alla partecipazione diretta dei cittadini; né basta. Occorre anche che alla copertura delle magistrature si provveda esclusivamente per sorteggio e per rotazione: unico metodo che impedisca la distinzione permanente tra la quasi totalità dei governati e la ristrettissima minoranza dei governanti”.

Il Settembrini considera impossibile la democrazia “presa alla lettera”. Ma sbaglia. Sarà perfettamente possibile, coll’aiuto dell’elettronica, sorteggiare i politici per turni di un certo numero di mesi all’interno di un corpo ristretto in qualche modo somigliante alla “aristocrazia civica” invocata da Fisichella: per esempio mezzo milione di ‘supercittadini’ scelti impersonalmente dal computer tra quanti abbiano non una semplice iscrizione all’anagrafe, ma meriti oggettivabili: qualifiche culturali, esperienze lavorative di qualche peso, volontariato, etc. Abolite le elezioni, spariranno gli oligarchi ‘liberaldemocratici’ maledetti da Gaetano Mosca e da Vilfredo Pareto.

E’ dimostrato: i cosiddetti rappresentanti del popolo sono -dovunque nel mondo si tengano elezioni, non importa se regolari o scorrette- i Proci del nostro tempo. Impadronitisi della reggia altrui, gozzovigliano. Finché non torna Ulisse. Il senso di una democrazia diversa, diretta ma selettiva, è oggi appunto nella liberazione dai Proci. Legislatori non possono diventare molti milioni, ma nulla impone che il popolo sia chiamato intero a legiferare. E’ logico limitare l’assemblea totale della nazione, cioè il referendum, a poche occasioni di speciale importanza, su temi semplici da definire. Della maggior parte delle deliberazioni andrebbero investiti piccoli segmenti di popolazione, selezionati dal computer in rapporto a oggettivi criteri di qualificazione; ai quali segmenti fosse facile fornire tutti gli elementi di giudizio. Questi ‘campioni di popolo’ o ‘macrogiurie’ si avvicenderebbero a turno, per sorteggio o con altri meccanismi. Il risultato sarebbe di impegnare nella funzione deliberativa, per un periodo di ‘servizio politico’ limitato nel tempo come quello militare, 500.000 italiani o francesi per volta, un milione di americani per volta. Impegnarli proprio in quanto non sia più possibile fare della politica una carriera, una gozzoviglia e un racket.

A.M.C.

Quale Rivoluzione per l’Europa?

“La verità è sempre rivoluzionaria”. Sono giorni di scandali e rivelazioni sconvolgenti (Berlusconi va a puttane, Sarkozy è un tappetto permaloso e Putin un leader autoritario? Speravamo di meglio…), e la frase di Antonio Gramsci sembra calzare perfettamente sul piedino di Assange. L’australiano si trasforma, da enigmatico soggetto (Hacker? Stupratore? Utile idiota in una triangolazione dei servizi? Magari pensata per far cadere qualche testa? Magari nera?) a paladino della libertà, efebico Prometeo che porta fuoco e verità agli uomini.
Ma questo non è un altro articolo su Wikileaks. Non è alla verità di Assange che pieghiamo le parole di Gramsci. Nel nostro modesto giardino di casa qualcuno ha detto qualcosa di onesto, di vero e, chissà, un domani di utile.
Angelo Panebianco, nel suo editoriale “Crisi dell’euro: diciamo la verità”, scrive:

“non è difficile scoprire quale sia oggi il vero nemico dell’euro, quello che ne minaccia la sopravvivenza: questo nemico è rappresentato dalla perdurante vitalità della democrazia. Intendendo per tale l’unica democrazia che c’è (…). Sono le democrazie europee, necessariamente condizionate dagli orientamenti dei loro elettorati, a minacciare oggi la moneta unica”.

Segue una dotta spiegazione di come l’Europa sia in fondo non diversa da qualsiasi condominio, e l’auspicio finale è che si spieghi ai cittadini dei singoli Stati che devono fare sacrifici non perché siamo tutti europei, e volemose bene, ma perché gli conviene.
La tesi sembra corretta, peccato che sia inapplicabile in un sistema democratico. Non è pensabile che alcuni partiti possano spiegare agli elettori quanto sia conveniente stare nell’Unione europea, senza che altri sostengano l’esatto contrario. In una simile situazione, perché l’elettore dovrebbe credere ai primi piuttosto che ai secondi? Se consideriamo su quali criteri il cittadino medio forma la propria opinione, c’è di che essere sconfortati. Perché impegnarsi a capire nozioni macroeconomiche quando posso dare la colpa delle mie sofferenze agli euroburocrati o ai greci che giocano a fanta-economia col proprio pil?
Insomma, sembra sinceramente improbabile che in un sistema democratico-rappresentativo prevalga la spiegazione più complessa. Non fosse altro che sono percentualmente poche le persone che sarebbero in grado di comprenderla per come questa verrebbe spiegata dai partiti.
Pensiamo al caso italiano. Tutti ci ricordiamo le posizioni di Tremonti e Berlusconi sull’euro, quando fu Prodi a far sì che l’Italia ne facesse parte. Quando la speculazione di alcuni grandi gruppi rese il luogo comune “un euro ormai sono mille lire” drammaticamente vero, a chi diedero la colpa i cittadini? Al governo che non aveva vigilato dopo l’entrata in vigore della moneta unica, o al governo che aveva portato l’Italia nell’euro?
Il punto è che l’informazione è un valore prezioso, e non è mai un bene quando la verità viene contraffatta per il proprio tornaconto politico o economico. Ma stando all’esperienza, questo è quasi inevitabile in una democrazia rappresentativa.

Allora avanziamo una proposta: che l’atteggiamento dei singoli Stati nei confronti dell’Unione europea sia determinato non da governi eletti, fatti di rappresentanti di partiti che hanno mistificato la realtà per questo o per quell’interesse, ma da cittadini, in possesso di una pur basilare competenza ed estratti a sorte. Come alcuni esperimenti dimostrano (v. Klein: e se decidesse la gente? Internauta, Ottobre) i cittadini sono in grado di prendere scelte razionali, quando vengono correttamente informati. Creando macrogiurie, mettendole in grado di discutere su dati e nozioni certe, si otterrebbero probabilmente risultati migliori di quelli attuali.
I cittadini tedeschi stanno in questo periodo influenzando le politiche della Cancelliera Angela Merkel. Se venissero posti in condizione di essere pienamente informati sui benefici che traggono dal mercato unico, e sui rischi che correrebbero se prevalessero le spinte nazionaliste, voterebbero sicuramente con maggior lungimiranza dei propri rappresentanti eletti.
Certo, con un tale metodo si porrebbe il problema di come gestire l’informazione delle macrogiurie. Ma un sistema migliore di quello che possono essere i tabloid o la tv generalista (le fonti che creano la maggioranza delle opinioni politiche in un Paese), non deve essere troppo difficile da immaginare. In tal caso sì che la verità, finalmente chiarita ai popoli europei, potrebbe diventare rivoluzionaria.

Tommaso Canetta

GLI ELETTI NON SONO SOVRANI

Perché la Svizzera si definisce democrazia diretta.

L’ultima parola spetta al popolo: le leggi entrano in vigore
solo in seguito a ratifica popolare. L’uomo della strada
decide anche quando tace: fa paura ai politici. Estratti da un
tableau costituzionale di Hans Tschaeni.


la Svolta, 4 aprile 1997

“In tutti i cantoni il popolo nomina direttamente il governo. In alcuni di essi vige inoltre il referendum legislativo obbligatorio. Nei cantoni della cosiddetta Landsgemeinde esiste persino la democrazia diretta pura: è il popolo riunito in assemblea che decide sugli affari pubblici. Gli eletti hanno solo compiti organizzativi e consultivi.

