REO SUBITO chi non chiuderà e non venderà la Reggia

“Un giorno sarà reato da impeachment non chiudere e non vendere il Quirinale” intitolavamo giorni fa. Sbagliavamo. Non ‘un giorno’ bensì ‘oggi’ è il reato, persino più grave di quel che credevamo. Abbiamo appena appreso che il numero delle sale e saloni della Reggia è controverso: “c’è chi ne calcola 800 e chi quasi 2000, considerando le adiacenze e dipendenze e trascurando una chiesa e qualche cappella”.

La superficie coperta è dichiarata di 180.000 metri quadrati: ci vivrebbero 2000 famiglie medie (in realtà il quintuplo, o più, se si soppalcasse). I giardini papali/reali misurano 4 ettari “dai quali si domina la città eterna, ornati di statue antiche, piante rare e arricchiti perfino da una fontana musicale”. Insomma, uno dei misfatti più grossi del papato cinquecentesco, operati da pontefici praticamente tutti finiti all’Inferno.

Il giornalista di corte Marzio Breda, nell’introdurre con orgoglio due intere paginate del ‘Corriere’ sulla nostra Versailles, segnala con signorile distacco che “al Quirinale c’è troppo poca intimità; troppo affollata la corte di persone che ti si muove intorno, ricorda Mario Segni, che ci veniva a trovare il padre Antonio, capo dello Stato”.

La Reggia dei papi nemici di Cristo richiede 1720 dipendenti: personale militare e forze di polizia distaccate, 819; personale comandato e a contratto, 102. Personale di ruolo,799. I costi, sempre secondo le due pagine apoteotiche del ‘Corriere’, 243,6 milioni (bilancio di previsione 2013), di cui: per il personale in servizio 53,8%, per pensioni 37,1%, per beni e servizi 9,1%.

Inorgogliamoci un po’ di più: il Reggimento dei Corazzieri -così utili anzi imprescindibili- esige altezza minima 1,90 e la perfezione nel cavalcare i destrieri, “nonché le moto Guzzi California”. Infine, ora sappiamo che Enrico De Nicola, primo inquilino della Reggia, era insignito di 2 onorificenze, Antonio Segni di 10, Cossiga di 35, Napolitano di 13. E’ evidente che sulla distanza l’istituzione quirinalizia va rafforzandosi, al contempo virando verso rinunce spiccatamente penitenziali.

Dunque 180.000 mq. L’intero Campidoglio di Washington, sede delle due Camere del Congresso, non va oltre 56.000 mq,: roba da edilizia proletaria rispetto al palazzo dei 30 papi, 4 re sabaudi e 12 presidenti della repubblica più di tutte le altre voluta e presieduta da compagni di lotta dei lavoratori. Peggio: “in confronto al Quirinale, la Casa Bianca è una casetta di campagna” (Francesco Merlo, di ‘Repubblica’. Comincia a guadagnarsi meriti, F.Merlo). Sulla facciata della Casa Bianca si contano due dozzine di finestre; quante centinaia su quella della reggia dei papi, che per costruirla affamarono i poveri?

Parliamo fuori dei denti. C’è qualcuno che, con metà dei giovani senza lavoro, un milione di persone che nel 2012 non ha ricevuto alcun  reddito e il dramma dei suicidii, non veda l’infamia di tenere aperta per vanagloria una Versailles che costa oltre dieci volte il giusto e dove papa Francesco si vergognerebbe di entrare? Per una sede più piccola, più consonA ai tempi che viviamo, dovrebbero bastare 150 ciambellani e lacché, non 1720. Gli stipendi e i vitalizi di questi pochi risulterebbero, come sono, spregevolmente alti. Andrebbero miniaturizzati, previa cancellazione generale dei ‘diritti acquisiti’ che valgano più di duemila euro al mese.

Papa Bergoglio ha tolto 25 mila euro annui a ciascuno dei cardinali preposti allo IOR. Noi invece paramarxisti e simili ci teniamo la Versailles del colle più alto. Luigi XVI e Maria Antonietta che si ostinavano col loro Ancien Régime finirono di ghigliottina. L’intera famiglia allargata dello Zar del 1918 fu sterminata. Noi virtuosamente indulgiamo: e sì che il nostro Buckingham Palace non attira abbastanza turisti.

E’ innegabile la ferocia di destinare un quarto di miliardo l’anno  allo sfarzo pretenzioso anzi comico, allorquando i programmi collettivi vengono tagliati incessantemente. Martellano ogni giorno le notizie sull’aggravarsi della povertà degli umili, sulla chiusura di imprese, sui gesti di disperazione mortale: tragedie che sarebbero alleviate, persino scongiurate, se ripudiassimo le categorie e le spese della rappresentanza, i precetti del cerimoniale, le prassi del protocollo e della diplomazia: imperativi e obblighi tutti deteriori, ripudiati sempre più largamente dai tempi che viviamo. Se le cancellerie e le ambasciate si offendono, facciamone a meno.

