24 MAGGIO 1915: IL CRIMINE SI RIPETERA’ SE NON RIPUDIEREMO LE PATRIE

Cento anni fa, di questi giorni, un paio di governanti sostenuti da un monarca di retaggio militarista, sobillati dal maggiore dei nostri poeti, adulati dai patrioti e pennivendoli del Palazzo, si macchiarono del delitto assoluto: l’intervento dell’Italia nella Grande Guerra. Guerra altrui: della Serbia, dell’Austria-Ungheria, del Secondo Reich, del bellicista Sazonov che seppe plagiare lo Zar, di Poincaré il presidente francese (il più guerrafondaio di tutti), della Gran Bretagna straricca di corazzate e di colonie. Guerra di tutti, fuorché dei fanti mandati a uccidere e a morire sul Carso. Propagandisti e pennivendoli del Palazzo levarono cori assordanti: coroniamo il Risorgimento! liberiamo Trento irredenta e Trieste pazza per il Tricolore! la pace è neghittosa e molle! soprattutto: dimostriamoci stirpe guerriera, cingiamo l’elmo di Scipio!

L’anno prima molti giovani e molti intellettuali dell’Europa intera si erano inebriati della guerra, madre di eroi, vivaio di anime forti. Non il solo Gabriele d’Annunzio; innumerevoli altri spiriti invocarono il conflitto rigeneratore.

Nella Roma dell’età ferrea della Chiesa le fazioni che si contendevano il papato disseppellirono più di un pontefice defunto per processarne il cadavere, bruciarlo o farne altro scempio. Una barbarie, però non priva di moralità. Anche le spoglie di Antonio Salandra e Sidney Sonnino andrebbero riesumate e bruciate. Essi piazzarono a Londra e a Parigi i nostri morti a un prezzo (teorico) più alto di quello che il principe von Buelow, ex cancelliere germanico, era riuscito ad ottenerci da Vienna perché non entrassimo in guerra. Sarebbe giusto ci vendicassimo così anche dell’uomo del Quirinale e di Gabriele d’Annunzio (ma per quest’ultimo si può capire il perdono).

La colpa dei due ministri è invece tanto più imperdonabile in quanto dieci mesi prima il capo del governo di Madrid, Eduardo Dato, si era coperto di gloria decidendo la neutralità della Spagna. Manuel Azagna, futuro presidente della repubblica rossastra, e altri figuri del radicalismo progressista avevano tentato di compromettere il loro paese a fianco dell’Intesa: sulla menzogna che le plutodemocrazie occidentali meritassero che i fanti asturiani o andalusi morissero per loro. I conservatori di Eduardo Dato sventarono la loro trama. Col governo di Roma i truffatori anglo-francesi ebbero più fortuna. A differenza dei ministri spagnoli, sul cui impero il sole non era tramontato per secoli, i gestori del regno sabaudo erano parvenus smaniosi di ingrandimenti territoriali e di comparsate nella storia.

La guerra di Vienna e di Belgrado non avrebbe meritato di coinvolgere il mondo, Ma dietro alcune scrivanie romane si valutò che la Grande Proletaria doveva ad ogni costo farsi Potenza: guadagnando altre Alpi, conquistando sponde adriatiche di italianità inventata, più qualche scampolo di colonia in Africa, più persino un acquisto territoriale in Anatolia. Giovanni Giolitti, dominatore della politica , fece quello che poté per opporsi alla guerra, ma fu sconfitto dal Poeta soldato e mitografo, oltre che da Salandra, un Avv.Prof. nativo di Troia (Foggia), che le enciclopedie liquidano come autore di pregevoli pubblicazioni di diritto amministrativo.

Questo Carneade, prodotto di bassi giochi parlamentari, sentì di dover esaltare con una guerra gloriosa l’orgoglio dell’Italia ; cadde l’anno dopo, al primo dei rovesci militari di Cadorna (all’epoca correntemente indicato come “stratego geniale”). Quando scrisse le Memorie, Antonio Salandra non mancò di lamentare che le sue fatiche di statista non gli avessero guadagnato un titolo nobiliare. Mettetevi nei suoi panni: non vi sareste ripromessi anche voi, se aveste vinto una guerra mondiale, di disegnarvi un blasone? Fu anche per le aspirazioni nobiliari del notabile di Troia che morirono seicentomila italiani, più i corrispettivi austro-ungheresi e croati. A guerra finita le facili promesse anglo-francesi furono mantenute solo in parte. In compenso avemmo il fascismo, dunque un secondo conflitto mondiale, le città distrutte e le ferocie partigiane.

Sappiamo che gli spagnoli -con svizzeri, svedesi e norvegesi- furono pressocché soli in Europa a scampare alla Grande Guerra. Le altre nazioni, grandi o piccole, non si salvarono dall’uragano irrazionalista che uccise la pace. Alcune trovarono pretesti quasi plausibili per combattere.

Non così i grandi protagonisti, i quali furono puniti con durezza estrema. Gli imperi russo, austriaco, germanico e turco crollarono miseramente. La Gran Bretagna entrò nel conflitto come prima tra le potenze; ne uscì come seconda, destinata ad arretrare. La Francia, nel 1914 accreditata del più grosso esercito terrrestre al mondo, apparve trionfare alla Conferenza della pace; in realtà pagò con 1,5 milioni di morti (compresi africani ed asiatici), subì distruzioni gravissime e, sfinita, fu condizionata ad imporre alla Germania una pace punitiva, fatta per non durare; infatti nel maggio 1940 fu annientata dal Reich. La Francia non ritroverà più il rango di prima del 1914.

La Russia fu dilaniata dalla rivoluzione e dovè affrontare le terribili prove della WW2. Nel 1919 gli USA si trovarono primi al mondo, però inetti sia a esercitare il primato, sia a tradurre in realtà gli elementi nuovi che avrebbero potuto seguire al loro irrompere sulla scena mondiale.

Alla Grande Guerra seguì non la pace ma un malsano armistizio ventennale. Il cataclisma che verrà dopo l’armistizio porterà alle conseguenze estreme tutte le negatività scatenate nel 1914, quando il mondo egemonizzato dall’Occidente rovinò irresistibilmente. Le cause della conflagrazione sono state elencate a centinaia. Ma non si insisterà abbastanza sul prorompere degli irrazionalismi, sul tedio della pace, sulle suggestioni romantiche, sullo scontro dei patriottismi assassini. E non si insisterà abbastanza sulla rassegnazione dei popoli: accettano che i destini e le vite stesse degli uomini appartengano non agli individui ma ai governi e ad altri poteri.

Ci saranno guerre finché non sarà abbattuto l’assioma che questo o quel tipo di collettività detenga ipoteca sulla vita dei cittadini, dei seguaci, di altri ostaggi. Ci saranno guerre fino a quando gli individui non si proclameranno superiori alle patrie, alle cause, alle fedi. Nel 1914 e nel secolo che è seguito la non-sovranità degli uomini sulla propria vita ha consentito a innumerevoli Salandra, Sonnino e teste coronate di esercitare il loro miserabile potere, tra le adulazioni dei giornalisti e dei pennivendoli di palazzo. Cento anni fa, da noi, si chiamarono soprattutto Luigi Albertini, Luigi Barzini, Ugo Oietti. Oggi sono le Grandi Firme che inneggiano ai Consigli supremi di difesa, che esaltano le glorie e gli Altari della patria, che vorrebbero spedizioni contro Putin e l’Islam, che vaticinano sul campo dell’atlantismo e della modernità le smaglianti fortune che additarono i loro omologhi del 1915.

