Manuel Azagna, paradosso della storia spagnola

Il Regno di Felipe VI e il mondo hanno assistito senza troppa angoscia all’agonia della Terza repubblica di Catalogna, uno Stato ‘sovrano’ vissuto per poche ore. La Prima, del 1931, non durò di più; la Seconda, del 1934, sopravvisse una notte e fu seguita da vari processi. Tra gli arrestati ci fu Manuel Azagna, non molto prima presidente del governo: non era stato custodito in carcere, bensì a bordo di una nave militare alla fonda. Carles Puigdemont, momentaneo padre della Catalogna, ha dovuto rassegnarsi a non fare nemmeno lo statista in esilio.

L’aspirazione ‘nazionale’ di metà scarsa dei catalani è stata liquidata dalla generale consapevolezza che né la storia, né il futuro amano i micropatriottismi. Meno che mai può amarli un paese, la Spagna, che fu grandissimo e che ottantuno anni fa fu dilaniato dalla guerra civile. Con un po’ d’ottimismo possiamo dire che il sentimento di fondo degli spagnoli è stato ipotecato ‘per sempre’ dall’orrore del 1936 e del quarantennio che gli seguì. Con le sue consegne nazionalistiche Carles Puidgemont è un ambizioso Nessuno, a confronto coi protagonisti della tremenda tragedia spagnola. Il più sfortunato, o enigmatico, o paradossale tra tali protagonisti fu Manuel Azagna, secondo e ultimo presidente della Repubblica di Spagna, nata il 14 aprile 1931 e spenta dalla vittoria militare di Francisco Franco.

La parabola di Manuel Azagna fu strana. Nato nel 1880, di famiglia agiata, al momento della fine della monarchia borbonica (1931), non dominava affatto la scena spagnola. Era uno dei molti che avevano portato avanti, più o meno efficacemente, l’opposizione ad Alfonso XIII, ai suoi ministri e notabili. Azagna si era segnalato, oltre che come drammaturgo di modico rilievo e letterato di pochi lettori, come segretario esecutivo dell’Ateneo madrileno, un organismo culturale non un’istituzione universitaria, come il nome farebbe pensare. Aveva vinto un concorso per funzionario di concetto di un ministero.

Nel 1914, esplosa la Grande Guerra, Azagna fu tra gli scervellati fautori di un intervento spagnolo a fianco dell’Intesa (fu sventato da un premier conservatore, Eduardo Dato, poco dopo ucciso da un anarchico). Azagna voleva una guerra assurda perché era un ammiratore incondizionato della Francia, in particolare delle glorie e istituzioni militari francesi. Il militarismo repubblicano d’oltre i Pirenei era per il Nostro un insuperabile modello politico e tecnico.

Non doveva avere riflettuto abbastanza sulla disastrosa sconfitta francese del 1870 per mano della Prussia di Bismarck. Bastarono due giornate campali per annientare l’esercito che, sulle glorie napoleoniche, si credeva il più potente d’Europa; per provocare la fine del Secondo Impero, la caduta del Napoleone minore, la Comune parigina coi suoi diecimila morti e infine la nascita della Troisième République, destinata a finire nel 1940 per gli sfondamenti dei feldmarescialli di Hitler.

Finita nel 1930 la dittatura di Miguel Primo de Rivera – insolitamente bonaria, popolareggiante e appoggiata dal partito socialista, allora un partito di onesti – le elezioni dell’aprile 1931 segnano la fine della Monarchia, la proclamazione della Repubblica, l’insediamento di un governo provvisorio di soli esponenti repubblicani: uno di essi è Manuel Azagna, di colpo rivelatosi oratore trascinante.  Autore di uno studio sulla politica militare francese e membro di una delegazione spagnola invitata da Parigi durante la guerra a visitare il fronte, Azagna viene catapultato a ministro della Guerra. In quella carica l’uomo di teatro e di convegni riesce a prendere misure talmente energiche -momentaneamente sottomettendo l’establishment militare- che alla prima crisi ministeriale (14 dicembre 1931) raggiunge il vertice: presidente del governo. La Spagna scopre in Azagna l’incarnazione dello spirito repubblicano e laico.

Il Nostro capeggia una compagine di radicali e di liberalprogressisti. Pur non essendo un oltranzista dell’anticlericalismo -altri esponenti lo superano in volontà di abbattere il potere sociale della Chiesa- Azagna si caratterizza come il condottiero della svolta borghese a sinistra: è sua l’affermazione “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.

Tuttavia ora che domina la nazione il Nostro non riesce a operare riforme e svolte di portata paragonabile a quelle attuate in ambito militare. Attua pressocché niente -con lui gli altri leader repubblicani- sul nevralgico fronte della riforma agraria, il fronte che esigerebbe le misure più audaci a favore dei contadini senza terra, proletari affamati che posseggono solo le loro braccia. Nelle regioni del latifondo e della monocoltura cerealicola, specie Andalusia ed Estremadura, i braccianti politicizzati dagli anarchici  -il loro movimento è lì il più forte al mondo- tentano di ottenere la spartizione della terra. Invece il programma avviato sotto Azagna è esiguo, lento, pressoché nullo. Esplode il ribellismo contadino, anche armato.

Ad esso il capo del governo progressista reagisce con inattesa durezza: almeno una volta autorizza le forze di repressione a sparare sui rivoltosi delle campagne: sparare ‘al ventre’, per uccidere. Le priorità di Azagna sono altre: sono il trionfo della repubblica e della laicità, sono la razionalizzazione delle strutture; non il riscatto delle plebi agricole, non la terra ai contadini. Risultato, una fase di conflitti violenti che fa scorrere molto sangue nel primo biennio repubblicano. L’immagine giacobina e radicale di Azagna si indurisce al di là delle previsioni. Il regime si dimostra incapace di difendere la pace sociale; Azagna che lascia incendiare le chiese e moltiplicarsi i conati di tipo rivoluzionario risulta la personificazione di tale inettitudine repubblicana.

Nell’autunno 1933 il governo progressista perde le elezioni politiche. Le destre, cattolici e monarchici in testa, intraprendono a disfare dal potere le riforme repubblicane. Per i progressisti respinti all’opposizione è il ‘bienio negro’. I fatti del 1934 sono particolarmente gravi: insurrezione dei minatori asturiani (che sanno adoperare la dinamite), tentativo di secessione della Catalogna. Manuel Azagna dà qualche appoggio al secessionismo, viene arrestato e processato, però assolto. La sua stella appare al tramonto.

Invece nel febbraio 1936 il letterato dell’Ateneo che è sembrato addomesticare i militari trova la forza di portare alla riscossa la coalizione progressista, ora chiamata Frente Popular: Azagna è di nuovo capo del governo. Anzi si sente abbastanza demiurgo da ottenere la deposizione del capo dello Stato, Niceto Alcalà-Zamora, e da farsi eleggere al suo posto. Ebbene da quel momento il prodigio di autoasserzione che è entrato nel palazzo dei re smette di esercitare un ruolo politico. Affida il governo a suoi fidi, Santiago Casares Quiroga prima, José Giral dopo, e si mette a fare il re merovingio, che non governa né regna. Meno che mai il capo dello Stato fa qualcosa per sventare l’insurrezione dei generali e la Guerra Civile. Dal 17 luglio 1936 al trionfo finale di Francisco Franco l’uomo che incarna la Repubblica è come inesistente. E’ il paradosso Manuel Azagna.

Al vertice della Spagna assalita dai generali agiscono i capi di governo che si succedono -Giral, Largo Cabalallero, Negrin-, agiscono personaggi politici minori, agiscono i capi comunisti, agiscono emissari e sicari di Stalin: non Manuel Azagna che era stato  il dominus della Nazione. Piuttosto Azagna scrive: scrive pagine in genere intelligenti o alate, rivolte soprattutto a un assiduissimo e penetrante diario.  Inoltre scrive quotidianamente a un suo confidente e cognato, Cipriano Rivas Cherif, uomo talmente intrinseco del presidente da suscitare una tenace leggenda su una omosessualità del capo dello Stato.

L’altro impegno grosso di Manuel Azagna mentre la Spagna si uccide è di curare i propri lavori letterari, in particolare di far rappresentare e recensire le cose per il teatro; e poi di autoanalizzarsi; di giudicare, quasi sempre sprezzantemente, altri personaggi; di ascoltare Beethoven e altri sommi; di contemplare e descrivere paesaggi; di coltivare fiori. Questo soprattutto fece il padre della Repubblica nell’intero corso della Guerra Civile.

Ecco l’enigma, o il paradosso, Manuel Azagna. Inspiegabile l’ascesa, dal modesto intellettuale che era. Inspiegabile il settarismo esasperato da capo del primo biennio del regime. Inspiegabile la nullità dell’azione politica dal momento della conquista del vertice assoluto all’epilogo drammatico di riparare sconfitto in Francia. Passò la frontiera a piedi -non era ancora dimissionario- confuso nella fiumana di fuggiaschi e di sconfitti che scampavano alla ferocia del vincitore.

E’ quasi sicuro che, insolitamente intelligente com’era, considerò persa la guerra civile sin dal primo momento; comunque dal momento del massacro della caserma madrilena della Montagna, prima delle stragi belliche compiute dalla sua parte (manco a dirlo, ci furono altrettante atrocità dei ribelli). Tuttavia, come fece zero per scongiurare lo ‘Alzamiento’ dei generali, fece poco di utile per favorire una pace di compromesso allorchè quest’ultimo era ancora possibile, cioè quando il trionfo di Franco era probabile ma non sicuro.

Negli ultimi mesi della guerra, dopo che l’esercito repubblicano si era svenato nella terribile battaglia dell’Ebro, Azagna provò a fare vane ‘avances’ diplomatiche all’estero, all’insaputa del capo del governo e dei suoi consiglieri sovietici. Il premier Juan Negrin voleva la prosecuzione ad oltranza della guerra: secondo lui le potenze occidentali sarebbero presto entrate in guerra coll’Asse, quindi “non avrebbero permesso” la vittoria finale del Caudillo. Negrin in realtà non poteva fare molto affidamento su una salvezza, ad opera delle democrazie occidentali, della repubblica amata dalla sola Urss (più il Messico per quel che valeva).

Conclamato il trionfo di Francisco Franco, Manuel Azagna deve rifugiarsi in Francia passando la frontiera a piedi, confuso tra gli sconfitti. Morirà a Montauban l’anno dopo, portando con sé il mistero del Carneade divenuto statista brillante e inutile.

A.M. Calderazzi

Fodella sul coma della democrazia rappresentativa

Per quel che ne so, l’economista Gianni Fodella dell’università statale di Milano, autore su Internauta di “Riflessioni sull’arte di governare”, ha fatto un percorso di conversione che si avvicina a quello di Agostino, futuro vescovo di Ippona in Numidia.  Questi passò da una convinta militanza nella fede di Mani al cattolicesimo romano, anzi ambrosiano. Fu il grande Ambrogio a convincere e a battezzare Agostino. Le  spoglie del vescovo di Ippona riposano a Pavia nella chiesa, cara a Dante Alighieri, di san Pietro in Ciel d’Oro.

Non è sicuro che Ambrogio fece trionfare in toto la verità spegnendo in Agostino la fede manichea. E’ invece sicuro che l’insegnamento evangelico, così lineare, dovette imporsi per razionalità oltre che per pregnanza sugli affreschi cosmogonici del persiano Mani. L’insanabile contrapposizione manichea tra i due principi assoluti, il Bene e il Male, era molto incisiva, ispirò più di un’eresia medievale e potrebbe persino riaffiorare. Tuttavia si può capire che il figlio del decurione romano e di Monica sia rimasto incantato dalla semplicità del messaggio cristiano.

Il sistema religioso manicheo, così vicino al pensiero gnostico, la faceva un po’ troppo difficile coi tentativi della Materia di impadronirsi della Luce, coi ruoli della Madre dei Viventi, dell’Uomo primigenio, del Nous che risale in Cielo, del corpo e della psiche che restano prigionieri, del principio buono che crea l’universo per liberare le particelle celesti catturate dalla materia e per separare la luce dalle tenebre. Forse ad Ambrogio bastò leggere ad Agostino il Discorso delle Beatitudini e il futuro vescovo di Ippona diverrà il più amato tra i Dottori della Chiesa, maestro anche dei protestanti. Sarà agostiniano Martin Lutero, ricostruttore del Cristianesimo. Non per niente gli storici cattolici parlano di una “scia protestantica” dell’agostinismo.

Gianni Fodella, che c’entra? C’entra in quanto anch’egli, come Agostino, ha accettato di convertirsi. Un tempo, magari lontano, anche il nostro economista credeva che la democrazia delle urne, dei parlamenti e della naturale leadership dei politici eletti, dei professionisti della rappresentanza, fosse il Sistema obbligato per l’Occidente. Invece il suo scritto recente su Internauta segna l’elaborazione di un pensiero diametralmente opposto.

“Governare non è un mestiere” ha scritto Fodella. Può governare chiunque possegga le virtù del padre di famiglia e del buon cittadino. Il voto alle elezioni non stabilisce chi è probo e capace. Neanche gli studi fatti e il lavoro svolto sono decisivi: per rappresentare il popolo occorrono soprattutto buon senso, capacità di ascoltare e anche modestia, in una parola umanità. Bisogna diffidare della capacità di parlare in pubblico: il governante non deve possedere le doti del piazzista. Dunque il governante deve essere un cittadino indicato dal caso. La professione del politico di carriera va cancellata.

Un cittadino indicato dal caso: è il cuore della conclusione maturata da Fodella e da altri a valle della secolare appartenenza di quasi tutti al furfantesco pensiero unico della rappresentanza. La rappresentanza è il congegno che espropria la sovranità dei cittadini e la consegna ai mestieranti della politica e ai mandatari dei gruppi d’interessi. L’uguaglianza tra i cittadini e la loro sovranità si realizzano solo se si può essere sorteggiati per governare. Quando Atene era capitale della civiltà occidentale un coltivatore di ulivi veniva spesso sorteggiato a fare l’arconte.

Venticinque secoli dopo, e nelle circostanze di un mondo tiranneggiato dalla complessità, è giocoforza peraltro attenuare la purezza talebana dei principi egualitari, la quale produrrebbe guasti. Quindi è verosimile che un giorno la democrazia del sorteggio riduca drasticamente sul piano dell’operatività le dimensioni della Polis sovrana: p.es. da 60 a un milione di cittadini sovrani.

Un milione sono anche oggi in Italia i professionisti della politica, dal portaborse del consigliere di zona al notabile in chief che siede al Quirinale: ma nella democrazia del futuro saranno sorteggiati, non espressi dalla frode elettorale; più ancora, agiranno per tot mesi, senza possibilità di riconferma, non a vita.  Decisori e gestori operativi, compensati modicamente e spogliati di ogni privilegio, assiduamente controllati dagli altri cittadini sovrani pro tempore, nonché dal referendum permanente di tutti quei cittadini ‘anagrafici’ che vorranno e sapranno agire on line, potranno malversare e rubare assai meno che oggi. Avverto che le ipotesi di cui agli ultimi tre paragrafi sono mie, nell’ambito naturalmente del principio del sorteggio.

