PUTIN’S EVIL AND THE COMPLICITY OF THE CHURCH

“No man can serve two masters. Either you will hate the one and love the other, or you will be devoted to the one and despise the other.” (Mt. 6:24)

Putin ordered the hit on Nemtsov as he has done on seven others: Paul Khlebnikov, Alexander Litvinenko, Boris Berezovsky, Anna Politkovskaya, Natalya Estemirova, Anastasiya Baburova, Stanislav Markelov. Putin, the leader of one of the most powerful nations in the world, is nothing but a serial killer. He would have done Stalin proud as a KGB-politician where reason, commonsense, honesty, incorruptibility and freedom of speech are eschewed for the more brutal political arts of deception, corruption, dishonesty, propaganda, and murder. It is baggage Russians just can’t seem to get rid of. From its founding under Peter the Great to the present day, Christian morality has had little or nothing to do with Russian governance. Power alone is worshipped. Truth, Goodness, Wisdom, Temperance, Simplicity—these have had no influence on Russian life whatsoever. The only honest leader Russia has seen in many centuries was himself a victim of these evil forces—Mikhail Gorbachev.

The root problem is the Orthodox Church. Historically, it has made a pact with the devil. The Kremlin says “Don’t enter politics, and as a reward we’ll let you continue to hold your (poorly) attended services. Just don’t mix politics and religion—and your future will be secure .” To which the hierarchy of the Russian Orthodox Church, historically, has willingly and obediently responded with an enthusiastic Yes! And so, in exchange for a bit of earthly power, the Russian Orthodox Church has closed its eyes to oppression, corruption, cruelty, dishonesty, and murderous domestic and foreign policies. Instead of allowing religion to change the hearts of men, so that a new society can emerge, one devoted to the entire nation’s spiritual and material well-being, it has allowed evil to flourish, mistakenly thinking that its true power comes from man and not from God.

Without strict morality, no government—or church—can lead its people well and truly. We in America like to point fingers at other countries or leaders while ignoring the overwhelming stench of corruption everywhere present. The Republican Party, for example, is brazenly corrupt, being nothing but the hand-maiden of the 1% richest in the land. (As one example, it has sided with Corporate America in its campaign against the idea of climate change, so corporations won’t have to spend money to eliminate pollution. The welfare of the US and the world counts for nothing here. Naturally the biggest polluters reward their servants handsomely come re-election time. And so it goes in American politics.) Moreover, the only religion that seems to gain adherents today in America is the religion of complicity with evil, the religion of gross ignorance, and the religion that talks of Christ but in practice embraces the (d)evil in the guise of Avarice, which issues into mere Power—power to serve the richest 1%.

Russia, situated as she is between the East and West, could have proved to be inestimably powerful in a good way as a mediating force between two different, and often competing, world-views. Instead, her rulers—evil almost to a man (or woman)—have thought only in terms of increasing their own mundane power and wealth. Sadly, the Russian Orthodox Church could have played a world-historic role in Russia as the guarantor of Virtue and Wisdom, with all that that implies politically. Instead, it sold its soul to the devil for a handshake and little more.

Len Sive Jr.

UCRAINA: HA UN GROTTESCO NOBEL PER LA PACE IL PIU’ GUERRAFONDAIO DI TUTTI

Con una parte delle sue azioni l’Urss meritò ampiamente di sfasciarsi alla fine del comunismo. Da quel momento l’Occidente vittorioso  fu di fatto legittimato a impadronirsi di pezzi dell’eredità sovietica. Hanno fatto così tutti gli imperi della storia.

Tuttavia c’è un carattere sinistro,  e al tempo stesso grossolano, nel tentativo di Obama di tenersi l’Ucraina, la preda più recente, grazie all’inverosimile minaccia della  terza guerra mondiale.  Washington può fare molte cose terribilmente pericolose. Non una spedizione contro la Russia. Si sa che fallirebbe come fallirono Bonaparte e Hitler. E’ finita male ogni  guerra di conquista statunitense dal conflitto di Corea in poi. Per affrontare le armate e l’arsenale nucleare di Mosca la nazione americana dovrebbe possedere lo sprezzo della vita dei kamikaze nipponici, il sinistro eroismo di quelli islamici estremi.

