BENGODI COME SEMPRE SUL COLLE DOPO NOVE ANNI DI PARTENOPEO

“Molto resta da fare perché i dati del Quirinale siano pubblici e facili da trovare. Come invece già accade per Buckingham Palace o per la Casa Bianca. Non sarà arrivato il momento, tanto più dopo i misteri, le nebbie, le trappole, i veleni di questi giorni di conciliaboli nelle segrete stanze, che il futuro inquilino del Quirinale spalanchi alla massima trasparenza anche il Colle? La blindatura top secret  di ogni voce di spesa quirinalizia è rimasta intatta anche negli anni di Pertini e di Cossiga; perfino di Ciampi, che pure aveva fatto del contenimento delle spese una ragione di vita”.

G.A.Stella, che il 29 gennaio scrive così sul ‘Corriere’ (titolo ‘La trasparenza necessaria al Colle’), lamenta che gli sforzi di Napolitano non abbiano prodotto risparmi di rilievo nei costi del Quirinale: “La sua ultima Nota illustrativa, il 9 gennaio, comunicò di avere deciso di autorizzare forme di pubblicità delle scelte fondamentali contenute nel bilancio interno. Però solo sulle voci  ‘compatibili con la riservatezza che caratterizza, in base alla prassi costantemente seguita dal 1948 ad oggi, una documentazione contabile sottratta a controlli esterni, in forza dell’autonomia organizzativa riconosciuta all’organo costituzionale della presidenza della Repubblica dalla Costituzione e dalla legge 9 agosto 1948, n.1077, istitutiva del Segretariato generale, come affermato dalla Corte costituzionale e dalla dottrina’”.  D’altra parte, aggiunge Stella, “il presidente fece trapelare che sarebbe stato indelicato verso i predecessori mostrare il bilancio integrale”.

Con un capo di Stato così attento alla delicatezza verso i predecessori -si sa che viviamo tempi di top priority alla delicatezza verso i semimonarchi, non verso 60 milioni di sudditi- si meraviglia G.A.Stella che Napolitano ci abbia fatto risparmiare solo gli spiccioli sui costi della sua reggia, indistinguibile per sfarzo da quella degli Zar? Fino all’ultimo, fino al momento di abdicare, re Giorgio ha ribadito il diritto del Palazzo reale di imporre ad libitum le sue spese sui contribuenti ‘in base alla prassi’. Il diritto di sbafare (=rubare) perchè si è sempre sbafato. La ‘autonomia organizzativa riconosciuta al Segretariato generale della presidenza’ è un altro dei doni elargitici dalle Istituzioni democratiche, segnatamente dalla Costituzione. Coi vizi millenari di cui soffriamo, ci meritavamo tanta benevolenza?

A questo punto G.A. Stella, constatato che nove anni dopo l’avvento di Giorgio “siamo ancora lontani rispetto  alla trasparenza di altre residenze di capi di Stato” riprende la triste geremiade dei confronti con altre regge e presidenze. “Il bilancio online di Buckingham Palace -certificato da un revisore esterno- riporta perfino la marca e l’annata delle bottiglie di vino presenti in cantina, riporta i passeggeri che erano a bordo di questo o quel volo di Stato. E’ una questione centrale la trasparenza nel mondo anglosassone. La Casa  Bianca pubblica uno per uno i nomi di tutti i 456 dipendenti. Lo stipendio (annuo) più alto, quello pagato all’assistente del Presidente per la politica economica, è di 172.200 dollari. La paga di 34 altri stretti collaboratori di Obama è di 42.420 dollari, poco più della retribuzione media di un dipendente pubblico italiano. Certo il meccanismo negli Stati Uniti è assai diverso che da noi. Resta il fatto che quei 456 del White House Office costano in tutto 37,7 milioni di dollari. E che lo stipendio massimo per i collaboratori più stretti dell’uomo più potente del mondo è poco più di metà del tetto -contestatissimo- di 242 mila euro che M.Renzi tenta di imporre ai più alti dirigenti dei nostri Palazzi. Quirinale compreso”.