Il nostro economista riflette che passare dalla rappresentanza truffaldina al sorteggio è sì un’utopia, ma è da realizzare o almeno da avvicinare. La politica dell’Occidente si basa oggi sulla menzogna, sulle enunciazioni disoneste, su programmi sempre disattesi (anche in quanto non esistono più i progetti sociali e i partiti hanno perso ragion d’essere). Si impone il teatro della politica, e gli attori che hanno sostituito le leadership tradizionali sono, dice il Nostro, parassiti senza scrupoli, non meno rapaci e prevaricatori degli aristocratici di un tempo.

Fodella ha abiurato la fede di un tempo lontanissimo, quando il parlamentarismo era un ideale; oggi non potrebbe essere più screditato e odiato. Ma come Agostino da Ippona trovò ad accoglierlo un popolo già immenso, Fodella sa di imbattersi una miriade di volte in formulazioni tipo la sola alternativa al regime dei partiti e dei professionisti delle urne è la democrazia semi-diretta. Poiché quest’ultima è impossibile se le popolazioni sono immense, è giocoforza il sorteggio, che ridimensiona la Polis ai numeri dell’Atene del V secolo a.C.

Dunque il popolo potenziale dei fautori del sorteggio è vasto. Se il ‘ritorno ad Atene’ non appare vicino è in quanto la rappresentanza ha una magagna in più: tiene i cittadini rassegnati alla sudditanza nei confronti dei Proci usurpatori, meritevoli dell’arco possente di Ulisse.

Antonio Massimo Calderazzi

KANZLER RENZI SI AFFIANCHI UNA GIUNTA 30 CITTADINI SCELTI RANDOM DAL COMPUTER

Il Renzi riformatore delle istituzioni è un Gulliver nel paese di Lilliput. Presi singolarmente, i lillipuziani (la classe politica) sono minuscoli; ma sono tanti, e alla fine riescono a immobilizzare il gigante. Matteo Gulliver voleva fare l’audace legislatore e invece dovrà contentarsi, se gli andrà bene, di una nuova legge elettorale. Vanta che essa sarà presto imitata da altri paesi, ma sbaglia: un metodo di elezioni vale un altro. Sono le elezioni che dovrebbero sparire, sostituite dal sorteggio.

L’aspirante Kanzler dovrà anche contentarsi di rimpicciolire, e riempire di portaborse locali, un Senato che andava semplicemente abolito. Oltre a tutto, non sentiamo parlare di rendere lillipuziana la sede di tale senato, tenuto in vita per non ingrossare le armate di politicanti disoccupati/esodati. Nessuno si meraviglierà se il bilancio della futura assemblea di salvataggio, lungi dall’essere miniaturizzato, risulterà quello del Senato vecchio, sfoltito qua e là.

Che riforma è una che conferma quasi tutte le cose come sono, invece di capovolgerle? Si veda il ruolo dell’uomo del Colle. In prospettiva è doverosamente destinato ad assomigliare a un Bundespraesident cerimoniale, prezioso per non sprecare il tempo e il drive del Cancelliere, unico governante vero. Invece Gulliver mantiene il cosiddetto capo dello Stato su un trono maestoso, spropositato e preso troppo sul serio per quello che è il suo ruolo effettivo. E’ apparso sì capace di deporre Berlusca: ma Berlusca si è deposto da sé dimostrandosi pessimo tra gli statisti ed elargendo ricchezze a un corpo di ballo di troie.

Tenendo il Quirinale al vertice della Nazione, Gulliver appesantisce l’esposizione sua e dell’inquilino del Quirinale al processo di impeachment che entrambi un giorno meriteranno per avere perpetuato lo scempio di una reggia troppo costosa, fatta per i papi peggiori della storia cristiana.

La logica del Buongoverno esigerebbe la cancellazione di gran parte delle categorie almanaccate dai costituzionalisti, e la rottamazione della Costituzione stessa. Per esempio, il tempo e l’energia del Cancelliere non vanno sperperati in compiti di rappresentanza. Per questi ultimi ci vorrebbe un ciambellano ad hoc, e non uno pseudo-monarca settennale che si suppone fare il capo supremo degli eserciti, nominare i ministri e sciogliere le camere, dunque in teoria essere l’uomo di vertice. Per deporre corone al Vittoriano, ricevere boriosi ambasciatori spesso da operetta e dare un’occhiata frettolosa alle loro credenziali, basterebbe un ciambellano sorteggiato per 6/12 mesi, non rinnovabili, tra magistrati medio-alti in pensione. Basterebbe anche il titolo di Primo Cittadino e non di presidente, basterebbero poche decine di funzionari, lacché q.b. (quanto bastano) e un solo corazziere per i selfie delle ambasciatrici. I costi si nanizzerebbero e l’operato del Cancelliere migliorerebbe.

Anche perché il Cancelliere farebbe bene a farsi affiancare da una piccola giunta di una trentina di consultori/controllori, scelti a sorte da un computer centrale programmato ad hoc tra persone in possesso di requisiti particolari: culturali, professionali, di volontariato caritatevole ed altri. Nessuno di essi dovrebbe essere affiliato a partiti o a gruppi di pressione. La sperimentazione di modesti meccanismi di democrazia semidiretta consentirebbe a tempo debito di varare la partecipazione dei cittadini al governo della Polis, sempre utilizzando il procedimento randomcratico. In uno stadio finale della sperimentazione lo stesso Cancelliere, responsabile unico dell’Esecutivo, potrebbe essere sorteggiato tra i cittadini oggettivamente più qualificati di tutti.

In una fase iniziale questa giunta di ‘cittadini coinvolti’ avrebbe soprattutto la funzione di stabilire un principio: che persone scelte randomcraticamente possono dare un contributo senza essere state designate dalla classe politica e dalle urne. Gradualmente verrebbero aggiunti altri compiti, fino al giorno che la giunta dei cittadini consultori, dilatata fino a un centinaio di membri, diventasse una seconda camera, non eletta ma sorteggiata, dotata di poteri limitati. Sostituirebbe il Senato dei portaborse locali.

A.M.C.

J-M COLOMBANI, I DOLORI DEL LEGITTIMISMO

Nel 1830 légitimisme era proclamare che il trono di Francia spettava al solo ramo primogenito della casa di Borbone. Se passava a un Orléans (come passò) si uccideva il diritto divino. Oggi, un po’ meno di due secoli dopo, legittimitàè per Jean-Marie Colombani, già direttore di Le Monde  e maitre-à-penser del passatismo elegante, esecrare ‘l’oltranzismo democratico’. “C’è chi pensa -ha scritto su Sette– che le decisioni vadano prese dalla Rete o per sorteggio. Così cresce anche l’aspirazione all’autorità”.

Nel 1830 quelli del Vecchio Ordine propugnavano il principio che i re di Francia li aveva scelti Dio una volta per tutte. Colombani sostituisce detto principio con “la democrazia rappresentativa, quella che pratichiamo attraverso le elezioni, quella che non viene vissuta per quello che è, una conquista. Qui e là c’è addirittura chi, a destra come a sinistra, rimette in discussione le elezioni. Un po’ dappertutto si sollevano dubbi sul concetto stesso di rappresentanza”.

Nei loro castelli in campagna les légitimites si scandalizzavano perché la corona dei 18 re Luigi andava a un Luigi Filippo. J-M Colombani si addolora perché Eric Cantor, “numero Due del partito repubblicano USA, parlamentare per otto mandati consecutivi”, è stato sconfitto da uno sconosciuto alle primarie del suo partito. “Il fenomeno è parte della vasta e pericolosa corrente anti-élite che serpeggia in Occidente”. Ha ragione: come osa uno sconosciuto  battere un Numero Due, un eletto otto volte? Dove andremo a finire se non si rispetteranno i prominenti? Non andrà a repentaglio l’ordine stesso dei corpi celesti?

Non la mette proprio così il giornalista-principe. Tuttavia addita “la crisi attraversata dai nostri sistemi democratici, che potrebbe condurre a un’era post-democratica, meno democratica. Con lo sviluppo delle nuove tecnologie assistiamo a una sorta di nuovo  entusiasmo libertario. E’ un po’ come se rinascessero le polis greche. Questo fenomeno ha un rovescio: la democrazia rappresentativa non è più data per scontata. Si sollevano dubbi sul concetto stesso di rappresentanza. E’ il ritorno all’idea che su qualunque tema si debba ricorrere a un referendum (…) Al contempo in alcuni paesi lo scenario politico si radicalizza. Negli Stati Uniti la paralisi è dietro l’angolo e l’estremismo ancora più vicino.  L’oltranzismo democratico può danneggiare la democrazia. E fa temere che la democrazia d’opinione, nella quale siamo entrati, si trasformi nella negazione della democrazia”.

Insomma, a suo tempo l’ex-direttore di Le Monde dovette prendere cappello perché il treno sostituiva la diligenza. Come lui facevano Joseph comte de Maistre e Klemens von Metternich-Winneburg. Come lui fanno, in tanti, gli odiatori del nuovo. Basta esperimenti, gli antenati ancien-régime ci mostrarono la via e la verità!

Però ci corre l’obbligo di ringraziare Jean-Marie: egli attesta, informato e autorevole com’è, che sono più numerosi di quel che credevamo quanti non vedono l’ora di chiudere le urne, di passare al sorteggio. Finirono i re per diritto divino, boccheggia la democrazia rappresentativa. Negli USA la paralisi è addirittura dietro l’angolo.

Si facciano una ragione gli opinion leader di palazzo, da Colombani a Scalfari, a Ezio Mauro, a qualsiasi altro laudator temporis acti.  Detta nella lingua di Jean-Marie, Celui qui fait l’éloge du temps passé. Défaut, ordinaire aux vieillards, de dénigrer le présent, au profit du passé.

Porfirio

SARKOZY & CO: THE FELONIES OF ‘DEMOCRACY’ OPEN THE ROAD TO SORTITION

They have quasi-arrested, however shortly, former president Sarkozy -which is very good. But they, better all of us, should do much more: should cancel professional politics. No country will ever clear its politics of corruption without shutting and sealing the ballot-boxes for good.

Three, even four centuries of electoral democracy in North America have proved beyond any doubt that money rules the political system of the West. If you cannot invest a lot of money you don’t even conceive to be elected a representative of the ‘sovereign’ people, at any level. If you are not a millionaire, you must either offer yourself to Big Money, or you must convince a great many electors to be silly enough to donate small amounts to your election fund. In both cases you will be under the obbligation to return the gifts in some way. Politics, that is capturing votes, is so expensive that truly honest politicians do not exist -cannot exist.

Only exceptions, those few abnormally wealthy persons who will enter politics for innocent ambition rather than illegitimate designs. Sometimes, not at all always, said tycoons can be said to have become politicians out of respectable intentions. A number of plutocrats did so in history, from Pericles to scores of optimates of our days. Unfortunately the business of plutocrats is plutocracy, i.e. strengthening the egemony of money.

Needless to say, the greed of politicians does not stop at simply paying the bill of campaigns and electioneering. Most professionals of representative democracy are soon enticed by the prospect of becoming rich, of upgrading their station in life, from eager fortune-seekers to millionaires. Italy of course has got the distinction of possessing the most avid caste of politicians in the Western world. Practically all members of the Italian regional legislatures and administrations are presently under judicial investigation for embezzlement and other crimes. Every Italian professional of democracy has his price.

The salvation is Sortition, of course. One day members of assemblies and other officials will be selected by the lot, for short terms of office. The need for them to spend, in order to be elected will disappear. Randomcracy (direct, selective democracy) will substitute our rotten institutions. Sometimes it will occur that the lot selects the wrong persons, but their terms will not be long, their harm will be tiny. Above all, they will not have political debts to repay. Sortition is the only conceivable protection against venality and other felonies by normally putrid career-politicians.

Italia docet  (if you prefer, Sarkozy docet): hoping that career-politicians will redeem themselves from the bondage of sin, and will become honest, is worse than naive, is stupid. They simply go on being dishonest. In America several politicians stay in office for their entire adult life. Their silly electors keep voting them indefinitely. Very often their scions and heirs do the same.

That France has exposed corruption in the highest place (presidents Chirac, Giscard d’Estaing, even Mitterrand, can be also mentioned) is splendid news. Sortition will never have a chance, worldwide, if something really enormous doesn’t happen to lay open the absurdity of remain enslaved to the mechanism of election with built-in corruption. It was in a distant, totally different age, that we could not do without representation of the parliamentary type. It was so when the mass of citizens were poor, ignorant and feeble in front of sovereigns and aristocracies;  when they did not travel, did not speak languages, did not communicate, were not part of a global, hypertechnological community. Today a great many electors are more educated or qualified than their elected delegates.

We now live in a future ‘which has already begun’. In order to get rid of elected politicians we shall have to rely to ever increasing disclosures of political crimes and misconducts. Only such crimes will someday force us to stop staying subjected and spiritless. To the effect of such rebellion we shall want hundreds of behaviors the likes of the  French presidents’, better, of the typical Italian elected rascals’. Their malfeasances will bring Randomcracy nearer. Monsieur Sarkozy and his peers deserve our applause: they will be our Liberators.

A.M.Calderazzi & Associates of www.Internauta-online.

DIALOGO SU GRILLO E SULL’ANTIPOLITICA

QUASI NULLA SARA’ COME PRIMA QUANDO L’ANTIPOLITICA TRIONFERA’

Valga la confessione di uno tra i giornalisti più fradici di vecchia politica legittimista, persino capo di una lista elettorale, cioè aspirante gerarca. Curzio Maltese ha asseverato la realtà in modo impeccabile: “La professione politica ha fallito”. Bravo Maltese che non ricorre ai consueti giochi di mano, tre o più carte, per nascondere la sconfitta  propria e dell’intellettualame intero. E che ammette la fondamentale falsità di un settantennio di vanti del pensiero democratico unico.

Le cose stanno veramente come dice il Nostro.  L’esplosione antipolitica degli ultimi anni è il fatto storico più importante dalla caduta delle dittature nazista, fascista e comunista. I popoli si affrancano, insorgono, e i padroni cui si rivoltano sono i professionals dei partiti, gestori della frode elettorale  a mezzadria col denaro e con la corruzione. Settant’anni troppo tardi, Curzio Maltese scopre che la democrazia rappresentativa e la Carta costituzionale sono il nemico. Constata che nell’assetto postfascista/postcomunista il Demos non conta nulla, si è spossessato a favore dei Proci usurpatori e saccheggiatori.

Occorrerebbe -si rassegna ad ammettere il capolista ‘Tsipras’- tornare a un assetto ‘ateniese’, nel quale tutti i cittadini (quelli qualificati, degni del nome -NdR) fanno le loro normali occupazioni; si trasformano a turno (soprattutto attraverso il sorteggio/sortition -NdR) in legislatori e governanti pro tempore; poi tornano alle loro occupazioni. Un po’ come il servizio militare degli svizzeri.  L’esperienza dei parlamentarismi partitocratici, specialmente in Italia Francia Spagna Portogallo Grecia, ha dimostrato al di là di ogni dubbio che la delega elettorale esprime una classe di potere immancabilmente deteriore e ladra.