“Uno dei diritti politici essenziali del cittadino svizzero è la “iniziativa”: una domanda firmata da un certo numero di cittadini dà avvio alla procedura per l’introduzione di norme nuove. L’iniziativa è dunque il diritto popolare di proporre nuove disposizioni di legge; le autorità -non quelle federali- sono obbligate a decidere in merito. Meno dell’11% delle iniziative promosse negli ultimi trent’anni fu accettato dai cittadini. Di solito i postulati che sono oggetto delle iniziative popolari mancano dei necessari elementi di compromesso; servono però a far sfogare il malcontento delle minoranze.

“Il referendum è il diritto degli svizzeri di pronunciarsi su accettazione o rigetto delle leggi importanti adottate dall’Assemblea federale. Sono i cittadini a decidere se una legge debba entrare in vigore. Il referendum è dunque il più significativo tra i diritti politici degli elvetici. Per questo la nostra democrazia è definita anche referendaria. A livello nazionale il referendum facoltativo deve tenersi se è chiesto da 30.000 aventi il diritto di voto, oppure da otto cantoni. Anche i trattati internazionali conclusi per una durata indeterminata o per più di 15 anni sono soggetti a referendum. Per quanto esista in altri paesi, il referendum è un’istituzione tipicamente svizzera. Soltanto attraverso di esso il popolo può esercitare un influsso concreto, durevole e soprattutto preventivo sul legislatore. Non permette ai cittadini di intervenire nell’elaborazione di una legge o di un decreto, ma dà loro la possibilità di influire indirettamente sul legislativo e sull’esecutivo, e persino di cancellare le loro decisioni. In questo modo il popolo, a condizione che sia ben guidato, assurge esso stesso a legislatore ed opera a fianco dei suoi rappresentanti.

“Non si può dire che si sia fatto un uso eccessivo di questo diritto popolare: tra i decreti soggetti a referendum facoltativo soltanto 1 su 12 è stato sottoposto al giudizio del popolo. In compenso la “ghigliottina” del referendum si è dimostrata per più micidiale della “lancia” dell’iniziativa: il sessanta per cento dei progetti di legge approvati dal governo e dal parlamento e sottoposti a votazione popolare sono stati respinti dai cittadini. Questo fatto è ben noto ai nostri parlamentari e alle autorità: per questo temono il referendum. Possiamo dire che sotto molti aspetti è il timore del referendum che determina la nostra legislazione. Ci si rifugia nel compromesso per non correre il rischio di vedere respinto un disegno di legge e quindi per evitare lo scontro. La via del compromesso è sola a permettere di aggirare lo scoglio del referendum facoltativo.
“Nella nostra democrazia può persino accadere che il cittadino sia obbligato ad accettare un’elezione. Questo obbligo esiste in molti cantoni e comuni. Un giornalista straniero ha scritto che da noi la democrazia è diventata una specie di occupazione secondaria. L’Amtszwang, cioè il dovere di esercitare una funzione pubblica, è una logica conseguenza del diritto posseduto dal singolo cittadino in cinque cantoni o semicantoni di intervenire in proprio nella gestione della cosa pubblica. Nell’Appenzello Interno ogni cittadino è soggetto a questo obbligo fino al sessantacinquesimo anno; è tenuto a far partedi organi giudiziari o amministrativi per almeno dieci anni.

“I partiti hanno indubbiamente perso parecchio del loro ascendente. Continuano a scegliere i candidati alle elezioni: ma nella democrazia referendaria non sono le elezioni a determinare l’andamento della cosa pubblica, bensì i referendum.

A.M.C.

AGORA’ ELETTRONICO E DEMOCRAZIA DEGLI INTERESSI

Conversazione con un vecchio politico-filosofo.

Piero Bassetti: il principio “un uomo, un voto” non funziona più.

“Se il fax e la fotocopiatrice hanno portato alla caduta del comunismo, l’agorà elettronico potrà mettere in crisi i sistemi parlamentari. Ma non è solo in Italia che tarda a svilupparsi una vera riflessione sul rapporto tra innovazione tecnologica e nuova statualità”. Piero Bassetti, che in anni lontani fu presidente della Regione Lombardia, poi deputato, poi presidente della Camera di commercio milanese e dell’Unioncamere, pensa e dice queste cose, così dense di futuro e anche di destino, allorquando gli altri esponenti di vertice non si preoccupano che delle prossime settimane.

Il vero lavoro politico comincia ora che vanno demoliti i muri decrepiti per edificare la casa nuova. Occorre assolutamente progettare. Nell’Occidente si dà per scontata la perennità di modelli che invece agonizzano. Si veda il sistema parlamentare, sul quale Piero Bassetti vede incombere la crisi: “Quando si cambia la categoria del tempo e dello spazio, si cambia anche la politica. Assumendo una nuova concezione del tempo e dello spazio, l’informatica ha avviato irresistibilmente una delle grandi forze epocali. La democrazia parlamentare era basata sulla rappresentanza. Essendo informato quasi quanto il principe, il rappresentante era in grado sia di controllare quest’ultimo, sia di raccogliere il consenso. Sostanzialmente il senso della rappresentanza era in una mediazione, oggi si direbbe brokeraggio, tra l’informazione e il governo.

Coll’avvento dell’agorà informatico e di milioni di televisori il rappresentante non serve né per portare il governo al popolo, né per raccogliere le richieste dei cittadini: esiste il sondaggio virtualmente in tempo reale. Quando legge il messaggio sullo stato dell’Unione, il presidente degli Stati Uniti ha sul tavolino l’indicatore di gradimento di 7-8 minuti prima. A questo punto è chiaro che non ho più bisogno del rappresentante. Il paese si trasforma in villaggio elettronico. Il territorio nazionasle, in un’agorà”.

“Non accorgersi che i meccanismi della democrazia sono tutti intaccati dall’informatica è da ciechi. I fatti, se uno riflette, sono di un’evidenza clamorosa. E’ tutto l’impianto, la ratio, direi al limite i valori della democrazia, che vengono modificati. Allora si possono avere due atteggiamenti. Uno può fare il laudator temporis acti e dire “che peccato!”, oppure si può chiedere come addentrarsi in questo mondo nuovo. Secondo me la spinta è “indietro non si torna. Internet c’è. Che si fa?”

D. –Perché lei appare solo, virtualmente, a pensare in questi termini? Forse avrebbe come compagno Mario Monti, cui nel marzo 1993 il “Corriere della Sera” attribuiva la convinzione che si potrà arrivare “forse in un futuro non molto lontano, a un sistema fantapolitico di teledemocrazia con cui la popolazione potrebbe esprimere direttamente il proprio parere consultivo utilizzando una tastiera da casa propria”. Negli ultimi anni lei ha certamente visto i numerosi interventi dell’”Economist” su questo tema. La tesi dell’Economist è che la classe politica occidentale non ne fa più una giusta e non ha una funzione, e inoltre si fa comprare dalle lobbies. D’altronde anche “The Economist” è isolato. Sono quasi tutti contrari all’elettronica politica, dicono che porta al Big Brother. Che ne pensa Bassetti?

“Sono d’accordo coll’Economist: le classi politiche sono ormai spesso out. Il discorso che stiamo facendo è quello della nuova statualità. In quella vecchia ci volevano dieci anni per fare una legge. Per guidare i processi moderni occorre il tempo reale. La macchina del potere pubblico è rotta. Lo Stato non è in grado di contrastare gli interessi, può solo servirli. Il lobbismo è l’alternativa alla corruzione: o lei si fa fare la legge che le va bene dal suo deputato, oppure storta la legge presso il funzionario”.