All’occorrenza gli americani sterminano: cominciarono a farlo in grande in Vietnam, Laos e Cambogia. Ma non sono veri duri. Nel 2013 si sono suicidati 259 militari americani in servizio. Non sono felici: un quarto dei detenuti del mondo sono nelle carceri degli USA (che fanno solo il 5% della popolazione del pianeta). E oltre certi limiti stanno attenti al loro denaro (le imprese irakena e afghana sono loro già costate 6 trilioni di dollari). Le loro installazioni atomiche hanno divorato 40.544 kmq, ma il congegno di gestione dell’Armageddon finale è temerario: per autorizzare un attacco nucleare statunitense sono sufficienti due persone.

Stando così le cose, Obama sta solo bluffando sull’Ucraina. Però non sembra avere la saggezza di dare ascolto al vecchio Henry Kissinger, che da segretario di Stato sapeva essere falco. Kissinger giudicò una scempiaggine circondare di rampe di lancio i confini europei della Russia (la scempiaggine Obama la fa, ma non l’ha avviata lui). E’ che, essendosi volontariamente condannata a caricarsi di un apparato bellico mostruoso, dimensionato sulle evenienze più inverosimili, l’America è stabilmente condizionata a cercare qualche utilizzazione per le sue forze armate. E poiché la creazione artificiale di necessità militari risulta spesso controproducente, Washington ricorre più spesso di prima alle covert operations  e alla sobillazione politica.

Ecco nello scacchiere est-europeo il susseguirsi delle Color Revolutions “per amore della libertà” (e del consumismo), tutte suscitate o fomentate da centrali quali la CIA. Hanno portato al potere numerosi fautori dell’allineamento agli USA e alla Nato. La prima di queste rivoluzioni ‘color’ abbatté in Serbia, nel 2000,  Slobodan Milosevic (per la verità non uno stinco di santo). Tre anni dopo fu la volta della rivoluzione “delle Rose” in Georgia; nel 2005 quella delle Arance in Kirghisistan (il nome si confonde con quella Arancione, tanto più importante in quanto ha dilaniato l’Ucraina).

Nella logica della nuova Guerra Fredda, tutto ciò è naturale. Ma è una logica canagliesca, sfrontatamente provocatoria. Sembrava che oltre mezzo secolo di distensione Est-Ovest avesse prodotto un gentlemen’s agreement: ciascuna superpotenza non doveva invadere la sfera storica dell’altra. Quindi, p.es. l’antica Urss non doveva seminare mine di sovversione comunista in Messico. Invece Washington,  dopo avere satellizzato gli Stati ex socialisti d’Europa e varie repubbliche asiatiche che avevano fatto parte dell’Urss, ha intrapreso la conquista dell’Ucraina, che è culla e madre della nazione russa: quanto meno dal 988, quando Vladimir il santo, ‘gran principe’ sovrano di Kiev, si fece cristiano e presto Kiev si confermò capitale di tutti i principati dell’area russo-meridionale. Vladimir fu canonizzato nel XIII secolo, ma da pagano aveva avuto varie mogli e concubine.

Washington sta semplicemente cercando di sventare il sogno di molti, di una rinascita della Russia dopo le umiliazioni di venticinque anni fa. Non che meritino ammirazione e solidarietà tutti i secoli dell’egemonia russa sugli Slavi. Una delle decisioni più criminali della storia universale fu, nel 1914, l’ordine dello zar Nicola II, plagiato dal ministro degli Esteri Sazonov, di mobilitazione generale contro Vienna e Berlino. Provocò -soprattutto in conbutta col revanscismo del francese Poincaré- due conflitti mondiali concatenati, molte decine di milioni di morti, varie grandi rivoluzioni, un susseguirsi di sismi sociali (e lo sterminio della famiglia imperiale, cominciando da Nicola).