Ecco perché l’Antipolitica è la svolta più epocale dal 1945 in Italia, da un quarto di secolo nell’ex campo socialista. Onore e riconoscenza a tutto ciò che ha mosso la frana antipolitica. Da noi il grillismo, sgradevole o equivoco quanto si vuole, ha fatto da grimaldello, da maglio, da indispensabile ostetrica di una nascita gioiosa. Ha articolato in schiamazzi, sbraiti e vaffa un sentimento di fondo che era inespresso in quasi tutti. Oggi che è un movimento temibile gli si imputa che ‘non costruisce’. Forse è così. La lunatica strategia di vincere per la via parlamentare potrà fallire. Dovesse un giorno trionfare, c’è il pericolo che degeneri in partito, solo momentaneamente meno putrido degli altri segmenti della Casta. Ora come ora il movimento è un pesante martello demolitore, indispensabile per abbattere l’abusivo ecomostro; un piede di porco senza il quale non si schioda il sistema.

Questo invoca -di fatto- il sunnominato giornalista della cleptocrazia. Questa è la logica dell’insurrezione antipolitica. Oggi un tot di tizi qualsiasi, più o meno individuati dalla Rete, si sono trovati parlamentari, aspiranti guastatori, pedine di un gioco troppo grande per loro in quanto dominato da croupiers farabutti. Oggi possono solo intralciare, sabotare, fare cagnara. Un giorno, forse non troppo lontano, i tizi qualsiasi reclutati dal Web saranno -se qualificati, se veramente cittadini- sorteggiati per esercitare brevemente la sovranità al posto dei lenoni e degli spacciatori della delega elettorale. Spesso, ogni volta che sarà necessario, saranno giudicati dal referendum telematico: i pochi, quasi nessuno, che non possiederanno un computer, un tablet, un telefonino riceveranno gratis una monocellula elettronica, valore un euro, capace di registrare e trasmettere solo Sì/No.

Questo è, al fondo di tutto, il senso del vincere dei populismi antipatici e contraddittori ma sacrosanti. Sono l’avanguardia dell’insurrezione antipolitica generale e della democrazia diretta, parzialmente elettronica, alternativa obbligata allo sfascio in grande.

Antonio Massimo Calderazzi
GRILLO E LA SUA ANTI-POLITICA NON DEVONO PASSARE

A dispetto di quanto sostiene l’amico Calderazzi qui sopra, non mi sembra ragionevole ritenere che dal grillismo dilagante possa mai nascere niente di buono. La democrazia diretta, internet, la partecipazione dei cittadini e via dicendo sono drammaticamente e semplicemente i fronzoli piacioni di un movimento che altrimenti apparirebbe per quel che è: leaderista quanto il peggior stalinismo, sfascista e cripto-fascista, plutocratico e promotore dei più beceri rigurgiti di ignoranza e anti-intellettualismo.

Le votazioni sul blog di Grillo riguardano un numero ridicolo di persone (decine di migliaia, a fronte di quasi dieci milioni di elettori), la loro regolarità non è accertata da alcun ente terzo e manca – ma questa è una battaglia propria di Internauta – un qualsiasi criterio di selezione e di merito per i contributi e le eventuali cariche. Già anni fa Isaac Asimov metteva in guardia «dall’idea sbagliata che in democrazia la nostra ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza». Un insegnamento a cui gli scherani del comico genovese sembrano immuni.

Il danno che questa masnada di aspiranti sudditi di due aspiranti dittatori (che più inquietante di Grillo è il suo sodale Casaleggio) stanno facendo all’idea di democrazia diretta neo-ateniese, o random-crazia, è incalcolabile. Per gli anni a venire le pur buone proposte che potrebbero nascere in questo ambito saranno squalificate agli occhi delle persone non attirate nella trappola dell’anti-politica grillina. La reazione del sistema a Grillo – che per il principio azione/reazione ci sarà di sicuro – travolgerà anche quei buoni concetti, usati dal M5S come orpelli, che avrebbero meritato miglior fortuna. Prendere le distanze dall’antipolitica e dal grillismo mi pare doveroso per chiunque non voglia veder morire con le fortune del comico-urlatore anche le speranze di un miglioramento della nostra forma democratica. Perché se lo scontro si polarizzasse tra la “casta” e questi sedicenti movimentardi, lunga vita alla casta. Meglio i corrotti dei pazzi.

Tommaso Canetta

“SORTITION”, CIOE’ RANDOMCRAZIA NELL’ELABORAZIONE DEI KLEROTERIANS

L’articolo “La ricerca per cambiare democrazia la dà vinta al sorteggio digitale” (‘Internauta’, gennaio) sottolineava l’ormai conseguita vastità della bibliografia internazionale su quella via maestra alla democrazia semidiretta che è la selezione per sorteggio di campioni sovrani della popolazione (randomcrazia). E si segnalava perciò che sul sorteggio (sortition, lottery) si concentra da qualche anno la ricerca dei professori Peter Stone (Trinity College, Dublino), Oliver Dowlen (Queen Mary University, London) e Gil Delannoi (Sciences Po, Parigi).

A coronamento di alcuni seminari e di altre attività di ricerca, i tre accademici hanno organizzato a Dublino (ottobre 2012) il workshop “Lottery as a Democratic Institution“, che ha visto gli interventi e i contributi di una trentina di accademici e di studiosi indipendenti. Molti tra essi si sono collegati in un gruppo di lavoro che si è dato il nome “The Kleroterians” (dal greco indicante l’estrazione a sorte).

Il rapporto conclusivo -68 pagine- steso da Stone, Dowlen e Delannoi rappresenta una summa: la più sistematica e aggiornata esplorazione/sistemazione concettuale di quella arteria (la randomcrazia) che porta al superamento del sistema rappresentativo-parlamentare. Oggi tale sistema figura aver trionfato sul pianeta: in realtà  in tre quarti degli Stati è una burla o un’oscenità; nel rimanente quarto è una gestione oligarchica del potere.

“The careful use of random selection -assumono i tre relatori- might contribute to the revitalization of democracy in the XXI century…a way to restore life to dysfunctional democracies in the wake of corrent crises”.  Il riferimento se non obbligato, naturale, è la giuria, metodo iper-sperimentato per selezionare random alcuni cittadini perché decidano su questioni vitali a nome del  corpo politico intero, cioè della Polis. Per inciso, anche un recente saggio su “The Yale Law Journal” ha segnalato che la selezione per sorteggio è “an alternative combining features of four traditional egalitarian systems: voting, lottery, quota and rotation”

Il Rapporto Stone-Dowlen-Delannoi addita “at least eight potential contributions to the political process: descriptive representation; prevention of corruption and/or domination; mitigation of elite-level conflict; control of political outliers; distributive justice; participation; rotation; psychological benefits”. Sono categorie politologiche che nel lettore non producono entusiasmo. Tuttavia la seconda (prevention of corruption and/or domination), presentata dagli autori come la più significativa,  si presenta da sé: è molto più arduo corrompere sorteggiati scelti a caso e limitati a turni di servizio assai brevi, che politici professionali a vita: in Italia più che altrove mentitori e ladri.

“Random selections prevailed up until the 18th century. Indeed Aristotle  famously proposed that elections were inherently aristocratic, while selection by lot was the democratic way of filling public offices”. Negli scorsi anni, rileva il Rapporto, l’interesse degli studiosi per l’ipotesi randomcratica è andato aumentando, come ha dimostrato p.es. uno studio di Vergne (2010). A prima vista la selezione per sorteggio può apparire assurda; “at a second thought is obvious. At a seminar of the university of Geneva it was commented that sortition was one of the sexiest ideas in political theory today”. Non solo today se, come il Rapporto sottolinea, ad Atene un membro della Bulé era sorteggiato quotidianamente per fare da arconte, cioè da capo nominale dello Stato per un giorno; e se nella repubblica di Venezia la nomina del Doge per sorteggio è rimasta in vigore cinquecento anni. Oggi, nota ancora il Rapporto, è probabile che siano le strutture federali decentrate quali Stati Uniti e  Germania le realtà che offrono le opportunità migliori per la sperimentazione della sortition a livello centrale piuttosto che periferico.

Inoltre: “John Burnheim in his book Is Democracy possible?  (2006)

defends sortition from a pool of volunteers as a way of ensuring that those who care the most(…) are the ones who make decisions”. L’accademico americano Fishkin, il quale ricevette molta attenzione, sia verso il 1992 (epoca della clamorosa proposta di democrazia diretta di Ross Perot, candidato alla Casa Bianca (v. succitato articolo di ‘Internauta’), sia con un lavoro del 2009, ha ingegnerizzato un vero e proprio progetto. Tra l’altro valorizza un aspetto particolare: le figure pubbliche scelte dal sorteggio possono venire agevolmente addestrate e documentate per lo svolgimento delle loro funzioni.

La democrazia rappresentativa è un ossimoro: questa la tesi avanzata in varie sedi da Etienne Chouard. Molti Kleroterians hanno insistito in varie sedi sul potenziale del sorteggio di spezzare il millenario legame tra classe di governo e  potere economico.

“Lottery as a Democratic Institution” contiene molti riferimenti a posizioni di pensiero estranee alle proprie linee di ricerca. Cita per esempio “the magnitude of the perceived need for sortive measures” evidenziata  da studiosi quali Mueller et al. (1972), Sutherland (2004), Callenbach & Phillips (2008).  Addita punti di vista divergenti: ci sono politologi che considerano ottimale, al vertice delle istituzioni deliberative, la convivenza tra una Camera eletta e un’altra sorteggiata. Barnett e Carty  (2008) ipotizzano che in futuro siano i Lords a spartire con un’assemblea randomcratica la funzione legislativa (analoga proposta ha fatto recentemente il costituzionalista italiano Michele Ainis, non sappiamo se solo sul “Corriere della Sera” o anche, come è verosimile, in sede scientifica). Nel 2008 Callenbach e Phillips sostennero essere la statunitense House of Representatives l’assemblea  idonea ad essere in futuro composta di sorteggiati. Altri (Goodwin, 2005), riflette che sono le assemblee costituenti che sarà opportuno siano reclutate  random.

Il Rapporto sottolinea che “the main line of critical thought, from  Michels in 1915 (dimostrò l’inevitabile involuzione oligarchica del sistema dei partiti) to Schumpeter (2010) is that liberal democracy encourages government, not by the people, but by competing elites”. Instead “sortition brings participation, is corruption-proof, is anti-factional and anti-partisan”.

Il prof. Peter Stone, oltre a partecipare dal Trinity College di Dublino alla stesura del Rapporto sul sorteggio, ha riferito sul progetto irlandese “We the Citizens”, illustrato da Farrell e Sutter. Più ancora, ha annunciato il progetto del governo dell’Irlanda di convocare un’iniziativa ufficiale: una ‘Convention’ di 66 membri sorteggiati e 33 membri elettivi del Parlamento che delibererebbe su una serie di questioni politiche: l’abbassamento a 17 anni dell’età per votare, l’accorciamento da 7 a 5 anni del mandato del presidente della Repubblica, ed altre.

E’ stata anche menzionata l’attività in Belgio del G1000 Forum, iniziativa che sembra particolarmente valorizzare le possibilità politiche dei media elettronici. In questa sede non disponiamo di altre informazioni sul G1000; in particolare non sappiamo se affronta o no le possibilità, ormai mature e vaste, di realizzare per via telematica la partecipazione politica di segmenti più o meno larghi di popolazione. Non sarebbe incompatibile col funzionamento di assemblee o organismi  sia elettivi, sia espressi dal sorteggio.

Abbiamo riferito in modo più episodico che sistematico sul lavoro dei Kleroterians, sul Workshop di Dublino sulla sortition e sul rapporto “The Lottery as a Democratic Institution” prodotto da Stone, Dowlen e Delannoi. Il blog del coordinatore irlandese è:     Segnaliamo anche il sito   http:// equalitybylot. wordpress.com/

L’impegno dei Kleroterians è stato finora scientifico: la necessaria e propedeutica definizione dottrinale. Essi non hanno ancora tentato di individuare le condizioni nelle quali la sortition potrà essere promossa come concreto obiettivo politico. I Paesi in cui agiscono i tre autori del Rapporto sono contraddistinti da assetti forti e saldi. E’ probabile  che le condizioni decisive per il deperimento della democrazia rappresentativa saranno offerte dalle evoluzioni economico-sociali, nonché dalle crisi di uno o più paesi a vocazione innovativa più spiccata, o ad assetto politico meno stabile.

In un senso come nell’altro potrà risultare in prima fila il paese, l’Italia, che è retto dal peggiore tra i sistemi politici dell’Occidente; e che ha fama d’essere inventivo, ma finora ha contribuito meno all’elaborazione di un pensiero sulla democrazia semidiretta, ossia vera.

A.M.Calderazzi

“LABORATORIO ITALIA O MORTE!”

“Roma o morte”  fu il grido di lotta del risorgimentale Partito d’azione, quando negli otto anni tra Aspromonte e Porta Pia caldeggiò la conquista dell’Urbe. Qui spieghiamo perchè riaprire il secolare laboratorio della creatività nazionale. A chi dalle nostre parti non è capitato di sentire “Non sono mai stato all’estero, ma l’Italia è il più bel paese al mondo”? Chi ormai non trova strano il vanto “Sono fiero d’essere italiano”? Almeno un paio di volte per millennio dovremmo fare l’inventario degli svarioni, feticci e ubbie del nazionalismo. Le pretese sceme vanno sfatate: siamo all’incirca come gli altri dell’Occidente. Per qualche aspetto siamo meno degli altri.

E tuttavia: chi può negare che nello Stivale siano nati pensieri e accadute cose quali la Scandinavia, la piana sarmatica o il subcontinente sud-americano non hanno mai conosciuto? Non è detto valga ancora il giobertiano Primato degli Italiani; però non abbiamo l’obbligo di considerarci nient’altro che un dipartimento, un cantone di contesti più larghi: l’Europa, l’Occidente, l’Umanità. E’ incontestabile: negli ultimi diecimila anni lo Stivale ha prodotto da solo più bene e più male che interi sottocontinenti. Uno di noi che abbia vissuto al riparo di uno scudo chiamato ‘senso critico’ deve chiedersi almeno una volta se non ha ecceduto in understatement.

E’ stato bene eccedere, però attenzione. Questo Stivale ha secreto più succhi e più tossine di altre nazioni. Ha inventato, oltre alla mafia e all’obbedienza a tutti i padroni (Francia o Spagna purché se magna), anche l’impero romano, il papato prevaricatore, il Rinascimento glorioso e figlio di puttana, le dolcezze e gli ululati dell’opera lirica, le fisse del pallone e della moda, il futurismo, il fascismo, Gabriele d’Annunzio, e non è finita.. Ebbene, se non si dimostra che siamo invecchiati più di altre stirpi, ci corre l’obbligo di restare inventivi; di non imitare e basta; di porci  domande che altrove tramortirebbero. In politica, per esempio.