D. – Che proposte fa?

“Il nostro concetto di nuova statualità è centrato sull’impossibilità di trascurare la democrazia degli interessi, per il quale il principio della democrazia elettorale “un uomo, un voto” non funziona. Si pensi cosa sono i nostri piccoli e medi imprenditori: la loro forza è la rapidità delle decisioni. Per interfacciarli dobbiamo assolutamente mettere in piedi una pubblica amministrazione informatizzata. E per la verità il tasso di crescita dell’informatizzazione in Italia è tra i più alti, secondo solo a quello degli Stati Uniti”.

D. – Saremo noi quindi a sperimentare l’agorà elettronico assieme agli americani? Il loro modello di agorà è riflessivo e responsabile, è il town meeting del New England, l’assemblea dei contribuenti del villaggio, che ogni nuova spesa devono pagarsela da sé.

“Senza dubbio. Gli anglosassoni, i protestanti in genere, hanno il senso della comunità. Sono convinto che la riorganizzazione del potere, quella che trascenderà la democrazia formale, non porterà ai mali che usiamo collegare all’assenza della democrazia. Si sta ripetendo una situazione come quella al tramonto dell’Impero romano. Quando arrivarono i barbari gli ultimi senatori reagirono “non c’è più religione” Come gli intellettuali che oggi protestano contro l’agorà elettronico”.

D. – Perché Bassetti non pensa come loro?

“Perché la vita è fatta di diversità, di anomalie. Peraltro io sono solo nell’impegno, non nell’analisi. Le posso assicurare, di gente che sa queste cose ce n’è; però non fa politica. Comunque nei momenti di cerniera vengono fuori gli ibridi, gli anomali. Mi piace vivere l’esperienza epocale. Anche per questo sono un lettore di Montaigne”.

“Gli stessi italiani che fecero il Rinascimento mettono oggi le migliori energie nell’impresa. Cinque milioni di imprese. Ogni dieci italiani c’è un’imprenditore, che ha fatto parecchi soldi. Come dice l’Economist, questa scorta di soldi ci permetterà di fare una trasformazione politica costosissima senza andare a fondo. Noi costruiremo una democrazia che sconta la vera crisi della politica, con una visione diversa della rappresentanza. Abbiamo una vera e propria popolazione di imprenditori, i quali non ragionano come i consumatori o come gli operai. Quando gli imprenditori tramite le loro organizzazioni ed istituzioni -una delle quali è il sistema delle nuove Camere di Commercio- entreranno nel nuovo processo decisionale, avranno un enorme vantaggio: essere tra i più globali in un mondo che si fa globale. A gente d’impresa parli di Pechino e loro a Pechino sono stati già sei volte”.

Fin qui Piero Bassetti. Le enunciazioni dirompenti, diciamo noi, se non vengono propagate tra la gente, restano un fatto intellettuale, sia pure avanzatissimo rispetto al conformismo di oggi, che concepisce solo i partiti e le loro vendemmie elettorali. Un giorno, magari non troppo lontano, la restaurazione partitocratica seguita al crollo del totalitarismo risulterà effimera, la devozione ai parlamenti cesserà d’incanto (così come il 26 luglio 1943 scomparvero tutti i distintivi col fascio), e i giornalisti si ricicleranno mettendosi a deridere le generazioni che avranno idolatrato le urne. Ma oggi Piero Bassetti è un precursore che grida nel deserto. Non è un convertito recente. Sono anni che addita la vitalità della partecipazione e degli interessi economici diffusi, contro i giochi di vertice e contro il lobbying dei grandi gruppi. Gli strumenti di organizzazione politica delle imprese dovranno essere chiamati a svolgere un ruolo nella “riorganizzazione del consenso”. A questo proposito Bassetti non esita a richiamare “il retaggio di un certo corporativismo, spesso snobbato dalle teste d’uovo della politologia, che pure costantemente riappare nella storia delle istituzioni europee ad ogni vigilia di innovazioni rilevanti”. Naturale il riferimento al ricco passato italiano “di aggregazione politica degli interessi: dalle “università di mercanti” alle corporazioni, alle Repubbliche mercantili. Si impongono mediazioni di tipo nuovo tra imprenditorialità e consenso”.

Al fondo di tutto è la ricerca di “nuovi modi di articolazione dei processi decisionali e del funzionamento della democrazia, intesa come rappresentatività e come governo della Polis. Posto che la complessità dei problemi è tale da escludere chi non è competente in senso specifico, come si può conservare la democrazia se la sostanza stessa della democrazia resta la partecipazione non competente? Delegare la complessità a organi tecnicizzati, oppure semplificare e affidarsi al demos?”. Bassetti insiste che in presenza di una popolazione di imprese, le quali hanno un rapporto col territorio tutto diverso da quello dei cittadini, il problema della rappresentanza nella polis “non si risolve con gli schemi della rappresentanza generale, bensì dando spazio alle espressioni dei fattori produttivi. Oggi è l’innovazione assai più che il Principe a fare la storia. Il confronto tra il potere del Principe e quello dell’impresa ha posto fine alla vecchia politica, fondata sulla rappresentanza formale delle “parti” politico-ideologiche. La nuova statualità va fondata in misura importante sull’integrazione degli interessi espressi in Italia da oltre cinque milioni di imprese. L’uomo che ha a lungo capeggiato tutte le Camere di commercio italiane propone quelle Camere come “portatrici del patrimonio genetico dei ceti economici nell’età dei Comuni, una delle più vitali della nostra storia”.

La distanza di queste idee rispetto alla Vecchia Politica che imperversa in questi “ultimi giorni di Bisanzio” è impressionante. Bassetti non lo dice, ma nel suo sistema c’è ben poco di “compatibile” con le prassi e i congegni della politica tradizionale. In America la demolizione concettuale di quest’ultima è cominciata con le ipotesi “randomcratiche” che affinano la teoria della democrazia elettronica. A Milano Piero Bassetti ha “lavorato ai fianchi” l’avversario –il parlamentarismo/elettoralismo” con l’accoppiata agorà elettronico/democrazia degli interessi.

A.M.C.

Citazioni americane sulla crisi
Del sistema rappresentativo

“Si allarga la domanda di meno rappresentanza formale e più partecipazione reale. Nella seconda metà del secolo ventesimo l’americano medio ha perso interesse alla politica. Il titolo del libro di E.J.Dionne, Perché gli americani odiano la politica, attesta quella che è l’alienazione collettiva più ancora che la tradizionale bassa affluenza alle urne”.
J.W.Carey, Journal of International Affairs

“E’ in atto una mutazione geologica: la crescente obsolescenza di quelle istituzioni -partiti, media, Congresso- che si frappongono tra governanti e governati. I partiti sono moribondi. Il Congresso è un’acqua stagnante, infestata dalle lobbies. Tuttavia il fatto che questi filtri siano destinati a sparire non giustifica alcuna contentezza. Sono un castigo di Dio; tuttavia non buttiamoli, non abbiamo niente da mettere tra noi e il Capo”.
Ch. Krauthammer, Time

SORTEGGIO AL POSTO DELLE URNE

Per passare alla democrazia partecipata.

Con tutti i suoi difetti, la democrazia moderna resta il punto di riferimento, anche se molti la utilizzano per banchettare come Proci a spese del popolo, e dunque è una democrazia ladra. Si tratta di passare dalla democrazia delegata ad una partecipata. Un cammino lungo, difficile e anche aspro. Lungo questo percorso, il primo concreto passo può essere rappresentato da un organico e articolato sistema di controlli da parte della società civile, la quale venga messa nelle condizioni di capire, e quindi verificare, il funzionamento dei meccanismi pubblici. Il sorteggio invece delle elezioni mi pare l’opzione giusta.