Tuttavia la Russia è troppo centrale alla storia e alla civiltà di due continenti per non avere diritto ad asserirsi di nuovo, a 98 anni dall’avvio della fosca esperienza leninista-stalinista.

Anthony Cobeinsy

LETTERA DA SAN PIETROBURGO

L’Europa non capisce la Russia. Mercato contro patriottismo

Trovarsi in Russia in un momento come questo, pur da studente squattrinato, è, per certi aspetti, un privilegio. Non tanto perché è molto conveniente fare la spesa e andare a teatro, grazie al tasso di cambio dell’Euro che, in questi giorni, si aggira intorno a quota 67 rubli; molto più interessante è osservare l’effetto economico e soprattutto politico delle sanzioni di UE e USA.

Le sanzioni sono uno strumento squisitamente occidentale, diciamo Americano, per rimettere i riga gli “stati canaglia». Sono un’arma spesso inefficace, ma che si sta affilando sempre di più. Se decenni di sanzioni non sono riusciti a rovesciare i regimi di Cuba e Nord Corea, è possibile che Putin, se non trova mercati e fonti di sviluppo e di credito alterativi all’Occidente, possa perdere molta della popolarità che ha ottenuto con il suo quindicennio d’incredibile crescita economica. Tanto più che le sanzioni colpiscono la Russia in un momento difficile: il prezzo del petrolio è sceso intorno ai 60 dollari al barile, i prezzi salgono a vista d’occhio e l’ economia russa è ufficialmente in recessione.

Ma al cittadino russo importa poco dei numeri. Ciò che più ferisce i Russi, popolo molto suscettibile, è che l’Europa si sia messa a fare da pappagallo all’America e abbia, a propria volta, imposto sanzioni. Più volte, giovani e meno giovani, da studenti a baristi, mi hanno espresso il loro sincero dispiacere per questa situazione, che loro prendono sul personale, e si sono molto rasserenati quando garantivo loro che io, al posto dell’UE, non avrei imposto questo tipo di sanzioni. I Russi amano gli europei e vogliono i prodotti europei. E’ divertente aggirarsi per i supermercati e contare la quantità di riferimenti all’Europa. Ne ho appuntati alcuni. Sul latte in polvere ed il caffe spesso si trova scritto« qualità europea». Il caffè istantaneo, tipo Nescafé, ma russo, richiama «le mattine a Parigi». La passata di pomodoro è «buonissima», e la marca locale di pasta annuncia che è proprio cosi che mangia « la vera Italia».

Sembrerebbe, dunque, semplice: vietare ai russi i prodotti europei e peggiorare gli indicatori macroeconomici è sufficiente per causare una rivolta anti Putin e, quindi, un riallineamento alla visione del mondo di Washington. Forse sarà cosi e non sarebbe, forse, un male per la Russia trovare un nuovo leader, ma l’Europa e l’ America non capiscono fino in fondo che la Russia, prima di essere un Mercato, è una Patria.

C’è un fattore storico. La Russia per quanto si avvicini all’Europa, resta sempre Russia. Si pensi alla campagna militare di Napoleone. La classe dirigente russa e gli alti ranghi dell’esercito erano talmente esposti all’influenza della Francia che non solo parlavano francese meglio del russo, ma addirittura, durante la guerra, gli ufficiali russi erano vestiti come gli ufficiali francesi. Questo creava non pochi problemi, e succedeva che ufficiali russi finissero crivellati dai colpi dei propri soldati. I generali e ufficiali russi allora non trovarono altra soluzione che smettere di radersi. Con la barba tornò a poco a poco la lingua russa e l’idea del popolo russo come popolo eletto, benedetto da Dio. E, quando Napoleone entrò a Mosca, i generali russi ordinarono di appiccare il fuoco alla città per non farla cadere nelle mani di un francese, per quanto straordinario.

