CROLLINO QUESTE ISTITUZIONI COME LE MURA DI GERICO

Si rampogna, ci si straccia le vesti, per le Offese alle Istituzioni. Ma esse che sono, come sono? Leggiadre come le Grazie, ossia le tre Càriti dei greci (Eufrosine, Aglaia e Talia, figlie, tanto per cambiare, di uno Zeus più infaticabile di D.Strauss-Kahn)? Illibate come le sei Vestali, che se perdevano la verginità prima d’aver servito trent’anni nel tempio di Vesta venivano seppellite vive? Sororali e pie come le compagne di Maria ai piedi della Croce?

Abbiamo abbellito troppo. Le nostre Istituzioni sono le deformi cariatidi che puntellano la Più Bella delle costituzioni: parlamento a due Sentine; centinaia di presidenze, consulte, consigli; migliaia di collettori periferici di tangenti e acque reflue; una partitocrazia sfrontata; metà di tutta la corruzione d’Europa; la peggiocrazia al potere; i diritti delle frange trasgressive piuttosto che i sentimenti dei più. Le Istituzioni statuiscono le nostre sventure.

Sono il riferimento finale delle imprese che chiudono (mille al mese, contando le piccole), i saccheggi e i furti con destrezza dei politici, dei boiardi, dei mandarini infedeli. Alle Istituzioni devono riconoscenza i ricchi se diventano sempre più ricchi. Esse sono i top manager superpagati laddove dovrebbero lavorare gratis, come fece Lee Iacocca per tenere in vita Chrysler. Alle Istituzioni devono riconoscenza i poveri sempre più poveri.

Di Josè Antonio Primo de Rivera, fondatore del falangismo sociale, fu detto e scritto dai settari -dagli altri no- tutto il male possibile. Ma che avesse più cuore dei nostri intellettuali di sinistra, lo dica questo suo brano: “Si vive Usted en un Estado democratico (lui aveva scritto ‘liberal’), procure ser millionario, y guapo, y listo (furbo), y fuerte. Pero ay de los millones de seres (esseri) mal dotatos! Para esos el Estado democratico es feroz. Para esos -sujetos de los derechos mas sonoros y mas irrealizables- seran el hambre (fame) y la miseria. Vosotros, ciudadanos pobres, si no aceptàis las condiciones que nosotros os impongamos. morireis de hambre, rodeados de la maxima dignidad democratica!” Superfluo aggiungere che lui Josè Antonio, marchese e figlio del Dictador, era “guapo y fuerte”.

Le Istituzioni sono quasi tutti i volti del nostro Stato canaglia, forte solo coi deboli. Sono i faccendieri, i portaborse, i signori delle tessere e delle urne, i trombati preposti agli enti inutili, i quirinalisti e gli altri giornalisti di palazzo, i tanti parassiti e  farabutti che manteniamo signorilmente. Sono la Rai invincibilmente scroccona e pullulante di parenti. Sono Berlusconi, Boldrini e altri figuri da vituperio. Sono le scuole che non possono fare manutenzione né comprare la carta igienica. Sono i vitalizi camorristici dei bonzi di Stato, degli ‘ndranghetisti mimetici, dei consiglieri di tutte le Regioni. Sono i disoccupati senza soccorsi -se non ci fossero le mense dei preti, i loro figli non mangerebbero- laddove i cassintegrati iperprotetti percepiscono per lunghi anni.

Le Istituzioni sono un debito pubblico che si ingrossa laddove lo si era dichiarato criminalmente alto. Sono le troppe tasse sui morti di fame.     Sono i miliardi per gli F35, le fregate, i droni, le altre super-armi che deliziano il similsovrano Partenopeo e i suoi feldmarescialli a quattro stelle. I quali ultimi fanno di noi la più implausibile delle nazioni mercenarie al servizio -non retribuito- degli USA. Anche i generali egiziani sono asserviti al Pentagono, ma da esso si fanno pagare.

Le  Istituzioni sono le menzogne sfrontate: che la mano pubblica possa riaprire le fabbriche che chiudono, creare posti di lavoro, trattenere le imprese che preferiscono la Polonia. Sono le maestranze delle fabbriche senza mercato: fingono di lottare per la dignità del lavoro, in realtà  pretendono il benessere piccoloborghese a spese dei contribuenti.

Le Istituzioni sono tagliare i reparti di oncologia pediatrica invece che  le ambasciate, che centinaia di altre cattedrali della vanagloria, che altri lupanari del malcostume.  Sono il non chiudere il Quirinale grosso corpo del reato, reggia dei peggiori papi della storia, oggi quasi tutti residenti all’Inferno. Sono agghindare i Due Marò, per le telecamere, con uniformi sartoriali da fotomodelli, e ciò per alludere alle eccellenze della nostra moda pederasta. Sono la fecalità del contesto e della temperie.

Insomma chiunque viva nella Malarepubblica, o ci abbia a che fare, conosce gli sconci che sono la realtà delle Istituzioni. Che scempiaggine è ergersi alla loro difesa, laddove sono da abbattere?

L’odio del popolo sta montando. Se la congiuntura economica si farà misericordiosa, le Istituzioni otterranno uno o più rinvii dell’esecuzione,

quelli che ottengono gli inmates dei bracci della morte statunitensi. Ma condannati sono,  gli inmates come le Istituzioni. Che crollino, come le mura di Gerico agli squilli delle trombe di Giosuè, il successore di Mosè. Con o senza l’impulso di un pugno di eversori di genio, il popolo si liberi delle Istituzioni.

Siamo entrati nell’era dei prodigi tecnologici.  Progettiamo di estrarre minerali dagli asteroidi e da Marte. Quasi nulla è più impossibile alle genti che decidano di gestirsi da sé: democrazia diretta o semidiretta. Che ambiscano a impadronirsi delle poche Istituzioni giuste: perché divengano l’opposto  delle nostre.

Porfirio

MATTEO RENZI SARA’ IL SUAREZ ITALIANO?

Se al dinamico Fiorentino (precisiamo: del gennaio 2014) le cose continueranno a riuscirgli, il destino potrà portarlo a grandi cose. Per esempio a diventare l’Adolfo Suarez dello Stivale. Se i più giovani chiederanno “Suarez chi?” sbaglieranno.

Suarez non fu un titano, ma tra il 1976 e l’81 fu il più brillante tra i politici iberici, alcuni dei quali molto più autorevoli di lui. Morto Francisco Franco c’era il Regime da smantellare, e Suarez fu alla testa dell’opera. Fu l’artefice principale della Transicion alla democrazia (diverso, da fare a parte, il discorso se la democrazia importata, di matrice italiana, è oppure no il meglio che poteva capitare agli spagnoli).

Scomparso Franco, nessuno tra i suoi Grandi, cominciando da Manuel Fraga Iribarne, riuscì a imporsi per il ruolo di capo dell’esecutivo. Per qualche mese il presidente del Governo Arias Navarro, fedelissimo del Caudillo, provò a gestire un suo passaggio a una democrazia semifranchista. Poi il re giovane Juan Carlos, sempre più deciso ad allineare la politica spagnola a quelle dell’Occidente e forte dell’appoggio dell’opinione pubblica, licenziò Arias Navarro. A Fraga Iribarne e agli altri aspiranti diadochi preferì un Suarez, suo coetaneo e amico ma ai più sconosciuto. “Tiene caracter” spiegò ai confidenti il sovrano fresco di vernice. Sembra chiaro che anche Matteo Renzi tiene caracter.

In un contesto ancora condizionato dalla tragedia della Guerra civile, Suarez aveva una carta importante, era centrista, quanto ci voleva per facilitare la riconciliazione tra le estreme che nel 1936 si erano contrapposte crudelmente. In più era giovane, garantiva discontinuità. Sapeva piacere, prima di tutto al Re (in privato gli dava del tu); aveva radici cattoliche; appariva capace di decisioni rapide; non era inceppato da ideologie. Tratti che ricordano Renzi o no?

Suarez non fu una meteora: un quinquennio al potere. In una lunga prima fase riuscì in quasi tutte le opere che gli competevano. Occorreva convertire alla libertà i duri del franchismo,  ne fu capace anche perché era stato alto gerarca franchista (prima direttore della radio-televisione, poi ministro del Movimiento). Occorreva ammansire quei guerrieri dell’antifascismo che credevano arrivata l’ora della vendetta: Suarez addomesticò anche loro. Così in breve tempo si innalzò l’edificio parlamentare e partitico, con una Costituzione (1978) che codificava un assetto all’italiana (anche quanto a corruzione dei politici e dei potenti: oggi c’è persino un’Infanta sotto processo) però più stabile. Successi spettacolari, altro che Suarez chi?

Tuttavia: poco dopo aver vinto le elezioni  generali del 1979, la stella del presidente Suarez tramontò altrettanto velocemente quanto era ascesa. Naturale usura del potere e, più ancora, le “limitaciones” dell’uomo. Come insiste lo storico Javier Tusell, egli “non poteva stare all’altezza della cultura e dell’intelligenza di un Fraga Iribarne”, come di altri personaggi che liberalizzarono il regime vivo il Caudillo. Suarez si dimise improvvisamente il 29 gennaio 1981. Gli succedette Leopoldo Calvo Sotelo, figlio di un fratello del “Protomàrtir de la Guerra civil”. I generali si sollevarono cinque giorni dopo l’assassinio di José Calvo Sotelo ad opera non del solito anarchico, ma di una squadra di poliziotti sinistristi della Repubblica.

Come la maggior parte dei primi ministri dei Borboni, Suarez fu fatto duca e Grande di Spagna (il suo successore, per brevità della carica ed esilità dei meriti, divenne solo marchese; marchese come Arias Navarro e come Joaquin Rodrigo, lo struggente, inimitabile musicista cieco). Alla fine, anno 2003, la fortuna voltò le spalle a Suarez: Alzheimer.

Le notizie qui alla svelta riferite danno un’idea delle somiglianze tra il Renzi degli esordi fulminanti e Suarez.  Se il Fiorentino farà tesoro degli insegnamenti del Nostro, Fortuna permettendo ascenderà come lui. Quasi inevitabilmente, anche tramonterà.

Anthony Cobeinsy

LA SOCIALITA’ DI PRIMO DE RIVERA SECONDO RAYMOND CARR

Altrove in questo numero (“La Casta sta trionfando: convinciamoci a odiare questa democrazia”) si sostiene che il nostro sistema non è più risanabile -troppo porcina la classe politica- e che non ci resta che sperare, un giorno, nel sollevamento di ufficiali giustizialisti alla Portogallo 1974, il quale abbatta le Istituzioni. La dimostrazione più efficace della positività di tale colpo di Stato viene dai sei anni della dittatura in Spagna di Miguel Primo de Rivera (1923-29). Sei anni di modernizzazione autoritaria, di prosperità, di generale avanzamento delle classi povere e di accanita resistenza di tutte le destre.

Lasciamolo dire a Raymond Carr professore a Oxford, probabilmente il maggiore storico straniero della Spagna contemporanea. Riassumiamo fedelmente infatti i giudizi di Carr sulla Dittatura di Primo, quali si succedono nei capitoli dal XII al XIV della 9^ (nona!) edizione dell’opera

Spain 1808-1975, pubblicata in spagnolo sotto il controllo dell’Autore da Editorial Ariel, Barcellona, 1999.

 

Nemico dei politici, amico dei lavoratori

“Il pensiero di Primo de Rivera era primitivo, personale e ingenuo: un odio ossessivo dell politica e dei suoi professionisti. L’ideale del generale era una Spagna senza politici. Avevano distrutto la Spagna; un sincero patriota l’avrebbe fatta risorgere. Con la farsa delle elezioni la Casta dei politici aveva isolato il governo dal popolo, egli invece sapeva di poter comunicare direttamente col popolo, restituendo al governo il suo carattere democratico. Conversava in continuo con la gente, spiegava i suoi decreti, confessava i propri errori. Lo faceva con franchezza sorprendente, proiettando l’immagine di un despota benevolo che cercava di operare al meglio delle sue possibilità, benché non sempre con successo; e che dopo una giornata di duro lavoro scriveva a mano lettere ai suoi sudditi. Rilanciava così lo spirito della democrazia: “Quando correggiamo i nostri errori ribadiamo che il popolo è sovrano se si fa guidare dalla ragione”.

Il suo costante paternalismo benefico rasentava l’eccentricità. Il primo avanzo di bilancio lo destinò a riscattare la biancheria che i poveri di Madrid avevano portato al monte dei pegni. Questa propensione al bene, che comprendeva un vero e proprio entusiasmo per i diritti della donna, gli guadagnò subito l’affezione del popolo. Al contrario la bonomia e la spontaneità da franco cacciatore gli attirò prontamente la malevolenza della classe dirigente di ieri. Agli inizi la sua ingenua emotività fu una virtù salvifica: “Ho baciato un soldato annerito e sporco”. Solo sulle sue spalle pesava la responsabilità di rigenerare il Paese: “So di valere poco e non dubito che sia la Provvidenza divina a fare che uno che non sa governare se stesso riesca a governare venti milioni di spagnoli. Non ho esperienza di governo; i nostri sono i semplici metodi di chi vuole il bene della patria”.

L’odio per i vecchi politici si razionalizzò in un antiparlamentarismo che si proclamava più democratico del passato liberalismo. La Dittatura rispettava pragmaticamente le grandi realtà collettive; invece le dottrine dei diritti individuali erano invenzioni artificiali, ‘arabeschi di intellettuali disoccupati’.

