RAMIRO DE MAEZTU, MINIERA DEL CORAGGIO CHE CI MANCA

Gli europei che lamentano, quasi tutti quelli pensanti, la morte delle ideologie anzi delle idee, e il deserto dei grandi programmi, non dovrebbero ostinarsi a cercare i pensieri nuovi nelle contrade della modernità che produssero i pensieri vecchi: Francia Germania Gran Bretagna America Russia Italia. Dovrebbero cercarli là dove non c’è la tradizione di esplorare. In Spagna anzitutto, che visse più autenticamente l’urto delle dottrine e delle passioni, fino al punto della guerra fratricida. Oggi la Spagna appare ancora ammutolita dai drammi degli anni Venti e Trenta. Ma ha molto da insegnarci, perché ha provato nella carne e nell’anima tutti gli slanci e le lacerazioni di due secoli, a partire dalla lotta di liberazione contro Napoleone e dalla Costituzione di Cadice, quella che nel 1812 inventò il liberalismo progressista.

La Spagna ha tentato strade che non erano di tutto l’Occidente. In particolare le sciagure nazionali di fine Ottocento ispirarono un manipolo di pensatori ripiegati sì sui destini della loro patria, ma in realtà volti ad additare vie che non si aprivano solo agli spagnoli. La ricerca avviata dopo il Desastre del 1898 da Joaquìn Costa, Angel Ganivet, Ramiro de Maeztu, Miguel de Unamuno, José Ortega y Gasset contengono un’intelligenza che l’Occidente ignora o conosce poco. Persino Manuel Azagna (v.in questo Internauta “La nemesi di Zapatero”), nel suo tempo uno degli statisti più promettenti ma anche dei più falliti, praticò approcci di qualche merito universale.

Si usa ripetere che Cervantes, a ragione piena o parziale, è il testimone nazionale di Spagna, visto che nel passato ogni spagnolo credette di identificarsi almeno un po’ nel suo eroe, il cavaliere della Mancia e dell’Illusione. La testimonianza di Ramiro de Maeztu, spezzata il 29 ottobre 1936 dai miliziani che ammazzarono lui ed altri prigionieri politici del carcere di Las Ventas, ha il particolare valore di venire da un uomo che imboccò molte strade ed elaborò, da combattente non da accademico, idee dentro e fuori degli schemi pensati in Occidente. Qualcuna delle sue intuizioni e contraddizioni potrebbero aiutarci nell’afasia che viviamo.

Nella prima giovinezza il Nostro visse le angosce del patriottismo sfortunato, che lo spinsero a farsi volontario nella rovinosa guerra del 1898 contro gli USA aggressori. Poi vennero gli ardori e le suggestioni del Regeneracionismo, che muovevano dal messaggio di riscatto di Joaquìn Costa e suo stesso. A Londra dove, figlio di una inglese, era riparato dopo avere a Madrid mandato all’ospedale un denigratore dello scrittore e suo amico Valle-Inclàn, fu presto riconosciuto come guida del gruppo intellettuale di ‘New Age’, che offriva una formula di libero socialismo, semi-utopica alternativa al movimento Fabiano. Le formule di Maeztu si contrapponevano alle linee del Labour, destinate a degenerare nel burocratismo e nella soggezione al mercato. Il Nostro si dichiarava “escritor socialista”. Venne poi il tempo, piuttosto breve, della deificazione dell’America e del primato degli ‘anglosajones’ moltiplicatori di ricchezza.

In realtà Maeztu cercava in territori per lui nuovi una sintesi tra retaggi conservatori e riorganizzazione sociale secondo modernità e giustizia. Ed ecco, prima e dopo il colpo di stato di Miguel Primo de Rivera (1923) che sbaragliò il notabilato conservatore e fece avanzare la condizione proletaria, il suo Guild Socialism: superamento del sinistrismo classista e del conflittismo sindacale, nella prospettiva di una società libera e solidale, di un’economia regolata insieme dal mercato e dalla comunità. Maeztu predisse con sicurezza il finale fallimento del comunismo. “Muy pronto -ha riferito uno storico- dictaminò el securo fracaso. La economia planificada y estatalizada no es capaz de producir riqueza. Es o pobreza o pillage (saccheggio), cuando no las dos cosas a la vez”. Fu messo a morte come uomo di destra ma l’impegno della vita intera era stato di cercare una verità più vera e più giusta di quella scritta sugli striscioni del frontismo. Sapeva i rischi di muoversi fuori degli schemi: “Yo soy un leproso” confidò a un ammiratore; “se espera (si aspetta) que nos fusilen”.

Essere un ‘libre-socialista’ appariva una sintesi improbabile, implicando anche il diritto ad alleanze ‘disdicevoli’; ma era la correzione sia del liberismo (‘manchesteriano’ si diceva allora), sia dell’ideologismo marxista-stalinista, oppure radical-laicista. Era proporre produzione e pure redistribuzione della ricchezza, in modi non dettati da questa o quella dottrina. Era favore all’imprenditorialità ma anche più previdenza sociale e più interventi dello Stato. Così, quando Miguel Primo de Rivera si fece dittatore filosocialista, detestato dagli intellettuali sofistici ma approvato senza riserve, per cinque o sei anni su sette, dalla maggioranza degli spagnoli, Maeztu colse subito il significato di quel particolare potere militare: paternalistico e teoricamente scorretto, ma nei fatti amico dei lavoratori: “Esa era la mision che el propio Dictador se habìa asignado”.  Mugugnavano solo i ricchi e gli aspiranti ricchi che frequentavano i salotti letterari e i negozi dei librai.