Sento il dovere di precisare che venero la memoria dei combattenti sacrificati allora: cominciando da un padre capitano dei mitraglieri, tre volte ferito sul Carso. Più ancora, ammiro senza riserve il nonno di mia moglie, i cui ideali erano opposti ai miei: per coerenza di avversario del pacifismo giolittiano si dimise da prefetto e quando la guerra arrivò partì soldato semplice volontario (egli che era stato ufficiale dei bersaglieri), senza salutare moglie e figli. Morì giorni dopo in trincea.

A.M.Calderazzi

LA GUERRA OBBLIGATORIA NON ESISTE PIU’

A cento anni esatti dai negoziati che ci fecero precipitare nel carnaio del primo conflitto mondiale, abbiamo avuto tre dei quattro governanti teoricamente preposti alla pace e alla guerra -presidente del consiglio, ministro della Difesa, ministro degli Esteri; (il capo dello Stato taceva)- i quali annunciavano che serviva una nostra spedizione in Libia, e che eravamo “pronti a combattere”. I polli rideranno molto a lungo di questo annuncio, presto sconfessato da Renzi. Combattere è una prospettiva su cui finora avevano farneticato solo bislacchi colonnelli in pensione, i piazzisti di Finmeccanica e quelli delle industrie d’armi bresciane, più gli sparuti nostalgici di quando lo Stivale dichiarava lo stato di guerra a intervalli regolari.

Fin qui la cronaca di una ridicola sesta settimana del 2015. Ora potrà seguire sia un immediato rinsavimento dell’opinione pubblica (per un attimo essa era sembrata, grazie ad alcuni giornalisti pagliacci, bisognosa di sangue); sia, in teoria, l’esatto contrario. Non ci sono parole abbastanza sprezzanti per descrivere le enormità cui il paese potrebbe arrivare se gli toccasse quanto capitò ai nostri nonni, cento anni fa. Le città dell’Europa intera impazzirono. Non solo gli studenti e i poeti, anche tutte le altre risme di interventisti reclamarono di procombere per questa o quella causa. Molti milioni di uomini furono accontentati, e un multiplo di loro si trovarono orfani, vedove, madri e padri in pianto.

Tutto ciò, questa follia collettiva, avvenne da noi assai meno che nelle città europee più protagoniste delle nostre del delirio patriottico. Berlinesi e parigini, più controllati i londinesi, più angosciati i viennesi, più rassegnati i pietroburghesi, più pazzoidi e animaleschi i belgradesi, tutti inneggiarono a gloriose vittorie, a superlative asserzioni delle rispettive virtù guerriere. Sappiamo come andò a finire nelle mattanze di Verdun, dell’Ost-Front, del Carso. Chi voleva morire in bellezza, qualche volta riuscì. Tutti gli altri morirono come bestie da macello. E dovettero farlo for King and Country: non solo per la patria, anche per fare contenti sovrani e principessine. Le guerre giuste non esistono, non sono mai esistite: E’ esistito il feticcio King and Country. Sul Carso, nella più tragica delle guerre dello Stivale, vigeva l’insultante obbligo di gridare “Savoia!” nell’andare all’assalto. “W il Duce”, almeno questo, non fu mai obbligatorio per il grosso dei combattenti.

Alla Trimurti bellicista di cui al nostro incipit si sono aggiunti un Berlusconi fuori di testa e un tot di oligarchi ladri e di pennivendoli più patriottici degli altri. Se si cercheranno di imporre gridi di battaglia quali “Costituzione!”, “Diritti”, oppure “Nozze gay and lesbian” è certo che i nostri assalti leonini avverranno in desolato silenzio. Nessuno si avventerà sul nemico inneggiando all’uguaglianza dei sessi, alla modernità, ad altri idola tribus. E se praticamente nessuno vorrà morire a beneficio dei vignettisti blasfemi, ancora meno si vorrà morire per i supermarket kosher o per gli imperativi di Netanyau. Occorre farla finita con le faide assassine. Lo stralunato e tragico 1914 vide un intero continente, allora il continente del dominio sul pianeta, abbandonarsi all’irrazionale. Morirono per primi coloro che si dicevano innamorati della morte. Fu la più grande e la più vera delle tragedie sofferte dall’uomo.

Tuttavia la guerra non si limita a falciare i combattenti. Arriva a farli morire nel ridicolo.

Centoquarantacinque anni fa i ristretti circoli che contavano nel Secondo Impero francese si concessero il lusso di imporre la più fatua delle guerre contro la Prussia, cioè contro la Germania che andava ergendosi unita e possente. Si trattava del trono di Spagna e il candidato prussiano, Leopoldo di Hohenzollern, rinunciò a concorrere di fronte alla veemente opposizione di Parigi (non un sovrano germanico anche a sud dei Pirenei). Ma quando l’ambasciatore francese reiterò la richiesta di una rinuncia diretta del sovrano Guglielmo I°, il cancelliere Bismarck lo fece cadere nella trappola: “Sua Maestà non ha niente da aggiungere agli affidamenti già forniti”. Fu il momento che la Francia cartesiana ma chauviniste perdette il senno: esigette la guerra per difendere il prestigio di grande potenza.

Bastarono due battaglie estive per annientare la Grande Potenza. Parigi assediata soffrì la sanguinosa rivoluzione della Comune. L’imperatore fu deposto e il trattato di pace tolse alla Grande Potenza l’Alsazia e parte della Lorena, stabilendo le premesse per i due peggiori conflitti mondiali della storia dell’uomo. La Francia ha pagato fino in fondo per essersi affidata alle armi nel 1870, nel 1914 e nel 1939. Quanto agli Stati Uniti, dalla guerra di Corea non fanno che pentirsi dello stesso errore: fare guerre per perderle tutte. Oggi la sfida islamista è senza confronti più estesa e più minacciosa che prima delle irresistibili spedizioni di G W Bush.

Per questa sfida esiste una sola soluzione definitiva: se si destineranno ad aiuti per lo sviluppo buona parte delle spese militari occidentali i popoli poveri ripudieranno l’estremismo e ameranno gli americani e i loro scudieri, crociati compresi.

A.M.C.

L’ULTIMO APOLOGETA DELLA GUERRA MADRE DELLA STORIA

Com’è indignato, Ernesto Galli della Loggia, perchè papa Benedetto XV – definì “inutile strage” la guerra del 1914-  “ha avuto la meglio, ha vinto”! Peggio: “Sono ormai solo roba d’archivio le due altre interpretazioni di quell’evento bellico: quella del presidente Wilson (la guerra come l’ultimo scontro tra la libertà dei popoli e la tirannide della Realpolitik) e quella di Lenin :”una semplice lotta intestina al capitalismo imperialista, anticamera della rivoluzione mondiale”.

Come deplora, il Nostro, il tono e i contenuti delle commemorazioni centenarie!  “Tutto un ricordo della cecità dei politici di quegli anni, delle bugie della propaganda, degli orrori delle trincee, della crudeltà degli ordini, dei disagi disumani della vita quotidiana, della carneficina degli assalti, delle mutilazioni. Tutta un’analisi critica della retorica, dei miti, delle lugubri cerimonie del lutto, dei cimiteri di guerra, dei monumenti ai militi ignoti e non. Tutto un ripescaggio di diari strazianti. Solo questo insomma sembrerebbe che fu quel conflitto per gli europei di oggi. Un puro e semplice insieme di negatività che cancellano tutto il resto”.