 

Non fu fascista

“La Dittatura di Primo de Rivera -sottolinea sempre Raymond Carr- non era fascista. La sua teoria della sovranità si apparentava più con la Scolastica aristotelica che col totalitarismo. Joaquìn Costa era stato il Precursore che profetizzò la venuta di un ‘chirurgo di ferro’, lui il Dittatore. E Ortega y Gasset, intellettuale disincantato, aveva argomentato a favore di una selettività che rifiutava ‘una falsa uguaglianza tra gli uomini’. I seguaci del Dittatore e del figlio José Antonio veneravano gli attacchi di Ortega alla vecchia politica.

La linea di Primo de Rivera in materia di lavoro fu un successo. Come era accaduto con Napoleone III, il senso dell’azione del Dittatore fu l’eliminazione dello spettro rosso e al tempo stesso la simpatia per i lavoratori. Negli anni di Primo l’anarchismo sparì; il movimento sindacale accettò il meccanismo d’arbitrato introdotto dal governo e si rafforzò decisivamente a spese del sindacalismo rivoluzionario, le cui organizzazioni cessarono di esistere. Su questo terreno l’azione del Dittatore era ben altro che repressione. Il generale e marchese si impegnava seriamente per il benessere materiale e per le altre rivendicazioni degli operai. Non si limitò a predicare l’etica del lavoro: ai proletari dette case popolari, un’assistenza sanitaria e, sopratutto, un meccanismo d’arbitrato che i dirigenti socialisti accettarono e gestirono.

Il buon rapporto con lo Stato fu formalizzato dal Codice del lavoro varato nel 1926 dal giovane ministro Aunos. Tutti i conflitti salariali e normativi erano risolti da comitati paritari nei quali padroni e dipendenti avevano lo stesso peso; il voto decisivo spettava al governo, che non nascondeva il suo favore ai lavoratori. Il sistema non era un’importazione dal corporativismo fascista: in Spagna aveva una lunga storia. In quanto membri dei comitati paritari i delegati sindacali erano stipendiati dallo Stato. Appena insediatosi al potere, il Dittatore si accordò coi sindacati. Cooperando con la Dittatura, la maggiore centrale sindacale UGT si trovò l’organizzazione operaia unica, operante ed efficace.

Nel 1924 il suo leader F.Largo Caballero e il Dittatore considerarono  la possibilità di unire l’UGT e il Partito socialista in un partito ufficiale di regime. Largo Caballero stesso entrò nel Consiglio di Stato, organo di vertice del regime. Si salvò la coscienza rifiutando di prestare giuramento in abito da cerimonia: e il Dittatore apprezzò. I capi del movimento sindacale non potevano condividere l’orrore dei politici per il ripudio da parte di Primo del parlamentarismo borghese. E infatti i sindacalisti rifiutarono di unirsi a tutti i tentativi di cospirazione contro il Dittatore.

 

Filosocialismo e opere pubbliche

Il socialismo fu il figlio prediletto del regime, perciò fu avversato sia da molte imprese, sia dai sindacalisti cattolici che denunciavano ‘l’ingiusto monopolio socialista dei comitati d’arbitrato’ e il favore del governo ai ‘sindacati senza Dio’.

A credito della Dittatura va ascritta, oltre a un’eccellente legislazione sui municipi -autentica riforma strutturale- una pianificazione finanziaria ed economica progettata da giovani tecnocrati ‘apolitici’. I successi riformistici di Primo de Rivera furono il frutto di 50 mesi di ‘cordialità emotiva’ e di un gabinetto di ministri la cui parola d’ordine era ‘No somos politicos’. Inevitabilmente i tecnocrati si scontrarono con banchieri e capitalisti che non simpatizzavano in nulla col benevolo radicalismo sociale e  col dirigismo della Dittatura.

Le idee di Primo de Rivera erano quelle, semplici, di un soldato: far pagare al capitale. Calvo Sotelo, ministro dell’Economia, voleva un fisco moderno e socialmente giusto: “La democrazia autentica si riconosce per la capacità redistributiva delle imposte, non per una Costituzione politica formale”. Però il regime non arrivò a mobilitare le masse  contro le classi agiate: fu fermato dall’accanita campagna di stampa dell’aristocrazia bancaria. Per grande che fosse stata l’utilità del Dittatore come restauratore della pace sociale, i conservatori avversarono frontalmente la riforma fiscale e il governo stesso. La Spagna si vide così privata di una rivoluzione del fisco che le era indispensabile. Dovette contentarsi del più serio consolidamento del debito pubblico dell’intera storia nazionale, nonché dei numerosi avanzamenti amministrativi e tecnici.

Il problema fu che gli investimenti, le opere pubbliche, le misure espansive, le provvidenze sociali, i programmi di edilizia popolare  esigettero sia gli aumenti ‘bolscevichi’ delle tasse, sia le nazionalizzazioni: gli uni e le altre aspramente combattuti dagli ‘aristòcratas’ e dai ‘financieros’. La costruzione di case economiche fu una delle opere maggiori del regime; così pure le misure del Welfare, che comprendevano p.es. i sussidi alle donne incinte. Le opere pubbliche – strade, dighe, sviluppo del turismo- apparvero un keinesianismo prematuro, ma in realtà erano la ripresa degli ideali dei riformatori settecenteschi. E poi il mercantilismo e l’autarchia: andava prodotto in Spagna tutto il possibile, dalle automobili alle cotonate, dall’elettricità alle pelli di coniglio. Con tutti i difetti delle concezioni autarchiche, i tecnocrati del Dittatore portarono avanti un nobilissimo impegno di modernizzazione. Le strade e l’elettrificazione rurale furono spettacolari, la siderurgia si sviluppò ai livelli della Grande Guerra, quando i belligeranti compravano avidamente dalla Spagna neutrale. Il commercio estero crebbe del 300%. La rete ferroviaria fu modernizzata. Imponenti le opere di valorizzazione dei grandi bacini fluviali, Duero ed Ebro. La Dittatura mostrava un volto di espansione e di prosperità: vista retrospettivamente, fu quasi un’età dell’oro.

 

Detestato dai ricchi

La modernizzazione e il benessere non furono ‘falsi’ come sostenevano gli oppositori, né dipesero solo dalla buona congiuntura internazionale di prima del crollo del 1929. Invece il regime può essere criticato per non aver saputo compiere una grande riforma agraria; eppure i progetti agrari erano più ambiziosi di tutte le opere che furono realizzate. La prosperità del primo quinquennio di Primo fu sì il risultato del ristabilimento dell’ordine, ma anche il prodotto di uno sforzo deliberato.

Eppure non fu il collasso della prosperità che nel 1929 determinò la fine del regime. Furono i poteri forti.  Primo de Rivera sottovalutò le forze che lo combattevano. Fino all’ultimo confidò nella gente: ‘I principali, a volte i soli sostegni del governo, sono le donne e i lavoratori’.

Il regime fu abbattuto dalle destre, non dalle sinistre. L’aristocrazia madrilena e la corte detestarono il Dittatore. Più in generale i ceti conservatori e possidenti si sentirono minacciati da uno Stato corporativo che veniva gestito nell’interesse dei lavoratori”

estratti da Raymond Carr

PROFETIZZO’ ANCHE PER NOI IL MAZZINI DI SPAGNA JOAQUIN COSTA

Tutti i regimi che hanno retto la Spagna nell’ultimo novantennio -Primo de Rivera (1923-30), la Repubblica (1931-39), Franco (1936-75), i socialisti e i conservatori del postfranchismo- si sono richiamati a Joaquìn Costa.  Egli è come se fosse il padre della Spagna tra Ottocento e Novecento. I manuali di storia precisano che in senso stretto  fu il primo pensatore del Regeneracionismo, il risveglio della coscienza nazionale dopo la prostrazione seguita al 1898, quando le corazzate degli Stati Uniti affondarono al largo di Cuba l’intera flotta spagnola, dalle bandiere gloriose ma dagli scafi di legno; e misero fine all’Impero di Madrid. L’abissale umiliazione apparve uccidere la fierezza nazionale: ma un uomo si contrappose per primo alla disperazione e mobilitò i sentimenti delle élites. Per questo si è affermato che gli scorsi novant’anni hanno guardato a Joaquìn Costa, a prescindere dai credi politici. A differenza di Charles De Gaulle, che volle riscattare la Francia dagli smacchi del 1870 e del 1940, il Nostro non ebbe dalla sua né il potere, né il carisma, né le circostanze che fecero di de Gaulle un grande protagonista.

Nato nel 1846 a Monzon, cittadina dell’Alto Aragonese ai piedi dei Pirenei, figlio di un modesto coltivatore, Costa pervenne alla reputazione di caposcuola attraverso sacrifici giovanili eccezionalmente aspri. D’inverno studiava e lavorava in letto, mancando di riscaldamento. Ridusse a pezzi l’unico paio di scarpe che possedeva. Arrivato a insegnare all’università madrilena, rinunciò subito per protesta contro certe linee del governo di Antonio Cànovas del Castillo, una specie di Giolitti spagnolo. Quando il Nostro morì, nel 1911, tutta la Spagna ufficiale e intellettuale si unì nel lutto; ma egli non aveva mai avuto una vera cattedra, né un ruolo pubblico pari alla sua fama. Ciononostante resta un maestro e un simbolo: per capirci, fu un apostolo alla Giuseppe Mazzini, autore di un prodigioso sforzo di scrittore, di promotore e di acceso patriota. “Soy aragonés; espagnol por dos veces” (volte).

Il suo nazionalismo era identificazione assoluta col retaggio  popolare. Dalla vocazione storicistica e dalla tradizione derivava i contenuti più attuali: così per la drammatica questione dei contadini senza terra. Non perdonava ai governanti liberali di avere spogliato i municipi e le comunità tradizionali delle terre che possedevano da secoli. Al di là dei camuffamenti laici e modernizzatori, i liberali arricchirono la nuova borghesia e gli agrari che allargarono i loro latifondi; i contadini poveri non furono in grado di comprare. Tutta la vita Costa lottò, egli non militante di sinistra, per la restituzione delle terre e per la rinascita delle tradizioni collettivistiche. Tentando di far rivivere l’antico, di fatto professava alcune tesi socialiste. La sua era una posizione così radicalmente anticapitalista, legata ai vecchi usi collettivi e alle tradizioni municipali, da fargli rifiutare il concetto stesso dei confini di proprietà.

Il riformatore che amava riproporre in termini nuovi le conquiste del passato, derivava da queste ultime valori quali le ‘libertà aragonesi’, il diritto di non obbedire agli ordini illegali del re (il sovrano non essendo che il più alto dei servitori della nazione) dunque il diritto all’insurrezione, il rifiuto dell’assolutismo e della teocrazia, implicante la separazione tra Chiesa e Stato. Invocava il reclutamento di una nuova classe politica: non tra i tradizionali ‘clientes’ dei maggiorenti e dei partiti ma nella ‘massa neutra’ della media borghesia, delle professioni e dell’imprenditoria (il proletariato era fatto di analfabeti). In più esortava all’azione tutti gli onesti che si vergognavano della miseria dei lavoratori iberici. La Spagna, predicava, doveva europeizzarsi per sfuggire a un destino di africanizzazione.

Col tempo Costa andò abbandonando il romanticismo antiquario, e inasprì la critica del liberalismo conservatore. Prese a negare ogni legittimità al Parlamento. Respinse in toto la versione rappresentativa della democrazia, perciò sfiduciando i ceti dirigenti del suo tempo: una ‘necrocracìa’, un’oligarchia di morti contro la quale era giusto rivoltarsi, essere anarchici. Ma assai più concreta fu la sua famosa invocazione, riferita da tutti i manuali di storia, di un ‘cirujano de hierro’,  un chirurgo ‘ferreo’ cioè deciso, capace di amputare le cancrene nazionali. A questo personaggio mitico andava la missione di azzerare la casta dei politicanti, allora i notabili liberali. Questo avrebbe fatto nel 1923 il generale marchese Miguel Primo de Rivera,  amico del popolo e dei socialisti.

Alcuni, non troppi, hanno creduto di vedere nel ‘chirurgo di ferro’ la prefigurazione dell’autoritarismo fascista che, muovendo anche da impulsi socialisteggianti, undici anni dopo la morte di Joaquìn Costa avrebbe conquiststo l’Italia e fatto scuola in non pochi paesi. E invece nel grande disegno di Costa prevalevano i caratteri egualitari e ridistributori della ricchezza. Però nulla poteva accadere senza il ‘cirujano de hierro’ che abbattesse le istituzioni create per i propri fini da una borghesia neoilluminista che non aveva interesse a saldarsi ai proletari. Per Costa il sistema realizzato, con la Restaurazione borbonica, dal vigoroso conservatore Cànovas del Castillo era rimasto sterile: aveva fatto gli spagnoli fisiologicamente incapaci di avvicinarsi all’Europa: “C’è un’energia vitale -constatava- che manca a un popolo che accetta di farsi spogliare da una classe di potere indegna”.

Un secolo dopo la morte del profeta aragonese queste diagnosi desolate non si attagliano agli spagnoli sottomessi a Zapatero e a Rajoy? Più ancora, non descrivono quella specie di ‘malattia del sonno’ (tripanosomiasi) che, oltre a infierire nell’Africa tropicale, rende noi italiani incapaci di liberarci degli usurpatori che ci opprimono dal 1945? Joaquìn Costa profetizzò anche per noi.