Settant’anni fa, quando la sconfitta militare e la fine del fascismo si fecero sicure, i carpetbaggers che aspiravano all’eredità credettero di costruire un audace Stato Nuovo coi progetti, i materiali e gli stili di oltre un secolo prima: urne, parlamenti bicamerali, partiti predatorii. Per il ritardo culturale e il dolo dei padri/nonni Costituenti ci troviamo col peggiore dei congegni occidentali. Non è grottesco che, con la nomea di estrosi che ci portiamo addosso, non ci venga in mente di farla finita con istituzioni e concetti  venuti in voga due secoli e mezzo fa?

Riproponiamo dunque con forza la questione “laboratorio Italia”. Abbiamo tanto poco da perdere che ci conviene sperimentare. Il rifiuto della democrazia rappresentativa e del parlamentarismo ha ormai una storia molto lunga: in Francia, p.es., lunga quanto la Terza e la Quarta Repubblica; taciamo sull’Europa orientale, Russia in testa.

Da noi quasi nessuno crede più nella democrazia dei partiti e delle urne. Non si profila altra alternativa che il passaggio a questa o  quella formula di democrazia diretta/elettronica, più o meno selettiva. E’ disdoro del regime sorto nel 1945 e della sua cultura inerte se l’unica disordinata ipotesi di democrazia diretta e stata fatta propria da un movimento strampalato: Le sue prime iniziative politiche, dopo un’affermazione folgorante, si presentano illogiche. La più  bislacca è la scelta di puntare sul Parlamento, laddove il M5S ha senso solo come forza frontalmente antiparlamentare e anti-istituzionale. Le vie del Signore essendo infinite, è possibile che quanto resterà del  Movimento consegua qualche risultato, a giustificazione della strategia parlamentare. Ma lo scetticismo è lecito.

Un sentiero è stato aperto quando il grillismo ha avviato la pratica della deliberazione via Web; ha inoltre reso brevissimi gli incarichi quali le presidenze dei gruppi parlamentari. Se resteranno trimestrali, si confermerà il proposito di contrastare almeno una parte delle prassi che fanno professionale, carrieristica e cleptocratica l’attività politica. Tuttavia il disegno di prosciugare dall’interno l’acquitrino, anzi le sabbie mobili, della democrazia truffaldina risulterà velleitario. Anche perché la compattezza, la disciplina e il disinteresse degli eletti sono esposte ai rischi più gravi. Il Movimento avrebbe dovuto assalire le istituzioni per demolirle, non per gestirle.

Eppure non è chi non veda il potenziale  dell’opposizione di sistema mossa dal M5S, per la prima volta dal 1945. Sin da subito il popolo del Web potrebbe essere associato alla funzione legislativa. Si parlava da molti anni di democrazia elettronica e da noi non accadeva niente. Con tutti i suoi errori, Grillo ha mosso qualcosa.

L’obiezione tradizionale alla proposta di ‘tornare ad Atene’ è che Atene negava l’appartenenza alla Polis alle donne, agli schiavi, ai meteci. La Polis era ristretta. Ebbene, il concetto di democrazia neoateniese che Internauta ha ricevuto da un piccolo nucleo di ‘progettisti’ milanesi – v. Internauta Ottobre 2012, “Blueprint: la Democrazia Neo-Ateniese Selettiva”– si basa sulla pregiudiziale che la Polis autogovernata del futuro sia ristretta. Circa 500-600 mila supercittadini  che si avvicendano a turni di “servizio politico” di non oltre un anno. Abolite le elezioni, si diventa supercittadini per estrazione a sorte, non all’interno dell’intera Anagrafe ma di un Ruolo di Selezionati.  Sorteggi di secondo e terzo grado assegnerebbero gli incarichi oggi elettivi ai supercittadini nell’anno di turno politico.

In aggiunta alle persone con elevate benemerenze civiche (il volontariato in primis) e oggettive esperienze culturali e lavorative (non solo imprenditori o accademici di livello, anche capi operai, coltivatori diretti, etc.), il Ruolo dei Sorteggiabili  potrebbe accogliere anche chi dimostri con un esame d’essere in grado di fare il supercittadino per un anno, se scelto dal sorteggio.  Un organismo della magistratura gestirebbe le selezioni e i sorteggi: sempre col limite massimo di un anno per turno. I politici di carriera sparirebbero. Al più modesto dei coltivatori dell’Attica poteva accadere di fare l’arconte, magari per un giorno.

Concludendo: ciascuno di noi abitatori di questa ‘Saturnia tellus magna parens frugum’ si senta sfidato a pensare a qualcosa di diverso da ciò che abbiamo. Sfidato a progettare, a ingegnerizzare una Polis meno scadente della nostra. Come società civile non stimiamo più il nostro assetto. Concepiamone uno migliore. Oppure deponiamo il vanto della fantasia creativa.

A.M.C.

PERCHE’ NON POSSIAMO DIRCI “GRILLINI”

Quando sento Beppe Grillo berciare di democrazia diretta e democrazia elettronica non posso fare a meno di sentire un brivido di orrore corrermi lungo la spina dorsale. Qui su Internauta sono alcuni anni che affrontiamo questi temi e alcuni dei nostri autori non sembrano immuni al fascino delle assonanze tra alcune delle proposte del Movimento 5 Stelle e le nostre idee.

Ma a parere di chi scrive noi non possiamo dirci grillini, né le nostre proposte possono in fondo essere assimilate a quelle del comico genovese. Anzi, personalmente ritengo che la democrazia diretta Grillo-style stia alle nostre idee come il nazismo sta all’assolutismo illuminato.

Il perché è presto detto. Per prima cosa, il modello di nuova democrazia che noi proponiamo funziona se applicato a un intero corpo elettorale (un Comune, una Regione, uno Stato), non ad un partito. In secondo luogo, i cittadini chiamati a governare dovrebbero essere estratti a sorte, non selezionati da una votazione tra “fanatici” dove viene premiato chi fa sfoggio di maggior purezza ideologica. Infine manca completamente nella teoria grillina il procedimento di selezione, che è indispensabile in un sistema randomcratico di democrazia diretta perché le cose funzionino. Ai più alti livelli decisionali del ministero della Sanità, ad esempio, non può finire un pur illuminato agricoltore. E nei gangli vitali dell’economia e della finanza, non possono essere messi dei volenterosissimi laureandi in beni culturali. Democrazia diretta e selezione oggettiva dei migliori contributi devono marciare di pari passo.

Nel sistema alla Grillo invece la selezione manca, la qualità viene vista con sospetto (non a caso le idiozie nei vari meet-up su internet si sprecano, e le rare voci che provano a ricondurre la discussione su un piano ragionevole vengono schernite e ghettizzate) e all’imparzialità del caso viene sostituita la cieca fedeltà al mantra collettivo ispirato dal Capo (in questo caso, leggi Casaleggio).

Il Movimento 5 Stelle potrebbe, nella migliore delle ipotesi, essere un utile pungolo per le altre forze politiche, ammalate al contrario di ingessamento cronico e rifiuto della novità. Ma non ci si può fare affidamento perché ne mancano i presupposti. E anche le teorie più rivoluzionarie e scientificamente approfondite sulle nuove forme di democrazia rischiano di scolorare nel ridicolo, o nell’inquietante, se intinte nella retorica piazzereccia e proto-fascista di Grillo.

Solone X

DIEGO MARINARO: C’E’ ANCORA VITA NELLA CONTRADA MEFITICA CHE CHIAMAVAMO PATRIA

Lo sapete tutti, ‘assillo’ è il nome in disuso di un insetto dei Dìtteri, chiamato anche tafano e in altri modi, che perseguita di morsi cavalli, bovini e altri quadrupedi. Dove trovano acque, i tormentati vi si cacciano dentro per trovare sollievo annegando gli assilli. Così io. Nel guardare 4-5 minuti un giorno sì e due no un telegiornale vengo punito dalle implacabili facce e natiche degli indignitari dìtteri della nostra politica, bersani santanché cicchitto gasparri e peggio, cominciando dal vendolo di Terlizzi. Non mi fanno ancora impazzire per la rabbia, però quasi sempre rimpiango di non essere cavallo o bue nelle vicinanze d’una pozzanghera. L’afflizione dei tafani di monteCitorio monteSenato eccetera!

Ma un sabato mattina mi propongono di pedalare un quarto d’ora nella palestra della media Cavalieri a Milano, su una biciclettina fissa collegata a un generatore-misuratore: se con tante biciclettine la nostra scuola saprà produrre più kilowatt delle scuole avversarie di Milano, vincerà un chimerico premio ‘Energiadi’ che farà tanto bene alle attività scolastiche non contemplate dalla Legge di stabilità. Sul premio non fa affidamento nessuno, genitori, nonni, scolari e insegnanti. Però vado lo stesso alla palestra e che trovo? Un piccolo popolo di scolari genitori nonni e congeniali che pedalano alacri, con un’immedesimazione e una gioia che brillano negli occhi e gonfiano i tricipiti. Nessuno spera nel premio (andrebbe alla cassa), tutti si consentono l’euforia di sapersi insieme, in buona salute e in  ancor migliore coscienza. Prevalgono gli ingegneri tardoquarantenni rimasti ragazzini, le medichesse solidali, altri del ceto sotto-medio idealista. Non ci sarà il premio, resterà il piacere dell’happening very low cost, più quello di andare all’opposto del consumismo delle griffes. Che ti fa la più umile delle risorgenze dello Spirito!

Pedalo un po’ anch’io che mai mi sono curato di atletica leggera, di gare nemmeno a parlarne, alla larga dei giochi che vogliono impegno, quando mai noi trappisti abbiamo fatto palestra? L’agonismo per beneficenza sì, però è più interessante osservare le facce dei pedalatori-a-fin-di-bene. Ebbene mi sorprendo contagiato dalla felicità delle biciclettine.  C’è più sentimento di quel che immaginavo in questa fetta di mondo che un tempo, prima che si identificasse nella Trimurti moda-calcio-alti consumi, chiamavo patria. Nella palestra dei Buoni Sentimenti vedo adunate un’ottantina di brave persone, più spiantate che agiate però consapevoli degli studi fatti, perciò degli obblighi che ad altri non competono.  Si appagano di fare insieme una cosa che per milioni di Santanché è senza costrutto, ma vivono in una terra infestata di tafani e vogliono salvarla.

Dunque lo Stivale non è abitato solo da cani libidinosi e smaniosi di addentare. Le brutture prevalgono -l’Italian style, i giovanotti zootecnici che giocano alla guerriglia urbana, gli intellettuali suonati che predicano la rivolta dal Sessantotto (quando nella soddisfazione generale il capitalismo cominciò a stravincere), i banchieri berlusconiani, le vecchie ereditiere e le vedove allegre che per rafforzare la proprietà finanziano ‘il manifesto’- ma una minoranza elitaria resiste, fa il volontariato (così apparentandosi agli Dei)  e in più produce kilowatt benefici. Juvat vivere esclamò Ulrich von Hutten cavaliere e poeta, al constatare che la ribellione protestante riscattava la cristianità dall’abiezione del papato fornicatore nepotista posseduto dal demonio. Juvat vivere annunciano a modo loro le felpe e i pedali civici della palestra Cavalieri.

Che poi, rintanatomi in casa, mi succede di ascoltare il sindaco di Capànnoli (Pi) annunciare a Radio 24: “Abbiamo preso a caso 80 cittadini sui 40 mila iscritti all’anagrafe, esclusi tutti i politici e tutti i professionals delle cose civiche, e gli abbiamo proposto di decidere loro come spendere 400 mila euro del bilancio comunale. Unanimi hanno deciso di spenderli per le scuole: compresa la tinteggiatura di pareti col lavoro volontario di genitori nonni e simpatizzanti. L’anno prossimo faremo 500 mila euro”.  C’è più amor di patria, c’è più onore a Capànnoli che in tutte le allocuzioni del Partitocrate in Chief nel settennato celebratorio dell’unità.

Diego Marinaro

I ‘VESPRI SICILIANI DUE’ ESIGONO UN ALTRO 25 LUGLIO 1943

Gli opinionisti importanti hanno smesso di disprezzare l’antipolitica. Ne sono costernati. Anticipano che la coprorepubblica andrà dove addita la Sicilia. Non dicono ancora abbastanza apertamente che, se i Vespri Siciliani del 1282 massacrarono gli occupatori francesi, scacciarono quelli che non scannarono e dettero l’isola a Pietro III d’Aragona, i Vespri del 2012 hanno avviato il crollo del sistema finora tenuto in piedi dagli ukase omertosi della Corte costituzionale. Come vedremo a parte -v. in questo Internauta “Almeno la rivoluzione menscevica di Michele Ainis”- l’unico autentico difensore del regime è un demolitore, Ainis.

Al grido da Vespri “Non resta che la rivoluzione”, Ainis propone di consegnare una delle Camere a cittadini “scelti a caso dal sorteggio”. Lo chiamiamo l’unico difensore del regime in quanto, se il 9 giugno 1940 una congiura avesse abbattuto Mussolini e scongiurato l’intervento in guerra, oggi il potere fascista festeggerebbe i 90 anni, e i tromboni della democrazia, da Scalfari in giù, avrebbero fatto carriere tutte fasciste. Anche perché il Regime degli orbaci neri avrebbe operato aperture qua e là, alla Caudillo e alla Fraga Iribarne. Ainis salva sul serio la Casta ingiungendole di mollare metà del Parlamento e di accettare in parte il sorteggio al posto delle elezioni, spogliatrici della sovranità popolare.

A valle dei casi di Sicilia gli editoriali d’allarme e i commenti luttuosi sono centinaia. Dicono che il crollo della partecipazione al voto è una sciagura, però arrivano a suggerire che la gente non voti alle politiche, perché non voti per Grillo. Danno per certo nel 2013 il 20% alle 5 Stelle, con conseguenti ingovernabilità e default. Un opinionista perfido ha aggiunto al 53% di astenuti un 7%, più o meno, tra schede messe nelle urne, però bianche o nulle (queste ultime, in genere, lardellate di maledizioni e oscenità all’indirizzo dei bonzi della democrazia); sicché i nemici dichiarati del sistema raggiungono in Trinacria il 60%. Ma allora, diciamo noi, andrebbe contabilizzato il mare di elettori che hanno sì votato, ma turandosi il naso, trattenendo il vomito e in più odiando i padroni da cui non hanno il coraggio o il senno di affrancarsi. Risulterà così una percentuale di fautori della partitocrazia non molto lontana da quel 4-5% che rilevazioni di alcuni mesi fa accreditavano alla classe  politica.

