I PROFETI E I LORO CONTRARI: I RETRORSI

Cupo profeta fu John Maynard Keynes (la scheda biografica informa: alto 2 metri) quando nel 1920 si ritirò dai negoziati del trattato di Versailles. Divinò che le condizioni leonine imposte alla Germania avrebbero fatto certa la vendetta dei tedeschi, dunque il Secondo conflitto mondiale.
Keynes profeta: qual é il contrario di profeta? Andrebbe bene ‘retrovedente’ o meglio, come Dante Alighieri preferì, ‘retrorso’, contrazione di ‘retroverso’? E quali furono, tra i possenti del nostro evo, i peggio retrorsi? Lasciamo da parte Lenin, Stalin e i predecessori della perestroika di Gorbaciov, i quali ritennero che il comunismo alla bolscevica avesse un futuro. Il bolscevismo accecò tutti i diadochi, inclusi gli pseudovisionari quali Enrico Berlinguer, nonché i ‘realisti’ che cosiderarono eresia il proporre che il PCI gettasse alle ortiche il marxismo, la classe operaia, la fedeltà all’Urss.

Queste cose propose chi scrive sulla rivista milanese ‘Il Confronto’, ma quando si rivolse a Enrico Berlinguer perché desse torto ai veterostalinisti che volevano spegnere ‘Il Confronto’, il martire dell’eurocomunismo rispose, per icritto: “abbiamo affidato la questione al compagno Tortorella”. Cioè ai veterostalinisti. Anche Berlinguer retrovide.
Risultato del guardare indietro, alle glorie passate: il comunismo è morto con disonore nel pianeta intero, il PCI è morto tra gli sghignazzi.
Non erano profetiche le previsioni ribalde del Confronto?
Ma dimentichiamo Lenin, Stalin e tutti i loro fedeli, inclusi quei mariuoli inoffensivi di Capalbio, delle terrazze romane, dell’egemonia culturale e delle scalognate retrobotteghe delle librerie. Il mondo ha preso un’altra strada. Chi furono i peggio retrorsi del primo Novecento?
A stare alla coerenza di Keynes furono i Poincaré, i Clemenceau e i Foch che l’ebbero vinta a Versailles, cioè che vollero le condizioni leonine, il trionfo di Hitler, la WWII. Il paradosso fu che la Francia, truculenta nel 1919, fu la più annientata nel 1940 come del resto oggi, che Parigi è in seconda o terza fila. Poincaré, Clemenceau e Foch passavano per cervelli fini; invece agirono come popolani collerici, sostanzialmente incapaci di pensare, accecati dalla Victoire.

Non furono più perspicaci di quei due imperialisti di paese, Antonio Salandra e Sidney Sonnino, i quali vollero il Patto di Londra, credettero di immettere l’Italia della tisi e della pellagra tra le Grandi Potenze, quanto meno di ‘coronare il Risorgimento’. Trovarono sfortunati imitatori in quei governanti di Lisbona che nel 1916 vollero il loro paese nella Grande Guerra. Sul fronte occidentale mandarono un corpo di spedizione lusitano che fu talmente massacrato e coperto di disonore che gli scampati furono ritirati nelle retrovie e ridotti a servizi vili, persino ad accudire quadrupedi per i reparti combattenti. Quanto migliori statisti furono il primo ministro spagnolo Eduardo Dato, che nel 1914 tenne neutrale il suo paese, e il caudillo Francisco Franco, che nell’incontro di Hendaye, (1940, poco dopo il trionfo di Hitler in Francia) seppe dire no al Fuehrer, che voleva belligerante la Spagna appena dilaniata dalla Guerra civile.

Nel corteggio dei retrorsi dell’evo moderno, Winston S.Churchill è la figura più imponente: un gigante, per le battaglie che combatté, per i successi che conseguì e anche per le promesse cui mancò. Un gigante pure per i privilegi e le relazioni che gli facilitarono la carriera. Ad una società inglese abbacinata dalle tradizioni e dal fideismo monarchico, Winston S. Churchill si offrì in un presagio di gloria: quasi di giovane principe del sangue che promettesse grandi imprese. Discendente diretto del duca John Marlborough, il più famoso dei comandanti britannici nella guerra di Successione spagnola, trionfatore della battaglia di Blenheim, fatto principe dell’Impero, dalla monarchia londinese ricompensato coll’immensa reggia che prese il nome della battaglia vittoriosa, il Nostro nacque nel fasto di Blenheim e per tutta la vita godé di legami di vertice, comprese le lontane parentele con gli eredi di George Washington e con il clan di Franklin Delano Roosevelt. Sua madre era figlia del proprietario del New York Times, che in dote portò dollari, non blasoni eccelsi. Il futuro co-vincitore su Hitler non studiò in una grande università, ma all’Accademia militare di Sandhurst. Fece prove insolitamente brillanti come ussaro a Cuba (partecipò alla lotta all’insurrezione nazionalista), in India, Afghanistan, Sudan e nella guerra contro i Boeri (seppe evadere da un campo di prigionia). Quando entrò in politica, prode figlio di un ministro e promessa dell’Establishment, gli fu facile trionfare.