G.A.Stella è certo più informato di noi su quello che sarà il vitalizio del segretario generale Donato Marra, il ciambellano sommo della Reggia. Noi siamo rimasti a un paio d’anni fa, quando quest’ultimo scriveva ai giornali che una paga di ben oltre 400 mila euro gli era pienamente dovuta, “considerato il livello delle mie responsabilità”(!) Stella, che ha ritrovato la capacità  di condurre l’opinione sui variscandali del Colle, conclude il suo articolo col mite rilievo che ”è crollata la fiducia dei cittadini nelle Istituzioni, perfino del Quirinale (calata in poco tempo dal 71 al 44 per cento di popolarità)”. Non dice il resto.

-Che la futura presidenza della repubblica, ridotta  nelle funzioni al ruolo cerimoniale della Bundespraesidenz germanica, andrà estromessa dal Quirinale, destinato a diventare il museo più importante al mondo. Per l’ufficio del Primo Cittadino basteranno 100 dipendenti invece di 1660 e le100 stanze di una palazzina decorosa invece delle 1200 della reggia pontificia-sabauda.

-Che se Renzi, di fatto già divenuto Cancelliere, non sarà capace di amputare ben più duramente di quel che oggi farfugli i costi e i furti  dell’alta burocrazia e della politica, egli Cancelliere finirà uno sconfitto totale.

-Che da Mattarella, meglio non attenderci niente di importante.

A.M.C.

IL MISFATTO DI METTER CASA AL QUIRINALE E QUALCHE SOMIGLIANZA CON LA CASTA

E’ quasi certo che tutti gli altri quirinabili sarebbero stati peggiori, per questo o quel motivo. Tuttavia taluni indizi che al momento si profilano a carico del successore del Partenopeo non sono lievi.

Fino a poche ore fa era giudice costituzionale e, con un emolumento vicino al mezzo milione -la Democrazia tratta signorilmente i suoi ciambellani- non risulta avesse imbarazzo ad abitare nella foresteria della Consulta (foresteria che non dovrebbe esistere). Saremo felici di ritrattare questo minore addebito, se emergerà che Egli pagava per l’alloggio al livello di uno degli indirizzi più costosi al mondo.

Ancora più felici se confidenti e cortigiani testimonieranno in fede che lo angustiava farsi ricompensare tanto da un consesso -la Corte, usbergo della Casta- che sarebbe  giusto soppiantare con  una sezione specializzata della Cassazione. Ovviamente non sarà soppiantato, con tutti i vanti del Rottamatore e gli aneliti umanitari di Mattarella, visto che è baluardo a difesa dei privilegi e vitalizi acquisiti, nonché uno dei fronti di saccheggio del contribuente.

Indizio numero Due, le cerimonie di insediamento, con voli dei cacciabombardieri e esibizioni dei corazzieri sabaudi. Le esibizioni erano superflue, i voli erano asserzioni militaristiche. Sembra difficile sostenere che il cattolico Mattarella abbia inteso ispirarsi alla semplicità della R4 di Bergoglio. I simboli contano molto, sono sostanza. E’ strabico, il Nostro?

C’è di peggio. Una delle veline passate ai media dalla segreteria generale della Presidenza -forse la più vorace e parassita tra le nostre burocrazie- annunciava che il capo dello Stato risiederà al Quirinale. Egli ha autorizzato? Si riserva di decidere e di traslocare? Alla consapevolezza cui siamo arrivati, dopo settant’anni di errori, abitare al Quirinale è tutt’altro che innocente. E’ una malazione, giustifica un processo di impeachment. Forse sono già maggioranza gli italiani raziocinanti per i quali il Quirinale andrà voltato a museo, o a qualcos’altro che meriti. Si stima che potrà diventare il maggiore museo al mondo, con dieci e più milioni di visitatori paganti. Quale turista rinuncerà a entrare nella reggia dei papi più peccatori della storia,  nonché di re Umberto I che faceva sparare coll’artiglieria sui popolani affamati, però l’anarchico Bresci lo fece secco? Questo a non tener conto dell’attrattiva delle millanta opere d’arte oggi non viste da alcuno per mancanza di spazi museali. La Cina istituirà speciali linee aeree e marittime per portare turisti a milioni sul solo Colle Più Alto.