Sulla riforma delle rappresentanze parlamentari non metto becco: anche se non sottovaluto l’importanza di essa riforma al fine di ridurre i costi e migliorare il funzionamento.

E’ sulla strada della partecipazione che si possono ottenere risultati importanti, rivitalizzando meccanismi obsoleti e, nello stesso tempo, avviando processi destinati a mutare la natura della democrazia moderna. Un sogno? Forse. Ma dal sogno all’utopia salvifica il passo, come la storia dell’umanità ci insegna, è relativamente breve.

Un sistema di controlli
Si tratta di dar vita ad organi nuovi che seguano passo per passo, a tutti i livelli, il lavoro delle istituzioni attuali. Per dimostrare la fattibilità si potrebbe cominciare dai livelli più bassi. Per esempio dalle zone e dalle frazioni in cui sono organizzate le amministrazioni comunali. Il loro ruolo è oggi più formale che sostanziale: chi viene eletto nei consigli di zona e di frazione è privo di ogni potere reale. Un modo per dare sostanza e quindi potere ci sarebbe: assegnare a quei consigli la gestione di parte del bilancio comunale: Una volta definita la spesa per i servizi di carattere generale di competenza del comune, le risorse rimanenti dovrebbero essere delegate alle zone e alle frazioni.

Controlli sulle istituzioni centrali e regionali
Un organo di vigilanza sull’attività degli eletti al parlamento e alle assemblee regionali dovrebbe essere composto per sorteggio fra i cittadini delle rispettive giurisdizioni. Tale organo andrebbe messo nelle condizioni: 1) di organizzare incontri con i cittadini a prescindere dalla loro posizione politica, ossia in quanto esponenti non di un partito ma della porzione di società che rappresentano; 2) formulare proposte per rendere il rapporto coi cittadini non solo continuo ma produttivo; 3) verificare che l’impegno delle assemblee elettive corrisponda alle attese degli elettori; 4) in caso contrario formulare suggerimenti e proposte; in caso di gravi inadempienze, chiedere la decadenza del mandato.

Controllo dell’attività giudiziaria
ll problema della giustizia ha assunto una dimensione e un’acutezza tali da imporre la mobilitazione dell’intera società. Si propone un organo di sorveglianza affidato a cittadini selezionati per sorteggio per un tempo da definire e comunque non troppo lungo, in modo da consentirne la rotazione ogni anno (o biennio). L’organo di controllo popolare dovrebbe 1) esplorare la possibilità che si addivenga all’elezione anche dei magistrati delle procure, come accade negli Stati Uniti. 2) Indagare sui ritardi che la magistratura accumula ogni anno. L’organo di controllo popolare dovrà formulare proposte che impediscano il protrarsi dei processi oltre ogni limite di decenza; 3) proporre che l’articolo primo della Costituzione, che fonda i comportamenti generali sul lavoro, venga applicato anche nelle carceri. Nessun detenuto deve essere costretto all’inattività totale; 4) impedire che fra i detenuti si determinino discriminazioni sulla base del denaro. 5) controllare che non venga eluso il principio che la giustizia è uguale per tutti.

Controllo del funzionamento delle amministrazioni pubbliche
Per ogni branca dell’amministrazione dovrebbe crearsi un organo di controllo composto di cittadini scelti per sorteggio. Occorrerebbe in particolare vigilare sull’assunzione e la formazione del personale, alla luce del principio che l’amministrazione è in funzione dei cittadini e non viceversa. Di qui l’esigenza che chi entra a farvi parte debba impegnarsi anche fuori orario e nei giorni festivi.

Partiti
Se i partiti sono strutture portanti della democrazia moderna, allora il loro funzionamento è problema di tutti. Deriva la necessità di costituire -sempre per sorteggio e per tempi brevi – organi che ne controllino il funzionamento e la gestione, in modo che si conformino ai principi della democrazia moderna. La violazione di tali principi ha provocato distorsioni e deviazioni quali il ‘centralismo democratico’ nel PCI.

Banche, poste, compagnie telefoniche, assicurazioni, consorzi, corpi di sicurezza e vigilanza, anche privati
Sempre per sorteggio e per periodi che consentano una rapida rotazione andranno costituiti organi di verifica permanente i quali all’occorrenza propongano la decadenza delle strutture controllate.

Scuola
Gli organi di controllo che andranno costituiti (per sorteggio) ai vari livelli di una scuola dell’obbligo da allungare a 18 anni dovrebbe poter comminare sanzioni alle famiglie che non curano l’impegno dei figli. In caso di bocciatura dei ragazzi le famiglie dovrebbero avere risarcite le spese scolastiche. Dalla crescita culturale delle nuove generazioni la società intera guadagnerà anche sotto il profilo democratico: per la gestione della macchina pubblica sarà decisivo disporre di strumenti culturali adeguati. La mancanza o insufficienza di questi strumenti vanifica il principio di eguaglianza cui una democrazia di alto profilo deve ispirarsi.

Sanità
Lo scandalo delle lunghe attese per esami a volte decisivi deve finire. Gli organi di controllo ad hoc definiti, previo sorteggio fra tutti i cittadini, devono poter intervenire in ogni piega del sistema sanitario, in particolare liquidando le sacche di privilegio e di speculazione.

L’informazione
Se si vuole chiudere l’epoca delle democrazie senza democrazia, la società civile deve assumere precise responsabilità, affiancando e nel caso sostituendo gli organismi che abbiano dato cattiva prova. Per ridare fiato alle forme asfittiche dell’informazione oggi dominate dalle lobby, viene proposta l’istituzione a tutti i livelli di organi di controllo formati da cittadini estratti a sorte. Dovranno 1) fornire alla società intera una documentazione precisa e aggiornata su proprietà, centri di potere e organizzazione di radio, televisioni, organi di stampa; 2) proporre la dissoluzione, come vuole la legge, di eventuali posizioni di monopolio; 3) individuare gli intrecci di rapporti fra le varie corporazioni e i detentori di potere, sia pubblici sia privati, ed aggredire le situazioni di privilegio nella formazione degli organici e nelle gerarchie retributive.

Conclusione
La democrazia moderna così come l’abbiamo ereditata è malata ma non moribonda. Non va affossata, bensì rivitalizzata attraverso la partecipazione. Con il sorteggio -l”opposto della delega- verrà esaltato il ruolo dei cittadini tutti, perché la democrazia sia veramente governo del popolo.

Orazio Pizzigoni

RIMPIAZZARE I POLITICI

Popolo contro la corruzione nell’Europa orientale

C’è solo un dato che può consolare un po’ l’Est europeo in fatto di corruzione: la gran madre Russia, tale almeno per i popoli slavi, batte, in peggio, tutti gli ex satelliti dell’URSS stando alle classifiche stilate ogni anno da Transparency International. Nei suoi paraggi si ritrovano soltanto la stretta parente bielorussa e il semiasiatico Azerbaigian. Come sappiamo (vedi l’”Internauta” di ottobre), si tratta di posizioni di coda nella graduatoria mondiale, che vede la Russia preceduta, in meglio, da un gran numero di paesi asiatici, africani e latino-americani.