Il generale Primo nominò Maeztu ambasciatore in Argentina; ma il Nostro non si consegnò alle convenzioni e alle insulse alterigie della diplomazia. Bramoso di rotture e di rivelazioni, dovette ingannarsi sui rovesci del capitalismo nella Depressione apertasi nel 1929. Due anni dopo venne la  Repubblica di Spagna e Maeztu ne previde con largo anticipo la rovina: “Al cabo de pocos annos -scrisse otto mesi prima della ribellione militare- se producirà en el paìs un levantamiento armado de caràcter tradicionalista, o una crìtica profunda y extensa de la ideologìa liberal, en caso de no ser posible el levantamiento en armas”.

L’ex-ambasciatore a Buenos Aires viene incarcerato, brevemente, una prima volta nel 1932, subito dopo il  ‘levantamiento armado’ del generale Sanjurjo (agosto 1932). Da quel momento non smette più di contrapporsi all’alleanza liberalradicali-socialisti-stalinisti capeggiata da Manuel Azagna, suo ex-compagno di lotte intellettuali. Anche quando le destre sembrano preferire ancora i confronti elettorali e i compromessi parlamentari alla lotta frontale in difesa della religione e della monarchia -quest’ultima, come sappiamo, destinata a rioccupare il futuro della Spagna- Maeztu moltiplica le posizioni combattive e mortalmente pericolose. Nei primi mesi del terribile 1936 grida sempre più alta la sua fede; tuttavia al tempo stesso non rinuncia a sperare che la feroce dialettica degli odii generi qualche esito positivo: “Con todo, me parecen mejores estos tiempos, no porque no sean, como son, horrorosos, sino porque contienen la promesa de un mondo mejor (…) Las nuevas generaciones tienen gran suerte al (hanno la fortuna di)  tener que eligir entre la fe y el escepticismo, en vez de perderse, como la nuestra, en verdades a medias (a metà) e ideales truncos (mozzi)”. Ancora poche settimane e il pensatore di Alava entrerà nel carcere della morte.

Tutta la vita aveva guardato a verità fuori delle dottrine rispettate. Gli spiriti inquieti di oggi dovrebbero cercare ispirazione in questo prode combattente. I peggio disposti, i più condizionati dal pensiero unico che trionfò nel secondo dopoguerra, dovrebbero quanto meno rispettare de Maeztu in quanto esploratore ardimentoso, ulissiaco, intollerante degli steccati del pensiero maggioritario. Allo stesso modo che sono arrivati, o dovrebbero arrivare, a rispettare la passione e la dignità di un Ezra Pound  ‘americano  maledetto’. La destra e la sinistra tradizionali non hanno quasi più niente da dirci. Le rispettive coerenze hanno solo collezionato fallimenti. E’ tempo di volgerci a chi si fece vituperare da destra e da sinistra; da quest’ultima si fece addirittura uccidere: non nascondendosi, non mimetizzandosi. Fu ammazzato quale reazionario, ma reazionario non fu mai.

Conosciamo la falsità di tutte le posizioni nette e inconcusse del passato. “El antìdoto -la verità che Maeztu opponeva ai faziosi e ai puri- era “anticatolico y antilibrepensador, antirrepublicano e antimonarchico, anticonservador y antiliberal, antitradicionalista y antidemòcrata”. Gli ideologi tutti d’un pezzo del passato ci apparvero autorevoli, ma i loro insegnamenti sono finiti in nulla. E i coerenti odierni sono clamorosamente senza idee.

A.M.Calderazzi

COME CHIAMEREMO IL NEOCOLLETTIVISMO CHE DOVREMO DARCI

Morto nel disonore il comunismo, e assodata al di là di ogni dubbio l’irrilevanza delle varie famiglie del sinistrismo gauchiste, resta che l’avvenire è di una variante migliore del collettivismo. Dovrà essere opposta a quelle leninista e maoista, dovrà ispirarsi all’egualitarismo fraterno del convento, della gilda o del kibbuz. Senza la svolta neocollettivista non è concepibile alcuna delle bonifiche e delle opere di giustizia che la società attende, in Occidente come nell’Islam e altrove: ridurre a poca cosa i divari tra i redditi e le condizioni, cioè cancellare i miserabili come i veri e propri ricchi; attaccare i privilegi della proprietà, l’idolatria della crescita, la divinizzazione dell’impresa; azzerare gli abusi dell’alto mandarinato (manager pubblici e privati, top burocrati, generali) e delle professioni indecenti (politici, sindacalisti scervellati, campioni sportivi, stilisti di moda e simili). Solo la disciplina, e anche la coercizione, di un neocollettivismo ancora da progettare realizzeranno le bonifiche e le opere di giustizia. Non farà le une e le altre la sinistra convenzionale a ‘la Repubblica’: è insincera e buona a niente.