Non facciamoci accecare dall’ottimismo. L’Al Capone collettivo che delinque dal potere non è ancora finito a Sing Sing. I nostri parlamentari hanno ancora il vitalizio dopo un solo mandato. Quelli con venti e trenta anni di carica sono altrettanti Cresi del denaro scroccato o rubato. C’è ancora, eccome, il pericolo che mettano uno di loro al Quirinale. Non illudiamoci che siano le urne a liberarci. Per ora non ci rimane che leggere con finta compunzione gli opinionisti che difendono l’ordine costituito (però si preparano a inneggiare all’eversione).

“Il senso perduto dell’emergenza” si intitola l’editoriale di P.L.Battista (Corriere 31 ottobre). Deplora: “I partiti non hanno capito che un astensionismo rivendicato così esteso è un segnale di rivolta. Che siamo prossimi al ripudio globale. Che manca pochissimo per raggiungere il livello più basso della credibilità dell’intero sistema dei partiti (…) Essi stanno diventando la fabbrica del qualunquismo nazionale, di un disprezzo tanto globale. In Sicilia si è rotto un tabù. Finora l’astensionismo è stato visto come disaffezione contenuta. Ma in Sicilia la disaffezione ha voluto parlare. L’ultima chiamata: ecco il messaggio siciliano”.

Elenco dei trapianti d’organi che Battista prescrive per allontanare la fine: ‘ridurre al minimo i finanziamenti ai partiti; ridimensionare le Province; calmierare le spese delle regioni; fare una legge elettorale decente’. Abbiamo così la prova che anche Battista, alla testa dei Giornalisti-per-il-Vecchio, ha perso il senso dell’emergenza. Il suo cataplasma è tardivo, e forse non ci sarà. La ‘legge elettorale decente’ varrà meno di zero per fermare il banchetto dei Proci. Il peggio non sarà scongiurato. La situazione resterà quella della vigilia dello sbarco nemico in Sicilia. Michele Ainis, solo ipovedente in una terra di ciechi, addita la salvezza in una prima rottura vera, in un ripudio della Costituzione-manomorta: “Non resta che la rivoluzione”.

Il Colle e i Monti potranno sforzarsi di accontentare alquanto P.L.Battista (non Ainis) ma nulla più, e falliranno. Per salvare la ‘loro’ repubblica dovrebbero almeno trovare il coraggio cui si costrinsero re Vittorio e Badoglio il 25 luglio 1943: correndo rischi, arrestarono Mussolini. I Due che gestiscono a Roma dovrebbero arrestare i capi e vicecapi della Nomenclatura; salvare a sorteggio 200 parlamentari e deporre tutti gli altri. Dovrebbero affamare le Istituzioni fermando ogni pagamento a loro favore. Per prudenza dovrebbero allertare i corpi militari più efficienti. In ogni caso dovrebbero agire nella certezza che il Paese esulterebbe, che i gerarchi spodestati si accoderebbero. Andò così il 26 luglio 1943: sollievo, tripudio generale. Non un ‘moschettiere del Duce’ osò qualcosa. Non un uomo di ‘Repubblica’ protesterebbe. Forse Santoro & Lerner fuggirebbero; forse no.

A.M.C.

BLUEPRINT PER LA DEMOCRAZIA DIRETTA NEO-ATENIESE SELETTIVA

1. Cancellata per sempre la delega elettorale, in Italia produttrice della peggiore politica d’Occidente, la sovranità del popolo non viene più ceduta ai rappresentanti espressi dalle urne: essa resta ai ‘cittadini qualificati’ -o cittadini attivi, o supercittadini- scelti per un anno dal sorteggio. Essi la esercitano direttamente in continuo, sia attraverso la consultazione e deliberazione via telematica,  sia in quanto sorteggiati in 2° grado a fare un turno breve (p.es. un semestre) negli organi deliberativi ed esecutivi, governo centrale compreso. Il sorteggio sostituisce le elezioni. La Costituzione va cambiata in toto. Lo Stato paga la consulenza informatica a chi ne necessita.

2. Il suffragio universale resta solo per i referendum, anche propositivi, tutti senza quorum e resi più facili da indire. Le decisioni referendarie sono vincolanti: le leggi e gli altri atti legislativi ed esecutivi non possono contraddirle o svuotarle. In questo senso la Democrazia Diretta acquista una fisionomia elvetica, sedici anni fa additata come esemplare ai Paesi occidentali da uno speciale di ‘The Economist’.

3. La ‘cittadinanza  qualificata’ si attribuisce a 500.000 persone per ciascun turno annuale, estratte a sorte da un computer centrale della Magistratura, sotto gli opportuni controlli e in presenza di determinati requisiti: cultura, esperienze lavorative/operative, meriti civici -volontariato, etc- pienamente documentabili. Un organo ad hoc della magistratura compila e aggiorna l’Albo dei Cinquecentomila, accogliendo o respingendo le domande d’iscrizione volontariamente presentate dai cittadini; la magistratura accerta che nessun supercittadino abbia carichi pendenti, sia inquisito o imputato.

4. Prestare il “servizio politico” da supercittadini non è obbligatorio; dà diritto a un modesto compenso di base (p.es. 1.000 euro per turno annuale) contro la disponibilità ad essere sorteggiati e sondati ufficialmente; il compenso aumenta se il sondaggio diventa molto impegnativo in termini di prestazione e studio.

5. Dopo un semestre di appartenenza all’Albo dei Cinquecentomila, i supercittadini possono essere sorteggiati in II grado al loro interno per servire un secondo semestre in uno degli organi deliberativi -consigli comunali e regionali, parlamento monocamerale di 200 membri sorteggiati- oppure esecutivi -giunte comunali e regionali; governo centrale.

6. Col salire in importanza degli uffici da ricoprire devono crescere i requisiti dei cinquecentomila supercittadini: chiunque di loro può essere sorteggiato per sedere nel consiglio di un piccolo comune; solo le 300 persone incluse per qualifiche e meriti oggettivi nella classe più alta di supercittadini possono essere estratti a sorte per un semestre nei governi regionali; solo tra i 50 supercittadini di vertice sono sorteggiati i 10 membri dell’esecutivo centrale: uno dei quali a turno presiede il governo, un altro assolve le mansioni di capo dello Stato.

7. I Cinquecentomila vengono sorteggiati per un anno tra persone in possesso di requisiti quali:

– cultura: da laurea in su, oppure meriti intellettuali dimostrabili oggettivamente: p.es. premi, concorsi vinti, altri riconoscimenti oggettivabili;

– esperienze lavorative/operative: p.es. dirigenti, imprenditori, sindacalisti da almeno 10 anni; capi-operai da almeno 15 anni;

-meriti civici: p.es. volontariato svolto full time da almeno 5 anni, part time da 10 anni.

8. I supercittadini selezionati per sorteggio a far parte degli organi deliberativi ed esecutivi del livello più alto possono, a titolo eccezionale e in presenza di meriti e requisiti straordinari, sostituirsi al sorteggio e designare a maggioranza un capo straordinario del governo. Di norma il governo è presieduto a turno da uno dei suoi Dieci membri.

9. I membri del governo svolgono a turno le funzioni di capo dello Stato, le cui attribuzioni e facoltà vengono ridotte al minimo essenziale, mentre sono rinvigorite quelle del capo a turno dell’Esecutivo (governo centrale). Sono eliminati gran parte dei ruoli cerimoniali e di rappresentanza. La reggia del Quirinale va chiusa, venduta o riutilizzata. Idem per le altre residenze presidenziali. I fondi di dotazione e i dipendenti di tutti gli organi di vertice delle  istituzioni vanno ridotti fino all’80%. Ad ogni livello, anche periferico, le sedi di prevalente prestigio vengono chiuse, oppure ridotte fortemente nel personale e nei costi.

10. La miniaturizzazione dei costi di rappresentanza e prestigio porterà qualche pregiudizio a livello diplomatico, PR e simili, ma il Paese guadagnerà reputazione se dedicherà le risorse risparmiate ad opere più importanti del protocollo e degli usi diplomatici. P.es. la Democrazia Diretta metterà fine alle consuetudini mondane onde poter cancellare indegnità quali il non assicurare automaticamente un tetto decente ai senza dimora, un pasto agli scolari poveri, un reddito di sussistenza alle famiglie senza reddito. Trascurando la riprovazione di  diplomatici e ciambellani stranieri non si destineranno risorse, p.es., a ricevimenti, parate, visite di Stato, etc.: eventi quasi sempre futili o privi di utilità. La Democrazia Diretta farà rivivere gli ideali repubblicani di sobrietà, che nella storia si contrapposero allo sfarzo e all’elitismo delle monarchie.

 A.M.Calderazzi

Ps. Di solito per le risposte utilizzo un apposito articolo, ma stavolta prendo poche righe in calce all’oggetto della mia critica, spero costruttiva. Mi pare che un problema su cui si debba riflettere sia la poca durata del mandato dei “supercittadini”, che  potrebbe essere di ostacolo alla creazione ed all’impiego di una competenza specifica nelle cose di governo. Il rischio, in parole semplici, è che quando finalmente un sorteggiato ha sviluppato le competenze per governare al meglio, il suo tempo sia scaduto. Mi pare tuttavia un problema superabile se alla “politica” lasciata in mano ai “supercittadini” si affiancasse una “burocrazia tecnica”, gestita rigidamente su criteri di neutralità e competenza, in grado di incanalare le proposte politiche ed evitare derive pericolose. Dei tecnici insomma col potere di dire “questo non si può fare” ai politici, ancorché questi ultimi fossero uomini degni e probi e selezionati con l’estrazione a sorte. Per evitare incrostazioni, anche i tecnici dovrebbero avere mandati di durata predeterminata e non rinnovabile.

Tommaso Canetta

UNA CAMERA “SORTEGGIATA”, LA PROPOSTA DI AINIS

Dalle colonne del Corriere della Sera, Michele Ainis lancia una provocazione. Ancora una volta (si veda il caso Gramellini-Megliocrazia) una delle proposte di Internauta trova spazio anche nel dibattito sui mezzi di comunicazione di massa. Riportiamo l’inizio dell’articolo, per leggerlo per intero si veda il link:

Il lascito del 2011? Un serbatoio di malumori e di rancori nel rapporto fra i cittadini e la politica. Una furia iconoclastica, che ha fatto precipitare al 5% la fiducia nei partiti. Faremmo male a liquidar- la inarcando un sopracci- glio, faremmo peggio a cavalcarla senza pronosti- carne gli esiti, senza in- terrogarci sulle soluzioni.

Perché c’è un timbro antiparlamentare, in quest’onda di sdegno collettivo; e infatti il Parlamento è la più impopolare fra le nostre istituzioni. Perché la storia si ripete: accadde già durante gli anni Venti e Trenta del Novecento, quando un’altra crisi economica mordeva alla gola i popoli europei. E perché allora l’Italia, come la Germania, se ne riparò cercando l’uomo forte. E trovandolo, ahimè.

E-DEMOCRACY: IN ISLANDA E’ COMINCIATA, A MILANO SPERIAMO

La resurrezione in Italia del referendum, cosa implica a termini di logica se non una tendenza a ridurre, in prospettiva a revocare, la delega alla classe politica peggiore d’Occidente? Occorre, certo, che il referendum sia molto sentito, invece di proporre temi cervellotici o ludici. Questo 12 maggio i temi erano coinvolgenti, e in più agiva l’avversione nei confronti del Berlusconi ultrà del turbocapitalismo.

Se l’animus del 12 maggio durasse, sulla distanza l’effetto sarebbe l’inizio della fine della democrazia rappresentativa, dunque l’avvio di questa o quella versione della sovranità di popolo. Sarebbe il ritorno alla Polis dei cittadini invece che degli oligarchi ladri. Tutto ciò a valle della consapevolezza che la nuova Polis si è già delineata come elettronica. I prodigi della tecnologia sono tali da consentire subito possibilità di potere dei cittadini le quali superano quelle dell’Attica, che aveva solo 40 mila residenti di pieno diritto.

In “Internauta” di giugno Tommaso Canetta ha additato il valore dell’esplorazione di democrazia diretta in Islanda: La Nuova Atene sta già sorgendo tra i ghiacci e i vulcani. Canetta ha riferito puntualmente le novità esposte da Maria Serena Natale su “Il Corriere della Sera”. Siamo alla piena integrazione tra democrazia, tecnologia ed estrazione a sorte. Il quotidiano propone categorie quali ‘agorà virtuale’ e ‘democrazia diretta dell’antica Atene’. Per alcuni di noi a “Internauta” le novità dall’Islanda confermano una tendenza che ha per sé l’avvenire.

La grave crisi apertasi nel 2008 ha indotto gli islandesi a darsi una nuova Costituzione. Per riscriverla hanno eletto all’antica 25 costituenti, ma il testo dal quale essi partono è il documento steso da una commissione che ha riordinato le proposte di 950 cittadini estratti a sorte. Il sorteggio, che quattro settimane fa un titolo de “il Riformista” ha definito “l’anima della democrazia” si fa dunque antagonista dell’urna elettorale, da due secoli strumento principe della spoliazione dei cittadini. L’urna è l’esatto contrario di quella sovranità popolare che tante Costituzioni, cominciando dalla nostra, evocano in tutta menzogna. L’esperienza di due secoli ci dà la certezza che le elezioni esprimono gli eticamente peggiori. Il sorteggio, ‘pescando’-con opportuni meccanismi anzi automatismi- nella società civile, produce randomcraticamente un personale politico pro tempore  impossibilitato dalla brevità dei turni e dall’obiettività del computer a farsi casta.

L’audacia islandese non finisce nella scelta random di 950 ‘pre-legislatori’. I 25 che stenderanno il testo finale della nuova Carta stanno divulgando (o hanno già divulgato) i resoconti e le bozze dei loro lavori attraverso i social network (You Tube, Facebook, Twitter), stimolando i cittadini ad esprimersi e a proporre. A complemento di tanto scrupolo di vicinanza al sentire dei cittadini ci sarà un referendum finale. A quel punto la ratifica da parte dell’ Althing, il vecchio parlamento di sessanta membri, è dovuta. “Non era pensabile” ha spiegato il capo del governo, la socialdemocratica Johanna Siguroattir, “una revisione costituzionale senza la diretta partecipazione del popolo”. Un ruolo così immediato dei cittadini non c’era mai stato, nemmeno nei contesti più avanzati dell’ecumene scandinavo. L’Islanda è primogenita tra le democrazie che andranno facendosi dirette e ‘ateniesi’ , grazie alle straordinarie conquiste dell’elettronica.

Le poleis del sistema ateniese potevano reggersi come si reggevano in quanto le loro cittadinanze erano molto ristrette, dunque gli agorà esercitavano il potere. Nelle gigantesche nazioni d’oggi la tecnologia trionfante permette -oltre a consultazioni generali d’indirizzo attraverso un referendum ‘continuo’ infinitamente più agevole dei nostri- l’esercizio quotidiano della deliberazione da parte di un campione (denominato ‘macrogiuria’ dalla politologia americana) di persone qualificate scelte a sorte -per un turno breve- dal computer, sorteggiate all’interno, p.es., di un centesimo dei cittadini. Varie formule e tecniche programmeranno un computer centrale perchè selezioni i più qualificati in modi inattaccabili.