Viceministro a 30 anni e presto Primo Lord dell’Ammiragliato, Winston ha un ruolo centrale nell’ammodernamento della più grande flotta al mondo. Però nella Grande Guerra subisce il più grave degli scacchi: fallìsce in pieno l’impresa dei Dardanelli, che aveva imposto contro il parere degli ammiragli. Costretto a dimettersi, esige di combattere di persona sul fronte occidentale, indossando la divisa di tenente colonnello dell’esercito francese. Aveva persino preso il brevetto di pilota dell’aviazione di marina. Rientrato nel governo, sconsiglia di infierire sui tedeschi a Versailles; in prosieguo si impegna a fondo nel riarmo. Nel 1925 una copertina di ‘Time’ lo proclama uomo dell’anno. E’ tale il suo ardore per le armi che tenterà di partecipare allo sbarco in Normandia. Impeccabile e fortunato il suo ruolo di guerriero, ed anche quello di scrittore -nel 1958 riceve il premio Nobel per la letteratura- Churchill supera in creatività e in personale ardimento tutti i suoi pari. Nel pieno del Blitz germanico, vola più volte in Francia per tentare di sventare la resa di quest’ultima a Hitler: arriva a proporre ai francesi la fusione col Regno Unito! Ha lanciato de Gaulle come condottiero dei francesi, ma quando il Generale osa, con un esiguo corpo di spedizione, di mantenere la presenza francese nel Levante, lo minaccia di fargli assaggiare “la potenza dei cannoni dell’Ottava Armata”.

Sarà come stratega del futuro dell’impero che il Nostro si dimostra prigioniero del passato, dunque uno dei retrorsi principali del suo tempo. Una volontà e un’azione da titano, entrambe respinte dagli eventi.
Più di ogni altro operò per la gloria prima, per la sopravvivenza poi, della grandezza britannica -il maggiore Impero della storia!- ma la grandezza è finita. Abbatté il Führer, ma gli avesse ceduto un paio dei territori coloniali comunque destinati a cambiare padrone, avrebbe risparmiato ad Albione il Secondo conflitto mondiale. L’umanità non deve nulla al bellicista spinto nato a Blenheim: signoreggiò il passato non il futuro. Retrorso sommo, guardò al contrario di lord Keynes. A tempo debito Churchill riconobbe il merito del grande economista, invece di serbargli rancore per il non benevolo saggio keynesiano “The economic consequences of Mr Churchill”, che il creatore della nuova finanza scrisse quando il Nostro faceva il cancelliere dello Scacchiere. Tuttavia il poliedrico ussaro non capì: nel Novecento le guerre che tanto amava non si addicevano all’Impero.
Le sfide del nostro evo erano altre da quelle per cui Churchill assurse alla gloria.

Antonio Massimo Calderazzi

I PROFETI SONO MUTI: VATICINIAMO NOI

Ascoltare alla radio una rassegna dei giornali fatta da Mario Deaglio è un’esperienza a parte. A differenza d’altri rassegnatori -editorialisti molto letti e frullatori del nulla, opinioniste militanti/petulanti, giovani lupi di redazione, eccetera- Deaglio presta il know-how del cattedratico, e un tono e un timbro di quando il Piemonte faceva l’Italia, a una vocazione a interrogarsi sul futuro. La sua è una rassegna che storicizza e profetizza. Non dice soltanto, come stamane, che “solo nel 2015 recupereremo i livelli di prima della crisi; ci aspettano cinque anni amari nei quali saremo sorpassati da paesi che stavano dietro di noi”. Dice anche che nello Stivale quasi tutti gli aspetti di sistema sono negativi, quelli politici peggio degli altri; che tutti noi, non solo la classe dirigente, dovremo concepire una soluzione grossa; che lui Deaglio ora come ora non la sa concepire.

Dunque ascoltare Deaglio è ascoltare un profeta sconsolato, testimone di una verità piena di destino ma muta. Io e pochi altri ricaviamo la seguente conferma: maturano le condizioni perché gli Italiani riprendano, come altre volte nel passato, a inventare cose magari sbagliate ma telluriche, squassanti, non convenzionali, più creative rispetto a quelle degli altri: il Papato imperialista e antievangelico che nel secolo XII umiliò i grandi sovrani; il Rinascimento piacevole e meretricio; il teatro lirico; il fascismo. Fu pure invenzione grossa la trasformazione in impero del villaggio pastorale di Romolo e Remo, trasformazione che trafisse di stupore Theodor Mommsen.

Dopo sessantacinque anni e due o tre ‘repubbliche’, cioè cambi di assetti oligarchici e di patti tra gangster, abbiamo la certezza provata che questa politica necrotizza quasi tutto, senza scampo. Che una chirurgia aggressiva e impietosa sanerebbe molti mali: la consunzione etica, l’impotenza dei governi prigionieri dei ricatti elettorali, le parentopoli, il saccheggio generalizzato ogni giorno dell’anno. Su tutto ciò si concorda, ma si concorda anche -ossessivamente- che non c’è niente da fare. Che la montagna non andrà a Maometto.

Allora, se i politici di questa democrazia non si convertiranno mai al bene e non riformeranno mai nulla, non resta che demolire questa democrazia. E se la rivoluzione di popolo è impossibile, occorre la rivoluzione dall’alto, senza le urne, contro le urne. Ben più rivoluzione di quella di de Gaulle, la quale si accontentò di un poco che, grazie alle urne, durò poco.

Io e pochi altri crediamo che il potere dovrà passare dai pochi -gli oligarchi ladri- al popolo dei molti qualificati. Saranno impossibilitati a rubare, perché non eletti ma scelti dal sorteggio elettronico per rotazioni ravvicinate e sottoposte ai controlli implacabili di altri sorteggiati dal computer. Dovranno governare, per non più di un anno, i condannati al disinteresse, individuati random.. Le urne andranno sfasciate. Sono trappole per topi e reti per sardine.

Tutto ciò mai lo farà la classe politica. Lo farà, solo all’inizio, un Grande Eversore/Ostetrico il quale cambi ‘tutto’ con la forza trascinatrice della demagogia, oppure con la minaccia – basta quella- della forza. Se no, tenetevi la lebbra divoratrice. Voi giovani soprattutto, che restate prigionieri del passato, affezionati alle ideologie delle mummie.

A. M. Calderazzi