Il popolo russo, se vuole, può soffrire pene indicibili, e non c’è argomento più convincente per lui che farlo in nome della terra russa. Nessuna sanzione eguaglierà mai la carestia indotta dall’assedio di Leningrado, protrattosi per 900 giorni ad opera dei tedeschi, assedio ancora fresco nelle menti e nell’identità di Pietroburgo, definita “citta eroe” dal governo Russo.

Oggi, peraltro, non c’è bisogno di autodistruggersi, né di soffrire la fame, per salvaguardare la propria identità. Il mondo non è solo l’America e l’Europa. Se le altre nazioni BRICS, dotatesi da luglio di una propria banca di investimento, la New Development Bank, riusciranno a fornire il credito necessario, forse le cose possono cambiare. In un mondo multipolare, le fonti di sviluppo e di credito devono essere tante e non solo l’occidente. Un occidente che fatica sempre più a capire la Russia, e quindi a dialogare sullo stesso piano. Turchia, Cina e India, al contrario, hanno firmato o negoziato negli ultimi mesi contratti da favola col governo russo, ottenendo chi sconti sul gas, chi promesse di ulteriore cooperazione in termini di energia, sicurezza e sviluppo.

La Russia, come diceva Churchill, è un indovinello racchiuso in un enigma avvolto in un mistero. Ma oggi, a differenza di allora, non c’è solo l’occidente a cercare di risolverlo. Se i cinesi, gli indiani o i turchi arrivassero alla soluzione prima di noi?

Raimondo Lanza di Trabia

EVIL UNOPPOSED

Europe today is experiencing déjà vu: a frightful reliving of the accommodation to evil of the 1930’s, when France, England, and Italy permitted Hitler’s seizing of the outer rim of Czechoslovakia  which bordered  on Germany, called the Sudetenland, and   home to Czechoslovakia’s approximately three million ethnic Germans. The Sudetenland was an important industrial and banking area; it also formed Czechoslovakia’s formidable defense perimeter—a perimeter so heavily fortified that Hitler himself acknowledged that had he been forced to attack it, his troops would have suffered very heavy losses. But he didn’t have to worry: for Europe handed it to him, gratis.

Hitler’s pretext for wanting to absorb the Sudetenland was the skillfully managed propaganda campaign of public discontent among Czechoslovakia’s three million Germans. Putin has surely read his history, for he accomplished the same feat in Crimea. This manufacturing of discontent today among Russian-speaking peoples, in the Ukraine and in other nations, is Putin’s rationale for seizing the former territories of the Soviet Union. This is the same pretext for intervention that Putin used earlier when he invaded Georgia. And just as Hitler counted on a muted response from the West to his annexation of the Sudetenland—and was not disappointed—so Putin harbors similar expectations: If he invades eastern Ukraine, as now seems a real possibility with the buildup of tens of thousands of heavily armed Russian troops on the Ukrainian border, buttressed by tanks, artillery, missiles, and other heavy weaponry—Putin is counting on NATO being too timid to engage Russia’s upgraded, well-trained modern military.  In this he is undoubtedly prescient. Europeans have so far evidenced no stomach for war, least of all on European soil. To the world’s shame, it appears that Ukraine must stand or fall by her own efforts. The European powers in the 30’s sacrificed Czechoslovakia to Hitler’s ever-growing geo-political ambitions, through its policy of appeasement, hoping that his libido dominandi would soon be sated…but it wasn’t. Churchill said at the time to the appeasers, “You were given the choice between war and dishonor. You chose dishonor, and you will have war.” Is it déjà-vu in Europe?