Ecco ‘tutto il resto’, che dovrebbe gonfiare di sana allegria gli europei, invece di andare avanti a commiserare vedove e orfani: “Tanto per dirne una, l’acquisita indipendenza di tre o quattro nazioni europee”. Posto che la loro indipendenza fosse tanto importante per tutti noi da esigere un conflitto mondiale,  va ammesso che la vita delle genti divenne molto più bella  dopo il nascere delle Figlie della Guerra! Fu una Polonia voluta gigantesca dai disegni germanofobi di Parigi e dalla cerebralità di Woodrow Wilson, l’insigne inventore della Società delle Nazioni, generatrice di paci sempiterne (peccato che non seppe impedire la morte dell’Abissinia, la militarizzazione della Saar, le rapine del Sol Levante in Cina, infine la Seconda Guerra Mondiale).

Furono tre repubbliche baltiche, non propriamente generate da Serajevo. Sorte tra il 1920 e il ’22, durarono meno di vent’anni  (furono catturate da Stalin), dopodiché gemettero mezzo secolo sotto l’Urss; ora sono sguattere e guardarobiere della Casa Bianca. L’Estonia ha un terzo di popolazione russo; si vedrà quanto a lungo vivrà indisturbata. Anche Lituania e Lettonia hanno minoranze che guardano a Mosca. Le creazioni meglio riuscite di Versailles furono naturalmente Cecoslovacchia e Jugoslavia. La prima morì nel 1938; rinacque sventurata, poi si spaccò sul serio. La seconda, subito dilaniata dalle lotte tra serbi, croati ed altri, si è frantumata in quattro o cinque Stati. Tutti odiatori dell’unità  imposta dai vincitori del 1918-19, elargitori di felicità.

Altro beneficio del massacro fu, secondo Galli dL, “il definitivo tramonto di ceti sociali come l’aristocrazia”. Questo è vero: oggi regna una quasi-uguaglianza in reddito tra l’One per cent e l’altro 99%. Per la verità questa uguaglianza è venuta un novantennio dopo il trionfo del Bene, novantennio includente rivoluzioni e il secondo conflitto mondiale. Da sola, la mattanza apertasi nel 1914 non bastò a livellare e far esultare le nostre società.

 

Aggiunge, il Bellicista di via Solferino, che al solo costo di molti milioni di morti,  mutilati e altre tragedie, gli scampati alle granate e ai gas tornarono dal fronte “con un senso nuovo di cittadinanza e di mobilitazione politica”. Salvo nostro errore, tale “senso nuovo” generò comunismo, fascismo, nazismo, altri ismi, di conseguenza un’altra guerra da decine di milioni di morti. “E’ vero -ammette Galli dL “tutte le guerre sono “inutile strage”: ma si dà il caso che esse abbiano quasi sempre l’effetto di cambiare il mondo”. Secondo noi, per avere un mondo migliore non resta che Benedetto XV faccia sapere dal Cielo d’essersi pentito: le guerre non sono né stragi, né inutili.

La collera di GdL non si placa, anzi  si fa furibonda: “Oggi la dimensione della potenza come cuore e strumento della politica ci appare bestemmia. Sempre inutile e disumana ci appare la morte. Per effetto di tutto questo la guerra è completamente uscita dal nostro orizzonte pratico ed emotivo: se non come male assoluto (…) Provi ognuno a decidere quanto realistica sia l’idea di un mondo senza conflitti”. Anatema finale: “Questa è l’ideologia che attualmente ci opprime: intrisa di individualismo e di umanitarismo. Siamo  indotti a vedere nella guerra null’altro che un puro e semplice insieme di negatività che cancellano tutto il resto”.

“Tutto il resto” lo abbiamo visto: Cecoslovacchia, Jugoslavia, comunismo, fascismo, Hitler, Stalin,WW2. Questa riabilitazione della guerra come Madre della Storia è talmente forsennata/esilarante da risultare frenopatia (dementia praecox). Ma non  preoccupiamoci granché del turbamento degli studenti del prof.Galli dL. Passati gli esami, i giovani rideranno senza freni del bellicista in cattedra. Al Corriere della Sera, piuttosto, non sono esterrefatti delle assurdità stampate sui benefici dei massacri?

E tuttavia: mala tempora currunt. Nello sconciato Corriere d’oggi – così egemonizzato da materie come Valentino Uomo, Lifestyle, Estri della Moda, Benessere femminile, Food writing, Sapori&Amori, Cene in terrazza, etc- perché non dovrebbe esserci posto per i surriferiti pensieri Dr.Stranamore/ Signor Veneranda? Oltre a tutto essi sono ammantati di nostalgie bismarckiane (“per le grandi questioni, sangue e ferro”) e clausewitziane. Nostalgie ridicole, è vero. Ma anche il nuovo corso Lifestyle/Sapori&Amori di via Solferino è ridicolo.

Porfirio

CADORNA SILURO’ 217 GENERALI MENO ‘VITTORIOSI’/EFFERATI DI LUI

Si tende a pensare che i fatti più atroci della nostra Grande Guerra -le decimazioni- siano avvenute a Caporetto (ottobre 1917). Invece tra maggio e giugno 1916, quando la Strafexpedition  austriaca minacciò da tergo il fronte dell’Isonzo e il nostro Comando  considerò la possibilità di una ritirata al Piave- cominciarono i cedimenti del morale, cui seguirono le fucilazioni senza processo e il fuoco delle a rtiglierie e mitragliatrici italiane su alcuni nostri reparti che cercavano di arrendersi al nemico.

Il ministro della Guerra, generale Morrone, tornato il 29 maggio dal fronte, riferì ai colleghi del governo che un generale aveva freddato personalmente 8 militari che fuggivano. Un comandante di corpo d’armata aveva ordinato a un drappello di carabinieri di sparare  su una “ondata di nostri fuggenti”. Piombato sul comando dell’altopiano di Asiago il generalissimo Luigi Cadorna, capo di Stato Maggiore dell’Esercito, fu sentito urlare dai piantoni “fucilate senza processo, mi assumo la responsabilità!”. Il giorno dopo una sua lettera ufficiale a tutti i comandi intimò: “L’E.V. faccia passare per le armi immediatamente e senza alcuna procedura. Sull’Altopiano si deve resistere e morire sul posto”.

La fucilazione il 28 maggio di un sottotenente, tre sergenti e otto uomini di truppa del 141° reggimento di fanteria fu la prima decimazione del nostro esercito; Cadorna emise un ordine del giorno per elogiare in grande il colonnello che aveva dato l’ordine (in un anno di aspra guerra mai un encomio solenne era andato a un nostro ufficiale). Giorni dopo, 11 giugno, il comandante del XIV corpo d’armata fu destituito per non avere messo a morte, ma solo deferito al tribunale di guerra, alcuni ufficiali. Al fronte e nel paese si diffuse la diceria che fossero stati passati per le armi, sommariamente, persino dei generali.

Ai primi di luglio, sempre 1916, reparti dell’89° reggimento della brigata Salerno sul fronte Monte Nero-Merzly (Trentino) furono cannoneggiati e mitragliati per ordine dei nostri comandi. Questo perché alcuni feriti, dopo due giorni e due notti nella terra di nessuno sotto il fuoco sia nemico sia amico, si erano dati prigionieri. Vari militari dell’89° reggimento furono fucilati: uno dichiarato ‘reo’, tre indiziati, quattro estratti a sorte.