Il problema è non solo configurare questo neocollettivismo del futuro, ma anche come chiamarlo. La categoria di comunismo è definitivamente fuori gioco. Il comunismo realizzato  e quello fantasticato dagli ultimi mohicani (intellettuali con arteriosclerosi, cineasti male aggiornati, energumeni antagonisti, etc.) darebbero la certezza assoluta che mai la giustizia trionferà (e mai si spegnerà l’odio dei popoli che provarono lo stalinismo). La parola ‘socialismo’ è usurata all’estremo e in più, specialmente in Italia, Spagna e persino Francia, è sconcia. Per poterla pronunciare a tavola o in presenza dei bambini essa va accompagnata da un altro termine, p.es. socialismo del kibbuz o del convento, guild-socialism e simili.

Al suo inizio ‘Internauta’ richiamò gli apporti di Rodolfo Mondolfo al concetto di socialismo non leninista, cioè umanistico, e quelli di Ramiro de Maeztu al Guild Socialism (sorto in Gran Bretagna quale alternativa al fabianesimo; quest’ultimo si evolse nel Labour, presto ministeriale, liberista e satellite degli USA).  Qui, un anno dopo, segnaliamo con rispetto il ‘socialismo humanista’ di Fernando De los Rìos. Egli fu personaggio storico parecchio più di Rodolfo Mondolfo, che anch’egli voleva il socialismo, anzi il comunismo, libero e amico dell’uomo. Luogotenente di Pablo Iglesias  (fondatore nel 1879 del movimento socialista spagnolo,  incarcerato otto volte, Iglesias fu socialista di una razza opposta a quella dei Craxi, Felipe Gonzales, Blair, Schroeder, Zapatero), De los Rìos fu cofondatore e ministro importante della Repubblica del 1931. Durante la Guerra civile operò quale ambasciatore a Parigi e a Washington a favore della causa repubblicana. Cattedratico di filosofia politica in vari atenei, anche americani, resse brevemente quale rettore l’università di Madrid. Con Juliàn Besteiro, fu il maggiore esponente della tendenza riformista nel partito socialista e nel governo repubblicano. Nel suo nome si riassume il ‘Socialismo Humanista’.

Come vent’anni fa scriveva Elias Diaz, cattedratico a Madrid, “nulla fu più distante dal pensiero ‘humanista’ di De los Rìos dell’economicismo e del meccanicismo derivati dalle interpretazioni positiviste del marxismo”. Rifiutava di prendere la lotta di classe -quale era  nel suo tempo, violenta e persino armata- come valore e centro dell’etica socialista. E mai ammise una proprietà sociale/statale senza libertà. Lo spirito e l’esempio di De los Rios siano, anche sul piano teorico, un modello per l’oggi”.

“El humanismo -puntualizzava il professore Elìas Diaz, se vincula a una doble participaciòn: en las decisiones y en los resultados (…) Junta al Renacimiento, y sin confusiòn con el, la Reforma religiosa del cristianismo serà otra fuente inspiradora del humanismo di De los Rìos. En alguna ocasiòn se autoconfesò ‘cristiano erasmista’ (…) Pero Fernando De los Rìos se declara, sin mas, ‘no marxista’: no acepta, en principio, a Marx, por considerarlo (via Kautsky)  positivista”.  Da ministro della Repubblica come da teorico accademico, De los Rìos avversò il massimalismo della sinistra socialista (poi passata al comunismo) e invece caldeggiò la collaborazione con le forze centriste. Mai rinunciò alla coerenza socialista: “Capitalismo e umanismo sono antitetici”.

Ecco dunque una possibilità in più per chi voglia dare un nome al corso neocollettivista che l’avvenire ci promette, e che le malazioni passate e presenti ci vietano di chiamare socialista. Alle opzioni “kibbuzsocialismo”, “guild socialism” e “socialismo del convento” si aggiunge -nel nome di Rodolfo Mondolfo e di Fernando De los Rìos- “socialismo umanista” o “social-umanismo”.

A.M.C.

IL GUILD SOCIALISM CONTRO LE DISFATTE MODERNE DELL’EQUITA’

UNA VIA DI SALVEZZA II

Un’ideologia anglospagnola di un secolo fa, ispirata anche a modelli antichi, per i bisogni di socialità del mondo che va sorgendo dalla decomposizione ipercapitalista

Questo è il terzo contributo di ‘Internauta’ su Ramiro de Maeztu (i precedenti sono stati, lo scorso luglio, “Un pensatore profetico”, scritto da Manuel Fraga Iribarne;  in settembre, “Proposta di Guild Socialism”). Per quanti conoscono la storia politica spagnola (e britannica) nel primo Novecento, de Maeztu è un nome significativo.  Con Pio Baroja, Ortega y Gasset, Unamuno e altri, Maeztu fu iniziatore del Regeneracionismo, il movimento di pensiero suscitato in Spagna dal disastro del 1898 (sconfitta nella guerra con gli Stati Uniti, fine dell’Impero a Cuba e nel Pacifico). Per qualcuno, Maeztu fu il più creativo tra i rigenerazionisti.