It is always surprising to see, in every age, how many people either turn a blind eye towards evil, or rationalize it, or else sanction it by adverting to the Bible, in their bid to clothe their complicity in the garb of righteousness. France is adamant about honoring her military  contract  with Russia for the sale of two Mistral-class amphibious assault warships, which will undoubtedly be used in the future against other former Soviet Block countries as Putin proceeds step-by-step with his plan of Russian Empire-reconstruction. France is selling these powerful ships in spite of Russia’s dishonorable direct support, and now open leadership, of the Ukrainian Separatists, the downing of the Malaysian airliner with a Russian missile causing 300 deaths (which the UN says may well be a war crime),  evidence tampering at the crash site so that no direct evidence can  link Russia to the passenger jet, the looting of personal possessions from the bodies of the dead, the Separatists’ refusal to collect all of the bodies strewn helter-skelter around the crash site, and an unending stream of bald-faced lies and childish, pathetic  responses from Moscow.

The British, too, until now, have refused to allow any broad economic sanctions against Russia, fearing that they might hurt London’s commercial banking/investment business; and in Germany, arms manufacturers are anxious to finalize their quarter of a billion arms sales to Russia, which includes an important battle simulator, since not to do so would result in lower earnings for the arms sector. For the modern corporation, to its shame, it is always profit before honor: Profit ueber Alles!

We are on earth, at our longest measure, for 6 or 7 fully productive decades, then comes The Final Wait, when our life-journey’s trajectory shall, upon death, be  scrutinized in the harsh light of eternal principles. Yet there are many who nevertheless prize these few decades above all law and morality. Putin is one of them. U.S. Vice-President Joseph Biden brazenly told Putin that when he looked into his eyes, he could find no evidence of a soul. “Then we understand each other precisely,” replied Putin, agreeing completely with Biden’s psychical diagnosis.

Long association with evil, as has been true with Putin, does indeed destroy one’s soul. But so too does accommodation to evil. The West has yet to stand up fully to Putin, fearful of suffering either economic or military consequences. But by not doing so they stand with Putin, not against him.  There is now talk of real economic sanctions being levied against Russia after the downing of the aircraft. If true, they come none too soon. Like it or not, righteousness is a strict Either/Or. We either oppose Putin in unity, sure of our just cause, come-what-may, or else we join hands with him in aiding and abetting his unjust cause. But we can’t do both.

Len Sive Jr.

THE PUTIN GAMBIT—CHECK!

There are some people for whom the most elementary truths are just beyond their ken. Putin is one of these. He just doesn’t get it. People—nations—want to be free. It is just that simple. His KGB background, which depended ultimately on coercion, has saturated his soul so that it is impossible for him to think otherwise. Evil is blind.That’s its fatal weakness. Putin doesn’t get it because he has used force, intimidation, or coercion his entire adult life, with impunity. That’s his vision of reality as well as his personal modus operandi. But people inherently want and need freedom and self-determination. Man was born to be free. If the power of the Soviet Union should miraculously come to life again, so would its fatally coercive nature. Such affects the entire society top to toe, from foreign and domestic policy to academia to personal freedoms and human rights to economics. This many former Soviet Block countries understand only too well and so want nothing to do with Putin’s play for power. Putin blames the West for this, when in reality he has no one to blame but himself.

It is pathetic, yet comical, to watch this ex-spy at work—threatening and bullying (Putin’s a classic bully) to try to keep the West from encroaching on the territory of the former Soviet Union. What is beyond his understanding—and this then makes him a tyrant (and God’s enemy) –is that in foreign policy as in life, threats and bullying are self-defeating. Christ’s “Love your neighbor as well as your enemy” is something Putin, like all tyrants, just can’t understand—because they don’t want to. Had Putin showed the same kind of helping spirit that the EU has shown, earlier to Georgia and Moldova, he might then have got his Ukraine at no extra cost. But to ask a tyrant to become a saint is, of course, impossible. When Putin meets his Maker to receive his judgment, as we all must one day, he will hear this ringing in his ears: “What you did to the least of these, you did unto me.” Only then will tyrants like Putin begin to understand the power and the glory, but also the judgment, of Love—but then it will be too late.