Lo sfarzo del Quirinale ha dannato all’inferno turbe di papi e una manciata di monarchi, tutti, dal primo all’ultimo, ladri del denaro dei poveri. Ora la reggia del disonore deve smettere di costare 236 milioni l’anno. Deve produrre redditi adeguati a valori immobiliari e simbolici ingentissimi; oppure va venduto all’acquirente che paga di più. Coll’infamia plurisecolare che rappresenta, se diventasse il maggiore albergo a ore del pianeta non dissacrerebbe alcunché. I più tra i sudditi dei papi e dei re vivevano in miseria, tisi e pellagra, anche per lo sfarzo del Quirinale. Fu mostruoso  insozzare moralmente la Repubblica con  gli arazzi dei papi-anticristo del Cinquecento e dei gentiluomini di corte sabaudi.

Coll’occasione riferiamo che il titolo ufficiale di Louis Godart, uno dei sommi mandarini del Palazzo, è consigliere per la conservazione del patrimonio artistico “del Presidente”. Credevamo che il patrimonio fosse degli italiani, non del Presidente. E non sapevamo che la sicurezza di Sua Maestà richiedesse 765 guerrieri. Non è sicuro che ne abbia tanti la Rocca di Gibilterra.

Recentemente varie voci si sono levate a chiedere che il palazzo malfamato venga chiuso e messo a frutto. Il ‘Corriere della Sera’ ha aperto un’autentica campagna, con editoriali di G.A.Stella, E.Galli della Loggia e Paolo Conti, forse con altri interventi e  denunce. L’ex sindaco di Roma, Francesco Rutelli, ha apprestato un progetto museale importante. E’ stata proposta un’immediata task force. Il direttore di ‘Libero’ ha attaccato frontalmente il silenzio del nuovo capo dello Stato sui tagli alla spesa del palazzo e della politica.

La soluzione  non sarà affatto l’ammissione di visite guidate a talune sale, o ai giardini di Ippolito d’Este figlio di Lucrezia Borgia santa donna. Sarà il trasferimento della presidenza in una palazzina o villa da 80 stanze invece di milleduecento, nessun corazziere (vadano a dirigere il traffico, saranno fotografatissimi dalle turiste), un centinaio di dipendenti invece di 1.636, paghe allineate alle Poste e sussidi di disoccupazione uguali per tutti-700 al mese- per donne delle pulizie, cortigiani, maggiordomi, palafrenieri, consiglieri segreti.

Tra l’altro: le riforme costituzionali di Renzi non dovrebbero ridurre il ruolo del capo dello Stato a quello del Bundespraesident germanico (a non voler passare alla repubblica presidenziale)? L’obbligo di chiudere in ogni caso il Quirinale spetta anche a Matteo Renzi: ma egli, se ha tempra da vendere, è un politicante rotto a tutti i compromessi e tutti i patteggiamenti;  non il sacerdote delle virtù civiche quale il Primo Cittadino viene descritto.

Sia Mattarella a dare tra breve l’annuncio del trasloco. Altrimenti sarà continuità con la monarchia da strapazzo del Partenopeo e dei marpioni che lo precedettero. Per esempio: l’infatuazione militarista, anzi bellicista, ha segnato indelebilmente la presidenza dell’Ex Stalinista, il quale non si faceva fotografare senza un feldmaresciallo al fianco e non ha negato a nessuno F35 e spedizioni all’estero. Dio non voglia che questo accada ancora: Sergio dimentichi d’essere il comandante supremo di tutti gli eserciti.

Speriamo di risultare cattivi profeti. E tanto più ci vergogneremo d’avere sospettato, se il Nostro somiglierà davvero al santo che è stato agiografato nei suoi primi due giorni.

A.M.C.