Cadorna lodò: “Sui  passati vilmente al nemico, tutti appartenenti al III battaglione dell’89° reggimento di fanteria, si dirigeva, implacabile giustiziere, il fuoco delle nostre artiglierie e mitragliatrici. Il provvedimento ha incontrato la mia incondizionata approvazione, convinto come sono della necessità di una ferrea disciplina di guerra”. Il comandante supremo esigeva che le misure estreme fossero immediate, anche perché per lui le corti

marziali erano “affette dallo stesso morboso sentimentalismo che dominava il paese, e raramente pronunciavano sentenze capitali”. In proseguo Cadorna, agli inizi della guerra correntemente dichiarato “geniale” da giornalisti e memorialisti suoi dipendenti -p.es. dal colonnello di Stato Maggiore Angelo Gatti, futuro celebrato storico militare- si compiacque che il 31 ottobre 1916 il duca d’Aosta, comandante della III armata, avesse ordinato una decimazione di propria iniziativa.

Nessun comandante poteva sottrarsi all’obbligo “assoluto e inderogabile” di applicare la pena di morte o di ordinare le decimazioni. Del resto Cadorna sosteneva che tutti gli eserciti moderni, non solo il suo, meritassero le punizioni draconiane, in quanto “accolte improvvisate di grandi masse, ineducate ai sentimenti militari, anzi educate dai partiti sovversivi all’antimilitarismo”.

Ripetiamo: tutto ciò non nei giorni di Caporetto, ma nel 1916. Tecnicamente Luigi Cadorna poteva imporre la durezza implacabile. Ma probabilmente a Norimberga sarebbe stato impiccato come Wilhelm Keitel, suo pari grado di una guerra dopo, chissà se ‘geniale’ come il conte Cadorna. Il quale dopo Caporetto fu sostituito da Armando Diaz. Ma per le carneficine delle XI battaglie dell’Isonzo, da lui fermissimamente volute nella fede nella superiorità dell’attacco frontale, fu premiato col dono di un palazzo a Pallanza, già avito;  nel 1925 fu elevato con Diaz a maresciallo d’Italia. L’anno dopo divennero marescialli  ‘d’esercito’ i generali Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, Pecori Giraldi, Caviglia, Giardino e Badoglio. Per Carlo Porro,  numero Due del Generalissimo, si ripiegò sulla strana nomina a ministro di Stato.

A Milano nessuna amministrazione di sinistra ha tolto il nome di Cadorna da una delle piazze più importanti della metropoli. Le vittorie di sinistra resteranno sempre inutili se, tra l’altro, non affermeranno il diritto dell’uomo individuo di non uccidere/farsi uccidere per la Patria. L’infanticida Patria, secondo Cadorna, era padrona delle vite dei seicentomila caduti di quella guerra. Un secolo dopo, la sinistra delle Istituzioni, da Napolitano a D’Alema, persino a Matteo Renzi, pensano in ultima analisi come Cadorna. Infatti comprano F35 e partecipano ubbidienti alle spedizioni del Pentagono. L’uomo del Colle è addirittura infatuato di panoplie guerresche: non perde occasione per additare i valori,  i meriti e gli elmi delle FF.AA. Dunque aveva ragione il casalingo Wilhelm Keitel della nostra disdetta.

A.M.C.

LA GRANDE GUERRA FU DECISA DA POCHI STATISTI-NULLITA’

Nella sua Storia della Germania moderna, stesa negli anni che seguirono da vicino l’Apocalisse del 1945, Golo Mann, figlio del grande Thomas, non perde occasione per gettare una luce cruda sulle carenze umane degli uomini che reggevano l’Europa nei mesi che generarono il primo conflitto mondiale. Furono ancora più determinanti altri fattori, dalla rivalità tra potenze e tra economie al delirio patriottico e alle pulsioni irrazionali che si impadronirono degli interventisti, specie intellettuali, d’ogni nazione. Tuttavia Golo Mann privilegia la miseria mentale del manipolo di sovrani, governanti, diplomatici aristocratici e marescialli, che volle il conflitto.

Tipicpoil conte Leopold Berchthold che, ministro degli esteri dell’impero asburgico ed ex ambasciatore, contò in quell’occasione più dei due primi ministri di Vienna e di Budapest. Spalleggiato dal generale Franz Conrad von Hotzendorf, anche lui conte e capo dello Stato Maggiore, Berchthold riuscì a convincere il vecchio imperatore Franz Joseph e i vertici austro-ungarici che il momento era arrivato per dare la lezione alla Serbia, verosimile istigatrice dell’assassino a Serajevo dell’erede al trono imperiale Ferdinando e della sua consorte. La Serbia si attribuiva il ruolo svolto nel secolo precedente dal Piemonte: unì gli italiani e costruì una nazione. Il fatto era che le genti slave del Sud non tendevano ad unirsi, al contrario: la Slovenia stretta all’Austria, la Croazia avvezza al lungo legame coll’Ungheria, la Macedonia attratta dai macedoni di Grecia,  che si immaginavano eredi di Alessandro Magno. Nulla era sembrato fermare il turbolento attivismo di Belgrado.

Nel 1914 circoli di potere viennesi credettero in una spedizione punitiva su Belgrado il migliore dei mezzi per rafforzare l’impero.  Valutarono male, perché lo distrussero. Naturalmente lo storico Mann non è solo nel mettere a fuoco gli errori umani che portarono alla più tremenda delle guerre fino a quel momento.

Il conte Berchthold non fu che il caso limite di un’insipienza diffusa in tutte le capitali. Karl Kraus, uno dei principali intellettuali viennesi del tempo e forse il maggiore scrittore satirico in lingua tedesca, scrisse del “vuoto abissale del volto azzimato e charmant di Poldi Berchthold” (v.Internauta) . G. Mall, scrivendo quarant’anni dopo, non riesce a trattenere il disdegno per la mediocrità di questo e altri protagonisti. “Berchthold, un imbrattacarte elegante e superficiale come gli altri aristocratici della diplomazia, era alla ricerca di un trionfo diplomatico: un’altra delle fantasie degli aridi cervelli degli ambasciatori. Dichiarò guerra alla Serbia precipitosamente, imperturbabilmente (disse proprio così), per mettere l’Europa di fronte al fatto compiuto”.

Aspro se un po’ meno irridente il giudizio del nostro storico sul cancelliere germanico  Theobald von Bethmann-Hollweg. “Un burocrate benintenzionato, zelante, ragionevole, pessimista, incline a rimuginare, incerto dei propri talenti, non interamente libero da abitudini servili. Il fatto che si presentasse alla nazione tedesca come il suo unico ministro responsabile fu una dichiarazione di bancarotta (…) un cancelliere maldestro dal tetro passato”.  Ancora: “Si sarebbe volentieri accordato con gli inglesi sulla competizione navale, ma l’ammiraglio Tirpitz non permise (…) Scoppiata la guerra il suo predecessore, principe von Buelov, gli chiese: ‘Come tutto questo ha potuto accadere?’ Bethmann alzò al cielo le lunghe braccia e rispose con voce sorda ‘chi può saperlo!’. Uno dei maggiori decisori ‘non sapeva’. Il brav’uomo non si è mai liberato dai rimorsi. Ammise che ‘la storia ha marciato con passo di bronzo. Non c’è più ritorno”.