In giugno “Internauta” ha anche segnalato, sempre per la penna di Canetta, le novità di e-democracy promesse ai milanesi dal manifesto politico di Giuliano Pisapia. Esso annuncia “forte innovazione in statuti e regolamenti finalizzati a strumenti diretti di consultazione dei cittadini, anche via Internet: per esempio proposte di referendum di indirizzo con raccolta firme, voto on-line e certificato elettorale digitali”.

Per ora è solo un annuncio. Forse risulterà la tradizionale bugia elettorale. Ma chi dice che la Milano ‘dei creativi’ non possa capeggiare una svolta coraggiosa, tanto più quando quasi ogni casa ha un computer e molte tasche contengono un telefonino high tech? E’ vero, l’esplorazione del futuro potrebbe risultare più facile in una cittadina-modello del Trentino che in una metropoli afflitta da complessità  e problemi che un po’ la fanno assomigliare a Napoli.

Tuttavia è assolutamente certo: mai, proprio mai, avremo riforme non irrisorie se dovrà farle la classe politica. Invece le faranno giurie di gente onesta -l’opposto dei politici- e preparata,  estratta dal computer per un periodo limitato e con divieto di rinnovo. 66 anni di cleptocrazia hanno dimostrato al di là di ogni dubbio che i mestieranti delle urne non sono mai migliori per cultura della media dei cittadini; sono nettamente peggiori per moralità. Li programmano a malversare i ricatti e le clientele della politica parlamentare (e regionale, e provinciale, e locale, e di comunità montana, etc). Nella peggiore delle ipotesi diciamo che, se Giuliano Pisapia mancherà alla promessa  della e-democracy, avrà quanto meno segnalato agli altri della professione politica la convenienza -per loro- di farsi furbi:  di annunciare novità attraenti e giuste. Magari delegando i nipoti ad attuarle.

A.M.Calderazzi

IL SORTEGGIO É L’ANIMA DELLA DEMOCRAZIA

A Internauta alcuni di noi sosteniamo da sempre che per scacciare l’oligarchia dei peggiori, cioè dei politici professionisti, esiste una sola via: le elezioni andranno sostituite dal sorteggio, da operare all’interno di un grosso campione qualificato che riproduca la democrazia diretta di Atene. Riportiamo in proposito una parte dell’articolo di Filippo La Porta (il Riformista, 10 giugno 2011).

Per Aristotele il sorteggio è l’anima della democrazia (un’idea poi ripresa da molti: Guicciardini, Rousseau, etc). Confesso un debole verso tutto ciò che conserva almeno qualcosa dell’imperscrutabile casualità che presiede alle leggi governanti l’universo. Così ho molta simpatia, in politica, per la democrazia del sorteggio messa a punto da Luigi Bobbio su ispirazione prevalentemente americana (le giurie popolari) e in Italia sperimentata localmente, a Torino, a Bologna: elezione di cittadini presi a caso (tutti hanno eguali probabilità di ricoprire cariche pubbliche) all’interno di un ragionevole campione, i quali dopo confronti con esperti e sulla base di un’informazione bilanciata, prendono decisioni su determinati argomenti.

Con il risultato di motivare anche quelli considerati meno “attivi”, che neanche parteciperebbero a un’assemblea. Ma pure il primo romanzo del grande Philip K.Dick- Disco di fiamma (Solar lottery) del 1955- tratta un tema analogo. Con il sistema minimax (dalla teoria dei giochi) il governo mondiale dell’umanità viene scelto attraverso una sofisticata lotteria: ogni persona che gode dei diritti civili ha le stesse possibilità di essere eletto ad ogni elezione, o estrazione (…)

Il Caso alla fine sembra essere, paradossalmente, meno iniquo di qualsiasi altra modalità o tecnica deliberativa, oltre al fatto che mantiene un elemento-sorpresa.

Filippo La Porta

ISLANDA: DEMOCRAZIA DIRETTA E INTERNET PER LA COSTITUENTE

La nuova Atene forse sta già sorgendo tra i ghiacci ed i vulcani dell’Islanda. Un articolo comparso su Il Corriere della Sera, di Maria Serena Natale, ha fatto conoscere all’Italia un esperimento molto avanzato di integrazione tra democrazia, tecnologia ed estrazione a sorte. È la stessa giornalista ad utilizzare espressioni come “agorà virtuale” e a citare la democrazia diretta dell’antica Atene. Per noi di Internauta la lettura del resoconto è la conferma di una tendenza che speriamo andrà sempre più affermandosi.

L’isola scandinava ha pagato un prezzo altissimo alla crisi economica del 2008, e da allora è iniziato il progetto di riscrittura della Costituzione. Sono stati eletti 25 costituenti per redigere il testo. Il loro punto di partenza è stato un documento di oltre 700 pagine scritto da una commissione, che ha riordinato le osservazioni di 950 cittadini islandesi estratti a sorte e riuniti nel National Forum. Il metodo dell’estrazione a sorte comincia dunque a riaffacciarsi nel mondo occidentale, oltretutto per contribuire alla stesura di un testo costituzionale.

Ma non si esaurisce qui la spinta innovativa che l’Islanda ha deciso di dare al momento più alto della costruzione giuridica di uno Stato. I 25 costituenti stanno utilizzando i social network, come il canale YouTube o Facebook o Twitter per diffondere le dirette delle proprie riunioni e le bozze dei propri lavori, e, soprattutto, per raccogliere le osservazioni e le proposte dei cittadini.

Terminata questa fase ci sarà, tra giugno e luglio, un referendum ed una decisione parlamentare che ratifichino il nuovo testo costituzionale.

Dunque oltre ad un intelligente (e speriamo esemplare) utilizzo del metodo randomcratico, democrazia diretta e tecnologia sono state protagoniste in questo processo. Il primo ministro islandese, la socialdemocratica Johanna Siguroardottir, ha dichiarato che non era pensabile una revisione costituzionale “senza la diretta partecipazione del popolo”, e il popolo è stato chiamato ad esprimersi come mai aveva fatto in passato.

Tommaso Canetta

SPAGNA: Piazze antisistema

E’ presto, forse, per vedere la madrilena Puerta del Sol, nera di giovani, altrettanto insurrezionale quanto le piazze della rivoluzione araba. Anche se Felipe Gonzales, il padre nobile della partitocrazia all’italiana, a lungo capo del governo e dunque massimo bersaglio dell’antipolitica, ha commentato che il fenomeno “sigue la estela” delle rivolte del mondo arabo (così come i Re Magi seguirono la Stella per raggiungere Betlemme). Nel capire e persino elogiare l’ammutinamento cominciato il 15 maggio Felipe fa l’elder statesman. Legittima, o mostra di legittimare, l’ammutinamento: “Dicono che votare non vale niente” “Reclamano una cittadinanza permanente e non solo ‘de voto’. E’ sensazionale che i politici importanti hanno accuratamente evitato di attaccare i manifestanti (a parte Mariano Rajoy. capo dell’opposizione conservatrice, il quale ha borbottato: ”lo facil es criticar a los politicos”). Il presidente Zapatero è stato pieno di rispetto per gli Indignati. Esperanza Aguirre ha additato il significato antisistema degli avvenimenti nelle piazze delle grandi città. Inaki Gubilondo ha deplorato il ‘narcisismo dei partiti” e affermato che dovranno rifondarsi.

E’ presto, dicevamo, per presagire grosse svolte. Non è presto, invece, per constatare che gli Indignati spagnoli hanno precorso in inventiva i coetanei italiani, i quali finora hanno solo trasferito voti dai partiti tradizionali a un partito potenziale, restando ostaggi della malapolitica. I gridi di battaglia spagnoli sono più netti: NO LES VOTES, Un politico vale l’altro, La democrazia deve essere reale e non consistere nelle elezioni.

Finito il franchismo, la Spagna imboccò in spirito d’imitazione la via della combutta all’italiana, vituperevole all’estremo soprattutto in quanto fatta per degenerare in corruzione sistemica. Oggi Puerta del Sol è una rettifica, un inizio di redenzione.

Gli italiani, che nei millenni inventarono tante formule di civiltà, non sono stati all’altezza del loro passato. I nostri giovani non si sono ancora spinti oltre posizioni vagamente trasgressive, mai eticamente superiori alle trasgressioni di Arcore e Montecarlo. Invece i giovani spagnoli sembrano avventurarsi in territori inesplorati, col coraggio che fece grandi gli avventurieri delle conquiste, partiti soprattutto dall’Estremadura. Il territorio della nuova Conquista è, a lume di logica (ma lo affermano implicitamente i rivoltosi), quello della democrazia diretta e non delegata; della politica senza politici di professione e senza partiti e massonerie di potere.

Non è affatto da escludere che il movimento perda slancio, tanto potente è la forza d’inerzia e tanto trepida non può non essere la vocazione rivoluzionaria in un paese che combattè la più aspra e la più nobile delle guerre civili.  E’ acquisita ad ogni modo l’audacia concettuale di rifiutare finalmente l’impostura elettorale. Forse i giovani di Puerta del Sol inventeranno o almeno cercheranno un congegno di democrazia diretta che abbia senso nel XXI  secolo. Forse sarà affine al congegno neo-ateniese e randomcratico che alcuni di noi di “Internauta” proponiamo con convinzione assoluta. Più appare un’ubbia, più futuro ha.

A:M:Calderazzi



SELF-GOVERNIAMOCI!

Schizzo di Randomcrazia

Ormai sappiamo con certezza, dopo 66 anni dal 1945 come dopo 140 anni di Repubblica francese e 222 anni di Costituzione americana, che la democrazia occidentale è una combutta tra denaro, carrierismo dei politici, tangenti e altri cento modi di malaffare. Se si preferisce non chiamiamola combutta bensì joint venture, mezzadria, soccida.

Le ultime conferme, perfettamente superflue, sono Affittopoli e Sanità nella Puglia sotto Vendola.. E’ tassativo, al di là di ogni dubbio: i politici democratici di professione, con loro consorti compagne e compari, derubano dal 1945 i vecchi di quasi tutti gli ospizi, i degenti di quasi tutti gli ospedali, gli assistiti -orfani ciechi compresi- di quasi tutti gli enti caritatevoli della Cleptorepubblica. Anche chi scrive, nel suo piccolo, si imbattè in un medio politico – rigorosamente di sinistra: ma destra o sinistra, importa?- che con sommessa soddisfazione spiegava, nel nobile appartamento di una metropoli del Nord che gli faceva da ufficio di un business interamente basato sulla committenza pubblica: “Ce lo possiamo permettere perché un ente ex-religioso che il Partito amministra ce lo dà per poco”.

Questo, il saccheggio la repubblica delle fedine penali è il sistema rappresentativo, il nostro mubarakismo. Un giorno crollerà, forse un po’ prima del previsto. “Altri Proci cadranno” profetizzava in febbraio la home page di . Cadranno, a Dio piacendo. Ma che metteremo al posto del loro ladrocinio?

La risposta, imperativa, viene dal titolo di questo Schizzo di randomcrazia: spazzare via i politici a vita, cellule tumorali della libertà. Farla finita con le elezioni, sono reti per catturare a milioni i voti/sardine. Chiusa la cava dei voti, i politici a vita andranno fuori business. Abolire le urne (a parte rari voti referendari), sequestrare i beni dei Proci e loro signore, confiscare anche quelli dei partiti, in acconto agli indennizzi dovutici per l’ininterrotta usurpazione con rapina.

E dopo la nostra Tunisi/Cairo/Tripoli? Dopo, tolta la delega ai politici e cioè ripresaci la sovranità, non possiamo che passare alla democrazia non delegata. Tornare concettualmente alle origini, quando la democrazia ateniese era diretta (con giudizio). Certo, Atene era una polis di non più di 40 mila cittadini potenzialmente arconti, tutti maschi e di buon lignaggio. Noi siamo 60 milioni: non possiamo legiferare e governare tutti insieme. Però possiamo darci il turno tra i più provveduti di noi, cioè dopo avere separato col setaccio la farina dalla crusca.

E’ qui il cuore della proposta randomcratica, abbozzata una ventina d’anni fa in alcuni atenei degli USA. Essendo impossibile la democrazia diretta universale, facciamola per segmenti, a turni brevi. Per esempio l’1% degli iscritti all’anagrafe possono costituire ogni sei mesi una ‘macrogiuria’ legiferante e governante grazie all’informatica e al sorteggio computerizzato, progressivo al suo interno. A parte che ad Atene si faceva così, nelle corti di giustizia odierne le giurie sono ‘campioni di popolo’ che decidono l’innocenza o la colpa; infatti la giustizia appartiene al popolo e non ai giudici togati, tecnici del diritto. Non potendo giudicare in blocco, il popolo giudica per giurie sorteggiate. Il sorteggio fa i cittadini di qualità tutti uguali, tutti ‘sovrani’. I giurati sono scelti random, su elenchi di persone in possesso di certi requisiti, non sull’Anagrafe generale.

Ecco la proposta randomcratica: programmare un sistema informatico centrale perché esso selezioni random, con i criteri voluti, una macrogiuria di, metti, 600 mila ‘supercittadini’, o cittadini attivi, o sovrani, i quali, a turni brevi -da 6 a 12 mesi- decidano su certe materie, esprimano per sorteggio i decisori sulle altre materie. Con ulteriori selezioni al proprio interno, progressivamente più ardue, l’élite sorteggiata potrà anche governare negli esecutivi dei vari livelli, dal villaggio alla nazione.

La scelta del computer non avverrà dunque sulla totalità degli iscritti all’anagrafe: sarebbero troppi e mediamente troppo poco qualificati. Forse che oggi conta la massa semianalfabeta? contano i peggiori tra i pochi, tra gli oligarchi da strapazzo? Il computer centrale può, con le modalità e i controlli necessari, estrarre random le persone qualificate nel senso voluto: cultura, esperienze lavorative, conseguimenti, meriti civici e simili, il tutto in rapporto a parametri oggettivi e accertabili.
Abbiamo ipotizzato che il corpo politico giusto sia l’1% della popolazione, selezionato random per 6-12 mesi in funzione dei requisiti desiderati. Per dire: un mastro falegname da 10 anni sì, un commercialista indagato o una valletta no. Ai giovani con qualche merito un punteggio in più (per premiare la giovinezza) , a quelli rappresentanti solo la loro patente, una penalità.