A.M.Calderazzi

I PASSATI ERRORI DELLA CHIESA SECONDO IL CATTOLICO GIL ROBLES

Un paio d’anni dopo il sorgere della Repubblica spagnola (1931), le elezioni generali abbatterono la coalizione progressista che la governava. Si aprì il ‘bienio negro’ dei partiti variamente conservatori al potere, potere che finì nella primavera 1936 con la vittoria del Fronte popular. Il 18 luglio di quell’anno esplose la Guerra civile. José Marìa Gil Robles, figlio di un giurista e deputato carlista (cattolico tradizionalista) ed egli stesso cattedratico di diritto all’università di Salamanca, pervenne ad essere il maggiore esponente della militanza politica dei cattolici e dei conservatori, nonché il numero Due del governo di centro destra. Divenne così popolare ed esercitò il suo ruolo con tanta energia che gli avversari lo combatterono come ‘l’aspirante Duce’. L’evento che decise i generali a ribellarsi contro la Repubblica fu, il 13 luglio 1936, l’assassinio del leader monarchico José Calvo Sotelo, che era stato il principale dei ministri della Dittatura di Manuel Primo de Rivera. Ma Gil Robles e non Calvo Sotelo sarebbe stato la vittima più logica, tanto importante era l’azione che aveva svolto contro il regime di sinistra e in difesa della religione. Messa così, è giusto leggere le riflessioni sulla Chiesa che il capo dei cattolici e della destra parlamentare mise nell’incipit delle sue Memorie (‘No fue possible la paz’).

“Debo a Dios el inestimable beneficio da haberme hecho (fatto) nacer en una familia profundamente cristiana en el que la sana tradiciòn espagnola revestìa caracteres de verdadero culto. Era mi padre demòcrata en lo mas profundo del alma. Consistì para el la democracia en la legìtima participaciòn del pueblo en los negocios pùblicos y, sobre todo, en el deber de las clases directoras de encaminar sus desvelos (sforzi) al mejoramiento y elevaciòn de los humiildes (umili) , en un cristiano anhelo de compenetraciòn y convivencia. Por eso, admirador y defensor (istancabile) de todas las òrdenes religiosas, dedicò un afecto especialìsimo a los Salesianos, que en aquella época extendìan por Espagna su obra redentora de los pobres. Legado (arrivato) io a esa edad en la que se precisa (impone) la disciplina de un colegio, mi padre llevòme (mi portò) al colegio de los hijos de Dom Bosco, y al poner el pie en el patio de recreo, en el que jugaban tantos nignos desvalidos (poveri), me cogiò (prese) de la mano y pronunciç estas palabras: “Hijo mìo, no olvides (dimenticare) que vienes a esta casa a quitar (togliere) el puesto a un pobre y que tienes la obligaciòn de restituir el dìa de magnana el puesto de que hoy le privas”. Aquel primer contacto con un mundo que no era el mìo marcò en mi ser (essere) una huella (traccia) que difìcilmente se borrarà (cancellerà). La lecciòn de verdadera democracia cristiana que recib^ de mi padre en el umbral (soglia) de un colegio salesiano ha venido siempre a mi mente, en los instantes màs (più) crìticos de mi vida”.

“(…) Tras (dopo) el  perìodo de paz mate4rial que significò la dictadura del general Primo de Rivera. llega (arriva) a los lìmites de su màxima tensiòn ese problema decisivo de las relaciones entre capital y trabajo. La situaciòn del campo (delle campagne) reclamaba soluciones ràpidas y tajantes (incisive)(…)

En la Iglesia espagnola habìa comenzado a brotar (germogliare), con innegable retraso (ritardo), un cierto sentido social, que ni llegò (arrivò) a dar sus frutos. Por otra parte, no habìa conseguido liberarse la Iglesia del sello (sigillo)  que le imprimieran varios siglo de lucha por la unmidad de  la creencia (fede), lo que contribuìa a mantener abierta una profunda sima (spaccatura) entre la jerarquìa y el pueblo. Alejada (allontanata) cada vez màs de las realidades vivas del paìs, la Iglesia se presentava al advenimiento de la Repùblioca, injustamente, como una aliada de las clases burguesas. El esfuerzo denodado (coraggioso) de mucho sacerdotes y religiosos,  que dedicaron su vida entera a los humildes, naufragò en la ola (ondata) de incomprensiones y rencores en cuyo lomo (nella quale) cabalgaban ( irrompevano) las masas que se disponìan al asalto del poder”.

IL PAESE SARA’ GRATO A CHI ABBATTERA’ LE CLOACALI ISTITUZIONI DELLA PEGGIOCRAZIA

Per Giampaolo Pansa (“Se continua così spuntano i colonnelli, ‘Libero’ 23 settembre) le cose dello Stivale vanno così male che la prospettiva del Putsch militare si fa realistica. Pansa ha ragione. La via legale non promette più nulla. Un generale dei carabinieri paracadutisti, anche monostella; meglio, un colonnello con ancora più fegato della monostella, col carisma di farsi seguire da altri ufficiali e sergenti maggiori, vincerebbe senza colpo ferire. Più che coordinare coll’indispensabile talento tecnico azioni disperse nel territorio, renderebbe irresistibile un colpo fulmineo su pochi, pochissimi gangli del potere: compreso lo pseudo ganglo della radiotelevisione di Stato. Non parliamo di quanto efficace sarebbe puntare a salve le bocche da fuoco sulla tribuna delle somme autorità, sparando poche raffiche verso il cielo, in una parata tipo 2 Giugno, poi trasferendo autorità e loro signore a Campo Imperatore (Aquila), dove per poche settimane il maresciallo Badoglio trattenne il Duce.

A valle di 67 anni di peggiocrazia, il repulisti e la proclamazione del Nuovo Ordine susciterebbero maremoti di entusiasmo. Protesterebbero solo i novantacinquenni che fecero la Resistenza, i cinquecentomila e passa (due milioni coi parenti stretti) che vivono di soli furti della politica, le bizzoche delle primarie, i coccodrilli delle urne, i malati delle manifestazioni urbane, gli ex-pensionati d’oro ridotti a mangiare alle mense della Caritas, i consiglieri e palafrenieri del Colle, i quirinalisti uscenti, anzi usciti; più gli impoveriti dalle patrimoniali. L’uomo della strada, cioè le grandi masse, esulterebbe in piazza. Le figlie, quasi tutte liberate, si darebbero ai paracadutisti dopo averli inghirlandati di viole. Non si è mai dato un golpe riuscito che non abbia fatto esplodere la gioia del popolo, cominciando dai proletari e/o precari. Qualche mese fa la percentuale degli estimatori della Casta si aggirava sul 3-4%, comprensiva dell’Uomo del Colle e dei parenti dei politici. Altrettanto irrisorio sarebbe il segmento umano disposto ad esigere la restaurazione della legalità. A valle di Fiorito Penati e Lusi, a valle di un covo di ratti in ciascuna delle istituzioni cloacali della repubblica, la legalità è quella cosa che permise ad Al Capone, pur finito in carcere per evasione fiscale, di non rispondere dei delitti di sangue della sua gang e suoi personali. La rottura della legalità è la costante di tutti i cambi grossi,  di tutti i rivolgimenti e le rivoluzioni della storia. Oggi, da noi, la legalità è il salvacondotto a favore dei saccheggiatori. La Costituzione è il titolo di proprietà che intesta lo Stivale ai peggiori tra noi.

I manuali di storia spiegano che nell’Ellade la tirannide frantumatrice della legalità fu la fase che liquidò i regimi aristocratici, cioè oligarchici, e preparò l’avvento della democrazia (la quale fu l’opposto della nostra partitocrazia).  Pisistrato ricevette dai cittadini la forza armata con cui si fece tiranno di Atene, e governò (considerato tutto) meglio di Solone. Se oggi due-tre miliardi di poveri del Terzo Mondo hanno qualcosa da mangiare, più qualche misura di Welfare, lo devono alla rottura delle comiche Costituzioni postcoloniali operata nei decenni dai militari detentori delle armi. Senza la minaccia della violenza, mai lo Stivale si libererà dei suoi cinquantamila Proci, o meglio capoladri.

Il vasto appoggio delle masse lavoratrici, ma non solo, è il tratto qualificante e normale dei regimi militari, oppure nati militari e poi divenuti autoritari-amici del popolo. Sorgono e si mantengono in quanto rispondono alle esigenze dei molti; e in quanto, non essendo costretti ai compromessi, ai riti e alle convenzioni del costituzionalismo, sono in grado di imporre volta per volta le soluzioni, giuste o sbagliate che siano, rispondenti alle attese popolari; perciò nell’immediato il consenso di massa si conferma e può accrescersi. Le maggioranze sociologiche non sono tenute al rigore e alla lungimiranza degli statisti alla Quintino Sella, specie di quelli cui i patrimoni ereditati consentono di pensare ai posteri affamando i viventi. Dunque, saggi o demagogici che siano, i regimi forti conservano l’appoggio maggioritario.

I legittimisti di casa nostra non facciano affidamento su una brevità dell’ipotetica gestione militare. Il potere nasserista cominciò esattamente 60 anni fa: per vari adattamenti, evoluzioni e, oggi, contrazioni, perdura. Il Terzo Mondo deve a un alto numero di regimi militari, oppure politici ma basati sull’imposizione armata, sorti dopo la decolonizzazione, se persino le società più primitive si sono alquanto modernizzate, con ordinamenti in qualche misura ispirati al Welfare: assistenza medica primordiale, pensioni (per noi) di fame,  più scuole.

Concludendo quanto alla risposta collettiva a un Putsch militare: Iberia docet.  Le dittature instaurate dall’esercito ai danni dei politicanti liberali in Spagna (1923) e in Portogallo (1926) furono abbastanza lunghe: quasi sette anni la prima, quasi  semisecolare la seconda, evolutasi nel 1933 nell’Estado Novo di Salazar (che aveva esordito come famoso economista alla Mario Monti). Quest’ultima finì, nel 1974, per un altro pronunciamento militare; e a primo capo di Stato della presente fase democratica fu eletto un generale (R.Eanes).

Quanto alla Spagna, nessuno storico nega l’eccezionale appoggio che il Paese dette per circa sei anni alla Dictadura bonaria e amica del popolo del generale filosocialista Miguel Primo de Rivera. Appartenente a un casato che vantava numerosi generali di inclinazioni progressiste, fu il più provvido e amato dei governanti spagnoli nei secoli XIX e XX.

Venisse il golpe, ormai più desiderato che temuto dai più tra gli italiani, non sarebbero le sparute cellule clandestine del sinistrismo similpartigiano, meno che mai le conventicole liberal-borghesi, ad abbattere il regime delle spalline elicotteristiche. Semmai il perbenismo nordeuropeo e, più ancora, il potere finanziario e le agenzie di rating. Nel 1930 andò così al generale Primo de Rivera, benemerito sbaragliatore dei ‘politicastros’.

A.M.Calderazzi

LA METEORA FRAGA IRIBARNE

Come capo di uno dei partiti della Spagna fattasi democratica, Manuel Fraga Iribarne fu un fallimento. Se invece si prescinde dalla sua decisione di mettersi nel gioco del parlamentarismo postfranchista, egli fu il politico più colto e significativo di Spagna nella fase tra il 1962 (ingresso nel governo di Franco) e il primo ministero (1976) svincolato dal Caudillo, presieduto dall’abile Nessuno Adolfo Suarez. Già ministro del Movimiento, cioè sahariana in chief, Suarez seppe convertirsi nel primo presidente della Transiciòn alla democrazia. Fraga, vice premier e da molti pronosticato per il posto di Suarez, non volle servire sotto il brillante giovanotto, successore di Carlos Arias Navarro, uno dei principali luogotenenti del Caudillo.

Il partito che Fraga lanciò si chiamava Popular (così si chiama oggi sotto Rajoy) ed era il contrario che popolare: voleva federare le varie destre. Fraga non fece mistero, anche a livello scientifico, di riprendere l’operazione conservatrice di Antonio Canovas del Castillo, il quale governò a lungo la Spagna dopo avere nel 1876 restaurato la monarchia. Canovas fu il Giolitti, meno aperto, del parlamentarismo iberico; fu assassinato nel 1897 dal solito anarchico. I governanti suoi successori furono talmente inefficienti o sfortunati che nel settembre 1923 fu facile al generale marchese Miguel Primo de Rivera, capitano generale della Catalogna, abbattere il regime parlamentare in poche ore, senza spargimento di sangue. Instaurò una bonaria ‘Dictadura’ legale che durò fino al 1930, sempre appoggiata da un largo consenso popolare (notabili e intellettuali a parte). Collaborarono apertamente i socialisti, allora un partito onesto, e il Dictador ricambiò attuando una parte non piccola del loro programma. Fu sul punto di fare di loro il partito unico del regime.

Quando Primo de Rivera prese il potere, il sistema politico della Spagna era un malato terminale: peggio del nostro del 2012, con in più un terribile conflitto sociale. Governava un’oligarchia di notabili liberal-conservatori, a volte corrotti, sempre tesi agli interessi che rappresentavano, tutti indifferenti alla miseria del proletariato. Nelle campagne le famiglie dei braccianti non mangiavano tutti i giorni dell’anno. Spesso non si permettevano un pasto serale. La previdenza sociale e la sanità pubblica non esistevano. Quando arrivavano le malattie e i lutti non c’era che la mendicità. Metà della popolazione era analfabeta. Lo scontro sociale non poteva che essere estremo: nel quinquennio che precedette il golpe di Primo ci furono quasi 1300 attentati, di cui 843 nell’area di Barcellona. Nel 1922 gli scioperi politici erano stati 429. Nel maggio-giugno 1923 -il golpe venne in settembre- lo sciopero generale dei trasporti aveva fatto 22 morti. Si aggiungeva un’aspra guerra coloniale in Marocco.