Il tedesco Golo Mann concentra lo sdegno sugli uomini che a Vienna e Berlino aiutarono i Fati a condannare l’Europa ai drammi chiusi solo con il crollo dell’Urss. Senza la Grande Guerra non avrebbe vinto la rivoluzione dei Soviet, non sarebbero sorti Stalin Mussolini e Hitler e i guerrafondai non avrebbero trionfato a Londra, a Washington, a Tokyo.

Il nostro storico non menziona nemmeno Sazonov, capo della diplomazia russa, che personalmente plagiò lo Zar fino a fargli ordinare la fatale mobilitazione generale, cioè la guerra che avrebbe ucciso non solo milioni di russi e la monarchia ma anche lo zar e tutta la sua famiglia (e in più fece strage dell’aristocrazia che aveva dominato San Pietroburgo e l’immenso impero). La guerra voluta della Russia fu forse la più insensata di tutte.

Quasi indulgente il giudizio sul maggiore protagonista britannico, il ministro degli esteri Sir Edward Grey, anche se tanti gli addebitano di non aver fatto di più per scongiurare la catastrofe. Raymond Poincaré, presidente della repubblica francese, che volle come nessuno la conflagrazione, è citato solo per l’asprezza dell’atteggiamento verso la Germania schiacciata da Versailles.

Gli storici sanno che le responsabilità  dell’assassinio della pace furono divise abbastanza equamente. Però le decisioni del ’14 sconvolsero più atrocemente il futuro lontano di Germania e Austria-Ungheria, oltre a quello immediato dell’impero zarista. Si può comprendere che il figlio del maggiore scrittore moderno di lingua tedesca non si dia pace: la storia del mondo sarebbe stata diversa, forse opposta, se quell’anno i sovrani di alcune monarchie, più l’uomo dell’Eliseo, avessero avuto consiglieri, diplomatici e generali -in tutto una cinquantina di persone- meno somiglianti all’aristocratica nullità di nome Berchthold.

Questa secondo noi la lezione del 1914, un secolo dopo: i popoli, nessuno escluso, non dovranno più permettere ai governanti di decidere la guerra. I suoi decisori sono il male assoluto e la guerra ‘giusta’, se mai c’è stata, non esiste più.

A.M.C.

UN SECOLO FA LA GRANDE GUERRA. BRUCIARE LE OSSA DI CHI LA DECISE

Di questi giorni cento anni fa, pochi mesi prima del regicidio di Serajevo, una dozzina tra i massimi statisti, ciascuno coi propri diplomatici e marescialli, preparavano un conflitto da dieci milioni di morti. I guerrafondai sommi Hitler, Stalin, Churchill, Roosevelt di un secolo fa si chiamavano Poincaré e Clemenceau francesi, Asquith inglese, lo zar Nicola II, un Kaiser tedesco e uno austriaco, un pugno di governanti-terroristi serbi. In un secondo tempo si sarebbero aggiunti alcuni guerrafondai di contorno, tipo Woodrow Wilson, gli italiani Salandra, Sonnino e V.E. di Savoia, o tipo i governanti romeni (nel loro piccolo questi ultimi fecero morire un buon trecentomila connazionali, ovviamente senza contare le vittime dei romeni).

Dal punto di vista dell’uomo individuo erano abiette le motivazioni patriottiche di tutti i grandi criminali menzionati e non. Poincarè, presidente della repubblica francese, intendeva riscattare la vergogna del 1870, quando Parigi invidiosa aveva voluto lo scontro con la Prussia e l’aveva perduto nell’ignominia; intendeva riconquistare l’Alsazia, terra di abitanti germanici che erano state aggiunte alla Francia dalle guerre del Re Sole. La WW1 uccise un milione e mezzo di francesi. Londra progettava il conflitto mondiale perché l’ascesa del Secondo Reich, unificato e fatto possente da Bismarck, minacciava i propri primati imperiali, navali, economici. Lo Zar, plagiato dai diplomatici Sazonov e Izvolski, da granduchesse e generali che i bolscevichi avrebbero sterminato, accettava l’olocausto per l’eterna cupidigia di sboccare sul Mediterraneo e di egemonizzare i Balcani. Per la verità, all’ultimo Nicola II intuì il baratro che si apriva per milioni di sudditi, per la monarchia, per se stesso e per un bel po’ di congiunti; ma non osò decapitare Sazonov e compagni, come avrebbero fatto i suoi padri. I bellicisti pietroburghesi ambivano alla futile estensione di un impero talmente immenso che si è sfasciato.

Il Kaiser di Berlino faceva l’espansionismo di tutti i tempi. Quello di Vienna tentava di dilazionare quella finis Austriae  che i suoi romanzieri e artisti presentivano da decenni. I mandanti del terrorismo serbo  si lusingavano di scimmiottare su scala microbalcanica le annessioni del Piemonte e i trionfi della Prussia. I sogni conquistatori del ‘sacro egoismo’ di Salandra & Sonnino ci sono familiari (nuovi possedimenti in Dalmazia, in  Africa, persino in Anatolia). A cose fatte l’inqualificabile Salandra si sarebbe lamentato di non avere ricevuto il premio di un titolo nobiliare.

Se le Nazioni Unite, inventate dal bellicista F.D.Roosevelt, non fossero inutili da sempre, dichiarerebbero criminali di guerra e nemici dell’umanità tutti gli statisti della vigilia di Serajevo. Dopo, le ossa degli sterminatori andrebbero disseppellite e bruciate, come nel Medioevo capitò a vari papi e antipapi, nonché a tanti eretici. Allora  l’infierire sui cadaveri obbediva a logiche di fazione. Bruciare le ossa dei grandi bellicisti di un secolo fa sanzionerebbe un principio nuovo: i governanti non hanno più il diritto di decidere la guerra. Al più possono ordinare le spedizioni tardo-coloniali fatte dai soli guerrieri di professione, sempre che i contribuenti concedano i fondi. Nei millenni si è ordinato ai popoli di morire e di uccidere per la Patria, per l’ideologia, per la religione. I roghi di ossa della Grande Vendetta farebbero ricordare il dovere di odiare i patriottismi da guerra. Odiarli  più fattivamente delle esclamazioni dei pacifisti.

A.M.C.

CONTESTAZIONE A CADORNA

Per capirci meglio

E mettetece un po’ de sale ecco fatto u generale, e mettetece un po’ de corna ecco fatto u Cadorna”, cantavano quasi un secolo fa i marmittoni. Anche per questo mi domandavo da anni perché diavolo tutte le città e cittadine d’Italia si sentissero in dovere di conservare l’intitolazione di vie o piazze, per lo più importanti e specie della stazione, al famoso maresciallo di nome Luigi, comandante in capo nella prima guerra mondiale e da non confondersi col figlio Raffaele, anche lui generale nonché protagonista della Resistenza.

Disastrosamente sconfitto a Caporetto, non illustrato (che si sappia) da successi militari compensativi, celebre per avere mandato pervicacemente e inutilmente al massacro centinaia di migliaia di uomini sottoponendoli a rigori disumani, tentò  poi di scaricare su di loro, vivi o morti e bollati come codardi, la responsabilità per la disfatta. Il tutto sfuggendo a lungo, chissà perché anche qui, all’attribuzione di quella personale; si preferiva incolpare suoi subordinati come il generale Capello oppure, specialmente dopo il 25 luglio del 1943, il futuro  maresciallo Badoglio.