Al livello base della supercittadinanza-a- turno, o cittadinanza sovrana pro tempore, chiunque potrebbe essere sorteggiato come consigliere o borgomastro di piccolo comune. A livello delle metropoli, delle Regioni e dello Stato i sorteggi di alto grado avverrebbero su elenchi sempre più ristretti, con criteri progressivamente più rigorosi e in rapporto a competenze crescenti. Il ministro o il capo del grande ente sarebbe sorteggiato tra le 50 persone con i dati meritocratici massimi. Uno che gestisce la grande banca può governare il grande ministero, o tutti i ministeri. Per utilizzare il leader geniale privo di credenziali oggettive, troveremmo il sistema; del resto lo troverebbe lui, essendo un genio. I Cinquanta potrebbero anche turnarsi al vertice dello Stato (ma come Primo Cittadino di rappresentanza, sorteggiato, andrebbe bene il mastro falegname di cui sopra. Un contadino di Atene poteva essere Arconte per un giorno: dall’alba al crepuscolo, diceva la legge. Più semplicemente, al vertice della Confederazione svizzera si avvicendano i membri dell’Esecutivo. Ma il falegname probo è meglio di un ministro svizzero.

Tutte le cariche andrebbero retribuite modestamente. Le spese di prestigio e lo sfarzo di tipo quirinalizio sarebbero reati (il sommo palazzo è da chiudere e da vendere a chiunque lo paghi bene). I bilanci di tutte le assemblee oggi elettive dovrebbero essere tagliati di due terzi. Nessun rinnovo di mandato, cioè ri-sorteggio, prima di ‘x’ anni (perché non rinasca la tentazione della carriera politica). I supercittadini riceverebbero a casa le informazioni e le documentazioni oggi fornite agli eletti. Niente portaborse, pochi rimborsi, indennità avare. Per legislare nella Bulé i coltivatori attici si portavano da casa pane e olive.

Il passaggio alla randomcrazia ingigantirebbe il ruolo dei burocrati e degli esperti. Perciò ciascuno degli uni e degli altri, al di sopra di determinati livelli, andrebbe stabilmente sottoposto a una giunta di tre o quattro controllori e sospettatori, anch’essi sorteggiati frequentemente tra i supercittadini; si insedierebbero fisicamente negli uffici dei controllati. Per i furbi e gli infedeli, confisca dei beni (anche dei consorti e dei congiunti) e campi di lavoro coatto, prima delle sentenze definitive.

Quella che le urne ci impongono è una classe dirigente tutta di indagandi.

Allora self-governiamoci random, senza politici! Seicentomila alla volta.

A.M.Calderazzi

RANDOMCRACY: How it would work

On March 22, 2010 the “Daily Babel” carried an editorial titled RANDOMCRACY: the case for a Neo-Athenian Direct Democracy. The opening statement was: “We’re slowly watching Democracy transform itself into nothing more than a stage-play put on by a media-savvy, bank-friendly plutocracy. The average citizen today has no more say on how his or her government should govern, than a dog has in making requests from his master”.

The concept of a random and selective way to a direct, popular sovereignty was born in the United States some twenty years ago. The idea was: representative democracy is a sham, as the electoral mechanism is responsible for the usurpation (= illegal seizure of power) by an oligarchy of professional, career, lifelong politicians, normally corrupt or corruptible. In order to be elected or re-elected, a professional politician must either own really vast money (which is plutocracy) or sell his/her vote and influence to the lobbies, one of the de facto lobbies being docile voters who trust campaign promises.

The radical alternative to pluto/klepto-democracy should be (in due time will be) direct democracy: going back to Athens, where democracy was invented some 25 centuries ago. However the Athenian direct democracy implied very small numbers of full, privileged, male citizens. No woman, no foreign-born, no slave. In a colossal country of today the right thing to do is canceling the electoral process (voting would stay in referenda only) and reducing the sovereign citizenry to a “macro-jury” made of a small percentage of the entire population: its temporary members (f.i. 6 to 12 months) would be randomly selected by a computer-assisted lot. No elected official at all. The ‘macro-jury’ concept is referred to the body of persons who are randomly (within limits) selected to render verdict in court in lieu of the entire people, which in theory is the source of justice. Such source is not the professional judge. He or she transforms the popular (=jurors’) verdict into a technical sentence.

A succession of computerized lots within the small percentage of pro tempore sovereign citizens (hyper-citizens) would select, with progressively more demanding criteria, the persons to act at the various levels of government. Say, plain persons could be added to better qualified ones in the bottom level of the macro-jury, the level where the small town councillors would be drawn. Well higher qualifications should be necessary to those among whom the members of state or national legislatures would be randomly selected by the computer.

Of course qualifications should be determined by objective, unquestionable facts. For instance, if managing a serious business is chosen as a pre-requisite to be randomly picked as a member of a given body, the official computer must verify that the said business has been in operation for a number of years. Analogously, if a person claims to be a scientist, evidences should exist that he/she does research work in an university or reputable institution. No arbitrary, disputable element should play a role.

Innumerable additional problems should be solved, changes made, controls introduced. The computer-assisted selections must be beyond any doubt. After the disappearance of professional politicians, advisors, burocrats and technocrats would become too important, so they should be submitted to special supervising committees of hyper-citizens. Myriads of additional issues would confront us. The end result of randomcracy would be the cancellation of career (robber) politicians; the abrogation of evil role of money in the political process; the exercise of sovereignty by revolving sections of the general public; the chances for everybody to be selected for short terms of office, if qualified.

Anthony Cobeinsy

COME LIBERARCI DEGLI OLIGARCHI

I proci del nostro tempo.

Nel 1996 si compì un secolo dalla pubblicazione degli Elementi di scienza politica di Gaetano Mosca, il maggiore scienziato italiano della politica. La sua concezione lasciamola descrivere a uno storico non di casa nostra, Wolfgang J. Mommsen, a lungo cattedratico a Karlsruhe: “Quasi lo specchio della prassi del parlamentarismo italiano, completamente staccatosi dalla democrazia liberale per trasformarsi in un sistema oligarchico in cui i professionisti della politica monopolizzavano i posti chiave dello Stato. Una continua lotta di piccoli gruppi dominanti, ciascuno con un’ideologia adatta ai propri interessi, destinata esclusivamente a giustificare il potere agli occhi delle masse”.

Gaetano Mosca traduceva questi concetti in un’aspra critica del sistema parlamentare, “una forma degradata di democrazia in cui tutte le istituzioni dello Stato si trasformavano in enormi macchine di propaganda elettorale”. Venti anni dopo, nota ancora Mommsen, Vilfredo Pareto si spinge più avanti: ogni fatto politico non è che scontro tra gruppi di potere. “Pareto nega qualsiasi validità oggettiva alle teorie politiche, e non nasconde il disprezzo per l’ordine liberal-democratico del suo tempo: nient’altro che il potere corrotto di un’élite già intimamente degenere”.

Il Trattato di sociologia generale di Pareto è del 1916. Ottant’anni dopo, i rifondatori del nostro regime, tra i quali dominano gli eredi del Pci, della Dc e del Msi, si dichiarano tutti liberal-democratici. Ma le circostanze sono tassative: se prevale il centro-sinistra ritorna appieno la Prima Repubblica. Il centro-destra è anch’esso Vecchia Politica. Nulla di diverso se risorgerà il centro-centro. E’ caduta anche l’ipotesi di una via giudiziaria alla rigenerazione. Non avevano ragione Mosca e Pareto? Sbagliarono solo a non prevedere quanto ladre si sarebbero dimostrate quelle che chiamavano “élites”.

Si traggano le conseguenze da un secolo di conferme rispetto a Mosca e a Pareto. Del resto negli ultimi tempi alcuni politologi di palazzo hanno fatto ammissioni di non poco conto. Per Stefano Rodotà è sbagliato demonizzare tutte le implicazioni della “tecnopolitica”, la quale è un portato della svolta telematica. Il monomane Giovanni Sartori (il quale conosce una sola salvezza, una sola prospettiva di miracolo: “il doppio turno alla francese”) fa meste previsioni sul finale trionfo di quello che chiama “il direttismo”. Per Domenico Fisichella occorre far nascere una “aristocrazia civica”, beninteso nulla a che vedere con parlamenti e altri organi elettivi. Ernesto Galli della Loggia precisa: “Oligarchia è il nome tecnicamente appropriato per la classe dirigente italiana”. Domenico Settembrini ha sottolineato: “Il concetto di democrazia, preso alla lettera, comporta che il governo della città sia affidato alla partecipazione diretta dei cittadini; né basta. Occorre anche che alla copertura delle magistrature si provveda esclusivamente per sorteggio e per rotazione: unico metodo che impedisca la distinzione permanente tra la quasi totalità dei governati e la ristrettissima minoranza dei governanti”.

Il Settembrini considera impossibile la democrazia “presa alla lettera”. Ma sbaglia. Sarà perfettamente possibile, coll’aiuto dell’elettronica, sorteggiare i politici per turni di un certo numero di mesi all’interno di un corpo ristretto in qualche modo somigliante alla “aristocrazia civica” invocata da Fisichella: per esempio mezzo milione di ‘supercittadini’ scelti impersonalmente dal computer tra quanti abbiano non una semplice iscrizione all’anagrafe, ma meriti oggettivabili: qualifiche culturali, esperienze lavorative di qualche peso, volontariato, etc. Abolite le elezioni, spariranno gli oligarchi ‘liberaldemocratici’ maledetti da Gaetano Mosca e da Vilfredo Pareto.

E’ dimostrato: i cosiddetti rappresentanti del popolo sono -dovunque nel mondo si tengano elezioni, non importa se regolari o scorrette- i Proci del nostro tempo. Impadronitisi della reggia altrui, gozzovigliano. Finché non torna Ulisse. Il senso di una democrazia diversa, diretta ma selettiva, è oggi appunto nella liberazione dai Proci. Legislatori non possono diventare molti milioni, ma nulla impone che il popolo sia chiamato intero a legiferare. E’ logico limitare l’assemblea totale della nazione, cioè il referendum, a poche occasioni di speciale importanza, su temi semplici da definire. Della maggior parte delle deliberazioni andrebbero investiti piccoli segmenti di popolazione, selezionati dal computer in rapporto a oggettivi criteri di qualificazione; ai quali segmenti fosse facile fornire tutti gli elementi di giudizio. Questi ‘campioni di popolo’ o ‘macrogiurie’ si avvicenderebbero a turno, per sorteggio o con altri meccanismi. Il risultato sarebbe di impegnare nella funzione deliberativa, per un periodo di ‘servizio politico’ limitato nel tempo come quello militare, 500.000 italiani o francesi per volta, un milione di americani per volta. Impegnarli proprio in quanto non sia più possibile fare della politica una carriera, una gozzoviglia e un racket.

A.M.C.

Quale Rivoluzione per l’Europa?

“La verità è sempre rivoluzionaria”. Sono giorni di scandali e rivelazioni sconvolgenti (Berlusconi va a puttane, Sarkozy è un tappetto permaloso e Putin un leader autoritario? Speravamo di meglio…), e la frase di Antonio Gramsci sembra calzare perfettamente sul piedino di Assange. L’australiano si trasforma, da enigmatico soggetto (Hacker? Stupratore? Utile idiota in una triangolazione dei servizi? Magari pensata per far cadere qualche testa? Magari nera?) a paladino della libertà, efebico Prometeo che porta fuoco e verità agli uomini.
Ma questo non è un altro articolo su Wikileaks. Non è alla verità di Assange che pieghiamo le parole di Gramsci. Nel nostro modesto giardino di casa qualcuno ha detto qualcosa di onesto, di vero e, chissà, un domani di utile.
Angelo Panebianco, nel suo editoriale “Crisi dell’euro: diciamo la verità”, scrive:

“non è difficile scoprire quale sia oggi il vero nemico dell’euro, quello che ne minaccia la sopravvivenza: questo nemico è rappresentato dalla perdurante vitalità della democrazia. Intendendo per tale l’unica democrazia che c’è (…). Sono le democrazie europee, necessariamente condizionate dagli orientamenti dei loro elettorati, a minacciare oggi la moneta unica”.

Segue una dotta spiegazione di come l’Europa sia in fondo non diversa da qualsiasi condominio, e l’auspicio finale è che si spieghi ai cittadini dei singoli Stati che devono fare sacrifici non perché siamo tutti europei, e volemose bene, ma perché gli conviene.
La tesi sembra corretta, peccato che sia inapplicabile in un sistema democratico. Non è pensabile che alcuni partiti possano spiegare agli elettori quanto sia conveniente stare nell’Unione europea, senza che altri sostengano l’esatto contrario. In una simile situazione, perché l’elettore dovrebbe credere ai primi piuttosto che ai secondi? Se consideriamo su quali criteri il cittadino medio forma la propria opinione, c’è di che essere sconfortati. Perché impegnarsi a capire nozioni macroeconomiche quando posso dare la colpa delle mie sofferenze agli euroburocrati o ai greci che giocano a fanta-economia col proprio pil?
Insomma, sembra sinceramente improbabile che in un sistema democratico-rappresentativo prevalga la spiegazione più complessa. Non fosse altro che sono percentualmente poche le persone che sarebbero in grado di comprenderla per come questa verrebbe spiegata dai partiti.
Pensiamo al caso italiano. Tutti ci ricordiamo le posizioni di Tremonti e Berlusconi sull’euro, quando fu Prodi a far sì che l’Italia ne facesse parte. Quando la speculazione di alcuni grandi gruppi rese il luogo comune “un euro ormai sono mille lire” drammaticamente vero, a chi diedero la colpa i cittadini? Al governo che non aveva vigilato dopo l’entrata in vigore della moneta unica, o al governo che aveva portato l’Italia nell’euro?
Il punto è che l’informazione è un valore prezioso, e non è mai un bene quando la verità viene contraffatta per il proprio tornaconto politico o economico. Ma stando all’esperienza, questo è quasi inevitabile in una democrazia rappresentativa.

Allora avanziamo una proposta: che l’atteggiamento dei singoli Stati nei confronti dell’Unione europea sia determinato non da governi eletti, fatti di rappresentanti di partiti che hanno mistificato la realtà per questo o per quell’interesse, ma da cittadini, in possesso di una pur basilare competenza ed estratti a sorte. Come alcuni esperimenti dimostrano (v. Klein: e se decidesse la gente? Internauta, Ottobre) i cittadini sono in grado di prendere scelte razionali, quando vengono correttamente informati. Creando macrogiurie, mettendole in grado di discutere su dati e nozioni certe, si otterrebbero probabilmente risultati migliori di quelli attuali.
I cittadini tedeschi stanno in questo periodo influenzando le politiche della Cancelliera Angela Merkel. Se venissero posti in condizione di essere pienamente informati sui benefici che traggono dal mercato unico, e sui rischi che correrebbero se prevalessero le spinte nazionaliste, voterebbero sicuramente con maggior lungimiranza dei propri rappresentanti eletti.
Certo, con un tale metodo si porrebbe il problema di come gestire l’informazione delle macrogiurie. Ma un sistema migliore di quello che possono essere i tabloid o la tv generalista (le fonti che creano la maggioranza delle opinioni politiche in un Paese), non deve essere troppo difficile da immaginare. In tal caso sì che la verità, finalmente chiarita ai popoli europei, potrebbe diventare rivoluzionaria.

Tommaso Canetta

GLI ELETTI NON SONO SOVRANI

Perché la Svizzera si definisce democrazia diretta.