Dopo la tragedia del 1898 (disfatta nella guerra con gli USA, perdita dell’impero) il pensatore Joaquin Costa, iniziatore del Rigenerazionismo, aveva invocato un ‘cirujano de hierro’, un chirurgo di ferro che amputasse le cancrene. Primo de Rivera fu il chirurgo: chiuse le Cortes, cestinò la Costituzione, affidò ad ufficiali tutti gli organismi pubblici, fece gestire la politica economica a José Calvo Sotelo, un trentaduenne intelligente e molto coraggioso (infatti morì assassinato nel 1936, e la scintilla fece esplodere la Guerra civile). Il generale si applicò quotidianamente a cambiare le cose e a farne edotti gli spagnoli. Il paese, intellettuali all’inizio compresi, accettò il golpe come salutare. La Dictadura mise subito fine alla guerra coloniale. La cooperazione col partito socialista chiuse lo scontro sociale e il terrorismo.

La maggior parte degli storici riconoscono l’efficacia dell’azione economica: la Dictadura costruì strade e case popolari, allargò l’elettrificazione e l’irrigazione, promosse tutte le attività produttive, creò i primi istituti e provvidenze del Welfare (pensioni, assistenza medica, sussidi ai disoccupati e ai poveri), aprì 4.000 scuole. Tutti gli indicatori, buona congiuntura internazionale aiutando, attestarono una prosperità senza precedenti, con un tasso di sviluppo del 5,5%. Per l’aspra opposizione degli agrari Primo non riuscì a dare terra ai contadini, a parte un piccolo programma; però i braccianti miserabili cominciarono a lavorare nelle città (e questo inferocì i latifondisti: la meccanizzazione era infante, perciò l’esodo dei braccianti li danneggiava sul serio). I proletari ebbero assicurato il pane che prima era stato così precario.

L’euforia finì verso il 1929, quando la Grande Depressione si fece sentire un po’ anche in Spagna, e soprattutto diventò schiacciante un debito pubblico molto dilatato dagli ambiziosi programmi di sviluppo e sociali. Il generale, marchese e Grande di Spagna, aveva speso troppo per le plebi che amava, che aveva beneficato materialmente e di cui condivideva il temperamento e le passioni. Amave danzare coi gitani. Quando arrivava un’entrata imprevista, assegnava modeste doti nuziali alle ragazze povere. In una terra di assassinii, andava in ufficio a piedi sapendosi amato. Come massimo consigliere sulle cose del lavoro aveva preso il capo sindacale Francisco Largo Caballero, il futuro ‘lenin spagnolo’ che nel 1937 sarà il penultimo capo di governo della Repubblica ormai rossa. I latifondisti e le destre economiche non  perdonarono al Dictador di avere di fatto redistribuito parte della loro ricchezza. Minato dal diabete e assillato dalla minaccia della bancarotta, nel 1930 Primo lasciò il potere spontaneamente; morì sei settimane dopo in un modesto hotel parigino.

Gli storici concordano: fu un regime di attacco agli assetti tradizionali (del resto la famiglia dei Primo vantava vari generali che nelle guerre carliste avevano parteggiato contro i conservatori). Il Dictador fu una specie di Gracco, alto aristocratico e tribuno della plebe. Avendo neutralizzato il parlamento e i partiti -tranne quello socialista- il Tribuno/Dictador potè dall’alto modernizzare il paese e aiutare nel concreto i proletari, la borghesia minuta e la nascente tecnocrazia. Furono i privilegiati che combatterono accanitamente e poi abbatterono il Dittatore. Rifiutando il liberismo conservatore, fermando l’anarchismo e punendo l’egoismo dei ceti privilegiati, Primo fu il migliore governante spagnolo degli ultimi due secoli.

Cadde a causa del suo disprezzo per quelli che chiamava i ‘politicastros’ liberali e per gli ‘autointellectuales’ di sinistra; più ancora per le destre ottusamente reazionarie ed egoiste. I suoi oppositori non furono mai appoggiati dal popolo: il popolo aveva ricevuto molto dalla dittatura e avrebbe ricevuto assai poco dai politici progressisti quando, a partire dal 1931, instaurarono la loro repubblica. Infine la Dictadura non oppresse né perseguitò gli avversari. Quelli che si esposero più direttamente furono colpiti da multe. Le carceri non si riempirono; non fu fascismo.

Nel momento di entrare nell’agone politico -fin’allora aveva fatto il meritocrate- Manuel Fraga Iribarne avrebbe potuto avere in Primo de Rivera un precedente, un patrimonio e un retaggio di prima grandezza: l’opzione del riformismo energico, fattivo e guidato efficacemente dall’alto, senza politici professionisti. Fraga Iribarne avrebbe dovuto riprendere l’opera innovatrice e giustiziera dove il generale l’aveva lasciata, e portarla più avanti. Avrebbe dovuto proporre modernizzazione e riforme etiche, da fare assieme alla maggioranza sociologica, consonando con le istanze e i valori di quest’ultima. Oltre a tutto l’eredità del Dictador era stata rilanciata e ‘sublimata’ dall’idealismo temerario del figlio José Antonio, fucilato nel 1936, fondatore sì della Falange filofascista ma anch’egli mosso da slanci solidali e di giustizia, anch’egli spregiatore delle imposture della democrazia. Lo stesso franchismo vittorioso della Guerra civile dovette fare propri in qualche misura, attraverso il messaggio di José Antonio, i contenuti popolari del regime primorriverista. Gli spunti di retaggio e di innovazione che si offrivano a Fraga Iribarne erano abbondanti e vividi, anche a volere rinnegare in tutto l’eredità del franchismo, dal quale pure era stato catapultato al vertice. Ricordiamo: la vera Transiciòn dall’autoritarismo fu realizzata da Adolfo Suarez, ex-ministro del Movimiento. Non avrebbe potuto affrontare il futuro un Fraga continuatore di Primo de Rivera, il governante più saggio e il più sincero amico del popolo dai primi dell’Ottocento, quando la Spagna inventò a Cadice il liberalismo progressista?

Invece Fraga Iribarne scelse di lasciarsi portare dalla deriva democratica, con un partito dei banchieri e delle duchesse, senza alcun titolo di nobiltà ideale, senza una storia positiva, senza potenziale di elaborazione e immaginazione, senza candidatura a sperimentare. Fu solo una puntata legittima dal punto di vista dei professionals della politica e degli opinionisti loro soci. Fu la pessima tra le puntate, anche vista dalla sponda della Realpolitik: un paio di competizioni elettorali perdute e Fraga, che aveva titolo a succedere a Franco, si trovò ridotto a notabile della gestione periferica e dei maneggi politici minori.

Tali erano state l’intelligenza, la cultura e la creatività passate -al servizio delle svolte modernizzanti di Franco- che noi continueremo a raccontare Fraga Iribarne: l’uomo che si giocò la grandezza per adeguarsi, abbassandosi, agli altri: agli edificatori della scadente partitocrazia spagnola, solo un po’ meno ladra della nostra, figliastra di quella che Primo de Rivera aveva sbaragliato in poche mosse, per amore del popolo.

Antonio Massimo Calderazzi

UNAMUNO NON PARLA ALLA SPAGNA D’OGGI. MA A QUELLA DI DOMANI?

Un secolo fa Miguel de Unamuno fu il maggiore tra gli intellettuali di Spagna, la voce più dolorosa e lirica di quella Generazione del ’98 il cui sorgere dal Desastre di quell’anno – disfatta totale di fronte agli Stati Uniti, perdita dell’impero oceanico- testimoniò che la nazione non moriva, che esprimeva l’intenso pensiero del Regeneracionismo. La cultura spagnola non avrebbe più raggiunto le altezze di Joaquìn Costa, di Ganivet, di Ortega y Gasset e, soprattutto, di Unamuno: filosofo e poeta, anzi profeta, nel senso di sacerdote dello spirito del Paese. Come ha scritto Carlo Bo, il Nostro, “maestro del parlare tragico” e “uomo agonico” non smise mai la meditazione sul passaggio dell’uomo sulla terra e il dialogo col Dio ignoto.

Ma diversamente da Pirandello e da William Blake, cui fu spesso accostato da critici e da storici, Unamuno fu il bardo di una patria prostrata e gloriosa, l’incarnazione del sentimento nazionale. Tale era stato riconosciuto sin da giovanissimo: chiamato a 27 anni alla cattedra di letteratura greca a Salamanca, rettore a 36, un seguito proclamato rettore a vita della più illustre delle università nazionali.

Troppo poeta e troppo romantico per cogliere il potenziale progressista e umanitario del colpo di Stato militare di Miguel Primo de Rivera, che nel 1923 abbatté il morente parlamentarismo dei notabili e dei latifondisti, Unamuno si mise alla testa dell’opposizione intellettuale con tale foga che nel 1924 fu mandato al confino nelle Canarie. Pur veementemente socialista, non aveva intuito che il Dittatore avrebbe governato da amico del popolo e in collaborazione coi socialisti, a quel tempo un partito di onesti. Primo de Rivera non solo non lo sciolse, ma fu sul punto di costituirlo partito unico di regime. Suo alto consigliere fu il capo sindacale Francisco Largo Caballero, futuro capo del governo repubblicano e ‘Lenin spagnolo’. Tali erano il prestigio del rettore e la bonarietà del dittatore che a Unamuno fu permesso di ‘evadere’ in Francia, e fu anche offerta l’amnistia, che rifiutò. Va precisato che, almeno nel primo quinquennio del regime militare, gli oppositori erano un’esigua minoranza. Il colpo di stato contro i partiti e i politici aveva suscitato un consenso assai vasto. Venne meno verso il 1929, quando gli effetti, in Spagna pur non troppo violenti, della Depressione internazionale e gli oneri del grosso debito provocato dalle opere pubbliche e delle provvidenze a favore dei proletari, misero in difficoltà la Dittatura. Primo si dimise spontaneamente.

Unamuno incarnava il paese del suo tempo, povero e, nei suoi intellettuali, nobilmente allucinato. Certo non avrebbe voluto convivere con la Spagna odierna della modernità spinta, dell’omogeneizzazione capitalista,  della bolla immobiliare. E’ altrettanto certo che gli spagnoli d’oggi non possono/vogliono riconoscersi nell’uomo che aveva scritto “Del sentimiento tràgico de la vida” e “Agonìa del cristianismo’. Ma l’Unamuno del Regeneracionismo esaltante, fino a che punto aveva ripudiato i miti antichi della Spagna ‘inmortal’, i miti di Calderon e di Cervantes, che sembravano avere staccato il Paese dall’Europa?

José Luis Varela, della madrilena Universidad Complutense, provò a rispondere a questo interrogativo col saggio ‘Unamuno y la Tradiciòn espagnola’. Non dette una risposta univoca; infatti l’incipit del saggio recitava: “En 1906, todavìa inmerso Unamuno en el reino de las negaciones, considera que nada es mas engagnoso que el concepto de tradiciòn”, e che “con la voz tradiciòn puede entenderse todo, hasta la vuelta al paganismo”. Per Varela è decisivo in proposito il primo dei libri di Unamuno ‘En torno al casticismo’, del 1902 (in italiano rendiamo ‘casticismo’ come tradizionalismo; ‘casta’, a sud dei Pirenei, è la stirpe in purezza): opera che il saggista definiva “excesiva, de mocedad (prima giovinezza) beligerante”, ma in ogni modo situata “a la cabeza del ensayo moderno sobre Espagna”, venuta prima dei Ganìvet, dei Costa e dei Maeztu. In più Varela precisava anche che l’oggetto del ‘combate civil’ di Unamuno era, specificamente, il ‘narcisismo casticista’. Ma aggiungeva, a dissipare l’aspettativa di una risposta netta, che in Unamuno c’è “una palinodìa, que va de la negaciòn rotunda y global a la defensa, cautelosa y condicionada, de la grandeza pasada”. E d’altra parte il rettore di Salamanca “de entrada se declara antinacionalista, ya que sòlo el aire de fuera regenera nuestros pulmones”.

Nei 37 anni trascorsi dalla morte di Franco la Spagna ne ha respirata, di ‘aire de fuera’, persino troppa. Anzi cominciò a respirarne  negli anni Cinquanta. Fatta la scelta dell’alleanza americana, poi dell’apertura al turismo, del capitalismo liberista e della tecnocrazia, cominciò allora, per la conversione del Caudillo e anche per la spinta di Fraga Iribarne, la agognata saldatura all’Europa e al mondo. Risultati, dite voi.

La ‘palinodìa’ che Velarde attribuisce al grande bilbaino non è fatta per coinvolgere i connazionali di Rajoy e Zapatero, ostaggi dell’ipercapitalismo, della prosperità idolatrata e oggi rimpianta, della dissacrazione. Ma forse gli spagnoli di domani avranno anch’essi la loro palinodìa. per tedio della modernità. Potranno riscoprire qualche contenuto casticista, vergognarsi d’essersi troppo vergognati dei lunghi secoli di povertà gloriosa. Uno spagnolo ricco è ributtante, aveva scritto Ganìvet. Gli spagnoli di domani, a valle di una crisi purificante, potranno guardare con simpatia al fervido triennio socialista (1894-97) di Unamuno. Velarde sottolinea che il socialismo, benché ‘experiencia fugaz y juvenil, no fue superficial y literaria(…) Unamuno concibe al socialismo como una nueva religiòn, como superaciòn del egoìsmo de las clases poseedoras”.

Oggi ‘socialismo’ è parola da non pronunciare a tavola, anche in Spagna. Eppure forse il domani è di un neo-socialismo spiritualista, totalmente rigenerato, diametralmente opposto sia alla ferocia assassina del comunismo, sia alla corruzione del craxismo e del felipismo (di battesimo si chiamava Felipe, Felipe Gonzales, il primo governante socialista del post-franchismo). Ramiro de Maeztu, compagno di ‘combate civil’ di Unamuno, propose -da destra-  il Guild Socialism, un comunitarismo che oggi chiameremmo dei kibbuz invece che delle gilde.