Nel quindicennio che si chiuse con la Grande Guerra de Maeztu si fece propugnatore del Guild Socialism, una formula di libero collettivismo non marxista che fu alternativa sfortunata al Fabianesimo (poi divenuto Labour). Chi scrive precisa che, se si è fatto tardo seguace del Guild Socialism, non è perché condivida l’assieme delle posizioni di Maeztu;  una parte di rilievo, sì.

Uomo animosamente di destra al punto d’essere, allo scoppio della Guerra civile, incarcerato e poco dopo fucilato dai repubblicani, Maeztu vale come assertore di socialismo proprio in quanto la sua proposta veniva da destra. Egli respingeva la tradizionale posizione conservatrice secondo cui i proletari erano classe subalterna. Al contrario fece suo l’egualitarismo delle gilde. Sia pure richiamandosi a contesti tradizionalistici, il Nostro attribuiva al lavoro un ruolo, quindi una funzione di potere, pari a quelli del capitale. Additava la centralità del mercato e, sbagliando, considerava gli Stati Uniti il massimo riferimento dell’economia moderna.

Tuttavia considerava il liberalismo fallito e morente: infatti aderì alla Dictadura spagnola di Miguel Primo de Rivera e da essa accettò la nomina ad ambasciatore in Argentina. Ma attenzione: la Dittatura, tra il 1923 e il ’30, fu amica del popolo e del partito socialista allora rispettabile, non degli ambienti da cui Primo, generale marchese e collegato all’alta società internazionale, proveniva. Il primo inizio di Welfare della storia di Spagna fu dovuto al Dittatore, non alla Repubblica, sinistrista/popolare a chiacchiere,  sorta dopo che egli spontaneamente si ritirò (morì poco dopo in un modesto albergo parigino. Quand’era dittatore faceva frequentemente a piedi, in pratica senza scorta, il percorso da casa al Ministero della Guerra).

L’importanza di Maeztu nella storia delle idee è appunto nel suo additare da destra qualcosa di socialista. Oggi la tragedia del socialismo è che il quasi niente di esso che ancora vive, viene caldeggiato da sinistra: con la certezza che sia rifiutato, o fallisca. La non credibilità, persino l’indegnità, delle sinistre sono conclamate da molti anni. La parola stessa di socialismo è  divenuta impronunciabile.

E’ senza dubbio possibile discutere sui contenuti di radicale riforma presenti nel Guild Socialism. Però dove furono le vere trasformazioni nel ‘socialismo’ di Craxi, di Felipe Gonzales e di Rodriguez Zapatero, del Labour, delle socialdemocrazie nordeuropee, tutti ‘socialismi’ che fecero onnipotenti il capitalismo e l’atlantismo?

Di fatto il Guild Socialism era il pre-corporativismo non fascista che fu sperimentato -con successo- da Primo de Rivera e dal suo giovane ministro Aunos nei primi anni del regime militare. La pace sociale fu completa, l’opinione pubblica appoggiò (salvo gli intellettuali), l’economia sostenuta dalla congiuntura prosperò, si fecero grandi opere pubbliche, i proletari ebbero non poche case scuole ospedali e, soprattutto, le prime misure di previdenza sociale. Il generale marchese era paterno oltre che paternalista. Di fatto il popolo ricevette quanto invece la successiva Repubblica non seppe dargli: essa amava la borghesia radicale e anticlericale, non il popolo.

Al di là di alcune pratiche autoritarie -ma non oppressive né efferate: nessun nemico venne ucciso; i dissenzienti furono multati piuttosto che arrestati; il grande Unamuno fu facilitato ad evadere dal confino e  trasferirsi al di là dei Pirenei- il bonario Primo de Rivera dimostrò coi fatti d’essere dalla parte dei proletari, non dei suoi pari e parenti latifondisti o finanzieri: i quali infatti lo fecero cadere nel 1930, allorquando le spese eccessive della modernizzazione e delle provvidenze a favore del popolo, aggiunte ai primi contraccolpi della Depressione mondiale del 1929, avevano indebolito il regime militare.

La controprova dell’autentica socialità della Dictadura è, naturalmente, nel ben noto fatto che il generale Primo non sciolse il Partito Socialista, anzi lo favorì e meditò di farne il partito unico di regime; e nell’altro fatto che consigliere ufficiale di Primo nella materia sociale fu Francisco Largo Caballero socialista, massimo sindacalista del paese, il futuro ‘Lenin spagnolo’ cioè leader del massimalismo di sinistra. Largo presiedette il governo della Repubblica prima di Juan Negrin.

 

Maeztu ‘commissario  ideale’ dello svecchiamento spagnolo

Il Guild Socialism, o ‘gremialismo, o quasi-corporativismo, fu un percorso verso l’equità che Maeztu aveva vestito di tradizionalismo medievaleggiante, ma che in essenza proiettava il lavoro verso l’effettiva parità col capitale. Se oggi si ripropone il Guild Socialism, propugnato da un uomo di destra, è perché esso si differenzia e quasi si contrappone a tutti i socialismi falliti che abbiamo conosciuto. Il Nostro dette sviluppo ideologico a una grossa esperienza semicorporativa attuata negli anni di Primo de Rivera.