L’ultima parola spetta al popolo: le leggi entrano in vigore
solo in seguito a ratifica popolare. L’uomo della strada
decide anche quando tace: fa paura ai politici. Estratti da un
tableau costituzionale di Hans Tschaeni.


la Svolta, 4 aprile 1997

“In tutti i cantoni il popolo nomina direttamente il governo. In alcuni di essi vige inoltre il referendum legislativo obbligatorio. Nei cantoni della cosiddetta Landsgemeinde esiste persino la democrazia diretta pura: è il popolo riunito in assemblea che decide sugli affari pubblici. Gli eletti hanno solo compiti organizzativi e consultivi.

“Uno dei diritti politici essenziali del cittadino svizzero è la “iniziativa”: una domanda firmata da un certo numero di cittadini dà avvio alla procedura per l’introduzione di norme nuove. L’iniziativa è dunque il diritto popolare di proporre nuove disposizioni di legge; le autorità -non quelle federali- sono obbligate a decidere in merito. Meno dell’11% delle iniziative promosse negli ultimi trent’anni fu accettato dai cittadini. Di solito i postulati che sono oggetto delle iniziative popolari mancano dei necessari elementi di compromesso; servono però a far sfogare il malcontento delle minoranze.

“Il referendum è il diritto degli svizzeri di pronunciarsi su accettazione o rigetto delle leggi importanti adottate dall’Assemblea federale. Sono i cittadini a decidere se una legge debba entrare in vigore. Il referendum è dunque il più significativo tra i diritti politici degli elvetici. Per questo la nostra democrazia è definita anche referendaria. A livello nazionale il referendum facoltativo deve tenersi se è chiesto da 30.000 aventi il diritto di voto, oppure da otto cantoni. Anche i trattati internazionali conclusi per una durata indeterminata o per più di 15 anni sono soggetti a referendum. Per quanto esista in altri paesi, il referendum è un’istituzione tipicamente svizzera. Soltanto attraverso di esso il popolo può esercitare un influsso concreto, durevole e soprattutto preventivo sul legislatore. Non permette ai cittadini di intervenire nell’elaborazione di una legge o di un decreto, ma dà loro la possibilità di influire indirettamente sul legislativo e sull’esecutivo, e persino di cancellare le loro decisioni. In questo modo il popolo, a condizione che sia ben guidato, assurge esso stesso a legislatore ed opera a fianco dei suoi rappresentanti.

“Non si può dire che si sia fatto un uso eccessivo di questo diritto popolare: tra i decreti soggetti a referendum facoltativo soltanto 1 su 12 è stato sottoposto al giudizio del popolo. In compenso la “ghigliottina” del referendum si è dimostrata per più micidiale della “lancia” dell’iniziativa: il sessanta per cento dei progetti di legge approvati dal governo e dal parlamento e sottoposti a votazione popolare sono stati respinti dai cittadini. Questo fatto è ben noto ai nostri parlamentari e alle autorità: per questo temono il referendum. Possiamo dire che sotto molti aspetti è il timore del referendum che determina la nostra legislazione. Ci si rifugia nel compromesso per non correre il rischio di vedere respinto un disegno di legge e quindi per evitare lo scontro. La via del compromesso è sola a permettere di aggirare lo scoglio del referendum facoltativo.
“Nella nostra democrazia può persino accadere che il cittadino sia obbligato ad accettare un’elezione. Questo obbligo esiste in molti cantoni e comuni. Un giornalista straniero ha scritto che da noi la democrazia è diventata una specie di occupazione secondaria. L’Amtszwang, cioè il dovere di esercitare una funzione pubblica, è una logica conseguenza del diritto posseduto dal singolo cittadino in cinque cantoni o semicantoni di intervenire in proprio nella gestione della cosa pubblica. Nell’Appenzello Interno ogni cittadino è soggetto a questo obbligo fino al sessantacinquesimo anno; è tenuto a far partedi organi giudiziari o amministrativi per almeno dieci anni.

“I partiti hanno indubbiamente perso parecchio del loro ascendente. Continuano a scegliere i candidati alle elezioni: ma nella democrazia referendaria non sono le elezioni a determinare l’andamento della cosa pubblica, bensì i referendum.

A.M.C.

AGORA’ ELETTRONICO E DEMOCRAZIA DEGLI INTERESSI

Conversazione con un vecchio politico-filosofo.

Piero Bassetti: il principio “un uomo, un voto” non funziona più.

“Se il fax e la fotocopiatrice hanno portato alla caduta del comunismo, l’agorà elettronico potrà mettere in crisi i sistemi parlamentari. Ma non è solo in Italia che tarda a svilupparsi una vera riflessione sul rapporto tra innovazione tecnologica e nuova statualità”. Piero Bassetti, che in anni lontani fu presidente della Regione Lombardia, poi deputato, poi presidente della Camera di commercio milanese e dell’Unioncamere, pensa e dice queste cose, così dense di futuro e anche di destino, allorquando gli altri esponenti di vertice non si preoccupano che delle prossime settimane.

Il vero lavoro politico comincia ora che vanno demoliti i muri decrepiti per edificare la casa nuova. Occorre assolutamente progettare. Nell’Occidente si dà per scontata la perennità di modelli che invece agonizzano. Si veda il sistema parlamentare, sul quale Piero Bassetti vede incombere la crisi: “Quando si cambia la categoria del tempo e dello spazio, si cambia anche la politica. Assumendo una nuova concezione del tempo e dello spazio, l’informatica ha avviato irresistibilmente una delle grandi forze epocali. La democrazia parlamentare era basata sulla rappresentanza. Essendo informato quasi quanto il principe, il rappresentante era in grado sia di controllare quest’ultimo, sia di raccogliere il consenso. Sostanzialmente il senso della rappresentanza era in una mediazione, oggi si direbbe brokeraggio, tra l’informazione e il governo.

Coll’avvento dell’agorà informatico e di milioni di televisori il rappresentante non serve né per portare il governo al popolo, né per raccogliere le richieste dei cittadini: esiste il sondaggio virtualmente in tempo reale. Quando legge il messaggio sullo stato dell’Unione, il presidente degli Stati Uniti ha sul tavolino l’indicatore di gradimento di 7-8 minuti prima. A questo punto è chiaro che non ho più bisogno del rappresentante. Il paese si trasforma in villaggio elettronico. Il territorio nazionasle, in un’agorà”.

“Non accorgersi che i meccanismi della democrazia sono tutti intaccati dall’informatica è da ciechi. I fatti, se uno riflette, sono di un’evidenza clamorosa. E’ tutto l’impianto, la ratio, direi al limite i valori della democrazia, che vengono modificati. Allora si possono avere due atteggiamenti. Uno può fare il laudator temporis acti e dire “che peccato!”, oppure si può chiedere come addentrarsi in questo mondo nuovo. Secondo me la spinta è “indietro non si torna. Internet c’è. Che si fa?”

D. –Perché lei appare solo, virtualmente, a pensare in questi termini? Forse avrebbe come compagno Mario Monti, cui nel marzo 1993 il “Corriere della Sera” attribuiva la convinzione che si potrà arrivare “forse in un futuro non molto lontano, a un sistema fantapolitico di teledemocrazia con cui la popolazione potrebbe esprimere direttamente il proprio parere consultivo utilizzando una tastiera da casa propria”. Negli ultimi anni lei ha certamente visto i numerosi interventi dell’”Economist” su questo tema. La tesi dell’Economist è che la classe politica occidentale non ne fa più una giusta e non ha una funzione, e inoltre si fa comprare dalle lobbies. D’altronde anche “The Economist” è isolato. Sono quasi tutti contrari all’elettronica politica, dicono che porta al Big Brother. Che ne pensa Bassetti?

“Sono d’accordo coll’Economist: le classi politiche sono ormai spesso out. Il discorso che stiamo facendo è quello della nuova statualità. In quella vecchia ci volevano dieci anni per fare una legge. Per guidare i processi moderni occorre il tempo reale. La macchina del potere pubblico è rotta. Lo Stato non è in grado di contrastare gli interessi, può solo servirli. Il lobbismo è l’alternativa alla corruzione: o lei si fa fare la legge che le va bene dal suo deputato, oppure storta la legge presso il funzionario”.

D. – Che proposte fa?

“Il nostro concetto di nuova statualità è centrato sull’impossibilità di trascurare la democrazia degli interessi, per il quale il principio della democrazia elettorale “un uomo, un voto” non funziona. Si pensi cosa sono i nostri piccoli e medi imprenditori: la loro forza è la rapidità delle decisioni. Per interfacciarli dobbiamo assolutamente mettere in piedi una pubblica amministrazione informatizzata. E per la verità il tasso di crescita dell’informatizzazione in Italia è tra i più alti, secondo solo a quello degli Stati Uniti”.

D. – Saremo noi quindi a sperimentare l’agorà elettronico assieme agli americani? Il loro modello di agorà è riflessivo e responsabile, è il town meeting del New England, l’assemblea dei contribuenti del villaggio, che ogni nuova spesa devono pagarsela da sé.

“Senza dubbio. Gli anglosassoni, i protestanti in genere, hanno il senso della comunità. Sono convinto che la riorganizzazione del potere, quella che trascenderà la democrazia formale, non porterà ai mali che usiamo collegare all’assenza della democrazia. Si sta ripetendo una situazione come quella al tramonto dell’Impero romano. Quando arrivarono i barbari gli ultimi senatori reagirono “non c’è più religione” Come gli intellettuali che oggi protestano contro l’agorà elettronico”.

D. – Perché Bassetti non pensa come loro?

“Perché la vita è fatta di diversità, di anomalie. Peraltro io sono solo nell’impegno, non nell’analisi. Le posso assicurare, di gente che sa queste cose ce n’è; però non fa politica. Comunque nei momenti di cerniera vengono fuori gli ibridi, gli anomali. Mi piace vivere l’esperienza epocale. Anche per questo sono un lettore di Montaigne”.

“Gli stessi italiani che fecero il Rinascimento mettono oggi le migliori energie nell’impresa. Cinque milioni di imprese. Ogni dieci italiani c’è un’imprenditore, che ha fatto parecchi soldi. Come dice l’Economist, questa scorta di soldi ci permetterà di fare una trasformazione politica costosissima senza andare a fondo. Noi costruiremo una democrazia che sconta la vera crisi della politica, con una visione diversa della rappresentanza. Abbiamo una vera e propria popolazione di imprenditori, i quali non ragionano come i consumatori o come gli operai. Quando gli imprenditori tramite le loro organizzazioni ed istituzioni -una delle quali è il sistema delle nuove Camere di Commercio- entreranno nel nuovo processo decisionale, avranno un enorme vantaggio: essere tra i più globali in un mondo che si fa globale. A gente d’impresa parli di Pechino e loro a Pechino sono stati già sei volte”.

Fin qui Piero Bassetti. Le enunciazioni dirompenti, diciamo noi, se non vengono propagate tra la gente, restano un fatto intellettuale, sia pure avanzatissimo rispetto al conformismo di oggi, che concepisce solo i partiti e le loro vendemmie elettorali. Un giorno, magari non troppo lontano, la restaurazione partitocratica seguita al crollo del totalitarismo risulterà effimera, la devozione ai parlamenti cesserà d’incanto (così come il 26 luglio 1943 scomparvero tutti i distintivi col fascio), e i giornalisti si ricicleranno mettendosi a deridere le generazioni che avranno idolatrato le urne. Ma oggi Piero Bassetti è un precursore che grida nel deserto. Non è un convertito recente. Sono anni che addita la vitalità della partecipazione e degli interessi economici diffusi, contro i giochi di vertice e contro il lobbying dei grandi gruppi. Gli strumenti di organizzazione politica delle imprese dovranno essere chiamati a svolgere un ruolo nella “riorganizzazione del consenso”. A questo proposito Bassetti non esita a richiamare “il retaggio di un certo corporativismo, spesso snobbato dalle teste d’uovo della politologia, che pure costantemente riappare nella storia delle istituzioni europee ad ogni vigilia di innovazioni rilevanti”. Naturale il riferimento al ricco passato italiano “di aggregazione politica degli interessi: dalle “università di mercanti” alle corporazioni, alle Repubbliche mercantili. Si impongono mediazioni di tipo nuovo tra imprenditorialità e consenso”.

Al fondo di tutto è la ricerca di “nuovi modi di articolazione dei processi decisionali e del funzionamento della democrazia, intesa come rappresentatività e come governo della Polis. Posto che la complessità dei problemi è tale da escludere chi non è competente in senso specifico, come si può conservare la democrazia se la sostanza stessa della democrazia resta la partecipazione non competente? Delegare la complessità a organi tecnicizzati, oppure semplificare e affidarsi al demos?”. Bassetti insiste che in presenza di una popolazione di imprese, le quali hanno un rapporto col territorio tutto diverso da quello dei cittadini, il problema della rappresentanza nella polis “non si risolve con gli schemi della rappresentanza generale, bensì dando spazio alle espressioni dei fattori produttivi. Oggi è l’innovazione assai più che il Principe a fare la storia. Il confronto tra il potere del Principe e quello dell’impresa ha posto fine alla vecchia politica, fondata sulla rappresentanza formale delle “parti” politico-ideologiche. La nuova statualità va fondata in misura importante sull’integrazione degli interessi espressi in Italia da oltre cinque milioni di imprese. L’uomo che ha a lungo capeggiato tutte le Camere di commercio italiane propone quelle Camere come “portatrici del patrimonio genetico dei ceti economici nell’età dei Comuni, una delle più vitali della nostra storia”.

La distanza di queste idee rispetto alla Vecchia Politica che imperversa in questi “ultimi giorni di Bisanzio” è impressionante. Bassetti non lo dice, ma nel suo sistema c’è ben poco di “compatibile” con le prassi e i congegni della politica tradizionale. In America la demolizione concettuale di quest’ultima è cominciata con le ipotesi “randomcratiche” che affinano la teoria della democrazia elettronica. A Milano Piero Bassetti ha “lavorato ai fianchi” l’avversario –il parlamentarismo/elettoralismo” con l’accoppiata agorà elettronico/democrazia degli interessi.

A.M.C.

Citazioni americane sulla crisi
Del sistema rappresentativo

“Si allarga la domanda di meno rappresentanza formale e più partecipazione reale. Nella seconda metà del secolo ventesimo l’americano medio ha perso interesse alla politica. Il titolo del libro di E.J.Dionne, Perché gli americani odiano la politica, attesta quella che è l’alienazione collettiva più ancora che la tradizionale bassa affluenza alle urne”.
J.W.Carey, Journal of International Affairs

“E’ in atto una mutazione geologica: la crescente obsolescenza di quelle istituzioni -partiti, media, Congresso- che si frappongono tra governanti e governati. I partiti sono moribondi. Il Congresso è un’acqua stagnante, infestata dalle lobbies. Tuttavia il fatto che questi filtri siano destinati a sparire non giustifica alcuna contentezza. Sono un castigo di Dio; tuttavia non buttiamoli, non abbiamo niente da mettere tra noi e il Capo”.
Ch. Krauthammer, Time