Quello che conta, e che resterà per sempre, è l’invocazione del Rettore a favore del popolo spagnolo: “Que le dejen (lascino) vivir en paz y en gracia de Dios. Que no le sacrifiquen al progreso, por Dios, que no le sacrifiquen al progreso!”.

Antonio Massimo Calderazzi

25 APRILE 2013, UNA NUOVA LIBERAZIONE

Aggravatasi paurosamente la crisi, inferocitosi l’odio per i partiti, il 25 aprile 2013 l’Uomo di fegato ha preso il potere senza colpo ferire. Ha applicato alla lettera il metodo di Miguel Primo de Rivera, quella volta di novant’anni fa in Spagna: accordi tecnici tra i principali comandanti territoriali, perfetta sincronizzazione degli interventi, niente impiego delle armi, pura e semplice destituzione dei gerarchi e notabili del regime. I più non hanno fiatato, i meno sono stati ospitati in amene località montane.

Il 26 aprile 2013 giornali e teletestate non sono usciti o presentavano vasti spazi vuoti; quelli del giorno successivo inclinavano già a capire le ragioni del Movimento; un altro giorno ancora e le Grandi Firme, i Pensosi Opinionisti e i Testimoni del Tempo, insomma le icone del pensiero democratico, hanno preso ad inneggiare all’Uomo di fegato.

Camusso, Landini e ogni altro leader sindacale sono stati prontamente guadagnati al colpo di stato. Portati subito nella tenda del comando supremo, l’Uomo di fegato ha spiegato loro, libri di storia alla mano, che a partire dal 1923 il capo dei sindacati spagnoli Francisco Largo Caballero -il ‘Lenin spagnolo’, futuro capo del governo repubblicano cioè rosso- fu l’ascoltatissimo consigliere ufficiale di Primo de Rivera: questo perché il Dictador volle essere primo nella storia moderna di Spagna a innovare dalla parte del popolo: case, ospedali, avvio delle pensioni e delle assicurazioni sociali. Nacque allora il Welfare iberico, e in più si attuò un vasto programma di opere pubbliche (strade, canali, ferrovie, persino paradores) che dettero occupazione. Niente scioperi ma parità tra capitale e lavoro in organismi d’arbitrato obbligatorio. Nessuno storico nega il consenso quasi unanime che andò al regime militare nel primo quinquennio, prima che i forti interventi statali ingigantissero il debito, e prima che arrivasse la Grande Depressione.

Messa così, è chiaro che l’Uomo di fegato del 2013 è deciso a correggere la rotta della nave, a cancellare gli eccessi del capitalismo. Per indebolire l’onnipotenza del diritto di proprietà e la prepotenza del mercato ha sospeso anche il Codice civile e ha cassato il concetto del diritto acquisito. Con un decreto entrato in vigore di notte ha espropriato le grandi fortune, mandando in esilio quanti hanno cercato di esportare i capitali. Ha dichiarato di non sapere rilanciare la crescita; pertanto la società andrà riorganizzata nella presunzione della decrescita. Le grandi masse dovranno vivere con un po’ meno, i privilegiati con moltissimo meno. A tutte le famiglie sarà garantito il minimo vitale. Il governo del Dictator ha notificato l’uscita dall’Alleanza occidentale e la rinuncia a tutte le operazioni internazionali, a parte rari e autentici interventi caritatevoli.

Il sistema derivante da queste riforme non sarà fondato sulla libera iniziativa; i suoi parziali lineamenti neo-collettivistici avranno poco in comune con i fallimenti del marxismo. Questi sconvolgimenti non li attueranno i militari dell’Uomo di fegato: troppo impreparati, in ogni caso troppo pochi. Si aprirà l’era della democrazia diretta selettiva, senza più elezioni. Tra i cittadini più qualificati per capacità professionali e meriti civici quali il volontariato, il computer centrale estrarrà una Polis ristretta, per turni non rinnovabili di pochi mesi. Assistiti dai tecnici e dai burocrati, i circa cinquecentomila ‘supercittadini’ saranno decisori e gestori. Mai più politici di mestiere.

Il meccanismo congegnato dall’Uomo di fegato avrà molti difetti, eppure risulterà preferibile a quello, insopportabilmente pessimo, cancellato con le brusche. Lo dimostrerà ad abundantiam l’approvazione del popolo. In Spagna i primi anni della gestione primo riverista furono i migliori tra il crollo del parlamentarismo dei notabili e la Guerra Civile.

l’Ussita

FRAGA IRIBARNE SUICIDO’ LA SUA GRANDEZZA

Qualcuno sosterrà che a Manuel Fraga capitò due volte di reggere la Spagna attraverso  i discepoli o diadochi J.M.Aznar e Mariano Rajoy. I due seppero vincere le elezioni e divennero presidenti del governo; Fraga non pervenne al vertice cui era predestinato. Si fermò a vice-premier e ministro della Gobernacion sotto Carlos Arias Navarro. Il momento di gloria era stato tra il 1962 e il l969, quando da ministro delle Informazioni e del Turismo Fraga aveva condotto il Caudillo, uomo di convinzioni granitiche, verso l’apertura e la liberalizzazione, anzi verso una misurata libertà. Da quel momento la Spagna accelerò il passo verso la modernità e la fine della dittatura.

Fraga era arrivato così in alto come il prodotto migliore di quella meritocrazia che in parte strutturava il regime dopo l’aspra fase seguita alla vittoria militare. Giovane di talento eccezionale, poco dopo la laurea era risultato primo nei tre concorsi più ardui di tutti: magistratura, uffici delle Cortes, cattedra universitaria (aveva scelto quest’ultima). Inevitabilmente tanta bravura aveva attirato l’attenzione di  Francisco Franco. Chiamato nel governo quando ancora non esisteva un primo ministro e i capi dei dicasteri riferivano direttamente al Caudillo, presto il giovane prodigio si profila non solo come ministro di spicco ma anche come uomo forte e credibile aspirante a succedere a Franco.

Poi i giochi di regime da una parte, dall’altra l’avvicinarsi del pluralismo da lui stesso promosso mettono Fraga di fronte alla scelta: muovere dal franchismo per farlo evolvere in una formula nuova, una ‘terza via’ interclassista, oppure trasbordare dalla eccezione spagnola alla conformità occidentale: democrazia elettorale, parlamentarismo, partiti.  Complessato per l’essere stato  gerarca, il Nostro fa la seconda scelta e fonda un partito come gli altri, una pedestre Alianza Popular. E’ il partito della Derecha, cbe  nel tempo di Reagan e Thatcher riprende il liberalconservatorismo di Antonio Canovas del Castillo, il maggiore artefice della stabilizzazione politica sotto Alfonso XII. Chiuso mezzo secolo di guerre carliste e di aspri conflitti di fazione, Canovas riuscì ad associare al suo disegno l’intera classe di potere. I suoi conservatori e i liberali di Sagasta si sarebbero stabilmente alternati al governo fino al 1923, quando il disfacimento del paese suscitò l’acclamato colpo di Stato antipolitico, antipartitico, corporativo e filosocialista del generale Miguel Primo de Rivera. Il quale modernizzò la Spagna ‘all’autoritaria’ e cadde quasi sette anni dopo per  l’odio dei reazionari e per le conseguenze della Grande Depressione.

Fraga scelse di offrirsi come il nuovo Canovas del Castillo invece che come il rielaboratore dell’opera di Primo de Rivera, il dictador che, sbaragliati i notabili della politica oligarchica, aveva  governato coi tecnici (i due principali tra i quali erano trentenni) e col capo dei sindacati socialisti, attuando grandi opere pubbliche, costruendo scuole e case popolari, spegnendo i conflitti di lavoro con le commissioni paritarie d’arbitrato e realizzando il primo nucleo di Welfare State, le prime provvidenze pubbliche.

In sostanza Fraga valutò che nulla potesse essere recuperato e rilanciato del mezzo secolo di interclassismo autoritario, piuttosto avvicinabile a formule miste, ‘nasseriste’, ‘peroniste’ persino “comuniste cinesi”, oggi vigenti piuttosto che alla liberalplutocrazia dell’Occidente. Voltare le spalle al franchismo era inevitabile. Non lo era scegliere, come Fraga fece, il versante conservatore del parlamentarismo ‘alla democratica’. Invece di farsi trasformatore del franchismo in una ‘terza via’ primoriverista e gollista, Fraga aderì al canone democapitalista risultato vincitore solo per l’implosione del comunismo.

 

La ‘promessa’ che fu mancata

Una volta che Fraga Iribarne, in quel momento ambasciatore di Spagna a Londra, mi fece l’onore di ospitarmi un paio di giorni nell’ambasciata, notai che le lenzuola del letto degli ospiti, non molto prima servito a Juan Carlos ancora principe designato al trono, erano sì fregiate della corona reale, ma presentavano virtuosi rinacci: fatto assai encomiabile. Dopo una colazione cui sedevano anche alcuni maggiorenti madrileni, ministri o boiardi di Stato, dormicchiavo su un canapè quando l’ambasciatore, evidentemente disdegnoso del costume della siesta, mi trascinò in una passeggiata igienica a due attorno ai superbi edifici di Belgrave Sq. Mi illustrò a grandi linee il disegno canovista della sua Alianza Popular.

Come potetti, data la mia insignificanza, provai ad obiettare che la fisionomia di partito dei banchieri e delle duchesse non avrebbe coinvolto abbastanza spagnoli. Nel suo ottimo italiano -era anche eccellente linguista- Fraga rispose testualmente: “Calderazzi le prometto: il manifesto programmatico del mio partito conterrà formule che neutralizzeranno le  sue obiezioni”.

Non neutralizzarono. Le cose andarono come andarono. Alla prima prova elettorale i risultati furono deludenti. Scelsero Alianza Popular soprattutto banchieri, duchesse ed associati. Nel 1982  Felipe Gonzales portò al trionfo i socialisti, allora ancora degni di rispetto. Bisognò che con gli anni il potere felipista dimostrasse con gli scandali d’essere un regime di malaffare democratico-craxiano perchè il partito di Fraga, ormai capeggiato da Aznar, vincesse le elezioni e governasse per due legislature senza gloria. Manuel Fraga, che per conformarsi alle regole del ‘Club Democrazia’ aveva preferito l’opzione democapitalista invece di farsi fondatore del nuovo, andò a fare il presidente della Galizia. Da Santiago di Compostella  lanciò, molto sommessamente, un solo messaggio di valore universale: che il futuro apparterrà a una delle formule della democrazia elettronica (v. questo numero di Internauta). Poi più niente di importante venne dall’uomo della grande alternativa al franchismo sì, ma anche all’elettoralismo, ai partiti, agli scadenti riti della democrazia.

Manuel Fraga Iribarne avrebbe dovuto dimenticare Canovas del Castillo e il liberalismo dei grandi proprietari. Avrebbe dovuto stare alla larga del destrismo moderno, che al livello più evoluto era al massimo Georges Pompidou. Avrebbe dovuto rovesciare il tavolo, respingere l’omologazione, lasciare il pensiero unico ai sovrani scandinavi che vanno in bicicletta, ricordarsi del ruolo che gli spettava di produttore del nuovo e dell’anticonvenzionale.  Avrebbe dovuto essere coerente con la sua vocazione.

Alla vigilia della fine del Caudillo aveva in mano alcune leve del potere. Invece di mobilitare mediocri attivisti di partito e inesperti galoppini elettorali avrebbe potuto riprendere, aggiornare e rilanciare il giustizialismo filosocialista della dittatura Primo. Ritenne invece di iscriversi all’impostura democratica, dimostratasi così conveniente ai detentori della vera ricchezza che le liturgie della frode parlamentare si sono allargate nel mondo in simultanea all’ingigantimento dei divari sociali. M.Primo de Rivera combatté questo imbarbarimento. Rifiutò i precetti della democrazia, però agì concretamente per migliorare la condizione proletaria: case, assistenza medica, pensioni, salari, parità con gli imprenditori nelle commissioni d’arbitrato.

Fraga, che aveva insegnato la sociologia nel maggiore ateneo della penisola,  che vantava di portare gli studenti a conoscere de visu la realtà delle borgate povere della capitale, valutò che la scelta della giustizia sociale non  pagasse. Il risultato fu miserevole.

Prima di smentire se stesso, prima di prendere la tessera della rispettabilità democratica, prima di diventare ripetitore di un verbo ‘derechista’ messo a punto nell’Ottocento, Fraga era stato il migliore tra i protagonisti della realtà spagnola. Nessuno era pari a lui per pensiero e visione. I suoi concorrenti erano uomini di gestione: cominciando dai talentuosi Adolfo Suarez e Leopoldo Calvo Sotelo, che presiedettero il governo dopo Arias Navarro mentre Fraga si attardava ad organizzare il partito del torysmo-canovismo.

Il giorno che Fraga lasciava l’ambasciata a Londra, il 18 novembre 1975, un grande giornale britannico scriveva di lui “il più acuto tra gli spagnoli viventi”, e qualcuno corresse “tra gli europei viventi”. Volgendo lo sguardo a varie capitali non si trovava in alcun governante l’articolazione e le aperture culturali del Nostro. Da lui si attendeva che progettasse qualcosa di meglio della democrazia mezzadra del capitalismo. Qualcuno immaginava l’imminente età di Fraga come ‘gollismo’: ma a Fraga spettava di fare meglio di de Gaulle, che non era un pensatore né un re filosofo. Il generale aveva intuito che la sua missione grande era di riformare la società francese, di realizzare la sua Troisième Voie tra capitalismo e comunismo. Non ne fece niente, prigioniero della fissazione maniacale per la politica estera e militare.