Benchè ricollegabile a più o meno antichi usi e costumi nazionali, il livello di corruzione è influenzato non poco dalle circostanze prevalenti in questo o quel periodo. Come gli altri paesi ex comunisti, la Russia ha inevitabilmente risentito delle rovinose conseguenze del crollo di regimi e del mutamento di sistemi politico-economico-sociali. Le sue stesse dimensioni e la sua ricchezza di materie prime e fonti di energia la ponevano però in condizioni migliori dei suoi vicini occidentali per affrontare la sfida della transizione e anche la recente crisi dell’economia planetaria. Un vantaggio, questo, che sulla corruzione non sembra avere minimamente inciso.

Nella federazione russa, infatti, il vizio del malaffare ha continuato ad imperversare e addirittura ad aggravarsi. Nel resto del mondo ex comunista è invece prevalsa anche negli ultimi anni la tendenza ad un certo miglioramento malgrado alcuni alti e bassi. D’altronde, nonostante un paio di minacce di bancarotta (Lettonia, Ungheria), l’Europa orientale ha complessivamente resistito alla crisi meglio del previsto. Le misure di austerità più o meno pesanti resesi ovunque necessarie, quali il taglio delle retribuzioni a medici e poliziotti spinti perciò a ricadere in vecchie tentazioni, non hanno apparentemente prodotto le conseguenze paventate un anno fa da “Le Monde diplomatique” in una rassegna dedicata ai Balcani. Il che non toglie che proprio la sub-regione meridionale, sotto vari aspetti la più arretrata, sia rimasta altresì quella più flagellata da un morbo che comunque non cessa di affliggere l’intero Est europeo.

Le graduatorie vedono sempre quasi tutti i paesi della regione declassati rispetto a quasi tutti quelli dell’Europa occidentale, compreso un pezzo grosso, ma notoriamente per nulla esemplare, come l’Italia, peraltro superata in relativa virtù da almeno un paio di vicini orientali. Nel quadro generale spicca la divisione netta nord-sud in quanto nessun paese balcanico si piazza meglio di quelli dell’altra sub-regione, sempre che si consideri non balcanica bensì mittleuropea, come sembrerebbe giusto, la Slovenia (che non a caso, con un voto di abbondante sufficienza, figura come la più virtuosa di tutti insieme con l’Estonia), e invece balcanica la Moldavia, già parte in passato della Romania prima che dell’URSS e oggi, anche qui non a caso, paese più povero del vecchio continente oltre che tra i più corrotti.

I Balcani si trovano adesso sotto speciale osservazione perché un particolare sforzo domestico per combattere la corruzione viene richiesto dall’Unione europea insieme ad altre condizioni poste ai paesi dell’area in attesa di ammissione. Per la verità la stessa richiesta era stata fatta da Bruxelles a Bulgaria e Romania, che hanno finito con l’essere ammesse malgrado adempimenti per lo meno discutibili e i cui progressi in quel campo sono stati per lo meno modesti anche una volta raggiunta la meta agognata. Analogamente, non moltissimo è cambiato neppure negli Stati dell’ex Jugoslavia rispetto alla situazione che una commissione internazionale non governativa per i Balcani presieduta da Giuliano Amato dipingeva, nel 2005, in termini alquanto crudi, denunciando tra l’altro una corruzione “pervasiva”. Se non è stato questo l’ostacolo principale, è sicuramente parte integrante di un quadro complessivo che spiega il perdurante ritardo dell’ammissione nella UE di Croazia, Serbia e Macedonia dopo quella della Slovenia (accolta anche nell’Eurozona), per non parlare di entità statali precarie o dal profilo controverso sotto diversi aspetti come la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro e il Kosovo. Minori ostacoli, almeno di natura interna, si presentano solo per l’Albania, risollevatasi in qualche modo dalla condizione totalmente catastrofica degli anni ’90.

Ciò che più di recente accomuna tuttavia i Balcani al resto dell’Europa orientale è un’inedita o quanto meno accentuata sensibilità al problema corruzione, la sua appariscente ascesa in primissimo piano con conseguenze concrete comunque rimarchevoli. Un anno fa l’“Economist” rilevava che i progressi economici compiuti in precedenza dall’intera regione (o quasi) avevano “ridotto il malcontento per i politici corrotti e i burocrati prepotenti”. Se ciò era vero, la successiva crisi, benché non micidiale, ha fatto sì che il malcontento riesplodesse a tutto campo.

Nuovi partiti, movimenti e iniziative popolari sono nati un po’ dovunque allo scopo precipuo di combattere il malaffare, ottenendo successi spesso inattesi e contribuendo a sconfitte elettorali anche impreviste di governi e partiti da tempo dominanti o comunque con seguito finora forte. Ciò era avvenuto, già lo scorso anno, in Bulgaria, con l’ingresso in parlamento e l’ascesa al potere, a spese del partito socialista, dei populisti di centro-destra guidati dal sindaco uscente di Sofia, Bojko Borisov, che ha promesso lotta senza quartiere contro corruzione e criminalità organizzata, mentre i liberali dell’ex re Simeone sono stati sloggiati da un nuovo partito specificamente indirizzato in tal senso.

Nella Repubblica ceca la scena politica è stata sconvolta nella scorsa primavera dall’irruzione di ben quattro formazioni dello stesso tipo, all’insegna di motti quali “Rimpiazzare i politici”, “Il pubblico conta” o “Defenestrazione 2010”. Una di esse è capeggiata da un ex ministro degli Esteri, epigono della dinastia principesca degli Schwarzenberg, che bolla la corruzione come un cancro e vuole impedire che la Cechia diventi una “nuova Sicilia, senza mare né aranci”. Agli ampi consensi riscossi dalla loro campagna si deve almeno in parte il cambio della guardia a Praga tra socialdemocratici e centro-destra.

Quasi contemporaneamente, in Ungheria, l’ampiamente prevista riscossa del centro-destra è giunta puntuale. I socialisti, al potere da otto anni, sono stati sbaragliati per un insieme di insolvenze comprendenti la deriva in materia di malaffare, tema su cui il premier di ritorno Viktor Orban, già pugnace sotto il regime comunista, ha battuto da par suo minacciando le misure più drastiche contro i funzionari disonesti. In Romania invece, nello scorso dicembre, il presidente della Repubblica Traian Basescu, in carica dal 2004, è riuscito a rovesciare i pronostici superando di misura l’avversario di centro-sinistra. Ora però dovrà dimostrare di saper mantenere meglio le promesse, analoghe a quelle di Orban, fatte all’inizio del primo mandato, durante il quale si è mosso piuttosto in senso contrario, ostacolando e punendo, semmai, i moralizzatori o sedicenti tali.

Sarebbe incauto, in effetti, plaudire senza riserve a tutte queste campagne più o meno trionfali e in particolare a quelle di forze e personaggi politici ovviamente alla ricerca di consensi più o meno facili. Già in Polonia nel 2005 i conservatori populisti dei gemelli Kaczynski avevano vinto le elezioni lanciando una crociata contro la corruzione che però parve ben presto strumentalizzata per regolare i conti con gli avversari oltre che viziata da eccessi ed abusi, e l’elettorato infatti non tardò a sua volta a pentirsi provocando un nuovo cambio di governo. Anche altrove il comportamento di tribunali speciali e commissioni insediati in vari paesi per fare pulizia non era stato sempre irreprensibile, tanto da giustificare talvolta dure reprimende e addirittura soppressioni da parte governativa, sia pure a loro volta inevitabilmente sospette. In altri casi, all’opposto, imponenti apparati repressivi e preventivi appositamente creati avevano brillato per la loro inerzia o inconcludenza. In Albania, poi, in occasione delle ultime elezioni parlamentari (giugno 2009), si è assistito a violente accuse reciproche di corruzione tra i due partiti maggiori, interpretabili in almeno due modi facilmente intuibili.