Peraltro Ramiro de Maeztu, figlio di una madre inglese, marito di una inglese, padre di un figlio che apparve uno dei giovani fisicamente più prestanti della razza britannica, agì per un quindicennio in Gran Bretagna e mosse da formulazioni teoriche fatte lì, a partire dalla fine dell’Ottocento, dagli intellettuali della rivista “New Age”. A Londra interagì con uomini quali H.G.Wells, G.B.Shaw, i grandi cattolici G.K.Chesterton e Hilaire Belloc, con William Temple destinato alla cattedra di arcivescovo di Canterbury, con Bertrand Russell.

Sono gli anni del massimo fulgore di quell’impero e  di quella società, gli anni del liberalismo di Asquith e di Lloyd George; nasce il socialismo evoluzionista del Labour. Si annunciano le svolte e le tensioni del modernismo, del futurismo, di altre rotture. Maeztu diviene intimo del poeta T.E.Hulme, di altri letterati del primo rango, però mantenendo distacco rispetto agli ismi e alle avventure estetiche.

Manuel Fraga Iribarne ha ricordato che Maeztu è colpito dal “profundo eticismo de la vida social britanica. Le incanta la capacidad del legislador inglés para buscar con eficacia y compasion formulas para mejorar a los humildes y desvalidos”. Scrive un libro, “Los pobres y el Estado” che non arriverà al grande pubblico. Tuttavia non diventa un anglofilo come tanti stranieri del suo tempo. Nel 1913 giunge a scrivere che “Inglaterra se muere, de horror al pensamiento”. Troppo potente “una oligarquia plutocratica, ahena a todo otro ideal que el de conservar y aumentar su poder”.

Soprattutto si convince che non è il liberalismo a spiegare la superiorità anglosassone. Per un paio d’anni si è sentito liberale, per l’influsso di Croce; ma conclude “Estas dias ha muerto definitivamente nada meno que il liberalismo economico” (uno spunto in più, dico io, per accostarci al Nostro). Anche Maeztu è arrivato a considerare prioritaria la giustizia sociale rispetto

alla libertà dell’individuo. Addita un ‘libre socialismo’, e ancora il 9 luglio 1936, otto giorni prima dell’Alzamiento dei generali, rimprovera, egli personalità di destra, alla destra spagnola di restare “paralizada por el espiritu de clase y por un conservatismo sin generosidad”. La generosità è al cuore della proposta politica di quest’uomo: verso la fine della vita annunciava agli amici che lo attendeva il plotone d’esecuzione. Così fu.

Il Fraga Iribarne politologo cattedratico, non lo statista, caratterizza così il decennio decisivo della vita di Maeztu: “Al di là del liberalismo, quello nichilista come quello plutocratico, al di là del socialismo di Stato, Maeztu cerca affannosamente altro. Lo trova in un gruppo intellettuale britannico del quale finisce col diventare capo e maestro: il socialismo ‘gremialista’ (gremio=corporazione antica) o Guild Socialism”. Il gruppo pubblica ‘New Age’, “rivista di sinistra per eccellenza; però è profondamente religioso; elabora idee al livello più alto del tempo, superiore a quello della Fabian Society. Una delle conquiste intellettuali di “New Age” è il rifiuto dell’individualismo sfrenato, perché conduce al disastro sociale.   La strada verso la Nuova Era non è il modernismo, ma un certo Medievalismo: Non è possibile parlare di società giusta senza cominciare dall’uomo morale”.

Gli uomini di “New Age” respingono la filosofia individualista e le altre scaturigini del liberalismo. Si volgono ad esplorare il passato, quel  Medioevo fatto di società organiche e pluraliste. Dal  rigetto del liberalismo essi non derivano conseguenze reazionarie. Non tentano di far rivivere il Medioevo; ma da esso vogliono imparare alcune verità”. Il Guild Socialism, rileva Fraga Iribarne, è la nuova base ideologica per una società funzionalista e giusta. Una nuova generazione di economisti, tra i quali J.M.Keynes, condivide le conseguenze etiche di questo nuovo pensiero. Altre idee-forza del Guild Socialism sono la critica del “puro poder del dinero” e della società acquisitiva; la ricerca di forme più giuste di distribuzione. Si parla anche di “distributismo”.

Ancora Fraga: “El socialismo guildista queria dar a los trabajadores non solo una cuota mayor de riqueza en el reparto, sino tambien participation y responsabilidad (…) Los gremialistas insistieron mucho que los sindicatos debìan participar en la direccion de la empresa”.  Visto il vero e proprio trionfo della Mitbestimmung germanica, è evidente che il Guild Socialism fu  pioniere di una concezione straordinariamente innovativa, rispetto alla vecchiaia e allo sfinimento del sindacalismo classista e conflittivo.