UN PRIMO CITTADINO A TURNO E NO QUIRINALE AL POSTO DEI MONARCHI DA STRAPAZZO

C’è un altro ruolo da rottamare, quello del presidente della repubblica. Lo derivammo, così spropositatamente lungo – sette anni, laddove consoli da 12 mesi fecero grande Roma e ad Atene c’erano arconti da un giorno- dalla Costituzione francese del 1875. Era stata votata da una maggioranza parlamentare monarchica, e monarchico dichiarato fu il secondo presidente della Troisième République, Mac-Mahon. L’ultimo monarca di Francia era stato Napoleone III, nipote del Grande. Eletto presidente della Seconda repubblica nel l848, si era trasformato in imperatore quattro anni dopo. Non aveva regnato male: capiva i proletari e, pur amando di più la borghesia che industrializzava il paese, li aveva qua e là sostenuti. Ebbe la sventura di farsi coartare a muovere guerra alla Prussia (in pratica alla Germania prossima ad unificarsi e a diventare possente). Fu sconfitto rovinosamente.

La repubblica che era seguita alla disfatta e alla Comune parigina si rialzò in fretta: ricca di capitali, divenne il secondo più vasto impero coloniale al mondo. Seguirono due guerre mondiali (la seconda apportatrice di una sconfitta definitiva) e venne una Quarta Repubblica con i difetti più gravi della Terza, in primis il parlamentarismo estremo. Alla fine la Francia fu salvata, per mano di un generale, da una Quinta repubblica mondata delle lebbre della Quarta e della Terza.

I Costituenti italiani del 1947, più sconsiderati di quelli domati da de Gaulle. vollero un capo dello stato apparentemente forte -in realtà comandavano i partiti prevaricatori- e per un mandato troppo lungo, laddove nel 2002 la carica del presidente francese sarà opportunamente accorciata a 5 anni. Eletto dal popolo e largamente responsabilizzato, il presidente francese è uno statista migliore del nostro, eletto dalla Casta nella più completa irrilevanza dei cittadini. Fino alla crisi del 2007-08 il nostro presidente è stato un vaso di coccio tra  ferrei vasi partitici. Fu il fallimento del governo Berlusconi a trasformare Napolitano in un decisore forte e persino arbitrario: re Giorgio.

Oggi la Casta si trova di fronte alla scelta di un capo di stato che,  secondo come evolverà la crisi dell’economia e del regime, potrà risultare o no qualcuno; oltre a tutto dipenderà dal fattore forse nuovo, forse no, rappresentato da Matteo Renzi. Il successore di Napolitano sarà probabilmente scelto perchè non intralci il Rottamatore in una fase iniziale. Dopo, potrà accadere di tutto: dalla crisi di regime acuta e duramente rinnovatrice alla ricaduta nei giochi esiziali del partitismo cleptocratico. In un caso come nell’altro il ruolo del capo dello Stato resterà scadente, bisognoso di un ripensamento integrale. L’eventuale continuità col settantennio della Casta sarà micidiale.

In un ordinamento razionale la mezzadria tra due personalità costituzionalmente forti al vertice dello Stato non avrà senso. Piuttosto dovrà rafforzarsi nettamente il capo del governo, trasformato in Cancelliere espresso dal popolo. In tal caso dovranno ridursi sia le prerogative del capo dello Stato, sia quelle del potere legislativo (il parlamentarismo è un fatto degenerativo).

Sarebbe giusto che il presidente della repubblica perdesse quasi tutti i poteri che ricordano quelli del monarca. Gli resterebbero le funzioni cerimoniali e protocollari, quelle che non meritano di impegnare il Cancelliere espresso dal popolo.  Nella regia forte di tale cancelliere, a lui spetteranno quasi tutte le funzioni assegnate al capo dello Stato da una carta statutaria oggettivamente pessima: ha fatto sorgere un ordinamento stimato solo dai farabutti che lo sfruttano. La fiducia nelle Istituzioni volute nel 1947 si è ridotta a percentuali da farsa.