Fraga era apparso fatto di una delle leghe più rare, la lega tra il filosofo, l’ingegnere sociale e l’uomo d’azione. Il libro-manifesto che scrisse alla fine del franchismo, “Proposta alla nazione spagnola, chiudeva spesso i suoi paragrafi con formule storicizzanti come “Y Dios con todos” e “Que Dios nos ayude”. Il suo ‘modello’ avrebbe dovuto ispirarsi alle glorie e ai drammi del passato nazionale più che ai think tanks di Francoforte e New York.

Ecco alcune delle prospettive che Fraga annunciava:

-la cogestione nelle imprese “perché, scriveva, non squillino le trombe di Gerico” e “perché i partiti non si facciano il nuovo Principe”;

– la  trasformazione dello spirito imprenditoriale perché sopravvivesse alla “agonia del capitalismo (“la Borsa non ha saputo sostituirsi al Santo Graal”). Qualcuno mi dica se uno che guardava al Santo Graal doveva abbassarsi a presiedere esecutivi di partito e a fare il deputato alle Cortes;

– l’integrazione dei ceti sociali “per sanare l’alienazione ed unire ‘las dos ciudades’, che poi erano the two nations d’Inghilterra secondo Disraeli”;

– l’esaltazione del lavoro “contro l’eroismo, per così dire inutile, del matador che faceva piangere Garcia Lorca; contro la maschia ferocia della guerra civile”.

Queste e molte altre enunciazioni suscitarono l’attesa che il Nostro volesse davvero “avvicinare l’utopia”. Strappare sì gli spagnoli al senso tragico del destino (Miguel de Unamuno lo lamentava accettandolo, mentre Fraga lo combatteva, pur rispettandone la forza). Chiudere sì’ a doppia mandata il sepolcro del Cid,  come invocò Joaquìn Costa. Ma anche tenere viva la tensione morale che fu la forza di un popolo conquistatore; che fu anche “la chiave della nostra grandezza, miseria ed anche follia”. La follia spagnola andava spenta e al tempo stesso andava fatta rinascere, sublimata.

Per ultimo. Fraga Iribarne elettrizzava quando proiettava nel futuro il pensiero, ispirato al passato e al tempo stesso costruttivo del domani, di un eroe del coraggio ideale, Ramiro de Maeztu, uno dei maggiori intellettuali degli inizi del Novecento, tra i primi a cadere davanti ai plotoni d’esecuzione repubblicani del 1936: schierato a destra ma al tempo stesso pienamente partecipe del corso filosocialista del dittatore Primo de Rivera. Quel Maeztu che si era affermato a Londra come guida del Guild Socialism (sorto lì come alternativa al marxismo) sembrava poter orientare l’azione politica di Fraga: muovere da destra ma in spirito di amore del popolo. Il guild-socialista Maeztu aveva pensato e agito all’unisono con quel generale aristocratico che parteggiava per la plebe, e che, abbattuto dall’odio dei reazionari, abbandonò volontariamente il potere dittatoriale e andò a morire in esilio qualche mese dopo.

La vicenda di Maeztu, di Miguel Primo de Rivera, come del resto di José Antonio figlio di quest’ultimo e fondatore della Falange -cioè di quel fascismo di sinistra che Francisco Franco soppresse fingendo di esaltarlo- ricorda quella dei fratelli Gracchi, gli eroi romani di parte popolare. I Primo de Rivera, marchesi e Grandi di Spagna, appartenevano all’alto patriziato tanto quanto i Gracchi che erano nipoti di Scipione l’Africano. Tiberio Gracco fu ucciso dai partigiani della fazione latifondista. Gaio Gracco si fece uccidere da uno schiavo quando, ferito, stava per essere catturato e finito. Ventitre secoli dopo i Gracchi restano nella storia come sfortunati tribuni della plebe. Anche i due Primo furono tribuni plebis.

A Manuel Fraga spettava di riprenderne l’opera: non nel contesto tragico che uccise Maeztu e José Antonio, anch’egli fucilato nel 1936, bensì in una Spagna pacificata e saldata all’Europa. Era stato Fraga a scrivere: “A Jerez de la Frontera, nel tempo imperiale di Carlo V, gli uomini non avevano da mangiare. Si mangiarono, letteralmente, tra  loro”.

Facendosi democratico conservatore, e fondando il partito dei banchieri e delle duchesse, Fraga suicidò la sua grandezza.

Antonio Massimo Calderazzi

LA DITTATURA MORBIDA DI PRIMO DE RIVERA

Un esperimento quasi socialista nella Spagna pre-Franco

Sostengo, naturalmente rappresentando me stesso  e non alcun altro di ‘Internauta’,  che solo un Distruttore e Giustiziere saprebbe bonificare la nostra Repubblica, e che lo farebbe nell’unico modo possibile: abbattendo il regime di ladri che la usurpa a partire dalla vittoria angloamericana del 1945. Mai il regime riformerà se stesso. Se a questa convinzione sono arrivato è in quanto nella storia contemporanea varie situazioni di crisi estrema furono risolte da distruttori e giustizieri.

I casi più emblematici furono la Turchia, l’Egitto,  la Spagna. In quest’ultima la spada che taglia il nodo di Gordio la usò nel settembre 1923 il generale Miguel Primo de Rivera. La nazione era giunta all’orlo del baratro. Nei cinque anni che precedettero il 1923 gli attentati terroristici erano stati quasi 1300, di cui 843 nell’area di Barcellona. Nel 1922, 429 conflitti operai, prevalentemente politici. Nel maggio-giugno 1923 lo sciopero generale dei trasporti aveva fatto  22 morti. Si aggiungeva una disastrosa guerra coloniale nel Marocco.

Il 13 settembre del ’23 Primo de Rivera capitano generale in Catalogna, con un colpo militare tecnicamente perfetto, senza spargimento di sangue, prese il potere e proclamò una ‘Dictadura’ che durò fino al 1930, quando  si ritirò spontaneamente. Aveva messo fine al conflitto coloniale, aveva instaurato la pace sociale dando ai lavoratori, nel meccanismo paritario di conciliazione da lui introdotto, lo stesso potere contrattuale degli imprenditori. Aveva avviato il Welfare State. Ma  era stato indebolito dalla crisi della finanza pubblica. I costi delle grandi opere statali e delle provvidenze sociali, aggiunti ai primi effetti della Depressione mondiale del 1929, avevano fortemente indebitato l’Erario.

Per la precisione va detto che se il dittatore lasciò volontariamente il governo -solo gli intellettuali e gli studenti si erano mobilitati contro di lui- la decisione di sacrificare Primo de Rivera fu presa, come ha scritto lo storico progressista Manuel Tunon de Lara, “dal Re, dall’aristocrazia e dall’alta borghesia”. Il dittatore non era stato amico loro, bensì dei proletari. Infatti aveva apertamente favorito il Partito socialista, capeggiato da F.Largo Caballero, un massimalista da lui scelto come consigliere ufficiale per il lavoro. Nel 1937, ormai conosciuto come ‘il Lenin spagnolo’, Largo diverrà capo del governo della Repubblica in guerra con Francisco Franco.

Sostengo dunque che Primo de Rivera fu, con Kemal Ataturk, prototipo dell’uomo forte che nelle  circostanze più gravi benefica un paese invece di opprimerlo. In altre sedi ho cercato di dimostrare il mio assunto (in forza del quale per lo Stivale sarebbe una fortuna se sorgesse Uno esattamente come Primo). Qui mi limito a riferire ciò che altri dissero del Dittatore. Scriveva nel 1929 il compilatore di Encyclopaedia Britannica, edizione XIV:

“Militare e statista spagnolo, conosciuto come marchese di Estella, nato nel 1870. Promosso capitano a 23 anni per un atto di straordinario valore in combattimento. Nel 1915 governatore di Cadice. Per un discorso pubblico che proponeva di scambiare Ceuta contro Gibilterra, e in più attaccava frontalmente la politica marocchina della Spagna, fu destituito da  governatore di Cadice. Le sue eccezionali doti di soldato, i suoi exploits brillanti, il suo temperamento aperto e privo di affettazione, la sua congenialità coi sentimenti dell’esercito e della nazione gli valsero la fiducia del Re, oltre che degli alti comandi e dell’opinione pubblica. Nonostante il temerario discorso di cui sopra, fu presto promosso generale e comandante della prima divisione di fanteria a Madrid”.

“Nel 1921, eletto senatore per Cadice, invocò con un forte discorso la fine del gravoso impegno bellico in Marocco. Perdette nuovamente il  posto, ma il suo coraggio e patriottismo gli valsero di lì a poco l’incarico più difficile e pericoloso di tutti: capitano generale della Catalogna, dove regnava un terrore che il governo di Madrid non riusciva a fermare. Il nuovo capitano generale conseguì subito un successo commisurato al suo temperamento cavalleresco e ricco di carisma, energico e al tempo stesso generoso”.

Da questo punto segue il testo della Britannica, non tradotto:

“His integrity was proverbial. He soon recognized the chaos in Catalonia as one of the indirect consequences of the breakdown of the parliamentary régime. This was also responsible for the mismanagement of theMoroccocampaign, as well as the ferment in the army brought about by  the niggardliness, the favouritism and criminal recklessness of the central Government. Although the evil had long been diagnosed, nobody had had the courage to uproot it, until the dauntless Marquis de Estella issued the Manifesto datedSeptember 12, 1923, suspending the constitution and proclaiming in its place a directorate consisting of military and naval officers. This military coup d’état was carried out without bloodshed”.

“The methods of the directorate were prompt and radical. This innovation was welcomed with marked enthusiasm. Mindful of the undertaking he had given at the outset, Primo dissolved the directorate on December 3, 1925 and substituted a government composed of civil as well military ministers, mostly young men, as a preparatory step towards a new regime”.

 

Giudizio di Salvador de Madariaga

Al sorgere del regime di Primo de Rivera, Salvador de Madariaga, uno dei maggiori intellettuali spagnoli, era cattedratico di Studi Spagnoli a Oxford, Fellow dell’Exeter College. Nella stessa edizione 1929 della Encyclopaedia Britannica Madariaga sottilinea che l’imperativo del generale è  “to liberate the country from the professional politicians, the men who are responsible for the period of misfortune and corruption which began in 1898 and threatens to bring Spain to tragic and dishonourable end (…) A few drastic measures enabled the new government to gain control over the provincial and political machinery (…) In April 1924 an internal loan was floated- it  was covered nearly eight times over (…) The General tackled the problem of Morocco with characteristic courage. He deserved credit for having succeeded, first in imposing his views on the Spanish army in the field at the risk, non only of his popularity, but even sometimes of his life”.

Madariaga rileva che “i giovani ministri” nominati dal Generale “undertook their several activities unfettered by any parliamentary or constitutional shackles. Good work was at once seen in the ministry of Labour held by a young but experienced Catalan, Mr Aunòs, who tackled the organization of Labour on a co-operative basis with effective vigour. The Department of public works was ably conducted by an expert, the marquis of Guadalhorce. A welcome sign of economic revival came spontaneously from the nation. The Confederacion del Ebro, a free association of all the public bodies interested in the river, was founded in order to adjust the several requirements of irrigation, power, water supply and navigation as between all the regions on the river and its tributaries. It proved a signal success, and other bodies of a similar nature have been created on other rivers. Ambitious schemes for the electrification of the railways and the repair and development of the roads, including motor roads, have been set on foot (…) A successful funding of a short-term debt led to a voluntary exchange of nearly all the outstanding Treasury  bonds for long-term scrip. (…) The best successes of the government have been reaped in the financial field where, owing to a period of peace, the admirable vitality of the country responded with added wealth: The budget was finally balanced”.

“Now and then an outspoken speech (from the opposition) was heavily -though never cruelly-repressed. The Dictator, despite his evident good will and his successes in more than one field of government, has been the prisoner of his political inexperience”.

 Quella che Madariaga chiama ‘political inexperience’ fu la gloria di Primo. Senza dubbio i grandi notabili e i cacicchi Ancien Régime che avevano governato per mezzo secolo dopo le guerre carliste, portando la Spagna vicina alla fine, erano più esperti del Generale nei giochi ed infamie del parlamentarismo. Non più esperti, tuttavia, dei Proci che banchettano nello Stivale. Fortunati:  nessuno dei nostri generali ha la tempra di quel marchese andaluso che amava il popolo e disprezzava los politicastros. Che preferiva andare a piedi da casa all’ufficio. Che ripudiò immediatamente la sua promessa sposa (ufficiale) perché aveva tentato di monetizzare un po’ la posizione di First Lady. E che andò a morire in un albergo di terz’ordine a Parigi, invece che in uno dei castelli della sua classe (la quale  aveva detestato il suo quasi-socialismo).

A.M.Calderazzi

QUANDO NACQUE LA SPAGNA MODERNA

La Spagna di oggi, confrontata con quella della tradizione, è una delle società economiche più avanzate. Ai tempi più alti della grandezza, sotto Carlo V, le carestie erano frequenti al punto che si verificavano casi di cannibalismo. Alla fine dell’Ottocento i pensatori del Rigenerazionismo, spiritualmente tramortiti dalla catastrofe del 1898 (disfatta nella guerra con gli Stati Uniti, perdita di quasi tutto l’impero) erano arrivati a pensare la Spagna come un paese africano (“l’Africa comincia ai Pirenei”), condannato alla miseria, negato all’operosità e all’efficienza economica, digiuno di tecnologia, intimamente incapace di rientrare in quel contesto europeo che nel passato aveva condiviso e in parte dominato.