In Spagna era stato Primo de Rivera ad aprire la strada, e la politica del lavoro del franchismo aveva sì tarpato gli spunti innovativi del gremialismo e di Maeztu.  Però Franco aveva rispettato una parte delle conquiste guildiste.  La Francia invece, per responsabilità del sinistrismo, vide o volle il rigetto del riformismo lungimirante di Charles de Gaulle:  egli fu ripudiato da un paese che in lui aveva apprezzato solo il nazionalista ‘chauvin’ e il decolonizzatore. Invece il Generale annunciava ai francesi i tempi nuovi della Troisieme voie e della participation, due opzioni fondamentali per il Terzo Millennio. Il Guild Socialism è Terza Via, è Partecipazione.

“E’ indubbia -scrive ancora Fraga Iribarne- la superiorità del grande libro di Maeztu, ‘La Crisis del Humanismo’, un saggio tra i più importanti del secolo XX su democrazia e socialismo, su quante analisi produssero in quel tempo sia i liberali, sia i socialisti di Inghilterra e di Spagna”.

 

Aiutare il futuro

E oggi, che senso può avere il Guild Socialism? Intanto è un’opzione che viene da destra, sfugge perciò alla Nemesi che quasi sempre uccide gli spunti e i tentativi della sinistra.  Poi il Guild Socialism ci permette di rilanciare un concetto -il socialismo- che con i tradimenti, con la corruzione e con altri misfatti i politici socialisti avevano screditato all’estremo. Premettere ‘Guild’, quale che sia l’esatto suo tenore ideologico, vale quanto dichiarare contrapposizione rispetto a una fase recente di sconfitte e di disonore.

I tempi che si sono aperti, con le sfide della globalizzazione e il marasma dell’ipercapitalismo, esigeranno il ritorno a qualche scelta socialista; esigeranno il rilancio di una solidarietà esigente e dura. Quando il mondo di vecchia industrializzazione non produrrà quasi più nulla di essenziale e di ingente, quando offrirà al mercato quasi solo il lusso, il turismo elitario e le sofisticazioni finanziarie, sarà giocoforza redistribuire la ricchezza, se si vuole la povertà, attraverso gli ammortizzatori di massa, cioè l’avocazione dei redditi superiori, l’esilio dei renitenti, l’inevitabile compressione delle sfere individuali di libertà, la prevalenza del bene collettivo. Tutto ciò diverrà condizione di sopravvivenza, al di là della pace sociale. Occorrerà più disciplina, e il garantismo d’oggi sabota la disciplina.

In un’accezione più limitata, Guild Socialism è oggi la specifica proposta di aprire una sfera più o meno circoscritta di libera collettivizzazione. Dovrà nascere un settore organizzato su assiemi affini, ossia comunità, invece che su masse di individui. Su gilde appunto, o kibbuz, o confraternite, o comunità quasi conventuali. Uomini, donne, famiglie, aggregazioni più o meno ampie, le quali si associno accettando una ‘regola’: un patto che accentui le affinità ideali e assicuri la prevalenza del bene comune sulle istanze individuali. Una rete, dunque, di insiemi caratterizzati da una propria fisionomia e dalla comunità di ideali e oropositi. Nel  Medio Evo le gilde erano rese compatte dal cemento religioso. Oggi i cementi non possono che essere plurali, compreso il mutuo interesse a svolgere lavori, a fare acquisti in comune, etc. La prevalenza di finalità collettive andrebbe premiata da esenzioni fiscali e da servizi che siano congeniali allo Stato e ad altre entità pubbliche.

Il fine pratico principale delle gilde risulterebbe la solidarietà e il mutuo soccorso, mettendo  in comune, anche parzialmente, i redditi e le opportunità. La nostra società esigerà la resurrezione di forme antiche di solidarietà, quando il benessere e l’occupazione scemeranno al punto di cambiarci la vita.

A.M.Calderazzi

RAMIRO DE MAEZTU, PROFETA DEL NOSTRO DOMANI

Quasi ai piedi di Cristo il turbocapitalismo delle Borse e quello dei capannoni. Morte tutte le formule di socialismo e di comunismo. Mai come oggi è stato il tempo di riscoprire le idee grosse che nel passato non ebbero fortuna, e  invece sono il futuro. Prima tra tutte il Guild Socialism, o neocorporativismo antiautoritario, di Maeztu.

Maeztu è senza dubbio l’intelligenza più costruttiva tra quante la Spagna produsse nella prima metà del Novecento”.  Manuel Fraga Iribarne –  il  principale tra i liberalizzatori del regime,  preconizzato successore di Franco, ma anche importante cattedratico- traccia il profilo di uno spagnolo ‘fiorito’ a Londra come Karl Popper. Affermatosi all’inizio come liberale crociano, Maeztu divenne in Gran Bretagna la guida del movimento del Guild Socialism’, avviato da una rivista finanziata da G.B.Shaw. Nel momento di massima forza dell’impero britannico Maeztu ammonì che esso ‘moriva’ per eccesso di conservatorismo e per ‘orrore del pensare’.