All tyrants and dictators, but also the very wealthy, fail to understand that ALL power, earthly or otherwise, belongs strictly to Almighty God. In imitation of God, all power is meant to be a path to helping others, beginning with the weakest and most vulnerable. Power is never meant to increase one’s wealth or privileges. The powerful on earth stand “in loco parentis,” in place of God the Father. The shepherd uses his position, not to slaughter his sheep but to feed and care for them, and to keep wolves at bay.

God rules with love, our duty (and joy) is to emulate that rule. Such alone satisfies the soul’s hunger for ultimate meaning, and covers all despair, loneliness, and fear—as well as makes life the wonderful gift it is, and ought to be. But to seek earthly power for power’s sake, to glory in it, to use it to dominate and intimidate, to get rich by it—these all go against the grain of God’s Law of Universal Love. Compared to force and violence, threats and intimidation, Love seems out of its league. So the foolish always, in every era, think and believe. “Only the strong survive.” But that inescapable day of judgment skulks all of us, catching us, some sooner, some later, but in the end—everyone. Then shall we see that true power is Love.

“Enter by the narrow gate. For the gate is wide and the way is easy that leads to destruction, and those who enter it are many. For the gate is narrow and the way is hard that leads to life, and those who find it are few.” (Mt. 7:13-14.)

Len Sive Jr.

POSSIBILE ANCHE IN RUSSIA UNA SIMILE RIVOLTA?

Se aumenta il prezzo della vodka…

Ancora una volta l’umanità è colta alla sprovvista da un moto tellurico non previsto dai veri o presunti esperti e dai profeti o aspiranti tali. Dopo il ribaltone del “campo socialista” e la crisi economica planetaria tuttora da digerire sono arrivate le rivolte a catena nel mondo arabo. Non stupisce perciò che da varie parti si cominci a guardarsi non solo intorno ma anche dentro casa con qualche inquietudine. E’ il caso della Russia, dove non mancano le reazioni cinicamente compiaciute: per il rincaro delle fonti di energia che avvantaggia la sua monoproduzione, per la caduta o l’indebolimento di regimi sostenuti dagli Stati Uniti, per la sperata distrazione del terrorismo islamista dal teatro russo. Ma si parla anche di “lezioni arabe” che il regime di Putin e Medvedev non dovrebbe ignorare. Il settimanale “Argumenty i fakty”, nel n.6 di quest’anno, confronta la situazione nazionale con quella dei paesi terremotati per domandarsi se un sisma analogo non potrebbe colpire la stessa Russia. Ecco quanto scrive in proposito una rivista che è stata protagonista della liberalizzazione gorbacioviana ma poi aveva ripiegato su posizioni molto cautamente critiche nei confronti del potere.
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“Fin dai primi giorni della rivoluzione in Tunisia e poi in Egitto politici ed esperti hanno cominciato a tracciare paralleli con la Russia. Che cosa ha mosso la gente in questi paesi e perché la loro esperienza può insegnare qualcosa ai nostri poteri?

1. Corruzione. La venalità dei funzionari e della polizia in vari paesi arabi è impressionante. Nella graduatoria della corruzione nel 2010 secondo “Transparency International” l’Egitto occupa nel mondo un “onorevole” 98° posto , l’Algeria il 105° e lo Yemen il 146°. Nella stessa graduatoria la Russia giace ancora più giù, al 154° posto! Più in basso si trovano soltanto la Somalia, il Burundi e un’altra dozzina di paesi.

2. Clanismo e favoritismo. In Tunisia i familiari del deposto presidente detenevano il monopolio della vendita di alcolici; non a caso i loro negozi sono stati assaltati per primi. E chi non sa delle proprietà di alcuni congiunti di sindaci o ex sindaci (basti citare il solo Luzhkov), governatori e ministri russi?

3. Divario di redditi. L’élite si arricchisce, la massa indigente della popolazione continua ad impoverirsi. Dei quasi 80 milioni di egiziani il 40% vive con due dollari al giorno. Al confronto il nostro livello di vita appare complessivamente discreto, e tuttavia il divario dei redditi cresce: in Russia il 10% dei più poveri introita 17 volte di meno del 10% più benestante, e quanto ai miliardari in dollari siamo superati solo dagli Stati Uniti. “Il regime egiziano e quello russo hanno arricchito solo un ristretto gruppo di persone”, afferma l’oppositore B. Nemzov.