Il paese lacero di 113 anni fa è oggi, a parte le vicissitudini della fase più recente, più o meno prospero come l’Italia. Se il nostro Nord è la macroregione più ricca d’Europa, la Spagna ha comparti produttivi ben più diffusi di un tempo, quando la ricchezza si produceva solo a Barcellona e a Bilbao. La Spagna è stata vicina a superarci, e qua e là raggiunge traguardi che per noi sono ancora ardui. Se da noi tanti operai hanno il garage, in Spagna pure.

Quali forze, quando, hanno prodotto questa mutazione e quasi palingenesi? Si usa rispondere: la fine del franchismo, l’aiuto americano, l’Europa, l’accelerazione economica del mondo intero. E si sbaglia, in qualche misura. Il riscatto da una continuità arretrata che sembrava condannare per sempre la Spagna cominciò un ventennio prima che Franco morisse: allorquando si cominciò a dire che, pur sempre sotto il Caudillo, erano andati al potere i tecnocrati; che avevano soppiantato la vecchia guardia militare e, diciamo così, ‘falangista’. La prosperità cominciò sì a delinearsi con gli aiuti americani e col turismo di massa, ma anche con lo sviluppo di politiche economiche e sociali avviate negli anni Venti, nei sette anni di dittatura di Miguel Primo de Rivera. Infatti per quei sette anni gli storici parlano di ‘modernizzazione autoritaria’.

La Spagna della monarchia liberale aveva preso a raccogliere i frutti della sacrosanta decisione di non partecipare alla Grande Guerra. La neutralità aveva giovato alle produzioni nazionali. Agli inizi degli anni Venti l’accelerazione produttiva si era delineata, i livelli medi di reddito avevano cominciato a salire. Però i rovesci della guerra coloniale nel Marocco avevano esasperato il conflitto sociale di fondo. La condizione dei lavoratori delle manifatture e dei servizi, cioè delle plebi urbane, migliorava lentamente. Tuttavia il proletariato rurale, misero e specificamente sottoalimentato, aveva recepito la predicazione ribellistica dell’anarchismo, caso unico al mondo, e questo contribuiva ad acuire con gli scioperi politici e con gli atti di violenza lo scontro urbano. I conflitti di lavoro avevano preso la piega dell’insurrezione: nel 1922, quattrocentoventinove scioperi politici. Ventidue i morti nello sciopero generale dei trasporti del maggio-giugno 1923.

La Dittatura di Primo de Rivera smentì le aspettative di quanti si attendevano la pura e semplice repressione della rivolta proletaria. Il generale dittatore deviò bruscamente le linee egoistiche e conservatrici del regime liberal-costituzionale. Impostò una correzione corporativa, intrinsecamente filo-popolare, solo in parte importata dall’Italia di Mussolini: non solo moltiplicò gli interventi pubblici nell’economia, che creavano occupazione ma impose la composizione dei conflitti di lavoro attraverso organismi d’arbitrato obbligatorio nei quali i lavoratori erano per la prima volta fatti concretamente uguali agli imprenditori. I sindacati socialisti furono rafforzati invece che sciolti.

Dopo sei-sette anni di sperimentazioni spesso improvvisate quindi disordinate, e di spesa pubblica resa eccessiva dalle spinte paternalistiche, qualche volta demagogiche, il paese fu raggiunto dalle ripercussioni (pur meno gravi che in paesi industrializzati quali Gran Bretagna e Germania) della Grande Depressione americana. Così le azioni positive mosse da Primo de Rivera e dai suoi giovani luogotenenti civili -José Calvo Sotelo, superministro economico, e Eduardo Aunòs ministro del Lavoro e progettista della riforma corporativa- si fermarono. Il consenso soverchiante del paese nei primi anni della modernizzazione filoproletaria scemò per la crisi congiunturale.

La classe lavoratrice guidata dallo storico Partito Socialista, che aveva accettato di allearsi al regime Primo de Rivera, manteneva l’appoggio al Dittatore che aveva parteggiato per i poveri. Ma l’opposizione dei ceti benestanti, degli imprenditori, degli intellettuali liberal-azionisti e degli studenti universitari si fece accanita. Lungi dall’asserragliarsi al potere sotto la protezione dei militari (che gli restavano fedeli) Primo de Rivera si ritirò volontariamente e subito. L’anno dopo la monarchia morì: de Rivera l’aveva costretta a volgersi verso il popolo, ma i tempi esigevano discontinuità.

La Repubblica che nacque in insolita armonia tra i partiti (ma la ‘allegria’ che sembrò levarsi era solo degli studenti e degli attivisti radical-libertari) cominciò a morire poche settimane dopo: mobilitazioni, lotte, scioperi politici, incendi di chiese e di conventi, i primi conati insurrezionali della sinistra e degli anarchici. Nel 1934 i minatori delle Asturie si rivoltarono contro la Repubblica, due anni prima del generale Mola e dei suoi sodali, uno dei quali- Francisco Franco- aveva represso coll’artiglieria l’insurrezione asturiana per conto del governo di Madrid. La Repubblica, inizialmente non rossa ma ‘azionista’ e anticlericale, crollerà per non aver dato la terra ai contadini e per avere offerto agli altri proletari quasi solo sventolio di bandiere, parole d’ordine, più insegnanti che erano anche propagandisti repubblicani, ma ben poca socialità concreta oltre quanta ne avesse avviato la Dittatura.

Lo Stato moderno fatto soprattutto di dirigismo, produttivismo e Welfare non risale al quinquennio repubblicano (1931-36) e alla mobilitazione di guerra guidata dai comunisti, bensì alla scelta filosocialista, alle provvidenze e opere pubbliche di Primo de Rivera: non solo strade e ferrovie, anche case popolari e incremento dei diritti dei proletari. Dopo la vittoria il franchismo, pur configurandosi vendicatore delle persecuzioni subite dal clero, dai latifondisti e dai banchieri, riprese gli indirizzi livellatori di Primo e di Aunòs, spogliando quegli indirizzi dei lineamenti fascistoidi del corporativismo. Le pensioni e la sanità pubblica, oggi pari a quelle italiane, cominciarono con Primo e proseguirono con Franco. Guadagnato l’appoggio degli Stati Uniti (e dunque passato il pericolo che veniva dalle plutodemocrazie occidentali) il regime di Franco portò avanti l’interclassismo di de Rivera e recepì gradualmente le linee di democrazia economica, amicbe del mercato, comuni a tutte le società occidentali. Il miracolo economico spagnolo cominciò pienamente alla fine degli anni Cinquanta.

L’interventismo economico franchista, derivato come sappiamo dal settennio della Dittatura, si era rafforzato durante la guerra civile. Nel 1937 sorge il Servizio nazionale dei cereali, tre anni dopo vengono nazionalizzate le ferrovie, nel 1941 la telefonia. Quello stesso anno sorge l’Iri spagnolo (Ini, Instituto nacional de industria). Dopo d’allora si allargano le partecipazioni pubbliche. La disoccupazione si riduce ai minimi storici.

Si aggiunga, come fattore decisivo, il crescere del potere sindacale inaugurato da Primo de Rivera, animoso e persino temerario regista della lotta alla disoccupazione, delle assicurazioni sociali cominciando dalle pensioni, dell’assistenza sanitaria, delle provvidenze alle famiglie. Il Dittatore istituì di fatto anche la rigidità del mercato del lavoro, non sempre benefica: la franchista Ley de Contrato de Trabajo del 1944 rese molto difficile, o se si vuole costoso, licenziare un lavoratore. L’assetto moderno della produzione e dei rapporti tra le classi risale a Primo e a Franco, non a Felipe Gonzales e a Rodriguez Zapatero.

Il desarrollo, l’accelerazione dello sviluppo, risale alla fase 1948-57. Alla fine di quel decennio le provvidenze di matrice social-autoritaria si accentuano al punto che, come lamentarono gli avversari di destra, todos aspiran a vivir a expensas de todos los demas (di tutti gli altri). E così, in qualche misura, avvenne.

Come ha scritto il noto economista Juan Velarde Fuentes, la linea generale a partire dal primo dopoguerra è stata dominata dagli interventi pubblici; da un nazionalismo economico che ‘ampliava il protezionismo’; dalle componenti corporative; e soprattutto dal “populismo social, obsesionado por el mantenimiento dell’empleo através de rigideces (rigidità) continuas del mercado de trabajo”.

In conclusione. La struttura economica e sociale della Spagna d’oggi, così simile a quella italiana, è il prodotto di forze aggregatesi a partire dagli anni Venti e dal franchismo, quest’ultimo operante già nel 1936 nelle province sottratte alla Repubblica. Solo nel 1959, già cominciati il miracolo e il benessere diffuso, un Piano di stabilizzazione aprì una fase di rettifiche liberiste, consonanti coll’integrazione nell’Europa. Primo de Rivera, forse, vi avrebbe riluttato.

AMC

GENERALE DITTATORE FILOSOCIALISTA

Dal saggio di un accademico americano, Colin M.Winston, titolo della traduzione spagnola La clase trabajadora y la derecha en Espana 19OO-36, trascrivo o riassumo i due capitoli dedicati alla politica del lavoro della Dittatura di Miguel Primo de Rivera. Si rileva che il golpe del 13 settembre 1923 “non fu una versione iberica della Marcia su Roma, bensì il classico pronunciamiento spagnolo. Primo de Rivera non evocò Mussolini ma il generale ottocentesco Prim e Joaquin Costa, lo scrittore che aveva invocato un ‘chirurgo di ferro’ perché la Spagna si salvasse. Il pronunciamiento fu il risultato della confluenza di una serie di crisi tra loro legate. I partiti liberali e conservatori avevano funzionato bene nell’assetto corrotto e semioligarchico di fine secolo XIX, ma erano incapaci di adattarsi al carattere più fluido e più democratico del sistema politico evolutosi a partire dal 1900. Nella Spagna del 1923 le Cortes immerse nel caoas e i politici che vi agivano avevano perso qualsiasi prestigio. L’odio viscerale di Primo de Rivera per i giochi del parlamentarismo e il disprezzo in cui teneva los politicastros gli valsero vasti consensi. Persino critici puntigliosi quali Ortega y Gasset si convinsero che il sistema era crollato, impossibilitato a riformarsi. Intellettuali come Ortega non tardarono a perdere le illusioni nella Dittatura, però l’adesione che le dettero all’inizio attesta a che punto era caduto il liberalismo”.

Il nuovo regime agì immediatamente per ristabilire la pace sociale. Il successo fu sorprendente: nel 1923 la Spagna aveva contato 819 attentati; l’anno dopo solo 18. La fase in cui lo scontro politico e sindacale si esprimeva in assassinii si chiuse col 1923. Fu soprattutto merito dell’applicazione rigorosa della legge marziale nei primi due anni del potere di Primo. A Madrid come a Barcellona l’autorità riuscì a disarticolare le formazioni anarchiche senza ricorso a metodi illegali. Rapinatori di banche e pistoleros furono passati per le armi. Le draconiane misure della settimana che seguì al colpo di Stato ebbero effetti immediati sul terrorismo. I pistoleros che non fuggirono si videro obbligati a guadagnarsi da vivere in altro modo. Sette anni di pace industriale imposta con la forza indussero le parti contrapposte a rinunziare alla violenza omicida. Lo sciopero generale proclamato il giorno dopo il golpe fu represso senza difficoltà dai militari.

Primo de Rivera non colpì tutti i sindacati. Il nemico era l’estremismo, non il sindacalismo. Nutriva una vera ammirazione per la centrale sindacale socialista UGT. Le dette un’assoluta libertà d’azione e una posizione privilegiata. La elogiava come una delle forze vitali della Spagna -l’altra era la formazione ufficiale Uniòn Patriotica. Nominò i suoi dirigenti in alcuni organismi pubblici. Invece non ci furono favori al sindacato cattolico, che si era subito dichiarato a favore del golpe.

Il regime Primo puntò a fondo sui comitati d’arbitrato che aveva istituito, composti alla pari di rappresentanti del padronato e dei lavoratori e, a partire dal 1926 coordinati nella importante Organizaciòn Corporativa Nacional, concepita e realizzata dal giovane ministro del Lavoro Eduardo Aunòs. I socialisti, considerati amici al punto che il Dittatore meditò di trasformarli in partito unico del regime, divennero egemoni della struttura nazionale di arbitrato che, liquidati in pratica i conflitti sindacali, componeva le controversie di lavoro.

La Dittatura riconobbe per la prima volta in Spagna la personalità collettiva del proletariato e i sindacati socialisti, guidati da Francisco Largo Caballero (futuro presidente del governo repubblicano, prima di Negrin, nella Guerra civile) cooperarono efficacemente alla creazione del nuovo ordine corporativo. I sindacati meno caratterizzati politicamente apprezzarono la liquidazione dei partiti e dell’elettoralismo, nel quale “todo se compra y se vende”. Vennero meno le differenze ideologiche tra regime e mondo del lavoro, egemonizzato dai socialisti col ribadito favore della Dittatura.

Il ministro del Lavoro Eduardo Aunòs si ispirava direttamente ai teorici del fascismo italiano: Ma altri statisti spegnoli avevano propugnato forme di corporativismo modernizzante, non necessariamente autoritario: sia l’ex primo ministro conservatore Antonio Maura sia Joaquìn Costa avevano formulato progetti per una ristrutturazione corporativa della realtà spagnola. Alcuni teorici anche stranieri hanno affermato a posteriori che il corporativismo non era propriamente importato dall’Italia; che anzi era una forma tipica di organizzazione sociale iberica. Si incontrano idee corporative in quasi tutte le correnti politiche della Spagna nel primo Novecento; finché assunsero la fisionomia di autentica terza via tra capitalismo liberale e collettivismo marxista o anarchico.