Per la funzione nominale che è opportuno resti al Primo Cittadino non va cercato un protagonista, una personalità con un passato e un’ambizione importanti. Dovrebbe bastare la rotazione annuale tra personaggi degni di onorabilità, scelti per sorteggio in un ruolo di soggetti dotati di determinati requisiti oggettivi, p.es. magistrati o studiosi di alto livello, benemeriti del volontariato e simili. Il Primo  Cittadino non dovrebbe essere rieleggibile né essere prescelto per altri ruoli politici.

Dovrebbero essere imperativi l’abbandono della reggia del Quirinale e la scelta di una sede decorosa ma senza alcuno sfarzo, con un bilancio e un personale non superiori al decimo degli attuali. Tutti i presidenti repubblicani finora eletti andrebbero processati per non avere rifiutato di mettere piede in un edificio che è la negazione assoluta della sobrietà e della moralità repubblicane. I loro beni e quelli lasciati agli eredi dovrebbero essere confiscati per indennizzare i contribuenti degli oneri loro imposti dal Quirinale e sue dipendenze. Uguale procedimento dovrebbe avocare gli eccessi di reddito dei professionisti politici -e loro eredi- di carriera pubblica insolitamente lunga. Per esempio il sessantaduennio di parlamento, poi di Quirinale, originariamente imposto per Giorgio Napolitano dal Partito comunista andrebbe sanzionato come un sopruso e un sovraprofitto di regime.

A.M.C.

E’ PIACIUTO A MACHIAVELLI RE BORGIO IL NUOVO PRINCIPE

Questo quasi-monarca che sembra sul punto di abdicare ha avuto il merito grande di deporre Berlusconi, pessimo fra i governanti; poi l’altro merito di non avere sabotato l’ascesa di Matteo Renzi monoculus in orbe caecorum (=il meno peggio tra i Proci della politica). Per il resto, meno male che abdicherà.

Per otto anni ha impersonato buona parte dei mali che materiano la Repubblica. Ha combinato la carica di capo dello Stato col ruolo di presidente della Casta. Ha incarnato l’amoralità di fondo che da molti secoli innerva l’etica italiana. Amoralità cui Niccolò Machiavelli dette il nome, oltre che una sinistra teorizzazione.  Ha scritto uno storico tedesco: “Nei secoli a valle del magistero machiavellico, spentasi per intero la coscienza morale, la scelleratezza si configurò come il modo italiano di vedere le cose”.

A Machiavelli -il  Goebbels o il Loyola del “fare italiano”-  che amò i delitti del Principe per antonomasia Cesare Borgia, non può non essere piaciuta la mutazione di Giorgio Napolitano, da dirigente stalinista a sommo atlantista/militarista e a fautore 24 carati dell’assetto conservatore a gestione consociata capitale-malapolitica-burocrazia-sindacato. Ancor più Machiavelli deve avere prediletto questo ‘Principe’ di nascita napoletana, nella misura in cui assurse militando in campo proletario, poi amò senza riserve né vergogna lo sfarzo e gli stili del Quirinale, voluti dall’infame papato rinascimentale.

Invece questo re Giorgio avrebbe disgustato Machiavelli e Cesare Borgia se avesse fatto come Bergoglio: se avesse scelto la semplicità; se avesse imposto -come ne avrebbe avuto il potere- la chiusura del Quirinale e sue dipendenze, onde riparare argini e scuole, onde continuare a dare refezione scolastica ai bambini dei senza reddito, onde compiere altre buone azioni. Una sede più piccola e sobria, come a Roma abbondano, sarebbe bastata a non scendere sotto il livello delle presidenze germanica e francese. Non sarebbe piaciuto a Machiavelli e al primo Principe, questo re Giorgio, se in coerenza coll’antica milizia comunista avesse contrastato il nostro Afghanistan, gli F35, i sistemi d’arma e il rifiuto ad ogni sacrificio degli alti appannaggi e vitalizi. Se avesse combattuto altre infamie invece di rafforzarle.