Oggi tuttavia ci si trova di fronte a mobilitazioni popolari apparentemente spontanee tali da modificare i termini del problema innanzitutto nel senso di smentire una generale indifferenza o rassegnata delusione dell’opinione pubblica riscontrata ad esempio dall’”Economist” a metà del 2008, paragonando tra l’altro la situazione est-europea a quella italiana. Ma anche nel senso di conferire augurabilmente maggiore credibilità a programmi e propositi delle forze politiche altrimenti non del tutto rassicuranti. Con l’aiuto, beninteso, anch’esso augurabile, dell’altra Europa, non solo attraverso le istituzioni comunitarie ma anche il buon esempio dei singoli paesi.

Franco Soglian

Il metodo neo-ateniese contro la mafia

Nel suo editoriale del 26 Ottobre, Angelo Panebianco espone, dalle colonne del Corriere della Sera, una interessante teoria. Unità del Paese e Democrazia rischiano di diventare incompatibili nel Mezzogiorno. Questo perché, secondo Panebianco, senza il Sud non si vincono le elezioni, e da ciò deriva un potere di ricatto enorme a chi difende lo status quo meridionale. L’analisi è del tutto condivisibile, manca però una proposta.

Nel recente scempio dei rifiuti, dalla Campania alla Sicilia, e nel cronico problema del crimine organizzato, spesso si parla di “commissariamento degli enti”. Se un Comune, per esempio, non è in grado di gestire un’emergenza, o ancora, se è influenzato da associazioni criminali, il ministro dell’Interno propone che il presidente della Repubblica, con decreto, rimuova sindaco e giunta e sciolga il consiglio comunale, inviando un commissario con il compito di preparare nuove elezioni. La soluzione del commissariamento, e della nomina di commissari straordinari, è formalmente una soluzione di breve periodo, ma in Italia l’istituto è stato largamente abusato (basti pensare che per l’emergenza rifiuti in Campania fu nominato commissario Bassolino). Proponiamo allora un’innovazione di questo istituto.

Quando in un ente il metodo democratico-rappresentativo abbia fallito, e il problema sia di natura cronica, non ha senso ostinarsi a commissariare e tornare a votare in continuazione. La necessità è quella di prendere scelte probabilmente drastiche e impopolari. Nessun uomo politico sceglierebbe di pagare, in prima persone e come partito, l’altissimo prezzo in termini di consenso che comporterebbe il ben governare. Nessun tecnico imposto da Roma avrebbe la legittimazione per una politica di lungo termine sul territorio. Una possibile soluzione potrebbe allora essere l’impiego del metodo della democrazia neo-ateniese.

Con un tale metodo in primo luogo vengono selezionate le persone, residenti nell’ente, più competenti nei vari settori in cui è necessario intervenire (rifiuti, criminalità, infrastrutture etc), escludendo chiunque abbia precedenti penali, e verificando anche in un secondo momento, magari tramite una commissione di garanzia, che non sussista alcun legame con la criminalità. In secondo luogo si procede ad un’estrazione a sorte delle persone che dovranno comporre la Commissione incaricata dell’amministrazione dell’ente commissariato. Queste verranno adeguatamente protette e sorvegliate, in modo che non possano subire o ricercare contatti con incrostazioni di potere, cricche mafiose, o gruppi di pressione di ogni sorta. La Commissione rimarrebbe poi in carica per un intero mandato, di norma 5 anni, procedendo nelle riforme necessarie senza il ricatto delle elezioni, senza il meccanismo dei “pacchetti di voti”, portando avanti politiche all’insegna della competenza e di un necessario disinteresse. Ogni 5 anni, e fino alla “cessata emergenza”, la Commissione verrebbe rinnovata, sempre tramite un metodo di selezione-estrazione.

Questa proposta avrebbe il merito di impedire quella corsa verso il basso evidenziata da Panebianco, e dovrebbe evitare l’incompatibilità tra Democrazia e Unità del Paese. Una Commissione di tecnici appartenenti al territorio, protetti e controllati, sottratti al ricatto della popolarità (nessuno li potrà mai rieleggere) e incentivati a governare per risolvere i problemi (non per ottenere consenso) potrebbe essere una risposta strutturale ad alcuni problemi dell’Italia e non solo. La critica più ovvia è che con un simile metodo si impedirebbe alla volontà popolare di esprimersi. Ma se la volontà popolare esprime richieste impossibili (es. voglio i servizi ma non voglio le tasse) o aberranti (es. voglio essere governato dalla mafia), fino a che punto è giusto ed utile inseguirla?

Tommaso Canetta

Si tolga dai piedi questa demoplutocrazia!

Il mercatismo/consumismo che ha trionfato su tutte le rivoluzioni e tutte le cospirazioni resta spregevole. Non è scritto che le generazioni avvenire moriranno tutte capitaliste. Né è scritto che il suffragio universale e i partiti, strumenti principi delle oligarchie ladre, vigano per sempre. Ma la democrazia, dove andrà?

Muoia la democrazia che conosciamo, è la risposta di chi qui sotto si sottoscrive. Non merita di sopravvivere la democrazia che per di più è stata il pretesto fraudolento di tante guerre, da una da 15 milioni di morti per liberare l’Alsazia e Trento/Trieste, nonché per inventare nazioni false come Jugoslavia o Cecoslovacchia, a un’altra in corso per portare ‘i diritti’ alle afghanistane umiliate dai taliban. Finisca per sempre la democrazia plutocratica spacciata da due tra i peggiori bugiardi della storia, Franklin D.Roosevelt e Winston S.Churchill. Si tolga dai piedi questa democrazia che fa da alibi a Berlusconi, a Franceschini, ad ogni altro commediante del mondo libero.

In nulla dovrà assomigliare all’attuale, la democrazia di domani o dopodomani. Proviamo a scrutare insieme il futuro, senza ubbie messianiche ma non senza speranza.

AMC

Diritto e dovere di votare

Una provocazione per migliorare la democrazia

Nell’attuale sistema, qualsiasi cittadino italiano, compiuti diciotto anni, ha il diritto di voto. La ratio di tale scelta del legislatore è che si ritiene che la maturità e la conoscenza necessarie per votare, si raggiungano con la maggiore età. Un simile sistema ha l’evidente pregio di essere estremamente semplice, ma l’altrettanto evidente difetto di essere approssimativo.

A fronte di una maggioranza di cittadini che si informano, discutono, si formano un’opinione (più o meno approssimativamente), c’è una minoranza, purtroppo non esigua, che pur dichiarando apertamente di “non interessarsi alla politica” (non di “esserne disgustati”, che pure presupporrebbe una conoscenza, ma di non conoscere i fatti e gli avvenimenti più macroscopici) tuttavia non si astiene. Il voto di simili persone è estremamente importante per la classe politica, in quanto spesso determinante per la vittoria, e per ottenerlo si fa leva su questioni che con la politica non hanno nulla a che fare. Si incentivano, insomma, demagogia e antipolitica, e si arriva ad incoraggiare il torto e la superficialità purché, e in quanto, popolari.

Al contrario un sistema che calibri sulla singola persona la verifica del raggiungimento della necessaria maturità (quale quello proposto, in cui il voto è subordinato al superamento di un test elementare), escluderebbe in primo luogo questa spirale verso il basso della politica, ed in secondo luogo sarebbe più equo nei confronti del singolo.

Con un simile sistema si potrebbe, ad esempio, abbassare l’età richiesta per votare, così come allargare il diritto di voto agli immigrati residenti da almeno 5 anni. Tutti infatti sarebbero chiamati a provare, con un metodo rapido ed il più oggettivo possibile, la conoscenza basilare della lingua italiana e dell’attualità, ed il possesso di una minima capacità di ragionamento.