Adesso è improvvisamente esplosa la rivolta storico-toponomastica: amministratori e semplici cittadini di varie regioni reclamano la sua sostituzione con altri nomi, che magari stanno loro a cuore più di quanto non li disturbi quello da rimpiazzare. Sono comunque divampate anche le immancabili polemiche, intrecciate con commenti e puntualizzazioni. Spicca tra queste un trafiletto sul Corriere della sera firmato da Giuseppe Galasso, che ha descritto da par suo, ossia impeccabilmente, la figura dell’oggi controverso condottiero, rilevando però che allo stesso modo di Cadorna si comportava generalmente ogni suo omologo straniero.

Le vite umane, in effetti, contavano zero per tutti, allora e anche fino a tempi recenti, tanto più che “chi per la patria muor vissuto è assai” ecc. Ciò non sembra tuttavia sufficiente a legittimare la conclusione del prestigioso storico partenopeo (il quale sorvola, tra l’altro, sul fatto curioso che il suo conterraneo Armando Diaz, trionfatore a Vittorio Veneto, sia meno onorato del  predecessore in sede toponomastica). Galasso si dichiara infatti perplesso, malgrado tutto, circa le proposte di giubilazione ma confessa di propendere per il no senza ulteriori spiegazioni.

Ammettiamo pure che la questione non sia di importanza vitale per un paese che ha ben altro sul tappeto. Non si vede tuttavia perché onori così duraturi debbano toccare post mortem a personaggi non necessariamente esecrabili alla luce di valori mutevoli nel tempo ma, nella migliore delle ipotesi,  privi di meriti indiscussi. Anche le targhe stradali possono servire a fini educativi.

Nemesio Morlacchi

Una nuova guerra, perché?

Tutte le guerre che occupano le pagine dei nostri libri di storia e che fanno giudicare i periodi di pace niente più che intervalli fra una guerra e l’altra non hanno impedito che la gente continui a pensare che un conflitto armato fra popoli o stati sia un avvenimento eccezionale. “Guerra e Pace” è il titolo di un romanzo famoso. Ma la vera contrapposizione sarebbe – così pensano i più – “Guerra e Mondo”, perché un mondo senza guerre è nei nostri pensieri più che non sia un mondo sempre in guerra; la guerra è l’eccezione, mondo è tutto il resto.

Il mondo, la vita, contengono in sé la conflittualità. Ma il mondo come dovrebbe essere e si vorrebbe che fosse è naturale pensarlo senza crudeltà, violenze e distruzioni. E’ per questo modo di pensare che ogni volta che “scoppia” una guerra le reazioni sono due: 1. Ci si chiede che cosa l’ha fatta succedere; 2. Come si giustificano quelli che l’hanno provocata?

La prima domanda porta alla ricerca di una causa, come si fa con avvenimenti che si ritengono fuori dal comune: ci si chiede perché la superficie del pianeta, normalmente stabile, di tanto in tanto tremi (non ci si chiede perché sta ferma); ci si chiede perché i fiumi “esondano”, come ci si chiede il perché della follia e non della salute mentale; La risposta a queste domande si dice “spiegazione causale” ed è l’indicazione di una causa; se la si rimuove, quando è possibile, sparirà anche l’effetto. Se invece l’avvenimento di cui si tratta è attribuito alla decisione di qualcuno, di uno che se lo può permettere, allora si chiede a questo qualcuno di spiegarci perché ha deciso quello che ha deciso. Si parla anche questa volta di “ spiegazione” e anche di “ perché”; ma il secondo “perché” è legato ad un “affinché”, cioè ad uno scopo, che giustifichi una decisione tanto grave; si chiede una spiegazione che è una “giustificazione” e il “perché” della giustificazione è diverso dal “perché” della spiegazione; è un ricondurre ciò che si fatto a delle ragioni, non a delle cause. Le ragioni sono una faccenda personale, di chi ha deciso, le cause sono una cosa esterna, che si subisce; spiegazione causale e giustificazione razionale son due cose diverse, che quando c’è l’una diventa inutile l’altra. E se vengono attribuite allo stesso avvenimento provocano l’accusa di ridondanza e di ipocrisia. Diciamo che è un ipocrita, un impostore, chi fa passare per causa una sua decisione; si sottrae così al bisogno di dar spiegazioni. Una causa non si giustifica.

Quando ne combina qualcuna di storta, che non saprebbe giustificare, il Buon Dio cambia nome, si fa chiamare “caso”; così sembra abbia detto niente di meno che Voltaire. Non può, questo Dio, presentarsi insieme come buono e come onnipotente. Gli umani, che invece sono sempre benevoli con Lui, hanno escogitato tante soluzioni per questa convivenza impossibile. La più onesta è quella del mistero, la più radicale è il dar ogni volta la colpa a se stessi: “chissà di che cosa l’avremo offeso, e Lui ce lo fa capire con le disgrazie che ci manda, che sono delle punizioni”; ci sono anche quelli che parlano di un Dio che “permette” che certe cose accadano; ma questa volta dovrebbe essere Lui a giustificarsi. Ma poiché questo a Dio non si può chiedere, ci pensa la bonomia popolare: “in quel momento il Signore dormiva, ne ha ben diritto anche Lui”.

Per gli umani si hanno altre esigenze: se subiscono, devono dire che cosa hanno subito, se decidono, per quali ragioni hanno deciso. Fra l’enorme mucchio di guerre che la nostra memoria storica ci permette di recuperare in ogni tempo e in ogni luogo ne abbiamo estratte due che ci sembrano rappresentative della guerra decisa e della guerra subita: le crociate e la prima guerra mondiale.

Le crociate noi le potremmo mettere in relazione con la famosa “jihad” di Maometto. O perfino con le guerre sante dei re assiri. Le più antiche guerre sante, guerre giustificate, di cui si ha notizia si rintracciano nelle iscrizioni assire (1): il re è responsabile delle sue azioni verso gli dèi piuttosto che verso il popolo; “il re è addirittura tenuto ad informare gli dèi degli avvenimenti di guerra e delle loro conclusioni”. Si scrivevano addirittura “lettere agli dèi; missive che avevano lo scopo di riferire agli dèi dell’adempimento della divina missione che era imposta al re” (p. 20)”. E’ difficile non vedervi un precedente dei moderni bollettini di guerra, con i quali si informa il popolo sovrano; ed è anche difficile non chiedersi se qualche volta il re assiro non avrà condito le sue lettere con qualche menzogna o vanteria.

Poi sono venute le “guerre sante” dell’Occidente cristiano. Esse furono “bandite”, decise, dai papi i quali trovavano indecente che i luoghi sacri della cristianità fossero governati da conquistatori di un’altra religione pur essa monoteistica; tanto più che i sovrani di quelle terre si mostravano poco accoglienti e ospitali, sottoponevano i pellegrini che avevano fatto sì lungo viaggio a vessazioni, estorsioni e balzelli. Dapprima i papi si rivolsero ai loro popoli, fra i quali predicavano la necessità di partire spontaneamente; successivamente ai sovrani, con il comando e il ricatto diplomatico. Furono insomma guerre e spedizioni decise e le decisioni erano esplicite e giustificate pubblicamente; quelli che partivano erano capaci di spiegare a stessi e a chiunque “perché” partivano.