JJJ

SGOMENTO DI REGIME: La scaramanzia agirà?

Strana, e abbastanza comica, dopo i fatti di fine marzo la costernazione degli editorialisti, dei canonici e sagrestani della Costituzione, delle anime belle che amano la Repubblica. ‘Mai così in basso’ ‘Imbarbarimento’ ‘Ormai il Parlamento è fuori controllo’ ‘La generazione dei De Gasperi e dei Pajetta non si dava al turpiloquio’ ‘Di ominicchi così non se ne può più’ ‘Gentaglia’ ‘Non ci meritavamo tanto scempio’  ‘Non si va più avanti’ ‘Il fiume sta per straripare’ ‘A un passo dal baratro’ e così via.

Ora, fin quando si tratta di confronti con la temperie del parlamento subalpino, a palazzo Carignano, e persino con le maniere e le marsine dei giorni di Di Rudinì, poco male. Ben più turpi sono dal 1945 i misfatti del regime. Ma quando leggiamo ‘A un passo dal baratro’ e ‘Dove finiremo?’ si impone la domanda: che si intende, precisamente, per baratro e per fine?. La morte delle istituzioni? E che baratro sarebbe:  sorsero malate e sono da parecchio nel marasma (=stadio pre-agonico). Istituzioni che non meritano quasi niente, c’è dramma se muoiono? Verosimilmente, più che l’affezione a ciò che abbiamo avuto per 66 anni, è l’avvenire, il dopo-Terza repubblica, che terrorizza quanti si erano appena compiaciuti che il Quirinale papalregio e gli altri palazzi del potere si portassero così bene, a 150 anni. Allora, che baratro si teme? La libanizzazione? La libizzazione? Una guerra civile come diecimila altre nella storia? Il destino della repubblica di Weimar e di quella di Spagna?

E’ opinione diffusa che manchino le condizioni tradizionali per una svolta violenta. Peraltro: la repubblica di Weimar, che morì il 30 gennaio 1933 (Hitler cancelliere), aveva superato le sue fasi più drammatiche dieci anni prima, quando la Reichswehr schiacciò il tentativo di rivoluzione rossa in Sassonia e in Turingia; e quando il Rentenmark di Hjalmar Schacht spense di colpo la più orrenda delle inflazioni. Insomma Hitler salì al potere che l’economia della Germania, ripresasi prima della metà degli anni Venti, già cominciava a superare, disoccupazione a parte, le conseguenze della Grande Depressione. Notiamolo dunque: il passaggio al nazismo avvenne in un momento duro ma non il più tragico di Weimar.

Il caso spagnolo si addice al nostro, non poco. Si compose di due crisi molto gravi, nel 1923 e nel 1936, intervallate da un relativo benessere dell’economia. Nel 1923, quando il generale Miguel Primo de Rivera (padre di José Antonio, il fondatore della Falange) si fece dittatore senza colpo ferire, il sistema costituzionale agonizzava. Il parlamentarismo liberal-conservatore, avviato da Canovas del Castillo con la prima restaurazione della dinastia borbonica, si era dimostrato in quarantasette anni un assetto oligarchico tra i meno efficienti: analogo al nostro, pluto-democratico, progressista a chiacchiere, truffaldino come pochi, nel quale a centinaia con cravatta rossa percepiscono un milione all’anno.

I notabili liberali che dal 1876 si erano alternati al governo a Madrid avevano soprattutto gestito l’immobilismo: rubando molto meno che la partitocrazia italiana nata nel 1945, però indifferente alla miseria dei ceti proletari.  In più i politici di Alfonso XIII non erano stati capaci di liquidare gli avanzi di un colonialismo condannato senza speranza dalla disfatta del 1898 nella guerra con gli Stati Uniti. Si ripete che il Re perdette il trono per i postumi di un disastro militare nel Marocco. In realtà fu la questione sociale ad abbattere la monarchia liberale dei benestanti.

Da anni i conflitti di lavoro avevano preso la piega della rivoluzione. La Spagna era sola a conoscere un anarchismo militante, votato all’insurrezione e al terrorismo. Nel quinquennio che precedette il colpo di stato del 1923 erano avvenuti quasi 1200 attentati, di cui 843 nell’area di Barcellona. Nel 1923 uno sciopero generale dei trasporti aveva fatto 22 morti. L’anno prima si erano contati 429 scioperi politici. All’inevitabile ribellismo proletario rispondeva la violenza controterroristica dei pistoleros padronali..

Dopo la catastrofe del 1898 il pensatore Joaquin Costa, un Mazzini/Cattaneo iberico, iniziatore del movimento intellettuale ‘rigenerazionista’, aveva predicato che la Spagna non si sarebbe salvata se un ‘chirurgo di ferro’ non avesse amputato la cancrena nazionale. I primi due decenni del Novecento, anche col moltiplicarsi in Europa dei movimenti antiparlamentari e autoritari, dimostrarono che Costa aveva ragione, Nel 1923 le circostanze spagnole erano divenute così intollerabili che Miguel Primo de Rivera, un generale di affiliazione liberale come tanti altri protagonisti ‘castrensi’ dell’Ottocento spagnolo e portoghese, poté compiere un colpo di stato fulmineo, facile e del tutto incruento. Ad esso andò il consenso pronto del paese, a parte l’élite intellettuale e una parte degli studenti. La Spagna approvò riconoscente. Nacque un regime militare denominato Dictadura. Finì non meno di sette anni dopo; durerà meno la Repubblica di Azana e della Pasionaria, esaltata dal sinistrismo internazionale.

La forte popolarità di Primo de Rivera andò scemando quando in Spagna arrivarono le ripercussioni (pur meno gravi che in altri paesi) della Depressione del ’29, e quando la finanza statale fu aggredita dai debiti dei grandi lavori pubblici e dell’avvio del Welfare State, entrambi ostinatamente voluti da Primo. Marchese e Grande di Spagna, il generale promosse nel concreto il riscatto della classe lavoratrice. Collaborò strettamente col forte partito socialista di Largo Caballero (capo del governo antifranchista, prima di Negrin), anzi provò a trasformarlo in partito unico di regime. Primo de Rivera fu odiato dalle classi alte, che risultarono, insieme ai notabili liberali e agli scrittori, la sua opposizione. Non fu abbattuto: lasciò istantaneamente il potere e la Spagna quando i capi delle forze armate declinarono di dargli una specie di voto di fiducia. Il suo regime non era stato né sanguinario né propriamente poliziesco:

Gli italiani di oggi disprezzano la loro classe politica. La cleptocrazia che essa gestisce li disgusta. Le Istituzioni, anch’esse possedute dai partiti -non importa se governativi o d’opposizione- hanno sempre meno titolo ad essere difese. Dopo sessantasei anni di malaffare, si può dubitare che ove sorgesse un Primo de Rivera,  con la sua propensione per il popolo, la sua personale onestà di gran signore andaluso, persino la sua demagogica bonomia, egli prenderebbe il potere in Italia? Che quasi d’incanto sparirebbero gli oppositori fermissimi e ‘viola’? Che almeno in una fase iniziale egli avrebbe il sostegno del paese?

Questo, sotto sotto, sgomenta gli opinion makers, i moschettieri delle Istituzioni (il 25 luglio ’43 quelli del Duce non mossero un dito; lo stesso farebbero i moschettieri di De Benedetti). Le beghine della Costituzione piangerebbero in silenzio, però senza esagerare.

Impaurisce il regime che il suo sopravvivere sia appeso a non più di tre fili. 1). Che non nasca un uomo d’azione, persino mancante della gloria di Charles De Gaulle (quando agì, Primo de Rivera non aveva la gloria di De Gaulle). 2). Che l’economia non si sfilacci troppo. 3). Che la pace sociale e la rassegnazione non vengano cancellate di colpo da eventi traumatici. Il più duro di essi potrebbe essere, da un certo punto in poi, lo ‘tsunami umano’ dall’Africa, e non solo.

Forse i traumi gravi non sono imminenti, sempre che l’economia non deperisca troppo. La costernazione degli editorialisti e delle anime belle passerà. Il turpiloquio (peccato veniale) e il furto eufemizzato come costo della politica (peccato capitale) continueranno. Però il Mubarak collettivo che ci possiede faccia qualche gesto dimostrativo. Altrimenti il banchetto dei Proci finirà come quella volta, in una delle isole ionie.

A.M.C

IDEARIO DI SPAGNA

da M.de Unamuno a Primo de Rivera

Gli eroi, non solo antifranchisti “La guerra civile, la più pura e la più pulita delle guerre” affermò, se si vuole declamò, il grande Miguel de Unamuno, forse il più ispirato tra i pensatori della Generazione del ’98, mosso sì da alcune pulsioni irrazionalistiche però anche, come rettore a vita dell’università di Salamanca, autentico sacerdote o magistrato della scienza. I migliori sono arrivati oggi a rifiutare le guerre mosse oltre i confini, nel nome cioè della patria, della libertà, della democrazia, della rivoluzione, di altre imposture. Come negare che uccidere e morire per un ideale di parte sia meno animalesco che farlo per una cartolina precetto?

Nel senso di Unamuno, nessun conflitto civile è stato tragicamente nobile quanto quello di Spagna, esploso nel 1936 ma in realtà incubato da tre aspre guerre carliste nell’Ottocento, dalla Settimana Tragica del 1909, dalle lacerazioni del 1917. Se non fosse morto l’ultimo giorno del fatale 1936, se oggi dal Walhalla dei giusti potesse parlarci, l’uomo di Salamanca ci direbbe di rispettare i combattenti di entrambe le fazioni.

Invece no. Dalla caduta dei fascismi il pensiero unico conosce in Spagna soltanto eroi antifranchisti; così come le lapidi delle città italiane onorano soltanto i partigiani. Gli avversari di questi ultimi, anche se lottavano per una causa senza speranza, anche se la loro sorte era segnata, tutti sgherri infami. Così per coloro che in Spagna militarono contro la Repubblica prima iperlaicista, poi rossa, non ci furono Hemingway eloquenti. Hollywood si commosse solo da una parte. I morti dei nemici furono ricordati dai soli “poeti reazionari”, quelli con la sahariana di Franco.

Però uno di essi, Victor de la Serna, trovò parole almeno altrettanto intense quanto i fotogrammi di Per chi suona la campana. A un anno dalla ribellione dei militari scrisse su ABC, edizione sivigliana (quella madrilena era fieramente repubblicana) che “Los alferez provisionales”, gli ufficiali meno che ventenni, “erano gli stessi quando la Spagna aveva per sè il Destino. Partivano per l’avventura imperiale d’America e conquistavano province come regni e regni come mondi. Oggi arrossano del loro sangue i parapetti della guerra, loro insultati come i sen^oritos della classe media, che però non avevano quindici centavos per pagare il tram alla fidanzata. Larve di capitani, muoiono gridando Arriba Espan^a e gli si rompe in gola una voce quasi di bambino”.

In questi settant’anni la letteratura e le sue sorelle (cinema, pittura, oratoria, ideologia, sobillazione, eccetera) hanno cantato con infinite variazioni, metti, la prodezza leonina dei difensori di Madrid, specie se accorsi dall’estero. Ogni comandante miliziano, ogni capopolo repubblicano è stato additato a un’ammirazione senza limiti.

Per esempio, l’anarchico Buenaventura Durruti, il capo della colonna autotrasportata che portava il suo nome e che seminò il terrore nei villaggi dove i nemici della Rivoluzione non erano stati ancora tutti sgozzati. Quando Durruti morì (21 novembre 1936, forse colpito da una pallottola vagante, più probabilmente ammazzato da uno dei suoi uomini o da un sicario comunista) l’imponente funerale a Barcellona mobilitò, dicono, 200.000 persone. I corrispondenti stranieri telegrafarono ai loro giornali che Barcellona piangeva.

Ma Durruti aveva commesso foschi crimini in quattro nazioni, i cui tribunali lo avevano condannato alla pena capitale. In Spagna, assieme a Joaquin Ascaso (altro leader anarchico; un suo attendente vantava di avere ucciso 253 persone), uccise l’arcivescovo di Saragozza, cardinale Soldevila, e molta gente comune, compresa una ricamatrice di pizzi a Madrid. Ebbe a scrivere Hugh Thomas, tipico storico antifascista: “Durruti e Ascaso, tuttavia, non erano criminali comuni.

Erano sognatori che assolvevano una missione, personaggi che Dostoevskij sarebbe stato fiero di aver creato”. Ancora Hugh Thomas: “A Lerida la popolazione aveva deciso di risparmiare la cattedrale. Durruti non tollerò, e la cattedrale fu incendiata. Con le sue violenze, Durruti si fece letteralmente odiare dai contadini di Pina, nei pressi di Saragozza, tanto che la sua colonna, per la muta ostilità con cui fu accolta, fu costretta a lasciare il paese”.

Al di sopra di tutti gli eroi della Repubblica, la sinistra d’Occidente e gli intellettuali alla Hollywood hanno deificato Dolores Ibarruri, la Pasionaria. E’ morta a novantaquattro anni, nel 1989, avendo vissuto dopo la sconfitta un mezzo secolo molto confortevole negli agi di Parigi, Mosca, infine Madrid. Ma José Calvo Sotelo, che l’11 luglio 1936 alle Cortes essa minacciò di morte per mano del popolo (“Questo è l’ultimo suo discorso”), fu ucciso due giorni dopo da un commando della polizia repubblicana capeggiato da un comunista, il capitano Fernando Condés.


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