Questo metodo ovviamente si presta ad un’infinità di critiche, teoriche laddove si biasimi l’esclusione di alcune persone dalla scelta di chi ha il dovere di governarli, e pratiche quando inerenti le modalità della selezione. Tralasciando le seconde, circa le prime va osservato che già ora il voto è sia un diritto che un dovere. Questa seconda parte però, nell’attuale sistema, è del tutto trascurata. Molti cittadini non avvertono l’importanza del loro recarsi a votare, lo danno per scontato e talvolta lo bistrattano o lo monetizzano.

Al contrario nel sistema proposto, diritto e dovere verrebbero connessi ed egualmente valorizzati. Il primo consisterebbe nel fatto che tutti i cittadini, anzi non solo, hanno l’opportunità di accedere al voto; il secondo, invece, nel fatto che sia necessaria la volontà di cogliere tale opportunità. I requisiti richiesti per votare sarebbero infatti di una tale semplicità, che chiunque abbia ricevuto l’istruzione obbligatoria, e che abbia la volontà di accedere ad informazioni basilari, diffuse e gratuite, sarebbe in grado di soddisfarli.

Il meccanismo del voto condizionato ha poi il pregio della “premialità”, per cui il diritto di esercitare il voto viene ottenuto tramite uno sforzo, pur minimo, e dev’essere quindi “conquistato”. Inoltre, se la “premialità” funzionasse, si avrebbe anche una tensione virtuosa da parte degli esclusi per poter partecipare all’elezione successiva: essendo i requisiti richiesti, come già detto, facilmente e gratuitamente raggiungibili, si otterrebbe infatti un progressivo livellamento verso l’alto, ma non tale da risultare elitario. Anche gli stessi partiti politici, oggi spinti a ricercare il voto degli ignavi, sarebbero al contrario incoraggiati a promuovere un minimo di conoscenza di quei requisiti richiesti come minimi per accedere al diritto di voto.

Solone X

EVOLUZIONE, NON RIVOLUZIONE, PER UN SISTEMA NEO-ATENIESE

Leggendo il documento “Il Pericle elettronico” [dossier sulla tecnodemocrazia selettiva, materiali anglo-americani sulla superfluità delle elezioni e dei politici. La soluzione randomcratica: una nuova polis sovrana di super-cittadini scelti dal sorteggio] appare condivisibile il concetto di ritorno ad una democrazia in un certo senso “diretta”, l’utilizzo della tecnologia per consentire tale ritorno, l’impiego del metodo dell’estrazione e, soprattutto, l’idea di selezionare i più competenti e degni per ricoprire gli incarichi, attraverso una scrematura via via più ardua.

Sorgono tuttavia delle domande in ordine a certi aspetti problematici delle idee proposte.

Come evitare, in primo luogo, derive populiste, estremismi, degenerazioni dittatoriali, come garantire la salvaguardia di taluni principi liberali storicamente invisi al popolo (il divieto della pena di morte, di pene esemplari o umilianti, o il concetto di pena rieducativa e non punitiva etc), come tutelare le minoranze, come evitare, in materie quali la politica economica o la politica estera, decisioni prese con la “pancia” dalla gente, e non con la “testa”?

Pare subito una buona risposta la suddetta selezione delle persone che andrebbero a ricoprire gli incarichi. Se chiunque può, in teoria, accedere a qualsiasi funzione di governo grazie all’estrazione, in pratica va garantito che vi acceda solo chi ha competenze e conoscenza sufficienti, indipendentemente poi dalle opinioni personali, per poter decidere con cognizione di causa. L’idea di “macrogiurie”, avanzata ne “Il Pericle elettronico”, pare estremamente interessante da questo punto di vista. Evitare poi che le decisioni vengano prese in modo immediato, ma che, anzi, sia garantita una ampia discussione preliminare, è un altrettanto valido deterrente contro scelte emotive e non razionali.

In secondo luogo, è problematica la gestione dell’informazione in un sistema di democrazia elettronica diretta. Come evitare che chi gestisce il quarto e il quinto potere possa godere di un’influenza determinante sulle decisioni prese dal popolo?

La pluralità dei mezzi di informazione è, in fondo, solo un’opportunità, non una garanzia di risultato. Se il 90% della popolazione si forma un’opinione basandosi su 3 telegiornali di proprietà della stessa persona (ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente voluto), la presenza di altre centinaia di media è pressoché irrilevante.

Una buona soluzione potrebbe essere richiedere, a coloro che vengono estratti per esercitare funzioni di governo, di dimostrare di essere a conoscenza della realtà dei fatti, dei dati oggettivi coinvolti nell’argomento, e non solo delle opinioni trasmesse da alcuni media. Se la pluralità dei mezzi di informazione, come detto, è un’opportunità, deve poter governare solo chi la coglie.

Da queste prime due grandi aree problematiche, ne discende quasi automaticamente una terza: come predisporre la selezione dei governanti?
Le recenti innovazioni tecnologiche aprono le prospettive più interessanti. Internet permette una diffusione gratuita, ampia ed immediata della conoscenza, e quindi non c’è più motivo per ritenere che al povero sia concesso un accesso all’informazione inferiore al ricco. I computer, poi, permettono la predisposizione di test, il più possibile oggettivi, che saggino le conoscenze dell’esaminato. Non è poi così futuribile, dunque, pensare di sottoporre gli estratti a sorte ad una selezione via computer, per poterne valutare le competenze (oltre ad un’analisi tramite dati e titoli, circa esperienze ed assenza di precedenti) su temi specifici o generali, a seconda dei casi.

L’obiettivo di questa nuova forma di democrazia dovrebbe essere salvaguardare, ed anzi implementare, la competenza dei governanti, recuperare la partecipazione alla gestione dello Stato, e, soprattutto, innovare il metodo di governo portando il disinteresse personale, garantito dalla mancanza di elezioni e dall’estrazione a sorte, al centro del sistema.

Sarebbe poi, a tal proposito, utile ragionare in termini di “evoluzione” e non di “rivoluzione”. Il sistema della “democrazia neo-ateniese”, se la vogliamo chiamare così, può infiltrarsi in modo progressivo nel corpo malato della democrazia rappresentativa, semplicemente grazie alla spinta di un’opinione pubblica che ama essere coinvolta, ma detesta doversi impegnare a fondo nel coinvolgimento. In un sistema rapido, gratuito e semplice, come quello possibile grazie alla tecnologia di Internet, il desiderio di partecipazione sarebbe facilmente canalizzabile. La creazione di proposte semplici e fattibili, su cui convogliare il consenso popolare, per poi imporle ai soggetti istituzionali dell’attuale sistema potrebbe essere un primo passo. La sperimentazione del sistema neo-ateniese dovrebbe cominciare in ambiti ristretti, per poi allargarsi sfruttando l’eco mediatica di simili tentativi. Gli stessi partiti potrebbero essere interlocutori, in quanto contenitori di persone potenzialmente interessate, nella fase iniziale.

Il dibattito può essere utilmente portato anche a livello di Unione Europea che, per la sua attuale struttura ancora ibrida ed indefinita, e per la sua prospettiva di diventare il futuro governo dei cittadini europei, appare l’ambito ideale per tale riflessione.

Quale democrazia manca all’Unione europea?

A seguito della crisi greca si sono levate molte voci che indicavano come la migliore delle soluzioni possibili una più profonda integrazione nell’ambito dell’Unione europea.