Al Nuovo Principe che si è conformato al Segretario fiorentino e al duca Valentino, la ‘più bella delle Costituzioni’ assegna ingenti poteri esclusivi: il comando delle forze armate, la presidenza del  consiglio supremo di difesa, la dichiarazione dello stato di guerra, la ratifica dei trattati, la nomina dei senatori a vita e di alcuni membri della Corte costituzionale, ed altre prerogative.  In più, il capo dello Stato “rappresenta l’unità nazionale” (altra menzogna della Carta) e lo fa per ben sette anni, persino rinnovabili.

Se gli Dei ci volessero bene ci lascerebbero stracciare questa Costituzione e la corte che le fa da mastino. In particolare: per le necessità di rappresentanza e protocollari basterebbe un Primo Cittadino scelto ogni anno per sorteggio p.es. tra i magistrati più alti, o tra i magnifici rettori con pochi parenti in cattedra nei rispettivi atenei; si potrebbe allargare l’elenco dei sorteggiabili ad altri personaggi di oggettiva qualificazione; si potrebbe prendere random  una persona rispettabile e dotata di qualche qualità.

Quasi tutti i poteri attuali dell’uomo del Colle dovrebbero passare a un capo del governo eletto dai cittadini. Non perché l’elezione diretta sia garanzia di buongoverno: dimostrano il contrario Francia, Stati Uniti e frotte di repubbliche presidenziali. Tra l’altro, uno dei requisiti per entrare nelle varie Case Bianche è poter spendere molto più dei rivali per la campagna elettorale e per comprare voti.  Tuttavia la responsabilizzazione spinta di un premier forte, o meglio Cancelliere, sarebbe una svolta semplicemente razionale. Sarebbe la cosa da fare, prima del passaggio alla democrazia diretta.

Il parlamentarismo quale lo conosciamo ha devastato vari sistemi politici: uccise due repubbliche in Francia, condannò la Germania di Weimar, l’Italia di Facta Turati e Sturzo, la Spagna e il Portogallo dei notabili liberalconservatori (facilmente liquidati dai pronunciamenti militari: a Madrid nel 1923, a Lisbona tre anni dopo). Il parlamentarismo è un assetto immancabilmente negativo. Le  Camere hanno un senso in quanto intralcino gli esecutivi, non in quanto deliberino. Sono gli stati generali delle caste dei politici di carriera. Sono i  frutti velenosi della degenerazione elettoralistica. Se le riforme di Renzi falliranno, sarà perché esiste il parlamento.

Tutti i sistemi occidentali, quali prima quali dopo, evolveranno verso qualche forma di democrazia diretta (anche là dove le istituzioni tradizionali sembreranno sopravvivere). Il parlamento -la Casta- non vorrà mai le riforme rigeneratrici, così come non le vorranno la burocrazia, il malocapitalismo, i malisindacati, gli altri poteri costituiti. I progetti straordinari esigono menti e tempre straordinarie. Esigono uomini d’eccezione: più spesso che no, un uomo solo, superiore a tutti gli altri.

Quando il meccanismo della rappresentanza sarà fermato e le elezioni abolite, quando il popolo si riapproprierà della sovranità, alcuni organismi deliberativi resteranno, ma saranno molto diversi.  Anche il capo dello Stato non assomiglierà in nulla all’attuale, anche perché agirà per mandati brevissimi. Servirà soprattutto per esonerare il Governante dai compiti perditempo (ricevere gli ambasciatori, presenziare alle celebrazioni, inaugurare, commemorare, ammonire a vuoto). Questo arconte cerimoniale non avrà l’obbligo d’essere discepolo di Machiavelli, come lo ha avuto re Giorgio.

Certo meriterà più rispetto.

Porfirio

PRESIDENZIALIASMO MARIUOLO MEGLIO CHE TENERCI LA ‘COSTITUZIONE PIU’ BELLA’

Il presidente della Castocrazia intima giornalmente dalle sciabole dei Corazzieri che si facciano le riforme (manco a dirlo, in questo guadagna benemerenze). Il suo premier di fiducia, Nipote dello Zio, è addirittura sbottato con la foga di un ardito di F.T. Marinetti: “Mai più un capo dello Stato eletto come l’ultima volta” (l’ha detto in modo slightly different, ma il senso è questo). Istituiremo il semipresidenzialismo, annuncia l’ala marciante dei novatori.  Ci regalano qualche novità?