4. Disoccupazione e mancanza di prospettive di carriera. In Tunisia sono senza lavoro circa il 25% dei giovani istruiti, nello Yemen la disoccupazione è al 35%. In Russia la disoccupazione ufficiale è intorno al 7%, ma il popolo è irritato dal crescente afflusso di lavoratori stranieri e dall’occupazione dei settori più importanti da parte dei connazionali rientrati dall’estero.

5. Immutabilità del potere. Il presidente tunisino Ben Ali ha governato per quasi 23 anni, l’egiziano Mubarak per 30, lo yemenita Saleh per 32, il libico Gheddafi per 41 anni. Tutti hanno cercato di predisporre la successione: Ben Ali patrocinava il genero-oligarca, i capi egiziano e yemenita i loro figli.

6. Repressione dell’opposizione e delle libertà civili. In Tunisia non si poteva apprendere la verità sullo stato delle cose dalle fonti ufficiali. Valvola di sfogo, e poi anche strumento per organizzare la protesta, è diventato Internet. In Algeria ed Egitto i governanti hanno mantenuto per decenni lo stato di emergenza per non dover allentare le briglie. In Russia le notizie diffuse dalla TV di Stato differiscono fortemente dal quadro degli eventi offerto da Internet, come ha confessato di recente lo stesso presidente della federazione. Quanto alle briglie strette la storia delle persone regolarmente bastonate dagli OMON [polizia speciale] e dei dissenzienti incarcerati è nota a tutti…

Si può sperare che l’esempio del rovesciamento dei dirigenti tunisini, egiziani, ecc. faccia rinsavire la nostra élite? E che essa capisca finalmente che lo stridente divario tra poveri e oligarchi, il monopolio di un solo partito, la persecuzione degli oppositori e dei difensori dei diritti umani e l’irresolutezza nella lotta contro la corruzione ci portano in una direzione pericolosa?”

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Lo stesso numero di “Argumenty e Fakty” ospita anche un articolo a firma di Boris Notkin, un conduttore televisivo (in Russia la TV è sotto controllo statale pressocchè totale) che descrive una situazione nazionale oltremodo insoddisfacente e si spinge fino a prospettare l’incombere di un nuovo 1917. Ecco la conclusione di tale articolo.

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“Oggi la nostra élite (scusate il termine) farebbe meglio ad incoraggiare la pubblicazione non delle malefatte degli esecrandi rivoluzionari ma degli studi su come nel 1917 le umiliazioni sociali, nazionali e morali confluirono in un torrente impetuoso che non riuscirono a fermare né la magnifica polizia segreta dello zar né l’autorevolezza della Chiesa. Sarebbe altresì auspicabile che si riflettesse sull’eventualità che nei circuiti di Internet spunti il clone di quel geniale populista che per vendicare il fratello distrusse d’un sol colpo l’intero sistema feudale del paese.

Non ci si deve poi cullare nell’illusione che il popolo rimanga inerte e passivo. La passività dipende anche dal fatto che nell’era post-Gorbaciov si è copiosamente usato il più potente sedativo delle masse: la vodka a buon mercato. Perciò la reazione alle umiliazioni sociali non ha raggiunto lo stadio della protesta organizzata ma si è riversata sugli eccessi di sbornia. Ora però il prezzo del ricorso a questo calmante, cioè il degrado umano e demografico, è diventato intollerabile. Alla fine l’hanno capito anche in alto loco e cercano di combattere il male alzando il prezzo della vodka. Ma se oltre ad aumentare i prezzi il potere tornerà a chiudere i canali dell’informazione quasi gratuita esso dovrà seriamente preoccuparsi delle cause delle trombosi che ostruiscono le arterie vitali dei singoli cittadini come dell’intera Russia”.

Franco Soglian