Ben al contrario, il conflitto del l915-18 fu iniziato da sovrani e ministri sotto la pressione dei comandi militari dell’Austria-Ungheria e della Germana imperiale. Si basavano sui precedenti di interventi militari poco sanguinosi e distruttivi. Quando ne venne fuori il conflitto più sanguinoso della storia cominciò il palleggio delle responsabilità. Tanto che i vinti, per avere la pace, si videro imporre di assumersi la responsabilità di tutti quei morti ammazzati.

In ogni Paese vi erano state minoranze, perlopiù di intellettuali, che avevano addotto ragioni poco comprensibili ai più: che bisognava far valere la Kultur germanica sulla civilisation francese, che bisognava proteggere gli slavi del sud, i serbi, dalla prepotenza austriaca, più in generale le piccole nazioni, come la Serbia, appunto, o il Belgio, dalle prepotenze degli Imperi centrali; nel caso dell’Italia che bisognava completare il risorgimento, facendo coincidere i confini dello stato italiano con quelli geografici della penisola. Ma queste ragioni sarebbe azzardato dire che ebbero l’efficacia che viene attribuita alle cause; esse non penetrarono mai fra le masse dei combattenti, che si massacrarono senza odiarsi, che combatterono per un dovere che era accompagnato dalla paura; e anche per un orgoglio provocato in loro; non certamente per una fede religiosa, per la voce di un dio. Se ci chiediamo un perché di tanto conflitto dobbiamo indicare della cause, non delle giustificazioni; con l’eccezione dell’intervento degli Stati Uniti d’America.

Cause e giustificazioni sono due cose diverse, come si è detto. Una causa la si subisce; una giustificazione viene da noi stessi. E’ però anch’essa il richiamo ad una forza esterna superiore. Ma accade che ci si giustifichi dicendo che si vuol anticipare una causa, un avvenimento che però è del futuro, di un futuro che si decide di non subire. Così fu per l’intervento militare germanico sul Belgio neutrale, e neutrale per accordi comuni; la giustificazione era che si temevano gli effetti dell’alleanza franco-russa; e quando l’Inghilterra decise di uscire dal proprio tradizionale isolamento la giustificazione fu che si temevano gli effetti dell’occupazione tedesca del Belgio. La miscela che ne esce, in questi casi, è micidiale, perché si compiono azioni scelte sentendosene costretti. E costretti da qualcosa che non si vede, perché non è ancora accaduto. I precedenti sono numerosi nella storia.

Una guerra non è una guerra se non provoca morti, feriti, distruzioni. Chi la decide lo sa bene e molto spesso si può dire che proprio lo voglia. Ma non può dire che lo vuole, che se lo augura e aspetta, e allora dice che ne è costretto; ma da un avvenimento che deve ancora arrivare.

In certe battaglie del rinascimento, soprattutto in Italia, armate mercenarie mostravano l’una all’altra quanti cannoni, quanti cavalli, quanti soldati e come armati ciascuna poteva mostrare, poi su questa base trattavano o si combattevano. Andrea Doria, il famoso ammiraglio genovese del cinquecento, non portò a termine nessuno degli scontri navali che ebbe con turchi, francesi, corsari; interrompeva la battaglia per trattare, e di questo fu rimproverato. Anche Machiavelli rimproverava alle truppe mercenarie di non impegnarsi veramente nel combattimento.

Anche quelli che decisero il conflitto 14-18 volevano vincere ma non distruggere i loro nemici; gli spostamenti di confine furono modesti. L’intenzione era di distruggerne la potenza militare, indebolirli di armamenti e di truppe. Ma la situazione sfuggì al loro controllo, molte di quelle sanguinosissime battaglie furono di puro sterminio.

Ma sterminio di chi? Proprio soltanto delle masse di soldati nemici? Il sospetto viene che anche le proprie masse si volesse sterminare. In tempo di guerra ci si ritiene autorizzati a mentire, molto di più che in tempo di pace. Si mente sui morti e sui vivi, sulle risorse, sulle armi e così via; ma soprattutto si mente sulle intenzioni. Nessuno dice “perché” ha iniziato una guerra e proprio per questo coloro che desiderano sapere qualcosa si sentono autorizzati a ragionare con la loro testa. E il ragionamento è molto semplice: se non mi dici “perché” hai deciso, o se mi dai risposte reticenti, evasive, pretestuose, è che quelle vere non le vuoi dire; forse nemmeno puoi dirmele, tanto ti sembrano sproporzionate alla gravità delle conseguenze; e ne sei spaventato tu stesso.

La prima guerra mondiale interruppe un periodo di pace e di prosperità nei Paesi avanzati. Le testimonianze elogiative della “belle époque” sono infinite. Ricordo soltanto lo scrittore e filosofo russo Vladimir Soloviev (2). In uno scritto “I tre dialoghi” uscito nel 1903, fa discutere fra di loro varie persone su temi di attualità. Fra di essi un politico, il quale magnifica ed esalta la qualità e la fortuna dei tempi in cui è loro toccato di vivere. Fra queste fortune c’è che non si fanno più guerre; almeno in Europa, e quelle che si combattono su altri continenti non sono poi gran che devastanti. La guerra sembra proprio una cosa dei tempi passati, o di luoghi lontani.

Quel politico non poteva immaginare, neanche appena immaginare, quanto sarebbe apparso fuori luogo tanto suo compiacimento. Nel giro di qualche settimana estiva (e viene la tentazione di dar la colpa proprio all’estate) sette Paesi d’Europa (Serbia, Austria-Ungheria, Russia, Germania, Belgio, Francia, Inghilterra) si trovarono ad affrontarsi in sanguinosissime battaglie di distruzione. Il succedersi degli avvenimenti è noto a sufficienza. Lo stupore non è finito ancor oggi. Le spiegazioni che ne diedero allora i singoli governi furono un elenco di “atti dovuti”, come conseguenza di impegni diplomatici e morali non disattendibili. Soltanto i serbi, aggrediti per primi, non diedero spiegazioni. Erano atti dovuti presentati e sentiti come irreversibili. Quindi riconosciuti come cause determinanti.