La risposta giusta la dette Laocoonte, il sacerdote di Apollo a Ilio, nel rimirare il Cavallo di legno regalato dagli achei: “Timeo Danaos et dona ferentes” . Ne riferiamo le parole nella lingua di Virgilio (Eneide, II, 49), in quanto ignoriamo l’idioma dei troiani, ellenofoni fino a un certo punto. Dal dono degli elleni sarebbero usciti i distruttori di Ilio. E’ naturale che oggi noi piccoli laocoonti temiamo la fregatura. Oltre a tutto sappiamo quanto al Sacerdote andò male per aver capito: dal mare emersero due grossi serpenti mandati da Atena, dea nemica, e stritolarono lui e due figli innocenti (v. la famosa scultura ellenistica).

Con tutti i suoi limiti – ne ha eccome- il semipresidenzialismo nelle mani di de Gaulle fu il maglio che in un colpo solo sfasciò la Quatrième République, meno deteriore delle nostre due o tre malerepubbliche ma comunque pessima. Nelle mani dei cleptocrati di qui, si può dubitare che esso sarebbe la scialuppa di salvataggio per il sistema voluto dalla Più Bella delle costituzioni?

Un manipolo capeggiato da Rosy Bindi si dispone a perire con le armi in pugno pur di fermare il semipresidenzialismo. Noi odiatori del regime, fautori della democrazia diretta, potremmo dover dare ragione alla  oltranzista del partitismo? Il pericolo c’è. L’effetto combinato del retaggio italiano, dei precetti della Più Bella e della vocazione fraudolenta della nostra politica potrebbe far sì che ci teniamo tutte le magagne del parlamentarismo ladro più gli scontri d’interesse tra le vecchie aggregazioni di potere e quelle nuove suscitate dalle ‘riforme’. I partiti e le lobbies sono tornati a co-gestire la Francia nonostante i portati positivi del semipresidenzialismo e della Quinta Repubblica. Non per niente a Parigi, scomparso De Gaulle, hanno governato una successione di partitòcrati travestiti da grandi manager (Pompidou) o da intellettuali machiavellici (Mitterrand). Su Hollande, vedremo. Da noi, il meno male sarà forse  Enrico Letta, il Venerdì del Robinson Crusoe del Colle.

A farla breve. La sola esperienza storica di semipresidenzialismo è la Francia. Ma la Francia, attraverso il Generale, inventò il congegno per abbattere la Quatrième, non per puntellarla. Se da noi servirà per  codificare la via Napolitano (=più potere a un fiduciario monocratico della Casta piuttosto che al collettivo dei capipartito) invece che per demolire e poi riedificare, che affare avremo fatto?

Tuttavia non è escluso che qualche modico miglioramento, non voluto,  si possa conseguire. Messa così, assodato che tutto è meglio di questo Esistente, ben venga il presidenzialismo alla romana: truffaldino, ma pur sempre meritevole. Meritevole di che?

Di cominciare a smascherare la bruttezza della Più Bella.

Porfirio

PRESIDENTI INFEDELI

Non mi ero mai curato di leggere uno scritto di Camilla Cederna, una delle dive del giornalismo giacobino di quarant’anni fa. Giorni fa mi era capitato tra le mani un suo libretto del 1978, “Giovanni Leone: la carriera di un presidente” e l’avevo messo da parte per un’eventuale occasione di lettura ricreativa. Però le notizie dal berlinese Schloss Bellevue sulla fine della presidenza Wulff mi hanno attratto a ripercorrere la parabola del nostro capo dello Stato di allora, soprannominato col nomignolo, meritato o no, di Antelope Cobbler. Ai troppo giovani va ricordato che il nomignolo sorse per il sospetto di qualche ruolo nell’affaire del nostro acquisto di giganteschi aerei da trasporto Lockheed C-130 Hercules. I sospetti indussero Leone a lasciare la carica per dimissioni: peraltro non immediate come quelle di tre tedeschi di vertice: i presidenti Koehler e Wulff nonché un brillante ministro della Difesa, zu Wittenberg.