Soprattutto de Maeztu intuì che il capitalismo plutocratico puro e il socialismo collettivistico non avevano futuro. Propose una via mediana basata sul coinvolgimento e sulla responsabilità dei lavoratori ( Germania docet- N.d.R.) in un quadro vigorosamente etico, senza illusioni consumistiche. Se in Gran Bretagna la vittoria politica fu del Labour, il tempo, conclude Fraga Iribarne, ha dato ragione a Maeztu. Logicamente questo intellettuale tra i più animosi di tutti fu tra i primi a cadere davanti ai plotoni d’esecuzione della Guerra Civile.

Ramiro de Maeztu cresce in quella Bilbao che alla fine dell’Ottocento è un polo di modernizzazione. Dalla madre inglese riceve influenze britanniche e protestanti. Quando arriva a Madrid diventa subito uno degli uomini più rappresentativi di quella ‘generazione del 1898′ che è la risposta autentica della Spagna alle umiliazioni di Cuba, alla disfatta per mano statunitense. A Londra, dove rimane quindici anni, entra in contatto con H.G.Wells, G.B.Shaw e gli altri della Fabian Society, con teologi, col principe Kropotkin attorno al quale volge un secolo di pensiero letterario. Un legame speciale nasce col movimento dei grandi cattolici Chesterton, Belloc e Baring. Come vedremo, il rapporto si farà intenso col gruppo della rivista “New Age”.  Maeztu ammira la capacità britannica di mettere ordine nelle cose umane, un ordine beninteso relativo e dunque flessibile. Lo impressiona la profonda eticità della vicenda sociale, così come l’attitudine del legislatore a migliorare con formule semplici la condizione degli umili.

Ma proprio il fatto d’andare a fondo dei problemi impedisce al Nostro di diventare quel che si dice un anglofilo. Vede il paese materno poco incline a pensare e troppo rispettoso dell’Establishment. Conclude che “il governo è caduto nelle mani di un’oligarchia plutocratica, indifferente ad  ogni ideale che non sia la conservazione del potere”. E’ il momento in cui Maeztu cessa d’essere liberale e di cercare nel liberalismo la spiegazione della superiorità anglosassone. Nel 1912 scriverà: ” In questi giorni sono definitivamente morti niente meno che il liberalismo e l’empirismo, i due grandi principi dell’Inghilterra moderna”. Maeztu punta a quel ‘libero socialismo’ che è il suo aspetto più interessante; egli non rinuncerà mai all’ideale della giustizia sociale. Un suo articolo su ‘ABC’ il 9 luglio 1936 rimprovererà alla destra spagnola di restare paralizzata dallo spirito classista e da un conservatorismo ingeneroso.

Nel decennio più significativo della vita Maeztu fa una scelta fondamentale. Al di là del liberalismo ‘nichilista’ (cioè povero di soluzioni per le società moderne), al di là del socialismo burocratico e dittatoriale, Maeztu cerca con impegno un’altra cosa. La trova in un gruppo intellettuale britannico del quale diventerà capo e maestro: il movimento conosciuto come ‘guild socialism’ o socialsindacalismo. Si esprime nella rivista “New Age”, sorta nel 1907 con un capitale per metà sottoscritto da George Bernard Shaw. E’ il foglio di sinistra per eccellenza, però respinge i facili dogmatismi e si stacca dal laburismo ufficiale, che va diventando collettivista e burocratico, per elaborare la teoria del socialsindacalismo. Il circolo di “New Age” è profondamente religioso, lontano dunque dal positivismo spenceriano e dal materialismo dialettico. I termini puramente economico-sociali del problema politico confluiscono in una concezione più generale dell’uomo e della cultura.

Gli uomini di “New  Age” respingevano la filosofia individualista, nonché il Rinascimento, la Riforma e l’Illuminismo, antecessori del liberalismo. Ma da tale ripudio non traevano conseguenze reazionarie: troppo intelligenti per proporre restaurazioni impossibili. Avevano sì guardato al Medioevo, alle sue corporazioni come alla sua temperie, ma per imparare a costruire il mondo contemporaneo. Ripudiato il socialismo di Stato e naturalmente il marxismo, svilupparono la concezione di una società organica, pluralista, funzionalista, giusta. Il loro ‘guild socialism’ era contro il liberalismo e contro il progressismo, ma al tempo stesso era pluralista e antiautoritario. Un anticapitalismo, inoltre, che era critica di una società basata sul puro potere del denaro; ricerca di forme più giuste di distribuzione della ricchezza (in quegli anni Belloc e Chesterton parlano di ‘distributismo’ come alternativa al capitalismo e al marxismo) e un funzionalismo, o ‘principio funzionale’, per il quale a ciascun individuo o organizzazione si deve dare libertà e autorità in proporzione al contributo che dà al tutto sociale.

Il socialsindacalismo voleva dare ai lavoratori non solo più condivisione della ricchezza, ma più partecipazione e più responsabilità. La vittoria politica andò ai Fabiani cioè agli ispiratori del Labour, ma la vittoria intellettuale spetta ai Guild Socialists, perché il tempo ha dato ragione a loro: il socialismo di Stato non ha risolto i problemi sociali e il sindacalismo tradizionale, agendo senza responsabilità, sta distruggendo in molti paesi l’ordine economico, sociale e giuridico. I Guild Socialists, che raggiunsero il massimo di influenza negli anni 1915-18, proponevano un socialismo più umano e meno collettivista. Insistevano sulla partecipazione dei sindacati alla gestione dell’impresa. Desideravano un’autentica decentralizzazione sociale, l’allegria del lavoro, la partecipazione.