Non chiudere il Quirinale -nonostante il suo mostruoso valore immobiliare- è l’espressione estrema di uno spirito reazionario, anzi folle (Bufalino, lo scrittore, chiama mascalzoni coloro che non vogliono cambiare niente). Investire tante risorse nel trattamento di un sommo dignitario aveva un senso, sia pure odioso, quando il capo dello Stato, il sovrano, era l’Unto dal Signore.

Non in un futuro indeterminato, bensì a breve, entro il secondo mandato di Napolitano, occorrerà metter fine al fasto monarchico attorno al Primo Cittadino. Se volesse cancellare il misfatto dei fondatori della repubblica/traditori dello spirito repubblicano, nonchè delle undici presidenze che hanno preceduto l’attuale nata ieri, Napolitano dovrebbe motu proprio cancellare quasi tutti i riti quirinalizi, obsoleti e colpevoli, anzi dolosi.

Altrimenti dovranno essere i segmenti di punta del paese, in testa i giovani e le schiere sempre più folte dei disgustati, a mobilitarsi, a denunciare, ad esigere. Lo sfarzo è malazione e scandalo, è negazione sfrontata dei principi di una collettività responsabile, è insulto al millenario ideale della semplicità repubblicana. Statisti e governanti che recidiveranno nell’affronto andranno processati e impeached.

Antonio Massimo Calderazzi

MASSIMO GIANNINI SCORDA LE REGOLE DEL GIOCO OLIGARCHICO

Il vicedirettore di Repubblica, che da qualche tempo appare più saggio del suo direttore, e quasi l’opposto ideologico del Fondatore neolegittimista, rampogna il Colle perché intima alla magistratura di fermarsi, di non perseguire un Cagliostro da Arcore al punto di impedirgli di fare l’oligarca, capo dell’opposizione e coprotagonista della democrazia. Se i magistrati obbediranno, chissà perché, la prescrizione sancirà il diritto di Cagliostro all’impunibilità.

Ma che si aspettava Giannini? C’è logica, dunque prevedibilità piena, nell’azione dell’usufruttario del Colle. Scelse, quando i tempi furono maturi, di passare dal comunismo alla democrazia occidentale. Da allora, coerente con la scelta, ne accetta le conseguenze e le derivate. Aveva professato l’internazionalismo, oggi è il patriota che celebra oltremisura il sesquicentenario dell’Unità (lo celebra in un tempo di disdetta per ciò che presiede) e bacia in Quirinale i marò che hanno ucciso, non per cattiveria ma per difendere la (petroliera della) Patria.

Nella Guerra fredda era stato antiamericano ‘senza se e senza ma’, oggi va a rapporto alla Casa Bianca, grato del riconoscimento della fedeltà atlantica di Roma e sua personale. Ha più volte definita “giusta” la guerra nell’Afghanistan. Aveva condiviso lo storico antimilitarismo dei socialisti occidentali; oggi enfatizza all’occasione il ruolo delle Forze Armate di cui è il supremo comandante, ne difende i costi, lascia comprare F35 e sommergibili in una fase buia della nostra economia (come ci difenderemmo dal nemico?). Aveva a viso aperto parteggiato per i poveri, ora autorizza a tagliare il sostegno agli scolari storpi e ciechi. Benché incline a gusti sartoriali patrizi, aveva indossato le tute e i camici morali dei proletari. Oggi si lascia inneggiare per non avere in nulla mortificato la pompa e il costo della reggia pontificia (dei tempi peggiori del papato) e sabauda, nonché di varie dipendenze. Corazzieri, palafrenieri, ciambellani e lacché ringraziano per paghe e vitalizi eccellenti.

Tutto ciò discende dal distacco degli storici ormeggi del 1945-90 e dalla conquistata omogeneità all’oligarchia istituzionalizzata dalla Costituzione stesa dai giuristi di regime. Il berlusconismo è componente forte dell’assetto oligarchico: è naturale che l’Alto Garante ne protegga il  capo, per pessimo che sia. Giannini, perché ti sorprendi? Non ricordi le regole del gioco?

Alleggerire il carico scongiurerebbe lo stallo del trimotore Italia. Tra le casse da far cadere nel vuoto c’è il parlamentarismo/partitismo, dunque la Costituzione del malaugurio. La cabina di pilotaggio non permette, il trimotore perde quota, nell’atterraggio di fortuna potrebbe sfasciarsi.

Se regnassi tu Massimo Giannini, e arrivasse una calamità grave, a fini di salvezza non metteresti da parte istituzioni e procedure? Non promuoveresti tra l’altro l’allungamento dei termini della prescrizione? Non sospenderesti il parlamento, se coi i suoi ritmi e regolamenti avvicinasse la bancarotta? Ti aspetti che sia il Quirinale a sventare i ricatti del parlamentarismo e di quella summa iniuria che è il summum jus. Ma dimentichi che il Quirinale assegnò a Mario Monti il mandato stretto di salvare la gestione partitocratica. Ora quella gestione, della quale il Pdl è socio è pesante,  esige l’impunità per Cagliostro.

Tu vorresti che il Colle esercitasse una saggezza diversa: ma la Costituzione non lo permette. Tienitela.

Porfirio