Il libretto della Cederna fu uno dei tanti pamphlet in materia, e Giovanni Leone non fu che il comprimario di una vecchia commedia italiana, solo leggermente modificata nel 1861 prima, nel 1945 poi. Gli scandali democristiani di un quarantennio fa furono un po’ diversi da quelli del fascismo e, prima, dei notabili liberali.

Il contributo apportato da Camilla Cederna fu di anticipare di qualche decennio il fideismo accusatorio in una sola direzione e i metodi d’assalto che troppo lentamente abbatteranno Berlusconi (però non avranno alcun merito nella genesi della decisiva novità Mario Monti). La letteratura libellistica di Cederna e di molti altri certamente fotografò il malaffare della repubblica democristiana, madre di quella craxiana-prodiana, nonna di quella attuale (certificata giorni fa dalla Corte dei Conti come più corrotta che ai giorni di Mani Pulite).

Forse la Fustigatrice del gruppo De Benedetti ha in più il merito (involontario) di facilitare al lettore il fare la tara della faziosità. Grazie al proficuo sicariato nel covo de “l’Espresso”, la Cederna si riconosce più in fretta come faziosa. Secondo lei, il male era fatto solo da affaristi conservatori, monarchici, fascisti e cattolici, mai da altri. Quando occorre meno tempo a sceverare il vero dal falso, le accuse dalle calunnie, si ha più tempo e voglia per individuare il marcio reale. Negli scritti dei partigiani più efferati è tale il parossismo degli insulti che il lettore non si attarda sui dettagli e passa oltre. Così accadrà con Berlusconi: la miriade delle denunce risulterà superflua, dimostrata essendo ad abundantiam la collocazione del Cav tra gli statisti da pochade.

Il marcio italiano tra il 1945 e oggi è stato più grave di quelli della Bundesrepublik, del Regno Unito e della Francia post-gollista a partitocrazia depotenziata. Non è chiaro fino a che punto le tangenti che trionfarono in Spagna sotto Felipe Gonzales, un po’ anche sotto J.M.Aznar, furono o no uguali alle tangenti di casa nostra. Forse quelle spagnole provocarono una repulsione più immediata. Per cercare di togliere di mezzo il berlusconismo, degenerazione altrettanto grave quanto la corruzione, abbiamo impiegato un tempo ignobilmente lungo. Forse gli spagnoli, che non esitarono a scannarsi nel nome delle loro fedi, sono rimasti più attaccati al loro onore. E quando una brigata zapaterista di orfani del sinistrismo anni Trenta ha profittato di una momentanea vittoria elettorale per rilanciare gli imperativi degli sconfitti del 1939, la risposta del paese è stata inequivocabile.

Conclusione. Siamo più tarati degli altri, ma la tabe della corruzione ha attaccato anche gli altri. La congiunzione ‘apoteosi del denaro-democrazia delle urne-professionismo dei politici’ è micidiale ovunque. Negli USA più che altrove i candidati si pesano sui finanziamenti che raccolgono. I grandi sponsor che danno milioni condizionano i politici irresistibilmente ma in fondo, in modi diversi, lo fanno anche gli aggregati di piccoli sponsor. Il professionismo dei politici è un tumore che un giorno sarà vinto con la semplice abolizione della carriera, cioè col passaggio alla democrazia diretta selettiva (=per campione). Impossibile sarà domare la belva della corruzione senza chiudere per sempre le urne, tranne che per i referendum.

Gli altri indispensabili partner della corruzione sono gli imprenditori e i burocrati, questi ultimi comprendenti i militari. I burocrati vanno neutralizzati coi metodi del Terrore 1793, il più aspro dei quali dovrà essere la decimazione random: destituirne uno su dieci perché gli altri nove capiscano. Resterà invincibile l’attrazione fatale del denaro su tutti gli uomini-cittadini. Fermare tale attrazione implicherà una trasformazione spirituale, ai fini della quale tutte le formule della politica resteranno inermi. Occorrerà la metapolitica.

l’Ussita