Nel movimento Ramiro de Maeztu fu l’uomo che si impegnò su una formulazione generale, su una sintesi organica. Lo riconoscono tutti gli studiosi del Guild Socialism. La sua dottrina  politico-sociale è una delle  piu complete e interessanti del secolo. Senza dubbio in quegli anni il mondo spagnolo non ne esprime una migliore. E’ innegabile la sua superiorità su quanto produssero in Inghilterra sia i liberali, sia i socialisti. Le cose hanno dimostrato che Maeztu ha ragione quando sostiene che né il liberalismo, né il marxismo  risolvono i problemi delle società moderne. Per esempio, “non c’è alcuna ragione perché il capo di una grande industria o banca debba essere particolarmente ricco. Deve ricevere denaro per le necessità dell’impresa, non per i vestiti della moglie o per i vizi dei figli”.

Piuttosto che di libertà, il Nostro preferisce parlare di partecipazione al governo. “E’ il concetto romano, non quello liberale, della libertà”. Altrove sostiene che sono importanti ‘istituzioni che obbligano a pensare’, più che il mero diritto di pensare. Detto questo, Maeztu è fautore aperto dell’organizzazione democratica. All’obiezione che è il regime dell’incompetenza risponde che “gli uomini non impareranno mai a governarsi se non avranno l’occasione di farlo, di sbagliare e di correggersi”; e poi “la competenza non è collegata ad alcuna forma specifica di governo”. Per Maeztu sono storicamente falliti sia il principio autoritario, sia quello liberale: “Russia e Spagna sono esempi di ciò che costa il primo; i paesi anglosassoni, delle carenze del secondo”.

E’ fondamentale la questione della proprietà del capitale: “E’ male che gli strumenti di produzione siano monopolio dei proprietari. La maggior parte dei lavoratori dovrebbero partecipare alla proprietà”. Ma naturalmente Maeztu respinge il socialismo di Stato. In definitiva mira ad una società libera dal potere corruttore del denaro, cioè sottoposta al controllo sociale. La vuole austera, persino spartana, perché non crede al mito della ricchezza per tutti. (“la povertà del povero sparirà solo con la ricchezza del ricco: sono la stessa cosa”). Non crede che la riforma generale possa venire senza il conflitto. Se ritiene indispensabile un sistema di socialismo neocorporativo è in quanto “non si è inventato altro mezzo per ottenere che il lavoro cessi d’essere una mercanzia a disposizione dei ricchi, e per consentire ai lavoratori una partecipazione al governo della produzione”. L’essenza del suo congegno è “l’unificazione di capitale, direzione e lavoro nella gestione dell’impresa”. Il libro che enuncia queste idee, “La crisi del Humanismo” è uno dei saggi più importanti del nostro secolo sui problemi di una vera democrazia e di un socialismo umano,

Quando torna in Spagna Maeztu mantiene totale coerenza coi suoi principi. In piena dittatura del generale Primo de Rivera si professa ‘uomo di centro’, spiegando in un famoso articolo del 1924 che sia negli uomini di destra, sia in quelli di sinistra “metà dell’anima è addormentata”. Abbastanza presto lascia il paese per fare l’ambasciatore in Argentina. Nel 1933 si dichiara ‘non fascista e ‘internazionalista’; respinge Mussolini e Hitler. Insiste fino all’ultimo nell’auspicare un movimento politico in cui destra e sinistra si risolvano.

Manuel Fraga Iribarne

Chiosa

Chi edificherà la Quarta Repubblica -la Terza, degenerazione delle Prime Due, si decompone già- dovrebbe fare suoi, uno per uno, tutti i punti del neocorporativismo di Maeztu: l’odio all’oligarchia conservatrice, il distacco finale dal liberalismo ‘nichilista’ e dal progressismo inconcludente e truffaldino, la negazione del consuetudinario omaggio al Rinascimento e all’Illuminismo laicista. In un altro angolo di INTERNAUTA (“Presente amaro”) uno di noi propone, vista la vacuità del presente, di tornare ad alcune idee-forza del passato. Ramiro de Maeztu ne addita alcune, con ben altra autorità e forza profetica.

Oggi che si considerano ipotizzabili la bancarotta degli Stati Uniti e il crollo della capacità competitiva delle economie occidentali; oggi che non si vedono rimedi al baratro tra ricchi e poveri, alle retribuzioni forsennate degli alti manager, alle ruberie dei politici e a cento altre patologie, le formule enunciate un secolo fa da Maeztu promettono la resurrezione della socialità nei termini del III millennio. Perché la promettono?

Perché tolgono l’appalto della giustizia sociale alle sinistre disoneste e buone a niente e obbligano i cittadini qualificati ‘a pensare e a governare’.

A.M.C.