Tuttavia, non appena viene proposto il rafforzamento del metodo comunitario, subito si leva un coro di voci contrarie. I vari governi nazionali, da ultimo quello di Angela Merkel, si affrettano a dichiarare che le prerogative dei parlamenti nazionali non possono essere compromesse. L’argomento principe per contrastare il trasferimento di poteri a Bruxelles è il cosiddetto “deficit democratico dell’Ue”.

Si può notare come tale argomento non venga quasi mai usato per lamentare gli abusi di un potere centrale fautore di interessi propri a discapito di quelli dei cittadini, o gli sprechi dissennati che, grazie a un più diretto controllo dei governati sui governanti, sarebbero evitabili. Al contrario, la mancanza di democraticità dell’Unione è fatta oggetto di attenzione quando vengono prese decisioni impopolari ma fondamentalmente giuste, e quello che sembra più spaventare nel procedimento decisionale europeo, è la minore possibilità di ricattare il legislatore da parte di minoranze consistenti e portatrici di forti interessi.

Nelle democrazie rappresentative occidentali è difficile per i governi prendere decisioni se ledono interessi particolari sufficientemente diffusi o tutelati. E’ parimenti difficile ignorare certi moti di opinione pubblica, spesso figli di episodi di cronaca o comunque dell’emozione del momento.

Ma è di questa democrazia che l’Unione europea ha bisogno?

Sembra doversi constatare che il concetto di democrazia di cui l’Unione europea sarebbe carente, è il sunto degli aspetti peggiori della democrazia stessa: incapacità di superamento degli interessi particolari, ricattabilità del legislatore ad opera di gruppi di interessi, adeguamento acritico alle pulsioni dell’opinione pubblica, frustrazione del bene comune.

Un aumento dei poteri dell’Unione europea è inevitabile, e quindi un problema di controllo su chi esercita tali poteri esiste sicuramente. Invece di trasferire a Bruxelles i peggiori frutti del nostro sistema democratico-rappresentativo, perché non pensare a strade alternative?

Se le persone che hanno le competenze e le capacità per far parte, ad esempio, di un’autorità di controllo sulla gestione dell’economia europea non sono più che poche decine per Stato, invece di prevedere che esse vengano elette, o nominate da eletti, perché non azzardare che siano sorteggiate? Una volta selezionati i cento migliori esperti europei, estraendone a sorte dieci nominativi, si avrebbe al contempo la garanzia della competenza, e l’assenza della ricattabilità, dei favori e dei favoritismi.

Nessuno nega che un tale sistema di “random-crazia” porrebbe dei problemi, ma è altrettanto innegabile che molti dei problemi attuali sarebbero risolti, e il costante deterioramento dei regimi democratico-rappresentativi impone una riflessione sistematica.

Iniziativa legislativa popolare: il nuovo ruolo della telematica

A seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (1° dicembre 2009) è stato introdotto nell’ordinamento dell’Unione europea l’istituto dell’iniziativa legislativa popolare. E’ ora possibile per un milione di cittadini europei, appartenenti ad un significativo numero di Stati membri, invitare la Commissione a presentare una proposta legislativa.

Perché i cittadini europei possano esercitare concretamente questo diritto, tuttavia, è necessario che Parlamento europeo e Consiglio adottino un regolamento. Una prima proposta in proposito è stata presentata dalla Commissione il 31 marzo. Si prevede che il milione di cittadini necessari debba provenire da almeno un terzo degli Stati membri (attualmente quindi nove), e che sia necessario un numero di firme minimo per ogni Stato. La parte più interessante della proposta di regolamento riguarda le procedure per la raccolta delle firme (o “dichiarazioni di sostegno”), in cui si prevede che queste possano essere raccolte su carta o per via elettronica.

Vale la pena sottolineare l’importanza sostanziale del nuovo metodo di raccolta on-line delle adesioni. In una società in cui ampie fasce della popolazione (i giovani, specialmente) trovano più semplice, e più normale, sottoscrivere una petizione on-line, o partecipare ad una catena di mail, o iscriversi ad un gruppo su facebook, che non firmare per un referendum, legare un diritto di pre-iniziativa legislativa ad uno strumento come internet può essere utile ed innovativo. Se l’esperimento dovesse avere successo, si potrebbero ipotizzare infinite applicazioni del medesimo metodo, non solo in sede europea, ma anche nazionale e locale.

Altrettanto incoraggiante è poi la posizione della Commissione, ad ora non intenzionata a cedere alle perplessità degli Stati membri sulla raccolta firme on-line. Se ai dubbi ed ai problemi, legittimamente sollevati dagli Stati, si sarà in grado di dare risposte efficaci da un punto di vista tecnico e operativo, non si consentirà alle inconfessabili perplessità di alcuni Stati membri, riguardo qualsiasi innovazione nel senso di una “democrazia elettronica”, di nascondersi dietro a critiche di buonsenso o a spauracchi da complotto-hacker. Come già spesso in passato, così anche oggi l’Unione europea potrebbe trovarsi a svolgere un ruolo di avanguardia rispetto ai suoi Stati membri.

Tommaso Canetta

I PURI DI CUORE NON GLI INTELLETTUALI ‘DEMOCRATICI’

Soprattutto per ciò che tace, interessante una recente intervista/confessione al Manifesto dell’accademico comunista Richard Sennett, figlio di un comunista che nel 1936 combatté in Spagna; ‘comunisti tutti i suoi zii, si precisa’. Sua premessa: la crisi economica, che si vuole in via di superamento, riesploderà presto, perché il ‘capitalismo finanziario’ è una peste nera, non la si contiene. Su questo la sinistra di tutto il mondo non dice niente, perché vuole piacere al business. Invece è ora il tempo di riscoprire il socialismo. E lei che farebbe a questo fine? chiede l’intervistatore. ‘Nazionalizzerei l’intero settore bancario’. Purtroppo, è sempre Sennett, quando ho fatto questa proposta a un convegno, sono stati i relatori sindacalisti -‘sindacalisti’- a contestarmi: non puoi sostenere queste cose, i lavoratori non permetterebbero.

Il prof.Sennett non ha siegato come si riesce a riproporre il socialismo alla gente, intossicata per sempre dagli alti consumi elargiti in sessant’anni dal benessere, cioè dal mercato. Non ha spiegato perché sa che non saranno le enunciazioni di mille teorici come lui e di centomila attivisti di sinistra a convincere i grandi numeri. I grandi numeri ragionano: il mercato ci ha dato la seconda casa, varie automobili e le vacanze ai Caribi. La politica e la cultura democratiche, no. Le hanno date, molto più in grande, ai propri bonzi.

La gente ascolterà solo se il socialismo lo riproporranno persone all’opposto dei politici e degli intellettuali di sinistra. Persone le cui scelte etiche e i cui stili di vita saranno quelle dei veri apostoli e dei veri missionari di un tempo: abnegazione, rifiuto eroico del denaro, sobrietà ascetica, credibilità in quanto assertori della virtù; santità aggiornata, in pratica. Saranno ascoltati i soli puri di cuore: un assieme di caratteri all’esatto contrario dei giornalisti di De Benedetti e di Rai3, dei conduttori televisivi, degli scrittori progressisti delle corti di Mitterrand, Prodi e Zapatero.

Fin quando la sinistra resterà come è, coi campioni e i divi che ha, bugiardi e briganteschi quanto Berlusconi e Brancher, colleghi della stessa impostura solo molto meno bravi, il prof. Sennett perderà il fiato a invocare il socialismo. Quando predicheranno i ‘democratici’ dai loro pulpiti accademico-editoriali e dalle stesse spiagge dei ricchi, la gente capirà che mentono.

Antonio Massimo Calderazzi