“L’irreversibilità delle mosse crea nei decisori un senso di costrizione”; così ha scritto lo storico e politologo Gian Enrico Rusconi (3). Ma dopo tanti anni che sono passati, e dopo tante letture di testi molto spesso banali, anche se complicati, noi una risposta ce la dobbiamo ancor dare. E siamo portati a pensare che dietro a questa insufficienza ci sia una insufficienza nel descrivere la situazione in cui la guerra è “scoppiata”. Ci si limitava alle cause politiche, alle rivalità fra gli stati.
Si dimentica che la prestigiosa Europa della “belle époque” poggiava su di un cuscino di paura. Era la paura delle masse che ospitava in sé: contadini, che continuavano il lavoro e la vita delle precedenti società feudali, operai delle grandi fabbriche che vivevano emarginati nelle periferie, così visibilmente diverse dai quartieri borghesi delle grandi città, lavoratori del mare, mendicanti, gente emarginata. Tutti costoro bollivano al confronto delle loro condizioni, di cui li rendevano consapevoli intellettuali socialisti, comunisti, anarchici. E la borghesia, che di loro aveva bisogno, che con loro doveva vivere, non aveva altro discorso che quello dell’attesa; attesa che il benessere proprio arrivasse anche a loro, per naturale espansione secondo le tendenze del mercato, la cui natura era di allargarsi. Che fosse un discorso in buona parte ipocrita lo si vedeva dal fatto che questo mercato tendeva sì ad allargarsi, ma per lo più all’interno delle classi che stavano bene; mentre ogni stato gonfiava il proprio bisogno di sicurezza, che conviveva con l’esigenza, ritenuta legittima, di estendere al resto del mondo la propria efficienza e prosperità. Quando la diplomazia dei partiti interni al sistema si mostrò incapace di risolvere i singoli contrasti che di volta in volta nascevano venne sostituita con le armi dei militari, cresciute in quegli anni di denaro disponibile, forse fuori dal controllo dei militari stessi. E tutto esplose con l’episodio di Sarajevo, ricostruito “sul tempo” come pochi sanno fare da Emil Ludwig (4).
Conviene ricordare che l’uccisione dell’erede al trono dell’Austria-Ungheria avvenne in territorio imperiale, sotto il controllo della polizia imperiale; che non fu mai dimostrata, né al momento, né poi, alcuna responsabilità o coinvolgimento della vicina Serbia; che gli attentatori erano serbi, questo è vero, ma erano serbi cittadini dell’impero; che l’ultimatum austriaco alla Serbia venne accolto quasi per intero; che la risposta serba non venne neppur letta dall’ambasciatore austriaco. Vicende esposte con grande capacità di ricostruire la contingenza da Emil Ludwig nel suo utilissimo libro “Luglio ‘14” (n). In perfetta malafede la Serbia venne invasa militarmente e scattarono gli obblighi internazionali di Russia, Germania, Francia, Inghilterra; era quanto bastava per scatenare un conflitto che si sarebbe esteso.

Sorprendono le somiglianze con quanto accadde dopo la distruzione delle torri gemelle di New York, poco meno di un secolo più tardi. Anche in questo caso si pensò di punire un atto offensivo compiuto su un territorio di propria competenza aggredendo uno stato indipendente, in questo caso lontano, ritenuto corresponsabile. I motivi di questa asserita corresponsabilità sono di natura etnica, religiosa, morale, non giuridica e anche questi nemmeno dichiarati in modo pubblico. Si veda l’interessante piccolo scritto di Giulietto Chiesa “La guerra come menzogna“ (5). Nell’un caso come nell’altro è stato sostenuto, con argomenti molto convincenti, che le aggressioni a questi stati di fuori erano state pensate e preparate già da prima e che si aspettasse l’episodio scatenante. E furono presentate come doverose guerre di rappresaglia aggressioni che avevano ben altre origini e motivazioni.
E’ il caso di recuperare la differenza iniziale fra guerre decise e guerre subite. La prima guerra europea del 15-18 venne presentata da tutti, anche da coloro che spararono i primi colpi di cannone, come guerra necessaria, inevitabile, subita. Senza voler escludere che ci sia qualcosa di vero in questa presentazione, perché anche gli obblighi internazionali hanno una loro forza, rimane tuttavia più che lecito pensare che si trattasse di “atti dovuti” costruiti in anticipo; ovvero, di decisioni nascoste tenute in sospeso. Un bel lavoro per storici, psicologi, economisti, sociologi e quanti altri hanno già cercato di occuparsene creando addirittura una disciplina riservata, la polemologia.

Riflettendo su questa ipotesi delle decisioni nascoste, la prima cosa da pensare è che se questa decisione si appoggiava a qualcosa che non si poteva dire bisognava costruirsi un qualcosa che si potesse dire, che fosse in linea con il pensare comune e facile da spiegare alle masse. Erano di questo tipo l’indipendenza del popolo polacco, diviso fra russi, tedeschi e austriaci e anche gli attriti linguistici e territoriali tra Francia e Germania e pure l’irredentismo italiano; c’era poi l’insoddisfazione degli slavi cui il regime di Francesco Giuseppe si era mostrato incapace di far fronte.

Dietro c’era qualcosa che proprio non si sapeva riconoscere, né all’interno dei circoli di potere né sulle piazze; era la speranza, ahinoi non consapevole, che mobilitando le masse in una guerra fra nazioni si sarebbe potuto evitare quella rivoluzione che incombeva su tutte.

In tutte le nazioni la disciplina e l’autoritarismo dei militari si sovrapposero alle differenze di regime; repressioni interne crudeli che erano pensate per terrorizzare la truppa e raramente corrispondevano ad insubordinazioni o rifiuti di combattere. I comandi militari avevano più a cuore le scorte di carburante, di munizioni, di automezzi che la vita dei loro stessi soldati.

La vita del soldato era considerata una risorsa a costo zero; era di persone senza diritti, o quei facilmente aggirabili; avevano soltanto il dovere dell’obbedienza passiva, di farsi automi (n Gemelli) al richiamo della Patria o dell’Imperatore. Era un dovere senza compensi o rivendicazioni, quindi un passo indietro ai doveri del bracciante, del contadino, dell’operaio, quello che pure erano stati quando non erano militari. Il soldato doveva soltanto “krepieren” come fa dire al maresciallo austriaco Conrad quel tragico burlone dello scrittore ceco Jaroslav Hašek al suo soldato Sc’veik (6).

La morte in battaglia era anonima e non aveva compensi. La guerra individuale, quella degli antichi eroi o cavalieri, era riservata agli assi dell’aviazione, a qualche poeta eroe scomodo o a qualche altro eroe da propaganda; gente che era meglio non tornasse a casa per fare il reduce ribelle o contestatore. Le stesse autorità religiose se c’era un sacerdote un poco riottoso e tormentato da dubbi lo preferivano come cappellano dell’esercito.

La morte in battaglia del soldato conferiva alla gloria dei comandanti e alle speranze di pace sociale ai padroni del futuro. “Sacrificio della borghesia” fu detta la prima guerra mondiale. Fu piuttosto un sacrificio dei popoli ai quali la borghesia non fu capace di sottrarsi. Più ci si allontana da quegli anni e più cadono gli ostacoli al faticoso lavoro di ricostruire la contingenza. Ed emerge l’immagine di una gran confusione della quale si avvidero scrittori come Gadda, Barbusse, Hašek, certamente altri che non conosco; una confusione delle menti penetrata dalla paura per un sommovimento sociale che si temeva più di una sconfitta. E di certo in quella contingenza non erano prevedibili i milioni di morti, di mutilati, di ammalati e l’impoverimento generale. L’Europa perse il suo primato nel mondo. Ma un rimprovero si può fare a chi prese quelle decisioni, di non aver fatto niente per evitarle, di averle vissute come cause determinanti.

Paolo Facchi

Note
1. “War, peace and empire”, justification of war in Assirian Royal Inscriptions, by Bustenny Oded, Wiesbaden, dr. Ludwig Reichert Verlag, 1992.
2. Vladimir Soloviev, “I tre dialoghi”, Marietti 1975.
3. Gian Enrico Rusconi, “Rischio 1914”, Bologna, Il Mulino 1987.
4. Emil Ludwig, “Luglio ‘14”, Milano Mondadori 1930.
5. Giulietto Chiesa, “La guerra come menzogna”, Roma Nottetempo, 2003.
6. Jaroslav Hašek, “Il buon soldato Sc’veik”, Milano Feltrinelli 2010. Si veda anche il mio racconto “Intelligenza con il nemico” in “Racconti filosofici”, Milano, Moretti Honegger, 2005.